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Della architettura gotica

Chapter 24: XXII.
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About This Book

This work compiles various writings on Gothic architecture, emphasizing the historical connection between the Goths and the Getae of Thrace, as noted by Herodotus. It explores the migrations of these peoples and their cultural developments over centuries, particularly focusing on their architectural contributions and the influence of Eastern civilizations. The author discusses the significance of religious practices and societal structures among the Goths, contrasting them with other groups such as the Germans. The text also highlights the Goths' architectural achievements, including the establishment of cities and cathedrals, marking their evolution from ancient tribes to a significant cultural force in Europe.

»Erexit fautore Deo Rei inclytus urbem

»Wamba, SUAE CELEBREM PRAETENDENS GENTIS HONOREM[78]».

Questi versi gli fece incidere sulle nuove mura della città, riferiti da Isidoro Pacense, che scrivea pochi anni dopo lui, nel 740; Isidoro, al quale sembrò maravigliosa quella costruzione. Vamba comandò, che brevi Torri si fabbricassero sulle Porte, ove collocò le statue marmoree d'alcuni martiri. Simili Torri fino all'ottavo secolo non si disgiunsero dal pensiero de' Visigoti nella costruzione delle loro Chiese: ornamento, già il dissi, e non difesa. Ne' secoli seguenti, dopo gli assalti degli Arabi e de' Normanni, tali Torri divennero altresì propugnacoli e speranze di salvezza contro la furia de' nemici tanto ne' Monasteri quanto nelle Chiese di tutta l'Europa Occidentale, senza parlare dell'uso che divenne generalissimo, di situarvi le Campane.

Le statue poste da Vamba sulle Torri delle Porte di Toledo furono rovesciate dal tempo: ma il Mariana racconta, che a' suoi proprj dì, Filippo II.º le restituì al loro luogo[79]. Soggiunge, che Vamba cercò pietre da per ogni dove, adoperando i marmi delle Romane fabbriche, ne' quali volle si scolpissero immagini a simiglianza d'una Rota o a una Rosa[80]. Di così fatte Rote o Rose fu grande l'uso nell'Architettura Gotica del duodecimo e tredicesimo secolo; ma Vamba ne avea dato gli esempi, che certo non furono i primi appo i Visigoti, e che Filippo II.º richiamò al lume del giorno. Vamba in oltre guerreggiò felicemente contro i Visigoti, che ribellaronsi a lui nella Gallia Gotica non conquistata da' Franchi; e fondò vicino a Nimes la celebre Badia di Santo Egidio[81], mentre San Fruttuoso di Braga edificava i popolosi Monasteri, onde ho toccato, e soprattutto il Complutense, il Rufinianense, il Visumense. Nel costruire il suo Monastero di Santo Egidio, Vamba non pose mente al prossimo Anfiteatro Romano di Nimes: nè gli Anfiteatri erano cagione di grande amore a' popoli non Romani, e la memoria degli antichi spettacoli era odiosa principalmente a' popoli Gotici. La Nemausense Badia di Santo Egidio non ritrasse nulla in se di quelle forme anfiteatrali, ed in tutti gli altri edifizi la vanità de' Visigoti dava loro a credere volentieri, che la vetusta loro Architettura Gotica vincesse di lunga mano i pregi della Greca e della Romana. Di qui nascea l'abbandono dei pubblici edifici Romanesi nelle Provincie sottoposte a' Visigoti, e l'uso, che costoro correano velocemente a fare dei marmi di quegli edifici. Ervigio, che succedette a Vamba nel 680, risarcì le mura di Merida; indi rifece il Ponte Romano di quella città, in parte crollato; impresa, ch'e' commise al Duca Salla. Compiuto il lavoro, Ervigio fe' collocare sul Ponte un'Iscrizione in versi, o piuttosto un Ritmo, che non ha guari tempo si pose in luce dal Florez[82]. Ivi ad Ervigio si dà il titolo di Re de' Geti e s'afferma ch'egli studiossi d'estendere il suo nome con magnanimi fatti, sì che dopo aver cinto Merida con esimie mura, operò quel miracolo di ricostruzione:

. . . . »Potentis GETARUM ERVIGII Regis

. . . . . . .

»Studuit Magnanimis factis extendere nomen

Veterum et titulis addidit Salla suum,

Nam postquam EXIMIIS novavit moenibus urbem

Hoc Magis MIRACULUM patrare non distitit;

E però l'operatore di così fatto miracolo non si rimase dal dire, ch'egli aveva vinto, sebbene imitando, l'ammirabili opere del primo autore di quel Ponte; vittoria, che avrebbe dovuto far lieta Merida per molti secoli;

»Contruxit Arcos (sic), PENITUS FUNDAVIT IN UNDIS

Et MIRUM Auctoris Imitans VICIT OPUS.

. . . . . . .

»Urbs augusta, felix, mansura per saecula longa,

Novata studio Ducis.......».

Or Visogoto era quel Duca Salla, e Visigotica la burbanza o l'adulazione, con le quali si pretendeva nel Ritmo d'aver colui vinto i mirabili concetti del primo autore. Da tal burbanza o da tale adulazione si scorge vie meglio come la loro Architettura Gotica si tenesse da' Visigoti dappiù della Romana, e come coloro giudicassero di questa, o si sforzassero di giudicarne, in un modo affatto diverso dal nostro. Egli è un singolar piglio dell'età presente il credere, che i Visigoti (non parlo già degli Ostrogoti) avesser dovuto inclinarsi, come noi facciamo, alla bellezza dei Monumenti di Architettura Greca e Latina, e deporre a tal vista ogni lor vanità cittadinesca. I Visigoti di Spagna, quantunque scrivessero in Latino e si chiamassero Flavii (per non esser da meno de' Re Longobardi) e fossero vaghi d'imitar la pompa del Palazzo Imperiale di Bizanzio, pur tuttavolta si vantavano d'essere più antichi e più civili assai de' lor sudditi Romani. Con questo animo, Vamba dirizzava le Gotiche Rose in Toledo e Sisebuto scrivea le sue Lettere a Teodolinda. Ne' secoli seguenti vinse l'intelletto Latino in tutta Europa, massimamente nell'Italia Longobarda: e là nella Spagna, quando ella fu liberata dal giogo degli Arabi, la voce Ladino, cioè Latino, divenne da capo, e si mantiene anche oggidì, una voce dinotante un titolo d'onore.

XXI.

Maometto era morto nel 632; nè ancora settanta nove anni eran trascorsi, quando i suoi Arabi giunsero in Ispagna nel 711, dopo aver soggiogata una parte non dispregevole così dell'Asia come dell'Affrica. Il passaggio di quegl'Ismaeliti dal loro Scenitico vivere sotto le tende al vivere nelle più popolose Città fe' sentir loro il bisogno dell'Architettura, e soprattutto della Sacra per la costruzione delle loro Moschee: bisogno, che costituì un novello senso nella natura lor trasformata. Edificarono dunque Moschee in ogni luogo, fin da' primi giorni delle loro vittorie: ma riuscirono da per ogni dove in Architettura i discepoli non i Maestri dei popoli vinti, e massimamente de' Visigoti di Spagna. Non tardarono a prorompere nella Gallia Gotica, unita con la Spagna; nel 719 s'impadronirono di Narbona, poscia si sospinsero fino a Magalona. Penetrarono anche in Marsiglia, ch'era de' Franchi, e però Carlo Martello, Principe di costoro, mosse l'armi sue contro gli assalitori. Carlo Martello ritolse nel 737 a' Saracini Agde e Béziers, notabili Città Visigotiche da essi occupate, ma le saccheggiò ed arse; indi barbaricamente bruciò in Nimes l'Anfiteatro Romano[83]. Fe' rovesciar da' fondamenti Magalona, vicina dell'odierna Monpellieri e d'Aniana, oggi Saint Aignan, sul Mar di Provenza: ma i Saracini lasciarono a quella spiaggia il lor nome, che anche ora s'ascolta, di Port Sarrasin.

