32. Coltura dell'etá dei comuni in generale.—Noi abbiamo ritratto in colori piú oscuri forse che non si suole la politica della nostra etá dei comuni. Se ci siamo ingannati, sia perdonato all'intimo nostro convincimento di questo principio: che prima delle felicitá, primo dei doveri nazionali, primo dei doveri della libertá stessa, è il procacciare quell'indipendenza che i comuni non seppero compiere in quattro secoli di libertá. Ad ogni modo, sorge quindi nella nostra storia una contraddizione apparente giá accennata: che quella libertá de' nostri comuni, cosí poco apprezzata od anche disprezzata da noi, fu pure incontrastabilmente capace di generare la piú splendida, la piú varia e la piú nazionale coltura che sia stata mai. Per quattro secoli questa crebbe in Italia sola, in mezzo all'Europa tutta oscura; la stessa coltura greca non ebbe tanti secoli di tale splendore esclusivo. Per trovare esempi di simili esclusivitá bisognerebbe andar all'Indie o alla Cina; ma le colture ivi cercate sarebbero (mi perdonino indianisti e sinologi) incomparabilmente minori. Come ciò? Come quest'apparente contraddizione di una libertá cosí incapace d'indipendenza, cosí capace di coltura? Ma, quanto all'incapacitá d'indipendenza noi ne svolgemmo via via giá la causa evidentissima; quella preoccupazione dell'imperio romano che fu in tutti i comuni, in tutte le parti, nella stessa guelfa o nazionale. E quanto poi alla capacitá di coltura, noi l'accennammo pure; la libertá anche cattiva, anche barbara, disordinata, eccessiva, cadente in licenza, è tuttavia culla piú favorevole alla coltura che non possa essere il principato assoluto o feodale. Il duplice fatto non è dubbio; e la prova della virtú che è nella libertá di generare la coltura, ne risulta tanto piú evidente, quanto piú cattiva ed incompiuta fu questa libertá, quanto politicamente parlando le altre nazioni furono meglio costituite, e prepararono migliori, invidiabili costituzioni di nazionalitá. Se fosse conveniente qui una digressione, io crederei poter dimostrar facilmente: che in tutti i tempi, in tutti i luoghi le grandi colture furono figlie o d'una libertá legittima, legale, stabilita, o d'una reale quantunque non riconosciuta, o almeno d'una incipiente quantunque non progredita; che in particolare quella magnifica coltura francese, la quale prende nome da Ludovico XIV, fu tutta esercitata da uomini nati e cresciuti fra le contese di libertá, che, cattivissime del resto, sorsero durante la minoritá di lui e furon dette della Fronda; che insomma e dai fatti e colle ragioni si prova sempre, le colture aver bisogno di libertá, e quasi sempre la libertá aver bisogno di coltura. Ma non avendo noi luogo a distrarci, ci basti accennare la fratellanza, o il parallelismo speciale della nostra libertá e della nostra coltura da Gregorio VII fino all'epoca a cui siam giunti.—La libertá ecclesiastica, propugnata, ottenuta da Gregorio VII e da' suoi predecessori e contemporanei, ebbe bisogno di grandi teologi; e cosí li fece sorgere, e con essi parecchi di que' filosofi scolastici, i quali mal si distinguono da' teologi, e de' quali è gloria di alcuni filosofi contemporanei nostri aver saputo riconoscere i meriti finalmente. E la libertá ecclesiastica facendo sorgere ogni zelo ecclesiastico, fece moltiplicar que' templi, quelle chiese di che giá accennammo le due prime di Venezia e Pisa, e che tutte furono poi veri musei d'antichitá e scuole a tutte l'arti italiane. Poi la libertá comunale, dico la primissima, informe, de' consoli del 1100, non poté essere né un anno o un dí senza aver bisogno, in ogni cittá o terra italiana, di oratori, uomini di Stato, capi di nobili, capi popolo, capi parte, piccolissimi terricciolai quanto si voglia, ma pur oratori ed uomini politici, i quali ebber bisogno di parlare e persuadere in qualunque lingua parlassero, latino, volgar lombardo, volgar toscano, o romanesco, o napoletano, o siciliano, o piemontese; e cosí nacque di necessitá un'arte, non artifiziata ma naturale, oratoria. Quindi dal mescolarsi quegli interessi e quegli uomini in tutta la penisola nasceva fin d'allora, fin dal principio del secolo decimosecondo senza dubbio, il bisogno d'una lingua comune o italiana; e cosí nasceva quella di che trattò Dante centocinquanta o duecento anni appresso come di lingua giá antica, quella che crebbe di necessitá in que' mostri di assemblee, che dicemmo simili alle moderne d'Irlanda. Quindi cresciute le ambizioni, le emulazioni di cittá, crebbero in ciascuna i bisogni di forti mura; e cosí nacque quell'architettura militare, che è piú antica forse tra noi che non si suol dire anche da' piú esagerati esaltatori dei nostri primati. E quindi l'altre emulazioni, il volere ogni cittá piú bei templi che le vicine, ed ogni nobile un piú bel palazzo che i concittadini, e i nobili popolani piú che gli antichi, e via via. E poi la libertá del dire, il non esservi né il fatto né nemmeno l'idea delle censure moderne, fece scrivere nella nuova lingua di ogni cosa che si sapesse scrivere; e perciò primamente d'amore, che è forse il piú facile, ed è certo il piú piacevole degli argomenti a chi scrive o legge; e poi di storia patria, che è il piú necessario in ogni paese libero; e poi di ogni cosa, in quel modo enciclopedico che da Esiodo a Varrone, a Brunetto Latini e a Montaigne od anche a Bacone e Leibnizio, suol essere de' primi saggi che si facciano in qualunque letteratura incipiente, quasi a rassegna di ciò che si sa per indi progredire. E sorte tutte queste colture, sorse il commercio che n'è fratello or maggiore or minore; e sorsero le industrie, le scienze che ne son pur sorelle, tutta famiglia della libertá; in cui entraron l'arti belle, quelle arti che son forse un po' meretricie, un po' prodighe di lor favori, senza gran discernimento tra tirannia e libertá, ma che li concedon pur sempre piú compiuti insieme e piú eleganti alla libertá. Del resto, quanto al commercio in particolare, duolmi piú che mai non potermi fermare ad accennare quali fossero le condizioni di esso ne' nostri comuni, quali le libertá concedutegli. Forse ne risulterebbe un fatto tutto opposto a quello creduto volgarmente; il fatto, che esistettero ne' nostri rozzi comuni molte di quelle libertá commerciali, le quali furono spente dalla cattiva pratica, dalla scienza incipiente de' secoli successivi; le quali la scienza progredita domanda da un ottanta anni in qua, e la pratica incominciò a concedere mentre appunto io veniva scrivendo queste linee per la prima volta. Quando, deh quando si fará una storia dei commerci, dell'economia politica de' nostri comuni?—Ad ogni modo, di fiore in fiore, di fecondazione in fecondazione, d'operositá in operositá, cosí si venne al fine di quel secolo decimoquinto, in cui vedremo nascere quasi tutti i grandi e splendidi uomini del decimosesto; quel secolo decimoquinto che ebbe cosí col secolo ultimo della libertá latina la sorte comune di tramandar tutte educate le grandezze ai due secoli nomati da Augusto e da Leon X. Gli uomini furono quasi sempre tardivi in lor gratitudini; le concedettero sovente ai successori di coloro che le meritarono. Ma non cadder forse mai in tale ingiustizia cosí scandalosamente come a quell'epoca, in che dieder nome di Leon X al secolo inaugurato da Lorenzo il magnifico, nome d'America al mondo di Colombo.—Or veggiamo di corsa alcuni particolari, alcuni uomini di questa nostra grande etá di coltura.
