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Da Sassari a Cagliari e viceversa cover

Da Sassari a Cagliari e viceversa

Chapter 35: III.
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About This Book

Una guida narrativa e umoristica che racconta un viaggio in ferrovia attraverso l’isola, combinando informazioni pratiche su stazioni, orari e soste con descrizioni di paesaggi, costumi locali e incontri vari. Il narratore affianca notazioni storiche e consigli economici a episodi comici e momenti di tenerezza, offrendo al lettore sia utili indicazioni per il viaggio sia piacevoli osservazioni sulla vita e sulle persone incontrate lungo il percorso. La raccolta include inoltre un secondo itinerario e continui raffronti tra condizioni passate e più recenti, mantenendo un tono informativo e leggero.

— Vuoi tu accompagnarmi a Bosa? — dissi all’amico Giulio, ch’era stato mio compagno di viaggio da Nuoro a Macomer.

— A Bosa?! — esclamò Giulio vivamente, quasi con spavento — Andrei piuttosto all’inferno! Bisognerà che trascorrano parecchi anni prima ch’io mi decida a riveder quel paese.

— Che ti è accaduto? — dissi scherzando — Hai forse fatto qualche indigestione di fichi, o di carciofi?

— Taci, per pietà! — soggiunse l’amico — Senza volerlo tu metti il dito sulla mia piaga.

— Un’avventura...?

— Sì: proprio un’avventura piccante, per dirla con Don Sallustio nel Ruy Blas.

— Dilla meglio con me. Che ti è accaduto?

E Giulio mi narrò il seguente episodio, che io ripeterò al lettore colle stesse sue parole.

Non so veramente se ella avesse i diciott’anni; ma so, e posso giurare, che aveva due occhi assassini, capaci di assalirvi sulla pubblica strada.

E sulla pubblica strada la conobbi la prima volta, quando dentro l’omnibus dell’impresa Gilli e Spano io mi recai da Macomer a Bosa per fare un’inchiesta presso l’ufficio dell’Agenzia delle tasse, nella mia qualità d’ispettore girovago.

Era una bellissima creatura, capace di far sdrucciolare un eremita penitente. Piena di grazia nelle movenze, quantunque grassottina, aveva i soliti capelli corvini, le solite guancie di rosa, e i soliti denti di perle: qualificativi che si applicheranno sempre alle belle donne, finchè vi saranno corvi in aria, rose in terra, e perle in mare.

Viaggiava in compagnia di altra fanciulla dai quindici ai sedici anni — di certo sua sorella — e di un canonico che tutt’e due chiamavano lo zio.

Eravamo quattro soli passeggieri, tutti nell’angusto spazio della rotonda — battezzata saggiamente con tal nome appunto perchè è quadrata. Avevo alla sinistra la ragazza quindicenne, e di fronte la mia simpatica corvina, (per ora la chiamerò così), la quale sedeva vicino al canonico.

Non mi fermerò a descrivervi la sorella maggiore, perchè non lo posso; nè ho intenzione di farvi il ritratto della minore, perchè non lo voglio. La prima mi aveva acciecato — la seconda mi era indifferente.

Farò soltanto un cenno dello zio canonico, poichè la sua fisonomia era caratteristica.

Di prete non aveva che il tricorno ed il collarino; nel rimanente vestiva come la maggior parte dei mortali — pantaloni neri, corpetto chiuso fino al mento, e giacca di velluto alla cacciatora con ampie saccoccie ai fianchi.

Appoggiava le due mani sul pomo d’avorio della sua cannadindia — e sulle mani appoggiava il mento, il quale aveva preso quella tinta azzurrognola che accusa il ritardo del barbiere nella raschiatura periodica.

Sulle labbra del canonico errava un sorriso benevolo, aperto — segno di affabilità di carattere e di schiettezza d’animo. Il suo volto era secco, asciutto, arsiccio — direi quasi affumicato.

Non faceva che guardar me e sorrider sempre; e quando rideva ammiccava i suoi occhietti furbi, espressivi, lampeggianti.

La cara fanciulla corvina rideva ancor essa con una facilità singolare. Io la guardava continuamente negli occhi — ed essa non faceva che sorridere spensierata, senza la minima ombra di malizia e di civetteria. Sorridevamo tutti, senza dirci una parola, come se fossimo stati stretti parenti, od amici di antica data.

Ho rinunziato a descrivervi la bianca corvina, poichè io la trovavo tutta bella, tutta buona, dalla punta dei capelli alla punta degli stivaletti, che si potevano chiudere in un pugno. Non posso però tacere di un segno particolare, che forse aveva contribuito a rendermi innamorato di quella creatura. Quando rideva le comparivano sulle guancie due fossette procaci che mi davano le vertigini: due graziose fossette che parevano fatte apposta per cacciarvi i miei due occhi imprudenti, come in un nido d’amore. E notate, che, siccome la mia corvina rideva facilmente, così quelle fossette erano sempre là in permanenza, in compagnia di due fila di dentini bianchi, dai quali mi sarei lasciato mordere con piacere.

Scena curiosa! — io fissava continuamente la fanciulla — e il canonico fissava me con un sorriso di bonarietà, di cui non sapevo darmi ragione. In ventisette anni di vita non mi era mai capitato d’imbattermi in uno zio così poco severo e così poco rigoroso al fianco di una bella e giovane nipote.

Che significava siffatta cieca fiducia? Mi si credeva forse un uomo innocuo, non pericoloso? oppure lo zio aveva in me subodorato un partito conveniente per la sua nipote?

Non sapevo spiegarmi lo strano fenomeno, per quanto mi lambiccassi il cervello; mi perdevo nel labirinto di quei sorrisi insistenti, problematici, che cominciavano a mortificarmi seriamente. Io ero solo — ed essi erano in tre!

Misi da banda tutte le considerazioni psicologiche, e cercai di approfittare di tutte le indulgenze plenarie del benefico zio, lanciando occhiate tutt’altro che furtive all’indirizzo della corvina nipote — la quale persisteva a mostrarmi le sue rosee fossette e i suoi dentini bianchi, nel fortunoso ambiente della rotonda quadrata.

