L'INGENUITÀ DI DON ROCCO
A GRAZIA DELEDDA.
Dall'anno che gli avevano fatto nascere il dubbio che l'edizione del Barbanera da lui comprata era falsa—e don Rocco Aragona aveva dovuto convincersene perchè di tante predizioni di guerre, di disastri di terra e di mare, di morti di regnanti, terremoti etc., non se n'era avverata neppur una!—egli aveva usato la precauzione di farsi spedire l'almanacco dall'editore di Fuligno, raccomandato: e il giorno che il postino gli recava a casa il grazioso volumetto con la copertina azzurra, era proprio una festa per don Rocco, che si metteva subito a leggere le predizioni, unica cosa di cui s'interessasse.
Il Barbanera gli arrivava ordinariamente verso i primi di novembre, ed egli stava in ansiosa aspettativa fino a' primi mesi dell'anno nuovo, rileggendo di tratto in tratto, le terribili pagine che annunziavano tutti i guai dell'annata, mese per mese, e che, secondo lui, non mancavano mai di avverarsi.
La sua fede nell'astrologo disegnato sul frontispizio era straordinaria.
Ogni volta che suo fratello don Lucio, a desinare o a cena, gli riferiva la notizia letta nei fogli in Casino, don Rocco scattava:
—Barbanera lo aveva predetto!… Terremoto?
—Ma non dice dove—rispondeva don Lucio ridendo sarcasticamente.—A questo modo faccio l'astrologo anche io!
—Barbanera li aveva predetti!… Disastri in mare?
—Sfido! È la stagione.
E così quel lunario era divenuto tra i due fratelli una delle tante occasioni di dissensi, quasi ne mancassero tra loro, a cominciare dalle discordanze che si era compiaciuta di produrre tra essi madre Natura.
Don Lucio passava i due metri di altezza: don Rocco era nàchero.
Magro, vestito sempre di nero, col gran palamidone miracolosamente conservato quasi nuovo, da una dozzina di anni, a furia di spazzole e di cure meticolose, con la tuba ricambiata ogni tre anni, e la grossa canna d'India corrispondente alla statura, don Lucio aveva una gravità di aspetto e di modi da ingannare chi lo vedeva la prima volta avanti di sentirlo parlare. L'illusione spariva appena egli apriva bocca. Siete più bestia di quanto siete lungo!—gli diceva spesso il dottor Lepiro nella farmacia del Gobbo. E non aveva torto.
Basso, tondo, roseo di carnagione, con la pancia sporgente su le gambine un po' curve come quelle di un cavallerizzo, con gli occhi azzurri ma stupidi e la fronte mangiata da capelli folti ed irsuti, don Rocco faceva capire subito quanto poco cervello dovesse essere dentro quella testa piccola a foggia di pera; esso aveva la discrezione di parlar poco e di parlare soltanto di cose di campagna. Mentre don Lucio se la spassava tra il Casino e la farmacia del Gobbo, spropositando di politica e di cose municipali, egli badava alle seminagioni, alla raccolta del grano e degli ulivi dei due possedimentucci che formavano il loro comune patrimonio, e non aveva tempo di occuparsi delle sciocchezze di cui s'interessava tanto suo fratello e che lo rendevano ridicolo.
Don Rocco però era l'amministratore e teneva a stecchetto il fratello che non guardava molto pel sottile nello spendere qualche paio di lire, di tanto in tanto, per certe leccornie ch'egli ordinava alle monache del Monastero vecchio famose pei dolci. A don Rocco quelle poche lire sembravano gran sciupìo: egli solo sapeva quel che ci volesse per metterle insieme. E così al dolce si mescolava sempre per don Lucio l'amaro di una lite a tavola, e il broncio di don Rocco che durava parecchi giorni.
Quell'anno l'almanacco del Barbanera era arrivato appunto dopo una di queste liti, in giorni di broncio, e don Rocco, che soleva comunicare al fratello le predizioni, aveva spinto la dimostrazione del suo malumore fino a nascondere sotto chiave l'almanacco, perchè don Lucio non potesse leggerle neppure nell'assenza di lui.
Don Lucio, che era anche piccoso, gli aveva domandato:
—Che cosa predica l'Astrologo per l'anno nuovo? La prossima fine del mondo?
Don Rocco, guardatolo compassionevolmente, non gli aveva risposto nulla.
Qualche settimana dopo, don Lucio stupiva di veder in tavola uno di quei famosi dolci, pretesto di liti e di bronci tra loro.
—Come mai? Sei ammattito?
—Me l'ha regalato la Badessa, per ringraziarmi di un servizietto.
Don Rocco ne prese appena una fettina e lasciò che il fratello mangiasse golosamente tutto il resto.
La settimana appresso, nuovo dolce.
—Come mai? Regalo anche questo?
—Mangialo, e non badare ad altro.
Don Lucio non se l'era fatto dire due volte e non si era accorto che il fratello avea dimenticato di gustarne un pezzettino.
Egli osservava, con maraviglia, quel mutamento di contegno e avrebbe voluto trovarne la ragione. Don Rocco ora non lo contradiceva più, anzi preveniva i suoi desideri; e siccome il gran debole di lui erano i dolci, egli non ardiva, ogni volta che ne trovava uno in tavola, domandare al solito:—Come mai?—Lo mangiava zitto zitto, ma un po' impensierito. Suo fratello doveva essere vicino a morire, se si mostrava cambiato tanto e quasi tutt'a un tratto!
Da un mese e mezzo, nessuna lite, nessun'ombra di broncio tra loro. Don Lucio si vedeva guardato con una specie di tenerezza compassionevole e s'inteneriva alla sua volta. Ne aveva fin parlato nella farmacia del Gobbo, ripetendo:—Mio fratello morrà presto, non lo riconosco più!—
E trovando ora, quasi ogni giorno, un nuovo piatto dolce in tavola, pur lasciandosi vincere dalla gola, lo mangiava con un senso di rimorso che gliene guastava il sapore.
—E tu? Tu non ne mangi? Perchè?
Due lagrime spuntarono negli occhi di don Rocco e gli scivolarono su per le gote rosee e paffute.
—Che hai? Che cosa è stato?
—Niente!
E don Rocco si levò di tavola per andare a chiudersi nella sua camera.
Don Lucio rimase interdetto.
Prima di mettersi a tavola, suo fratello gli aveva domandato più volte:
—Come ti senti?
Perchè? Egli si sentiva benissimo, non si era anzi mai sentito così bene come allora. Che cosa significava dunque quella domanda? Era malato e non se n'accorgeva? E volle saperlo.
—Mi hai domandato più volte: Come ti senti? Perchè? Che ti pare?
Invece di rispondere alla domanda, don Rocco avea domandato alla sua volta:
—Non ti senti proprio niente?
—Che cosa dovrei sentirmi? Mi metti paura.
—Non badarmi. Mi sono ingannato… Credevo….
Il giorno dopo, don Lucio fu stupito di due cose; della vista di due piatti dolci invece di uno e della presenza del dottor Lopiro straordinariamente invitato a desinare.
Il dottore, prima di mettersi a tavola, gli avea sussurrato in un orecchio:
—Vostro fratello vuol proprio morire! Inviti a pranzo, dolci!… o ammattisce, come voi dite.
Don Rocco aveva un viso così strano, così funebre che suo fratello proruppe:
—Ma che hai? Si può sapere?
—Che ho?… Che ho?… Ne abbiamo quindici oggi?
—Ebbene?—fece il dottore.
—Dottore, non mi chiedete altro! E tu mangia tranquillo…. Due dolci!… Voglio mangiarne anche io…. quantunque mi piacciano poco….
Ma si vedeva benissimo che faceva un gran sforzo per apparire allegro. Teneva fissi gli occhi in viso al fratello, quasi si aspettasse da un istante all'altro qualcosa di straordinario, e nello stesso tempo si maravigliasse di non vederlo accadere. Verso la fine del pranzo arrivava il canonico Stella.
—Avete voluto che venissi a prendere il caffè da voi…. Che belle notizie?… Sponsali prossimi?
Don Rocco sembrava istupidito, e don Lucio peggio di lui. Nel versare il caffè al canonico la mano di don Rocco tremava.
