IO
Sotto altri cieli io vissi, in altra forma,con altro cuore. Fiammule e balenid'allora, erranti lucciole tra' fieni,risfavillano in me, s'io vegli o dorma.Io so chi fui, nel tempo già travoltoin vorticoso baratro d'oblìo.Di vertigin barcollo, se nel miovivo mister le antiche anime ascoltodestarsi in onde d'energia, frammistea strappi di ricordi.—Non si muore.—Chi nacque un giorno, in gioja ed in doloreper mille aspetti immortalmente esiste.*
Compagna fui di minatori: moglie,figlia, sorella: impuro il corpo, impural'anima: chiusa nella gabbia oscura,calai ne' pozzi con virili spoglie.Rauco il respir, sudato il collo, ansantid'ardua fatica, a mezzo il corpo ignudi,all'ombra delle vôlte ìnfere, i rudiuomini miei m'apparvero giganti.Giocai con essi a sfida e a rimpiattinocolla Morte, tra i fumi del grisou.E qualcuno di noi non tornò piùnel sole. Io sì, tornai, pel mio destino.In una sporca alba fangosa, «Muori,muori, muori!...» gridai, fra un'accozzagliadi disperati, pronti alla battagliarossa, verso le case dei signori.Ero una furia, coi capelli a serpi,colle fiamme negli occhi, con le labbiasfigurate dagli urli. Ebbra di rabbiai sassi disselciai, svelsi gli sterpi,maledissi, colpìi, caddi, travoltavenni sotto lo scalpito irrompentedei cavalli. E passò sulle mie spentemembra il sinistro orror della rivolta.*
Ebbi un piccolo viso di sognantebambina, bronzeo sotto il nero cascodei ricci. Modulai nel gergo bascole canzoni del vento e delle piante.Due stracci in croce mi facevan bella;il mio fiato sapea di fior silvano;per un soldo, nel palmo della mano,lessi la buona e la mala novella.Lavai, cantando, i panni alle sorgentiboschive, e fui Nausicaa giocondache mentre lava specchiasi nell'onda,sorridendo a' suoi glauchi occhi lucenti.Libera principessa della tendagitana, a notte noverai nei cieligli astri, e composi con ben scelti stelimagici beveraggi di leggenda.Nell'albe fresche, fra l'aulir dell'erbanuova, ornai le mie trecce di monetetìnnule—e v'era chi languìa per setedella mia bocca:—io l'irridevo, acerba....Ma venne un giorno chi mi fece mutasotto il suo bacio.—Più non so chi fosse.—Rivedo, a lampi, quelle labbra rossefra la turba che passa e che saluta.*
I brividi dell'odio e dell'amorefinsi per mille pubblici, su palchidi legno: ed ogni folla che s'accalchisuscita in me l'alto ricordo in cuore.Flessi a ogni gioco la mia grazia varia,vita morte follia da me fu espressa:Cordelia pia, Desdemona sommessa,Lady Macbeth sinistra e sanguinaria.La mia bocca mutevole in un'oraebbe note di gioja e d'innocenza,e lo stupor del sonno e la scïenzadel male, e l'urlo tragico che implora.A me ogni sera rinnovò l'incantod'esser diversa, di scordare il miosogno per altri sogni, il pianto mioper l'aspra voluttà d'un altro pianto.E fu la folla come un solo cuorech'io mi potessi stringere fra ditad'acciajo: fu come una sola vitaviva di me, fervente in muto ardoresotto il mio sguardo.—Ed io, dall'alta scena,non ebbi nervo che non si spezzasse,non ebbi vena che non si vuotasseper il tumulto di sua gioja piena.—*
Nelle barbare età cinsi il soggòlobianco, la scura tonaca e il cilicio.Di mia pura bellezza il sacrificiodolce mi parve, per amor d'un Solo.Tenendo sul mio capo alta la crocepassai fra genti ammutinate, a Cristoorando: e sangue con velen frammistosino al mio petto zampillò, feroce.Fra saccheggio e fetor di pestilenzaincolume passai, d'infermi in traccia;e più d'uno spirò fra le mie braccia,da me bevendo una celeste essenza.L'acqua col cavo della mano offersia bocche nello spasimo contorte.Bella più de la Vita a me fu Morte.Amai, baciai le piaghe che detersi.Quando il furor de le battaglie spentopareva, chiusa in mia ferrigna tonacapiù nei tugurî del dolor fui monaca,che ne la cella del mio pio convento.A papi e re proffersi con serenafavella i detti della verità.E mi consunsi in fede ed in pietàcome la Mantellata di Siena.*
Chi ora io sono, è cosa vana il dire:fragile donna che se stessa ascoltavivere, con un'ansia avida e stoltadi saper ciò ch'è in fondo al suo soffrire.D'antiche vite istinti e forze variesi raggruppano in me, s'urtano a gara:aspra t'incidi sulla bocca amara,o ambigua lotta d'anime contrarie!...Ho cent'anni, ho mille anni. La mia verafaccia, il mio vero cuore io non li so.Nè, stanca a morte, io mai conosceròl'ebbrezza di poter morire intera.
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