Più crudele s'accese allora la guerra. Carlo Martello domandò gli aiuti di Liutprando, Re de' Longobardi, che rapido accorse in Provenza nel 739. Finalmente i Saracini furono in quell'anno disfatti, e fuggirono verso i Pirenei e si rinchiusero dentro Narbona. Liutprando, ritornato in Italia, pubblicò nel 741 le sue famose Leggi sui Maestri Comacini, da me riferite nel Codice Diplomatico Longobardo[84], nelle quali si nota la diversità, che passava fra l'Architettura Romanese o Romana, e l'Architettura Gallica o Visigotica; la Gallica, cioè, veduta dal Longobardo in Provenza, non la Druidica di Vercingetoringe, nè la Moresca degli Arabi, nè quella de' Germani di Tacito, de' quali ricordavasi tuttora la rozzezza nel Concilio Romano, tenuto da Papa Zaccaria nel 744[85]. Ampie Note io soggiunsi alle Leggi Liutprandee su' Comacini: e però in questo luogo non mi rimane se non il debito di tacere.

Non meno sensibile che al Re Liutprando riuscì a Stefano II., Pontefice Romano, la diversità degli usi Architettonici d'Oltre l'Alpi e degli usi Romani. Al suo ritorno da Parigi verso la fine del 754 volle quel Pontefice mostrar alla sua Città di Roma gli stranieri costumi, e comandò s'edificasse ivi nella Regione Flaminia una Chiesa di San Dionigi, la quale somigliasse a quella da lui veduta in Francia, e desse una festa di nuova sorte sul Tevere. Lui morto nel 759, Paolo I., suo fratello e successore, compì l'edificio, che sussistea tuttora nel Mille, sì come scrisse Benedetto del Monte Soratte, del quale ho recitato le parole[86]; testimonio tanto più certo di quella diversità, quanto più ignorante d'ogni letteraria disciplina.

L'anno, in cui mancò Stefano II., fu quello nel quale il Re Pipino, figliuolo di Carlo Martello, giunse a scacciar di Narbona i Saracini. Con solenne Trattato d'Accomandigia, e' concedè ai Visigoti di Narbona il pieno godimento della lor Legge Visigotica[87]: e però la conservazione de' lor Magistrati, de' loro Duchi, dei loro Conti, de' loro Saioni e Gardingi e Tiufadi. Con altro suo Diploma dello stesso anno 759, Pipino donò all'Arcivescovo le Mura e le Torri di quella città ed anche i balzelli, soliti a riscuotersi da' Visigoti su' commercj delle navi discorrenti pel mare[88]. Sì fatti commercj de' Visigoti di Spagna, di Narbona, di Magalona e d'altri Porti della Gallia Gotica ne' Porti di Genova e ne' rimanenti del Regno Longobardo venivano tuttogiorno allargando in Italia e ne' paesi bagnati dal Mediterraneo la cognizione dell'Architettura Gotica. Ma i Visigoti, che riparavansi nell'Italia e nel Regno de' Franchi, fuggendo l'impeto dell'armi Saracine, meglio di qualunque altro propagavano in estranee contrade il concetto dell'Architettura loro nazionale. Fra tanti fuggiaschi primeggiò il Conte Visigoto di Magalona, che poscia ottenne i favori del Re Pipino. Smaragdo, Scrittore contemporaneo, lo dice uscito di Getica stirpe (Ex Getica stirpe oriundus, natus in Gothia[89]), ma senza tramandarcene il nome. Da questo Piloforo Visigoto nacque Vitizza[90], il quale videsi accolto nelle Reggie di Pipino e di Carlomagno, e nel 774 venne in Italia contro il Re Desiderio, sotto le mura di Pavia. Mutò poscia i pensieri, e si condusse vicino alla sua patria Magalonese nella solitudine d'Aniana: ivi cominciò a fabbricar con le sue mani le povere celle, che tosto divennero l'Anianese Badia, una delle più illustri d'Europa. Vitizza mutò anche il nome suo, e chiamossi Benedetto, come or noi l'appelliamo col titolo di Santo, congiunto con l'altro d'Anianese. Questo insigne Ottimate Visigoto fondò nelle Gallie un gran numero di Monasteri, le forme dei quali s'imitarono poscia nella Germania di Tacito: ma, innanzi di parlarne, giova dare un rapido sguardo a ciò che avvenuto era in Ispagna dopo l'arrivo degli Arabi.

XXII.

Avendo i Romani perduto il lor nome nella Spagna Visigotica e nella Gallia Gotica, dovè loro sembrar odiosa ed insopportabile questa condizione; ma i rancori cessarono, e le due razze si confusero daddovero insieme in un comune servaggio, quando sopraggiunsero gli Arabi. Allora i Visigoti alla lor volta perdettero il nome loro: e così essi come i Romani vinti da' Saracini si chiamarono Muzarabi nelle Provincie Spagnuole occupate dal nuovo nemico: allora i desiderj di scuotere il giogo abborrito divampò ugualmente ne' petti dell'uno e dell'altro popolo Cristiano. I loro studj e le lor discipline si confusero altresì presso i Muzarabi, e crebbe massimamente l'amore per la Liturgia Gotica, imposta dal Terzo Concilio di Toledo anche a' Romani. Questa da indi in qua chiamossi e chiamasi tuttora Muzarabica. Io ne riparlerò in poco d'ora, ma la breve Storia, che ne farò, ci verrà dimostrando la sua continua durata in Ispagna, e però il tenace proposito, con cui ella fu ivi custodita dalle genti di sangue Romano. Santo Ildefonso pregò secondo quella Gotica Liturgia, e soprattutto Santo Isidoro di Siviglia, l'amico del Re Sisebuto, al quale aveva egli dedicato il suo Libro Della natura delle cose. La conservazione della Liturgia Gotica non potè disgiungersi dall'esercizio dell'Architettura Gotica Sacra in ogni luogo di Spagna, dove i Saracini permisero a' Muzarabi d'edificare o di conservare le loro Chiese.

Ma si lascino i Muzarabi nella loro sventura, e si volga il pensiero alle felici montagne dell'Austurie, donde a capo d'un qualche secolo dovea discendere il liberatore aspettato. Don Pelagio con una mano di Visigoti riparossi ne' luoghi, dove ben presto sorse la città d'Oviedo, e v'inalberò la Croce di Gesù Cristo. Con questo segno tutelare alla mano mosse agli Arabi la guerra, e s'illustrò con la perseveranza della sua nobile resistenza contro gl'infedeli. Carlo Martello intanto saccheggiava e metteva in fondo la Gallia Gotica: orrido fatto, che spingea con immenso ardore i cuori de' Muzarabi da un lato e dall'altro quello de' Visigoti, oppressi dal Principe Franco, a desiderare il trionfo del cittadino loro nell'Asturia. Don Pelagio morì nel 737: Alfonso il Cattolico gli succedette, che non lasciò di ristorar con felici armi le speranze de' suoi. Sì lieti principj si turbarono per l'ignavia del Re Mauregato, ch'ebbe la mala voce d'aver promesso a' Mori l'infame tributo di cento donzelle Cristiane alla fine d'ogni anno. Froila, figliuolo d'Alfonso il Cattolico, riportò la lode d'avere in mezzo a tante sciagure fondata Oviedo, ed il Re Silo d'avervi costruito un Tempio al Salvatore: costruzioni, che niuno dirà non essere state d'Architettura Gotica. Nondimeno questi Principi furono superati da un edificatore assai più fortunato e grande, che pose in più splendido aspetto il Tempio di Silo, ed arricchillo con aurei doni. Lo chiamarono Alfonso il Casto, nome temuto dagli Arabi. Al tempo di lui giunse Carlomagno in Ispagna, verso l'anno 778. Fu fama, che Bernardo del Carpio, nipote del Re Alfonso il Casto, fosse stato l'autor principale della disfatta di Carlomagno in Roncisvalle, non che della morte d'Orlando. Larga sorgente d'eroiche geste, cantate ne' Romanzi e nelle favole della Cavalleria del Medio-Evo; ma le rimembranze Visigotiche intorno a Bernardo del Carpio accrebbero fin da quel tempo il numero de' Romanzi, che piacquero tanto al popolo di Don Pelagio dopo il Waltario d'Aquitania e l'Ildegonda di Borgogna.