—Avete sentito?—disse il canonico.—È morto Bismarco. I francesi saranno contenti…. Sì, molto zucchero…. altrimenti il caffè non mi fa digerire… E anche voi, don Rocco.
—Io? chi lo conosce costui?—rispose don Rocco.
—Il vostro Barbanera ha indovinato. Morte di un alto personaggio! annunziava per la prima quindicina di questo mese.
—Era alto!… Più alto di Lucio?—balbettò don Rocco.
—Un omaccione, dicono. Ma non si tratta di questo. Alto significa: importante: alti personaggi sono i re, il papa, certi ministri….
E vedendo il viso che faceva don Rocco nell'udire questa spiegazione, il canonico Stella e il dottor Lopiro scoppiarono in una gran risata. Il canonico, preso da un colpo di tosse, sbrufava il caffè che stava per sorbire.
—Che vi eravate… figurato? Ah! Ah! Ah!
Don Rocco piangeva dalla contentezza. Sì, si era figurato—lo confessava ingenuamente—che il Barbanera indicasse…. E non avea voluto dir niente al suo povero fratello, e avea cercato di farlo morire sazio di piatti dolci… almeno!… Un alto personaggio!… Oh! Egli aveva passato due mesi d'inferno, con la gran paura di vederselo cascar davanti, morto di un colpo!… Sapeva assai lui che alto volesse anche dire!…
Solo don Lucio non rideva, pensando che il fratello ora gli avrebbe fatto scontare tutti quei piatti dolci datigli a mangiare in due mesi!
E infatti….
=OH, QUEL SILENZIO!=
AL DOTTOR MARIANO SALLUZZO.
Perchè non rispondeva mai? Perchè—visto che le mie recriminazioni erano ingiuste,—ella non si ribellava, con la parola, col gesto, con lo sguardo almeno? Taceva! E dal suo bianco volto non traspariva niente di quel che doveva certamente vibrare in fondo alla sua anima contristata.
Ora io capisco quanto sono stato crudele, e per ciò non so perdonarle neppur dopo morta. E se talvolta penso che forse ella mi ha compatito e mi ha perdonato, il profondo rancore contro di lei, mi rende quasi pazzo. La sua vendetta è terribile!
Ero geloso, sì, stupidamente geloso, irragionevolmente geloso; ma non doveva ella intendere che la mia gelosia proveniva da eccesso di amore?
Lo ha compreso e per questo taceva? No, amico mio; lo avrei indovinato. Quella sua anima è rimasta un tetro mistero per me.
Me la veggo sempre dinanzi, bianca, esile, con gli occhi azzurri limpidi e luminosi che sembravano un lembo di cielo sorridente; con le labbra leggermente rosee, che conservarono fino all'ultimo la loro freschezza simile a quella di un fiore umido di rugiada; con la espressione di dolcissima grazia, che dava alla sua persona l'apparenza di una creazione di arte più che di terrena realtà. Ed ho sempre nell'orecchio il suono della sua voce, le inflessioni della sua parola che si modulavano in deliziosa melodia, e mi commovevano e mi turbavano come una carezza spirituale anche nei momenti più spietati delle mie gelose irruzioni; e all'idea che ella ha potuto sopportare rassegnatamente le torture che le ho inflitto per due anni, ora per ora, giorno per giorno, incessantemente, raddoppiando tanto più la mia ferocia quanto più la vedevo docile, rassegnata a quella tortura, e senza che io abbia mai potuto scoprire quali sentimenti si nascondessero sotto così incredibile docilità, sotto così inesplicabile rassegnazione, sento vacillarmi la ragione; e sento di odiar Gemma, ora che non è più, per lo meno quanto l'ho amata ed adorata vivente.
Ti sembra forse possibile che una donna rimanga la stessa, di fronte a un'inattesa e quasi improvvisa mutazione dell'animo di colui che le avea promesso la felicità e le dava l'inferno?
Non dirmi: Perchè no? Tenti invano d'illudermi e di consolarmi. Non voglio essere consolato. La mia sciagura è ormai irreparabile.
Ella ha voluto andar via, senza darmi la sodisfazione di una risposta qualunque. Si è lasciata morire, impenetrabile al pari di quelle Sfingi che spalancano gli occhi privi di sguardo in faccia ai viaggiatori tra le arene che circondano le Piramidi egiziane, e non interrogano nè rispondono da mille e mille anni. Così lei.
Ho quasi perduto, a furia di pensarci su, la nozione del tempo. La interrogo da quattro anni, o da un'infinità di anni questa misteriosa Sfinge che mi è stata davanti prima viva e mi sta egualmente davanti morta, e che da morta non risponde alle mie insistenti interrogazioni, come non rispose mai, mai, da viva! In certi momenti non saprei dirlo.
Mi sembra che tutta la mia vita sia trascorsa in questo atteggiamento di continua interrogazione, in quest'ansiosa aspettativa di una risposta, in questa desolata disperazione di riceverla, un giorno!
Ella ha voluto vendicarsi in questo modo, e non poteva trovarne un altro più straziante e più crudele.
Se fosse stata rassegnata davvero, negli ultimi istanti, quando mi fissava in viso gli azzurri occhi già velati dall'agonia, dicendomi con un fil di voce:—Non ti vedo più! Una nebbia mi circonda!—in quegli ultimi momenti almeno ella avrebbe dovuto dirmi una parola rivelatrice, una sola parola…. Niente!
Fosse anche stata una parola di disprezzo, di odio, di maledizione, ne sarei stato sodisfatto; almeno avrei saputo qualche cosa, all'ultimo!… Ma no, ha voluto andarsene muta, chiusa, senza uno sguardo, nè un gesto, nè una sillaba che mi rivelasse il segreto del suo cuore, del suo spirito. Ella! Ella che, prima, quando l'amavo e non ero ancora geloso, mi sembrava trasparente come un cristallo, limpida come un purissimo diamante. Allora mi bastava guardarla negli occhi per scoprire le più lievi sfumature di sentimento nei fondi penetrali del suo cuore, per afferrare i più rapidi pensieri che le illuminavano come lampi la mente, dietro quell'ampia fronte che sotto i neri capelli ondulati sembrava di finissimo avorio!
E appena gli artigli del mostro dagli occhi verdi mi si conficcarono nel cuore, appena le prime mie ruvide mosse d'impazienza, di sospetto, di rimprovero le fecero intendere la divoratrice passione che cominciava ad invasarmi, ella mi apparve un'altra tutt'a un tratto. Il suo cuore si ottenebrò, ed io non potei più leggervi nulla; la sua fronte diventò opaca, quasi la bella creatura vivente si fosse mutata in statua che non ha anima, ma soltanto linee e rilievo di bellezza, espressione esteriore che fa comprendere il concetto voluto significare dall'artista, ma che non penetra, non pervade il legno la creta o il marmo di cui essa è formata.
Se non che, invece, io sapevo che dentro quella statua c'erano e il cuore e l'anima e lo spirito; e intanto, tra essi e me si opponeva, insuperabile, quel silenzio che pareva mi tenesse chiusa in faccia una porta di bronzo a cui invano picchiavo; di cui le mie mani, battendo, quasi sentivano il diaccio; e che non risonava neppure, tanto era solida, fusa tutta d'un pezzo. L'immagine di questa bronzea porta, in certi momenti, si mutava nella mia alterata immaginazione in cosa reale.
E mentre il mio geloso furore provocato da un nonnulla (ora lo capisco) prorompeva in parole sconnesse, in urli, in gesticolazioni da mentecatto, e Gemma mi stava immobile davanti, senza mutar di colore, senza che nei bei occhi le si accendesse un baleno d'indignazione o di pietà, senza che le sue rosee labbra s'increspassero lievemente sotto il vituperio di accuse, di sospetti, di insulti che la investiva, io ero tentato di percuoterla al petto, dove mi sembrava fosse quella inespugnabile porta di bronzo…. E non mi spauriva l'idea di commettere anche un delitto!
No, ella non ha avuto nessuna pietà di me! Se ne avesse avuta, si sarebbe difesa, avrebbe protestato, avrebbe pianto; avrebbe risposto alle accuse con altre accuse, ai sospetti con altri sospetti, agli insulti con altri insulti, a torto o a ragione, non voleva dir nulla…. No, no, ti ripeto, non ha avuto nessuna pietà di me! Si è vendicata con quel terribile silenzio, con quell'orrida rassegnazione, e senza mostrare, neppur con un cenno, che si stimasse vittima innocente…. della mia stolta gelosia!
