Dorat (Claudio Gius.), nato a Parigi nel 1734 ed ivi morto nel 1780. Egli divise quasi con Voltaire la pubblica attenzione (V. Biblioth. d'homme de goût, t. 1, Paris 1808); il suo Poema sopra la declamazione teatrale in tre canti, pubblicato nel 1767, in 8º, stabilì la sua riputazione. Nell'ultimo Canto egli tratta dei Drammi in musica, e vien riguardato come il migliore.
Dourlen (Vittore), allievo di Gossec, ottenne nel 1806 il gran premio di compositore proposto dall'Istituto nazionale; ed in questa qualità andò in Roma alla scuola delle Belle Arti. M. Lebreton secretario della classe delle bell'arti dell'Istituto, nel suo rapporto letto il dì 1 ott. del 1808, parla con elogio di un Dies iræ che Dourlens fece eseguire in Roma. “Questo canto di desolazione e di terrore, egli dice, è ben concepito, ben condotto, ben scritto. Veri ne sono i motivi, variati e non escon mai da quel tuono solenne e malinconico, di cui la tristezza ne forma il pregio. In questo bel pezzo di musica religiosa la parte vocale vien trattata con una nobile semplicità.” Di ritorno dall'Italia egli ha composto pel teatro Filoclete, Linneo, e la Dupe de son art.
Douws, Mansionario in una chiesa nella Frisia, pubblicò a Francker nel 1722, un'opera assai mediocre intitolata: Traité de la musique et des instrumens de musique.
Draghetti (il P. Andrea). Ges. professore di metafisica in Brera pubblicò in Milano nel 1771, una Dissertazione su la musica, nella quale considerando le consonanze e le dissonanze quasi altrettante grandezze propone la curva musica. A questa oppose il p. Sacchi la dotta opera Della legge di continuità nella Scala musica, Milano ec. “Gli esempj, egli vi dice con molta verità, di chi volle trasportare alle Metafisiche cose le matematiche espressioni, e con curve e con formole sviluppare la teoria del commercio, rappresentare l'accrescimento e la decadenza delle scienze, i progressi dello spirito umano ed altre sì fatte cose, in vece d'incoraggire, dovea allontanare l'autore dal proporre la sua curva musica. Simili ghiribizzose espressioni dalle quantità trasportate ad altri enti, che non hanno con quelle relazione alcuna fissa, portano a conseguenze false ed inintelligibili. La smania di parlar sempre in tuono matematico ha corrotta la semplicità del linguaggio, ed oscurata non poco la precisione delle idee metafisiche. Non lo ripeteremo mai abbastanza. Le scienze hanno tutte il loro carattere, e si deformano quando vuolsi il carattere di una applicare all'altra ec.” Malgrado queste inconcusse verità e la dotta confutazione del Sacchi, volle sostenere ancora l'arrogante Gesuita il suo svarione, e pubblicò in Milano nel seguente anno Replica del P. Draghetti, a cui quegli credette miglior partito di non più rispondere.
Dreslen (Ernesto), uno de' più pregevoli cantanti dell'Opera italiana in Germania, apprese a Greussen, dove era nato, i primi elementi di musica, visitò quindi l'Università di Hall, di Jena e di Lipsia, dove si formò, restandovi sino al 1656, sul violino e nel canto. Alcun tempo di poi, venne a Bayreuth, ove dopo aver ancora preso alcune lezioni dalla cel. cantatrice Turchotti, entrò nella cappella del Margravio, e nominato poco appresso secretario della camera delle finanze. Egli nel 1773, fece sentirsi in Vienna dinanzi all'Imp. Giuseppe II, ed impegnossi come cantante all'Opera di Cassel, ove morì nel 1779. Egli è anche un buon scrittore su la musica. Abbiamo di lui in tedesco: 1º. Frammenti d'idee dello spettatore di musica su i progressi della medesima in Allemagna, Gotha 1764; 2º. Riflessioni sulla rappresentazione dell'Alceste, Erfurt 1774; 3º. Scuola di teatro per gli Alemanni, intorno all'opera seria, Annover 1777; 4º. Alcune cantate a parte, e collezioni delle medesime. Segli attribuisce in oltre la Dissert. sull'opera italiana di Benda, rappresentata a Gotha, che è inserita nel 1º vol. delle Novelle musicali (V. Neusel Miscell. e Cramer, Magazin, an. II).
Dryden (John), cav. poeta laureato, nato nella contea di Northampton ebbe per maestro a Westminster il Dr. Busby, e fu uno dei primi membri della società R. di Londra. All'avvenimento di Giacomo II al trono, egli abbracciò la Rel. Cattolica, e divenne di lui istoriografo: morì in Londra nel 1701. Acquistossi una fama immortale sì per le opere che ha lasciate, come per le sue poesie. La sua Ode sublime Al potere dell'Armonia per la festa di santa Cecilia, gli dà il diritto di esser citato in quest'opera. Più celebri compositori l'han messo in musica, come Hendel e Gluck. L'Ode di Dryden diè l'idea a Pope di comporne una su lo stesso soggetto, ma i pensieri di Pope non hanno la stessa sublimità. Si ammira il potere della musica sull'anima di Alessandro in tutto il corso di quest'Ode, e si resta intenerito della disavventura di Orfeo in quella di Pope. La prima è scritta con tutto il fuoco del genio, e la seconda dee il suo merito all'armonia imitativa de' versi. L'Ode di Dryden è il capo d'opera della poesia lirica. Essa ha avuto molti traduttori francesi come Dorat, Trochereau, ed Hennet. M. de Valmelete, abile violinista, ne ha fatta un'elegante imitazione, che si trova nelle Quatre Saisons du Parnasse Automne, 1805 (V. Biblioth. d'un homme de goût, tom. 1).
Dubos (l'Ab.), secretario perpetuo dell'Accademia francese, morto in Parigi nel 1742. I suoi viaggi in Italia, in Allemagna, in Inghilterra e in Olanda acquistar gli fecero delle cognizioni profonde nella poesia, nella pittura e nella Musica, e noi gli dobbiamo un'eccellente opera intitolata Reflexions critiques sur la poesie, sur la peinture et sur la musique, la di cui seconda edizione è del 1770, in tre vol. in 12º. “Quel che rende pregevole quest'opera, (dice l'autore del secolo di Luigi XIV, Voltaire) egli è, che non vi ha se non pochi errori, e molte riflessioni vere, nuove e profonde. Manca non per tanto d'ordine e principalmente di precisione: ma lo scrittore pensa e fa pensare. Egli non sapeva frattanto la musica, ma aveva molto letto, veduto, inteso, e molto aveva pensato, e niuno ha meglio di lui ragionato intorno a tutte queste materie. L'antica letteratura eragli così nota come la moderna, e sapeva le lingue dotte e straniere, quanto la sua propria.”
Dubugarre, maestro del S. Salvadore in Parigi, pubblicò nel 1754 un'opera assai mediocre sotto il titolo: Méthode plus courte et plus facile pour l'accompagnement du clavecin, con alcune domande e risposte, perchè lo studente imparandole a memoria, potesse essere esaminato dai parenti stessi nell'assenza del maestro.
Ducerceau (Giov. Ant.), gesuita nato a Parigi, e morto a Veret nel 1730. Oltre le opere ch'egli ha lasciate, nelle Memorie di Trevoux vi ha molte di lui Dissertazioni sull'antica musica, ch'egli scrisse contro il sentimento di Burette, e che oggidì più non meritano di esser lette.
Duclos, nell'antica Enciclopedia a l'artic. Déclamation vi ha di lui la spiegazione fisica delle diverse specie di voce. Un altro Duclos, meccanico di Parigi, nel 1787 presentò alla Scuola reale, un ritmometro di sua invenzione, in cui si riconobbe una superiorità sopra tutti gli stromenti presentati sino allora in questo genere.
Dumas (Luigi), nato a Nimes nel 1676. Le matematiche, la filosofia, e le lingue l'occuparono interamente: il suo spirito era assai metodico ed inventore; la sua immaginazione viva e feconda. Egli morì nel 1744. Abbiamo di lui: L'art de transposer toutes sortes de musique sans être obligé de connoitre ni le tems, ni le mode, a Paris 1711 in 4º. Molti e tra gli altri Rousseau hanno proposto sì fatti sistemi curiosi ed inutili: “ma siccome nel fondo (dice questo stesso filosofo), correggendo gli antichi difetti co' quali si è fatto già un uso, non facevamo tutti che sostituire degli altri, di cui si ha ancora da acquistar l'abito, io credo che il pubblico saggiamente ha fatto di lasciar le cose come sono, e di rimandar noi ed i nostri sistemi nel paese delle vane speculazioni.” (Dictionn. art. character. de musiq.)
Dumont (L'Ab.). Se gli dee l'invenzione d'un grande istromento di musica, a cui diè il nome di Consonante, e che partecipa del cembalo e dell'arpa. La sua forma è di un gran clavicembalo messo a piombo su d'un piedistallo che ha le corde dalle due parti della sua tavola, le quali si toccano della stessa maniera che nell'arpa. (V. Encyclop. method. de musiq. p. 315).
Duni (Egidio Romualdo), nato nel 1709, a Matera nel regno di Napoli, fu messo all'età di nove anni nel conservatorio della Pietà, dove studiò sotto il celebre Durante. Assai giovane fu ricercato in Roma per comporvi un'opera; e trovossi, con suo disgusto, in concorrenza con Pergolese, di cui era grand'ammiratore ed amico. Fu eseguita da prima l'opera di Pergolese, che si ricevette assai male; e pochi giorni appresso, quella di Duni incontrò moltissimo: ma in vece di andar superbo di quell'avventura, egli disse, consolandolo a Pergolese: O mio amico! o mio maestro, costoro non ti conoscono! Una musica naturale, variata e pittoresca, una deliziosa e soave melodia era il distintivo carattere delle composizioni di Duni. Quando se gli voleva opporre ch'egli non faceva fracassi: Io bramo, rispondeva, lunga vita al mio canto. Marmontel, nel suo poema inedito su la musica, impiega più versi nel far con ragione l'elogio di questo grande artista. Egli morì il dì 11 giugno del 1775 nel 66º anno di sua età.
Dunstable (Giov.), così detto dal luogo della sua nascita presso Bedford in Inghilterra, morto nel 1453 o 1458, che alcuni scrittori Tedeschi, tra' quali Marpurg, hanno confuso fuor di proposito con Dunstano Vescovo di Cantorbery, il quale viveva quattro secoli prima. Quest'autore contribuì ai progressi della musica in Inghilterra, e dell'arte in generale d'una maniera assai considerevole, cosichè alcuni scrittori poco giudiziosi e male instruiti gli hanno attribuito l'invenzione del contrappunto, assurdità dimostrata da tutti i monumenti storici (V. Encyclop. method. art. contrepoint p. 347). Quel che vi ha di vero egli è, che gl'Inglesi, a riserba di poche eccezioni, sono stati in ogni tempo i più cattivi musici dell'Europa, e che il solo merito, che essi abbiano nella musica, si è di saperla pagar bene. Il trattato di Dunstable intitolato De mensurabili musica, si è perduto, ma ne han fatto menzione alcuni scrittori di quel tempo, o poco posteriori, come Tomm. Morlay, e Gaffurio.
Dunstano, vescovo di Cantorbery sulla fine del 10º secolo, era assai perito nella musica di quel tempo, e dicesi di aver inventata un'arpa assai singolare che sonava da se sola, per cui, in que' tempi di profonda ignoranza fu accusato dinanzi al re di magia. Oltracciò diede egli un organo alla badia di Malmesbury, stromento che cominciava allora a divenir comune, e fece di poi lo stesso regalo a molte chiese, o monasteri. Alcuni scrittori Tedeschi lo han confuso con Dunstable, come poco fa si è detto. Dunstano morì nel 988 (V. Enciclop. method. p. 81).
Durante (Francesco), nato in Fratta vicino a Napoli nel 1693, fu allievo nel conservatorio di S. Onofrio sotto la direzione del celebre Alessandro Scarlatti. Venne in Roma spinto dalla fama di B. Pasquini e di Pittoni: faticò cinque anni sotto questi due gran maestri, ed apprese dal primo l'arte del canto e della melodia, e dall'altro tutte le risorse del contrappunto. Tornò, quindi in Napoli, e diessi alla composizione; ma travagliò quasi unicamente per la chiesa, e nulla scrisse mai pel teatro: nel catalogo delle sue opere non veggonsi in fatti che pochissime cantate e duetti da camera, ed un picciol numero di musica strumentale. Il genere di musica da chiesa e gli studj furono dunque gli oggetti, a' quali diessi principalmente. Per il genio e l'arte che vi diè a divedere, egli pervenne all'acquisto del più sublime grado di gloria, e ad essere riguardato come il più classico di tutti i moderni maestri. Durante è quegli che ha stabilita la recente tonalità; in questa parte egli è ciò che fu il Palestrina nel genere antico, se pure nol sorpassò. Niuno ha saputo meglio di lui l'arte di fissare il tono, di guidare la modulazione e di stabilire un'armonia ben conforme al senso della frase musicale. A tal riguardo merita egli di servir di modello a tutti i compositori per l'avvenire, ed egli è la più sicura guida che possa adottarsi. In quanto al genere di sua composizione, i motivi sono semplici, ed a primo colpo d'occhio sembrano anche mediocri; ma sono realmente così ben concepiti, e maneggiati con tant'arte e genio che sa trarne effetti prodigiosi. Egli sa applicarvi tutte le forme immaginabili, e non mai se non quelle che convengono, di modo che sa sempre interessar l'ascoltante, e gli lascia il desiderio d'intenderlo ancora; lo che tanto più è sorprendente che la sua maniera è severa e seria, ed in generale poco egli sacrifica alle grazie. Al merito di esser divenuto Capo-scuola e modello per le sue composizioni, unì Durante anche quello di essere stato un gran professore. Sino dal 1715, egli era maestro del conservatorio di S. Onofrio: era ancora alla testa di quello dei Poveri di G. C. quando il cardinale Spinelli, arcivescovo di Napoli, lo distrusse per farne un seminario. Dalla sua scuola sono sortiti i più illustri compositori delle generazioni posteriori. Tali furono Pergolese, Sacchini, Piccini, Terradeglias, Guglielmi, Traetta, Dol, Finaroli, Speranza, che tanto han reso celebre la scuola di Napoli nel 18º secolo. In una parola, tutta l'attuale scuola non è che un'emanazione di quella di Durante. Egli era un uomo flemmatico, sofferente, imperturbabile, e superiore a tutte le traversie: ebbe tre mogli, la prima delle quali fu una vera Santippe, che col suo imperioso carattere, co' suoi capricci, e soprattutto colle sue dissipazioni per giocare al lotto, tenne in continuo esercizio, e pose alle più ardue prove la di lui pazienza. Obbligavalo a faticare, sino a privarlo dell'ore necessarie per il sonno. In occasione di un giro, ch'ei fece per l'Italia, al suo ritorno trovò vendute tutte le sue carte, il di cui prezzo era stato erogato dalla moglie in soddisfare l'accennata sua passione: e però gli fu d'uopo ricominciar da capo a comporre la sua musica per le chiese. Quando finalmente ebbe la sorte, che il cielo il liberò da una sì tormentosa compagna, sposò la propria serva; e morta indi ancor questa, si maritò pure con un'altra donna di suo servizio. Per un atto singolare della sua filosofica imperturbabilità si è rimarcato, che in occasione di aver perduta la seconda, cui teneramente amava, non solo dispose egli senza la menoma agitazione tutto quel che occorreva pe' di lei funerali; ma dippiù nelle preci, che fece cantare in casa, presente il cadavere della medesima, assistette egli stesso di presenza e regolò colla battuta i cantanti. Quest'uomo invidiabile ugualmente pel suo carattere, che per la sua abilità cessò di vivere in Napoli nel 1756, in età di sessant'anni in circa. Le di lui composizioni dovrebbero essere in tutte le scuole ed i conservatorj di musica, come son divenuti classici i suoi Partimenti in tutta l'Europa. Il dotto Carpani saggiamente riflette sul motivo perchè le opere del Carissimi, del Pergolesi, del Durante, per quanto ancora si vantino per tradizione, hanno molto scapitato nelle nostre orecchie? “Ancora le giudichiamo venerabili, egli dice, ma quasi ognuno preferisce d'udire un rondò d'Andreozzi, un quartetto di Tarchis, una scena di Mayer, ed anche di men pregiati scrittori, anzichè alcuna di quelle composizioni che si credevano il non plus ultra della musica da' nostri antenati. Donde ciò, se non dal non esservi un vero bello riconosciuto, e canonizzato per tale nella musica?” (Lett. XI.)
Durieu (M.) pubblicò nel 1793, in fol. Nouvelle Méthode de musique vocale, a Paris, come ancora une Méthode de violon. Queste due opere gli han meritato un posto tra i buoni professori per l'ammaestramento.
Dusseck (Giovan Luigi), nato a Czalau in Boemia nel 1760, da una famiglia che ha da gran tempo prodotto più bravi artisti; dall'età di dieci anni cominciò i suoi studj in uno de' primi collegj dell'università di Praga. Oltre la letteratura antica e moderna coltivò la musica, e profittò moltissimo delle lezioni di un benedettino, che lo esercitò in tutti i contrappunti. In Amburgo ebbe la sorte di vedere il celebre Emmanuele Bach, e di profittar de' suoi consigli: partì quindi per Pietroburgo, e fu trattenuto dal principe Radzwill che gli propose un vantaggioso partito. Alcun tempo di poi venne in Parigi, ma la rivoluzione l'obbligò ben presto a partire, passò in Inghilterra e restò in Londra nel 1800. A quest'epoca, pensò egli di riveder la sua patria, dove viveva ancora suo padre celebre organista, cui da 25 anni non aveva più veduto. Mr. de Talleyrand, principe di Benevento lo volle quindi in sua casa, ed egli morì in Parigi in marzo 1812 di quarantadue anni. Questo celebre artista pubblicò 70 opere per il forte-piano, tra le quali distinguonsi le Adieux à Clementi, e le Retour à Paris; a cui in Londra si è dato il nome di plus ultra, per opporla ad una sonata di Woelff detta Nec plus ultra: ed in oltre una Messa solenne, composta a Praga, e più Oratorj in tedesco, de' quali il più bello si è la Risurrezione di Klopstok. Il suo Metodo per il piano-forte in lingua tedesca, impresso da Breitkopf, è certamente il migliore per i principianti.
Duval (Mad.), celebre cantatrice del teatro serio di Parigi, viveva ancora nel 1770. Se le dee un buon libro, che essa pubblicò col titolo di Méthode agréable et utile pour apprendre facilement à chanter juste et avec goût.
E
Eastcott (Riccardo), dotto Inglese, pubblicò nel 1793 Sketches of the origin etc. cioè Ricerche su l'origine, i progressi e gli effetti della musica, un vol. in 8º (Bent, the Lond. Catal.).
Ebeling (Cristof. Daniele), nato a Garmisson, e nel 1784 professore di storia e lingua greca nel collegio di S. Giovanni d'Amburgo, ha pubblicata la prima parte di un Saggio su la formazione d'una biblioteca di musica. Egli ha tradotti in tedesco i Viaggi musicali di Burney, ed il Messia di Hendel.
Eberhard (Giov. Augusto), professore ordinario di filosofia nell'università di Halle dopo il 1778, pubblicò quivi una Dissertazione sul Melodramma nel 1788, ed in una sua opera intitolata Teoria generale del pensiero e de' sentimenti, si trova un gran numero d'interessanti osservazioni relative alla musica.
Eckard (Giov. Goffredo) venne molto giovine in Parigi per istudiarvi e professar la pittura. Come il pennello gli dava poco da vivere, gli si consigliò di professare la musica, che studiato aveva sotto a' più gran maestri dell'Allemagna sua patria. Era egli assai abile sul clavicembalo; ma ben comprese che per giungere al primo grado, gli era d'uopo di un'ostinato travaglio. Per il corso di due anni, dipinse il giorno per sussistere, e consacrò le notti allo studio della musica: a un tal prezzo deve egli la riputazione d'uno de' più valenti cembalisti dell'Europa, pubblicò più opere, e cessò di vivere nel 1809, in età di 75 anni.
Eckelt (Giov. Valentino) fu allievo nella scuola di Gotha e vi apprese la musica che coltivò quindi ad Erfurt. Avendo acquistate bastanti cognizioni in quest'arte per occupar qualche posto, intraprese de' viaggi per farsi conoscere, ed ottenne l'organo di Werningerode, e nel 1703 quello della Trinità a Sondershausen, posto che occupò con gran successo sino alla sua morte, nel 1732. Benchè vi siano di lui molte ottime composizioni, egli cercò tuttavia a rendersi principalmente utile come didattico, e lasciò le seguenti opere: 1. Experimenta musicae geometrica, 1715; 2. Instruzione per formare una fuga, 1722; 3. Compendio di ciò ch'è necessario sapere per un musico. La sua biblioteca musicale, che dirsi poteva allora compiuta, conteneva tutte le opere pubblicate sino all'epoca della sua morte. Le note da lui aggiunte a ciascun volume erano una prova della di lui scienza.
Edelmann (Giov. Federico), nato a Strasburgo nel 1749, valente sonator di piano-forte, di cui vi ha 14 opere di concerti, e sonate dal 1770 sino al 1790, impresse a Parigi, a Manheim e ad Offenbach, ed alcune opere per teatro come l'Arianna a Naxos etc. Dopo di avere rappresentato nella fatale rivoluzione il personaggio di un furioso demagogo, Edelmann perì egli stesso nel 1794, con suo fratello sopra un palco, dove aveva sacrificato molte vittime, e con ispezialità il barone di Dietrich suo benefattore.
Elena, ateniese, anteriore di età ad Omero, si rese assai celebre nel canto per la novità e per la grandezza delle sue musicali composizioni; di essa fa menzione Tolomeo Efestione nel lib. 4º delle sue Storie presso Fozio (V. Requeno t. 1. p. 58).
Eliano, della scuola dei Platonici, scrisse dei Comenti sul Timeo di Platone, dove tratta della meccanica del suono, e senza ricorrere alla mattematica ne spiega i fenomeni per mezzo della fisica. Da alcuni lunghi passaggi di Eliano rapportati da Proclo (ad Timæ), e da Porfirio (in Harmon. Ptol.) intorno a questo argomento, si rileva la scarsezza de' lumi degli antichi in questa scienza. S'ignora il tempo in cui visse Eliano (V. Fabric. Bibl. Gr. t. 3).
Elliot (John) diè al pubblico in Londra nel 1769, Philosophical Observations on the senses, etc. cioè: Osservazioni filosofiche intorno ai sentimenti della vista e dell'udito, e un Trattato sopra i suoni armonici. La quarta sezione si riferisce alla maniera con cui ci formiamo un'idea de' suoni. Confessa ingenuamente l'autore che rispetto a ciò non può dir cosa alcuna positiva: desidera solo di risvegliare la curiosità dei filosofi, e di farla applicare a questo interessante oggetto: tuttavolta non ne dà nel suo trattato che un superficialissimo saggio.
Empedocle di Agrigento in Sicilia, città assai celebre negli antichi tempi per la coltura delle scienze, e per la sua grandezza, sortì dalla scuola dei pittagorici con quella superiorità di genio, che non abbracciando alla cieca la dottrina de' maestri, sa conoscerne il debole, e divenir egli stesso capo di partito. Egli illustrò la patria colle sue leggi, e la filosofia co' suoi scritti, tra' quali distinguevasi particolarmente il suo Poema, tanto celebrato da Lucrezio, e nel quale spiegava con l'armonia i principali fenomeni della natura. Egli coltivò in fatti la musica, applicandovi il calcolo all'usanza dei pittagorici, e ne diè lezioni ad alcuni bravi giovani capaci di fargli onore, dei quali il più illustre fu Archita di Taranto maestro di Platone. Non men che nella teoria fu egli eccellente nella pratica, suonava la lira, e con questa accompagnava i suoi versi, le di cui bellezze, al dir di Laerzio, non avrebbe avuto a schivo lo stesso Omero. I Greci raccontano delle maraviglie operate da questo filosofo per mezzo della musica (V. Porphir. et Jambl.): egli fioriva cinque secoli prima di G. C. Intorno a lui possono consultarsi fra i moderni letterati oltre il Barthelemy, e le Recherches sur la vie d'Empedocle, par M. Bonamy nel t. 10 dell'Accad. delle Iscriz., F. G. Strurz de vitâ et philosophiâ Empedoclis Agrig. ejusque carminum reliquiæ, Lipsiæ 1805, 2 vol. in 8º, ed il nostro dotto ab. Scinà professore di fisica sperimentale nella R. Università, nelle sue Memorie sulla vita e filosofia d'Empedocle, tom. 2 in Palermo 1813.
Engel (Gian-Giacomo), nato a Parchim, nel 1786, direttore del teatro nazionale di Berlino, e dopo il 1790 del Concerto degli Amatori. Ha pubblicati più scritti interessanti sulla musica e l'arte mimica, tra i quali quello sulla Pittura in musica, diretto a Reichardt, ch'è stato tradotto in francese da Arrigo Jansen, in Berlino, 1780 in 8º. Engel volse in tedesco le Lettere di Eulero sulla musica ad una Principessa Alemanna.
Engramelle (P. Gius.) agostiniano, pubblicò in Parigi nel 1775, la Tonotechnia, ou l'art de noter les cylindres, in 8º. Quest'opera nuova nel suo genere, è la prima che sia stata scritta sopra queste materie, i fabbricanti avendo fatto sempre un mistero dell'arte loro. Il P. Engramelle, nell'assemblea delle Belle-Arti 21 aprile 1779, ha mostrato un instromento di sua invenzione, il quale dà, secondo lui, la divisione geometrica de' suoni per la più perfetta maniera di accordare gl'instromenti. Comechè si possa mettere in dubbio la verità de' principj ch'egli avanza, non dee lodarsi meno frattanto il suo amore per le arti.
Epicarmo, uomo di spirito come la più parte de' siciliani, al dir di Cicerone (De clar. orat. c. 12), e filosofo, se non fu l'inventore della commedia, fu certo il primo a dar della regolarità a questo genere di poesia, come espressamente lo dice Aristotele (Poet. c. 3). Alla commedia puramente recitabile vi aggiunse egli i cori, che di tempo in tempo divertivano col canto e con la musica. La sua prima commedia sulla trasmigrazione delle anime rappresentossi nel teatro di Siracusa all'Olimp. 77; l'autore vi riscosse sommi applausi, ma si tirò addosso la nimicizia degli altri filosofi per avere divulgato il segreto dei loro dogmi sulle scene, e quindi fu bandito dal re Gerone. Gli Ateniesi accolsero l'autore e i suoi drammi con trasporti, come se di fresco riportato avessero una vittoria. Platone lo riguardò come il più perfetto scrittore in questo genere, e Plauto, al dir di Orazio (art. poet.) se lo propose per modello. Epicarmo fiorì cinque secoli innanzi G. C.
Epicuro, uno de' più gran filosofi del suo secolo, e forse ancora dell'antichità, fiorì nell'Attica quattro secoli prima di G. C., e stabilì la sua scuola in un giardino, dove tranquillamente filosofava co' suoi amici e discepoli, che a se attaccava con graziose maniere, e con una dolcezza non disgiunta dalla decenza e dalla gravità. Fra i piaceri, ch'egli ammetteva nella vita sociale, come non pregiudizievoli alla filosofia, non esclude la musica, e trattò ancora di quest'arte, secondo Laerzio, in un libro, che oggidì più non esiste. Il dotto Requeno è di parere, che costando troppa fatica l'impararla, i suoi seguaci non si trattennero in coltivarla: “e non si trova, ch'io sappia, egli dice, un epicureo antico celebre in quest'arte.” Ma io piuttosto sarei di avviso, che siccome si ebbe impegno dagli altri filosofi di discreditar questa setta, e di porre in odio i loro scritti, così non sono essi giunti sino a noi, ed assai poco sappiamo della loro storia. Le stesse opere di Epicuro, che al riferir di Laerzio, sorpassavano i 300 volumi, si sono smarrite. Il di lui Trattato sulla Natura delle cose, che servì di base al Poema di Lucrezio, e di cui non si sapeva quasi più l'esistenza che per alquante citazioni di antichi scrittori, sappiamo essersi ultimamente scoverto tra le rovine dell'Ercolano, e che l'inglese Haiter, spedito in Napoli per isvolgere gli antichi volumi sepolti sotto gli avanzi di quella città, ci fa sperare che ne pubblicherà quattro libri. Epicuro morì di calcolo in età di 70 anni, nel 271 innanzi G. C.
Eraclide del Ponto, nativo di Eraclea, venne a stabilirsi in Atene, dove fu discepolo di Speusippo, quindi de' Pitagorici, poi di Platone e finalmente di Aristotele. Tra le opere di costui si trovano alcuni libri su la Musica: Ateneo (libr. 10. Diun.) ne cita il terzo: ma Diogene Laerzio facendo un catalogo de' suoi scritti, non rammenta che due libri di lui della musica: ben egli è vero, che nell'articolo precedente egli dice: Trattati di Musica di Eraclide, a proposito di quel che di quest'arte si trova presso Euripide e Sofocle, in 3 libri: il che giunto a due libri ne farebbero cinque, ma forse vi ha errore nel testo. Che che ne sia, Porfirio (lib. 1, ca. 3, Com. in Harmon. Ptol.) cita un passaggio intorno alla musica coltivata da Pitagora, il quale è estratto, secondo egli stesso lo dice, da Eraclide del Ponto nella sua Introduzione alla Musica. Egli fioriva quattro secoli prima di G. C. (Plutarc. de Mus.).
Erastocle, greco filosofo, fu il primo secondo Aristosseno, che trattasse in Grecia del diapason e delle sue figure o sieno modi, del sistema perfetto, del numero e delle differenze degl'intervalli, che lo formavano: benchè di ciò scrivesse Erastocle da musico pratico senza dimostrazioni. Lo stesso Aristosseno però fa di costui una severa critica, attaccandolo di aver fallato fino nelle cose, che si giudicano col solo senso dell'orecchio (Aristox. l. 1, Req. t. 1, c. 4).
Eratostene, celebre matematico e bibliotecario di Alessandria, morto 194 anni prima di G. C., coltivò con successo la poesia, la critica, la filosofia, le matematiche, e la musica, per cui gli fu dato il nome di secondo Platone. Trovando egli in discredito il sistema armonico de' pitagorici, con l'autorità di primo bibliotecario della celebre libreria di quella dotta capitale, e colla celebrità acquistatasi nel calcolo, si credè in grado di poter ripigliare i computi numerici, e riformare le serie armoniche di Archita, di Filolao e di quanti l'avevano preceduto nello studio della musica. Le sue invenzioni ebbero gran plauso fra' suoi scolari. Tolomeo lo ha in conto d'uno de' principali musici di Alessandria. Pappo parla di lui con gran lode. Presso il dotto Requeno trovansi i numeri della scala diatonica di Eratostene, benchè con ragione egli creda che la musica abbandonata in balía de' mattematici ne abbia recato men vantaggio e più discapito (Tom. 1. p. 231). Quel poco che ci resta delle opere di Eratostene è stato ristampato secondo l'edizione di Oxford del 1672, con dotte note da Conr. Schaubach a Gottinga in 8º, 1795.
Eschenburg (Giov. Gioacchino), professore di belle lettere a Brunswick e consigliere della corte, nato in Amburgo nel 1743, ha reso molti servigj alla musica nell'Alemagna per i concerti che stabilì verso il 1770, e per le opere o traduzioni tedesche di più libri stranieri. Non ne citeremo che le seguenti: 1. Considerazioni sulla poesia e sulla musica, tradotte dall'inglese del d.r Brown, con note ed accresciute di due appendici, Lipsia, 1769, in 8vo — 2. Riflessioni sull'affinità della poesia e della musica, di Webb, tradotto dall'Inglese, Lipsia 1771, in 8vo — 3. Dissertazione sull'antica musica di Burney, tradotto dall'inglese con alcune note, Lipsia 1781 in 4º. Questa dissertazione precede la storia generale di Burney. Eschenburg aveva promesso di dare eziandio una traduzione di questa storia, ma non ha sinora messo ad effetto la sua parola. — 4. Lettera sulla pompa funebre di Jommelli, tradotta dall'italiano. Essa è nel Museo allemanno, t. 1, p. 464. — 5. Dissertazione intorno a Cecilia, nel Magaz. di Hannover del 1786, n. 96 — 6. Notizia sulla vita di Hendel e sulla funebre pompa che si è eseguita in suo onore a Londra ne' mesi di maggio e giugno 1785, tradotto dall'inglese di Burney, Berlino 1785, con fig. in 4º. Abbiamo di lui inoltre alcune dissertazioni a parte sulla musica, e molte discussioni nei giornali e gazzette di Germania. Egli è ancora autore di alcune buone traduzioni tedesche di drammi in musica italiani, come Roberto e Callisto musica di Guglielmi, i Pellegrini al Calvario di Hasse, ec.
Escherny (il conte di), nel 1809 pubblicò un libretto col titolo di Fragmens sur la Musique, dove avanza molti strani paradossi e più svarioni. Egli pretende che la lingua francese sia la più bella e la più perfetta delle lingue moderne, e che in se stessa racchiuda i germi di una melodiosa musica. Parla poi con trasporto della voce degli eunuchi: voce per eccellenza, egli dice, che più non si sente se non ne' cieli, se si abolisce sulla terra! e giunge sino a maledir Ganganelli, per aver vietate queste mutilazioni, ed accusa di balordaggine coloro che han trovato lodevole il divieto del Papa, e poco sta a non iscomunicarlo per aver impedita la crudele specolazione d'una trista madre, che voleva in questa maniera fare la sua fortuna e quella del suo ragazzo. A tanto arriva la filantropia del conte di Escherny!
Eschtruth (Giov. Adolfo barone di), membro di più accademie e società in Francia, in Italia, e in Allemagna, nato ad Amburgo nel 1756, studiò la composizione sotto Hupfeld, maestro di concerto in Marburgo, e quindi sotto Vierling allievo di Kirnberger, che lo familiarizzò mano a mano co' principj di Bach, al segno di voler egli passare soltanto per costui discepolo. Oltre i pezzi critici ch'egli ha pubblicati nei giornali letterarj di Erfurt ed altri, vi ha di lui: Iº Biblioteca di musica, primo num. Marburgo 1784; secondo numero 1785, terzo numero 1789; IIº. Istruzione per scrivere la musica, di Gian-Giac. Rousseau, traduzione dal francese con molte sue addizioni, 1786; IIIº. Principj della musica trascendente, ove si tratta principalmente della letteratura e dell'espressione della musica, 1789, in 4º; Biografia di Carlo-Emm. Bach, 1789. Per la musica pratica, oltre a molte sue opere, sono da rimarcarsi: 1º. Settanta canzonette del prof. Miller d'Ulm, poste in musica, con una prefazione molto interessante sulla composizione, Cassel 1788; 2º. Dodici marcie, con la teoria, la storia e la letteratura di questo genere di musica ec. Pregevoli sono i suoi scritti per l'imparzialità, per l'erudizione e lo stile, e commendatissime le sue composizioni musicali.
Estève (Pietro), membro della soc. reale di Montpellier, in un'opera pubblicata nel 1751, sotto il titolo di Nouvelle découverte du principe de l'harmonie, attacca con ragione la pretesa dimostrazione del Principio di Rameau, che non è effettivamente se non un sistema, ma vi sostiene alcuni suoi principj, che non possono facilmente adottarsi. M. Estève pubblicò ancora l'Esprit des beaux-arts, 1753 in 12º.
Ettmullero (Michele Ernesto), dottore professore di medicina in Lipsia, nato colà nel 1673. Dopo di avere ottenuti molti onorevoli posti nella sua patria, egli vi morì nel 1732. Delle sue opere non faremo menzione che di quella, che ha per titolo: De effectibus musicæ in hominem, Lipsiæ 1714 in 4º (V. Lichtent. p. 45).
Euclide, matematico di Alessandria, dove professò la Geometria sotto Tolomeo figlio di Lago circa tre secoli prima dell'era cristiana, fu di qualche tempo anteriore ad Eratostene e ad Archimede. Dalla sua scuola sortirono molti valentuomini. Tra le sue opere trovansi due libri di Musica, che comunemente gli si attribuiscono, benchè per più ragioni glieli contrastino i critici. Il primo di questi libri è intitolato: Introduzione Armonica, e l'altro Divisione del Canone Musico. L'inglese Gregory nella superba edizione, che diè delle opere di Euclide in Oxford in fol. rapporta questi due libri secondo l'edizione che tra i suoi Greci Armonici ne aveva dato il Meibomio, con correggervi solo alcuni luoghi, specialmente nella versione, in cui, egli dice, avervi trovate diverse maniere di parlare, che più sentivano della moderna musica, anzichè di quella del tempo di Euclide, e prova non aver essi costui per autore, perchè gli antichi non glie l'hanno attribuito. Infatti alcuni di loro ne credettero autore Cleonide, ed altri Pappo d'Alessandria. Ma l'accurato Requeno dopo di aver bene esaminati ambidue questi libri, conchiude che l'Introduzione armonica non è che l'opera d'un infelice sciolo, il quale ne' tempi posteriori lo spacciò per libro del celebre geometra Euclide (Saggi T. 1, p. 230) e che il compilatore del Canone Musico o è un altro impostore, ovvero lo stesso, il quale per ignoranza è in contraddizione coi principj del primo, e copia così alla rinfusa senza capirne un jota. Veggassene la dotta confutazione ch'egli ne ha fatta nel secondo tomo, alla p. 207 e seg. Vi ha una traduzione dalla musica di Euclide pubblicata in 12º, da M. Forcadel professore di mattematica in Parigi.
Eufranore pittagorico, secondo l'uso di questa scuola esercitò la musica, dice Ateneo (lib. 4, et 14), e scrisse in oltre un trattato sull'armonia de' flauti, ed un altro storico dei più celebri suonatori di tibia. Di lui fanno anche menzione Aristosseno, Trifone, e Jamblico (in Nicom. arithm.).
Eulero (Leonardo), cel. mattematico nato a Basilea nel 1707, passò 25 anni a Berlino, e fu membro di quell'illustre Accademia. Chiamato a Pietroburgo, una violenta malattia lo lasciò cieco; ma la forza singolare della sua intelligenza servì di supplemento a' suoi occhi, e non cessò di fatigare sino alla morte che avvenne li dì sette settembre del 1783. Abbiamo di lui più opere sulla musica: Dissertation sur la nature et la propagation du son, Basil. 1727, in 4º, e molte altre Dissertaz. sull'Acustica, che si trovano nelle memorie delle Accademie delle scienze di Berlino e di Pietroburgo. Ed inoltre: Lettres sur la musique à une Dame allemande; e Tentamen novæ theoriæ musicæ ex certissimis harmoniæ principiis dilucide expositæ, Petropoli 1738, in 4º. “Niun filosofo, dice a ragion l'Eximeno, nel trattar della musica s'è lasciato così trasportare dalle illusioni matematiche, come il Sig. Eulero nel libro intitolato Tentamen ec.” Egli ne rileva gli errori di teoria, e di pratica “e questa teorica ci fa comprendere (conchiude il dotto spagnuolo) che non è la Matematica, come volgarmente si crede, un deposito di verità infallibili. Il trattato di musica d'Eulero va fondato nel calcolo più esatto; ed è pieno di quelle formole matematiche, che si rispettano come sorgenti d'infinite verità; eppure tutto è una pura fallacia.... Sopra tutto falla la Matematica, qualor vien applicata ad oggetti che si suppongono per puro vizio della fantasia, come è stata finora attribuita a' suoni l'estensione delle corde, e come si suppone dall'Eulero stesa e divisibile in gradi la soavità..., in somma l'immagine dell'estensione, di cui la fantasia si serve per rappresentarci ogni cosa, è sorgente d'infiniti errori nella matematica, nella Fisica, e nella Metafisica.” (Orig. ec. P. 11, c. 3). Quindi non fia meraviglia, se, come scrive il Sacchi, il Sistema di questo gran Matematico in musica non è da alcuno abbracciato. L'autore del Dictionaire Historique des Musiciens per l'articolo dell'Eulero ci rimette al Supplemento del secondo tomo, ma quivi s'appiglia al partito di non parlarne affatto.
Eximeno (Ab. don Antonio), scrittore classico di musica, nato a Balbastro nel regno di Aragona nel 1732. All'età di dieci anni venne a Salamanca, dove con tale ardore applicossi allo studio, che abilissimo divenne sopra tutto nella fisica e nelle mattematiche. Nel 1764, fu egli scelto a dar lezioni di queste scienze nella Real scuola di artiglieria, di recente stabilita a Segovia per l'educazione de' giovani signori, che abbracciavano la professione dell'armi, e più opere diè egli alla luce in quest'occasione sì scientifiche, che storiche con tale imparzialità, dottrina e purezza di lingua, che lo resero celebratissimo. S'ignora l'epoca in cui entrò ne' gesuiti: dopo la loro espulsione dalla Spagna, egli visse in Roma, la patria della musica, ed a questa, ch'egli con trasporto aveva amata sin dall'infanzia, consacrossi interamente. Dopo sei anni d'un'assidua fatica compose l'opera, che tirò su di lui gli sguardi non che dell'Italia, ma dell'Europa intera. Egli pubblicolla in Roma nel 1774 in lingua italiana, pura abbastanza comechè fosse spagnuolo, con questo titolo: Dell'Origine e delle Regole della musica colla Storia del suo progresso, decadenza e rinnovazione, in 4º. Egli vi prova l'inutilità delle mattematiche per la musica, ed offre un nuovo semplicissimo sistema. Secondo lui essendo la musica un vero linguaggio, le regole non debbono esser cercate nella mattematica, ma sibben nella prosodia, e confuta il sistema de' Greci pittagorici sulla musica, e le teorie dell'Eulero, del Rameau, del Galilei, del d'Alembert e del Tartini. Quest'opera riportò in Italia l'approvazione e gli applausi non che de' Letterati, ma fin anco de' bravi professori di musica, tra' quali dee valer per tutti il gran Jommelli. “Ho gran premura, egli dice in una lettera all'A., di manifestargli cogli effetti tutto l'elogio e tutta la giustizia che merita il suo bellissimo e vantaggiosissimo trattato... da un uomo del suo gran merito possiamo tirare quei lumi, che assolutamente ci abbisognano, per vedere nella sua più convenevole chiarezza, e nel più vero buon cammino questa divina nostr'arte, tanto infelicemente traviata e prostituita.” Nel nostro Discorso preliminare p. XVI abbiam riferiti i trascendenti elogj, che ne han fatto il Bettinelli e 'l Requeno: eccone quello dell'autore delle Novelle letterarie di Firenze 1774: “L'Italia e le nazioni estere saranno così grate al Sig. Eximeno quanto lo sono state verso coloro, che hanno introdotto la moderna filosofia.” Tuttavolta M. Fayolle nel suo Supplemento al Dizionario Storico de' Musici, dice freddamente che in quest'opera non vi si trovano in generale che de' ragionamenti superficiali, frammischiati d'alcune buone vedute: che l'autore, allorchè le diè mano, non si occupava della musica che da quattro anni avanti; e che gl'Italiani l'hanno chiamata Bizzarro Romanzo di musica, con cui l'autore vuol distruggere senza poter poi rifabbricare. M. Fayolle non si era certo preso la pena di leggerla, e non cita per suo mallevadore che un frivolo libro. Veggasi perciò qual fondamento dee farsi sui suo Dizionario, ed in qual maniera egli giudichi de' più classici e celebri autori. Non così però han giudicato di quest'opera gli autori della nuova Enciclopedia metodica suoi nazionali (v. p. 340 e 352), non così altri dotti francesi, M. Raymond (Lettre à M. Millin p. 198) e Mr. Tourner. Il Monthly Review, giornale di Londra del 1774, parlando di quest'opera così si esprime: “Ella è questa una produzione di primo ordine per il gusto, l'erudizione e la profondità del ragionamento.” L'ab. Eximeno pubblicò in oltre nel 1775, in Roma: Dubbio sopra il saggio di contrappunto del P. Martini, che è una risposta a questo scrittore di musica, il quale lo aveva criticato nel suo Saggio di contrappunto. Ma riparò ben presto il torto, e diede all'Eximeno una prova incontrastabile di stima e di amicizia riponendo il di lui ritratto tra gli illustri scrittori della sua pinacoteca musica, tostochè (dice egli stesso in una lettera amichevolmente a lui diretta) mi giunsero alle mani le prime sue ingegnose ed erudite fatiche, cioè l'Opera dell'Origine e delle Regole ec. Nelle Memorie storiche del Martini pubblicate nel 1785, in Napoli dal P. della Valle, trovansi alcune Lettere dell'ab. Eximeno sulla questione della Greca Musica, e sulla sua riconciliazione col Martini. Morì questo valentuomo in Roma nel 1798, in età di anni 66.