I fatti di Roncisvalle perciò riempirono di Visigotiche Canzoni e di magnifici Tempj l'Asturia. Vinceano di nuovo i Goti ed edificavano. Alfonso il Casto fe' con celebre pompa consacrar da sette Vescovi nell'802 il Tempio d'Oviedo, quando avea già conseguito molte vittorie sugl'Infedeli; poscia edificonne un altro alla Vergine Santa, ed un terzo a San Giuliano: ma più elegante di tutti parve quel di San Tirso, che la Cronica d'Albelda nella Rioia (scrittura dell'883) ammirava per le sue marmoree colonne, pei suoi archi e pe' suoi molti angoli (Miro aedificio CUM MULTIS ANGULIS[91]). Veggano gli Architetti se quest'opera cotanto angolosa d'un Re Visigoto possa giudicarsi non Visigotica, ma Romanese. Più caro a que' Goti riuscì Alfonso il Casto, quando egli ridusse la nascente città d'Oviedo alle prette sembianze della perduta loro Toledo. Chi fra essi non sospirava per questa cara Toledo? Chi non dolorava di non poter più innalzar gli occhi verso l'alte cime di Santa Eulalia e di Santa Leocadia? Il Casto adunque tutto compose in Oviedo, tanto le Chiese quanto il novello Palagio dei Re, come sera fatto in Toledo; e però la Cronaca d'Albelda ebbe a dire: »Omnem Gothorum ordinem, sicut Toleti fuerat, tam in Ecclesiis quam in Palatio, Oveti cuncta constituit[92]». Chi non rammenta nell'atto di leggere questa Cronica, la nuova Troia, fondata in Epiro per opera di quelli, che fuggivano dall'antica? Chi non si riduce alla memoria i versi, ove si canta il giubilo, col quale i Troiani del figliuolo d'Anchise approdarono alla riva del falso Simoenta in Epiro, e corsero ad abbracciare i limitari della Porta Scea?

In tal modo Alfonso il Casto riproponeva le sembianze amate di Toledo a' suoi Visigoti d'Oviedo, e vi ponea le tombe de' Re. A quella stagione, il Visigoto Vitizza, figliuolo del Conte di Magalona, col nuovo suo nome di Benedetto Anianense, già era venuto da per ogni dove in fama pel gran numero di Monasteri da lui edificati dopo il suo proprio d'Aniana. Smaragdo, suo discepolo, afferma, che assai grande fu la Chiesa d'Aniana, e che i Chiostri, cospicui pe' suoi Portici e per le sue marmoree colonne, fabbricaronsi con nuova opera[93]. Furono essi Romanesi o Visigotici sì fatti Portici, voltati da uno de' Pilofori Visigoti? Dovè questo Piloforo ignorare ciò che Alfonso il Casto faceva in Oviedo? Con qual dritto e con quale ragione si può egli presupporre, come pur troppo si fa, che gli Ottimati Visigoti dell'ottavo e del nono secolo abbiano antiposta la Romanese alla nativa loro Architettura Gotica? E chi può negar, che di questa fossero andati superbi non dico i soli Re Vamba ed Ervigio, ma gli ultimi tra' Visigoti?

XXIII.

Emulo d'Alfonso il Casto nell'edificare, ma oh! quanto di lui più possente, fu Carlomagno, che tentò di far fiorire le Romane arti dell'Architettura e della Musica Ecclesiastica. Molti credono tuttavolta, ch'egli avesse fatto costruire alla foggia Visigotica la splendida sua Rotonda d'Aquisgrana. Io non ripeterò in questo luogo ciò che altrove scrissi di sì fatta Rotonda[94], non veduta da me: non posso nondimeno temperarmi dal riferir nuovamente le gravi parole del Cav. Giulio Cordero di San Quintino: »Chi non direbbe oggi d'essere tal Rotonda un edifizio d'Architettura Gotica in Aquisgrana[95]?» E per l'appunto, io soggiungo, in Aquisgrana, dove regnato avea la Gota Brunechilde.

Anche opera Visigotica può sembrare la magnifica Chiesa ed il Regal Monastero di Centula o di San Richerio in Piccardia. Quella Chiesa non fu priva della sua doppia Torre; una terza ne surse nel Chiostro; e tutte veggonsi effigiate nell'antica immagine presso il Mabillon[96], donde apparisce un andamento non Romanese nella costruzione, sebbene un Franco ne fosse stato l'autore: Angilberto, cioè, genero di Carlomagno, al quale Angilberto potè la Mano Gotica piacere quanto ella piacque a Clotario I. in Roano.

Angilberto morì pochi giorni dopo Carlomagno nell'814. Allora il nuovo Imperatore Ludovico Pio chiamò nella sua Reggia d'Aquisgrana il Visigoto Vitizza, ossia San Benedetto d'Aniana. Questi fabbricò poco discosto il Monastero d'Inda, sul fiume dello stesso nome: ultimo forse de' tanti Chiostri da lui edificati nella Gallia Gotica, ed in molte Provincie di Francia. Racconta Smaragdo, che Ludovico Pio prepose quel Visigoto al governo di tutt'i Monasteri dell'Aquitania e della Gozia, sperando che l'esempio giovasse al Regno de' Franchi: »Praefecit cunctis Coenobiis per Aquitaniam et Gothiam, ut Franciam imbueret exemplo[97]» La qual Francia di Ludovico Pio non avea certamente penuria degli esempj di Romanese Architettura.

Una delle più rinomate Badie di San Benedetto dopo la principale d'Aniana fu l'altra di San Piero in Cauna, della quale tosto riparlerò; situata fra le Visigotiche Città, di Narbona e di Carcassona. Ma la Badia d'Aniana fu il perpetuo modello d'ogni altra della Congregazione Anianese: perciò Smaragdo scrisse: »Hoc Anianense CAPUT esse Coenobiorum, quae in Gothorum partibus constructa esse VIDENTUR; verum etiam et illorum quae in aliis regionibus ea tempestate et DEINCEPS PER HUIUS EXEMPLA aedificata sunt[98]». Or quante Badie Anianesi non si fabbricarono dopo quella d'Aniana, che fu il primo concetto d'un Visigoto nella Gallia Gotica? A tal concetto accostossi dunque l'idea del Monastero d'Inda in Aquisgrana, e massimamente se di stile Gotico fu la Rotonda fattavi costruire da Carlomagno.

XXIV.

Contemporaneo di Vitizza o S. Benedetto Anianese, che morì nell'821, fu Walafrido Strabone, Monaco di Reichenau sul Lago di Costanza. Verso quel medesimo anno egli scrisse il suo Libro delle Cose Ecclesiastiche, ove chiamossi uomo Teotisco, affermando, che il suo Teotisco linguaggio parlavasi da' Geti, ossia da' Goti, e massimamente dalle Scitiche genti di Tomi (quivi era stato rilegato Ovidio); sì come appreso avea da' racconti d'alcuni Monaci, fedeli suoi confratelli. Nè seppe tacere, che a' suoi concittadini Teotisci s'erano insegnate molte utili cose da essi Geti, sebbene Ariani.

»Multa nostros (Theotiscos) UTILIA DIDICISSE, PRAECIPUE A GETIS, QUI ET GOTHI, cum eo tempore quo Ariani effecti sunt (licet a vera fide aberraverint), in Graecorum Provinciis commorantes, NOSTRUM, idest Theotiscum, sermonem habuerunt.

»Et, ut historiae testantur illius gentis (Geticae), divinos libros transtulerunt, quorum ADHUC Monumenta apud nonnullos habentur.

»Et fidelium fratrum nostrorum relatione didicimus, apud quasdam Scytharum gentes et maxime apud Tomitanos eadem locutione ADHUC DIVINA CELEBRANTUR OFFICIA[99]».

Qui tutti veggono, che si tocca della Traduzione d'Ulfila, e che di questa v'erano alcune Copie ancora nell'820 sulle spiagge del Lago di Costanza, sebbene i Teotisci di quelle contrade fossero divenuti Cattolici. Ma quali furono i Geti Ariani, ammaestratori dei Teotisci? Non essendo a noi noto, che i Geti della Gallia Gotica e di Spagna, cioè i Visigoti, avessero spedito alcuno a predicar l'Arianesimo nelle vicinanze di Reichenau, può credersi, che quegli ammaestratori de' Teotisci non fossero stati altri se non gli Sciti Iutungi ed i Borgognoni, dell'Arianesimo e della lingua Ulfilana de' quali s'è più volte ragionato[100]. Senza l'Arianesimo, direi, che Walafrido Strabone accennò al Geta o Visigoto Vitizza ed a' suoi Monaci della Congregazione Anianese. Si noti frattanto in qual modo i Monaci, compagni di Walafrido Strabone, dal paese, ove abitarono lungamente gli Sciti Iutungi d'Aureliano, conduceansi volentieri nelle regioni degli Sciti d'intorno alle bocche del Danubio; e come il linguaggio Tedesco d'oggidì potè divenir cotanto ricco, quanto egli divenne, di vocaboli prettamente Gotico-Ulfilani. Questo linguaggio Ulfilano stringeva ed aumentava i commercj fra le regioni circostanti al Lago di Costanza ed i vicini paesi, aiutati nelle Gallie da' Borgognoni: linguaggio, che propagossi di tratto in tratto nella Meridionale Germania, e che però si distendea dalle rive del Reno sino alle Colonne d'Ercole in Ispagna, nell'età di Walafrido Strabone.

