Maddalena, 20 Ottobre 1849.
«Stimatissimo signor Cammillo.
«Abbenchè io non abbia l'onore di conoscervi personalmente — la fama vostra chiarissima ovunque — di gentilezza, e somma perizia nell'arte medica — mi fanno ardito a chiedervi un consiglio. Una persona per cui m'interesso molto — è stata morsa da un cane, e si teme una conseguenza idrofobica — essa non potrebbe recarsi presso di voi — per imponenti motivi, e desidero caldamente un consiglio vostro sopra il processo da effettuarsi in tal caso. Ditemi pure se i bagni sulfurei potrebbero essere in tal caso di giovamento. —
«Vi anticipo, Stimabilissimo Signore, tutta la mia riconoscenza — compiacetevi, vi prego, di un riscontro — e comandate in ogni caso il vostro
«G. Garibaldi.»
Dottore Cammillo De Serafini
in San Dalmazio
Maremma Toscana.
Fatti salire i due profughi l'uno a sinistra, l'altro a destra nel baroccino, il Martini consegnò a ciascuno di essi un fucile, e montato in mezzo a loro, prese a guidare il cavallo e partirono per la via di Massa. — Erano circa le 10 quando si mossero dal Molino di Bruciano, e circa alle 12 erano arrivati senza incidenti al punto dove li aspettavano i fratelli Lapini. — Si erano essi partiti da Massa nel modo seguente: Riccardo Lapini e un suo familiare fidatissimo Biagio Serri andarono a ricevere il Generale e il compagno, mentre Giulio Lapini e Domenico Verzera tenutario di vetture si andavano ad appostare dall'altro lato della città nel piano di Schiantapetto. — E qui sembrerà imprudenza il vedere partire i due esuli da Castelnuovo scortati dal solo Martini, ed essere ricevuti sotto Massa da due soli patriotti. — Ma si rifletta che la riuscita dell'impresa non dipendeva dalle forze che si sarebbero potute spiegare, ma dalla celerità e segretezza nel condurla. — Era il Martini eccellente cacciatore dotato di non comune coraggio, e di quel sangue freddo che gli abbiamo visto mettere in opera, e che giova più del numero nell'eseguire operazioni siffatte. — Era poi Riccardo Lapini, testè reduce volontario del governo democratico di Guerrazzi, parco di parole, pronto a venire alle mani per ogni nobile causa, e tale da perdere generosamente la vita, per salvare quella dei due che andava ad incontrare. — Nè meno risoluto era Biagio Serri sebbene più maturo d'età, quindi più riflessivo, ma ugualmente infiammato di amore par le idee democratiche. — Quanto a Domenico Verzera basti dire che il buon patriotta fu messo dai bravi fratelli Lapini a parte del segreto per procacciarsi le vetture occorrenti, e fu fatta tanto bene la scelta, che quando si parlò di pagare l'opera sua, il buon uomo del popolo pianse come un fanciullo trovandosi umiliato della offerta mercede, e disse di essere povero, non avere che i suoi cavalli per mantenere la sua famiglia, ma essere stato pronto, fino da quando fu richiesto dell'opera sua, a dare cavalli, vita, e quanto avesse di più caro per salvare l'Eroe di Roma. — Così dicevano, e ponevano in opera, così dicono e farebbero all'uopo i popolani della Maremma Toscana. — E si rammenti infine che i due da scortarsi valevano da sè soli un esercito, e che tutti erano provvisti di armi, e sapevano all'occorrenza adoprarle. — Fu discusso dai fratelli Lapini insieme al Guelfi il progetto di andare ad incontrare Garibaldi con numero tale di giovani da renderlo sicuro da un colpo di mano del Governo Granducale, ed era facile riunire questo numero tanto a Massa, quanto a Scarlino, che avevano dato buon nerbo di volontari al Governo Democratico. — Ma fu subito abbandonata l'idea, che se era buona a condurre in salvo Garibaldi fino al mare, e se più si adattava alla natura di quei fieri maremmani, avrebbe poi impedito all'Eroe di andare più in là. — Ecco perchè pochi e risoluti ebbero l'onore di prendere parte all'impresa. Un numero maggiore non era tale da mantenere il segreto; tanto è ciò vero che per imprudenza di uno di coloro che ne erano a parte il 2 Settembre, cioè il giorno di poi, la polizia di Massa era informata del passaggio di Garibaldi avvenuto la notte stessa, e all'ottimo dottor Ricciardi, autore dell'opuscolo citato, diceva il Vicario (che per la sua bigotteria gesuitica era chiamato a Massa suor Caterina) di aver prese tutte le sue misure, e questa volta il bandito non potergli sfuggire[14]. — E quando il bigotto Vicario così parlava l'opera dei patriotti toscani era felicemente compiuta. — La modesta vela di una navicella portava con sè il predestinato, che dopo 10 anni doveva colle sue gesta gloriose rendere possibile al popolo italiano il costituirsi in nazione, e spazzare da sè per sempre quei tirannelli, di uno dei quali il furibondo suor Caterina era servitore abietto e zelante.