Fece peggio! Mi nascose il suo male, si lasciò struggere a poco a poco; e soltanto pochi giorni prima della catastrofe, quando ogni sua energia era finalmente esaurita, soltanto allora mi annunziò con voce esile ma ferma:
—Dino, mi sento morire!
Ed io, sciagurato, non lo credetti! E il giorno che non potei più dubitare,… sai tu qual fu il pensiero che mi sconvolse, che mi riempì gli occhi di infocate lagrime di rabbia?—Ella mi sfugge! Ella mi sfugge! Ella se ne va senza dirmi il suo segreto!—Ed è stato così! Così!
E tu dici: Era una santa!—Una santa senza pietà? Senza carità? Oh no!
Il perdono non è muto….
UN'ARIA DI CIMAROSA
A BRUNA.
Tra i ricordi della mia fanciullezza—disse Forcelli—c'è una gentile figura….
—Vizioso fin da bambino!—lo interruppe Miozzi, ridendo.
—…. una gentile figura di vecchina—continuò Forcelli senza badargli—che mi torna alla memoria ogni volta che sento qualche spigliata melodia del secolo scorso. Era cugina di mio padre e viveva, sola sola, in una casetta più vecchia di lei, dove tutto era vecchio come lei e d'onde tutto è sparito con lei, molti e molti anni fa. Si è salvata dal disastro—e non so come—soltanto una spinetta barcollante sui tre piedi, con la cassa tarlata anche allora, coi tasti ingialliti e sconnessi e col pedale rotto e accomodato alla meglio con spago. Ho voluto lasciarla tal quale, e la tengo in un canto del mio studio per ricordo di colei che mi ha fatto godere le più dolci impressioni musicali di vita mia. Ho detto: più dolci e non più intense, caro maestro—egli soggiunse, rivolgendosi a colui che scoteva la testa protestando e quasi commiserandolo, da quel rabbioso wagnerista che era.
—Volevo ben dire!—rispose questi.
—Andavo spesso dalla cugina, come tutti la chiamavamo in famiglia, perchè ella mostrava una grande predilezione per me. Ero il vivente ritratto del nonno, secondo lei; e infatti ella mi aveva imposto il soprannome di Nonnino. Confesso che abusavo volentieri di questo privilegio, permettendomi in casa sua tante e tali capestrerie, delle quali il babbo e la mamma non avrebbero tollerato le più piccole e più innocenti.
—Ah, Nonnino! Nonnino!—ella mi sgridava, minacciando con l'indice della mano destra.
Ma subito rideva.
Ora, uno dei miei più piacevoli divertimenti consisteva, in principio, appunto nel tempestare con le mani, quasi coi pugni, sui tasti di quella misera spinetta, che fremeva e strideva con tutte le corde di rame e sembrava chiedere aiuto contro lo strazio che le infliggevo.
La cugina accorreva da qualunque punto della casa, curva, strascicando le ciabatte, sgridandomi da lontano:
—Ah, Nonnino! Nonnino! No, no; la spinetta, no! Questa non si tocca.
E infatti non la toccai più dal giorno, che la cugina, per indurmi a lasciare in pace il suo caro strumento, mi disse:
—Quando vuoi, suono io la spinetta e ti canto anche una bella canzonetta che potrai imparare a memoria.
—E a suonare m'insegnerai?
—Non saprei insegnarti, Nonnino mio!
Così mi contentai della canzonetta, accompagnata dall'argentino frinire di quelle corde, che oggi, a confronto del suono di un pianoforte, sembrerebbe ronzìo di zanzara.
Oh, non era una sonatrice e nemmeno un'abile cantante! Sapeva fare pochi accordi e replicava sempre quell'unica canzonetta allegra, spigliata, che assumeva nello stesso tempo un'espressione malinconica pel suono tremulo della voce. Anche gli accordi tremolavano, perchè le dita della vecchierella avevano perduto ogni agilità. A me, canzonetta ed accordi sembravano cosa maravigliosa, e volevo riudirli più di una volta, di sèguito, quando andavo dalla cugina.
—Come si chiama questa canzonetta?—le domandai un giorno.
—Il matrimonio segreto.
—E chi l'ha fatta?
—Il maestro Cimarosa.
—Lo conosci?
—No.
—Dunque, come l'hai appresa?
—Me l'ha insegnata… mia madre.
—Che vuol dire: matrimonio segreto?
—Vuol dire che si sono maritati di nascosto.
—Perchè?
—I parenti forse non volevano.
—Ti sei maritata di nascosto tu?
—Non mi sono maritata mai!
—Perchè?
Oh, gli importuni e inevitabili perchè dei bambini!
La cugina, quella volta, tentò di sorridere: ma, accarezzandomi i capelli e balbettando:—Perchè…. Perchè….—aveva le lagrime agli occhi.
Ella era morta da un pezzo quando, tornato dall'Università, rividi in casa nostra la spinetta a lei così cara. Mi rivenne subito alla mente quella scena dimenticata, e fui commosso per l'intimo triste dramma che l'aria o la canzonetta (come ella diceva) di Cimarosa lasciava immaginare.
Io non ho visto rappresentare il Matrimonio segreto del gran musicista d'Aversa, o non ho mai voluto riudire da altra voce la canzonetta della quale ho dimenticato le parole e il motivo, pur conservando la indefinita sensazione dell'allegra e alata melodia, a cui la tremula voce della cugina comunicava anche un senso di dolce tristezza. Mi sarebbe parso di profanare qualche cosa di sacro, sovrapponendo all'infantile e delicata sensazione una sensazione recente che, forse, avrebbe potuto affievolirla o farla sparire.
E, per ciò, conservo nel mio studio la tarlata spinetta, di cui parecchie corde sono già rotte e attorcigliate e i tasti più sconnessi di una volta e il pedale guasto e accomodato con spago.
Spesso, fumando una sigaretta, sdraiato su una poltrona, mi compiaccio di fantasticare la misteriosa tragedia del cuore della vecchia cugina, e penso che la canzonetta di Cimarosa ha dovuto essere per lei un'ineffabile consolazione nella lunga tristezza della solitaria sua vita.
NON PREDESTINATO?
A GIUSEPPE COSTANZO.
—Io non credo alla fatalità—disse Oddo Remossi—almeno nel modo in cui generalmente s'intende. Per quanto si voglia ingrandire l'azione e l'influenza delle circostanze esteriori ed ereditarie, resta sempre un largo margine dove può trovar posto la libertà individuale. Solamente avviene che noi non ci opponiamo a bastanza a quelle forze, diciamo, nemiche che ci stanno dattorno. Spesso, pur troppo! non ne abbiamo il tempo, nè il modo. La vita c'incalza; la stessa civiltà che dovrebbe renderci più indipendenti e più liberi, ci costringe a una schiavitù di atti e di pensieri di cui non ci rendiamo mai conto. Oggi nessuno di noi avrebbe il coraggio di soffiarsi il naso con le dita, come il gran Cavaliere della Mancia e qualche raro contadino attuale. La schiavitù del fazzoletto vi sembra poca cosa? Ne ridete? Ebbene, tant'altre schiavitù di idee non sono meno ridicole di essa. Rifletteteci un po', e ve ne avvedrete.
—Che c'entra tutto questo con la fatalità?—disse Mazzani.
—C'entra—rispose Remossi—perchè noi sogliamo chiamare fatali quei fatti dei quali non riusciamo a scorgere la concatenazione e la logica.
—Troppa filosofia e, mi sembra, sprecata a proposito di un avvenimento così meschino e comune come quello di cui ragioniamo!
Gramoglia aveva parlato senza togliersi di bocca il sigaro gustato beatamente, stando sdraiato su la poltrona, su la sua poltrona, da lui chiamata così perchè ogni volta che si trovava nello studio dell'amico Remossi la voleva per sè, o preferiva di restare in piedi se era già occupata da un'altra persona.
—Secondo te—soggiunse continuando a fumare—io dovrei ribellarmi alla schiavitù della mia poltrona che stimo tanto comoda e tanto dolce. Perchè?
