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Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 cover

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1

Chapter 10: LIBRO TERZO
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About This Book

Un compendio cronologico sintetizza lo sviluppo della penisola dalle origini fino all'epoca contemporanea dell'autore, con attenzione alle trasformazioni istituzionali e alle fasi militari ed esterne. L'opera alterna narrazione degli avvenimenti a commenti analitici su governo, virtù civiche e sul contrasto tra particolarismi locali e tendenze alla coesione politica. Presentata come un manuale destinato a un pubblico generale, ammette lacune e sollecita rettifiche, esponendo inoltre opinioni personali consolidate dall'esperienza. La struttura privilegia sintesi e brevità, offrendo riepiloghi accessibili dei periodi storici, delle campagne e delle conseguenze diplomatiche, con occasionali giudizi morali e riflessioni sul problema di narrare il presente.

9. Séguito e conseguenze [190-150].—Ne' quaranta seguenti, si continuò ed ordinò il principiato. Si contese di nuovo con Filippo, si guerreggiò con Perseo successore di lui, ed ultimo re di Macedonia. Perciocché, vincitore dapprima, vinto poi a Cidna, ei fu preso e tratto in trionfo a Roma; e Macedonia ne rimase liberata, a modo di Grecia, sotto l'alleanza romana. E si continuò a guerreggiare in Ispagna, Liguria, Sardegna, Corsica, Istria ed Illirio; e si decideva a Roma delle successioni de' regni di Siria e di Egitto.

10. Terza guerra punica, l'acaica, la spagnuola ed altre [150-134].—Dopo tanto padroneggiare tutto intorno al Mediterraneo era conseguente, inevitabile compier l'annientamento dell'antica rivale. Fu meno una guerra, che non un disarmamento e una distruzione; provocata da Catone e da quel suo continuo «delenda Carthago», che sarebbe stato piú generoso se detto contro un nemico piú forte. Scipione Emiliano condusse quest'ultima guerra punica, eseguí la distruzione [146]. Né furono diverse l'ultima guerra greca, la distruzione della lega achea e di Corinto. E, distrutti cosí in un anno i due maggiori centri commerciali del Mediterraneo, la preponderanza marittima di Roma diventò signoria unica, e il Mediterraneo lago italiano. Rimaneva, quasi sola grave, quella guerra di Spagna, che s'era fatta tanto piú accanita dopo che, cacciati i cartaginesi, rimanevano gli spagnuoli soli a difendere la propria indipendenza. Allora furono que' magnifici esempi (cosí ben imitati lá al nostro secolo) di Viriate, un «guerrigliero», che non cessò se non quando fatto uccidere a tradimento; e di Numanzia, una cittá, che non s'arrese se non quando distrutta. Finalmente, dopo sessanta e piú anni, soggiacque sotto Scipione Emiliano tutta la penisola [133], salvi i celtiberi, i piú perduranti fra que' perduranti.—E quasi a un tempo, ma in modo opposto, per viltá, fu acquistato un regno in Asia: quel di Pergamo, lasciato in testamento da Attalo re alla fortunata o perfida Roma.

11. La corruzione, le fazioni interne.—Qui incomincia una seconda parte della storia di Roma capo d'Italia. Fin qui i turbamenti civili erano stati cosí poca cosa da non potersi notare in un sommario: le guerre, le conquiste erano state tutto. Ora, estese queste in tutta l'Italia propriamente detta, in Liguria, in quasi tutta Gallia cisalpina, quasi tutta Spagna, quasi tutto il lido africano, e in Asia e Grecia, Macedonia ed Illirio, si rallentano le conquiste e fervono le guerre civili piú e piú per tutto l'ultimo secolo della repubblica. La vinta Grecia vinse Roma coll'arti; l'Asia, col lusso e la corruzione. Dicemmo i carichi accomunati per legge tra patrizi e plebei; ma in fatto erano rimasti de' patrizi, e cosí questi riportavano quasi soli dalle guerre le prede, i metalli tanto piú preziosi a casa quanto ivi piú rari fin allora. E dicemmo molte cittá d'Italia spogliate a pro dei cittadini romani, patrizi e plebei; ma di fatto le porzioni de' plebei poveri, comprate a poco contante dai patrizi arricchiti, ricaddero in questi quasi tutte. Quindi quell'ire di popolo a nobili, legalmente ingiuste, equamente giustissime, ma avvelenate dall'invidie; e adoperate poi dagli avidi di popolaritá, non men frequenti ne' governi liberi che gli avidi di favore ne' principati assoluti. In tutto, la condizione della repubblica romana al principio dell'ultimo secolo era molto simile a quella dell'Inghilterra presente: un'aristocrazia prepotente in ricchezze territoriali e nelle forme costituzionali primitive, ma prepotente la democrazia per il numero suo, e per le conquiste nuovamente fatte od in corso di farsi in quella costituzione.

12. I Gracchi [134-121].—Lo scoppio venne dai Gracchi, una famiglia nobile di parte popolana. Tiberio tribuno fece passare una prima legge agraria che limitava la quantitá delle terre possedibili da ogni cittadino; poi una seconda per lo spartimento de' tesori testé legati dal re di Pergamo. Erano appunto di quelle leggi tribunizie, piú facili a farsi che ad eseguirsi; ne sorsero turbamenti maggiori che mai, e non terminati né dall'uccisione di Tiberio perpetrata in piazza da Scipione Nasica, né dall'allontanamento di questo capo della parte aristocratica. Successero nuovi capi. Scipione Emiliano della parte aristocratica, Caio Gracco, fratello di Tiberio, della democratica; poi nuove leggi agrarie, e parimente ucciso Caio; e allora la vittoria parve rimasta al senato. Ma tra tuttociò s'erano inventate e incominciate le distribuzioni di grano al popolo, nuovo incentivo ad ozio e corruzioni; e s'era inventato e proposto quell'accomunamento compiuto de' diritti romani ai popoli italici, dal quale, benché non sancito allora, rimase l'addentellato a turbamenti maggiori.—Intanto, s'era vinta una prima ribellione di schiavi in Sicilia; eransi conquistate le Baleari; e passatosi oltre Alpi negli allobrogi, negli arverni ed a Marsiglia, erasi intorno all'ultima stabilita quella provincia romana che si chiama oggi ancora Provenza.

13. Guerra di Giugurta [118-106].—Sorse tra breve una guerra piú grossa: una di quelle inevitabili tra la civiltá, di natura sua progrediente, e la barbarie, di natura sua offerente occasioni a que' progressi. Giugurta, re de' numidi, assalí ed uccise due principi alleati romani. Si ruppe la guerra, si fece una prima pace. Ma Giugurta, chiamato a Roma per giustificarsi, perpetrò una nuova barbarie contra un altro principe parente suo. Si riaprí la guerra, condotta male primamente da parecchi, poi felicemente da Quinto Metello, e finita poscia da Mario suo subalterno che lo soppiantò. La Numidia fu divisa tra parecchi principi di quella nazione e Bocca re de' mauritani, giá alleato poi traditor di Giugurta, che egli avea dato in mano a Mario. I romani non avean fretta mai di aggiungersi province; furono meno avidi di conquiste che non si scrive, non le fecero guari se non isforzati o poco meno; come i piú de' conquistatori, quando una volta hanno incominciato, come ora gli inglesi all'Indie.

14. Guerra cimbrica [113-101].—Intanto era sorta una guerra anche maggiore, ed anche piú inevitabile. Que' gomer, kimri, cimbri o cimmeri, che vedemmo invaditori dell'Eusino alla Gallia e alla Britannia ed a noi fin da tre secoli addietro, convien dire che avesser lasciato allora gran parte di sé nelle sedi primiere; ed è naturale: i kimri o gomer furono una grande schiatta primitiva. Ad ogni modo, questa seconda parte di essi invase ora l'Europa, risalendo il Danubio; sconfisse un primo esercito romano in Stiria [113], proseguí ad occidente, s'aggiunse genti teutoniche, passò in Gallia, vi s'aggiunse probabilmente all'antiche consanguinee, vi sconfisse quattro eserciti romani [109-105], arrivò a' Pirenei ed alla provincia romana. Allora, vi fu mandato il vincitor di Giugurta, Mario; il quale vinse i teutoni in una gran battaglia sul Rodano all'Acque Sestie, e i cimbri poi in una non minore, che si disputa se sull'Adige o sulla Toccia. La penisola nostra fu salva. I cimbri si dispersero e confusero tra i teutoni e i consanguinei settentrionali.

15. Mario. Guerra italica [101-88].—Mario ne diventò primo capitano, primo uomo di Roma. Egli era, non di quelle famiglie plebee che, operando ed arricchendo, s'aggiungono piú o meno dapertutto, e tanto piú ne' paesi meglio costituiti, all'aristocrazia, ma uomo nuovo del tutto. Invidioso de' grandi, invidiatone, anzi impeditone sovente nel proseguimento di sue vittorie, volle, potentissimo ora, diventar prepotente. S'aggiunse a Saturnino tribuno e a Glaucia pretore. Metello, giá soppiantato da Mario, fu contro a lui il primo capo della parte de' grandi. Fu esiliato. Ma la parte popolana si divise nella vittoria; e allora, mutata fortuna, Metello tornò, e Mario se ne fu a guerreggiare in Asia.—Ma passati pochi anni comparativamente tranquilli, sorse, istigata dalle parti della cittá, una guerra esterna ad essa, ma pur civile rispetto allo Stato. Le cittá socie dell'Italia venivan domandando esse quell'accomunamento compiuto della cittadinanza romana, che i capipopolo di Roma avean giá domandato per esse. Risuscitarono l'antico nome d'Italia, e il diedero alla cittá di Corfinio, ove avean fatto centro; e ne restano monete ad irrefragabile monumento, a suggello di quanto dicemmo dell'origine, del nome e della collocazione degli itali primitivi. Se tale nome fosse originato (come dissero i greci, e dietro essi quasi tutti) da un re, da una gente particolare e piccola dell'ultimo corno meridionale della penisola, come sarebbe cosí salito alla media, come fattosi cosí caro a que' popoli, come preso a titolo o quasi bandiera d'una sollevazione, d'una resurrezione nazionale? Ad ogni modo, questa s'apparecchiò nel 95, scoppiò nel 91, fu capitanata pe' romani da Mario e Silla principalmente, per gl'italici da Caio Papio. E fece, piú che niuna guerra straniera, pericolare lo Stato di Roma; continuò con successi vari fino all'88; fu terminata da Roma vincitrice col concedere i diritti domandati, prima ai soci rimasti fedeli, poco dappoi agli ostili. Grandi furono certamente l'aristocrazia, i governanti romani in vigoria; ma grandissimi in prudenza governativa, in non ostinarsi mai contro alle concessioni diventate necessarie. È vero, che quest'ultima accrebbe smisuratamente numero e forza alla plebe, la fece di potente prepotente. Ma chi può dire ciò che sarebbe succeduto senza tal concessione? Forse il fine della repubblica un cinquant'anni prima di ciò che avvenne; e il fatto sta, che tutti i governanti d'allora in poi estesero per anco quella concessione, fino ad Augusto, che la compiè concedendo la cittadinanza a tutta la penisola.