Ma già si veniva formando il linguaggio Teotisco, e già la dominazione dei Franchi sì nella Germania di Tacito e sì ne' paesi Burgundici, senza parlar della mutata Religione, andava ristringendo i limiti, fra' quali s'udiva l'idioma Ulfilano. La Gallia Gotica, la Spagna Visigotica dell'Asturia ed il rimanente della Spagna, mutata in Muzarabica, serbarono sotto gl'ismaeliti l'antico affetto per la lingua d'Ulfila; sì come faceano per la Legge, per la Liturgia e per l'Architettura Gotica: le quali cose non possono mai, chi ben le considera, separarsi tra loro. Nell'853 Udalrico, Marchese di Gozia, tenne un Placito in Crespiano del Narbonese, per giudicar la causa di Godescalco, Abate dell'Anianense Badia di San Piero in Cauna, contro il Visigoto Odilone, che aveva usurpato alcune terre del Monistero. Intervennero al giudizio molti nobili personaggi, sei Giudici ed un Saione. Ivi s'allegarono le Leggi del Codice Visigoto, qual'egli era divenuto dopo l'abolizione del Dritto Romano comandata dal Re Cindasvindo[101], e quale il Re Pipino l'avea conceduto a' Visigoti col Trattato d'Accomandigia del 759[102]. Secondo sì fatte Leggi, che poi per un'antica Versione Castigliana si dissero del Fuero-Juezo, diessi vinta la lite all'Abate Caunense[103].

Nè solo i Visigoti, ma eziandio, sì come ho già detto, i Romani Muzarabi deploravano amaramente la caduta e la soggezione della Gotica stirpe in Ispagna. Santo Eulogio, Romano di Senatoria famiglia, che nell'858 lasciò la vita per la fede Cristiana, deplorava nel suo Libro del Memoriale de' Santi le sorti della Penisola Ispana. Cadde, scrivea, cadde il Regno de' Goti, fiorente per la dignità de' suoi Sacerdoti, e splendido per l'ammirabile costruzione delle sue Basiliche. »Post excidium regni Gothorum, quod Venerabilium Sacerdotum dignitate florebat, et admirabili Basilicarum constructione fulgebat[104]». Fu Santo Eulogio discepolo d'Alvaro; famoso Goto di Cordova. Ma quanto più i Saraceni mettevano alle prove la pazienza così de' Visigoti come de' Romani Muzarabi di Spagna, tanto più qualche volta prorompeva della Gotica stirpe il rigoglio. Non dubitò quell'Alvaro di scrivere ad un suo detrattore, che rammentasse chi mai si fossero i Geti, ovvero i Daci, dond'egli procedeva: usi a spregiar la morte, usi a lodar le loro ferite. »Ut me, qui sim ipse, cognoscas et amplius me tacendo devites, audi,

»Mortem contemnunt, laudato vulnere, Getae........,

.... »Hinc Dacus premat, inde Getes occurrat[105]».

In mezzo alla vasta oppressione de' Muzarabi, Alvaro coltivò l'amicizia del Diacono Leovigildo, il quale ancor egli nacque Visigoto e possedeva in Cordova una ricca Biblioteca. Fu questa celebrata da esso Alvaro, ed il suo possessore s'ascoltò insignire d'una gran lode; ch'egli, cioè, splendeva di Getica luce: »Getica qui luce fulget[106]». In tal guisa i Visigoti serbavano in cuore la memoria della loro passata grandezza, e però sempre, quando Alvaro di Cordova scrivea, intendeano a conservare il più che poteano le tre cose, onde ho testè favellato, la Legge del Fuero-Juezo, la Liturgia e l'Architettura Gotica. Nell'878 tennesi un Concilio in Troia di Sciampagna, nel quale si fecero Sigebodo, Arcivescovo di Narbona ed altri Vescovi della Gallia Gotica innanzi al Pontefice Romano Giovanni VIII, pregandolo di provvedere a punire i sacrilegj: materia, di cui non si faceva parola nel Codice Visigotico[107]. Poichè Goti eran que' Vescovi, egli è facile il comprendere, che la loro Ecclesiastica dignità non li distoglieva dall'esercizio, nè togliea loro il godimento delle patrie Leggi civili, nè dava loro il consiglio di mutare in Romanese l'Architettura Gotica delle Basiliche da essi costruite.

XXV.

Anche i Germani di Tacito a quella stagione cercavano d'ingentilire il loro idioma, venuti al Cristianesimo dopo la predicazione di San Bonifazio: già la loro agreste vita de' tugurj e delle capanne, senza tegole e senza calce[108], s'era mutata nella vita della città: già sorgeano da per ogni dove Cattedrali e Chiese, per la costruzione delle quali doveano chiamarsi gli Architetti o Romani o Visigoti. Ma la lingua Teotisca restò incolta e stridula per lunga stagione; del che abbiamo solenne testimonianza in Otfrido[109]: il quale, tra l'863 e l'879, si pose a parafrasar poeticamente i Santi Evangelj, e dedicò que' suoi lavori a Liutberto, Arcivescovo di Magonza. Nacque Otfrido non so se nel Regno dei Franchi o nella Germania di Tacito, posseduta da' Re Franchi. Afferma d'esser Teotisco, sì come Walafrido Strabone; ma il dialetto de' luoghi, ove Otfrido (nelle vicinanze forse di Magonza) dettava i suoi versi, era inferiore d'assai a quello de' paesi di Walafrido verso il Lago di Costanza, ove più larga e più profittevole si fece sentire l'infusione della vera lingua Gotica, od Ulfilana.

E però diceva Otfrido nella sua Prefazione a Liutberto, che barbaro, inculto ed indisciplinabile dal freno della Grammatica era il suo linguaggio Teotisco, e difficile a scriversi pel motivo della pronunzia Germanica, dello stridore de' denti e della sonorità delle fauci di que' popoli. »Linguae Theotiscae barbaries, ut est inculta et indisciplinabilis, atque insueta capi froeno Grammaticae..... difficilis scriptu propter litterarum congeriem aut incognitam sonoritatem... Ob stridorem dentium, ut puto, utuntur litera Z, et litera K ob faucium sonoritatem». E tosto soggiunse, che sì fatta lingua riputavasi agreste tuttora, e non era nè pur anco ridotta in iscritto da' proprj suoi cittadini, nè polita con l'arte. »Lingua haec velut Agrestis habetur, dum a PROPRIIS NEC SCRIPTURA NEQUE ARTE ALIQUA ULLIS TEMPORIBUS EXPOLITA[110]».

Queste ultime parole d'Otfrido attestano, che ignote a lui furono molte Scritture dell'idioma de' Franchi, le quali soglionsi attribuire all'ottavo secolo. Elle perciò sembrano appartenere alla seconda metà del secolo nono, e di non aver l'antichità della Parafrasi d'Otfrido. Tali sarebbero state le Versioni d'un Libro di Santo Isidoro di Siviglia, e della Regola del Patriarca San Benedetto; il Pater Noster Germanico; poche Formole Catechistiche del Concilio di Leptines (del 743, tradotte forse più tardi); la pugna d'Ildebrando e d'Altubrando ne' Ritmi di Cassel; una preghiera di Weissemburgo della Baviera[111].

In tal guisa Otfrido, che amava il suo linguaggio Teotisco e provavasi a dirozzarlo con le sue sacre rime, non potè dissimularne i difetti e la rusticità. Non trovo per verità, che Amalasunta in Italia e Brunechilde in Ispagna fosser dotate di sì stridenti gole. Questa pochezza e barbarie regnò parimente appo i Franchi, quando essi non parlavano in Latino. Coloro, i quali confondono la razza de' Germani di Tacito con quella de' Geti o Goti si condannano a dover concludere, che un solo furono l'idioma d'Otfrido e de' Visigoti così di Spagna come della Gallia Gotica. In simil modo avranno essi a dire, che le fabbriche imprese dopo San Bonifazio nella Germania di Tacito, dalla seconda metà dell'ottavo secolo fino alla prima del nono ed all'età d'Otfrido, uguagliarono in magnificenza ed in elevazione i Tempj Toledani di Santa Eulalia e di Santa Leocadia, e que' d'Alfonso il Casto in Oviedo e tutti gli altri magnifici Monumenti dell'Architettura Gotica, de' quali s'è fin qui ragionato.