Lo zio canonico prendeva tabacco con frequenza, e me ne offriva con tanta grazia e con tanta insistenza, che mi pareva ingratitudine e scortesia il rifiutare. Quella polvere stuzzicava in modo impertinente le mie narici; ond’io, per quanto cercassi di frenare le smorfie alla presenza dell’oggetto amato, non riuscivo ad impedire gli starnuti; il che faceva ridere di cuore le nipoti, rendendo soddisfatto lo zio che mi diceva ogni tanto:

— Felicità!

Ed era questo un augurio di cui non avevo bisogno, poichè mi sentivo troppo felice accanto alla bella nipote del canonico affumicato.

— Eravamo in viaggio da mezz’ora, e si sentiva da tutti il bisogno di chiacchierare. Mi accorsi subito che il canonico aveva una debolezza: l’agricoltura; aveva una passione prediletta: l’allevamento dei carciofi, di cui era caldo ammiratore, caldo cultore, e più caldo speculatore.

Dai discorsi fattimi, appresi che il canonico era un ricco proprietario di terreni. Ed allora mi balenò un sospettò: che il sorriso del prete non avesse altra mira che quella di guadagnare la mia simpatia per mezzo della nipote, sperando che io — come ispettore delle tasse — avessi chiuso un occhio sulle sue rendite patrimoniali.

Ma... che importava alla nipote delle imposte dirette ed indirette? La continua apparizione delle due fossette e della dozzina di denti non poteva avere alcun rapporto con le tasse. A quella fanciulla non ero forse antipatico — e lo zio non poteva vedere di mal occhio la corte che le andavo facendo.

Perchè negarlo? mi lusingavo di aver fatto breccia nel cuore di una bella ragazza e di un brutto canonico; e ne esprimevo l’interna soddisfazione coll’attorcigliare la punta de’ miei baffi e coll’aggiustare il nodo della mia cravatta.

L’omnibus si fermò a Sindia — il paese che è in fama di produrre e di distruggere: — produrre cioè gli eccellenti formaggi, e distruggere la coda ai cavalli per tessere le corde di crine.

Pregai i miei compagni di viaggio perchè accettassero da me una bottiglia di gazosa — e tutti aggradirono l’offerta con una cortesia che lusingò il mio amor proprio.

Io era cotto: e mi pareva che il viaggio da Macomer a Bosa si facesse a volo d’uccello. Avrei desiderato maggior lentezza; e quando il carrozziere si rivolgeva a me per dirmi dal vetro rotto del coupé: «si cammina, è vero?» mi veniva l’impeto di buttarlo giù di cassetta.

Alle quattro e tre quarti eravamo a Suni — nel paese caro ai geologi, perchè loro presenta tutta la successione dei terreni: dalla roccia basaltica antica, alla recente lava basaltica nera. Ciò io dico per bocca del Lamarmora, confessandovi che sono indifferente a tutte le basaltiche del mondo, sì antiche che moderne.

Da Suni — per una ripida discesa — ci dirigemmo a Bosa, attraversando le colline ed i paesaggi più pittoreschi ch’io m’abbia veduto. I villaggi di Tinnura, Fluscio e Modolo — a breve distanza l’uno dall’altro — dominavano la vallata e le colline circostanti.

Scorgemmo finalmente la cittadina di Bosa, adagiata in basso, ma lontana ancora da noi. Le sue case erano tutte schierate in triplice fila lungo il fiume ed il colle che le spalleggia: esse ci apparivano come un reggimento di soldati che aspettano la rivista del generale.

Alle cinque precise l’omnibus erasi fermato all’imbocco del ponte, proprio in faccia all’Ufficio Daziario, dove una vigile guardia ci pregò di dichiarare tutti i generi consumabili che avevamo con noi.

Un signore sulla cinquantina ed una bambina sui dieci anni erano là fermi, in attesa dell’omnibus. Entrambi sorrisero al canonico ed alle sue compagne; i quali si affrettarono a smontare dal legno per andare loro incontro. Vi fu scambio di strette di mano e di qualche bacio, ed al mio orecchio giunse parecchie volte la parola papà. Non vi era dubbio: trattavasi del babbo delle due ragazze: il fratello forse del canonico, colà venuto per dare il buon arrivo ai tre cari congiunti.

Si diressero tutti, a piedi, verso la città. Io rimasi solo, dentro la rotonda, fissando la mia adorata incognita che si allontanava.

La bella ragazza si era più volte girata verso di me per mostrarmi il suo sorriso, i suoi dentini e le due fossette color di rosa.

Il canonico fece di più. Prima di seguire la comitiva tornò a me, mi strinse la mano, e mi disse:

— Io vado con mio fratello e le mie nipoti. Spero di rivedervi. Verrete a visitare la mia cardiera?

— Oh, con piacere! Il vostro discorso sui carciofi mi ha addirittura entusiasmato!

— Ci rivedremo. Già, Bosa non è mica Parigi nè Londra. Ad ogni modo, ricordatevi che tutte le vie conducono alla Piazza maggiore!

E così dicendo mi offrì per l’ultima volta una presa di tabacco, che io ricambiai con un poderoso starnuto.

— Felicità! — conchiuse il canonico.

Oh! questa volta l’augurio del prete mi parve una crudele ironia; poichè in quel momento, separandomi dalla nipote, io era l’uomo più infelice della terra!

II.

Per tre giorni non rividi i miei compagni di viaggio — nè le due ragazze, nè il canonico. Ero occupato ed intento all’ispezione dei registri e dei bollettari nell’ufficio dell’Agenzia delle tasse.

La sera del quarto giorno fui invitato da un collega mio amico ad una passeggiata in barchetta lungo il fiume Temo, che scorre carezzevole appiedi del paese. Accettai con piacere.