16. Mario e Silla, Mitridate [88-83].—Ma il peggior frutto di quella guerra fu l'esservisi rifatto potente Mario, e fatto Silla. Capo questi de' nobili come Mario de' plebei, le loro gare personali ampliarono le due parti, occuparono la repubblica intiera. Giá sul finir della guerra italica, Mitridate re del Ponto, uom diverso da ogni altro asiatico, gran cuore, gran capitano, gran nemico di Roma, aveva aperta guerra contro a lei, occupate Cappadocia e Paflagonia, vinti Nicomede re di Bitinia e un esercito romano, trucidati i romani sparsi in Asia minore, e finalmente occupata Grecia, minacciata Italia. Silla ottenne la condotta di tanta guerra. Mario ne lo volle spogliare. Silla coll'esercito che stava raccogliendo, ebbe la mala gloria di esser primo tra tanti faziosi che marciasse sulla patria. Ebbela, e fecene cacciare e proscrivere Mario e gli altri capipopolo. Quindi riordinati a suo modo e pro il senato e i magistrati, partí per Grecia. E vinti in parecchie battaglie gli eserciti di Mitridate, presa e saccheggiata Atene [87], passò in Asia, e concedette pace a Mitridate riducendolo al regno nativo. Né avrebbe conceduto tanto; ma era pressato dalle mutazioni di Roma risollevata, ridivisa, saccheggiata, piú turbata che mai da Cinna e Mario, e, morti essi, da Carbone, Mario il giovane e Norbano, faziosi minori e forse peggiori. Costoro avean mandato un nuovo esercito in Asia, ma men contra Mitridate che contra Silla. Il quale perciò, fatta pace col nemico, si rivolse all'Italia.

17. Silla dittatore, e conseguenze [82-72].—Approdatovi, vinse Norbano, poi Mario il giovane in due battaglie, e fu raggiunto da Pompeo e quasi tutti i grandi. Poi, vinto un terzo esercito d'italici, che fra que' turbamenti avean tenuto per Mario, entrò in Roma, proscrisse i nemici della parte sua e i suoi, e prese la dittatura. Se ne serví ad inseguire i nemici restanti in Africa, a tôrre i diritti a molti soci, a riordinare il senato e tutta la parte aristocratica; e ciò fatto, lasciò dopo due anni la dittatura e gli affari pubblici; o per infermitá, o per amor d'ozio e di vizi, o per disdegno di una potenza giá tranquilla, o forse per orgoglio e vanto di lasciar andare da sé la repubblica scelleratamente sí ma fortemente, e forse non inopportunamente, ricostituita sotto l'aristocrazia. E per vero dire, come nell'anno ch'ei sopravisse, cosí dopo, rimasero in piè gli ordinamenti di lui, ed anzi compieronsi con varie vittorie sui resistenti in Etruria e in Ispagna. In questa Sertorio, un fuggitivo di Roma, continuò la parte di Mario, sollevando spagnuoli e lusitani al nome d'indipendenza. Ma vinto finalmente anch'egli da Pompeo, il maggiore fra i continuatori di Silla, fu ucciso da Perpenna.

18. Spartaco, i pirati, Mitridate, Pompeo magno [75-63].—Intanto, eran sorti pericoli nuovi, vicini e lontani. Una turba di gladiatori e schiavi fuggitivi tra que' trambusti s'era raccolta in Campania; e, fatto capo Spartaco, avea corso l'Italia, minacciata Roma, vinti quattro capitani romani. Furon vinti essi da Crasso, e dispersi poco dopo.—Una turba di pirati, schiuma delle guerre straniere e civili intorno e sul Mediterraneo, lo infestavano intiero, dalla Sicilia e dall'Isauria principalmente. Furono vinti prima da Servilio che ne fu detto «isaurico», e vinsero Marc'Antonio. Ma Pompeo, ottenuto tal comando, li vinse ultimamente, li distrusse e tranquillò il mare in quaranta giorni. Creta fu in tal guerra ridotta a provincia da Lucullo.—Finalmente, Mitridate (che giá avea rotta una seconda guerra con Silla e finitala in breve trattando) n'avea rotta ora [75] una terza, all'occasione che Prusia re di Bitinia aveva anch'egli legato il regno a' romani. Fu condotta da prima da Lucullo, il celebre lussurioso. Tutta l'Asia occidentale, tutti quei resti di re greci, e i parti, gente nuova che grandeggiava, vi preser parte. E Lucullo fu vittorioso da prima; ma mal governando il proprio esercito e l'Asia vinta, lasciò rifarsi il perdurante Mitridate. Allora, data tal guerra al vincitor di Sertorio e de' pirati, a Pompeo, egli accorse e vinse all'Eufrate, sottomise l'Armenia, fugò Mitridate alla Tauride, passò vincendo al Caucaso, ed in Siria. Quindi, Mitridate si uccise [63]; e Pompeo riordinò in province e regni poco diversi da province l'Asia intiera dall'Eufrate in qua.—Noi vedemmo giá un'altra volta Roma guerreggiare e conquistare dalla Spagna all'Asia minore, in dieci anni; ora, in dieci anni pure, un solo romano guerreggiò, conquistò ed ordinò dalla Lusitania all'Eufrate. Cosí la voce, l'opinione pubblica della maggior nazione del mondo, diede a Pompeo vivente il nome di «magno». Che se Cesare parve ai posteri piú grande ancora, non è forse che facesse, ma perché lasciò cose piú grandi. La posteritá suol giudicare men dalle fatte che dalle lasciate; ed ha ragione.

19. Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone, Catilina [70-60].—In cittá, Pompeo era di quelli che vogliono esser potenti legalmente, per via dell'opinione e del popolo; e corteggiava l'una e l'altro. Consolo con Crasso [70], restituí la potenza de' tribuni abbattuta da Silla. Crasso era di quelli i quali, piú che per altro, possono per le loro ricchezze; e n'avea di tali che soleva disprezzare chiunque non avesse da soldare un esercito. Catilina era un patrizio sfrenatamente corrotto, che si sforzava di potere per via della corruzione e de' suoi sozi in essa. Cicerone era il principale di quella condizione de' cavalieri, che, intermediaria fin dall'origine tra il patriziato e la plebe, era stata innalzata via via ne' turbamenti dall'uno e dall'altra. Cesare poi era un giovane di gran famiglia, grande ingegno, grandissima ambizione, che diceva voler essere primo in una terricciuola anziché secondo in Roma, ma intendeva esser primo in questa, con mezzi legali o non legali. Catone solo aveva forse l'ambizione, magnificamente stolta oramai, di salvar la patria colla virtú; aveva certo quella di vivere e morire virtuoso e libero in qualunque caso.—Di tali e tante ambizioni che s'agitavano in quella civiltá romana (e che rimaser poi tipi a tante altre tanto minori), scoppiò prima, come succede, la piú corrotta, quella di Catilina. E scoppiò nel modo usuale a tali uomini, colle congiure. Due tentonne. Gli riuscí la terza[64]; fino a tal segno, che Cicerone consolo osò trarre al supplizio i complici di lui, ma non lui. Fuggito e postosi a capo de' compagni in Etruria, fu vinto facilmente dall'altro consolo, e finí in breve, senz'altro effetto che il solito di simili imprese, accrescere i turbamenti, la corruzione. La quale era accresciuta, del resto, da Lucullo, Verre e gli altri proconsoli o governatori tornanti dalle province predate, dall'Asia principalmente. Né saprei dire se ne tornasse puro nemmen Pompeo; tornonne certo magnificamente, dopo aver finito l'ordinamento di tutta quella parte di ciò che si poteva giá chiamare il mondo romano [61].

20. Primo triumvirato [60-50].—Tornava quasi al medesimo tempo Cesare dalla Lusitania; e frammettendosi a Pompeo e Crasso maggiori di lui e rivaleggianti, salí a pareggiarli. La potenza dei tre, che suol chiamarsi nella storia il «primo triumvirato», condusse la repubblica. Allontanarono Catone mandandolo a Cipro, ridotta in breve a provincia, ed esiliarono Cicerone. Ma Pompeo, che s'aiutava della virtú dell'uno e dell'eloquenza dell'altro, li fece in breve richiamare. Le province principali furono spartite fra i triumviri: Spagna ed Africa a Pompeo; Siria colla guerra contro a' parti, la maggior che fosse allora, a Crasso; Illirio e le due Gallie colla guerra lá sorgente da una invasione di teutoni che incominciavano a chiamarsi «germani», a Cesare. Solo pacifico dei tre il governo di Pompeo, il lasciava rimanere a Roma. Cesare diedesi tutto alle Gallie, in cui scorgeva occasione di gloria e potenza militare, strumenti massimi ad occupare la repubblica. Volò oltre Alpi, respinse i germani-elvetici [58]; si frammischiò alle parti, alle contese interne delle genti galliche; vinse i belgi [57], gli aquitani [56]; e, giá domata tutta Gallia, passò in Britannia [55] e in Germania oltre Reno [54], tornò su' galli risollevati, e ridomolli [53-51]. Intanto era passato Crasso in Asia contro a' parti, con un esercito raccolto a proprie spese, ma ch'ei non seppe condurre; ondeché fu sconfitto ed ucciso [54-53]. E quindi due grandi danni: i parti cresciuti a tal gloria e potenza che non furono mai piú domati; ed in cittá, sciolto il triumvirato, ridotto a duumvirato, piú difficile a durare. E tanto piú tra uno avvezzo a massima potenza, e l'altro risoluto a non soffrirla.—Nel 53, Pompeo si fece nomar solo consolo, quasi dittatore. Ma Cesare, quantunque assente, giá poteva in cittá quanto lui. Seguirono negoziati, proposizioni reciproche di smetter ciascuno il proprio comando; ma ineseguite, forse ineseguibili. Finalmente [ai primi dí del 49] Pompeo, senza smettersi, fece dal senato ordinare a Cesare di smettersi. Era ordinar lo scoppio, e la propria sconfitta.