—Con voialtri è impossibile ragionare!—esclamò Remossi.—Ne volete la prova? Vi racconterò un fatto. È autentico, autenticissimo; non lo invento per comodo della discussione. So già, anticipatamente, il giudizio che ne darete, e sarà la conferma di quel che sostengo.
—Non usciamo però dalla specie di fatti dei mariti fatalmente predestinati…. Ce n'è parecchie categorie. Quella di coloro che non hanno occhi per vedere, nè orecchie per sentire; quella di coloro che vedono e sentono e si rassegnano al loro destino; quella di coloro che si ribellano inutilmente, giacchè un fatto è un fatto e niente può annullarlo dopo che esso è avvenuto. Un marito che ammazza la moglie infedele o l'amante….
—È superfluo che tu balzaccheggi; la Fisiologia del matrimonio l'ho letta anch'io. Che cosa voglio provarvi? Che noi ci siamo appunto resi schiavi di un pregiudizio, o di un sentimento ridotto tale. Non ci sono predestinati nel matrimonio, ma, invece, mariti sciocchi, imprevidenti, incuranti, mariti nervosi, irragionevoli, delinquenti….
—Se non è zuppa è pan molle—lo interruppe Mazzani.—Ma è meglio che tu racconti il fatto. Riprenderemo a discutere dopo.
—Eccolo—fece Remossi—coi tre soliti personaggi Ella, Egli, Lui. Dispensatemi dal dire i nomi, quantunque non ci sarebbe niente di male se io li rivelassi. Ma si tratta di un fatto intimo, saputo per caso, e la malvagità umana è tale da poter sospettare che le cose siano andate altrimenti di come io le ho apprese.
—Non sei assolutamente certo, dunque!—disse Gramoglia.
—Certissimo. Non ho conosciuto un uomo più savio di…. (Mi avvedo che bisogna ribattezzare i miei personaggi per evitare confusione) di Roberto Cagli. La natura e le circostanze lo avevano singolarmente dotato. Era quasi ricco, di eccellente famiglia, e bell'uomo per giunta. Aveva studiato molto, senza prendere una professione. Le professioni stimava tiranne, e voleva godersi le fortunate circostanze che gli permettevano di restare indipendente da tutto e da tutti. Soleva dire:—Uomo perfetto è colui che può conservarsi selvaggio in mezzo alla civiltà.—Per lui selvaggio era sinonimo di libero. A trentacinque anni aveva sposato la donna eletta dal suo cuore, bella e colta a bastanza. Vero matrimonio di amore, perchè la signorina… Balestri poteva portargli appena un modesto corredo per dote. I primi anni del loro matrimonio erano trascorsi felici, e la felicità, evidentissima, dei due sposi destava ammirazione ed invidia. Nessuno però osava pensare d'intorbidirla. La signora Cagli veniva stimata una di quelle donne che, anche per indole, rimangono superiori a ogni insidia. Ma, pur non essendo diversa la convinzione di suo marito, egli non tralasciava di tenerla d'occhio, di osservarla senza averne l'aria e lasciandole amplissima libertà. Qui entra in scena lui, il terzo, il serpente tentatore, secondo la leggenda, se può dirsi tale uno che in un certo momento, nel momento più pericoloso e quasi decisivo, rinunziava alla sua parte: era, naturalmente, il più intimo amico del marito. Conformità di sentimenti e di idee, oltre a circostanze delle due famiglie, avevano legato Roberto Cagli ad Adolfo Gissi con un'amicizia più che fraterna sin dai primi anni della loro giovinezza. Avevano studiato insieme, e fatto insieme qualche piccola stravaganza. Il matrimonio dell'uno, che sembrava avesse dovuto rallentare la loro intimità, l'aveva anzi rafforzata. Era un bell'uomo anche Gissi, di carattere gioviale però, e con parola facile e colorita, che formava un po' di contrasto col carattere più serio e contegnoso del suo amico.
La signora Cagli, da principio, si sentiva quasi intimidita davanti a quell'espansione di allegria che il Gissi metteva nella conversazione ogni volta che veniva a trovarli o che era invitato a pranzo, cosa che accadeva una volta la settimana, a giorno fisso. (Cagli aveva voluto mantenere quella sua abitudine di scapolo). Poi….
Una mattina, non ricordo per quale circostanza, Roberto Cagli era andato dal suo amico, e lo aveva sorpreso occupatissimo a preparare le valige.
—Parti?
—Intraprendo un lungo viaggio.
—Come mai non me n'hai detto niente?
—Sarei venuto ad accomiatarmi questa sera.
—E dove vai?
—Non lo so; lontano.
—Che mistero è questo? Hai tu dunque dei segreti per me che per te non ne ho avuti mai?
Gissi lo guardò negli occhi; anche il suo amico lo guardava intentamente; pareva volessero scrutarsi a vicenda.
—Che ti accade?—disse Cagli.—La nostra amicizia mi dà il diritto di farti questa domanda con la certezza di ottenere una schietta e sincera risposta.
—Forse non hai bisogno che te la dia—rispose Gissi.
—Non capisco. Commetteresti una indegna azione se non mi dicessi la verità.
—Vi sono cose in questo mondo che non si possono nè si devono confidare neppure al più intimo amico.
—A un intimo amico qualunque, sì; non a me.
E tutti e due rimasero interdetti di parlarsi con tanta insolita severità.
—Hai ragione!—esclamò Gissi dopo un istante di esitanza.
Si passò due o tre volte una mano su la fronte, fece qualche sforzo quasi per trattenere le parole che stavano per sgorgargli dalle labbra, poi, prorompendo, disse:
—Parto perchè… amo tua moglie!
—Ella lo sa?—domandò tranquillamente Cagli.
—Sì—rispose Gissi, chinando dolorosamente la fronte.
—Non c'è altro?…
—Oh! Sono gentiluomo e sopratutto amico; non dovresti dubitarne un solo momento.
—Non ne ho dubitato, e non ne dubito. Mi ero accorto che mia moglie cominciava ad amarti. È un'anima nobile ed onesta anche lei. Di che cosa avete paura tutti e due?
—Della nostra fragilità. Come non intendi…?
—La tua partenza, in ogni caso, non rimedierebbe a nulla.
Peggiorerebbe la situazione. Sei un uomo?
—Lo vedi. Un altro….
—Precisamente perchè non sei quest'altro tu devi restare. Se ti ostinassi a partire, io avrei ragione di supporre che cedi a un tardivo rimorso.
—No, te lo giuro!
—Non occorreva giurarmelo.
—Restando non potrei più frequentare la casa tua. Che direbbe la gente?
—Non mi sono mai curato di quel che la gente può pensare o dire di me e dei fatti miei; intanto non avrà da pensare e da dir niente, perchè tu continuerai, tu devi continuare a frequentare la mia casa come hai fatto finora. Sei un uomo? Il tuo dovere è di vincere te stesso. Dammi la tua parola di onore che farai come io voglio.
Per quanto Gissi conoscesse l'animo del suo amico, non rinveniva dallo stupore di sentirlo parlare a quel modo. Gli era balenato il sospetto che quella tranquillità apparente nascondesse un tranello; l'uomo non è sempre un eroe, in ogni circostanza, anche quando è dotato di tutte le qualità che producono l'eroismo, egli pensava. Ma il rapido sospetto era sparito dopo le ultime parole del suo amico.
—Ti dò la mia parola di onore!… Rifletti però… te ne prego.
—Per lei, forse? Senti: io sono sicuro di vedere un prodigio. Non credo alle passioni fulminanti, al coup de foudre dello Stendal. Noi commettiamo cattive azioni, perchè ci diciamo che non sapremmo non commetterle, intendo parlare specialmente delle cattive azioni passionali. Se guardi bene dentro te stesso, vedrai che tu hai lusingato, accarezzato, e non inconsapevolmente, sensazioni che avresti potuto con facilità soffocare nel momento che cominciavano a determinarsi. La tua rettitudine di animo ti ha ora suggerito un mezzo violento che, come tutte le violenze, può produrre, anzi, produrrà certamente effetti contrari a quelli preveduti. Se vuoi la tua, la mia e la tranquillità di lei….
Insomma Gissi dovette arrendersi in faccia a così incredibile mitezza.