Non è un’esagerazione: la città di Bosa è la più bella e la più pittoresca fra le città sarde. Posta sul versante di un colle rivestito di oliveti, e sormontata dall’antico castello dei Malaspina, essa si specchia sul terso cristallo del suo fiume; il quale ne riflette le linde casette, i poggi incantevoli e i rigogliosi oliveti, scorrendo docile e silenzioso fra due sponde fiorite, per poi gettarsi nel vicino mare. Le due acque — l’una dolce e l’altra amara — confondono insieme i loro palpiti dentro l’ampio bacino, formato dalle roccie frastagliate e dalle spiaggie arenose.

Montammo sul battello, a poca distanza dalle arcate del ponte; e guidati da un esperto barcaiuolo ci dirigemmo verso levante — laddove il fiume serpeggia fra una catena pittoresca di fantastiche colline, che ti trasportano col pensiero alle belle rive del lago di Como. Lungo quei colli, l’acqua prende un colore verdastro, prodotto dalla rigogliosa vegetazione che riveste i due versanti, e che contrasta con la striscia azzurra di mare; la quale chiude a ponente il grandioso quadro creato dal sublime pennello della natura.

L’acqua del fiume pareva dormente, e capovolgeva le piante, le casette, e le colline che la sovrastano — quasi volesse raccoglierle nel suo seno per esortarle al riposo. Eppure avresti detto che da quelle sponde silenziose partissero voci indistinte che invitavano a pensare e ad amare! Era il linguaggio arcano del silenzio e della quiete, il quale commove le anime innamorate per trasportarle nel mondo dei fantasmi e degli spiriti, dove si ascolta ad orecchie chiuse, si sogna ad occhi aperti, e si parla col cuore e non col labbro.

Non si udiva che il tonfo dei due remi; un tonfo leggero, monotono, cadenzato.

Il sole volgeva all’orizzonte, e, lanciando i suoi raggi sul fiume, metteva in risalto le tre arcate del ponte, che si riflettevano nell’onda come cerchi luminosi tagliati da innumerevoli striscie infocate, tremule, scintillanti. E i ruderi del vecchio castello e delle annesse muraglie apparivano lassù, sopra uno sfondo color di rosa — quasi a ricordo dell’antica potenza dei Malaspina che inalzarono la rocca verso il 1112, per cederla due secoli dopo, insieme alla città, ai giudici di Arborea.

Avevamo lasciato a sinistra la chiesetta di Santa Giusta e l’annesso giardinetto — trista brughiera un giorno, ed oggi un vero Eden di delizie, mercè la bacchetta magica di monsignor Eugenio Cano — un vescovo artista che all’ingegno eletto accoppia un cuore nobile e generoso. Volgemmo quindi a destra, passando sotto l’antica chiesetta di San Pietro ed al suo campanile in forma di torre quadrata, costrutta nel 1073: — unico ricordo che ancora rimane dell’antica Bosa cristiana, forse fabbricata sui ruderi della pagana Bosa Vetus. L’antica Calmedia, cambiando nome, è passata all’opposta sponda del Temo, lasciando sotto il Monte Nieddu quella torre e quella chiesa, le quali sembrano dolersi dell’ingrato oblio e della solitudine cui vennero condannati dagli uomini e dal destino.

Tanto io, quanto il mio amico, eravamo immersi nel silenzio e nel raccoglimento. Non so a che cosa pensasse lui; io pensavo alla bella incognita dell’omnibus, che volentieri avrei desiderato là, in seno a quelle acque così tranquille. Ed era forse lei che in quel momento mi versava nell’anima la strana melanconia, che pur vedevo quasi riflessa in quel cielo, in quel mare, in quei seni deliziosi.

La barchetta diresse la prora verso la sponda sinistra, e andò quasi ad incastrarsi fra le erbette ed i canneti che arginavano le numerose campagne coltivate.

Scendemmo di un salto a terra, e ci trovammo in un ameno tenimento ricco di oliveti, di aranci, e di ortaglie d’ogni specie.

Dopo aver attraversato parecchi poderi, l’uno dentro l’altro, entrammo in una vasta cardiera, stupendamente coltivata.

Tutto solo in mezzo ad un viale, chino sulle piante e intento ad esaminare qua e là i superbi cardi, era un uomo decentemente vestito — per fermo il proprietario.

Ma, quale non fu la mia gradita sorpresa quando in lui ravvisai l’affumicato canonico, il mio compagno di viaggio, lo zio della bella ragazza che mi aveva ammaliato?

Mossi verso di lui, e gli strinsi la mano come ad un vecchio amico. Egli mi accolse con un grido di gioia, e mi offrì una buona presa di tabacco — di quel tabacco ch’io non poteva rifiutare, sebbene mi condannasse ad un augurio di felicità illusoria.

Il mio amico mi lasciò solo col canonico, e si diresse al tenimento vicino, dicendomi che non avrebbe tardato a raggiungermi.

Inutile dire che il canonico mi condusse seco a fare il giro del suo tenimento, per vantarmi i suoi carciofi e per intontirmi colla nomenclatura di tutte le specie squisite che possedeva. Ed io, naturalmente, non dimenticai che avevo l’obbligo di portare ai sette cieli le sue piante, fingendomi molto addentro nei misteri dell’agricoltura. Anzi, ricordando il mio primo libro di lettura, e le nozioni apprese sui banchi delle scuole, parlai subito del pistillo e degli stami, indispensabili alla generazione dei frutti. Dissi, con gravità cattedratica, che il pistillo si divide in stigma, in stilo ed in ovario; e che lo stigma riceve il pòlline. Insomma, lo vuotai dall’A fino alla Z tutto il sacco della mia scienza agraria infantile, la quale non andava più in là del pòlline e dell’ovario.

Fu una vera rivelazione per l’agronomo prete.

— Voi dunque conoscete botanica e agricoltura?! — gridò il canonico, raggiante di contentezza. E piantandomi in faccia i suoi due occhietti lucicanti aspettava ansioso una risposta.

— Così... un poco! — risposi arrossendo.