21. Cesare dittatore [49-44].—Cesare raccolse sue vecchie legioni in Cisalpina, passò il Rubicone, limite all'oriente tra quella provincia e l'antica Italia, occupò Roma e tutta la penisola, in due mesi. Pompeo fugato raccolse suo nerbo in Grecia, pur tenendo Africa e Spagna, sue vecchie province. Allora si guerreggiò in tutto il mondo romano. La posizione di Cesare dall'Italia, centro locale e politico insieme, era di gran lunga vantaggiosa; e Cesare uomo da valersene. Fu vinto dapprima in Africa dove non andò egli, ma vinse dovunque andò; e prima in Ispagna, onde tornato prese facilmente la dittatura, poi il consolato per cinque anni. Poi [48] passò in Grecia, v'assalí Pompeo, il vinse e distrusse a Farsaglia [48]. Pompeo fuggitivo approdò in Egitto e vi fu morto dal vil re Tolomeo. Cesare ve l'inseguí; e rivoltosi contro al re assassino, ma distratto dall'amor di Cleopatra sorella di lui, vi rimase e perdé sei mesi. Poi preso definitamente il nome di dittatore con potenza estesa a dieci anni [47], passò in Asia, vinsevi il figlio di Mitridate sollevatosi, e fermò in tutto Oriente la propria potenza. Tornato a Roma inquieta, la tranquillò co' soliti mezzi suoi, clemenza, alacritá ed operositá; poi ripassò in Africa [46], vinsevi i pompeiani e loro alleati, ridusse Catone ad uccidersi, e la Numidia a provincia. Tornato a Roma, e ripartitone a Spagna, vinsevi a Munda i due figliuoli di Pompeo, uccisovi l'uno, fugato, ridotto l'altro a partigiano nei celtiberi [marzo 45]. Allora, preso il nome vecchio, ma con potenza nuova, d'«imperatore» o signor militare, tornò a Roma. Né giá a fruire oziando, anzi ad usare operando la signoria universale, incontrastatagli oramai. Superati tutti, intendeva, secondo la magnifica espressione di Plutarco, «emular se stesso»; intendeva passare in Asia, vendicarvi Crasso e la dignitá romana contro a' parti; e vintili, per la Scizia, d'intorno al Ponto prendere a spalle i germani giá da lui stati assaliti di fronte; e per l'Alpi tornare a Roma, fatta signora d'ogni gente nota di qua dell'Eufrate. Dicesi, volesse il nome odiato di «re», prima di partire; certo poteasi temere che il prendesse tornando. Ne fremevano i repubblicani; legittimisti poco politici, che non vedevano l'impossibilitá di restituire una repubblica cosí lata, cosí corrotta. Bruto e Cassio ordinarono una congiura, un'uccisione che poté parer legale allora, ch'or si chiama «assassinio». Cesare fu pugnalato in senato addí 15 marzo del 44; e non se n'ebbe altro, che quattordici anni di guerre civili, e mutata la clemenza in proscrizioni, mutato un regno che sarebbe stato probabilmente sincero, costituito e temperato, in una signoria indeterminata, epperciò tanto piú sfrenata; insomma, mutato un Cesare in un Augusto.

22. Agonia, fine della repubblica [44-31].—Morti tutti i sommi, sorsero, come succede, tutti i minori di quell'etá malamente ma grandemente operosa: Antonio e Lepido, i due vecchi e principali fra' partigiani di Cesare; Ottavio giovanissimo, nipote ed erede di lui, detto quindi Cesare Ottaviano; Bruto e Cassio i due uccisori; Cicerone il grand'oratore; Sesto Pompeo sceso da' Pirenei, prima a pirateggiare, poi a poter grandemente sul mare. Tra costoro, Antonio e Lepido eran per sé; tutti gli altri, anche Ottavio dapprima, per il senato, per la repubblica. I quali, sorretti in cittá dall'eloquenza di Cicerone, aprono la guerra nella Cisalpina, intorno a Modena contra Antonio, che, vintovi, s'unisce a Lepido nella Gallia transalpina [44-43]. Ma tra breve Ottavio lascia la parte del senato, e si unisce ai due cesariani; ne sorge il secondo, il pessimo triumvirato; ed, occupata Roma, proscrivono tutti i nemici di ciascuno, superando le memorie di Mario e Silla. Cicerone fu il massimo di que' proscritti. Allora Antonio e Ottavio, i due operosi del triumvirato, si volgono contra Bruto e Cassio che s'eran rinforzati in Grecia, Asia ed Egitto, tutto l'Oriente. Seguirono due battaglie a Filippi; e disfattivi Cassio e Bruto, s'uccise il primo dopo la prima, il secondo dopo la seconda [fine 42]. Quindi, mentre Marco Antonio si perdeva ad ordinar l'Asia e l'Egitto ed a poltrirvi egli pure e peggio con Cleopatra, Ottavio tornava a Italia, vi si volgeva contro Lucio Antonio fratello di Marco. Accorso questo, seguiva fra' triumviri e Sesto Pompeo un accordo, un nuovo spartimento di province; che costoro sognavan forse far perpetuo, e simile a quello giá degli Alessandriadi [40]. Ma Pompeo riapre la guerra navale, la fa due anni, e poi vinto da Lepido e da Agrippa fugge e muore in Asia [38-36]; e Lepido vincitore perde l'esercito guadagnatogli da Ottavio, onde anche questo triumvirato è ridotto a duumvirato tra Marco Antonio ed Ottavio. Quindi seguono quattro anni di respiro interno e di guerre straniere: Ottavio contro ai dalmati e i pannoni, Antonio in Egitto e contro ai parti. Ma vinto questo nell'impresa superiore a sua virtú, ed aggiunte alla vergogna di vinto quelle del mal governo d'Asia, e del nuovo poltrire presso a Cleopatra, ed offeso Ottavio con repudiare la sorella di lui [32], s'aprí finalmente la guerra tra' due; e si finí in un atto, in una gran battaglia navale ad Azio. Antonio vinto rifuggí alle braccia di Cleopatra, ed inseguitovi da Ottavio vi s'uccise. Cleopatra l'imitò. L'Egitto fu ridotto in provincia; il duumvirato diventò principato; la repubblica, serbando il nome, fu tutta del nuovo e minor Cesare.

23. Religione, coltura.—Delle condizioni politiche e civili di questa etá dicemmo via via, e cosí faremo per le etá seguenti; ondeché ne diremo separatamente.—La religione poi, simile, come vedemmo, nell'origine e nella genealogia degli dèi alla greca, si accomunò ora interamente con essa; e perché i greci l'avean giá accomunata a tutto l'Oriente, ed ella non trovava nell'Occidente numi e culti molto diversi, ella diventò, senza difficoltá, universale nel mondo romano. Ogni politeismo è naturalmente tollerante; serbando gli dèi propri, ammette a secondari gli dèi stranieri. Del resto, tali religioni, tutto esterne di natura loro, erano in Grecia diventate giá indifferenti a chiunque vi s'internasse colla filosofia; e cosí diventarono ai romani quand'ebber bevuta quella filosofia. La religione rimase poco piú che arte politica, stromento, arcano d'imperio, in mano a' patrizi, che serbarono fino alla fine della repubblica la privativa del sommo pontificato e de' sacerdozi maggiori.—Incominciata da Socrate, Platone, Aristotele e gli altri capiscuola, questa fu la grande, la utile etá della filosofia; non ne sorgerá mai piú un'altra tale. In seno alla religione vera, restan minori di necessitá i destini della filosofia. All'incontro la filosofia greco-romana andava molto piú oltre e piú giusto nella veritá che non la religione contemporanea; e perciò fu grande ed utilissima. E perciò Cicerone, tutti i romani professavano doversi prendere da essa, eloquenza, lettere, ius pubblico e privato, costumi, ogni civiltá, ogni coltura, di preferenza che dalla religione.—Le lettere specialmente dipendettero tutte, si conformarono tutte dalla filosofia. Del resto, le romane furono sempre figliuole delle greche; fin dall'origini, quando è tradizione che Numa le prendesse da Pitagora (tradizione falsa quanto a Pitagora che fu posteriore, ma giusta nel significato nazionale); quando Demarato le portava giá dalla Grecia propria; e poi quando i romani piú rozzi conquistarono i magno-greci piú colti, e finalmente i greci coltissimi. Polibio, contemporaneo ed amico de' Scipioni, fu uno de' primi e piú grandi venuti di Grecia a ingentilir Roma.—Nella quale poi, come dapertutto, s'ingentilí la lingua poetica primamente: Livio Andronico uno schiavo greco, Nevio un campano, Ennio un magno-greco, Plauto un umbro, Terenzio schiavo cartaginese (tutti stranieri al Lazio) furono i primi poeti e scrittori latini dal 250 al 150 all'incirca. Romani si furono i primi prosatori e storici, Fabio Pittore e Catone il vecchio, di poco posteriori a' primi poeti. Seguirono nell'ultimo secolo, e i piú negli ultimi anni della repubblica, Lucrezio, Catullo ed altri poeti; Varrone, Sallustio, Cesare ed altri storici e prosatori vari; e principalmente, com'era naturale in quel governo libero, in quelle contese di libertá e di parti, molti uomini di Stato, giureconsulti ed oratori, gli Scevola, i Bruti, i Rufi, Ortensio, Cicerone; oltre poi tutti i grandi capi di parte, che nominammo dai Gracchi fino ad Augusto, i quali non poterono certo diventare tali, se non colla persuasione prima che coll'armi; colla persuasione, che sovente non è retorica, talora non filosofia né ragione né giustizia, ma sempre si deve dire «eloquenza».—Degno, e forse importante, è poi ad osservarsi, che mentre fiorivano tuttavia i piú e migliori di questi, giá erano nati ed educati Tito Livio, Cornelio Nipote, Orazio, Virgilio, Ovidio e tutti insomma gli aurei del secolo detto «aureo» al cader della repubblica. Figli dunque della repubblica, cresciuti nella viva atmosfera della libertá, si debbono dire tutti questi sommi latini, tutti questi splendori, che mal si sogliono chiamare del secolo d'Augusto. I grandi son figli dell'etá in cui s'allevano, e non di quella in cui finiscono; i secoli si dovrebbero nominare da chi li genera ed educa, e non da chi li termina; e il cosí detto secolo d'Augusto, finí ad Augusto e per Augusto.—Ad ogni modo, questi ultimi scolari de' greci emularono, arrivaron sovente, superarono talora i maestri. Non forse in poesia, ma certo in parecchie di quelle lettere che dipendono dalla scienza e dalla pratica di Stato. Nell'eloquenza, per vero dire, io odo i periti delle due lingue por Demostene il sommo greco sopra Cicerone il sommo romano; ed io m'accosto volentieri a tal opinione, e per quella superior semplicitá che riluce nell'ateniese, e perché difensor d'indipendenza, mi par piú fortemente ispirato che non il romano difensor di libertá. Certo, se mi si conceda di giudicare (con metodo opposto al solito) degli antichi da' moderni, tutti i grandi oratori politici del secolo scorso e del presente, i Pitt, Fox, Burke, Mirabeau, Foix, Canning, e i viventi, si veggono seguir molto piú l'andamento oratorio demosteniano, che non il ciceroniano; ondeché si può credere che il primo, il quale regge ai secoli e si rinnova cosí in societá diversissime, sia piú naturale, piú universale, piú pratico. Quanto agli storici mi pare che i romani tutti insieme abbiano superati i greci. Niuna semplicitá, non quella stessa di Tucidide, è superiore a quella di Cesare; e Cesare è superiore a Senofonte nel parlar di sé, nel dettare storie personali, memorie militari. Tito Livio (a malgrado gli assalti moderni i quali non provano nulla contro a lui, se non ch'ei parlò incompiutamente e dubitativamente di fatti trovati incompiuti e dubbi nelle tradizioni), Tito Livio rimane pure a' nostri dí il piú grande, l'inarrivato, forse inarrivabile esempio d'una storia nazionale, scritta ad uso non d'eruditi, non di questa o quella condizione speciale d'uomini, ma di tutte. Sallustio, non imitator de' greci, né di nessuno, fu primo e forse sommo in quel modo stretto e forte, che fu imitato poi, e portato oltre, da Tacito; e se è vero che fosse vizioso uomo alla pratica, egli ha almeno il merito, pur troppo non cercato da' nostri cinquecentisti ed altri moderni, d'esser rimasto virtuoso scrittore. L'ipocrisia della virtú e l'ipocrisia del vizio, sono amendue brutte; ma la seconda è piú dannosa. In tutto, niuna etá, niuna nazione, niuna lingua finora, vanta una triade di storici come Cesare, Sallustio e Tito Livio; senza contar Tacito posteriore. Finalmente, superiore a tutti gli antichi, furono i giurisperiti romani. Poco resta, per vero dire, da giudicar di quelli dell'etá repubblicana; tuttavia e quel poco, e le tradizioni, e la ragione stessa ci fa certi che in quell'etá dell'origini e della libertá furono le fondamenta di quella scienza, la quale sopra ogni altra dipende dai fatti originari e si fonda sulla libertá. In somma, di tutta questa letteratura latina, o prima italiana, gli oratori, gli storici, i giureconsulti son quelli che noi dovremmo studiare incomparabilmente piú. Ivi quello stile piano e pratico, che è cosí raro nelle lettere italiane; ivi una realtá, una vita, una libera operositá che si ritrovano sí ne' nostri trecentisti e quattrocentisti, ma non guari piú giú; ivi poi una grandezza degli affari trattati che non si ritrova forse (dirollo a malgrado le invidie nostre ed altrui) se non ne' romani moderni, negli inglesi. Né vogliamo studiare quegli stessi a servile imitazione od a vano vanto: quella è pedanteria sempre, questo vergogna a decaduti. Sopra ogni cosa di que' grandi maggiori nostri, imitiamo lo spirito di pratica, la sodezza nello scrivere come nell'operare: questo è il miglior modo di dimostrare la filiazione nostra da que' romani, che furono i piú sodi, i piú pratici uomini del mondo antico.