Intanto Riccardo Lapini e Biagio Serri armati di fucile si erano appostati in un piccolo boschetto vicino alla casa poderale detta Le Malenotti, e quivi aspettavano da poco tempo, quando ad un tratto sentirono rotto il cupo silenzio della notte dallo scalpitar di due cavalli che si avvicinavano dalla parte di Massa Marittima, e poco dopo videro passare a poca distanza dal bosco nel quale erano appiattati, due gendarmi a cavallo in perlustrazione. — L'inaspettato incontro turbò i due patriotti, e non pensando che allo scopo pel quale si trovavano colà, cioè la salvezza del Generale, alzarono i cani dei loro fucili, ed erano per esplodere sui malcapitati gendarmi, quando un barlume di riflessione li trattenne, e seguirono silenziosi e guardinghi i due soldati fiancheggiando la via fino alla biforcazione della strada di Volterra da dove aspettavano Garibaldi, e pronti a fare fuoco se i due gendarmi avessero preso per quella parte; ma essi continuarono la via di Siena, e se avessero saputo il pericolo che sfuggivano, si potevano dire fortunati davvero, chè sarebbero stati due vittime, sotto i colpi aggiustati e sicuri dei due massetani, e quando anche per un caso insperabile fossero fuggiti da quello, avrebbero trovato poco dopo altro pericolo anche più serio nel baroccino del Martini. — E questo buon vecchio ha assicurato di poi, che se avesse avuto l'incontro dei gendarmi, avrebbe per il primo, e subito, fatto fuoco colle pistole di cui era armato, e il come sarebbe andata a finire non è dubbio, se si pensa che i compagni del Martini si chiamavano Garibaldi e Leggero.
Lapini e Serri si posero più tranquilli ad aspettare, dal momento che videro dalla direzione presa dai gendarmi come il Governo non avesse alcun sospetto sulla venuta dei profughi, e infatti poco dopo sentirono un lontano romore di ruote, che sempre più si avvicinava, ed essendo quasi certi che era il baroccino desiderato, si misero in evidenza sulla via. — Si fermò il legno a non breve distanza, e si udì la voce chiara e tranquilla del Martini, che gridò: «Venezia,» e fu risposto «Venezia,» e gli uni e gli altri si corsero incontro, mentre il bravo Martini diceva al Generale: «Siamo nelle braccia agli amici» e scesi tutti a terra, e scambiati i saluti coi patriotti di Massa, il piccolo drappello si diresse a piedi fin presso le Malenotti, ove il Martini accomiatandosi con un saluto dai massetani, e con auguri ed abbracciamenti dai cari esuli, riprese col suo legno la via del Morbo. — Garibaldi dimostrò a Girolamo la sua gratitudine colle stesse parole pronunziate a Prato ad Antonio Martini: «A rivederci a tempi migliori.» — E Girolamo Martini rivide due volte il Generale, ma non sappiamo se in tempi migliori; lo rivide a Pisa nel 1862, e a Salò nel 1866 — a Pisa ferito al piede dalla palla d'Aspromonte — a Salò ferito al cuore per aver dovuto abbandonare il frutto delle sue vittorie conquistato a prezzo di tanto sangue generoso. — Alla ferita d'Aspromonte aveva risposto gridando: «Non fate fuoco.» All'ordine di ritirarsi dal Trentino, aveva risposto: «Obbedisco.» Oh, doppio martirio dell'anima grande! La patria deve più al suo Eroe per quei due sacrifizi, che per le sue cento vittorie. — Che il Martini avesse ambedue le volte oneste accoglienze è inutile il dire. Gli domandò il Generale con amore notizie di tutti i patriotti che avevano coadiuvato al suo salvamento del 1849, e fu per suo mezzo che invitò e pregò Angiolo Guelfi di andarlo a trovare a Pisa.
Intanto Garibaldi e Leggero insieme ai due massetani si mossero a passo più che concitato, e per la strada maestra giunsero al podere denominato Casetta del Marcio presso l'antico padule della Ghirlanda. Allora, abbandonata la via ruotabile, presero una strada a sterro sulla destra che conduce alla Fonte di Bufalona, ove, prima di arrivarvi presero un viottolo parimente a destra, percorrendo il quale per lungo tratto, girarono alla lontana la città, e giunsero al piano di Schiantapetto al termine della scesa di tal nome. — Colà si trovavano Giulio Lapini e Domenico Verzera con due baroccini impostati. — Si riconobbero a distanza alla convenuta parola, e subito nel primo legno, guidato da Domenico Verzera, salivano Garibaldi e Leggero, e sul secondo, guidato da Giulio, stavano i due fratelli Lapini bene armati, che servivano di scorta. — Si mossero rapidamente e di conserva i due legni, e percorrevano la via maestra, quando prima di arrivare al luogo detto la Cura, raggiunsero due gendarmi a piedi, i quali conoscendo bene i fratelli Lapini, salutarono la comitiva credendoli tutti cacciatori che andassero a diporto alle quaglie nella vicina pianura. — I due baroccini giunti alla Cura, presero la via, allora a sterro, del Vado all'Arancio come più breve e più sicura, e sboccando per essa nella via Emilia, dopo un chilometro raggiunsero senza altri incontri la casa Guelfi nel piano di Scarlino. — Erano ivi riuniti in gruppo, secondo il convenuto, davanti alla Casa, i quattro scarlinesi Olivo Pina, Giuseppe Ornani, Oreste Fontani e Leopoldo Carmagnini, e per tutti rispose un festoso: «Venezia,» Olivo Pina, alla parola di segnale che da lontano aveva gridata Giulio Lapini. — Il Generale era cogitabondo, ed entrò silenzioso nella casa dopo avere detto: «Buongiorno, amici.» — Erano le ore 1 e mezzo antimeridiane del 2 Settembre.
Nel tempo che avvenivano tutte queste cose, Cammillo Serafini e Angiolo Guelfi stavano a San Dalmazio trepidanti sul buon esito dell'impresa. — Appena fu giorno spedirono un espresso al Morbo per sapere qualche cosa dal Martini, che doveva essere di ritorno, e con loro consolazione riceverono la seguente lettera scritta da Girolamo Martini, ma senza data, e senza indirizzo:
C. Signore,
«Dall'espresso ho ricevuto il suo biglietto al quale rispondo con piacere, e gli dico che dopo quattro ore che mi fu consegnato i due oggetti, io non mancai di consegnarli a quattro oggetti simili a que' due che non si poteva trovare di meglio e sono sicuro che ora, nel momento che scrivo, sarà fatta l'ultima consegna con il meglio esito che si possa desiderare, e con il piacere di presto poterlo vedere per fargli i più distinti ossequi ancora per parte degli amici. Potrà venire al Bagno con il suo parente che mi farà un regalo. In fretta mi creda
«Suo devotiss. servitore
«G.o Martini.»