— Bravo! ne sono proprio contento! Non potete immaginare il bene che mi avete fatto con simile confidenza; massime in questi tempi di scetticismo, in cui non si vuol confessare che la vera fonte della ricchezza è una sola: l’agricoltura, alla quale si piegano riverenti l’industria, il commercio, le scienze, le arti, ed i mestieri..... Credetelo, signore: se Bosa curasse meglio i prodotti delle sue terre, sarebbe la più ricca delle città sarde, nè avrebbe bisogno di sudar tanto per pagare i propri debiti. Essa, invece, non si è preoccupata che della ricerca di tesori nel Castello dei Malaspina — senza mai persuadersi che il vero tesoro ce l’ha in seno, e consiste nei germi misteriosi che giacciono nelle viscere della terra, i quali aspettano le braccia dell’uomo per venire all’aria aperta. Altro che pensare al malaugurato porto ed alle ferrovie inutili!

Il buon canonico continuò su questo tono, e non la finiva mai. Egli era sublime ne’ suoi entusiasmi, e mi pregò di tenergli compagnia.

Mi portò da un cardo all’altro, esaltandomi ogni pianta, facendomi la rassegna apologetica delle sue cardiere, e dicendomi che i suoi carciofi non avevano rivali in tutto l’agro bosano. Ad un tratto si fermò di botto, e mi domandò a bruciapelo:

— Sapete a quale specie appartiene il cardo?

— Ai monopètali — risposi a caso, con la titubanza di colui che giuoca l’ultima carta che decide della sua fortuna.

— Bravo! — esclamò il canonico, battendomi sulla spalla.

Temendo che l’esame continuasse, tentai di far deviare il discorso dai cardi; e fissando il quadrato degli ulivi che chiudeva la cardiera, esclamai:

— Avete un buon raccolto d’olio, quest’anno!

Il canonico, inesorabile, mi guardò negli occhi:

— Sapete voi la differenza che passa fra il cardo e l’olivo?

Questa volta rimasi a bocca aperta, aspettando che la risposta mi venisse dal prete. Il mio primo libro di lettura non mi diede alcun aiuto.

Supponendo che il mio silenzio non fosse che ammirazione, il canonico soggiunse con sussiego:

— L’ulivo è un monopètalo che ha la corolla sotto l’ovario, come il tabacco e la patata; — il cardo, all’opposto, ha la corolla sopra l’ovario, come la lattuga e la camomilla. Non conoscete forse il metodo e la teoria di Jussien?

— No. Conosco bensì altri metodi — arrischiai timidamente.

— Ho capito — fece il prete con tono di compassione — appartenete dunque alla nuova scuola?

— Sissignore: alla scuola verista — risposi, non so perchè; forse per l’associazione d’idee fra cardi e Carducci.

E il buon canonico, tutto tronfio per la sua scienza, mi portò a passeggiare fra i suoi cardi parlandomi delle delicate cure che essi richiedevano nel rincalzamento e nelle legature; mi disse che si piantavano in maggio, che si mangiavano in febbraio, che reclamavano un terreno profondo, grasso, ben concimato, e che i suoi carciofi erano precoci quanto quelli di Napoli e della Sicilia.

— Vedete? — mi diceva ad ogni passo — questo è un carciofo comune, il verde: cynara scolymus virdis; quest’altro che dà al violetto è qualità rara: cynara scolymus violacea; questo che dà al rosso è chiamato dai botanici cynara scolymus rubra; e questo bianco è conosciuto sotto il nome di cynara scolymus albida...

E il canonico staccava con delicatezza i carciofi dalle piante, e me li porgeva, pregandomi con insistenza di gustarli.

— Ebbene? — mi diceva — sentite che morbidezza!... che sapore!... che fragranza!... Osservate come la semplice pressione dei denti incisivi basta per spezzarne le foglie nettamente, senza filamenti di sorta! Non abbiate timore: morsicate pure vicino alla spina: troverete la foglia tutta tenera, pieghevole, pastosa... Vera cynara scolymus virdis di prima qualità!

Fu per me un vero supplizio. Avevo le labbra legate e nere come il carbone; la bocca pastosa ed amara; la lingua inchiodata al palato, in modo che mi riusciva difficile il parlare.

Il canonico, incoraggiato dalla mia innocente bugia, mi aveva assalito, perseguitato, annientato sotto un mondo di cynare di tutti i colori. E mentre il povero botanico, cieco di passione, contava quasi le foglie dei carciofi, io volgeva gli occhi all’intorno, in cerca degli occhi della cara nipote, i quali mi avevano punto più dei carciofi e dei cardi dello zio. Finalmente mi feci coraggio, e gli chiesi:

— Siete qui solo, in campagna?

— Quasi sempre — mi rispose. — La famiglia di mio fratello viene qualche volta a passarvi la sera. Oggi, per esempio, abbiamo fatto qui pranzo. Venite su, alla casetta; vi farò bere un buon bicchiere di malvagia, e coglierò l’occasione per presentarvi alla famiglia di Battista.

E ci dirigemmo insieme alla casetta di campagna, posta in altura. Il cuore mi batteva forte.

Durante il breve tragitto il prete trovò modo di farmi sorbire una dotta digressione sulla malvagia, che chiamò la regina dei vini sardi, moglie del vino nero di Oliena, e sorella della Vernaccia di Solarussa. Egli così conchiuse:

— La miglior malvasia è fornita da Tresnuraghes — e spetta a Tresnuraghes l’onore di averle dato la culla — come spetta a Bosa la gloria di poter gridare al quattro venti: io sono la patria dei migliori carciofi del mondo!

Sul piazzale della casetta, formanti diversi gruppi, erano una dozzina di donne, fra signore, signorine e persone di servizio. Fra esse notai le due graziose mie compagne di viaggio, colle quali ricambiai un cortese saluto.

La maggiore delle nipoti, al vedermi, sorrise ed arrossì leggermente; e così potei di nuovo ammirare le due fossette ch’erano venute al centro delle sue guancie, e gli otto dentini ch’erano apparsi sulla soglia della sua bocca.