24. Continua.—Di quelle scienze che alcuni chiamano «naturali», altri «positive», ma ch'io chiedo licenza di chiamare, per piú precisione, «materiali», poco è a notare in questa etá. Degli etrusci, dicesi sapessero tirar il fulmine: sará! Dei romani, toltone Catone scrittor d'agricoltura, non saprei qual altro un po' grande nomare. Ma se, come dobbiamo, noi chiamiamo «italiani» tutti coloro che nacquero e crebbero di schiatte diverse in qualunque delle terre che or si chiamano Italia; noi abbiamo di quest'etá il maggiore scienziato che sia stato nell'antichitá tutt'intiera. Archimede siracusano [—208], gran matematico, gran filosofo, grande ingegner militare. Ma non si vede che abbia avuta scuola; certo, tutte le scienze avanzate da lui, non avanzarono dopo lui. Eppure, cosí positive come sono, cosí appoggiate alla facoltá del ragionar forte, elle sembrerebbero aver dovuto essere simpatiche al genio romano. Ma il fatto sta, che tal genio non era a nessuna contemplazione, nemmeno questa; era tutto alla vita attiva politica, finché fu conceduta.—E cosí è, che dell'arti quasi niuna fu coltivata felicemente da' romani repubblicani. Della musica non si trova vi ponessero di gran lunga quell'amore, quell'importanza che i greci; quasi non pare la coltivassero.—Il nome di Pittore aggiunto ad uno de' Fabi, è delle poche memorie che faccian credere essere stata l'arte, bene o male coltivata da liberi anzi da patrizi romani. Supplivano sí gli altri italiani. Quest'è l'etá a cui si riferiscono dagli archeologi presenti que' monumenti piú perfetti dell'arte italo-greca, che s'attribuirono giá agli etrusci piú antichi. E giá accennammo quanti di que' monumenti siensi trovati nelle cittá italiche. Ma è piú meraviglioso ciò che ce n'è detto dalle storie: duemila statue, dice Plinio, essere state in Volsci, quando fu presa da' romani, spinti dal desiderio di esse. A questo modo i romani ornavano lor cittá. Se non che le pitture, che si facevano allora le piú sulle mura, non potevano esser trasportate; e cosí essi fecer probabilmente venir di fuori piú pittori, ma anche scultori, fonditori, figulini, incisori di monete e di gemme.—In una sola arte (fossero cittadini od altri italiani o greci gli artisti) si può dire che i romani avessero stili propri, peculiaritá: nell'architettura; e le loro peculiaritá vi furono le due solite, la sodezza e l'utilitá. Usarono fin da principio, molto piú che i greci, le vòlte, gli archi; furono, a dir di Strabone, inventori degli acquedotti; la cloaca massima è del tempo dei re; l'emissario d'Albano, dell'etá repubblicana [350 c.]. Ma la principale, piú certa e piú utile invenzione loro, fu quella delle grandi, ben diritte e sodissime vie pubbliche. Certo che anche prima di essi, in tutte le regioni incivilite di Grecia o d'Asia, furono vie segnate e fatte dal lungo passaggio; e certo che vi s'aggiunsero qua e lá tagli, argini, ponti, opere d'arte; ma colá non erano opere d'arte le vie intiere. I romani, all'incontro, le fecer tali fin da principio; e come vennero estendendosi nella penisola, vi fecero a poco a poco una vera rete di vie, non meno maravigliosa a quell'etá, di quel che sieno alla nostra le reti di strade ferrate, promosse da' romani moderni che dicemmo. Tanto s'assomigliano le operositá, le necessitá della civiltá quantunque diversissime! O piuttosto, tanto s'assomigliano le civiltá anche piú diverse! Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio sempre di tutte le nazioni forti, che han fiducia nel proprio avvenire, di quelle che sono conscie di lavorar per sé, non per altrui.

LIBRO TERZO

ETÁ TERZA: DEGLI IMPERATORI ROMANI

(anni 30 av. G. C.—476 dall'èra cristiana).

1. Augusto [30 av. G. C.-14 dopo].—Il ritorno d'Augusto e i quarantaquattro anni che seguirono di tranquillitá e d'ordine restituito, furono in Roma molto simili a quelli veduti a' nostri dí in Francia sotto Napoleone consolo. A' piú terribili e piú colossali turbamenti che sieno forse stati mai in niuna gran civiltá, succedevano clemenza, riposo, riordinamento. Le lunghe guerre, le proscrizioni aveano spenti i piú appassionati, rinnovata la generazione. Tutti erano stanchi, tutti capacitati dell'impossibilitá d'una restaurazione repubblicana, tutti della necessitá del principato. Cesare Ottaviano, tra breve per antonomasia, per adulazione religiosa, detto Augusto, pareva nato a tale uffizio; scellerato repubblicano, ottimo, modesto principe. Non ebbe corte all'orientale, alla moderna; bensí, ad uso patrio, gran clientela, di quasi tutti i grandi scrittori che nominammo testé, e di molti altri men nominati o innominati, che sogliono far volgo in tutte le grandi etá letterarie, e poi degli artisti ed artefici che abbellivan Roma a' cenni di lui, e principalmente di tutti i postulanti o possessori d'impieghi e cariche, e magistrati della repubblica. Perciocché ei conservò di questa il nome e tutti gli uffizi, contentandosi di usurpare e unire in sé i maggiori. Prese, non ottenuta l'ultima vittoria, quello d'imperatore [31]; subito dopo, la potestá tribunizia perpetua [30]; quindi il consolato dapprima annuo, poi perpetuo [19], lasciandone gli onori senza potenza a due consoli supplementari (suffecti); la censura, pur perpetua [id.]; e finalmente il pontificato massimo [15].—Al popolo lasciò i comizi, ma ridotti a poche elezioni. Le piú furono date via via al senato fatto e rifatto da lui, tutto suo; e con questo divise le province, commettendogli le piú tranquille, tenendo egli quelle di frontiera. Alle senatorie furono eletti proconsuli, alle imperiali scelti legati.—Ordinò gli eserciti in campi stanziali (stativa); una guardia del principe (cohortes praetorianae), una urbana (cohortes urbanae) presso la cittá; le legioni al Reno, al Danubio, all'Eufrate, al Nilo, all'Atlante; due flotte di qua e di lá ai due mari d'Italia, a Miseno e a Ravenna.—Ordinò le finanze: due casse distinte, il fiscum dell'imperatore, l'aerarium dello Stato; il primo, maggiore e fornito dalle terre dette perciò «confiscate», e da' tributi delle province imperiali; il secondo, da quelli delle province senatorie. Le necessitá sorte a poco a poco avevano stabilita quella varietá di tributi, che la scienza moderna disapprovò giá, ma approva ora unanimemente; proprietá e mutazioni di proprietá territoriali, commerci interni ed esterni, sostenevano il carico pubblico.—Né trascurò, anzi compiè, le conquiste: e fermolle con ammirabile opportunitá. E prima ridusse i salassi, ed altre genti galliche alpestri; fatto piccolo ma notevole, perché solamente allora, e cosí dopo quattro secoli, si vede terminata la gran guerra nazionale contro ai galli, e compiuta la conquista della penisola, a cui intiera s'estese allora il nome d'Italia. Né è senza onore al complesso di queste genti, che diremo «italiane» d'ora in poi, che la conquista, l'unione di esse a Roma, abbia cosí costato altrettanto tempo, quanto appunto ne costò tutto il resto del mondo romano, tutto il cerchio del Mediterraneo. Attorno al quale poi e nell'interno del continente furono finiti di ridurre i celtiberi dei Pirenei, gli armorici ed ultimi galli occidentali, i reti, i vindelici, i norici, i pannoni, i mesii, tutti i germani e slavi di qua del Danubio, e in Asia gli armeni. E furono tentati poi altri estendimenti; minacciati i parti, ma non assaliti di fatto; tentati gli arabi e gli etiopi, ma fino al deserto solamente, ed ivi lasciati; assaliti bensí piú volte e fortemente i germani d'oltre Reno e Danubio, ma con successi vari dapprima, e lasciandovi finalmente l'ossa delle legioni di Varo, distrutte da un duce a cui ne rimase il nome generico di «guerriero», Heerman od Arminio [9]. Piansene Augusto, ma non era un Giulio Cesare da andarvi e vincervi: mandovvi legati; e quella guerra trasmessa dall'uno all'altro de' suoi successori, non proseguita da niuno di essi, nemmeno forse da Traiano, coll'antica ostinatezza romana, quella guerra germanica occupa tutta l'etá che incominciamo, non finisce se non con lei, cioè coll'imperio occidentale.