Appena ricevuta questa lettera, e ormai quasi sicuro del fatto suo, partiva subito il Guelfi per Pisa, quantunque ne fosse dovuto fuggire con la famiglia pochi mesi avanti, e col pericolo di essere ivi arrestato andava a sviare colla sua presenza l'attenzione dalla sua casa di Scarlino, presa di mira come il proprietario, e andava anche a preparare una difesa per sè e per gli altri, nel caso non improbabile di un futuro processo. — E il processo fu iniziato subito dal Vicario di Massa, ma quantunque più volte ripreso, andò sempre a vuoto per mancanza di prove e di fatti, e soprattutto per la presenza accertata di Angiolo Guelfi a Pisa nei giorni in cui si voleva imputargli di avere dato ricovero a Garibaldi nel piano di Scarlino[15].
V
Dalla Casa Guelfi a Cala Martina
a casa Guelfi, detta anche «La Pecora» dal nome del prossimo fiume, è un fabbricato a tre piani, di forma quadrata, di mediocre proporzione, situato lungo la Via Emilia fra Follonica e Scarlino. Costruita ad altro scopo, servì di poi ad uso agricolo, e nel tempo in cui vi si fermò il Generale non aveva altre case all'intorno, eccetto un capannone che serviva ad uso di stalla e fienile. Posta nella bassa pianura di Scarlino, vicina al padule, era nei mesi d'estate un luogo non frequentato, quantunque così prossimo alla via maestra. Entrò il Generale preceduto da Giulio Lapini ed Olivo Pina, e fu condotto nel salotto del piano di mezzo, ove gli fu preparato un caffè che accettò volentieri. Giunsero subito dopo in baroccino Pietro Gaggioli e Paolo Azzarrini per prendere gli ultimi accordi circa all'imbarco, onde avanti di procedere oltre è necessario spiegare quanto fu fatto su tal proposito da Pietro Gaggioli che col provvedere l'imbarco ha avuta una parte così interessante nel salvamento di Garibaldi.
Abbiamo trovato il bravo Giccamo sulla via da Follonica a Massa, che cedendo alle ragioni e alle preghiere di Angiolo Guelfi abbandona i proprii affari, e torna difilato a Follonica. — Da quel momento, Giccamo non ha preso più un minuto di riposo. — Parte la sera del 29 agosto in baroccino insieme a suo figlio per Piombino; approfitta della circostanza di essere il fornitore della brace dei penitenziarii di Portolongone e Portoferraio, e prende la via dell'Elba senza essere provvisto del foglio di via allora prescritto; per fare ciò è naturale che non può servirsi della Posta, e si dirige a un tale Pietro Del Santo detto Bacco barcaiuolo, il quale allega il solito ostacolo del foglio di via per sè e per Giccamo, e i di cui scrupoli sono vinti dalla lauta mercede di sei francesconi; si fa sbarcare di contrabbando alla Punta al Cavo fra Marina di Rio e Portoferraio; di là va a piedi a Portolongone in cerca di Paolo Azzarrini padrone di barca peschereccia, suo intrinseco amico, e che spera potere tirare all'esecuzione dei suoi disegni; vince la naturale renitenza dell'Azzarrini, che vede in quanto è per fare compromesso l'avvenire della sua famiglia, ma che cede poi alla parola amica e patriottica di Pietro Gaggioli. Portate le cose a questo punto, l'Azzarrini si munisce di patente regolare per sè e quattro marinari con destinazione a Follonica, imbarca di contrabbando l'amico Giccamo, arriva nella notte del 31 agosto alla spiaggia di Follonica, ne sbarca sempre di contrabbando il Gaggioli, e la mattina del 1º Settembre fa vidimare regolarmente la sua patente in arrivo, e per non generare sospetti, si pone a contrattare una partita di acciughe. — E Giccamo assennato ed infaticabile aveva raggiunto il suo scopo. — Era andato all'Elba, e ne era tornato senza lasciare traccia di sè, non aveva generato sospetto nel barcaiuolo di Piombino, perchè si sapeva da tutti avere esso continui interessi nell'isola; aveva provveduta la barca, culmine del desiderio suo e degli amici. — Ma appena sceso a terra non si riposa. Sale in baroccino, e va da sè stesso a portare la lieta novella a Giulio Lapini, il quale, secondo il convenuto, fissa la partenza dei profughi da San Dalmazio nelle prime ore della sera, avvisa dei luoghi nei quali saranno appostati i patriotti da servire di guida e di scorta, e finalmente invita Olivo Pina a mezzo di espresso ad essere insieme ai compagni dalle 12 in là della notte fra il 1º e il 2 settembre al posto stabilito alla casa Guelfi. — Giccamo poi torna a Follonica, e lo vediamo all'ora fissata giungere alla casa Guelfi insieme all'Azzarrini per prendere gli ultimi accordi[16]. E tutto questo lavorìo condotto in tempi e circostanze così difficili affidato per l'esecuzione a tante e sì diverse persone, e in luoghi così diversi, doveva compiersi, e si compiè con esattezza ammirabile in una notte per il futuro bene d'Italia. Si dia larga parte d'onore ai bravi che concorsero all'impresa, ma si dia la sua parte anche alla costante e propizia fortuna del Generale.