XXVI.

Un altro popolo intanto, a' giorni d'Alvaro di Cordova e del Diacono Leovigildo e d'Otfrido, minacciava le spiagge dell'Europa Occidentale sull'Oceano, recando con le sue marittime correrie i più gravi danni e le più spietate stragi alla Spagna ed al Regno dei Franchi. Erano i Normanni, a' quali ho detto, che Ulmaro nell'875 diè il nome di Geti[112]: nome, che loro s'appartenea, sì come ho narrato nel Libro Trigesimo Settimo della Storia. Qui solo dirò, che nel 912 Rollone il Normanno ebbe dal Re Carlo il Semplice quella parte, la quale chiamossi Normandia, del Regno de' Franchi di Neustria, col titolo di Duca: e che il nuovo Duca pose la sua sede in Roano. Fu padre di Guglielmo I. detto Lungaspada, il quale dalla nobilissima Sprota generò il Duca Riccardo I. Sprota, rimasta vedova, da un secondo marito ebbe Rodolfo, Conte così d'Ivry come di Baieux, e però fratello uterino d'esso Riccardo I.[113]. Sulle relazioni di questi due fratelli, Dudone di San Quintino compose l'enfatiche sue ma fedeli Storie de' Normanni[114]; dalle quali apparisce, che quel Rollone fu veramente Dacigena[115], ovvero della Dacia, e che parlava la Lingua Dacica. Nacque, raccontavano l'uno e l'altro fratello, il loro avo Rollone in Dacia; non nella Danimarca od in altra delle regioni poste sul Baltico, alle quali si dava il nome generale di Dacia, per la conquista fattane da' Goti o Daci dopo la morte d'Ermanarico il Grande: ma sì nella Dacia confinante con l'Alania. L'Alania in varj tempi ebbe varj confini, più o meno vasti: nondimeno ella non si distese giammai oltre gli spazj, che interpongonsi fra il Mar Nero e la Vistola. Rollone fu prole d'un Re, che possedè pressochè interi questi Regni d'Alania e di Dacia: »Daciae regnum pene universum possidens, AFFINES Daciae et ALANIAE terras sibi vindicavit[116]». Dell'Alania parlarono i messi di Teodosio Imperatore, dicendo: »Dacia et Alania finiuntur ab Oriente, desertis Sarmatiae: ab Occidente, flumine Vistula: a Septemtrione, Oceano: a Meridie, flumine Histro[117]».

Fuggito Rollone da quest'Alanica Dacia, navigò verso la Scandinavia e giunse in Meora di Norvegia; donde poi venne a saccheggiar l'Europa Occidentale co' suoi compagni, e, fatto Cristiano, dette i principj al Ducato di Normandia, dal quale indi uscirono i conquistatori d'Inghilterra e delle due Sicilie.

La prima cura di Rollone fu di far ricondurre nel Tempio Gotico di Clotario I. il Corpo di Sant'Oveno, donando non poche terre a' Monaci, rimpatriatisi. Altre ne donò a Santa Maria di Baieux, a Santa Maria d'Evreux ed alla Chiesa del Monte di San Michele, denominato In pericolo di mare; nobile scoglio, d'accesso difficile in mezzo all'Oceano. Su quello scoglio surse la Badia, che oggi anche da lungi ostenta le forme dell'Architettura Gotica. Ivi Rollone parlava la sua Dacica Lingua, ignota del tutto anche a' discendenti di quei Sassoni, che Gregorio Turonense[118] narra essersi dalla Germania di Tacito tramutati, dopo varie guerre, in Baieux. Il Duca Guglielmo I. Lungaspada, trovandosi nel 941 a parlamento con Arrigo nella vera Germania di là dal Reno, udivvi Ermanno, Duca de' Sassoni, favellare nell'idioma Dacico: »Dux Saxonum, narra Dudone di San Quintino[119], coepit affari Dacica lingua Willelmum, Ducem Northmannorum». Domandogli, maravigliando, in che modo avesse appreso un idioma non conosciuto in Sassonia, ed Ermanno rispose d'essergli occorso ciò, a suo malgrado, avendolo i valorosi Daci travagliato con assidua guerra e poi fatto prigioniero: »Quis te, continua Dudone, Daciscam linguam, inexpertem Saxonibus, docuit? Bellicosum, respondit, TUAE PROGENIEI DECUS, quae innumerabilia proelia in me exercuit, meque proelio captum ad sua detrusit, et, me nolente, linguam Daciscam docuit». Di qui s'impara, che la Dacica patria di Rollone stava situata tra l'Alania e la Sassonia della Germania di Tacito, e che nel Novecento niuna infusione della lingua de' Daco-Geti, ossia dell'Ulfilana erasi fatta nell'idioma di que' Sassoni, sebbene in più antica età dalle medesime dimore Germaniche fossero usciti una porzione degli Anglo-Sassoni, conquistatori dell'Inghilterra nel 449.

La Lingua Dacica di suo padre Rollone fu cara cotanto al Duca Guglielmo Lungaspada, che volle mandar in Baieux un suo tenero figlioletto per esservi educato allegramente alla Normanna, e nel nativo idioma de' Daci. Disse, che in questa città v'era un maggior numero di Normanni, e che in Roano udivasi più volentieri parlare il Latino, in danno del Dacico linguaggio, »Quoniam (quegli che parla, è sempre Dudone, buon testimone di que' fatti), Rothomagensis civitas Romana potius quam Dacisca utitur ELOQUENTIA, et Baioacensis frequentius. Fruitur Dacisca quam Romana, volo ut puer ad Baioacensem deferatur ut EDUCETUR, FERVENS LOQUACITATE DACISCA[120]».

Con tali cure s'ingegnavano i popoli del sangue Daco-Getico di tenere svegliata la patria lingua, e con tale predilezione l'antiponevano essi al Latino, quantunque i loro Pubblici Atti si scrivessero Latinamente per farli capire dall'universalità degli abitanti di Normandia. Ben questo Dacico era lo stesso linguaggio della Gallia Gotica e di Spagna; diverso affatto da quello de' Franchi, de' Sassoni e dell'altre genti della Germania di Tacito. I Normanni di Rollone, il Daco, erano idolatri, e quando passarono al Cristianesimo, non aveano la Liturgia Ecclesiastica de' Visigoti: ma, in quanto all'Architettura Gotica, ciascuno può di leggieri comprendere con quanto diletto avesse dovuto Rollone veder la Mano Gotica di Clotario I. in Sant'Oveno di Roano, e con quale facilità largheggiar de' suoi doni verso quel Monastero.

Il fanciullo, che coltivò la Lingua Dacica in Baieux, fu Riccardo I.; e' succedette al padre Guglielmo Lungaspada nel Ducato di Normandia. Non credo, che la sua Lingua Dacica di Baieux somigliasse in tutto a quella de' Visigoti dopo la separazione di molti e molti secoli fra i Geti passati nell'Occidente d'Europa, ed i Daco-Geti di Rollone. Ma intelligibile certamente riusciva la favella di Rollone a que' Visigoti; ciò che non avveniva punto ai Sassoni avveniticci di Baieux, nè a' Sassoni rimasti nella Germania. Più ignoto sonava l'idioma Dacico di Rollone a' Romani di Normandia, suoi nuovi sudditi; nè Rollone, o Guglielmo Lungaspada cercarono di propagarne l'insegnamento. La contraria sentenza piacque a Teodorico e ad Amalasunta in Italia, i quali godevano del vedere i fanciulli Romani addottrinarsi nella lor lingua Gotica. Tra questi s'annoverarono i figliuoli del Patrizio Cipriano[121]: e tali studj piacquero tanto più ad Amalasunta quanto più ella, dotta così nel Latino come nel Greco, era vaga di mostrar a tutti le ricchezze del patrio linguaggio. Del che lodavala Cassiodoro, scrivendo al Senato di Roma: »Nativi sermonis UBERTATE GLORIATUR[122]».

XXVII.