2. Continua.—Limiti d'Augusto furono dunque, il Reno, il Danubio, l'Eufrate e i deserti d'Arabia, di Nubia, di Numidia. In mezzo, il Mediterraneo tutt'intiero, lago italiano, che non fu né sará, probabilmente, mai piú lago di niun'altra nazione.—In Ispagna erano tre province: lusitania, betica e tarragonese.—In Gallia transalpina, quattro: narbonese, lugdunese aquitanica e belgica.—In Germania e ne' paesi danubiani, otto: Vindelizia, Rezia, Norico, due Pannonie, due Mesie ed Illirico.—In Grecia, tre: Macedonia, Tracia ed Acaia.—In Asia, quattro: Asia, Bitinia, Cilicia, Siria, oltre Giudea, Comagene, Cappadocia, Ponto, Licia, Samo e Rodi, Armenia e Mesopotamia, piú o men libere o regnate di nome, ma rette di fatto da qualunque proconsolo o legato romano, e che diventarono province poi.—In Africa, tre: Egitto, Cirenaica ed Africa, oltre la Mauritania pur retta a regno allora, pur divisa in province poco dopo.—E finalmente in grembo al Mediterraneo, quattro: Siracusa e Lilibeo in Sicilia, Sardegna e Corsica.—L'Italia, la penisola signoreggiante, non era allor divisa in province; serbava tutte le distinzioni di sue genti primitive, secondo i patti con cui ciascuna s'era aggregata a Roma; ma queste distinzioni erano scemate dalla concessione, che Augusto fece allora a tutte insieme, di quel diritto di cittadinanza, tanto contrastato giá quando non era un'ombra.

3. Continua..—Molte leggi buone fece Augusto per tutto ciò, e per restituir la pace e i costumi. Ma a confermarli, due pessime; non abusate, per vero dire, da lui, bensí all'infinito da' successori: quella di maestá (Iulia de maiestate) che faceva delitto d'ogni menoma mancanza di rispetto all'imperatore; e quella che istituiva commissioni speciali, tribunali eccezionali (cognitiones extraordinariae), a perseguire questi od altri delitti. Ma il peggior danno fatto da Augusto alla patria fu il non aver esso dato nome o almen forma sincera di regno allo Stato, come avea voluto Cesare; l'averlo lasciato non repubblica e non principato finito, il non avere insomma osato far legge di successione. Destinò eredi prima Caio e Lucio nati di Giulia figliuola sua; poi, morti i due, Tiberio Nerone figliuolo di Livia sua seconda moglie. L'adottò; lo fece dal servo senato chiamare a parte di tutte le magistrature che costituivano il principato. I posteri piú sfacciati chiamarono questa e le simili poi «leges regiae»; ma non erano tali né nulla di determinato, mezzi termini e non piú. In alcune teoriche non dedotte dalla sperienza, il principato elettivo fu giá detto migliore che l'ereditario; in pratica, e perciò nelle buone teoriche, è preferito l'ereditario. Ma in ogni maniera di pratiche o di teoriche, il pessimo de' principati è quello in cui la successione, non determinata da niuna legge, si fa volta per volta, per adozioni, per destrezze, per intrighi, per forza, per compre. E tal fu quello lasciato da Augusto a tutto l'orbe romano; alla misera Italia in particolare, sulla quale durò e pesò variamente, ma poco men che senza interruzione, per diciotto secoli.

4. Tiberio [14-37].—Quindi la serie degli imperadori romani fu la pessima che s'abbia di niun principato. Cosí lunga ed immane tirannia, cosí prostrata servitú non sembrano essere state possibili in una civiltá, con una coltura cosí progredite come le romane; e il fatto dimostra la superioritá della civiltá e della coltura cristiane, in mezzo a cui elle furono fin qui, e sono piú che mai impossibili veramente.—La serie s'apre con uno dei peggiori, Tiberio. Era stato uomo capace, forse virtuoso in gioventú; erasi pervertito tra le ambagi, gli artifizi, gli ozi, i vizi dell'aspettazione; era falso, sospettoso, crudele e perduto in voluttá, quando imperiò a cinquantasei anni. Die' subito grande effetto alle leggi di maestá; accrebbelo coll'incoraggiare, istituzione nuova, i delatori. Peggio che mai, quando invecchiato lasciò il governo a Seiano, e andò a marcire nei segreti di Capri, dove finí. Guerreggiò in Germania ed Asia; non egli, dopo che fu imperatore, ma pe' suoi capitani, fra cui principale, e perciò odiato, Germanico figlio di suo fratello. Sotto lui furono ridotte a provincia Cappadocia e Comagene.

5. I tre ultimi della famiglia di Cesare [37-68].—Succedette Caio figlio di Germanico, adolescente di speranze, giovane voluttuoso, crudele e poco men che impazzato. L'uccisero dopo quattro anni i pretoriani, e gridarono imperatore lo zio di lui Claudio, che ne li pagò con un donativo. Quindi il modo cattivo di successione diventò pessimo.—Claudio era giá di cinquant'anni, uom mediocre per sé, peggiorato dall'ozio, dal sospetto in cui eran tenuti i collaterali di casa Cesare, come quelli poi di casa Ottomana. Debole, ghiotto, donnaiuolo, governarono per lui donne e liberti, Agrippina, Messalina, Pallante, Narciso, nomi infami. Regnò tredici anni, morí di veleno datogli per affrettare la successione a Nerone genero di lui.—Questi era giovane di diciassette anni, pur esso di speranze, allievo di Seneca filosofo. Diventò crudele per paura. Incominciò con uccider Britannico cugino suo, proseguí contra quanti appartenevano piú o meno alla famiglia di Cesare; finí con uccidere sua moglie Ottavia che l'avea fatto salire a quella famiglia, sua madre Agrippina che l'avea posto in trono, e Poppea sua seconda moglie che l'avea spinto e amato tra tutto ciò. Poi, macelli di grandi e piccoli numerosissimi; fra gli altri di molti cristiani, a trastullo; e poi voluttá, nefanditá, pazzie. Sorsero parecchie sollevazioni; i pretoriani l'uccisero dopo quattordici anni di tirannia; e con lui finí la famiglia vera de' Cesari. Ma tutti i successori ne serbarono il nome.—Sotto Claudio s'estesero i limiti in Britannia, e si ridussero a provincia Mauritania, Licia, Giudea e Tracia; sotto Nerone fu di nuovo estesa e ridotta a provincia Britannia; e si guerreggiò in Armenia, e in Giudea giá sollevata, e contro a' parti.

6. I tre primi contendenti, e i tre Flavi [68-96].—Galba, vecchio capitano di settantadue anni, era stato gridato imperatore in Ispagna, mentre s'uccideva Nerone. Venuto a Roma, vi fu riconosciuto dal senato, mal veduto da' pretoriani e sbalzato in pochi mesi da Ottone [68-69]. Il quale riconosciuto in Roma e non dalle legioni germaniche, andò loro incontro, ne fu vinto, e s'uccise; durò tre mesi [69].—Vitellio condotto a Roma da quelle legioni, vi fu riconosciuto; ma, disprezzato in breve per libidini e crudeltá, fu sconfitto ed ucciso in pochi altri mesi dalle legioni di Siria e del Danubio, che acclamarono e condussero a Roma Flavio Vespasiano [69].—Quindi la nuova famiglia de' Flavi che imperiò per tre generazioni. Vespasiano tranquillò, riordinò l'imperio sovvertito nei cinquantacinque anni dei quattro Cesari nefandi, e dall'ultime competenze. Dovette accrescere i tributi; abolí le accuse di maestá, ributtò i delatori; fu buon principe; guerreggiò co' batavi risollevati tra le ultime contese dell'imperio; co' giudei sollevati, a cui Tito distrusse Gerusalemme [71]; co' britanni e co' caledoni vinti da Agricola; ridusse o confermò a province Rodi, Samo, Licia, Tracia, Cilicia e Comagene.—Successegli Tito figliuolo di lui, stato giá devoto a lui ed alla patria, capitano vittorioso e per que' tempi clemente; modello de' principi ereditari. Non regnò se non due anni [79-81], e gli bastarono a farsi modello de' regnanti.—Seguí Domiziano fratello di lui, ma troppo diverso; vano, invido, sospettoso, crudele, richiamò Agricola vittorioso dalla Britannia, guerreggiò or a pompa in persona, or pe' capitani contro a' germani e ai daci, or vanamente, or cosí vilmente che patteggiò un tributo agli ultimi. Fu ucciso per congiura di palazzo [81-96].

7. Nerva, Traiano, Adriano [96-138].—Posto in trono da' congiurati Nerva, un vecchio onorando di settanta anni, furono restituiti l'ordine, lo splendore dell'imperio; e continuati, accresciuti poi per una serie di buone adozioni durante quasi un secolo. Questo fu, senza paragone, il piú, od anzi il solo buon secolo di quella grande autocrazia; fu, secondo l'espressione d'un autocrata moderno, caso fortunato. Nerva regnò poco piú d'un anno; ma in quello, fece uno forse de' piú rari, certo uno de' piú utili atti adempibili da un principe, apparecchiossi un successore maggiore di lui [98].—Traiano figliuolo adottivo di Nerva, spagnuolo, e cosí primo degli augusti che non fosse italiano, gran capitano, grande uomo di Stato, fu tale sul trono, che può credersi sarebbe stato grande senz'esso, sarebbe stato gran cittadino di una patria libera. Ordinò, temperò il principato; abolí i giudizi di maestá; restituí al popolo i comizi, le elezioni lasciategli da Augusto, al senato la libertá delle deliberazioni. Non solamente lavorava ma operava molto; in finanze era gran massaio e grande spenditore insieme; in monumenti e strade pubbliche (quella antica gloria romana che giunse allora al sommo) splendidissimo. Fece molte guerre contro ai parti, agli arabi e ai daci, che a taluni paion troppe, ma che forse eran necessarie, e ad ogni modo furon tutte gloriose. Prima di lui non erasi guerreggiato se non per mantenere i limiti d'Augusto, o tutto al piú per ordinare in province alcune genti inchiuse in essi; egli li estese, e passando il basso Danubio contro a quei daci a cui Domiziano avea testé pagato tributo, li vinse e ridusse a provincia romana.—Successegli [117] Adriano suo figliuolo adottivo, principe pacifico. Trattò co' parti ed abbandonò tutte le conquiste asiatiche incominciate dal padre. Buon ordinatore, buon amministratore anch'egli; piú che mai splendido, ma forse giá men buon gustaio in arti e monumenti; gran viaggiatore in tutte le parti dell'imperio, fu in complesso principe buono dopo un grande. S'era apparecchiato un cattivo successore adottando Lucio Antonio Vero; ma morto quello, ne adottò uno ottimo, Antonino.