Avvenne, lo stesso giorno, una scena che può sembrarvi strana ma che raggiunse lo scopo voluto. Gissi non se l'aspettava. Era andato, come per una solita visita, in casa del suo amico. La signora Cagli si trovava in salotto col marito che l'avea pregata di suonare mentre egli finiva un sigaro dopo la colazione.
—Continua!—disse alla moglie che cessava di suonare all'inattesa apparizione.
Ella sapeva che Gissi doveva partire senza più rivederla, dopo che in un istante di debolezza si erano lasciati sfuggir di bocca il loro reciproco segreto, o piuttosto dopo che l'imprudenza di Gissi le aveva strappato una confessione che l'aveva fatta piangere indignata contro di lui e di sè stessa.
E soltanto per nascondere il suo turbamento, riprese a suonare; smise dopo poche battute.
—Dunque—disse Roberto Cagli—voi due vi amate o state per amarvi…?
Gissi scattò in piedi, pallido, portando disperatamente le mani alla testa; la signora chinò la fronte sul leggìo del pianoforte mezza svenuta.
—Non vi sembra di essere ridicoli?—soggiunse Cagli.—Vorreste diventare due volgari adulteri? Eh, via! Eh, via!
Il colpo era fatto.
Gissi e la signora si trovarono, con una mossa involontaria, l'una di faccia all'altro, l'una con gli occhi in quelli dell'altro, ridicoli come quegli aveva detto, nient'altro che ridicoli, e rossi tutti e due dalla vergogna di riconoscersi tali, mentre nei giorni scorsi si erano creduti sopraffatti da fiero tragico destino.
E tutto finì là!
—Caro Remossi—disse maliziosamente Gramoglia—dobbiamo proprio crederti?… Tutto finì là?
—Io ti credo—soggiunse il Mazzani.—Hai raccontato con troppa calorosa sincerità e con troppi particolari, da non lasciar nessun dubbio su la veridicità del fatto…. Ma esso non prova niente contro la teorica dei predestinati. Il tuo amico Roberto Cagli non era del bel numero; ecco tutto.
CHI SA?
A FANNY ZAMPINI-SALAZAR.
Era scettico ed egoista? O si compiaceva, per vanità, di mostrarsi tale?
Io gli volevo bene, non ostante i suoi grandi difetti; probabilmente per essi. Vi sono cattive qualità che attraggono in modo straordinario; forse perchè dànno l'illusione di nascondere, sotto la loro malvagia apparenza, qualità opposte, degne di ammirazione e che servono da compenso. Il fascino di certi delinquenti, di certe malefiche donne può spiegarsi così.
Federico Toacci aveva l'impudenza delle sue azioni, e questo faceva qualche volta sospettare ch'egli esagerasse raccontandole.
Soleva dire:
—Io non credo all'abnegazione e al sacrificio perchè le stimo virtù inumane; e per ciò non li pratico.
Il dovere di ogni individuo consiste nel procurarsi, con qualunque mezzo, quel che può soddisfare i suoi bisogni, i suoi desideri, e renderlo felice.
La morale è stata inventata da colui che voleva impedire agli altri il conseguimento di un bene creduto degno di esser riserbato a lui solo.
Il codice è il libro più prezioso del mondo perchè indica la maniera come si possa nuocere agli altri, evitando di nuocere a sè stessi.
L'amore non vale il tempo, le forze e i quattrini che si sciupano per acquistarlo. Bisogna prenderlo come viene, quando viene, da chiunque viene, senza guardar molto pel sottile. Tanto, esso è una sciocchissima cosa, di cui abbiamo fatto il pernio della vita forse per dimostrare che la vita non vale niente di meglio.—
E se qualcuno gli faceva notare che parecchie sue azioni contradicevano gli aforismi da lui solennemente e ripetutamente proclamati, egli rispondeva:
—Il poter fare il contrario di quel che si pensa e si sente è la miglior prova che uno possa dare a sè stesso della propria assoluta indipendenza e della libertà che possiede.
Una volta mi disse:
—Cattiva giornata oggi! Ho dovuto fare una buona azione, con la semplice lusinga che essa ne faccia commettere parecchie cattive.
—Che cosa hai fatto?
—Ho prestato mille lire a un tale che non ardiva di chiedermele perchè era certo—diceva—di non potere restituirmele.
—Ebbene?
—Non capisci che se fosse stato vero, me le avrebbe invece insistentemente richieste?
—Te le restituirà dunque.
—No, giacchè ora sa che io non conto più su la sua restituzione.
—Perchè gliel'hai date?
—Per togliermi la tentazione di credere che vi sia una persona onesta in questo mondo.
—E se, contrariamente a quel che tu sospetti, costui verrà a restituirti, presto o tardi, le mille lire?
—Penserò che, tra qualche tempo, vorrà chiedermene dieci mila, per fare un colpo più grosso. L'onestà è un calcolo profondo; è l'impiego d'un capitale ideale con gl'interessi al mille per cento….
—Oh!…
—…. in questo, o nell'altro mondo per coloro che credono.
—Eppure tu fai tante cose in ossequio alla morale, alle leggi, alle convenienze sociali!
—L'uomo non è perfetto. Vuol dire che sono un onesto anch'io, a intervalli, a grandi intervalli per fortuna.
Sì, era vero: Federico Toacci godeva la vita senza scrupoli, senza ritegni, al pari di tanti altri, che però si guardano bene di formulare in ispietati aforismi le norme della loro condotta.
Rimasto libero a ventidue anni da ogni soggezione di famiglia, educato fuori di casa, lontano, a Parigi e a Londra—perchè i suoi genitori si erano divisi quasi subito dopo la nascita di lui e il padre non avea voluto impacci tenendolo presso di sè come gli era stato accordato dalla legge, nè la madre si era più ricordata, nel disordine della sua esistenza, di avere un figliuolo—bello, straricco, sviluppato precocemente in ambienti dov'era difficile farsi una ben chiara idea del bene e del male, egli si era formato da sè una particolare filosofia sperimentale e aveva conformato ad essa tutti gli atti della sua vita.
Spesso mi viene il sospetto ch'egli fosse un sentimentale camuffato da scettico e da egoista. Era certamente un orgoglioso che non voleva essere ingannato da nessuno, e che pel timore di far ridere della sua bontà naturale e della sua buona fede, s'inducesse, come ho detto, ad esagerare le apparenze dal lato cattivo.
Ricordo, a questo proposito, due fatti.
Primo, un gran pranzo dato da lui. La lettera d'invito diceva: Per celebrare un mesto avvenimento. N. B. In abito chiaro.
La tavola era sparsa di crisantemi bianchi. La tovaglia e i tovaglioli orlati a lutto. Le massicce fruttiere d'argento, velate di crespo nero.
Nessuno degli invitati si era maravigliato di quella stravaganza, ma tutti eravamo curiosissimi di saperne la ragione.
Allo sciampagna, rizzatosi in piedi e tenendo con una mano la coppa ricolma, egli disse con tono scherzevole:
—Un'umile ragazza si è suicidata… per me. È il primo caso che mi càpita. Lascio cascare una lagrima nella mia coppa, e bevo in onore di quest'avvenimento, che può essere una verità o una menzogna. Amici, fate altrettanto!
Nessuno di noi osò di bere.
Egli vuotò la coppa, ci guardò sorridendo ironicamente ed esclamò:
—Mi compiaccio di apprendere che ho ancora qualcosa da insegnare ai miei amici.
Io gli dissi:
—Tu hai paura di sembrare commosso a chi fai pena.
—Mi mancava soltanto la commiserazione di qualcuno!
E accese con indifferenza una sigaretta.
Il pranzo finì freddamente.
Due anni dopo, accompagnavo un amico di provincia che voleva osservare non ricordo più qual monumento al camposanto.
In quella sera di ottobre, col cielo coperto di nuvole, un po' umida e fredda, la città dei morti era deserta. Per ciò fui stupito di scoprire, in fondo a un viale, un uomo inginocchiato davanti a un monumento che non avevo avuto occasione di vedere prima e che sembrava bello anche da lontano. Sur un piedistallo di marmo scuro, un angelo di bronzo spiegava le ali levando in alto le braccia aperte, quasi stesse per spiccare il volo verso il cielo e in atto di offerta.