Brevi furono gli accordi presi fra il Generale, l'Azzarrini, Giccamo e Olivo Pina. — L'Azzarrini sarebbe fra le 9 e le 10 in vista di Cala Martina, riconosciuta come luogo più adatto all'imbarco. — Giccamo ricondurrebbe l'Azzarrini a Follonica, e anderebbe a raggiungere in luogo detto «Meleta» il drappello che si muoverebbe dalla casa Guelfi per raggiungere Cala Martina. — Olivo Pina scorterebbe insieme ai compagni i due profughi attraverso il piano di Scarlino per un itinerario tracciato fino a raggiungere a Meleta le boscaglie che allora vi esistevano, e a traverso a queste farebbe raggiungere il punto stabilito. Dopo di ciò fu pregato il Generale di prendere qualche momento di riposo, ed esso accettando, domandò quale era la camera del Capitano, volendo con ciò attestare la sua gratitudine ad Angiolo Guelfi assente, che tanto aveva fatto per condurre lui e il compagno in luogo di salvezza. Indicatagli la camera, che è quella corrispondente all'angolo nord-ovest della casa, si adagiò sul letto così vestito come era, e il Leggero si gettò su di un letticciuolo nella camera stessa.
Nel breve tempo che gli ospiti prendevano riposo, fu preparato un qualche cibo per ristorarli, come lo permetteva il luogo e la precarietà delle circostanze. Abitava il piano più alto della casa la famiglia del colono, e fu incaricata la sua moglie di preparare una zuppa pel Generale e pel compagno. Intesero bene quei buoni lavoratori che vi erano nella casa proscritti politici, ma non li videro nè seppero i nomi loro, e quanto al ricovero che ivi trovavano i perseguitati, era per essi cosa abituale, alla quale erano stati ormai assuefatti dal proprietario, a cui erano legati per verace affezione. I quattro Scarlinesi facevano intanto vigile guardia, e uno di essi stava constantemente nel piazzale ove si apre l'unica porta d'ingresso della casa. Alle ore 4, dopo un'ora e mezzo di riposo, Olivo Pina andò a battere alla porta della camera in cui era il Generale, ed avvertì che si ponessero in ordine per la partenza. Fu subito pronto il Generale, ma inavvertito, dopo Olivo Pina, si presentò sull'uscio di camera un giovane ungherese disertato dall'esercito austriaco sotto le mura di Livorno. Aveva anch'esso trovato ricetto ospitale da più mesi in quelle lande maremmane, e si era per tutto quel tempo ricoverato alla casa Guelfi, e alla Fonte al Bugno, vicino podere diretto allora da Olivo Pina. Non si sa come, ma certamente doveva avere avuta notizia della presenza di Garibaldi, poichè affannandosi in segni di rispetto, parlava animato al Generale in lingua ungherese, e sulle sue labbra veniva spesso il nome venerato di Kossuth. Lo stava ascoltando Garibaldi, quantunque non lo intendesse, e domandò a Giulio Lapini ed Olivo Pina chi fosse quel giovane, e cosa volesse. Gli fu spiegata in poche parole la causa per cui l'ungherese si trovava in quei luoghi, e Garibaldi sempre compassionevole per tutti, mostrò desiderio di condurre seco il disertore, ma si opposero il Lapini e il Pina dicendogli avere essi preso impegno cogli amici di provvedere alla salvezza della sua vita preziosa, e non potere mai permettere di farla esporre a maggiori pericoli per l'ungherese, al quale si sarebbe pensato a tempo migliore; e siccome il Generale mostrava di non cedere a quelle ragioni, fecero allora intendere il rifiuto del capitano Azzarrini di portare un individuo più del convenuto sulla sua fragile barca, e a questo argomento cedè, sebbene a malincuore, Garibaldi. L'ungherese poi fu fatto ritornare alla Fonte al Bugno, con ingiunzione per parte di Olivo Pina di non allontanarsene fino al suo ritorno.
Presero una zuppa i due esuli, e avanti di partire cambiarono il loro vestito coi fratelli Lapini, cioè Garibaldi con Giulio, e Leggero con Riccardo, e disse il Leggero che così avevano fatto diverse volte durante il loro trafugamento, unica misura di sicurezza che era stato possibile far prendere al Generale. Erano le 5, ora stabilita per la partenza, ed essendo riuniti nel salotto della casa Guelfi gli esuli, i fratelli Lapini, e i quattro Scarlinesi, Giulio si rivolse al Garibaldi, e gli disse come buon augurio: «Sapete, Generale; oggi abbiamo letto nei giornali a Massa che eravate a Venezia in compagnia di Manin e del generale Pepe, e ne abbiamo riso di cuore, perchè nessuno vi sospetta qui.» Poi gli accennò ai quattro Scarlinesi come giovani a tutta prova, dicendogli: «E ora vi consegno in mano di amici tali quali avete incontrato fin qui.» Garibaldi e Leggero abbracciarono e baciarono i fratelli Lapini, e li pregarono di ringraziare a loro nome Angiolo Guelfi per l'ospitalità ricevuta nella sua casa, e più ancora per quanto aveva esso operato. Quindi si divisero, restando i Lapini alla casa Guelfi, e partendo i due profughi scortati dai quattro Scarlinesi alla volta del mare.
Partì il drappello dei sei, armati tutti di fucili a due canne. Precedeva Olivo Pina, seguiva il Generale, poi gli altri. — Camminavano silenziosi poichè Garibaldi era cupo e cogitabondo. — Cosa pensava egli, scampato da tanti pericoli, e quasi in salvo? — Forse pensava alla sua diletta Anita, che mercè l'opera dei bravi patriotti occorsigli sarebbe ora seco se non gliela avesse rapita la morte; forse pensava alle risorse che avrebbe trovate in mezzo alla popolazione maremmana, se avesse diretta la sua ritirata per quelle parti anzichè per l'Umbria, e qualche cosa ne disse, come vedremo di poi; e forse subiva quel sentimento vago d'inquietudine, che provano anche le anime grandi quando stanno per accingersi ad un passo decisivo e finale. — Passarono davanti alla casa della Fonte al Bugno, presero l'argine destro del fosso Allacciante fino al passo detto Pedata di Caserma, e qui traversarono il fosso, che in quella stagione è asciutto, continuando per l'argine sinistro.