Il mio collega d’ufficio era là, e discorreva tranquillamente con le signore e le ragazze; le quali, come più tardi appresi, appartenevano a tre distinte famiglie. Avrei anch’io desiderato di trattenermi in mezzo all’allegra brigata, ma il mio destino non lo volle.

Infervorato nel discorso dei cardi, ed ossequiente alla mia simulata scienza agraria, il canonico mi presentò alle nipoti ed alle altre signore, declinando il mio nome e la mia qualità; mi fece tranguggiare in fretta e furia quattro bicchierini di malvagia, e poi esclamò rivoltò alla comitiva:

— Non vogliamo interrompere la vostra conversazione; io mi porto via il signor Giulio, un continentale studioso e appassionato di tutte le vegetazioni.

E senza lasciarmi tirar fiato mi prese a braccetto, e mi trascinò nel piccolo viale che conduceva alla cardiera, togliendomi bruscamente a quella conversazione, per ottener la quale avevo sagrificato la libertà, la pace, ed ogni divertimento.

Potete immaginare l’effetto in me prodotto dalle parole del prete; esse mi facevano comparire agli occhi delle signore come un misantropo, uno scortese, uno screanzato. Col sorriso sul labbro e la rabbia net cuore io fui costretto a seguire l’inesorabile canonico, il quale mi tenne un’altra ora in mezzo alla sua cardiera, spiegandomi gli amori, le nozze e la figliuolanza dei carciofi bianchi, rossi e verdi.

Fattogli i complimenti per la passione che nutriva verso i cardi, il canonico mi rispose:

— Come vedete, è tutta qui la mia occupazione, è tutto qui il mio pensiero. Tranne un po’ di messa la mattina, io non vivo che nei carciofi e per i carciofi. Non ho che uno scopo, una sola ambizione: trovare un uomo che dopo la mia morte continui a coltivare con affetto i miei cardi. Ed è perciò che fin d’ora ho destinato questa campagna alla figlia maggiore di mio fratello: — sarà la sua dote. Io le ho detto: « — Bada Rosina, bisogna che tu scelga un marito che continui degnamente l’opera di tuo zio; da te sola dipenderà la mia fortuna; ubbidiscimi se vuoi che le mie ossa riposino in pace sotto la terra che mi ha veduto nascere!»

Rosina! — mi era finalmente noto il nome della mia graziosa viaggiatrice! — mi era nota, anche senza volerlo, la dote che lo zio prete assegnava alla sua nipote. Mi trovavo dunque sulla buona via, nè dovevo indietreggiare.

Null’altro io seppi quella sera. Lasciai la campagna di malumore, poichè non mi era riuscito di parlare con lei: con Rosina. Una sola cosa avevo ottenuto: il permesso di visitare con frequenza la cardiera dello zio canonico.

III.

La mia seconda visita alla cardiera non fu più fortunata della prima. Anche allora dovetti subire le noiose digressioni scientifiche attorno ai cardi ed ai carciofi.

Quella sera la famiglia non era in campagna; motivo per cui mi rassegnai alle prediche apologetiche del tenero zio, il quale mi credeva sul serio un profondo e appassionato botanico. E non basta; feci la personale conoscenza del fratello del canonico — il fortunato padre della Rosina, per la quale avevo esposto il mio corpo e il mio spirito alle acute punture di tutta la cardiera del reverendo.

Il padre di Rosina — che non somigliava punto al Don Bartolo di Rossini — era della stessa pasta del fratello prete: un uomo alla buona, di poche parole, ma di molto cuore.

Non tardai però ad avvedermi che anche lui era affetto dalla malattia di famiglia: la smania morbosa per l’agricoltura e per la botanica. Era una pazzia ereditaria. La differenza non consisteva che nei gusti: il fratello prete portava alle stelle i carciofi — il fratello secolare esaltava i fichi secchi, altra produzione speciale di Bosa.

Informato anche lui della mia profonda dottrina in agricoltura, volle darmi un saggio del suo sapere col descrivermi tutti i pregi, i difetti, le malattie e le cure del fico.

Non voglio ripetere al lettore il mio secondo supplizio, — ero un vero martire. Il babbo di Rosina mi decantò la buona qualità del suo fico comune, chiamato dai botanici ficus carica; mi disse che la confezione dei fichi secchi non è cosa così facile come comunemente si crede; che la raccolta deve farsi in giorni sereni, dopo dissipata la rugiada; che i fichi vogliono essere compressi, esposti al sole sopra graticci, ritirati in casa al tramonto, rivoltati con frequenza, e tramutati in luoghi asciutti ed ariosi. Il buon uomo, infine, mi parlò delle tre specie d’insetti dannosi al fico, conosciuti sotto i nomi di coccinella, chermes, e psyllium.

Faccio grazia a chi legge delle altre spiegazioni datemi, e della nomenclatura del fico, di cui non capivo proprio un fico! Dirò solo che fui esposto ad un secondo esame, che per fortuna ebbe un esito per me soddisfacente; esso si ridusse al seguente interrogatorio:

— Conoscete la famiglia dei fichi? — mi domandò seriamente il fratello del canonico.

— Sì, signore! — risposi senza esitare.

— Tutta? — replicò l’esaminatore.

— Tutta: fino ai fichi d’India, che io credo i parenti più lontani.

— Non vi pare che il fico meriti il primo posto fra gli alberi fruttiferi?

— Certamente.

— E perchè?

— Per i servigi resi ai nostri primi padri nel paradiso terrestre.

— Bravo! Vi faccio i miei complimenti. Debbo confessare che i continentali studiano l’agricoltura con più amore dei sardi. Nostra colpa se siamo miseri!

E qui ebbe termine l’inchiesta.

Dirò per abbreviare, che mi recai per altre due volte alla campagna del canonico, dove ebbi agio di vedere e di salutare la bella Rosina, della quale ero perdutamente innamorato, e per la quale sopportavo con rassegnazione le apologie del ficus carica e della cynara scolymus virdis.