Ci accostammo.
—Tu!—esclamai maravigliato, riconoscendo Federico Toacci.
E mi chinai a leggere l'iscrizione. Essa diceva:
A UN'UMILE MORTA PER AMORE
Guardai Federico con lunga occhiata significativa.
—T'inganni—egli disse col solito ironico accento, tirandomi da parte.—Questo monumento mi è servito bene presso altre donne. Ho dato appuntamento qui a una bellissima signora che vuol essere commossa prima di tradire il marito. Ha tante furberie il cuore umano!… Mi rincresce che ella sia in ritardo. Volevo farmi sorprendere ginocchioni davanti a questo monumentino…. Fammi il piacere di allontanarti col tuo amico…. Eccola—soggiunse, indicandomi una signora vestita a bruno che s'inoltrava pel viale.
Invece, quella signora, brutta e vecchia inglese, ci passò davanti, si fermò un istante ad osservare con l'occhialino l'angelo che spiegava le ali, e torse a destra infilando un altro viale.
Io feci in modo da accertarmi, non visto, se Federico Toacci si fosse ingannato, e mi avesse detto la verità.
Lo vidi andar via dopo un pezzo, guardando cautamente attorno, senza che nessuna signora fosse venuta a sorprenderlo ginocchioni davanti al monumento da lui eretto all'umile suicida per amore.
Così mi è nato il sospetto che ci siano al mondo anche gl'ipocriti dello scetticismo e dell'egoismo, e che il mio amico fosse di questi.
È morto di tifo a trentacinque anni, e nessuno ha potuto conoscere con certezza se egli sia stato proprio scettico ed egoista, e se si sia compiaciuto, per vanità, di mostrarsi sempre tale.
LA EVOCATRICE
A CORDELIA.
—Andiamo! Voi credete agli Spiriti, come le donnicciole?
—Che maraviglia? Ci credono tanti grandi scienziati, il Crookes, il
Vallace, ecc.
—Scienziati falliti! Scienziati per modo di dire!
—Siete temerario, caro amico—riprese il dottor Maggioli—giudicando così alla lesta lo scopritore della materia radiante e l'emulo del Darwin. In quanto a me, sono modesto come si conviene a chi non si è occupato di questo genere di studi venuti in voga quando l'età non mi consentiva più di sperimentare. Non ho detto, intanto, che credo agli Spiriti; ma mi stimerei presuntuoso, se osassi di affermare che non posso crederci affatto. Non ho nessuna ragione per esprimere un giudizio di questa sorta. Ho settant'anni, e tra poco mi sarà dato conoscere de visu come stanno le cose dell'altro mondo. Ne ho una grande curiosità, ve lo confesso.
—Non capisco, mi scusi.
—Forse mi sono spiegato male. Insomma io dichiaro di non avere nessun solido argomento per affermare o negare scientificamente l'esistenza degli Spiriti quantunque, l'unica volta che mi son lasciato indurre a tentar di vederli, la prova sia riuscita negativa.
—Lo credo bene!
—Io però, da quella prova mal riuscita, non mi stimo autorizzato a dire che il Crookes, il Vallace e tanti altri sperimentatori di buona fede si siano ingannati o siano stati ingannati.
—Ma la Scienza….
—La Scienza la fanno gli scienziati a furia di sbagliare. Quella di ieri non è più questa di oggi; e quella di domani sarà un'altra cosa. Risolto un problema, se ne presentano nuovi e più complicati e più astrusi. Certe volte gli scienziati si seccano di vederseli affacciare davanti, e chiudono gli occhi e si turano gli orecchi per vivere un po' in pace e non guardare nè udire. Ma non per ciò i nuovi problemi dileguano. Allora qualche scienziato, più curioso o più ardito degli altri, socchiude gli occhi e osserva, timidamente dapprima, per non scandalizzare i colleghi; poi l'amore della verità ne può più dell'orgoglio personale; e così la Scienza fa un altro passo, e l'assurdo di oggi diviene la conquista assodata del giorno dopo.
—Lo sappiamo, dottore! Ma, riguardo agli Spiriti, non si tratta di fatti che possono cadere sotto gli occhi, da osservarsi col microscopio, da analizzare col crogiuolo. Fantasie di menti deboli, allucinazioni di sensi malati, credenze di femminucce, resti di tradizioni primitive, quando l'uomo ancora selvaggio si dava una spiegazione superficiale dei fenomeni della natura e credeva l'ombra un duplicato della sua persona…. Se la scienza dovesse tener conto di tali sciocchezze, starebbe fresca!
—Di tutto deve tener conto. Per ciò io, che sono scienziato così così per aver studiato e praticato la più materiale tra le scienze, la medicina, non arrossisco di far sapere che ho tentato anche di vedere gli Spiriti il giorno che un amico venne a dirmi:—Vuoi vederli? Io ho avuto paura e ho interrotto a mezzo l'esperimento.—Quel mio amico, uomo serio, coltissimo, un po' artista, un po' filosofo nel miglior senso di questa parola, intelligenza aperta ai quattro venti del pensiero, s'interessava dei grandi problemi contemporanei, politici, economici, religiosi, scientifici, leggendo tutto, approfondendo tutto con ardore indomabile. Non aveva altro da fare; il suo largo patrimonio gli permetteva questo lusso intellettuale senza fargli trascurare il resto. Ultimamente dunque aveva preso, com'egli diceva, il dirizzone degli studi spiritici, e si era formato la convinzione che gli Spiriti sono una realtà come un'altra, d'ordine superiore, se si voleva, ma da non poterne più dubitare. E siccome io gli rispondevo:—Bisogna attendere ancora!—egli si spazientiva delle mie esitanze in faccia a tante e tante prove, quante forse—soggiungeva—non ne hanno parecchi fatti ormai entrati nel dominio della storia e tenuti per certi da tutti. Io veramente non negavo i fenomeni, i fatti; dubitavo della spiegazione di essi. Alla mia età non s'intraprendono neppur con la mente esplorazioni in regioni ignote, e si diffida sempre un po' delle relazioni dei viaggiatori che le hanno visitate la prima volta.
Il giorno però ch'egli venne a dirmi:—Vuoi vedere gli Spiriti? Io ho avuto paura e ho interrotto a mezzo l'esperimento—mi lasciai vincere dalla curiosità. Perchè non aver fiducia in un uomo come lui?
—Che cosa bisogna fare per vederli?—gli domandai dopo qualche istante di riflessione.
—Venire domani a casa mia. Io avviserò la evocatrice.
—La medium vuoi dire.
—No. La persona di cui ti parlo non cade in tranche, cioè: non si addormenta, non entra in catalessi; èvoca, con potere misterioso, in pieno giorno, semplicemente, per via di certi suoi scongiuri.
—È una maga, a quel che pare.
—È una povera donna, secca, pallida, malaticcia, vestita sciattamente, che vive, credo, di elemosina….
—E col mestiere di fattucchiera,—lo interruppi, ridendo.
—Niente affatto. Chiede soltanto cose strane che dice indispensabili all'evocazione: un po' di sale, un po' di olio, una candela benedetta, di quelle che si adoprano nella settimana santa.
—Uh!—feci, alzando le spalle.
—Probabilmente nemmeno il sale, l'olio e la candela benedetta sono necessari; forse servono per provocare l'azione fluidica del suo organismo; mezzi meccanici, più che altro, da eccitare la sua fantasia.
—Tu spieghi tutto!
—Ho detto probabilmente; e quando la vedrai operare, la mia ipotesi non ti parrà stramba.
—Com'è che tu hai avuto paura?
—Ecco: eravamo nel mio studio, io e lei, con l'uscio aperto sul corridoio. Ella cominciò a brontolare le sue evocazioni inginocchiata dietro una tenda del balcone, con davanti l'orciolino di terracotta pieno di olio, la candela accesa e il piattino col sale. Di tratto in tratto, prendeva un pizzico di sale e lo buttava nell'orciolino. Mi ero situato in maniera da poter seguire, sbirciando da un lato della tenda, l'operazione. Ero tranquillo, in vivissima aspettativa, sì, ma anche un po' incredulo. Mi pareva impossibile che quella povera donna, quel fantasma di donna dovrei dire, possedesse così alto potere….