Narro ora un triste episodio. Nella lunga peregrinazione di Garibaldi dall'Adriatico al Tirreno, è qui soltanto che ebbe esso ad incontrare persona disposta a nuocergli per animo deliberato. Era questi un tale Antonio Cardini ex-gendarme dei Lorenesi, che fu incontrato sull'argine destro mentre guardava maiali di proprietà di Domenico Fontani, fratello ad Oreste, uno dei quattro Scarlinesi che scortavano Garibaldi. Il Cardini riconobbe il Generale per averlo riveduto in altri luoghi, e lo esternò a Giuseppe Ornani, che in quel momento era l'ultimo della comitiva. Negò come era naturale l'Ornani, e aggiunse che sbagliava d'assai se sognava Garibaldi in quei luoghi, mentre il da lui supposto proscritto non era che un cacciatore, col quale andavano essi Scarlinesi in padule, e credè averlo convinto, e fu bene pel tristo, perchè i quattro giovani non erano tali da lasciarsi dietro una spia. Passò oltre la piccola brigata, e il Cardini col cuore ormai deturpato dal suo vecchio mestiere, tornando la sera al paese, ripetè di avere veduto il giorno stesso Garibaldi traversare il piano di Scarlino, e disse ciò al suo padrone noto e zelantissimo reazionario, il quale però sapendo contemporaneamente come fra i componenti la brigata sospetta vi fosse suo fratello Oreste, non ne fece nessun caso. L'ex-gendarme però era invasato dal turpe desiderio di un lauto guadagno, e voleva andare a denunziare il fatto ai gendarmi di Follonica, ma pensò bene di non farlo quando fu prima sconsigliato, poi minacciato della vita da Giorgio Fontani altro fratello ad Oreste; e sapeva bene il vigliacco delatore che la faceva con uomini capaci di mantenere la promessa.
E qui vogliamo dire cosa che se non aggiunge gloria alla meritata fama di disinteresse del Capitano del Popolo, torna di onore immenso a quei generosi che erano disposti a far sacrifizio della vita e degli averi per condurlo in salvamento. Il capitano Leggero camminava spesso di coppia con Giuseppe Ornani, e presso a poco nel luogo detto di sopra, ragionando fra loro, gli disse come tutto il denaro di cui disponesse il Generale consisteva in dieci monete (forse voleva dire pezzi da 20 lire), ma che il Serafini colla sua squisita gentilezza aveva messa a disposizione di Garibaldi una qualche somma, depositandola su di un mobile della camera da lui abitata. — E questo avveniva quando i sicarii della penna cercavano con ogni maniera di calunnie insozzare la bella fama del Generale. — Quanto poi alla nobile offerta del Serafini, noi crediamo sia la più bella lode il narrarla, aggiungendo come esso non ne abbia mai fatta parola ad alcuno nè prima nè poi.
Continuarono la via in sembianza di cacciatori sull'argine sinistro dell'Allacciante, fino all'imbocco in questo del fosso minore detto Fontino. Quivi è un ponte di legno per uso dei guardiani, gettato sulla foce del fosso stesso. Passarono il ponte, e invece di continuare a discendere verso il padule, presero l'argine sinistro del Fontino risalendolo, e così si trovarono sulla «Via Dogana,» largo stradone a sterro che da Scarlino conduce al Puntone. Fatti pochi passi sulla Via Dogana, le grosse campane di Scarlino cominciarono a suonare per una qualche funzione religiosa. Il paese era vicino, lì sul prossimo poggio, il vento favorevole, il suono bello e maestoso, e tutto ciò, e la giacitura del paese, veduto da quella parte, così fabbricato per lungo sul crinale del poggio, faceva credere Scarlino molto più grande di quello che fosse.
Si fermò sorpreso il Garibaldi, e domandò: «Che paese è quello? — È Scarlino, il paese nostro e del Capitano,» gli rispondeva Olivo Pina, e sapeva di fargli cosa grata chiamando in tal modo Angiolo Guelfi, poi alludendo al suono delle campane che aveva attirata la sua attenzione, continuò con tuono deciso: «E se ordinate, Generale, gli si fa cambiare suono.» A queste parole il capitano Leggero, che era fra gli ultimi, si fece avanti premuroso, e domandò quanti abitanti vi erano nel paese, e di quanti giovani si poteva disporre. — Risposero: «Il paese ha mille abitanti, e si può contare su tutti i giovani, ma venti almeno ci seguono, chè altrettanti sono tornati da poco, ed erano volontarî del governo di Guerrazzi.» Allora il Capitano si avvicinò a Garibaldi, e gli disse con fuoco: «Generale, ricominciamo di qui?» — E i quattro Scarlinesi stavano pronti ad aspettare gli ordini. — Ma il Generale guardò prima in faccia i suoi compagni, un lampo di gioia rasserenò la sua fronte, vedendosi circondato da uomini così risoluti, poi rifacendosi cupo, rispose: «Si porterebbero ad inutile carneficina; piuttosto i padri penseranno ad educare i loro figli per il giorno della riscossa.» — E fu continuato il cammino.