33. Coltura dei due primi periodi di quest'etá, da Gregorio VII a Carlo d'Angiò [1073-1268].—Dicemmo giá sorti con Ildebrando, giá grandi al pontificar di lui parecchi teologi e filosofi e scolastici: sant'Anselmo vescovo di Lucca [-1086]; Lanfranco di Pavia monaco del Bec in Normandia, amico seguace di Guglielmo il conquistatore, e da lui fatto arcivescovo di Cantorbery [1005-1089]; sant'Anselmo d'Aosta abate del medesimo monastero normanno, arcivescovo della medesima chiesa inglese [1033-1109], quel sant'Anselmo a cui gli storici moderni della filosofia danno il primato tra' filosofi scolastici. Seguirono Pier Lombardo, vescovo di Parigi, detto il «maestro delle sentenze» [-1164]; Pietro Comestore [-1198]; papa Innocenzo III [-1216] e finalmente il grande san Bonaventura [1221-1274], e il grandissimo san Tommaso [1227-1275], amendue professori a Parigi. Chiaro è: qui abbiamo una serie di grandi superiori agli stranieri contemporanei, Guido di Champeaux, Abelardo, san Bernardo ed Alberto magno; la quale dimostra le scienze, allora unite, della teologia e della filosofia esser cresciute a grandissimo fiore per opera principalmente degli italiani, e da essi recate in Francia ed Inghilterra, e in quello stesso studio od universitá di Parigi, che ne fu il centro locale.—Intanto fondavansi in Italia i centri, gli studi di due altre scienze, della medicina e fisica in Salerno, e della giurisprudenza in Bologna. La prima sorse lá in un ospedale de' vicini benedettini di Montecassino, e dalle tradizioni unite de' greci e degli arabi occidentali, aiutate poi al tempo delle crociate da quello zelo che fece sorger allora in Palestina e in Europa tanti ordini spedalieri, tanti spedali e tante lebbroserie.—In Bologna poi, o che ivi o nella vicina Ravenna si fosser conservati piú codici, piú studio delle leggi romane, teodosiane e giustinianee, o che si debba attribuire al caso il nascervi o lo stabilirvisi un primo grande studioso; il fatto sta che da Irnerio, creduto giá tedesco, or italiano [1150], incominciò ad essere famoso e frequentatissimo lá quello studio della giurisprudenza, che fu il nocciolo di quella prima universitá italiana. E seguono immediatamente quei quattro scolari di lui, Bulgaro, Martino, Ugo e Iacopo, a cui resta nella nostra storia politica la vergogna d'aver mal applicati i diritti imperiali romani all'imperio straniero di Federigo I contro alle libertá e all'indipendenza italiane; ma che con queste stesse applicazioni ai fatti attuali contemporanei, e colle discussioni e le contraddizioni che certamente ne sorsero, furono senza dubbio accrescitori, divulgatori della scienza. Perciocché cosí succede, questa è una delle virtú, questo uno degli effetti immanchevoli della libertá; che, dov'ella sia sorta, servano ad essa que' nemici stessi di lei, i quali, non sorta, l'avrebbero impedita di sorgere. La libertá è generosa; innalza, ingrandisce gli stessi avversari suoi. E continuò poi in Bologna e da Bologna la serie de' giurisperiti grandi, rispetto al tempo, in tutto il secolo che seguí fino ad Accursio [-1260].—E in questi due secoli stessi sorgevano, da lingue semplicemente parlate o di rado scritte, a lingue giá letterarie, tutte quelle insieme che si chiamarono «volgari», «romano-barbare», «romanze»; e che furon principi delle moderne meridionali, spagnuola, provenzale, o lingua d'«oc», francese men meridionale, o lingua d'«oil», ed italiana o del «sí». È opinione consueta, che in queste lingue rimanesse tanto piú dell'elemento latino primitivo, quanto meno di barbaro fosse stato introdotto giá dagli invasori del secolo quinto. Ma ei parmi che i fatti non concordino guarí con tale opinione. Perciocché i fatti sono che la Spagna e l'Italia, le cui lingue serbano piú latino, ebbero piú invasori che non Francia; e che in questa n'ebbe forse piú la parte meridionale la cui lingua d'oc serbò parimente piú latino. Né io crederei che sia da cercar la causa di questa superior latinitá delle lingue spagnuola, provenzale ed italiana nella maggior antichitá della conquista romana; perciocché, se tal fosse stata la causa, ella avrebbe dovuto operare incomparabilmente piú in Italia che non ne' due altri paesi, e in Ispagna specialmente; mentre all'incontro la lingua spagnuola (a malgrado delle stesse voci arabe che furono un'introduzione posteriore) è forse ricca di voci latine al paro dell'italiana, ed è poi indubitabilmente piú latina nelle desinenze, nel suono. Quindi è forse da attribuire la gran latinitá delle tre lingue, non al latino propriamente detto, ma alla consanguineitá primitiva del latino od italico antico coll'antico ligure della Francia meridionale, coll'antico iberico della Spagna. E questo spiegherebbe pure alcuni fatti particolari della nostra lingua volgare al sorger suo ne' secoli decimosecondo e decimoterzo: come (lasciando a un tratto quell'origine esclusivamente toscana o fiorentina, che da Dante in qua mi pare abbandonata da ogni mente un po' comprensiva, quella origine la cui questione si dee separar del tutto dalla questione del purismo od eleganza, che fu ed è incontrastabilmente in Toscana), come, dico, il volgare italiano sorgesse a un tempo in Toscana ed all'ingiú in tutta la penisola meridionale ed in Sicilia, ed anzi in questa forse prima che altrove, perché queste appunto furono le sedi degli antichi popoli itali e siculi di famiglia iberica; come in Sardegna, antica e moderna sede di liguri, si serbassero e si serbino piú che in nessun luogo forse le voci, le desinenze, i suoni latini; come anch'oggi l'uso della lingua comune italiana e i dialetti piú vicini ad essa si trovino in quelle stesse regioni.—Ad ogni modo, comunque cresciute le lingue romanze fino al secolo decimosecondo, non è dubbio che in tutto questo e nel seguente decimoterzo il primato tra esse fu delle due lingue francesi, d'oil e d'oc. Né è difficile a spiegare. Il primato, od anzi ogni grado di dignitá e potenza delle lingue, viene in ogni secolo dal primato e da' gradi d'operositá delle nazioni che le parlano. Ora, ne' due secoli decimosecondo e decimoterzo la grande operositá europea o cristiana fu quella delle crociate; e nelle crociate furono sommi operosi i francesi. Lá in Oriente, qua per via, si mescolarono allora le nazioni cristiane, oltre forse ad ogni mescolanza moderna; e lá e qua trovaronsi forse piú francesi che tutt'altri insieme, lá e qua dovette quindi parlarsi piú lingua francese che di tutt'altre. Il fatto sta, che non solamente nella poesia de' troveri e trovatori (che è notato da tutti), ma anche nella prosa di buonissimi cronacisti come Ville Hardouin e Joinville (che è tralasciato da molti), le due lingue francesi precedettero, ebbero il primato sull'italiana; come, del resto, pur l'ebbe la lingua spagnuola, che si trova quasi perfetta nei romances e nelle leggi di questi secoli. Che piú? I nostri primi poeti Folchetto, Calvi Bonaventura e Doria Percivalle di Genova, Nicoletto da Torino, Giorgio di Venezia, Sordello di Mantova, e Brunetto Latini di Firenze scrissero in francese lungo tutto il secolo decimoterzo; e san Francesco dicesi avesse tal soprannome diventato nome dal suo parlar abituale francese: ed in francese poetarono Federigo II e tutta sua corte siciliana, prima che vi si poetasse e scrivesse in italiano. Sappiam badare ai fatti, alle date, se vogliamo spogliare i pregiudizi, rivendicar le vere glorie nostre. La lingua italiana fu l'ultima ad essere scritta delle romanze; tanto piú glorioso fu che ella n'uscisse la prima ad essere scritta, come ognun sa, meravigliosamente.—Adunque, non fu se non contemporaneamente o poco dopo agli italiani poetanti nei dialetti francesi, che, ora i medesimi, or altri scrissero ne' dialetti, cioè, piú o meno, nella lingua comune d'Italia. Poetarono cosí Duoso Lucio pisano [-1190], Ciullo d'Alcamo in Sicilia [-1200?], Pier delle Vigne il cancellier di Federigo II [-1248], Guido Ghisilieri di Bologna [-1250], Dante da Maiano in Toscana [-1275], Nina siciliana [-1280] amica di lui, e Guido Guinicelli da Bologna [-1276]. Scrissero in prosa nostra Riccardo da San Germano [-1243?], Guidotto da Bologna [-1257], Niccolò di Iamsilla [-1268], san Bonaventura [-1274], Niccolò Smerago di Vicenza [-1279], Ricordano Malaspini [-1281], Dino Compagni [1260?-1323]. Del resto, da tutti questi principi, da tutti questi nomi parmi chiaro che la storia, non solamente della nostra coltura in generale ma della stessa nostra letteratura, si debba incominciare un secolo e mezzo, od anche due, prima che non si suole; che non sorgessero giá né la lingua nostra né i tre grandi di essa, quasi proli senza madri create, per una di quelle generazioni spontanee e subitane, che non esistono né nell'ordine materiale né nell'intellettuale; che all'incontro lingua e grandi nostri sorgessero, come succede in tutto, a poco a poco, in mezzo ad altri fratelli e sorelle; e che se lingua e grandi nostri furon piú grandi poi che non gli stranieri per due altri secoli, questo lor progresso superiore sia tanto piú certamente da attribuirsi al solo vantaggio avuto da' maggiori nostri su' loro contemporanei, al vantaggio della libertá.—Ancora, giá accennammo esser incominciate esse pure le arti nostre un secolo e mezzo prima di ciò che si suol dire; e prima fra esse, com'è naturale e come avvenne dappertutto, l'architettura, che dá luogo poi alla scultura e alla pittura; e primo monumento di stile e artisti italiani essere stato il duomo di Pisa. Ed in Pisa parimente sorsero nel 1152 il battistero, opera di Diotisalvi da Siena o Pisa; e nel 1174 la bella torre, vero museo di colonnette e ruderi antichi, opera di Bonanno e Tommaso da Pisa; ondeché si vede che Pisa fu la vera culla dell'architettura, ed anzi di tutta l'arte italiana. Perciocché questi, ed altri minori, e Andrea pisano maggior di tutti, che operò in tutta Italia [-1280] e si riaccostò agli antichi nell'arca di san Domenico, quasi tutti furono scultori non meno che architetti; e finalmente, un cencinquanta anni dopo l'architettura, un settanta o ottanta dopo la scultura, nacque pure, cioè si staccò dalla greca, la pittura italiana, per opera di Giunta pisano, Guido da Siena, Margaritone d'Arezzo e Cimabue fiorentino [-1300]. Evidentemente, l'arte italiana incominciò dal duomo di Pisa e Buschetto al principio del secolo decimosecondo; ed in Pisa primeggiò d'ogni maniera per tutto un primo periodo, presso a due secoli, fino a Cimabue e Giotto; dai quali non incominciò se non il periodo secondo di lei, il periodo fiorentino.
34. Coltura del terzo periodo, o secolo di Dante, da Carlo d'Angiò al ritorno dei papi [1268-1377].—Questo poi fu certamente uno de' periodi di qualunque nazione, in cui sieno mai progredite piú a un tratto ed insieme tutte le colture. E Dante fu uno degli uomini che sieno mai progrediti piú sopra i propri contemporanei. Nato nel 1265, l'anno della calata di Carlo d'Angiò, cresciuto, educato tra i trionfi della libertá fiorentina e della parte nazionale, e insieme in sull'aurora del poetare italiano, in tempi dunque d'ogni maniera propizi allo svolgersi di suo grande ingegno; preso di gentile e puro amore fin dall'adolescenza, infelice in esso fin dalla gioventú, provata poesia, ideato e lasciato il poema giovanile, provata la vita pubblica, e respinto da essa e di sua cittá per quella moderazione di opinioni, per quell'ardenza nel proseguirle che tutti gli animi un po' distinti sentono, che i volgari di qua e di lá, di su e di giú non capiscono e non perdonano; si rivolse, esulando, allo scrivere, all'idea giovanile, a quel poema di religione, di filosofia, di politica e di amore, il quale, simile nella forma a parecchi contemporanei, supera forse in sublimitá e vigor di pensieri, agguaglia per certo in tenerezza e splendor di poesia ed in proprietá di espressioni i piú belli delle piú colte etá antiche o moderne; ed in tale opera, e nell'esiglio, perseverò poi vent'anni fino alla morte [1321]. Noi non celammo l'error politico di Dante, che fu di lasciare la propria parte buona e nazionale perché si guastava in esagerata, straniera e sciocca, di rivolgersi per ira alla parte contraria ed essenzialmente straniera; ed aggiungeremo qui ch'ei pose il colmo a tale errore, protestando di continuar nella moderazione, affettando comune disprezzo alle due parti, mentre rivolgevasi a propugnare l'imperio, e nel poema, e in quel suo libro, del resto mediocre, Della monarchia. Ma ciò posto ed eccettuato francamente, ed eccettuate forse alcune vendette personali terribilmente fatte con sue parole immortali, Dante e il poema suo restan pure l'uomo e il libro incontrastabilmente piú virili ed austeri della nostra letteratura: virile l'uomo, nel saper sopportare le pubbliche, le segrete miserie dell'esiglio, nel non saper sopportare né le insolenti protezioni delle corti né le insolentissime grazie di sua cittá, nel sapere dalla vita attiva, che pur anteponeva ma gli era negata, passare alacre alla letteraria e farvisi grande: virile poi ed austero il poema in amore, in costumi, in politica, in istile, e per quella stessa accumulazione di pensieri che fa del leggerlo una fatica, ma la piú virile, la piú sana fra le esercitazioni somministrate dalle lettere nazionali ai molli animi italiani. Quest'esercizio dunque, e non le opinioni politiche particolari, sovente guaste, sovente contradicenti a se stesse, è ciò che si vuol cercare, è ciò che si troverá abbondantemente nel nostro poema nazionale; è ciò che il fa caro a tutti coloro che si congiungono nel desiderio di veder ritemprati gli animi italiani; è ciò che il fa odiato e deriso da tutti coloro che ci vorrebbon tenere nelle nostre mollezze secolari. Farebbe opera feconda di risultati non solamente letterari, ma morali e politici, chi mostrasse questo che a me par merito incontrastabile di Dante sopra tutti i nostri scrittori de' secoli seguenti. Ma egli spicca, forse piú che altrove, al confronto dei due, i quali insieme con lui son volgarmente detti padri della nostra lingua.—Petrarca [1304-1374] ha parecchi grandi meriti senza dubbio: quello d'essere sommo tra quanti poetarono d'amore in tutte le lingue romanze; quello d'aver cantato d'Italia nobilissimamente e forse piú giustamente, piú per l'indipendenza, che non Dante stesso; e quello poi di essere stato non primo (ché fu preceduto almeno da san Tommaso), ma uno de' primi e piú efficaci cercatori e restauratori degli antichi scrittori greci e latini. Ma quanto alla poesia amorosa, romanza o lirica, è a considerare, che non solo ella fu una sola parte, quasi uno squarcio dell'ingegno di Dante, da lui negletto per salir piú su; ma (ed importa molto piú) che questo bello e facil genere non sale, non può riuscire a grandezza mai, non sopratutto innalzare o temprare una lingua, una letteratura, una nazione; tantoché ne restarono forse stemprate le stesse poesie nazionali di Petrarca, ne restò stemprato per certo l'ingegno di lui, il quale fece pochissime di tali poesie, e non seppe darci un canzoniere nazionale o popolare, come Dante ci avea dato un poema; tantoché sorse quindi una serie, una folla d'imitatori i piú fiacchi e piú noiosi che siena stati mai. Del resto, Petrarca portò il segno della sua inferioritá a Dante, invidiollo; e si vede (senza scendere agli aneddoti) da ciò, che nei Trionfi d'Amore e della Fama non seppe trovar luogo al piú amoroso e famoso de' suoi contemporanei. Petrarca fu un gran letterato e nulla piú; non ha quella gloria che sola può innalzar gli scrittori alla dignitá degli altri servitori della patria, quella d'aver servito a migliorarla.—D'animo piú gentile, non invidioso, anzi di quelli che son sensitivi, che trovan piacere alle grandezze altrui, fu Boccaccio [1313-1375]; ma ei pur fu di quelli in parte utili, in parte nocivi alla patria. Fu utile anch'esso collo studiare e cercar codici, autori antichi; e fu utile lasciandoci la vita del sommo poeta, ed instaurando una cattedra apposta per leggere e spiegare il sommo poema. E fu gentile poi, fu sommo egli in un altro genere de' tempi suoi, nelle novelle. Ma ei non fu utile in esse certamente; e perché non seppe indirizzar quel genere di letteratura a que' fini morali e politici ai quali fu innalzato poi variamente da Cervantes in Ispagna, Fénelon in Francia, Walter Scott in Inghilterra, Manzoni in Italia, e pochi altri; perché all'incontro egli l'avviò a solo piacere, anzi al piacere talor basso, sovente dissoluto; ed anche perché, sommo scrittor di prosa de' suoi tempi, ma scrittor per celia, e forse per celia imitator dello stile fiorito e rotondo di alcuni antichi, egli incamminò la prosa italiana per quella via dell'imitazione latina, che è innaturale, antipatica alla nostra lingua priva di casi, ingombra di particelle staccate. Gran danno fu, per certo, che lo scrittor primo diventato modello, che il formator di nostra prosa sia stato un novellator per celia; come fu poi gran vantaggio di una nazione vicina l'aver avuti a modelli e formatori di sua prosa due severi filosofi e geometri, un Descartes e un Pascal. Del resto, siffatto danno nostro fu conseguenza naturale di nostra precocitá, quasi sconto od inconveniente della gloriosa nostra precedenza nelle lettere; e non si deve quindi apporre a que' padri della nostra lingua, i quali non potevan essere progrediti come i padri della francese, venuti quattro secoli piú tardi. Ma deve apparsi si a tutti que' nostri scrittori posteriori e presenti, che, or per natural pigrizia, or per istolta affettazione di nazionalitá, non sanno uscire dalla imitazione de' nostri padri precoci, non ne sanno imitare gli ingegni vivi, inventivi, larghi, eclettici, accettatori, cercatori d'ogni bellezza antica, moderna, classica, romantica, nazionale o straniera, non sanno imitare se non le voci, i modi di dire, i periodi, i vezzi e quasi le smorfie de' lor modelli, e di quel Boccaccio specialmente il quale rideva scrivendo, ma riderebbe ora anche piú al leggere cosí pedanti, pesanti e dislocate imitazioni.—A petto de' tre sommi scompariscono poi i molti poeti e prosatori loro contemporanei; fra gli altri Guitton d'Arezzo [-1294?], Brunetto Latini [-1294], Matteo Spinello, Guido Cavalcanti [-1300], fra Iacopone da Todi, Cecco d'Ascoli [-1327], fra Domenico Cavalca [-1342], Bartolomeo da San Concordio [-1347], Francesco da Barberino [-1348], Giovanni [-1348] e Matteo Villani [-1363], Iacopo Passavanti [-1357], Fazio degli Uberti [-1360]; ed in lingua latina, oltre parecchi di questi, Albertin Mussato [-1330], Pietro d'Abano medico ed alchimista [nato 1250], Pier Crescenzio filosofo ed agronomo [-1320], Cino da Pistoia [-1336] e Bartolo [-1356] giureconsulti. Ma tutto questo era pure un bell'accompagnamento letterario e filosofico ai tre grandi. La teologia e filosofia speculativa sole (se non vogliansi contar due donne, santa Caterina e santa Brigida, morte 1373, 1380) non trovansi guari coltivate in Italia lungo questo secolo. Ma non che biasimo le ne darem lode. Perciocché non essendo queste due scienze, come l'altre, indefinitamente progressive, ci pare che dopo un grandissimo uomo, come fu san Tommaso, sia stato molto piú opportuno il tacerne e riposarvi degli italiani, che non il ridisputarne e dividervisi tra tomisti, scotisti e albertisti, che seguí oltramonti. Né le dispute precedenti, de' nominalisti e realisti, non eran giunte a turbarci gran fatto; e in generale (salvo poche eccezioni, di che Dio voglia continuar a guardarci), le astrazioni, le sottigliezze, le entelechie, le pretese soverchie della metafisica non allignarono guari mai in Italia; le menti italiane sono limpide di lor natura, resistono all'appannatura, respingono le nebbie all'intorno. Del resto, non vorrei esser franteso; Dio mi guardi dal voler respinti que' nostri grandi e pochi i quali continuano sinceramente l'antica opera di Anselmo e san Tommaso, l'unione della filosofia e della teologia, della ragione e della fede, del naturale e del soprannaturale. Ma io rispingerei volentieri tutti que' disputanti continuatori, que' noiosi imitatori, que' nocivi esageratori, tutta quella turba di filosofanti, che fanno uscir lor scienza da' limiti suoi per turbarne la storia, la politica, la giurisprudenza, l'economia pubblica, la pedagogia, tutte le scienze di Stato e di pratica. Del resto, avremo pur troppo a tornare a tale assunto.—Fecersi all'incontro in quell'operosissimo secolo grandi progressi nell'arti e nelle scoperte geografiche, e grandi invenzioni o introduzioni. Nell'arti, Cimabue primo [-1300], Giotto secondo ma d'un gran salto piú su [-1336], volsero ormai decisamente la pittura dalla imitazione de' greci a quella dell'antico od anche meglio della natura; e furon seguiti da molti, fra cui principali Taddeo [-1350] ed altri Gaddi, Andrea [-1380] ed altri Orgagna fiorentini, Simon Memmi [-1344] ed altri sanesi, Franco bolognese ed Oderisi da Gubbio miniatori. E progredirono poi nella medesima buona via, da esse giá presa, l'architettura e la scultura esercitate da quasi tutti i sopranomati pittori, e da Arnolfo di Lapo [1310], architetto e scultore che ideò e incominciò la bella Santa Maria del fiore di Firenze; da Giovanni [-1320?] figlio di Nicola pur architetto e scultore, e da Andrea pisano [1350] scultore della prima porta del battistero di Firenze. Vedesi quindi continuato, ed accresciuto della pittura, quell'esercitarsi le tre arti sorelle da' medesimi artisti, che dicemmo peculiaritá italiana. Piú si va, piú si vede quanto mirabilmente si volga a tutte le colture l'ingegno italiano; a niuna forse cosí facilmente e abbondantemente come alle arti del disegno, o piuttosto a tutte l'arti del bello.—E tutto ciò fu grande senza dubbio; eppure virilmente, cristianamente, un po' altamente considerando o le virtú promotrici o gli effetti promossi, tutto ciò dico, fu un nulla se si compari all'opera di quei grandi viaggiatori, missionari o commercianti, che sorsero pochi anni prima, e moltiplicaronsi al tempo e lungo tutto il secolo di Dante. Questi sono i precursori di quell'altro italiano, piú grande che Dante stesso, di quello che ebbe (salvo forse Gregorio VII) piú efficacia sui destini del genere umano, di Colombo. La religion nostra, il suo spirito propagatore, i suoi capi, pontefici romani, dieder le mosse; il commercio allor ardito, il genio allor venturiero degli italiani le seguirono. Giovanni da Pian Carpino italiano fin dal 1246, Andrea di Longimello [1249], Rubruquis olandese (?) e Bartolomeo da Cremona [1253] monaci e missionari, viaggiarono e predicarono tra' mogolli; Anzelino domenicano andò ambasciator del papa al khan di Persia [1254]; e seguí [1270-1295] quella famiglia veneziana de' Poli, e principalmente quel Marco che visitò, abitò e descrisse poi Mongolia, Tartaria, Cina ed India, tutta l'Asia de' primi discendenti di Gengis khan; e che venne a languir poi in un carcere e morire ignoto tra' pettegolezzi cittadineschi italiani. Seguirono ed esplorarono pur l'Asia Oderico da Pordenone francescano [1314-1350], Marco Cornaro veneziano [1319], Pegoletti [1335] e Marin Sanuto [-1325].—E intanto [1202 circa] Leonardo Fibonacci, un mercatante pisano, ovvero portava egli nella cristianitá da' saracini che li avevan portati dall'Indie, ovvero faceva volgari co' suoi scritti que' primi elementi dell'algebra che altri dice portati o ritrovati da Gerberto papa.—E Flavio Gioia d'Amalfi [1300 circa] introduceva dalle medesime regioni la bussola. Ma anche questa invenzione o introduzione ci è disputata da' francesi.—E di chiunque fosse, non fu poi italiana quella poco posteriore della polvere da guerra. Né, quand'anche n'avessimo luogo, noi disputeremmo qui od altrove delle nostre glorie dubbiose. N'abbiam tante delle certe! E in somma, questo secolo di Dante fu certo cosí grande in colture, come il vedemmo piccolo e cattivo in politica. E fu accennato da Dante che se n'intendeva.