8. Gli Antonini [138-192].—Antonino Pio continuò, accrebbe la pace, l'ordine dell'imperio; e si contentò di difenderlo pe' suoi legati contro alle genti che l'assalivano all'intorno.—E cosí Marco Aurelio figliuolo adottivo di lui [161-180]. Salendo al trono adottò Lucio Vero e il chiamò non solamente cesare (titolo dato fin d'allora a' figliuoli e successori), ma augusto, e cosí l'associò intieramente all'imperio; e fu il primo esempio di due imperatori regnanti insieme. E diedero i due l'esempio, non guari seguíto, di regnare concordi. Marco Aurelio effettuò quel desiderio di non so quale antico, di veder sul trono un filosofo. Fu tale non soltanto speculando, ma scrivendo; che è forse troppo per chi ha l'ufficio del fare, superiore a quello dello scrivere. Lucio Vero fu dissoluto. E guerreggiarono i due or per sé or pei legati contro a' parti felicemente; ma con successi vari contro a' marcomanni, una lega di popoli germanici del confine (come suona il nome stesso) i quali penetrarono una volta fino in Italia. E allora [166 circa] per la prima volta furono assoldate, e stanziate entro a' limiti, genti intiere di barbari; per l'addietro non s'erano assoldati se non militi sparsi. È incontrastabile: due de' maggiori danni dell'imperio, il trono diviso e lo stanziamento de' barbari, furono inventati innocentemente dal principe filosofo. Premorto Vero, morí Marco Aurelio nel 180; lasciò l'imperio al figliuolo Commodo.—Il quale, indegnissimo de' cinque predecessori, dissoluto, crudele, sfrenato, comprò la pace co' marcomanni, tiranneggiò in Roma, fecevi l'istrione, il gladiatore, l'Ercole, sui teatri pubblici, abbandonò il governo ai prefetti del pretorio ed ai liberti; e costoro, di concerto con le meretrici, l'uccisero finalmente [192].

9. Il terzo secolo dell'imperio giá decadente [193-285].—Quindi, per quasi un secolo, nuove contese di successione, ed imperatori cosí moltiplici che appena si possono numerare.—Pertinace innalzato dagli uccisori di Commodo per tre mesi, e poi ucciso [193]; Didio Giuliano, che comprò l'imperio all'incanto dai pretoriani; Pescennio acclamato dalle legioni di Siria, Albino dalle britanniche, Settimio Severo dall'illiriche. Vinse l'ultimo; fu buon soldato, sconfisse i parti, regnò diciassette anni [193-211], e lasciò l'imperio ai due figliuoli suoi Caracalla e Geta.—I quali regnarono per poco insieme, odiandosi. Caracalla uccise il fratello in grembo alla madre; e, come era conseguente, tiranneggiò poi. Guerreggiò con gli alemanni, una nuova lega (come suona il nome) di germani diversi raccogliticci che si vede sottentrar ora a quella che sparisce de' marcomanni. Caracalla fu quegli che estese il diritto di cittadinanza dall'Italia a tutte le province. Dicesi il facesse per accrescer l'entrate, estendendo i carichi pubblici; ed è strano veder quindi che questi avesser pesato piú su coloro i quali aveano diritto e nome di cittadini, che non sui provinciali. Ad ogni modo, cosí cessò il nome stesso di quel primato conquistato giá con tanto sangue dagli italiani, sancito in essi da Augusto. Mentre Caracalla guerreggiava co' parti, fu ucciso dal prefetto del pretorio [211-217].—Questi, Macrino, comprata la pace da que' barbari, era tuttavia in Asia, quando le legioni innalzarono Eliogabalo, un giovine sacerdote del Sole, che Soemi sua madre proclamò figliuolo di Caracalla. Battutisi i due, rimase vincitore e imperatore il giovine sacerdote [217-218]. Il quale portò sul trono di Roma, pur giá tanto macchiato, nuove infamie, nuove superstizioni; e fu trucidato in men di quattro anni dalle guardie [218-222].—Alessandro Severo cugino di lui, e adolescente egli pure, fu tuttavia diversissimo. Costumato, belligero, restaurator di discipline, guerreggiò co' persiani, i quali avean testé distrutta la potenza de' parti non saputa distruggere mai da' romani, ed avean cosí fondato un nuovo imperio, anche piú pericoloso. E guerreggiando co' germani fu trucidato da' soldati impazienti della rinnovata disciplina [222-235].—Massimino, un soldato trace semibarbaro e feroce, mal innalzato cosí, guerreggiò tuttavia felicemente contra i germani, i pannoni e i sarmati stessi piú lontani; ma intanto furono gridati in Roma, prima due Gordiani padre e figlio; poi, morti questi, un Papieno, un Balbino. Contra i quali scendendo Massimino dal Sirmio, furono uccisi tutti e tre, ciascuno da' propri soldati, e rimase solo un terzo Gordiano, figlio e nipote de' due altri [237-238].—Il quale, quasi fanciullo, regnò prima sotto la tutela d'un prefetto del pretorio, e fu sei anni appresso ucciso da un altro [238-244].—Costui, un arabo, chiamato Filippo, tenne cinque anni l'imperio, disputatogli in varie province, toltogli colla vita da Decio suo capitano, ch'egli avea mandato a combattere competitori in Pannonia [244-249].—Decio guerreggiò contro a' goti invadenti per la prima volta l'imperio di qua dal Danubio, e morí col figlio, sconfitto da essi [249-251].—L'esercito acclamò Gallo, l'uccise tra pochi mesi; acclamò Emiliano e pur l'uccise, acclamando Valeriano [251-253].—Valeriano ebbe a difendere i limiti giá intaccati in tutto il giro dagli alemanni sul Reno e l'alto Danubio, da' goti sul basso, dai persiani sull'Eufrate. E li difese contro a' primi e a' secondi, ma succombette e fu preso da' terzi [253-259].—Succedettegli Gallieno figliuol suo, giá associato all'imperio; e quindi vidersi due imperatori romani, padre e figlio, languire e perir l'uno ne' ferri barbarici, seder l'altro sul maggior trono del mondo; e sorger quindi tanti altri imperatori in ogni provincia, che chi ne conta diciannove, chi trenta, detti nella storia i trenta tiranni. Allora ebbero grand'agio i barbari ad ordinarsi, ad assalire su tutti i limiti. E tre grandi leghe di genti germaniche ne sorsero o crebbero dalle bocche del Reno alle bocche del Danubio: quelle de' franchi, degli alemanni e dei goti, che furon poi le principali distruggitrici dell'imperio [259-268].—Morto Gallieno, successegli, chiamato da lui, miglior di lui, Aurelio Claudio che vinse prima uno de' competitori, gli alemanni, poi i goti, ma morí in breve di peste a Sirmio. Il senato gl'innalzò poi meritamente una grande statua d'oro in Campidoglio [268-270].—Furono acclamati dal senato Quintilio fratello di Claudio, e dall'esercito, Aureliano; e uccisosi il primo, dopo pochi giorni di porpora, rimase solo il secondo e regnò gloriosamente cinque anni. Respinse gli alemanni e i goti, non piú invasori solamente de' limiti, ma d'Italia, dell'Umbria! E vinse e prese Zenobia, la famosa regina di Palmira, invaditrice d'Asia minore, Siria ed Egitto. E vinti i rimanenti tiranni in Gallia, Spagna e Britannia, ed abbandonata la Dacia e cosí ridotti i limiti di Traiano, ma restituiti tutt'intorno quelli d'Augusto, poté apparir vincitore, restauratore dell'imperio. Ma fu per poco: dopo cinque anni gloriosissimi, fu ucciso come uno de' volgari imperatori, e ricadde l'imperio nello strazio consueto [270-275].—Seguí anzi, strazio nuovo, un interregno di sei mesi; senato ed esercito si rimbalzavan la scelta; non che conteso, l'imperio non era piú desiderato. Finalmente fu eletto dal senato Tacito, un vecchio di settantacinque anni, che morí guerreggiando contro ai goti dopo altri sei mesi [275-276].—Successero Floriano, fratello di Tacito, per elezione del senato, e Probo, gridato dall'esercito di Siria. Ed ucciso in breve il primo dai propri soldati, rimase solo il secondo. Imperiò e guerreggiò sei anni sul Reno e il Danubio, tra' quali innalzò un gran muro, vana difesa; fu ucciso al solito dai soldati, i quali tolleravano anche meno i forti imperatori che non i dappoco [276-282].—Innalzarono Caro prefetto del pretorio che guerreggiò felicemente contro ai goti, ed avviatosi contro ai persiani, morí, dicesi, di fulmine [282-284].—E successero insieme i due figliuoli di lui Carino e Numeriano. Ma in breve, ucciso Numeriano dal suo prefetto del pretorio, e innalzato a luogo di lui Diocleziano, e ucciso pur Carino da un tribuno a cui egli avea tolta la moglie, rimase solo Diocleziano [284-285]. Tristo secolo, deplorabile imperio, noiosa storia!