Percorsero sulla Via Dogana per forse duecento metri, poi deviarono a sinistra per una stradella, entrando nel bosco delle «Piane di Meleta,» e si fermarono a riposarsi all'ombra di una quercia. Era questo il luogo nel quale aveva dato convegno Pietro Gaggioli. E infatti l'infaticabile Giccamo era al suo posto. Si chiama la località «Fonte al Leccio,» ma di fonte non vi è che il nome, tantochè sentendosi il Generale preso da sete, sia per il cammino accelerato, sia a causa del calore estivo che principiava a sentirsi coll'alzare del sole, bisognò ricorrere alla prossima casa poderale di Meleta; vi andò Giuseppe Ornani, e ritornò insieme a tale Giovanni Lorenzi che vi risiedeva, e al quale aveva richiesta un poca d'acqua per dissetare una brigata di cacciatori. Venne il Lorenzi con una fiasca di vimini, e bevvero tutti l'acqua mista a rhum, del quale Giccamo aveva pensato di provvedersi. Il Lorenzi vide tutte quelle persone distese all'ombra della quercia, e così tutti armati di fucili a due canne li credè cacciatori, e continuò a crederlo per lungo tempo. Sul partire di là l'Ornani domandò al Pina qual via fosse meglio seguire, se cioè per «Val Citerna» e «Val Lunga» faticosissima e attraverso alla macchia, ovvero per la «Via delle Costiere» viuzza assai ben tenuta, perchè serviva allora al continuo passaggio da una torre all'altra dei Cavalleggieri di Costa. Proponeva l'Ornani di prescegliere quest'ultima come più breve e più agevole, onde non affaticare di soverchio il Generale. — Insisteva il Pina per la parte di Val Citerna e Val Lunga come più sicura, dovendosi passare in vista della Torre di Portiglioni se si volesse battere la Via delle Costiere. Il capitano Leggero domandò allora quanti uomini custodissero questa Torre di Portiglioni, ed essendogli stato risposto che vi risiedevano sei Cannonieri di Costa, saltò su a dire: «Passiamo pure di là, non ce ne tocca neppure uno per uno» e infatti erano sette compreso Giccamo che li aveva testè raggiunti; ma Garibaldi riprese, gravemente: «Non per noi che si parte, ma per coloro che rimangono, occorre usar prudenza.» E prescelse la via del bosco.
Sempre per sentieri traversarono Val Citerna, e giunti sulla cima si trovarono nella via ruotabile delle Collacchie. Il Generale non si aspettava di trovare una strada simile in mezzo a quelle boscaglie, e in luoghi così disabitati, onde si fermò sorpreso, e domandò: «Dove conduce questa strada?» E il Pina rispose: «Da una parte a Follonica, e quindi a Livorno, e dall'altra a Grosseto, poi a Roma. — Vi sarà il caso d'incontri? — Il pericolo è ben lontano, tanto più che noi la traversiamo soltanto, ma se si presentasse il caso di esser sorpresi, state sicuro che non vi lasceremo mai in mano dei nostri nemici.» — A queste parole il Generale si rivolse commosso a Leggero, egli disse: «Vedi quali uomini fanno in questa Maremma! Se avessimo conosciuta la strada e la popolazione, era questa la via da seguire.» Voleva alludere alla ritirata da Roma; e quando lì presso vide vacche vaganti, si battè la fronte ed aggiunse: «Se avessi saputo di trovare anche il cibo per i bravi soldati, sarebbe stata questa la via!»
Traversarono in obliquo la strada, e rientrarono subito nella macchia, e quando dopo pochi passi vi si furono internati, Olivo Pina che precedeva si rivolse al Generale, e col fare sicuro di chi dice cosa ormai certa, e con frase tutta toscana, gli disse: «E ora, Generale, chi ci ha visto, ci ha visto» — volendo fare intendere che non incontrerebbero più alcuno, e se lo incontrassero guai a lui. — Intese Garibaldi, e sorridendo dette uno sguardo a Leggero, e stava in quello sguardo la più bella lode pei coraggiosi Scarlinesi.
Così percorsero Val Lunga, e giunsero sulla Collacchia, o crine del poggio, che per l'altro declive termina con Cala Martina. Fino ad ora il drappello aveva percorsi sentieri malagevoli, ma pervii, e tali da permettere il passaggio di un uomo; ma qui finiva ogni traccia di strada, e Olivo Pina si soffermò e disse: «Ora bisogna abbandonare la viottola, e traversare la macchia,» e accennò a destra. Il Generale si voltò alla parte indicata, e con sorpresa vide al di sotto il mare; — di mesta e cupa che era fino ad ora la sua fisonomia si rasserenò — la vista del mare che gli è stata sempre gradita, gli doveva essere anche più gradita ora, dacchè era per lui la tanto cercata via di salvezza. Aveva detto al Serafini: «Sul mare, una trave basta per noi due,» e queste parole che in bocca di Garibaldi non erano vana iattanza, mostravano quanta fiducia dovesse sentirsi alla vista dell'elemento suo prediletto.
Entrò pel primo Olivo nel folto del bosco, poi Garibaldi, che rompeva la macchia col petto come un vecchio cacciatore maremmano, e tutti gli altri li seguirono per la ripida discesa; così pervennero alla Via delle Costiere, in quel tratto che soprastà a Cala Martina, e traversatala, per un sentiero più ripido ancora, ma un poco più aperto, toccarono la spiaggia del mare, sboccando nella parte di mezzogiorno, ad un terzo dell'arco descritto dal piccolo seno, e percorrendone tutta la massima curva, andarono a fermarsi all'altro terzo d'arco della parte opposta, cioè di settentrione, e quivi si fermarono giudicando il luogo più riparato, e insieme più adatto all'imbarco. — Finalmente Garibaldi poteva toccare l'elemento desiderato[17].