Un bel giorno — era la quinta volta che andavo a visitare la cardiera — mentre passeggiavo col canonico lungo i viali, determinai di aprirgli francamente l’animo mio.

Fermandomi di botto dinanzi al canonico, esclamai risoluto:

— Sentite, amico: io voglio essere con voi sincero, perchè sono un galantuomo. Oramai conoscete chi io mi sia, il mio impiego, la mia fortuna, i miei parenti. Potete rivolgervi al sindaco del mio paese per avere le necessarie informazioni sul mio individuo.

— E che importa tutto questo?

— Importa molto. Io sono pazzamente invaghito di vostra nipote Rosina, la quale mi ha ammaliato fin dal giorno che la ebbi compagna di viaggio nell’omnibus. Ditemi francamente: posso chiederla in sposa al suo babbo? Consigliatemi!

Il canonico, che in quel momento toglieva un bruco da un carciofo romano, si rizzò di scatto e mi fissò sorpreso:

— Parlate sul serio?

— Sul serio!

— Ebbene: vi dirò allora con la stessa franchezza, che anch’io ho vagheggiato questo matrimonio fin da quando appresi la vostra onestà, la vostra coltura botanica, il vostro affetto per i miei carciofi. Ciò mi rende sicuro dell’amore che porterete ai figli vostri. Però...

— Però...?

— Però, io non sono il babbo di Rosina, ed ho bisogno di consultare chi può disporre di lei. Capirete bene che non voglio addossarmi alcuna risponsabilità. Conosco gli amori de’ miei cardi, non quelli di mia nipote. Spetta a mio fratello, e più di lui a Rosina, il darvi una risposta. Non so se il primo sarà contento, e se la seconda abbia il cuore libero. Posso solamente assicurarvi che avrete in me un valido protettore; perorerò la vostra causa, ma senza prendere alcun impegno sulla riuscita dell’affare.

— Mi rimetto interamente alla vostra amicizia.

— Mio fratello è assente. Trovasi da tre giorni in Sindia per contrattarvi una partita di fichi secchi. Appena sarà di ritorno, farò l’ambasciata in vostro favore.

Così dicendo il canonico si chinò di nuovo sui cardi, come se volesse dar loro l’annunzio di un fausto avvenimento.

IV.

All’indomani mi recai alla campagna del canonico col fermo proposito di parlare con Rosina, o di consegnarle un mio biglietto nel caso che non mi fosse riuscito di abboccarmi con lei. Volevo approfittare dell’assenza del babbo, che trovavasi impegnato a Sindia co’ suoi fichi secchi.

Eccovi il contenuto del biglietto da me preparato:

«È ormai inutile celarlo. Dacchè vi ho veduta nell’omnibus mi sono innamorato di voi. Vi amo con tutta l’anima, alla follia; non vivo che per voi, e per voi solamente io frequento la campagna di vostro zio, dolente di non aver potuto rivolgervi una parola. Non so spiegarmi la freddezza e la ritrosia che mi dimostrate. Rispondetemi con due sole righe; altrimenti sarò capace di commettere qualche eccesso, di cui vi renderò risponsabile.»

Approfittando del momento in cui Rosina erasi allontanata dalle sorelle per cogliere alcuni fiorellini nel viale, io le tenni dietro.

Nel vedermi ella tentò di scappare, ma io le dissi piano, con voce concitata:

— Non mi fuggite, perchè vi amo. Leggete questo foglio, e rispondetemi oggi stesso... fra un’ora!

Rosina divenne pallida, poi rossa; mi guardò, balbettò alcune parole, ma mi stese la mano per prendere il foglio che le porgevo.

Allora io — temendo di venir sorpreso — gettai a’ suoi piedi la mia letterina, e mi allontanai prestamente, dopo averle detto:

— Il mio destino è nelle vostre mani!

Quando verso sera io presi commiato dalla famiglia, che trovavasi raccolta nel piazzale della casetta, Rosina trovò il modo di consegnarmi un bigliettino. La povera ragazza tremava come foglia, e rientrò subito in casa.

Nell’accompagnarmi fino al fiume lo zio prete mi susurrò all’orecchio:

— Mio fratello è arrivato. Domani sera vi aspetto in casa mia per darvi una risposta.

Appena la barca si scostò dalla sponda, gettai un’occhiata al bigliettino che tenevo chiuso nel pugno. Eccone il contenuto:

« — Io non posso amarvi. Voi dovete allontanarvi dalla nostra campagna e da Bosa, se è vero che siete un galantuomo. La vostra insistenza mi renderebbe infelice. Il mio cuore è d’altri. Dimenticate di avermi conosciuta!»

Queste poche righe mi serrarono il cuore. Credetti tutto comprendere, e mi diedi ragione delle parole misteriose del canonico: non so se abbia il cuore libero.

Io dunque avevo un rivale. Ma chi era costui? Maledissi i carciofi dello zio, che forse avevano contribuito alla mia rovina.

Passai una notte agitatissima. La mattina susseguente, verso le nove, mi incamminai alla casa del canonico, col fermo proposito di ritirare la mia domanda Per fatalità, vi trovai il padre di Rosina, il quale abitava nel piano superiore insieme alla famiglia.

Mi sentii impacciato, confuso. Il canonico, anch’esso, pareva sulle spine. Mi guardava fisso, come per dirmi che avevo anticipato l’ora dell’appuntamento.

Ero sul punto di aprir bocca, quando il canonico mi fe’ cenno di sedere e di non parlare.

— Battista — diss’egli rivolto al fratello — postocchè ci troviamo tutti e tre qui riuniti, mettiamo a parte i preamboli e le cerimonie. Il signore è venuto per aver la risposta sull’affare che or ora ti comunicai. Rispondigli tu stesso direttamente... Siamo fra gentiluomini!

— Signor Giulio — disse il papà della ragazza a me rivolto — noi ci sentiamo orgogliosi di accettarvi a far parte della famiglia. Bisognerà, però, che abbiate pazienza per qualche anno — la Rosina è troppo giovane, e...

— Scusi — interruppi — io veniva invece per...

— D’altronde — continuò il babbo, senza darmi ascolto — permettete ch’io vi dica che la vostra domanda fu alquanto inconsiderata... Non parlaste mai a Rosina... e Rosina è così timida che...

— Le parlai, — dissi, interrompendolo di nuovo — le parlai, ma mi accorsi che cercava di sfuggirmi.

— Vi sfuggiva per timidezza.

— Ma se...

— Perchè non le parlaste addirittura del vostro amore?

— Glie ne parlai, e glie lo scrissi.

— Voi?! ciò non è possibile! — replicò il buon uomo — Rosina me lo avrebbe confessato...

— Non ve lo ha confessato perchè ama un altro.

— Un altro?!

— Ella mi disse che...

Il brusco movimento del babbo mi fece subito accorto della mia imprudenza. Volli rimediarvi, ma era tardi.

— Scusate, signore — esclamò il papà alzandosi — ho bisogno di chiedere alcune spiegazioni in proposito... Certe cose non si debbono tollerare dalle figliuole. Bisogna ripararvi in tempo.

E s’incamminò verso l’uscio.

— Ascoltatemi prima — gridai.

— Scusate, ma io non lo posso. Non è per voi... non è per lei, non è per lui: è per me che io parlo. Torno qui subito: con permesso!

E Battista uscì dalla camera.

Rimasti soli, io e il canonico ci guardammo in silenzio, quasi chiedendoci spiegazione sulla condotta di quell’uomo che ci piantava bruscamente.

Fui il primo ad aprir bocca, e dissi risoluto:

— Sentite, reverendo: a voi posso tutto svelare. Sappiate che vostra nipote è innamorata d’altri, e che la mia presenza in Bosa la rende infelice. Cercate voi dunque, come zio e come prete, di sorvegliare quella ragazza; non è giusto che si faccia violenza al suo cuore!

— Che mi andate dicendo?

— La verità.

— Chi vi ha detto simili fandonie?

— Ella stessa: Rosina.

— Le parlaste?

— Le parlai e le scrissi.

— Ed ella...?

— Mi ha gentilmente risposto con lettera.

— Rosina?!

— Proprio Rosina!

— E sembrava così ingenua!... Ah, donna fraschetta! — esclamò lo zio canonico, non potendo più oltre celare il dispetto e la collera. Ed io allora continuai:

— A voi che mi siete amico non posso nè voglio celar nulla. Ecco il suo foglio: leggete. Vostra nipote è innamorata d’altri, e mi raccomanda di allontanarmi da Bosa se desidero la sua pace.

— Non capisco più niente! — disse il canonico dondolando la testa; e aprendo lentamente il biglietto vi gettò un’occhiata.

Ad un tratto egli balzò in piedi, pallido, atterrito, come se quel foglio contenesse una vipera.

— Che fu? — gridai spaventato.

— La scrittura di mia cognata!! — gridò il canonico spalancando gli occhi.

— Chi?

— La moglie di mio fratello, che è pur mia nipote!

— Voi scherzate.

— Non scherzo — gridò il buon prete rimettendosi a sedere; e poi continuò squadrandomi con disprezzo:

— Voi avete approfittato della mia amicizia e de’ miei carciofi per sedurre mia cognata; e mi avete cacciato in un orribile ginepraio, chiamandomi complice nella vostra tresca infame!

— Voi mi offendete. La vostra collera, in questo momento, non vi fa riflettere sull’accaduto. Diamine! se avessi avuto intenzioni disoneste non sarei qui venuto a chiedervi la mano di Rosina!

— Rosina, era un pretesto; ma intanto voi tenevate corrispondenza con Carmela!

— Carmela?

— Già: Carmela, che da un anno è moglie di mio fratello Battista: vedovo, con tre figlie di primo letto.

— Diavolo! ed io ch’ero sul punto di rivolgermi direttamente a lui per implorare che me la concedesse!

— Concedervi sua moglie?! L’avreste fatta bella!

— Ma... chi è dunque Rosina?

— Rosina è mia nipote: la ragazza quindicenne che sedeva alla vostra sinistra in omnibus — la primogenita delle tre figlie di mio fratello; il quale avrebbe fatto assai meglio a starsene vedovo in compagnia de’ suoi fichi secchi! — A cinquant’anni ha voluto sposare una nostra nipote, che non ha ancora raggiunto i diciotto. Delirio senile!

Così dicendo il canonico si diede un pugno sulla fronte.

— Ma, come fare adesso? Dio sa che pasticcio avrà fatto Battista in casa, e come avrà complicato le cose!

A questo punto si udì rumor di passi nella scala.

— Tacete! — disse il canonico — e lasciate fare a me; altrimenti l’affare potrebbe prendere una brutta piega, ed io farei una più brutta figura in faccia a mio fratello ed a mia cognata!

Il signor Battista comparve sulla soglia della porta d’entrata. La sua fisonomia mi sembrò abbastanza serena. Credetti, anzi, che fingesse.

Lo confesso: io non mi sentiva tranquillo, quantunque la mia coscienza nulla avesse a rimproverarmi. Mi ero prestato a fare l’attore brillante in una farsa di cattivo genere, e dovevo recitare la mia parte con simulata disinvoltura. Tutte le apparenze congiuravano a mio danno. Avevo corteggiato una moglie credendola fanciulla; ero stato un seduttore senza saperlo, ed un vigliacco senza volerlo; avevo tradito l’ospitalità, pur coll’animo di ricompensarla per mezzo di un matrimonio. Con tutt’altri avrei potuto mettere l’equivoco in chiaro, ma andate a parlare di equivoci ad un marito di cinquant’anni che ha una moglie di diciotto!

Il canonico fu il primo che prese la parola. Il buon prete si rivolse al fratello, dicendogli solennemente:

— Battista, ormai so tutto. Non fu che un semplice equivoco, ed io ti spiegherò l’intreccio.

— Ma che equivoco! che intreccio! — esclamò Battista ironicamente — Che cosa potresti dirmi?

— Ecco... sappi che il signor Giulio ha preso un qui pro quo. Non è vero, signor Giulio, che voi non avete mai scritto a Rosina?

— Mai! — risposi balbettando.

Battista ci guardò un istante, e poi diede in uno scroscio di risa.

— Che cosa mi andate pasticciando, adesso? Non le ha scritto? Ma se la lettera è nelle mie mani?... Eccola qua!

E così dicendo mi porse il biglietto.

Il canonico era come fulminato. Io volli essere sincero, e gli dissi:

— Signor Battista; confesso l’errore; trattasi di una simpatia, scusabile perchè destata da intenzioni oneste. Ella è innocente; mi ha risposto in un momento d’inconsideratezza. Fui io che la costrinsi ad accettare...

— Siete in errore! — soggiunse il papà gravemente — Ella non ha nulla accettato, non ha nulla ricevuto, non ha nulla risposto. La colpevole è soltanto mia moglie!

— Per pietà, perdonatela. Vi giuro che...

— Ma che giuramenti! che perdono! Mia moglie ha fatto benissimo, e peggio per me che non sono buono che a sorvegliare il ficus carica!

Io ed il canonico guardammo il pacifico genitore, senza capirne una maledetta. Il suo buonumore ci faceva cader dalle nuvole.

— Ma... che avvenne? — fece il canonico rivolto al fratello, temendo di arruffare i fili della matassa.

— Che avvenne? — ripetei macchinalmente. E Battista si rivolse a me:

— Avvenne semplicemente che la vostra lettera diretta a Rosina venne intercettata da mia moglie; e mia moglie me l’ha consegnata per restituirvela. Mi ha pur dato l’incarico di dirvi, che avreste fatto assai meglio a rivolgervi direttamente alla madre, anzichè ad una ingenua figliuola che ancora non conosce il mondo; perocchè, se i mariti sono gli ultimi ad accorgersi delle faccende di casa, è pur vero che le mogli, le madri e le matrigne hanno gli occhi aperti e vegliano sempre!

Il canonico ritirò la lettera dalle mani del fratello, e me la consegnò con un’occhiata che voleva dire: — ringraziate la provvidenza, e regolatevi per l’avvenire!

— Ed ora — continuò il papà, cambiando tono — esaurito l’incidente, ho il piacere di annunziarvi che accetto ben volentieri la vostra domanda di matrimonio, e vi accordo la mano di mia figlia Rosina.

Un fulmine caduto a’ miei piedi mi avrebbe meno impressionato. Non ebbi neppur la forza di rispondere, e con un’occhiata supplichevole invitai il canonico a togliermi d’imbarazzo.

Il povero prete capì la buona fede del fratello, la mia critica posizione, e la sua grave risponsabilità in affare sì delicato; e dopo avermi lanciato uno sguardo feroce, disse solennemente a me rivolto:

— Ed io, a nome della famiglia, vi rifiuto per ora la mano di Rosina. Mia nipote è troppo giovane: non ha ancora compiuto i quindici anni.

— Ma... — fece sorpreso Battista.

— Fratello — continuò il prete — abbi giudizio e pazienza. Ho promesso in dote la mia cardiera a tua figlia, purchè sposi un marito di mio piacimento... e un po’ di riguardo mi si deve usare. Ne riparleremo fra un anno, se il signor Giulio farà da bravo, mantenendosi fedele nei suoi affetti; per ora non deve pensare che agli studi delle tasse dirette ed indirette, che potranno avvantaggiarlo nella carriera da lui prescelta.

Che avreste fatto voi? Io mi rassegnai al mio destino; e quando dopo sette giorni mi disposi a lasciar Bosa, non mancai di recarmi a salutare il buon canonico; il quale mi offrì una presa di tabacco, dicendomi:

— Signor Giulio; pensate a’ casi vostri e mettete giudizio. Fra un anno spero di rivedervi per farvi ammirare una nuova qualità di carciofi, che io penso di presentare alla prossima Esposizione di Torino. Li ho ricevuti stamane da un mio amico, e appartengono al genere comune: cynara scolymus virdis.

— Vi ringrazio della buona intenzione — risposi — ma prevedo fin d’ora che preferirò sempre i così detti carciofi romani.

— E per qual ragione?

— Perchè non hanno spine.

— Siete in errore. I carciofi romani non sono buoni che per friggere.

— Tanto meglio: faranno proprio al caso mio!

Lasciai il canonico con una stretta di mano, lusingandomi che in migliore occasione avrebbe perorato la mia causa.

***

Trascorse intanto quell’anno, e venne il maggio del 1884. Ero sul punto di recarmi di nuovo a Bosa per iniziare le pratiche de’ miei sponsali con Rosina, quando ricevetti per la posta un elegante cartoncino Bristol, contenente sette righe di nitida scrittura inglese, litografata.

Era la partecipazione di matrimonio della Signorina Rosina A. col signor Roberto B. dottore in agronomia, ex professore della scuola agraria di Portici, già coadiutore nello stabilimento Cirio per la confezione dei carciofi sott’olio, e finalmente incaricato dell’insegnamento della lingua latina nel Ginnasio di Bosa. Lo zio canonico non poteva desiderare di più!

Chinai la fronte mortificato, e dissi fra me stesso:

— Me la son meritata! La città di Bosa mi rammenterà sempre un disgraziato amore, nato, cresciuto, e morto fra i cardi ed i carciofi. E se di carciofi e di cardi il canonico non mi avesse parlato, certamente l’equivoco non sarebbe avvenuto, e mi sarei allontanato con prudenza da Carmela per sposare Rosina. Ma che fare? pazienza! Ricorderò in ogni tempo che le belle rose, come i buoni cardi, hanno sempre le spine!

FINE