Qui è necessario sdebitarmi della mia promessa[123], dicendo una qualche parola intorno al linguaggio arcano e però a' fatti dei Culdei o Colidei, onde favellarono dottamente lo Spelmanno ed il Ducange ne' loro Glossarj. Ebbero per vero, seguitando l'autorità degli Storici Ettore Boezio e Giorgio Bucanano, che sì fatti Culdei furono antichi Monaci o Canonici Regolari di Scozia, i quali non del tutto ubbidivano, salvo la fede, a' precetti disciplinari del Pontificato Romano. Ciò bastò ad alcuni recenti Scrittori per crederli o Eretici, o seguaci dello Scisma de' Greci[124]; ed in tal qualità s'odono i Culdei predicare oggidì per inventori dell'Architettura Gotica e dell'ogiva od arco acuto, in odio dell'arco rotondo dei Romani Pontefici ed in dispregio di tutta la Romanese Architettura. Dell'ogiva parlerò più innanzi: ma priva di qualunque fondamento è l'opinione, che attribuisce ai Culdei di Scozia d'aver creato un'Architettura inimica della Cattolica; la medesima, cioè, che si sparse tosto in tutta l'Europa Cattolica e divenne cara per molti secoli ad infinite generazioni di Vescovi, di Sacerdoti e di Monaci, ossequiosissimi a' Pontefici Romani. E poi che aveano di comune co' Pontefici le mura di Merida o di Toledo e dell'altre Città de' Visigoti; che aveano di comune co' Pontefici di Roma i loro Castelli e Palagj con tutto il resto degli edifizj militari e civili di ogni sorta?

Io non nego, che San Colombano, uscito dall'Ibernia, scritto non avesse alcune acerbe parole contro la Catedra di San Pietro, da me non taciute nel Codice Diplomatico Longobardo[125]. Ma e' le scrisse per Cattolico zelo, ignorando nella sua qualità di straniero i fatti; e la Romana Chiesa onora nel numero de' suoi Santi questo insigne fondatore de' Monasteri di Lussovio (oggi Luxeu) nel Regno de' Borgognoni, e di Bobbio nel Regno d'Italia; di Bobbio, che tosto divenne l'asilo d'un gran numero di virtuosi e dotti uomini dell'Ibernia. San Gallo, San Deicolo, San Romarico, Autori di famose Badie, furono Monaci, non Culdei, di Lussovio, ed ebbero gran numero d'imitatori nel settimo secolo, i quali tra' soli Monti Vogesi verso l'Alsazia, in uno spazio non maggiore di quarantacinque leghe, costruirono, afferma lo Schoepflin[126], un circa settanta Monasteri di Canonici Regolari e di Religiosi dell'uno e dell'altro sesso. I loro edificj si giudicarono ammirabili opere dallo stesso Autore, per l'ampiezza delle loro moli e per la bellezza delle lor forme; donde poi sursero, nè ciò increbbe a' Pontefici di Roma, un numero infinito di Ville, di Rocche, di Vici, di Castelli e di Terre[127].

Più singolare può credersi l'altra opinione[128], la quale confonde gl'intendimenti de' Culdei con le dottrine Architettoniche d'alcune Consorterie di Laici, Operatori ed Architetti, che usarono un linguaggio arcano fra loro, ed ebbero una particolar Gerarchia col divieto di svelare a' profani la regola dell'arte loro e de' lor computi Matematici. Lunghe fatiche si son tollerate in Germania e' non ha guari per persuaderci, che la Gran Carta di sì fatte Consorterie Laicali si compilò in Inghilterra, e propriamente nell'anno 926, al tempo di Guglielmo Lungaspada e di Riccardo I. Soggiungesi, che un cotal Documento Anglo-Sassonico, disteso nell'Eboracense città, ovvero in York, si conserva tuttora in Londra[129]. Che che sia di sì fatta Scrittura, che io non lessi e della quale non posso dar giudizio, ella non distrugge certamente le Storie dell'Architettura Gotica Oltredanubiana, da Zamolxi fino a Deceneo e ad Ulfila; non distrugge le Storie dell'Architettura in Ispagna e nella Gallia Gotica. La compilazione, vera o falsa, del 926 non potè dunque non esser l'erede necessaria d'un qualche precedente Sodalizio, dal quale in più remota età si lavorò un qualche Trattato d'Architettura: e, se congregaronsi Consorterie Architettoniche nel decimo secolo di Gesù Cristo, elle non furono più antiche sì de' Collegj dei Fabbri presso i primitivi Romani e sì degli altri de' Maestri Comacini presso i Longobardi. Simili Sodalizj formavansi non solo per le ragioni di ciascun'arte, ma eziandio per soccorrersi a vicenda nelle varie occorrenze della vita; e soprattutto nelle spese de' funerali, come il Mommsen[130] a' nostri dì vien dimostrando in quanto a' Romani. Anche oggi pei medesimi fini d'aiutarsi reciprocamente con carità religiosa vi sono le così dette Congregazioni Spirituali dell'Arti nel Reame delle due Sicilie. Gli stessi modi, credo, si tennero da' Collegj degli Architetti Visigoti di Spagna prima della venuta degli Arabi nel 711, e fino al duodecimo secolo nella Gallia Gotica.

Non veggo perciò come si debba creder nuovo nel 926 l'essersi formate o no alcune Consorterie non solo di Culdei Ecclesiastici, ma d'Architetti Laici; e come gli uni e gli altri avessero potuto essere trovatori d'un'Architettura, non mai più veduta dianzi, per contrapporla con insolito ardire a quella tenuta in pregio dai Pontefici Romani. E poi, qual maraviglia, che parecchie Consorterie giurassero di non comunicare a niuno il magistero dell'arte loro? Che altro essi faceano se non quello che sempre s'è fatto e si fa e si farà in tutte l'Officine dell'arti e de' mestieri, anche oggi che in molti paesi d'Europa s'abolirono per Legge i Collegj d'arti e mestieri? Non v'ha più giuramento del segreto, è vero; ma il privato interesse in ogni Bottega di vini o di zolfi o di ferri sa custodire assai bene a' nostri giorni le tradizioni e le pratiche della sua industria, per nascondersi agli emuli e difendersi contro gl'imitatori. Del rimanente, io non ignoro, che i costumi erano assai più feroci nel Medio-Evo, e che allora un segreto violato aprir potea più agevolmente le vie alle stragi ed al sangue, come si narra essere avvenuto nel 1099 a Corrado, Vescovo d'Utrect, il quale rubò al giovine Pleber le sue formole intorno al gittar le fondamenta d'una Chiesa (arcanum magisterium), e fu per vendetta ucciso dal padre del giovine. Tralascio i paurosi racconti, che si fanno sopra Erwino di Steimbach, autore d'una delle Torri di Strasburgo nel secolo decimo quarto.

L'arcano linguaggio degli Operatori d'un'Architettura, che pretendesi allora nata verso il 926, è un gran fenomeno agli occhi di chi giudica essersi, mercè un segreto inespugnabile, propagata in tutta l'Europa Cattolica l'arte da noi detta oggi Gotica. Quella, che noi chiamiamo così, non vuole attribuirsi a' Visigoti; gente barbara ed ignorante, la quale non edificò giammai se non alla Romana, e, sto per dire, secondo i precetti di Vitruvio! A questo modo ragionano i presenti Storici dell'Architettura, ignorando tutta la Storia Oltredanubiana de' Visigoti da un lato, e dall'altro affannandosi per rintracciar nelle Consorterie de' Culdei o degli Architetti Laici tutto ciò che si trova in quella Storia molti secoli prima del 926. Somigliano tal sorta di Storici a chi con grande smania vada cercando gli occhiali, ch'egli avea già sulla fronte.

Quel gran fenomeno del linguaggio arcano è un fatto non molto dissimile all'altro d'essersi Riccardo I condotto da Roano in Baieux per parlarvi la Lingua Dacica. Perciò i Visigoti di Spagna e della Gallia Gotica, sebbene scrivessero in Latino, aveano pe' loro usi particolari[131] la Visigotica od Ulfilana Lingua in serbo; istromento ed arcano del Regno loro sì per tener desta la patria favella in mezzo a popoli di sangue diverso, e sì per non esser talvolta compresi da' Romani, sudditi non sempre fedeli. Negli eserciti d'Alessandro il Grande, composti di molte nazioni, la sua Macedonica favella era divenuta il privilegio del minor numero; ed egli stesso il Re non l'adoperava che in alcune rare occorrenze, avendo sempre il Greco illustre fra le labbra. E però, volendo ammazzar Clito, gridò contro lui all'armi nel dialetto dei Macedoni, chiamando a sè i Portatori di targhe; l'uso del quale dialetto, nella sua bocca era divenuto, scrive Plutarco, il segno e quasi un simbolo di qualche gran turbazione. I discendenti di quei Bulgari d'Aleczone, i quali furono dal Re Longobardo Grimoaldo collocati verso l'anno 667 nelle vicinanze d'Isernia e nel tratto, che oggi chiamasi Provincia di Molise nel Reame di Napoli, vivono ancora negli stessi luoghi, ove sopravvennero alcuni stuoli di Schiavoni o Slavi al tempo del Re Ferdinando I d'Aragona. Son tutte popolazioni bilingui, ed ora si veggono pubblicati dal Professor De Rubertis, nato nella Provincia di Molise, alquanti brani delle popolari canzoni, solite a cantarsi nel primo di Maggio presso i nipoti e pronipoti degli Slavi[132]. Ma chi, senza una tradizione, potrebbe percepirne il significato?