—E allora….
—Allora, tienlo a mente, di pieno giorno, all'improvviso, veggo il corridoio illuminarsi con luce più splendida della solare e sento sùbito un fruscio di passi e di stoffa…. Ho avuto paura!… Mi son messo a gridare:—No! No!… Basta!—coprendomi gli occhi con le mani. Tremavo come un bambino, sudavo freddo.
—Quella donna aveva contato su la tua immaginazione, l'aveva eccitata con lo strano apparecchio di quei riti….
—T'inganni. Ho pensato così di primo acchito; ma poi, riflettendo bene…. In due, saremo più forti. Vuoi provare?
—Proviamo!
Il dottor Maggioli s'interruppe per guardare attorno, nel salotto, e interrogare le signore che erano state ad ascoltare con evidenti segni di abbrividimento.
—Non vuol farci dormire questa notte!—disse la baronessa Lanari.
—Appunto, volevo sapere da lei se debbo o no proseguire….
—Ormai!—fece la baronessa.—E poi ella ha detto che la prova è fallita….
—Non ricordo più—rispose il dottore—chi abbia scritto: «Se venissero a riferirmi che un tale ha portato via il Colosseo, prima di rispondere:—È impossibile—andrei a vedere.» Io la penso come costui; e gli scienziati, secondo me, dovrebbero comportarsi così. Fui puntuale, all'ora fissata; la donna arrivò poco dopo. Il severo studio del mio amico aveva due balconi, uno a levante, l'altro a mezzogiorno, e una larga ondata di sole lo invadeva in quel punto.—Ho avuto a stento il permesso—disse la evocatrice.—Da chi?—domandai.—Dai miei superiori—rispose semplicemente.—Questo signore è un incredulo—soggiunse rivolta al mio amico.—E gli spiriti non si mostrano volentieri a chi non crede.—Voglio credere—dissi.—Sono qui per questo. Costei—pensavo intanto—mette le mani avanti! E la osservai attentamente mentre si accingeva a disporre dietro la tenda del balcone l'orciolo con l'olio, la candela accesa e il piattino col sale. Nessun indizio di furberia su quel viso, ma una grande stanchezza, la stanchezza della miseria.—E chi vi ha insegnato?—le domandai.—Mia madre—rispose. Stiano attenti. Gli spiriti non entreranno qui; attraverseranno il corridoio, passando davanti all'uscio.—E si nascose dietro la tenda. Parlava con tale sicurezza, da spingermi a pensare: Tu forse stai per vedere un prodigio! Eravamo, il mio amico ed io, in piedi, in faccia all'uscio. A un tratto, il mio amico mi afferra una mano, e comincia a stringermela forte. Non mi distolsi dal guardare verso il corridoio, pur comprendendo che quegli aveva paura. Io mi sentivo tranquillissimo, senza diffidenza…. Dieci minuti di intensa aspettazione…. e la donna uscì fuori dalla tenda.
—Ha veduto?—disse.
—No.
—Non li hai veduti?—esclamò il mio amico quasi balbettando.
Era pallido come un morto.
—Sette—soggiunse.—Li ho contati; quattro donne e tre uomini…. come fatti di nebbia, con lunghe tuniche bianche…. Sono passati lentamente…. Ti ho stretto forte la mano nel terribile momento. E quella gran luce?
—Non ho visto nulla!
—Non crede!—disse la donna.—Per vedere bisogna avere la grazia….
Forse è così: bisogna avere la grazia, come ella si esprimeva, cioè una disposizione naturale, una facoltà speciale…. Che ne sappiamo? E il mio amico è rimasto talmente convinto di non essere stato vittima di un'allucinazione, che è morto sospettando sempre della mia buona fede. Ha creduto che io abbia negato di aver visto per cocciutaggine di medico materialista. E non è vero.
L'INESPLICABILE
A GIUSEPPE DRAGONETTO.
—Vorrei spiegarmi meglio, caro dottore, ma non so. Più ripenso al mio caso, più tento di veder bene tra la nebbia che mi avvolge la mente, e più sento sconvolgermi l'intelligenza. Sono già al confine della pazzia? Un altro passo e la mia ragione si smarrirà per sempre nella tenebra dell'incoscienza?… È terribile, dottore! No, non mi dite niente, state ad ascoltarmi; abbiate pazienza. Siccome il mio male è tutto qui, nella testa, e non ha sintomi fisici, voi non indovinereste nulla se io non parlassi. E per parlare, anzi per far lo sforzo di pensare e di parlare con qualche ordine, ho bisogno di non essere interrotto. Il mio cervello non funziona regolarmente; ha strane intermittenze. L'imbroglio consiste in questo: io non distinguo più tra sogno e realtà, tra fatti fantasticati in momenti di strana esaltazione e fatti realmente avvenuti…. Così, proprio così! Voi sorridete incredulo…. M'inganno? Tanto meglio.
Intorno ad alcuni avvenimenti non ho nessun dubbio.
Notiamo la data: nove mesi fa. Notiamo il luogo: Firenze. Ero arrivato la sera avanti. Due giorni prima, mi trovavo a Napoli, deciso di starvi fino alla metà di giugno. Nella stagione di primavera Napoli è un paradiso. Vi ero andato per godermi questo paradiso, e per nient'altro.
Avevo passato mezza giornata nell'Aquario tra le meraviglie della vita sottomarina…. Improvvisamente, quasi mi fosse stato suggerito all'orecchio da qualcuno, io pensai:—Va' a Firenze!… Va' a Firenze!—Mi stava davanti agli occhi una mirabile aiuola di attinie e di coralli che si agitavano, che palpitavano con le loro creste filamentose: e tra i coralli e le attinie, magnifici polipi, di cui ora non ricordo il nome, allungavano i tentacoli, si gonfiavano, si aprivano simili a viventi ventagli, si restringevano e quasi sparivano confondendosi con la vegetazione rosata. Altri piccoli molluschi, cavallini di mare, se non sbaglio, idre, meduse, salivano e scendevano nella limpidissima acqua dietro il grosso cristallo; paguri, che si eran formati una casa con grosse conchiglie, erravano qua e là, ora lenti ora rapidi, sul suolo ghiaioso, movendo le gambe rimaste fuori dal guscio…. E, di nuovo, quel suggerimento quella inattesa ispirazione: Va' a Firenze!
In quei giorni, io non vi avevo pensato neppur di sfuggita…. Ma, ecco, ora ricordo bene. Mentre guardavo intentamente quel maraviglioso spettacolo acquatico, due signore si erano fermate un istante vicino a me. Fiorentine, si capiva dall'accento…. Quale di esse aveva quella voce così melodiosa, da spingermi a guardarla? Ed ero rimasto deluso. La voce mi aveva fatto supporre una bellezza giovane e fresca…. Invece!… Colei non era giovane, nè bella. Può darsi che il suggerimento:—Va' a Firenze!—sia stato prodotto dalla malìa di quel suono. Malìa, ho detto benissimo; giacchè non potei sottrarmi alla sua azione.
Quando uscii dall'Acquario, l'incantevole tratto di marina là accanto era suffuso della tenera luce del tramonto; i viali della Villa quasi deserti, e pieni di misteriose ombre e di frescura; e laggiù, il Vesuvio con un sottile pennacchio di fumo, tutto dorato dagli ultimi raggi del sole, e quasi sorgente dalle onde per ottica illusione…. Guardai distrattamente il divino scenario che venivo ad ammirare ogni giorno insaziabilmente, scoprendolo rinnovato sempre dalla varietà della luce, secondo le ore della giornata…. E tornai a pensare: Va' a Firenze!
Non vi sembra strana questa insistenza suggestiva? Oh, non sembrerebbe strana neppure a me, se poi non fosse accaduto quel che accadde!…. Partii il giorno dopo, senza maravigliarmi della mia risoluzione, quasi la gita a Firenze fosse stata segnata nell'itinerario del mio viaggio. Soltanto arrivato colà, mi domandai stupito:—Che cosa son venuto a farvi? Ormai!…—e uscii dall'albergo e infilai la prima via che mi capitò davanti…. Cinque minuti dopo, mi trovavo in Piazza dell'Indipendenza….
Oh, questo non è sogno! Ricordo benissimo, ho coscienza della realtà….