VI
L'imbarco
l lido toscano fra Follonica e Castiglione della Pescaia è formato da una serie di cale o piccoli seni, divisi fra loro da altrettanti piccoli promontorî o punte, che vanno a terminare nel mare. E quivi, ma molto più prossima a Follonica che a Castiglione, trovasi Cala Martina[18] formata dall'insenarsi del mare, e dal protendersi in esso di Punta Martina a mezzogiorno, e di Punta Sentinella a settentrione. La sorveglianza doganale, sanitaria, ed anche politica delle coste toscane si faceva allora mercè una serie di stazioni o torri poste in modo che dall'una si vedessero i segnali che si facevano dall'altra. Stavano a custodia di ciascuna torre e del lido, cinque o sei cannonieri, che per non demeritare tal nome avevano in custodia un cannone rivolto colla sua bocca innocente verso la marina. La stazione prolungata in quei luoghi disabitati, il servizio poco militare loro affidato, e più di tutto l'azione pestifera della malaria, rendevano questi soldati tanto poco temibili, che certamente la riunione dei guardacoste di quattro torri non sarebbe bastata a stare a fronte del nostro ardito drappello, composto di uomini vigorosi, pratici della località, e capaci tutti di una sicurezza di tiro più unica che rara. Oltre i cannonieri, che dal popolo maremmano venivano chiamati in spregio «Picchiotti,» eravi un altro corpo di militi a cavallo, e si dicevano Cavalleggeri Guardacoste, i quali disimpegnavano il servizio di corrispondenza fra l'una e l'altra torre, per cui erano queste riunite fra loro da una viuzza a sterro assai ben tenuta, e che chiamavasi Via delle Costiere. Questa via è più o meno lontana dal mare a seconda dei luoghi, e nel massimo d'insenatura di Cala Martina è distante pochi metri dalla scogliera. Chi si volge in quel punto verso la Cala ha sulla destra Punta Sentinella, sulla sinistra Punta Martina. — Punta Sentinella, prolungamento e fine del monte omonimo, più breve, più bassa, più pianeggiante nel suo dorso — Punta Martina più allungata nel mare, più alta, più acuminata. — I fianchi della prima sono tagliati a picco sul mare — quelli della seconda vanno degradando per una pendice ripida e ricoperta di folto bosco. Sulla vetta di Punta Martina eravi allora una stazione o torre di cannonieri, ma di lassù non si vedeva la Cala, almeno nel luogo ove doveva avvenire l'imbarco, e Punta Sentinella, disabitata, la ricuopriva dalla vista della torre di Portiglioni. Chi scendesse poi nella Cala si troverebbe come in un anfiteatro perfettamente semicircolare, con una bocca di forse quattrocento metri, e le cui pareti da ogni parte ripide sono nude dalla parte di Punta Sentinella, rivestite a bosco dalle altre. La spiaggia è breve, in alcuni punti quasi nulla, e formata di ciottoli con poca rena ed alghe, poi vengono gli scogli di natura arenaria, che sono talora scoperti, talora sommersi dalle onde marine, a seconda dello stato di quiete, o del dominarvi dei venti.
Era il drappello disceso al mare dalla parte di Punta Martina, e percorrendo la spiaggia in curva, andò a fermarsi a riparo di Punta Sentinella. Per quanto si poteva scorgere non vi erano barche alla vista. Allora fu il primo pensiero di Olivo Pina il mandare a speculare da luogo ove si scoprisse più largo orizzonte, e intanto provvedere alla sicurezza della brigata. Ordinò all'Ornani di percorrere il lido dalla parte di Punta Martina, e giungere allo scavalco da dove si scorge vasto tratto di mare verso Castiglione, ma di camminare sempre per la macchia facendo in modo di non essere veduto dai cannonieri di Punta Martina. — Appostò il Carmagnini nel bosco presso la Via delle Costiere, colla ingiunzione che se passasse il cavalleggere e non vedesse quanto si andava facendo alla Cala, lo lasciasse andare oltre, ma se succedesse altrimenti, facesse fuoco su lui. — E il Carmagnini si appostò tranquillo al suo posto, pronto ad eseguire l'ordine ricevuto. — L'Ornani poi percorse sempre per il bosco il tragitto indicato, ma arrivato allo scavalco di Punta Martina speculò l'uno e l'altro braccio di mare senza vedere la barca, e tornò a darne avviso ad Olivo Pina, da cui ricevè l'ordine di andare per la parte opposta onde vedere se l'Azzarrini fosse per venire di là. Pietro Gaggioli, che stanco dalle fatiche sostenute in quei giorni si era disteso accanto al Carmagnini senza scendere alla Cala, seguì l'Ornani nella corsa verso Follonica. In questo tempo il Generale stava estatico a riguardare il mare. Appena arrivato a Cala Martina aveva voluto bagnarsi i piedi nell'onda prediletta, e si era dato a slacciarsi la calzatura. Corse Olivo Pina ad aiutarlo, ma esso rifiutava, e cedè solamente all'insistenza sua, accettandone l'aiuto, e si lavò i piedi nell'acqua marina, contento, come diceva, di poter fare ciò dopo tanto tempo. Di poi insieme a Leggero, Fontani e Pina si trattenne sulla spiaggia ad aspettare.
Comparve poco dopo la barca, che veniva dalla parte di Follonica, senza essere stata veduta dall'Ornani e da Giccamo perchè aveva bordeggiato lungo la costiera in sembianza di barca peschereccia. Ed era infatti una semplice barca peschereccia, guidata da soli quattro uomini, cioè il padrone Azzarrini e tre marinai, e avendo camminato quasi rasente alla spiaggia, non poteva averla scorta l'Ornani che guardava ad una certa distanza, impedito a vedere vicino dal lido tagliato a picco, e coperto di folto bosco.
Appena la barca fu in vista, vennero dalla Cala fatti segnali collo sventolare di un fazzoletto, e la barca, veduti i segnali, si accostò subito alla spiaggia. — Era il momento solenne. — Il Carmagnini aveva abbandonato il suo posto di guardia, dal momento che la barca si era accostata. — Garibaldi in tutta la sua fierezza guardava al mare. — Pareva un leone imprigionato a cui fosse stata aperta la gabbia ferrata. — Si rivolse commosso ai tre Scarlinesi che lo stavano ammirando, e disse loro: «Non vi è nulla che possa ricompensare ciò che ho ricevuto da voi, ma spero di ritrovarvi a tempi migliori.» — Rispose Olivo Pina, commosso egli pure, e a nome di tutti: «Un pizzo della vostra pezzuola basta a ciascuno di noi — lo lasceremo come ricordo ai nostri figliuoli; — avevamo per unico scopo salvarvi e conservarvi all'Italia, e volentieri veniamo con voi fino a Genova, se lo volete.» — Assentirono gli altri due, e il Carmagnini insisteva sulla proposta di accompagnarlo, ma il Generale riprese: «No, nel mare non temo alcuno: ci rivedremo.» — Potenza singolare di quell'uomo che, se lo avesse voluto, avrebbe fatto quattro marinari di quei giovani incontrati poche ore fa, e che non avevano mai veduto il mare se non dalla costa.