L'Architettura e le Matematiche nel Medio-Evo non s'insegnavano dalle Cattedre, come oggi fra noi ma o ne' Monasteri o nelle Consorterie Laicali degli Architetti. Non solevano in quel tempo disgiungersi la scienza e la speculazione dall'operare. Nè si disgiunsero così ne' Collegj de' Comacini come in quelli de' Fabbri di Roma; non si disgiunsero in più antica età presso i Visigoti, quando essi edificavano di là dal Danubio, e quando poi edificarono in Ispagna e nella Gallia Gotica. Sì agli uni e sì agli altri Visigoti dovè tornar necessario un qualche Sodalizio d'arti e di mestieri, e soprattutto d'Architetti e muratori. Da qualcuna di sì fatte Consorterie uscirono per aventura gli Operatori della Mano Gotica, chiamati nel 534 da Clotario I in Roano; e non saranno stat'i soli, che vennero nel Regno de' Franchi di Neustria. Dopo la predicazione di San Bonifazio nella Germania di Tacito, poterono alcuni di sì fatti Visigoti esservi chiamati a costruir le Città e le Chiese, come certamente chiamati vi furono i più vicini Comacini d'Italia e come i Monaci Cattolici, di qualunque nazione si fossero, v'andarono, sì per propagarvi la fede Cristiana e sì per farvi costruire le Badie di Fulda e di Corbeia e tante altre splendidissime. Il linguaggio di tutti costoro in principio non si comprendea dai Germani di Tacito; semplicissimo fatto, sul quale di poi s'inventarono tante favole intorno a' Culdei ed agli Architetti Laici del Medio-Evo, non che all'arcano lor favellare.

XXVIII.

La Dacia confinante con l'Alania, donde si partì Rollone, Duca di Normandia, ebbe o no alcuni di sì fatti Collegj? Sembra, che avesse dovuto averli; ma chi può dirlo con certezza? Se gli ebbe, i primieri costumi della piraterìa di Rollone fan credere, ch'egli non si fosse curato di portar Architetti sulle sue velocissime navi e la brevità del suo Ducato dopo la sua conversione al Cristianesimo non gli permise forse di chiamarne dalla sua Dacia nativa e dal Danubio. Ma volendo Rollone fabbricare una qualche Chiesa od un qualche Palagio, non vedeva egli la Mano Gotica di Sant'Oveno in Roano? E non dovea egli esser tentato di chiamar Visigotici anzichè Romanesi Architetti?

Riccardo I. non solamente volle, che la Storia de' suoi Daco-Geti Normanni, al tempo della loro idolatria, si scrivesse da Dudone di San Quintino; ma vivi serbò nella sua mente i concetti dell'Architettura Oltredanubiana di que' Daco-Geti. Gli piacquero innanzi ogni cosa ne' Tempj l'elevazione, che chiamerò Visigotica, ed il pensiero di circondarli con le Torri. Stando egli un giorno sulle soglie del suo Normannico Palazzo di Fecampo, vide in qual maniera questo vincesse nell'altezza l'opposta Chiesa della Trinità; e tosto mandò per un Architetto, al quale impose d'alzar la nuova Chiesa cotanto, ch'ella superasse le mura sì del Palazzo e sì della città. Il nuovo Tempio, ricco di Torri come quello di Santa Eulalia in Merida, non tardò a levarsi maestoso nell'aria, con due file d'archi: »Delubrum MIRAE AMPLITUDINIS, hinc inde Turribus praebalteatum, dupliciter arcuatum et de concatenatis artificiose lateribus DECORAE ALTITUDINIS CULMINE... Intrinsecus depinxit historialiter[133]». La Casa di Dio, disse Riccardo I., dee superare tutte le sommità d'ogni altra fabbrica.

Notgero, Vescovo di Liegi, a' giorni di Riccardo I., riedificò nella sua città la Basilica di San Lamberto, della quale si conserva l'immagine nelle Lamine, descritte dopo il Dittico Liegese dal Wiltheim[134], ove tutti possono scorgere il Gotico artificio delle Torri e de' molti angoli, compagni di que' della Chiesa di S. Tirso d'Asturia. Non è questa, esclama il Wiltheim, non è questa l'Architettura da noi chiamata Gotica? »Vidisti in singulis tabellis tria FASTIGIA ACUMINATA, et sub unoquoque horum singulos ARCUS ACUTE ANGULOSOS, genus structurae a Vitruviana seu Romana Graecave veteri longe diversum: vulgo Gothicum hodie appellant». In tal guisa, gli esempj della Mano Gotica di Roano si veggono passati dalla Normandia in Liegi, appartenente al Regno de' Franchi d'Austrasia. Un esempio più illustre diessi nella stessa Normandia da Riccardo I. quando egli cominciò nel 966 a costruire un Monastero sul Monte S. Michele. Ottenne dal Pontefice Romano Giovanni XIII. e da Lotario, Re de' Franchi, grandi privilegj pel grandioso edificio, collocato su quella marina rupe[135], ma le fiamme lo consumarono, ed il nuovo Duca Riccardo II. lo ricostruì nel 1022: della quale ricostruzione il Mabillon[136] pubblicò le figure. Ivi si ravvisano agevolmente le forme dell'Architettura Gotica, e l'elevazione aerea delle mura, che n'era il principal distintivo. Non leggo in niun Documento, che Riccardo I. e Riccardo II. avessero chiamato sul Monte San Michele a lavorare alcuno de' Culdei o degli Architetti Laici di Scozia e di Inghilterra; ma la Cronica del Monte San Michele[137] ci assicura che nel 966 e nel 1022 gli Abati di quel Monastero, Mainardo e poscia Ildeberto, ne furono gli autori: Monaci entrambi, ed entrambi Cattolici.

Orderico Vitale, il quale nacque nel 1065 e fu Monaco di Santo Ebrulfo in Normandia, dove mori nel 1141, parla d'un celebre Architetto delle Gallie a' giorni di Riccardo I e del suo uterino fratello Rodolfo, Conte d'Ivry e di Baieux. Chiamavasi Lanfredo; ed Albereda, moglie d'esso Rodolfo, pregollo di fabbricare in Baieux una Torre. Questa riuscì famosa nelle guerre di Normandia (Turris famosa, ingens, munitissima[138]): un sinistro romore intanto si divolgò, che Albereda fatto avesse mozzare il capo a Lanfredo, acciocchè mai più egli non costruisse di simiglianti lavori per alcuno[139]. Lo stesso lagrimevole fine attribuiscasi all'Architetto della Meclenburghese Badia di Dobberano, e ad altri; atroci fatti, pe' quali gli Architetti e simili Operatori dell'arti si teneano più stretti ne' loro particolari Collegj, e si circondavano di misterj, occultando la pratica dell'arte loro, ed ogni procedimento Matematico.

XXIX.

Mentre Riccardo I edificava sul Monte San Michele, i Visigoti della Gallia Gotica non aveano perduto il godimento, pattuito nel 759 col Re Pipino, del Fuero-Juezo, nè l'esercizio dell'antica loro Architettura Gotica. Nelle loro contrade s'erano stabiliti non pochi Franchi, viventi a Legge Salica; ed i Romani del decimo secolo erano da lunga stagione rientrati nel possesso del Breviario Alariciano, abolito nel settimo da Cindasvindo in Ispagna; del quale riacquisto sopravanzano luminose memorie ne' Placiti e nelle donazioni del 918, 935, 942, 949[140]. Ecco tre Leggi diverse nella Gallia Gotica: nondimeno presso que' Romani e presso quei Visigoti s'insinuava sempre un qualche uso de' Franchi dominatori; e non di rado nelle due lingue, Ulfilana e Latina, si faceva un qualche innesto d'alquante Germaniche voci. Già negl'Istromenti Visigotici del decimo secolo si vede introdotto il costume dei Feudi: ma il vocabolo Allodio, della Legge Salica di Clodoveo, divenne frequentissimo fra' Visigoti, sebbene se ne fosse voltato il senso a dinotar le possessioni libere di qualunque dritto feudale.