La bionda signora mi era passata accanto inondando l'aria del suo profumo, sotto l'ombrellino con strisce gialle e bianche ornato di larghe trine…. La veste di leggerissima stoffa, con strisce gialle e bianche anch'essa ma più strette, ne modellava elegantemente la persona svelta e sottile. Non avevo potuto osservarla in viso, così rapidamente mi aveva oltrepassato. Vedevo, sotto i riflessi dell'ombrellino, l'oro dei suoi copiosi capelli rialzati su la nuca, dai quali sfuggivano alcune ciocchettine che tremavano a ogni passo, come cosa viva.
Fui tentato di seguirla, di raggiungerla, per la sola curiosità di conoscere se l'aspetto corrispondeva alla elegantissima linea della persona.
In quel punto, ella svoltava per via Enrico Poggi—via appartata, silenziosa, con case che paiono villini—e suonava a un portoncino. Si era voltata al rumore dei miei passi, un po' contrariata, mi parve, che qualcuno l'avesse seguita…. Così potei accertarmi che ella era bellissima. Visione di un istante! All'aprirsi del portoncino avevo intravveduto un andito con busti in marmo, grandi vasi con piante e, in fondo, una vetrata con vetri colorati…. Il portoncino si era richiuso.
Tornai addietro lentamente, conturbato dalla rapida visione, quasi qualche parte di me fosse penetrata là, dietro a colei, ed io ne sentissi la mancanza. Giacchè sùbito provai la viva sensazione di rivedere con l'imaginazione quell'andito e d'inoltrarmi dietro a l'incognita per le stanze, oltre la vetrata con vetri a colori.
Quel giorno no, ma qualche settimana dopo, sono io davvero entrato colà? Dev'essere stato così, perchè altrimenti come avrei ora quasi davanti agli occhi quel salottino parato di damasco azzurro, col gran ritratto di lei, in piedi, appeso alla parete di faccia; quella lampada di Murano con grandi foglie rosee che si accartocciavano attorno ai bracci e si arrampicavano al fusto capricciosamente; e il tavolinetto ingombro di ninnoli; e le poltroncine di un azzurro più pallido del damasco delle pareti?
Come mai potrei ricordarmi precisamente la nostra conversazione, di quattro o cinque giorni dopo?…. Mi sembra di riudirla…. Eppure in certi momenti dubito della mia memoria…. Può mai essere che io abbia sognato quel colloquio o che lo abbia fantasticato a occhi aperti e con tale intensità da crederlo, poi, realmente avvenuto?… In che modo dunque io rivedo la signora vestita diversamente, con ampia vestaglia color crema, tutta spumante di pizzi rari, con le sottili dita delle bianchissime mani cariche di anelli, con quella grossa perla pendente da una stella di diamanti attaccata su la parte sinistra del petto, quasi sotto la spalla?… In che modo ho negli orecchi il suono esotico della sua voce che dava alle parole della nostra lingua un fascino nuovo? E, finalmente, se non fosse stato vero, in che modo nel dialogo trovo accennati fatti che non ricordo e che pure debbono essere avvenuti?
—Vi ho sùbito riconosciuto—ella diceva.
—Perchè lo avete taciuto?
—Perchè non mi interessava di farvelo sapere, in quella casa, davanti alla persona che vi presentava a me.
—E vi è dispiaciuto?
—No. È inutile dispiacersi di quel che non si può evitare. Io mi rassegno facilmente; filosoficamente direi, se non fosse un po' troppo per una donna.
—Avreste voluto evitarmi potendo?
—Certamente. Gli uomini come voi sono una sciagura nella vita di una donna.
—Perchè?
—Perchè presto affermano di amarla, illusi forse, o vanitosi d'ispirare un sentimento che lusingherebbe il loro amor proprio. Voi avete su la punta della lingua una dichiarazione che soltanto le convenienze di un primo colloquio v'impediscono di farmi.
—Indovinate, in parte. Non le convenienze però, ma il timore di non esser creduto mi impedisce di parlare.
—Attendete per ciò, è vero? occasione più opportuna.
—Ormai è impossibile.
—Voi forse ignorate che ho marito.
—No; vi chiamano signora, non signorina.
—Capisco; il marito non vi sembra un ostacolo.
—Non è mai tale, quando l'amore vuole.
—Per certe donne, sì.
—E per voi?
—Io… io credo che l'individuo non ha altra norma di vita all'infuori di quella che la sua felicità richiede; e che di questa felicità è giudice inappellabile egli solo.
Parlava lentamente e non perchè l'esprimersi in italiano le richiedesse uno sforzo. Sembrava che ogni parola da lei pronunziata avesse un riposto significato e che ella volesse darmi tempo d'intenderlo bene, prima di risponderle. Ebbi fretta di mostrarle che avevo interpretato in favor mio la sentenza. M'interruppe:
—Siete fatuo, come tutti gli uomini.
È chiaro? È preciso? La presentazione, in quella casa da lei accennata, io non la ricordo affatto; ma la conversazione è fissata qui, parola per parola, col suono della voce, con l'accento, con l'atteggiamento di tutta la persona, coi fieri gesti della mano destra, dove uno stranissimo anello in forma di serpente si attorcigliava, flessibile, al dito medio simulando cinque o sei anelli, con la testa schiacciata che si piegava di lato alla radice dell'ugna. Tanti particolari non può averli inventati la mia fantasia…. Eppure io non sono certo che questa visita sia proprio avvenuta. Di quando in quando, un dubbio mi attraversava la mente: che quell'anello io lo abbia veduto, per caso, in un'altra mano, e che quelle parole io le abbia udite da un'altra bocca, in altra occasione…. o le abbia lette in qualche romanzo…..
Perchè?…. Perchè non so spiegarmi il ricordo, nettissimo, precisissimo, di una passeggiata solitaria pel Viale dei Colli dove io la rividi alcuni giorni dopo, sempre come una sconosciuta il cui fascino mi attirava, ma senza che ancora sentissi un forte desiderio di avvicinarla, anzi provando un istintivo movimento di resistenza contro quel fascino. Non era sola quel giorno; ed io, seguìtala un po', indovinando da alcune mosse che le tre signore parlavano di me, mi ero fermato, indispettito di riuscire, a quel che sembrava, importuno; e avevo interrotto la salita. Se fossi stato presentato a lei, se avessi avuto davvero quella conversazione con lei in casa sua, perchè non l'avevo almeno salutata?
Non confondo date. Tra il primo e il secondo incontro ci fu un intervallo di due o tre giorni…. Ma ogni volta che mi metto a ripensare il passato, la conversazione e l'incontro hanno lo stesso valore di realtà…. Sono tutti e due veri? Tutti e due falsi?….
Niente mi tratteneva in Firenze. Vi ero venuto per subitaneo e quasi inesplicabile capriccio: e non entravo in nessuna chiesa, non visitavo gallerie o musei, non mi fermavo davanti ai monumenti. Erravo per le vie con aria sbadata. Se non che, di tratto in tratto, mi accorgevo che tra le persone dei passanti ne ricercavo una, colei, che più non avevo riveduta da una settimana.
Ne ero invasato. Mi aggiravo per Piazza dell'Indipendenza, attraversavo spesso la via Enrico Poggi smanioso di imbattermi in lei…. E mi sembra che mi domandassi spesso:
—Perchè non ritorni a casa sua?…
Dunque c'ero stato; non potrei rammentarmi di questo, se non ci fossi stato davvero.
Capisco quel che volete dirmi: La nostra memoria è labile! o tale confusione vi sembra spiegabilissima con qualche complicazione nervosa sopravvenuta…. Ma io non sono stato malato. I miei nervi hanno conservato sempre un equilibrio perfetto, prima e dopo…. Cioè fino a pochi mesi fa, fino al giorno in cui mi sono accorto che avveniva nella mia mente una confusione tra fatti soltanto pensati, immaginati, e fatti realmente accaduti. E, sul principio, l'esitazione, l'incertezza di giudizio erano rapide, mi lasciavano tranquillo…. Poi, a poco a poco…. Ora non riesco più a fare distinzione alcuna. E l'idea, il sospetto che io abbia davvero potuto commettere…. È orribile, dottore!… Lasciatemi continuare.