Prima di partire volle dare un suo ricordo a ciascuno; a Olivo Pina un fischio d'argento colle due lettere incise CL (forse Cogliuoli Luigi); al Carmagnini un piccolo stile che si levò dal di dietro della cintura; al Fontani un piccolo portafogli da appunti, e da questo staccò un foglio ove fece la sua firma col lapis, e la consegnò ad Olivo Pina perchè lo dasse a suo nome all'Ornani tuttora assente. Poi li abbracciò, li baciò, li incaricò dei suoi saluti a Girolamo Martini, Cammillo Serafini e Angiolo Guelfi, e montò nella barca. Lo stesso fece il capitano Leggero salutando ed abbracciando gli amici, e la barca si mosse. — Allora il Generale, quando era ancora pochi metri lontano dalla spiaggia, mandò agli Scarlinesi, come ultimo saluto, il grido maschio e vibrato: «Viva l'Italia!» — Era sfida alla tirannide che lasciava padrona del campo — vaticinio di destini migliori — saluto ai patriotti che nel nome della patria derelitta avevano spregiati i pericoli per dare a lui salvamento. — Erano le ore 10 antimeridiane del 2 Settembre 1849.
In questo tempo l'Ornani tornava dalla sua escursione senza aver veduta la barca; aveva percorsi tre chilometri insieme al Gaggioli attraverso alla macchia foltissima della scogliera, e arrivati alla fonte detta di San Supero, trafelati dalla stanchezza, e dal sole cocente, si erano dissetati, poi il Gaggioli, rifinito dalla fatica, sentì di non potere rifare il cammino, e incaricato l'Ornani dei suoi saluti al Generale e al compagno, aveva ripresa la via di Follonica. Si affacciò l'Ornani al lido di Cala Martina, e vide la barca che già si allontanava, e il Generale in piedi che guardava la riva. Salutò dall'alto vivamente col fazzoletto, e gli fu corrisposto il saluto da Garibaldi e da Leggero, che continuarono così fino a quando non furono perduti di vista. Allora l'Ornani entusiasta del buon esito dell'impresa, voleva che in segno di gioia si scaricassero tutte le armi, ma si oppose il Pina più calmo, per non destare attenzione sul fatto che si era compiuto.
Ed anche questo voglio dire quantunque fosse pazzia, ma di quelle che muovono da impeti magnanimi, e tale da mostrare a quali uomini era affidato Garibaldi. Passarono i quattro Scarlinesi, per tornare alle case loro, dalla Torre di Partiglioni, e visto lì presso l'innocente cannone, utensile obbligato delle torri di costa, volevano in segno di festa a ludibrio dei cannonieri e del loro governo, gettarlo in mare. — E l'avrebbero fatto, chè quei quattro valevano per quaranta picchiotti (e Olivo Pina, certo ormai che il Generale era in salvo, si univa agli altri nell'esultanza del fatto), se per fortuna non fossero stati ivi incontrati e dissuasi da Giccamo, che tornava da riprendere il suo barroccino a Meleta, per andare a Follonica.
Due giorni dopo, il 4 settembre, era la fiera al Palazzo presso Travale, e Olivo Pina vi andò per accordi presi col Guelfi, a riportare a voce le diverse particolarità dell'imbarco. Vi erano Cammillo Serafini ed Angiolo Guelfi, reduce quest'ultimo la sera avanti da Pisa, ove era andato a mettersi in mostra per deviare gli occhi della polizia dal teatro vero del fatto. Raccontò Olivo Pina i più minuti particolari, portò i saluti di Garibaldi e di Leggero lasciati da essi nell'atto stesso della partenza, e tuttociò riempì di giubbilo l'animo dei due patriotti, a segno che Cammillo Serafini chiamò Olivo Pina fratello di fortuna, e tale lo ha sempre chiamato di poi, volendo alludere alla fortuna da essi avuta di potere salvare la vita del Grande Capitano.
La traversata sulla barca dell'Azzarrini fu felice, e senza casi notevoli. Partiti dalla spiaggia toscana si diressero alla Punta al Cavo, ove l'Azzarrini sbarcò il padre ed un altro marinaio di Capoliveri, e così si mise in ordine col numero degli uomini descritti nella patente, poi tanto pregò il tenente-castellano di Rio Marina, che questi gli firmò abusivamente la patente per l'estero, quantunque volesse la legge vigente che per fare ciò si fosse munito del visto delle Autorità di Portoferraio. Tornò a costeggiare la spiaggia tirrena, e il giorno di poi sbarcò felicemente a Porto Venere il Grande Italiano. L'Azzarrini stesso, richiesto da Giovanni Gaggioli figlio del tanto benemerito Giccamo, scrive da sè stesso la storia della traversata colla lettera seguente:
«Di buon mattino imbarcai l'eroico generale Garibaldi e il capitano Leggero, e mi diressi all'isola dell'Elba. A Capo Castello sbarcai mio padre, e un marinaro di Capoliveri perchè vi fosse sempre il numero. Il Deputato di Sanità mi firmò abusivamente la patente, e la sera feci vela per il Golfo della Spezia. All'indomani a mezzogiorno si era giunti in vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le sentinelle tedesche, e il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere. Colà sbarcai l'eroico Garibaldi con Leggero. Garibaldi mi diede per ricompensa un piccolo scritto di sua propria mano, che conservo come la pupilla dei miei occhi; esso era così concepito: