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Da un carteggio inedito

Chapter 41: GIUSEPPE TORQUATO GARGANI A DON LUIGI BOLOGNINI, IN FAENZA.
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About This Book

A selection of eighteen late letters by Giosuè Carducci to a countess reveals the poet's inner life during his final years, showing intellectual lucidity despite physical decline. The correspondence mixes personal recollection, expressions of tender affection and regret, reflections on Romagna and on friendships, and moments of poetic inspiration, all conveyed in a compact, incisive style. Prefatory commentary situates the letters as an affectionate tribute and as a corrective to misconceptions about his waning years, while anecdotes and memories illuminate the social and artistic circles that shaped his later life.

GIUSEPPE TORQUATO GARGANI
A DON LUIGI BOLOGNINI, IN FAENZA.

Mio caro Gigi,

È troppo tempo che non ho tue nuove da te; fa' di scrivere come prima potrai. Io sto benissimo, e sento la vita ora che sono in guerra con tutti i poetini e prosatorucci di Firenze. Ti mando con questa una mia dicerìa: hoc fonte derivata clades. È una canzonatura da cima a fondo, che ha fatto rider me, scrivendola; e molti dotti davvero, leggendola. La leggerai anche tu, e daraimene il parer tuo. La darai a don Lanzoni[65] e al Minardi,[66] i quali carissimamente saluto. Oh, se sentissi cosa dicon di me questi giornali infranciosati! Credo d'aver fatto la bocca larghissima a riderne, e figurati che han pubblicato ch'io sono impazzato e messo all'ospedale, e che settimana per settimana daran le mie nuove alla gente. Perdio! l'è una critica da fare i capelli bianchi. E per di più han citato minchionando due versi per miei, i quali io non scrissi mai: bravi i birbanti b.....! A me par d'essere altr'uomo, e son contento che la dicerìa abbia fatto quel che doveva tare, e gongolo delle fiacche furie e dell'escandescenze sguaiate di cotesti pigmei, i quali han fatto veder chiaro che li ho arrivati nel vivo. Per le vie è un domandare: è quello l'autore della dicerìa? e chi compate, chi gabba, chi guarda in cagnesco, chi sogghigna, chi loda: ed io rido di tutti. Così è, mio caro Gigi; io quietissimo e umilissimo omiciattolo ho messo sossopra la repubblica letteraria in Toscana e fors'anche fuori. Gli amici, che a loro spese hanno stampato il mio scritto, si sono riuniti in una specie di accademia,[67] e faranno battaglia a corpo morto contro tutte le romanticherie e tutti i capricci infranciosati, inglesati, intedescati: son pochi, ma hanno fegato e lombi italianissimi. Era tanto che costoro facevano i demagoghi: anche la pazienza ha un confine, e bisognava che qualcuno salvasse l'antica fama del senno fiorentino messa in terra da questi m.... L'abbiamo fatto noi; non benissimo, per manco di sapere; ma con il calore di giovani amantissimi dalla maestosa letteratura italiana: la volontà scusi la debolezza della natura. Tu scrivi e seguita ad amare il tuo fratelluccio impazzato. Saluterai la gentile signora contessa Pasolini[68] e il signor conte.[69] Se credi bene, fa' leggere la dicerìa al conte Antonio[70] e al conte Francesco,[71] a' quali ricorderai la mia servitù. Se conosci o a Faenza o a Forlì o a Bologna qualche buon letterato, dillo, che glie la manderemo, perchè desideriamo che giri. Ho veduto Ghinassi,[72] c'ora è in Livorno. Ricordami ai buoni Farina,[73] scusandomi se non scrivo per essere occupatissimo in lavori e battaglie. A settembre (se non mutan le cose) vo con una signora maestro per sei anni a Montegemoli, presso a Volterra.[74] Ti saluto e ti abbraccio.

20 luglio 1856.

G. T. Gargani.