L'essersi cominciati gli ordinamenti de' Feudi a propagare più o meno rapidamente fra' Visigoti non tolse a costoro il lustro della loro schiatta, ed essi conservarono la più gran parte delle ricchezze, mercè le quali si facevano tuttodì a fabbricar volentieri un numero, che talvolta sembra favoloso, di Monasteri e di Chiese. Le donne Visigote andarono innanzi ad ogni altro in questo arringo d'Architettura Sacra; le donne, a cui erasi propizio il Fuero-Juezo; e massimamente in una Legge del Re Cindasvindo[141]. Niuno impaccio ad esse recavano il Mundio perpetuo, de' Longobardi, nè il Reippus[142] stabilito contro le vedove da Clodoveo, e rinfrescato dopo tre secoli da Carlomagno nella Legge Salica[143].

E però due donne illustri, senza il consentimento d'alcun tutore o Mundualdo, fecero una larga distribuzione de' loro Allodj e de' loro servi a pro di molti Monasteri e di non pochi Laici. Nel 26 Febbraio 960 la Contessa Berta, moglie del Marchese di Gozia, Raimondo I, conferì, senza interrogarlo, una gran copia di Allodj e di servi al Monastero di Monte Maggiore, nuovamente fondato vicino ad Arles in Provenza. Disse voler donare tutto ciò che per le Leggi erale toccato in sorte nel Regno di Gozia (in Regno Gociae[144]) sul retaggio di suo zio Ugo di Provenza, il quale dianzi era stato Re d'Italia. In pari modo, nel 977[145] e nel 990[146], Adelaide, Viscontessa di Narbona, scrisse due testamenti, profondendo i suoi doni alla sua famiglia ed a' suoi amici. Non meno generosa mostrossi verso i Monasteri; fra' quali non dimenticò l'Anianense di San Piero in Cauna, e quello proprio di Aniana.

Poco appresso, nel 1002, celebrassi un Placito insigne, ove Gausfrido, Abate di Santo Ilario di Carcassona, vinse una lite contro Arnaldo, Visconte di quella città, coll'allegare in suo favore la Prima Legge del Libro Quinto delle Visigotiche, ossia del Fuero-juezo[147]. Nella stessa guisa, essendo già innoltrato l'undecimo secolo, Adelaide, figliuola di Pietro Raimondo, Conte di Carcassona, rinunciò ad ogni suo dritto su' Feudi e sugli Allodj di quella Contea (Feva et Alode) in favore del Conte di Barcellona, senza l'intervento d'alcuno, e sol per effetto, com'ella disse fin dal principio, delle facoltà concedutele dalla Legge Sesta, Titolo Secondo, Libro Quinto della Lex Gothorum. L'istromento si scrisse in Agosto 1070[148]: testimonio certissimo della vita nazionale de' Visigoti fino a tutto quel secolo nella Gallia Gotica: ma ben presto in quella medesima Provincia ed in tutto il resto delle Gallie, verso i principj del duodecimo, l'intelletto Latino trionfò, cacciando in fondo sì le Leggi del Visigotico Fuero-Juczo e sì le Saliche de' Franchi, non che degli altri popoli Barbari. Con queste disparvero tutti gl'istituti Germanici del guidrigildo, e cessò la lunga onta della stirpe Romana, la cui vita si tassava da Clodoveo e da Carlomagno una metà meno della vita d'un Franco.

Diasi ora uno sguardo indietro, e si vegga quel che nel nono secolo fecero i Visigoti Spagnuoli del Regno d'Oviedo, i quali viveano parimente col Fuero-Juczo. Don Ramiro, succeduto al Re Alfonso il Casto, avea nell'846 vinto i Mori, che ardirono chiedergli la rinnovazione dell'annuo tributo di cento donzelle Cristiane; e tosto con le spoglie tolte a' nemici fabbricò nelle vicinanze d'Oviedo un Tempio alla Vergine Maria, il quale sussistea tuttora nell'età del Mariana. Ma poco elegante sembrò allo Storico illustre quell'opera, essendosi veduto quanto egli avesse in dispetto le fabbriche d'Architettura Gotica; uso ad ammirar solamente l'arti de' Greci e de' Romani: »EXTAT, egli dicea, structurae genere ac totius operis IN PAUCIS ELEGANTISSIMA[149]». Nè belle sarebbero parute al Mariana, se si fossero, come questa, conservate fino a' suoi dì le primitive fabbriche di Compostella e l'altre de' Re Visigoti d'Oviedo; cioè, da Don Ramiro fino ad Ordogno II. Costui prese nel 918 il suo regio titolo dalla città di Leone, dopo averne scacciati gli Arabi. Cessò allora la gloria di Oviedo, e le Chiese d'Alfonso il Casto andarono a male, del che si doleva fortemente lo stesso Mariana[150].

XXX.

Un nuovo moto frattanto si facea sentire in Europa nel decimo e nell'undecimo secolo al proposito dell'Architettura Gotica. Ella mutò spesso i sembianti, ma senza perder giammai le particolarità, che la distinguevano dalla Greca e dalla Romana: e però ella s'udì sì variamente giudicata ne' varj secoli; tenuta in alcuni per bella e maravigliosa, in altri per pazza e deforme. Io toccherò d'alcune costruzioni principalissime dell'Architettura Gotica, prima in Normandia, poi nella Gallia Gotica e finalmente nella Germania di Tacito. Passerò indi al Settentrione d'Europa.

Rollone cominciò a fondare il mondo Gotico in mezzo alla Neustria. Guglielmo I non interruppe l'opera del padre; ma Riccardo I v'introdusse una specie peculiare di civiltà, che si diffuse in molti e molti paesi. Egli ebbe cari gl'ingegni, e parecchi uomini di gran fama si condussero in Normandia, fra' quali non giova ricordarsi di Lanfredo, che forse vi trovò una morte sì sventurata, per le mani d'una donna, soverchiamente ammiratrice della sua scienza. I nipoti de' pirati, ferocissimi compagni di Rollone, volgeansi ad arti più miti, quasi già consapevoli delle loro future conquiste. Quando essi erano padroni dell'Inghilterra, Lanfranco ed Anselmo vennero in Normandia, ove illustrarono la Badia del Becco; indi salirono l'un dopo l'altro sulla Sedia di Cantorbery, nella Provincia di Kent.

Intanto l'alta Basilica di Sant'Oveno continuava sempre in Roano a mostrar le sue forme di Gotica Mano, l'imitazione delle quali dovea distendersi e si distese così nelle Provincie della Neustria, rimaste in potere de' Re Franchi, come nell'Austrasia e nella Germania di Tacito. La Mano Gotica vi stette fino al 1042. Allora un uomo di sangue Dacico divenne Abate di Sant'Oveno; vo' dire Niccolò III, nato dal Duca di Normandia, Riccardo III; il quale Abate ristorò l'antica Chiesa del 534[151]; e non ristorolla certamente secondo lo stile Romanese. La Chiesa di Sant'Oveno fu indi consumata dal fuoco, e ricostruita nel quattordicesimo secolo in quel modo, che oggi si vede, con la sua magnifica Torre. Un'altra Cattedrale di Normandia prese nell'undecimo in Contances ad emulare le proporzioni del primitivo Sant'Oveno, ma ebbe tre Torri, condotta nel 1048 al suo compimento[152]. San Pier sulla Diva s'annoverò eziandio tra le fabbriche non Romanesi di Normandia: Monastero fondato nel 1046 da Lescelina, Vedova del Conte Guglielmo, il quale nacque dal Duca Riccardo I[153]. L'aura dell'Architettura Gotica presso i discendenti de' Daco-Normanni venuti con Rollone si fa sentire anche al Ramée, quantunque preoccupato dalle sue opinioni sulla scienza e sull'ubiquità de' Culdei[154]. Ma l'Architettura Gotica non fiorì meglio che in Sicilia, per opera di que' Daco-Normanni: e non Romanesi (lo confessa ben anche il Ramée[155]) furono la Cattedrale di Palermo e la Cappella Palatina, le Chiese della Martorana, di San Cataldo e della Magione di quella città, non che le Cattedrali di Messina e Cefalù.