35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi alla chiamata di Carlo VIII [1377-1492].—I leggitori avranno giá osservato che noi non seguiamo la divisione per secoli esatti, solita farsi nelle nostre storie puramente letterarie od artistiche. In queste può giovare tal divisione piú chiara e piú mnemonica. Ma essendo scopo nostro accennar le relazioni, le dipendenze d'ogni nostra coltura dalle condizioni e dai fatti politici nazionali, ci parve piú utile seguir le epoche, le divisioni giá dateci da questi fatti. Che anzi, se non sia illusione, ci pare che ne risultino divisioni, periodi piú naturali nella storia stessa delle colture considerate in sé. Cosí nel periodo testé percorso, si trovano raccolte né piú né meno le vite dei tre padri di nostra lingua, e né piú né meno Giotto e gli artisti della scuola fiorentina primitiva. E cosí poi ora per il periodo che segue risulterá chiaro nella storia della coltura quell'allentamento di progresso, che incominciò, non giá, come si suol dire, col secolo decimoquinto, ma fin dalle morti contemporanee di Petrarca e Boccaccio intorno al 1375, che durò poi non per quel secolo intiero, ma solamente fin presso al suo mezzo; dopo il quale s'accelerò di nuovo il progresso rapidamente, splendidamente per li quattro impulsi che concorsero a quell'epoca, le due paci religiosa e politica, l'arrivo de' greci, e la grande invenzione della stampa. In somma, il periodo da noi qui considerato si suddivide in due andamenti; uno lento, l'altro rapidissimo; uno mediocre, l'altro grande; ed in coltura come in politica la cosí detta mediocritá del secolo decimoquinto si riduce alla prima metá od al primo terzo di esso.—Nella letteratura e in quelle scienze storiche, filologiche, filosofiche e teologiche, che ne sono quasi il substrato a cui ella non fa se non aggiunger la forma, e che mal si separano quindi da essa, i nomi meno oscuri che noi troviamo dapprima, sono quelli di Iacopo di Dante Allighieri [-1390?]; di Franco Sacchetti [-1400] e ser Giovanni Fiorentino novellatori; di Baldo giureconsulto [-1400]; di Filippo Villani [-1404] e Leonardo Bruni aretino [-1444] scrittori di storie; di san Vincenzo Ferreri [-1419] e san Bernardino da Siena [-1444] scrittori ecclesiastici; di Agnolo Pandolfini, scrittore del bel Trattato della famiglia [-1446]; e di Burchiello, uno di quegli scrittori triviali che mal si continuano a porre tra' gioielli di nostra lingua [-1448]. All'incontro, seguono inoltrandosi nella seconda metá del secolo, e via via piú splendidi, i nomi di Lorenzo Valla latinista ed ellenista [-1457], di Poggio Bracciolini storico e uno de' piú operosi fra' molti cercatori e pubblicatori di codici antichi [-1459], di san'Antonino arcivescovo di Firenze [-1459], del cardinal Cusano [1464], di Enea Silvio Piccolomini che fu papa Pio II, dottissimo e variatissimo scrittore [-1464], di Leon Battista Alberti, artista e primo nostro scrittor d'arti [-1471], di Francesco Filelfo, storico e poligrafo [-1481], di Luigi Pulci, l'autor del Morgante [-1486], di Lorenzo de' Medici [-1492], e degli amici di lui Pico della Mirandola ed Angelo Poliziano morti poco dopo lui [1494].—Cosí pure, ma con piú splendore nelle tre arti, le quali mal si distinguerebbero ne' seguenti; Mantegna [nato 1430] Luca della Robbia [1438], Masaccio [-1443], Filippo Brunelleschi, l'innalzator della cupola di Santa Maria del fiore di Firenze [-1444], Michelozzo Michelozzi [-1450 circa], Lorenzo Ghiberti, scultor di quelle porte del battistero di Firenze che furono da Michelangelo dette «porte del paradiso» [-1455?], Donatello [-1466], Francesco di Giorgio sanese [-1505 o 15], il beato Angelico [-1455], fra Filippo Lippi [-1469], il Ghirlandaio [-1493], quasi tutti toscani. Perciocché a tutta Toscana s'estesero allora le arti; in Toscana fecersi tutti i loro maggiori progressi; in Toscana son le origini dell'arti come delle lettere, come poi delle scienze italiane, origini esse di tutte le moderne cristiane; la Toscana sarebbe il primo paese d'Italia e del mondo, quando non fosse l'ultimo in quello spirito militare, senza cui nulla dura, nulla giova, nulla vale, nulla si stima. Perdonino al piemontese.—Intanto, spargevasi, fioriva piú che altrove in Italia l'invenzione nuova della stampa. Della grandezza della quale, sentita da tutti, sarebbe declamazione oramai qualunque cosa si dicesse. Ma gioverá osservare quanto rapidamente gl'italiani d'allora abbiano saputo appropriarsi l'invenzione straniera. Fu naturale; straricchi di proprie, non potevano invidiare, sapevano apprezzare le altrui; operosissimi, non esitavano, non indugiavano, non vergognavano, non temevano nel prendere le operositá straniere, come vedrem farsi ne' secoli peggiorati. Le prime stampe furono di carte da giuoco e santi, talor con iscrizioni e lettere, scavate in tavola, e fin dal secolo decimoquarto. Ma le stampe di libri con caratteri metallici e mobili non si fecero se non nel 1455 a Magonza, per invenzione di Guttemberg, aiutato in danari da Fust, e nell'opifizio da Schoeffer, tre tedeschi. E i tedeschi la portarono in Italia dieci soli anni appresso; Sweinheim e Pannartz in Subiaco nel 1465, e in Roma nel 1467; Giovanni da Spira in Venezia nel 1469; ed altri altrove. Ma seguono prontissimamente gl'italiani: Emiliano degli Ursini in Foligno, e Bartolomeo de Rubeis in Pinerolo, ambi nel 1470; e subito altri in Bologna, Ferrara, Firenze, Milano, Napoli, Pavia, Treviso nel 1471 e 1472; e d'anno in anno, in tutta la penisola, moltissimi altri, fra cui principale Aldo Pio Manuzio in Venezia fin dal 1480.—Del resto, se i leggitori non sieno stanchi di questi nomi e queste date, le quali possono pur essere feconde di paragoni e pensieri a ciascuno, noi ne aggiungeremo qui un'altra serie, la quale sará forse la piú feconda di tutte; la quale dimostrerá almeno quella similitudine che dicemmo tra gli ultimi anni della repubblica romana, e questi ultimi dell'etá dei comuni. In questi dunque, terminanti alla morte di Lorenzo, nacquero, e, piú o meno, si allevarono, a questi dunque debbono attribuirsi i maggiori uomini dell'etá seguente: Bramante [n. 1444 circa], Pietro Perugino [n. 1446], Aldo Manuzio [n. 1447], Leonardo da Vinci [n. 1452], Sannazzaro [n. 1458], Baldassar Castiglione [n. 1468], Machiavelli [n. 1469], fra Bartolommeo [n. 1469], l'Ariosto [n. 1473], Giorgione [n. 1477], Tiziano [n. 1477], Berni [-1536], Guicciardini [n. 1482], Raffaello [n. 1483]. I quali tutti furono protetti, secondati qua e lá in tutta Italia da' papi, dagli Sforza ed altri signori italiani, ma principalmente da Lorenzo de' Medici, superiore in ciò o piú felice che il grand'avo, superior forse a quanti furono mai protettori o promotori di lettere ed arti. Perciocché egli non era simile a quegli Scaligeri antichi, od a que' principi italiani de' secoli posteriori, che davan alloggio in palazzo, e tavola ed abiti, a letterati ed artisti; dava loro, come amator vero ed intendente egli stesso, consigli, aiuti e soprattutto occasioni, lasciando lavorare gli scrittori e facendo lavorare gli artisti; che è il modo certamente migliore, ben che sia preso a rovescio da tanti, che fanno scrivere, e lascian gli artisti cercarsi i lavori. Certo che adorno di tali splendidezze e tali nomi il fine del secolo decimoquinto apparisce superiore in progresso di coltura a qualunque generazione antica e moderna.—Eppure superiore a tutti questi è un nome, un uomo solitariamente cresciuto, anzi giá invecchiato in quest'etá, Cristoforo Colombo. I viaggi e le scoperte erano state dell'opere piú abbandonate dagli italiani dopo il secolo di Dante e Marco Polo. I papi erano stati distratti dallo scisma, i veneziani dalle conquiste continentali in Italia, i genovesi da lor discordie e loro in sofferenze e della libertá propria e dell'unione con Milano. I portoghesi ci avean tolto, non che il primato, ogni opera di scoperte. Aveano inventato l'astrolabio, strumento informe tuttavia, ma giá aiutante a dirigere il corso dagli astri, e cosí ad avventurarsi lungi dalle coste, a mutar il cabotaggio in gran navigazione. L'infante Enrico [1394-1460] ideò, proseguí, non compié egli la scoperta del giro d'Africa, ma l'avanzò col far riconoscere via via quella costa occidentale. Dopo lui, continuarono i portoghesi per la medesima via; nel 1471, passarono l'equatore; nel 1486, Diaz scopri, e non passò ancora il capo da lui detto delle Tempeste; passollo Vasco de Gama nel 1494, e chiamollo di Buona speranza. Ma questa grande scoperta fu preceduta da quella anche maggiore di Colombo. Nato intorno al 1435 in Genova od intorno, ché non importa guari, studiò a Pavia, navigò per la sua patria e pe' francesi che la signoreggiavano, e per gli Angioini che essa aiutava, intorno al 1459. Capitato a Lisbona intorno al 1470, cioè in sull'ardore delle scoperte africane, sposò Filippa di Palestrello un venturiero italiano, seguace giá dell'infante scopritore; s'accese tutto di quelle idee, di quelle avventure, navigò, abitò a Porto Santo, uno de' nuovi stabilimenti; studiò, carteggiò con Toscanelli [-1482], un dotto geografo fiorentino, e dicesi avesse cognizione d'una mappa fatta da fra Mauro veneziano. E da tutti questi studi, e dalle tradizioni raccolte d'ogni dove, e da' viaggi di Marco Polo, e da' lavori cosmografici di fra Mauro, e dalla considerazione della rotonditá della terra, e fin da alcuni testi biblici, acquistò la persuasione, la certezza: doversi, navigando ad occidente, capitar prima a un'isola Antilla rammentata da Aristotele, e poi all'Asia, al Cataio di Marco Polo. Quindi il proseguire, il darsi tutto a quel pensiero, concepito, dicesi, fin dal 1474. E da tal pensiero passando in altro, quell'anima sublimemente insaziabile sognava arricchirne, e poi levar un esercito e conquistar Terra santa alla cristianitá. Visitò un'isola di Tule, che credesi l'Islanda; propose invano la sua idea a Giovanni II re di Portogallo; partí di lá nel 1484; dicesi la proponesse nel 1485 a Genova sua cittá, a Venezia, e ne fosse rigettato. Ad ogni modo venne nel 1486 a Spagna, al monastero della Rabida presso al piccolo porto di Palos in Andalusia, dove fu accolto poco men che mendico dal buon priore; ed onde protetto poi, fu alla corte di Ferdinando ed Isabella re e regina d'Aragona e Castiglia, che stavan compiendo lor guerra nazionale di sette secoli contro ai mori. E mandato espor suoi pensieri all'universitá di Salamanca, e rigettatone; e rigettato e deriso, indugiato, richiamato, disgustato dalla corte per sei anni intieri, perdurò e riuscí finalmente a persuadere Isabella, tra l'alacritá della vittoria dopo presa Granata (2 gennaio 1492). Ai 3 d'agosto del medesimo anno, ei salpò con tre caravelle dal porto di Palos; e navigando sessantanove dí, giunse addí 12 ottobre all'isola di San Salvatore; e, toccate Cuba e San Domingo, tornò a Spagna nel 1493. E fatto viceré delle Nuove Indie (come si chiamarono allora o poco appresso), fecevi una seconda, una terza spedizione nel medesimo 1493 e nel 1498, e vi scoprí, oltre altre isole, anche la costa settentrionale del continente meridionale; tradito, deposto, incarcerato, incatenato e rimandato a Spagna da Bovadilla, un suo luogotenente rimastone infame; e fu tenuto in carcere per qualche tempo nell'ingrata sua patria seconda, e fece poi nel 1502 una quarta spedizione al medesimo continente, e tornatone, morí nel 1506. Cosí quell'italiano (il cui coraggio, la cui perduranza, prudenza, bontá e semplicitá d'animo risplendono meravigliosamente in tutte le sue azioni, tantoché non si sa, leggendone, s'ei piú s'ami o s'ammiri), cosí quell'italiano, primo di tanti poi che non poterono dar alla patria la propria operositá, diedela a Spagna, e con essa il nuovo mondo. Cosí quell'anno 1492, fatale all'Italia per la morte di Lorenzo de' Medici, per la chiamata di nuovi stranieri, fu epoca a Spagna ed alla cristianitá della cacciata de' maomettani dall'Europa occidentale, e dell'acquisto di tutto un occidentale emisferio. Finiva l'etá del primato (qualunque fosse) d'Italia; incominciava quella de' primati occidentali di Spagna, poi Francia, poi Inghilterra.