10. Diocleziano e i successori fino a Costantino [285-306].—Quando uno Stato è venuto decadendo per parecchie generazioni, il restaurarlo è difficile a un uomo solo quantunque grande per sé e per potenza, perché non trova appoggio nel proprio popolo corrotto; gli è d'uopo procacciar primamente che sia piú o men rinnovato dall'esempio de' popoli vicini non corrotti. Ma ciò è impossibile nelle civiltá corrotte tutt'intiere. Tuttavia un grand'uomo che si trovi in occasione di tale impresa, non suole, non può tenersi dal non tentarla; e nella storia, ne' giudizi de' posteri resta poi sempre dubbio, se il tentativo abbia ritardata o non forse accelerata la caduta. Ciò avvenne a Diocleziano e Costantino, restauratori, mutatori indubitati dell'imperio. Propensi noi a lodare chi opera grandemente, quand'anche sventuratamente, anziché chi aspetta, oziando, la fortuna, a noi paiono essi tutti e due uomini grandi nati in tempi dappoco.—Diocleziano vide i due sommi pericoli dell'imperio: le contese di successione tra i capi degli eserciti, e l'invasione de' barbari giá prementi su tutti i limiti; e tentò riparare ai due insieme con un ordinamento grande, un pensiero generoso. Solo signor dell'imperio, solo augusto, non solamente fece augusto e pari suo Massimiano, ma in breve aggiunse a sé ed al socio due cesari, o successori designati, Valerio e Costanzio Cloro. Né furono piú di quelle associazioni vane od anzi pericolose per l'imperio, utili solamente all'imperatore che guarantivano: fu vera divisione del territorio, che non era difendibile oramai da un solo imperatore. Distribuí le province tra i quattro: l'Asia a sé; Tracia ed Illirico a Valerio, cesare suo; Italia ed Africa a Massimiano augusto; e Gallia, Spagna, Britannia e Mauritania a Costanzio, l'altro cesare. Cosí (essendo tenuta dai due augusti una supremazia sui due cesari), l'imperio, giá unico, rimase fin d'allora diviso in que' due, orientale ed occidentale, che mutarono e rimutarono sí continuamente limiti e signori, ma si ricostituirono e durarono in lor dualitá poco meno che due altri secoli. Roma e l'Italia giá fin da Caracalla cadute in condizioni pari alle province, ne decadder molto indubitatamente: e ne patirono tutti i popoli che ebbero a far le spese a quattro palazzi imperiali in luogo d'uno; e tanto piú, che moltiplicaronsi d'allora in poi, in quei palazzi diventati vere corti, le pompe, gli uffici, i titoli, i rispetti, all'uso antico orientale. Ma i due intenti del riformatore furono arrivati: le successioni (che nella storia appaiono, moltiplicandosi e incrociandosi, anche piú complicate) furono in effetto men contese coll'armi, rimasero piú lungamente nelle medesime famiglie; e le frontiere difese da quattro principi, ciascuno dal posto suo, furono, secondo ogni probabilitá, difese meglio che non sarebbero state da un principe universale, sforzato ad accorrere dall'oceano settentrionale al golfo persico, e a lasciar un pericolo d'invasione esterna ed uno d'usurpazione interna in ciascuno degli eserciti ove non si trovasse.—E di fatti, vinsersi allora facilmente alcuni competitori: e mantenuti i limiti europei, s'estesero momentaneamente gli asiatici dall'Eufrate al Tigri. Ma nulla è che stanchi come una operositá, una fortuna stessa, che si sperimentino insufficienti allo scopo prefisso. Dopo venti anni di regno glorioso, Diocleziano abdicò e fece abdicar Massimiano l'augusto, compagno suo [285-305].—I due cesari, Galerio e Costanzio ne diventarono essi augusti; ma molto disugualmente, rimanendo al primo (con due nuovi cesari, Severo e Massimino) l'Oriente, l'Italia e l'Africa, ed al secondo Britannia, Gallia e Spagna solamente. E morto in breve Costanzio e succedutogli il figliuolo Costantino, prese il titolo d'augusto, ma non fu riconosciuto se non come cesare da Galerio [306]. E ne seguirono nuove guerre, finché rimase solo Costantino.

11. Il cristianesimo [1-306].—Ma ci è debito qui accennare i princípi e i progressi di quella religione cristiana, che, nata coll'imperio, cresciuta mentre questo decadeva, e compressa, perseguitata fin ora, salí ora a un tratto a condizione di religione trionfante e regnante.—Nato in Giudea sotto Augusto, nella famiglia regia ma decaduta di Davidde, un fanciullo chiamato Gesú, era cresciuto in casa al mestiero paterno di falegname, e vi si era trattenuto trenta anni; ed avea predicato poi per tre altri, sé professando il Messia aspettato da sua nazione, sé il Cristo profetato, sé figliuolo di Dio, rinnovatore ed estenditore all'intero mondo della religione primitiva d'un solo Dio. Morto esso al tempo di Tiberio, sulla croce, per opera degli ebrei che aspettavano un liberatore politico, un Messia temporale, e che scandalezzandosi abborrivan questo; subito dopo, dodici discepoli principali di lui, detti «apostoli», e sessanta altri, tutti gente incolta, popolana, bassissima, e di quella nazione dispregiatissima, s'eran dispersi ad annunziare il gran fatto che l'Uomo Dio era risuscitato e salito al cielo, che regnerebbe spiritualmente a poco a poco sulla terra tutta, fino al fine de' secoli, ed altre simili novelle, dette fin d'allora da nemici ed amici «stoltezze de' cristiani», «stoltezze della croce». Eppure furono credute via via, secondo che si spargevano; e si sparsero prontamente, largamente. In molte cittá di Giudea, d'Asia, di Grecia, sorsero adunanze, chiese di cristiani. Il principale de' principali discepoli ne fondò una in Antiochia, poi in Roma, centro dell'imperio; e questa fu quindi la principale e centrale di tutte. Cosí l'Italia ebbe da Dio quest'ufficio di centro della cristianitá: un ufficio, come tutti quelli di quaggiú, dotato di diritti e vantaggi, carico di doveri, che vedremo, nella storia seguente, perenni. In quelle chiese o congreghe primitive s'accumunavano dapprima tutti i beni; poi, tanto almeno da mantenerne i fratelli poveri; del resto, un solo Dio in cielo, una sola fede in terra, una sola donna a ciascuno, le passioni umane condannate, il corpo vilipeso, l'anima eterna sola importante; insomma, una credenza e una morale purissime, non dissimili veramente da quelle speculate invano da alcuni filosofi, ma fatte ora effettive, universali tra questi novatori, ma fondate su principi, su fatti i piú contrari che potessero essere alla ragione pura, filosofica, precedente o non ammettente que' fatti. Quindi, non che aiuto, repulsione, guerra di questi filosofi allora trionfanti, guerra di ogni uomo dell'antica coltura allora avanzatissima, guerra d'ogni uomo devoto alle religioni patrie, guerra di ogni uomo di Stato serbatore di queste contro ai nuovi settari. E quindi supplizi, martíri, persecuzioni legali contro essi. Dieci principali se ne contano, sotto Nerone, Domiziano, Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo, Massimino, Decio, Valeriano, Aureliano, e finalmente la piú feroce e piú universale sotto Diocleziano; imperatori diversi, come si vede, gli uni tiranni, gli altri buoni, altri grandi, e nel numero Traiano il sommo uomo di Stato, Marco Aurelio il filosofo, tutti uniti nella massima di Stato di distrurre la nuova setta. Eppure, tra tante opposizioni e persecuzioni, e contro ad ogni ragione e probabilitá filosofica, politica e storica, contro ad ogni andamento consueto degli eventi umani, queste «stoltezze cristiane» s'erano sparse fin da' tempi di Traiano cosí, che Plinio si lagnava ne fosser deserti i templi de' numi patrii, e che al principio del terzo secolo se ne scorgon pieni il palazzo, Roma, le province, le legioni. E tutto un altro secolo durò, crebbe, soffrí questa societá religiosa che taluni osan chiamare setta filosofica o politica, ma che fu tutto all'opposto; non filosofica, posciaché, imponendo dommi e virtú asprissime alla natura umana, conquistò pure quelle moltitudini dove niuna filosofia riuscí mai a penetrare; e non politica nemmeno, posciaché appunto diventò moltitudine e pluralitá di cittadini, senza entrar una volta nelle contese, nelle congiure, ne' tumulti, nelle turpitudini dell'imperio. Ed ora, siam per vedere l'imperatore farsi cristiano, senza un interesse che potesse muoverlo, se non di prendere l'opinione, la religione de' piú; e cristiano palesarsi a un tratto l'imperio tutto intiero. E quindi (benché non sia istituto mio di persuader nessuno, ma solamente, com'è ad ogni storico, di presentare gli eventi col carattere che vi vedo), quindi parmi dover notare, che tutta questa serie d'eventi naturalissimi non poté succedere se non sopranaturalmente, dico per intervenzione straordinaria, immediata, manifesta della Providenza divina. Sant'Agostino e Dante posero questo dilemma di che non s'esce: o la propagazione del cristianesimo innaturale in ogni etá, innaturalissima in quella della massima coltura antica, fu effetto de' miracoli che persuasero i neofiti; ovvero avvenne il miracolo maggiore, d'un fatto grandissimo adempiutosi contro a tutte le ragioni naturali, un effetto senza causa; e nell'un caso e nell'altro dunque, v'è miracolo, sopranaturalitá, intervenzione, rivelazione, religione divina.—E il vero è poi, che senza sopranaturalitá non si spiegano né il principio, né il mezzo, né l'andamento, né lo scopo del genere umano, non la storia universale; e men che niuna, non la storia speciale dell'Italia, sede del miracolo perenne della centralitá da diciotto secoli.