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
INDICE
I
DELLA STORIA D'ITALIA
DALLE ORIGINI FINO AI NOSTRI TEMPI
Dedica pag. 3
Prefazione alla terza edizione 5
Prefazione progettata dall'autore per l'edizione nona 11
LIBRO PRIMO
ETÁ PRIMA: DE' POPOLI PRIMITIVI
1. I tirreni 21 2. Gli iberici 22 3. I celti-umbri ivi 4. Tempo, ordine di queste tre immigrazioni primarie 23 5. I pelasgi; immigrazioni secondarie ivi 6. Continua 24 7. Magno-greci; immigrazioni terziarie 25 8. I popoli itali, etrusci ed altri contemporanei ivi 9. I galli, immigrazioni quaternarie 27 10. Roma 28 11. Religioni 30 12. Condizioni politiche 31 13. Colture 33
LIBRO SECONDO
ETÁ SECONDA: DEL DOMINIO DELLA REPUBBLICA ROMANA
1. Origine della grandezza di Roma 39 2. Mezzi; costituzione e mutazioni 40 3. Un secolo di guerre ed estensioni circonvicine 41 4. Guerra di Pirro 42 5. Prima guerra punica 43 6. Nuove estensioni ivi 7. Seconda guerra punica ivi 8. Dieci anni di estendimenti 45 9. Séguito e conseguenze ivi 10. Terza guerra punica, l'acaica, la spagnuola ed altre ivi 11. La corruzione, le fazioni interne 46 12. I Gracchi 47 13. Guerra di Giugurta ivi 14. Guerra cimbrica 48 15. Mario, Guerra italica ivi 16. Mario e Silla, Mitridate 49 17. Silla dittatore, e conseguenze 50 18. Spartaco, i pirati, Mitridate, Pompeo magno 51 19. Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone, Catilina ivi 20. Primo triumvirato 52 21. Cesare dittatore 53 22. Agonia, fine della repubblica 55 23. Religione, coltura 56 24. Continua 59
LIBRO TERZO
ETÁ TERZA: DEGLI IMPERATORI ROMANI
1. Augusto 65 2. Continua 67 3. Continua ivi 4. Tiberio 68 5. I tre ultimi della famiglia di Cesare 69 6. I tre primi contendenti, e i tre Flavi ivi 7. Nerva, Traiano, Adriano 70 8. Gli Antonini 71 9. Il terzo secolo dell'imperio giá decadente 72 10. Diocleziano e i successori fino a Costantino 75 11. Il cristianesimo 76 12. Costantino 79 13. I Costantiniani 81 14. Teodosio 83 15. L'ultima divisione, l'invasione e la caduta dell'imperio 84 16. Coltura antica, idolatra 86 17. Coltura nuova, cristiana 89
LIBRO QUARTO
ETÁ QUARTA: DEI BARBARI
1. Il nesso tra le due storie nostre 95 2. I regni nuovi romano-tedeschi 99 3. Continua 100 4. Continua 101 5. I barbari d'Odoacre 103 6. Teoderico e gli ostrogoti 105 7. Continua 106 8. Continua 107 9. Caduta de' goti 108 10. Continua 109 11. I greci 111 12. I longobardi prima della conquista 112 13. Alboino e Clefi 113 14. I trentasei duchi 115 15. La restaurazione del regno 116 16. Autari ed Agilulfo 117 17. Successioni dei re per un secolo 118 18. Liutprando. Le prime cittá, i primi papi indipendenti 120 19. Ildebrando, Rachi, Astolfo, Desiderio, ultimi re longobardi 123 20. Coltura 126 21. Legislazioni 128
LIBRO QUINTO
ETÁ QUINTA: DELLA SIGNORIA DEGLI IMPERATORI E RE
1. Carlomagno re 133 2. Continua 135 3. Carlomagno imperatore 138 4. Continua 140 5. I Carolingi 141 6. Continua 143 7. Berengario I, Guido, Lamberto, Arnolfo, Ludovico, Rodolfo 145 8. Tre re francesi 149 9. Berengario II 151 10. I tre Ottoni 152 11. Continua 152 12. Arduino re, Arrigo, detto secondo, re e imperatore 156 13. La casa de' Franconi o Ghibellini. Corrado il salico 159 14. Arrigo III 162 15. Arrigo IV 165 16. Coltura 168
LIBRO SESTO
ETÁ SESTA: DEI COMUNI
1. Gregorio VII e l'etá presente, in generale pag. 175 2. Pontificato di Gregorio VII 177 3. Ultimi anni d'Arrigo IV 182 4. La prima costituzione comunale, i consoli 184 5. Arrigo V 189 6. Lotario 191 7. Corrado II 194 8. Federigo I imperatore; la guerra d'indipendenza 196 9. Continua 199 10. Continua 204 11. Continua 204 12. Il secondo periodo della presente etá. Governo delle cittá 209 13. Fine di Federigo I, Arrigo VI 211 14. Filippo e Ottone 212 15. La quarta crociata, il principio del secondo primato italiano nel Mediterraneo 215 16. Federigo II 218 17. Fine degli Svevi 224 18. Il terzo periodo della presente etá in generale 226 19. Re Carlo I d'Angiò 228 20. Re Carlo II d'Angiò 233 21. Re Roberto d'Angiò 236 22. Le compagnie, i condottieri 241 23. La regina Giovanna e i suoi quattro mariti 246 24. Il quarto periodo della presente etá in generale 250 25. Bernabò e Gian Galeazzo Visconti primo duca di Milano 252 26. Giovanni Maria Visconti secondo duca 255 27· Piemonte. Casa Savoia. Amadeo VIII 258 28. Filippo Maria Visconti 261 29· Francesco Sforza, quarto duca di Milano 266 30· Galeazzo Sforza, quinto duca di Milano 272 31. Gian Galeazzo Sforza, sesto duca di Milano 273 32. Coltura dell'etá dei comuni in generale 278 33· Coltura dei due primi periodi di quest'etá, da Gregorio VII a Carlo d'Angió 281 34. Coltura del terzo periodo o secolo di Dante, da Carlo d'Angiò al ritorno dei papi 285 35. Coltura del quarto periodo, dal ritorno dei papi alla chiamata di Carlo VIII 291
End of Project Gutenberg's Della storia d'Italia, v. 1-2, by Cesare Balbo