12. Costantino [306-337].—Ripigliamo, or che il potremo capire, Costantino. Ai tre competitori che egli avea contro, Galerio augusto, Massimino e Severo cesari, se ne aggiunsero in breve tre altri: Massimiano stesso che riprese nome di augusto, Masenzio figlio di lui e Licinio poi, che il presero. Ma Costantino, buon capitano, e politico abile o talor forse traditore, aspettando, trattando e guerreggiando diciassette anni, si liberò di tutti sei. Severo fu ucciso da Massimiano, Massimiano da Costantino a cui era rifuggito, Galerio dalle dissolutezze, Masenzio nella gran battaglia presso a Roma [312]; Massimino da se stesso dopo una battaglia perduta contra Licinio [313]; e finalmente Licinio, dopo aver spartito con Costantino l'imperio, e tenutane la metá orientale nove anni [314-323], da Costantino. Cosí questi si trovò e regnò solo poi altri quattordici anni [323-337]. Continuò, compiè le novitá di Diocleziano, e n'aggiunse due maggiori: la conversione al cristianesimo e la fondazione d'una seconda capitale, detta Roma nuova o Costantinopoli.—La conversione, ei la incominciò ponendo la croce sul suo stendardo o labaro, al dí della battaglia di Roma contra Masenzio [312]: ma non la compié se non a poco a poco e parecchi anni appresso, quando fecesi battezzare. E prima e dopo fu principe cristiano piú zelante che prudente. Avvezzo al pontificato massimo degli augusti, non poteva usurpare tal dignitá giá tutta ecclesiastica tra' cristiani; ma non si tenne dall'usurparne quanto potesse, e die' il malo e troppo seguíto esempio di un principe teologizzante e facente affari di Stato delle dispute di Chiesa e dell'eresie; tanto che, come succede, egli forse vi s'imbrattò. Del resto, convertí a templi cristiani molti idolatri ed altri edifizi civili, e parecchi ne edificò; e molte chiese arricchí, principalmente quella di Roma. Del che, mi perdonino Dante e i ghibellini antichi, mi perdonino i protestanti e protestantizzanti moderni, io non lo so parimente biasimare: perché, se è vero che il cristianesimo sia non solamente religione ma civiltá, abbia non solamente il maggior ufficio di condur gli uomini al cielo, ma anche quello minore e pur grande di condurli intanto sulla terra alla civiltá, era, è, e sará pur sempre conseguente e necessario ch'egli avesse ed abbia a ciò mezzi terreni, diversi secondo le etá, ma durati e duraturi in tutte. Né gli abusi debbon toglier l'uso; ché altrimenti si toglierebbe quello della religione stessa, abusata or da ecclesiastici e pur da secolari, or da amici e pur da nemici di lei.—Costantinopoli, ei la fondò, dicesi, per odio a Roma ostinata nella religione antica; ma forse meglio per avere una grande, degna ed opportuna residenza a quell'imperio orientale giá istituito da Diocleziano, giá indispensabile contro ai goti, i piú vicini e piú formidabili minacciatori di tutto il mondo romano. Che tal fondazione, tal sito fossero opportunissimi, è dimostrato dal fatto, dall'esser caduta poi Roma, non Costantinopoli mai, sotto a quelli od altri barbari settentrionali, dall'aver durato l'imperio colá poco men che mille anni piú che a Roma.—Ma la corte trasferita a Costantinopoli finí di dar forme, costituzione orientale, asiatica, despotica, all'imperio. Diademi, vesti, eunuchi all'antico uso medo od assiro. Un praepositus sacri cubiculi e molti comites palatii e cubicularii (gran ciamberlano e ciamberlani), con altri simili per tutte le parti del palazzo, tutte dette «sacre» fino alle stalle; un magister officiorum (ministro dell'interno e dell'estero), un comes sacrarum largitionum (delle finanze), un quaestor (della legislazione e giustizia), un comes rei privatae (del tesoro del principe), due comites domesticorum (capitani delle guardie dette «scholae»). Agli eserciti furon preposti un magister utriusque militiae, e sotto esso due magistri peditum ed equitum, e sotto questi i comites, ed ultimi i duces.—E cosí, spogli d'ogni comando militare, furono ridotti a governatori civili i giá pericolosi prefetti del pretorio. Quattro ne furon fatti per le quattro grandi divisioni dell'imperio giá stabilite da Diocleziano, ora ordinate e chiamate «praefecturae». 1° Prefettura d'Oriente, divisa in cinque diocesi (ogni diocesi poi in province), Oriente, Egitto, Asia, Ponto e Tracia. 2° Prefettura d'Illirio, divisa in due diocesi, Macedonia e Tracia. 3° Prefettura d'Italia, divisa in tre diocesi, Italia, Illirio ed Africa. 4° Prefettura delle Gallie, divisa in tre diocesi, Gallia, Spagna e Britannia. Alle diocesi e province furono posti governatori di vari nomi, rectores, proconsules, vicarii, ecc.—E sotto tutti questi, ultime e piú potenti forse fin d'allora sorgevano le costituzioni delle cittá, stampate piú o meno sul modello degli antichi municipi italiani: un'adunanza popolare, via via ridotta per vero dire a poche elezioni, ma mantenuta poi principalmente per quelle de' nuovi vescovi a cui contribuivano insieme col clero e coi decurioni; un consiglio piú ristretto (resto dei senati) detto «ordo», «decuriones» o «patres»; e due o piú magistrati esecutivi, per lo piú annui (resti o imitazione dei consoli), detti «duumviri», «triumviri», ecc.; oltre parecchi tribuni ed ufficiali inferiori. I tributi furon dati a riscuotere a que' decurioni, fattine garanti e quasi impresari; ondeché fuggivasi tal dignitá diventata carico pesantissimo, e gl'imperatori sforzavano le famiglie a serbarla od assumerla. Del resto, continuavano questi tributi ad esser moltiplici; ma diventò principale il territoriale, che si stanziò od indisse incominciando dal 312 (l'anno della vittoria di Costantino) di quindici in quindici anni, periodo detto quindi «indizione».—Tale, all'ingrosso, fu l'ordinamento del nuovo e ben detto «basso imperio». Tal durò con poche mutazioni sino al fine della metá occidentale. E tale il vedremo poi imitato dagli imperatori occidentali rinnovati; ed anche (principalmente nella moltiplicitá degli uffizi cortigiani) da altri principi minori fino ai nostri dí. Ma vedremo pure, piú seria imitazione, quella dei municípi romani fatta dai comuni italiani.

13. I Costantiniani [337-379].—I tre figli di Costantino, cesari in vita di lui, augusti dopo lui, tennero nell'imperio diviso, Costantino II, la prefettura delle Gallie; Costante, l'italica e l'illirica; Costanzio, la orientale. Tra breve, Costantino mosse guerra a Costante, e vi morí; onde Costante riuní tutto l'Occidente. Ma fu poi ucciso da Magnenzio nuovo competitore sorto in Gallia. Guerreggiarono allora Magnenzio e Costanzio; Magnenzio vinto s'uccise, e Costanzio rimase solo augusto.—Allora ei fece cesari prima Gallo, che in breve ei temette ed uccise; poi Giuliano letterato filosofo, cui non temeva. Questi governò dapprima in Gallia, e guerreggiò felicemente contro a' franchi ed altri germani piú che mai prementi. Costanzio perdente all'incontro dinanzi ai persiani, chiese a Giuliano cesare il suo esercito; e l'esercito gridò augusto Giuliano stesso, il quale, morto intanto Costanzio, rimase egli pure imperator solo.—Era capitano ed uom di Stato non volgare; ma filosofo all'antica, romano stantío retrogrado. Rinnegò la religion nuova, e perseguitolla a modo suo; pochi supplizi e molti impedimenti (modo imitato in un grand'imperio a' nostri dí); protesse, rinnovò all'incontro la religione vecchia, nazionale, di che era capo.—Passato in Oriente corse contro a' persiani, li vinse, giunse al Tigri, e vi perí in battaglia, ultimo de' Costantiniani [363], ultimo degli imperatori idolatri; e dopo il quale l'idolatria si ridusse a poco a poco al senato di Roma, alla statua della Vittoria ivi serbata per qualche tempo ancora, ed agli abitatori piú rozzi, men progressivi delle terricciuole, de' pagi, onde furon detti «pagani».—L'esercito, rimasto senza imperatore, acclamò Gioviano, che cedette subito a' persiani le conquiste e morí fra pochi mesi di malattia.—Quindi fu similmente acclamato Valentiniano, che si associò subito suo fratello Valente. Imperiò il primo in Occidente, s'associò suo figliuolo Graziano, e guerreggiò co' germani sul Reno e sul Danubio, e morto lui, nel 375, imperiò Graziano, che s'associò suo fratello Valentiniano. E intanto imperiò Valente in Oriente che guerreggiò e patteggiò co' persiani. Ed avendo patteggiato poi co' visigoti spinti a spalle dagli unni, e conceduto loro di passare e stanziare sulla destra del Danubio, egli fu in breve assalito, vinto ed ucciso da essi ribellati. Questo fu il primo stanziamento grande fatto da' barbari di qua da' limiti di Augusto. Quindi spaventato Graziano, imperatore occidentale che avea giá un socio ma fanciullo, s'associò Teodosio capitano di nome, dandogli le prefetture minacciate d'Oriente e d'Illirio [379].

14. Teodosio [379-395].—È notevole, se non altro come aiuto di memoria, che que' limiti dell'impero stabiliti giá nell'ultimo quarto del secolo avanti Gesú Cristo da Augusto, furono oltrepassati intorno al 75 da Traiano che v'aggiunse la Dacia oltre Danubio; ripresi, abbandonata questa da Valeriano, un secolo appresso intorno al 175; intaccati dopo un altro secolo intorno al 275; ora rotti del tutto dopo un altro intorno al 375; e calcati, cancellati poi durante tutto un ultimo secolo fino alla distruzione dell'imperio nel 476. Certo una tal difesa, sia che si conti di cinque, sia che solamente di tre secoli, fatta dall'imperio quantunque straziato addentro in tante guise, contro alle genti affollantisi all'intorno, mostra una gran vitalitá, una gran vigoria ed operositá nella schiatta italiana, indubitata fondatrice e signora prima di quell'imperio. Ma questa schiatta era venuta meno a poco a poco; ed ora erano figli degeneri di barbari o barbari stipendiati, avviliti, e quasi apostati dalla barbarie, que' cosí detti romani che difendevano contro ai barbari veri e rimasti di puro sangue, l'imperio precipitante. Il quale resse in Asia, non solamente contro a' persiani, ma contro alle stesse nazioni settentrionali piú nuove e piú terribili, per la forza locale di quella Costantinopoli cosí ben piantata a ciò. E videsi allora, che giunsero quasi tutti que' barbari europei ed asiatici via via alle foci del Danubio, anzi alle falde dell'Emo o Balkano, vicinissime a Costantinopoli: e tutti furono, per forza di tal vicinanza, indugiati prima, ribalzati poi d'Oriente ad Occidente, dall'Asia sull'Europa, da Roma nuova sulla vecchia. L'indugio durò appunto quanto Teodosio, il rimbalzo tutto il resto del secolo.—Teodosio, non piú che imperatore orientale dapprima, sofferse i visigoti tra il Danubio e l'Emo; ma ve li rattenne, e con essi quanti premevano addietro. Si frappose, forse troppo anch'egli, nelle contese cristiane; ma almeno, tenendosi fermo contro all'eresia ariana e all'altre, serbò unita la cristianitá romana, contro ai barbari giá gentili, poi via via quasi tutti ariani. E cosí la guerra, che giá era di civiltá contro alla barbarie, diventò pure di religione; il che risponde all'accusa antica e nuovamente fatta al cristianesimo d'avere menomata quella difesa dell'imperio. Se questo avesse potuto o dovuto esser salvato, sarebbe stato da una guerra di religione. Del resto, ucciso Graziano da Massimo un nuovo augusto, Teodosio venne in aiuto a Valentiniano II, prese ed uccise Massimo; e quando Valentiniano fu ucciso dal suo maestro de' militi che innalzò Eugenio, egli, Teodosio, combatté e prese pur questo; e cosí riuní per l'ultima volta, ma per poco, i due imperii. Morí l'anno appresso, 395.