F
Fabre d'Olivet (M.), nato nel 1768, si è fatta una riputazione in Parigi per le sue dotte opere in letteratura ed in musica, non avendo avuto altro maestro per l'una e per l'altra, che la natura e se medesimo. Naturâ ducimur ad modos, diceva Quintiliano. Sin dal 1789, egli aveva composto un grandissimo numero di opere drammatiche, e di alcune la poesia e la musica, che ebbero grande incontro: dedicò ancora a M. Pleyel un'opera di quartetti per due flauti, viola e basso. Finalmente, nelle profonde ricerche ch'egli faceva in occasione di avere intrapresa un'opera archeologica, trovò negli avanzi della letteratura greca, o piuttosto credette buonamente di trovare il sistema musicale di quel popolo celebre. Pensò quindi arricchirne il sistema moderno, e ne formò un terzo modo, pubblicandolo nel 1804 sotto nome di modo ellenico, che altro non è in sostanza se non il terzo modo inventato da Blainville, tanto preconizzato da Rousseau, e prezzato poi al suo giusto valore dagli intendenti (V. l'articolo di Blainville nel I tom.). Questa impostura letteraria ebbe la stessa fortuna di quella che la precedette, un effimero applauso fu tutta la sua ricompensa. Nel 1804, M. Fabre fece eseguire al Tempio dai primi artisti del teatro di Parigi un suo Oratorio a grande orchestra, composto quasi interamente su questo modo, che dicesi essere stato inteso con piacere da più di due mila persone: i giornali, coll'usato entusiasmo de' francesi, ne parlarono un momento con vantaggio, e poi si tacquero.
Fabricio (Giov. Alb.), dottore in teologia e professor d'eloquenza in Amburgo, nato a Lipsia da Wernero Fabricio celebre professore di musica nell'anziscorso secolo, è autore di più opere di pratica col titolo di Deliciæ Harmonicæ, in 4º, Lipsia 1657. Giov. Alberto consacrò tutta la sua vita all'utilità del pubblico, e acquistossi un'immortal rinomanza per le sue dotte e profonde opere di erudizione. Nelle sue immense Biblioteche Greca e Latina trovansi delle accurate notizie intorno agli scrittori di musica di queste nazioni, come ancora nella sua Bibliographia antiquaria, Hamburgi 1713, e 1760, 2 edit. vol. 2, in 4º, opere molto utili per la storia letteraria della musica, di cui abbiamo fatto grand'uso. I più belli Genj dell'Europa, di tutte le comunioni, han reso giustizia ai talenti ed alla singolar modestia di questo scrittore, che terminò la sua vita nel 1736 (V. Formey dans son eloge, a Berlin 1757).
Farinelli (Carlo Broschi detto), uno de' più gran cantanti che vi siano stati al mondo, nacque a Napoli nel 1705, da un virtuoso di musica. Una caduta nella sua infanzia l'obbligò alla mutilazione: ebbe delle lezioni da Porpora, che lo accompagnò in molti viaggi. All'età di 17 anni si portò in Roma, ove sul teatro cantò in maniera a sorprendere quel dotto pubblico, che la prima volta lo accompagnò sino alla sua casa in mezzo alle acclamazioni ed agli applausi per testimonio del Burney (Travels, t. 1). Di là si rese a Bologna, per sentirvi Bernacchi, allora il primo cantante dell'Italia e da lui volle prender lezione. Nel 1728, passò in Venezia e quindi in Vienna. Carlo VI, l'onorò delle sue beneficenze, e con la sua perizia nella musica un dì, dopo d'averlo inteso, dissegli che con l'estensione e bellezza di sua voce non faceva che sorprendere; ma che dipendeva da lui di muovere e d'interessare, con dar meno all'arte, ed usar di un canto più naturale. Farinelli profittò del consiglio, ed incantò in appresso i suoi uditori quanto li sorprese. Nel 1734, Porpora, che dirigeva un teatro in Londra, fece venir Farinelli per opporlo a Hendel, che era quivi alla testa di un altro teatro. Il cantante, con la bellezza della sua voce e la magia del suo canto, fè ben presto restar vuoto lo spettacolo di Hendel. Il compositore ostinossi con orgoglio a sostenere una rovinosa impresa, e fece degli inutili sforzi per richiamare il pubblico. Ma tutte le risorse del suo genio bilanciar non poterono l'arte incantatrice di Farinelli. Carpani (Lettr. 9) racconta la seguente avventura. Senesino e Farinelli erano ambidue in Inghilterra, ma impegnato ciascuno a due differenti teatri; cantavano ne' medesimi giorni e non avevano occasione di sentirsi a vicenda. Trovaronsi non dimeno un giorno uniti insieme: Senesino doveva rappresentare un tiranno furioso, Farinelli un eroe sventurato e prigioniero; ma cantando la prima aria raddolcì talmente costui l'indurito cuore di quel feroce tiranno, che Senesino dimenticando il suo carattere, corse a Farinelli e con tutto il cuore abbracciollo. I fondi, ch'egli aveva in quel banco, valutaronsi a cinque mila lire sterline. Il principe di Galles al suo partire di là, gli diè in dono una scatola ornata di diamanti e 100 ghinee. Nel 1737 venne in Francia, cantò in Parigi dinanzi al re, che gli regalò il suo ritratto guernito di diamanti e 500 luigi. Avvengachè non avessero allora i Francesi gusto per la musica italiana, piacque loro tuttavolta questo gran cantante. Dopo una brieve dimora in Francia, portossi egli in Spagna, ove fu benissimo accolto alla corte e trattenuto con la pensione di 40 mila lire. Per il corso di 10 anni, cantò tutte le sere innanzi Filippo V e la regina Elisabetta. Questo principe essendo caduto in una profonda malinconia, che facevagli trascurare tutti gli affari, e giungere il faceva a segno di non volere per noja che se gli facesse la barba, e di non più intervenire al consiglio; la regina tentò per guarirlo il potere della musica. Essa fece disporre secretamente un concerto presso alla camera del re, e Farinelli immantinente cantò una delle sue arie. Filippo parve mosso da prima, ed eccitato al fine chiamò a se quel virtuoso, il colmò di carezze, e gli chiese qual ricompensa voleva, giurando di tutto accordargli. Farinelli pregò il re a farsi la barba e di andare al consiglio. Da quel momento la malattia del re divenne più docile a' rimedj, e il cantante ebbe tutto l'onore della sua guarigione. Questa fu l'origine del favore di Farinelli: divenne primo ministro, ma non obbliò giammai di non essere stato prima che un virtuoso, nè mai i signori della corte ottener poterono da lui, che sedesse alla loro tavola. Un giorno nell'andar ch'ei faceva all'appartamento del monarca ove aveva dritto di entrar quando volesse, udì che l'ufficiale di guardia diceva ad un altro che aspettava l'alzarsi del re: Gli onori piovono sopra un miserabile istrione, ed io, che servo da trent'anni, sono quì senza ricompensa. Farinelli lagnossi col re di trascurar quei che lo servivano, e fecegli tosto segnare un diploma, che al sortire consegnò all'uffiziale, dicendogli: Poco fa vi ho inteso dire, che avete servito dopo 30 anni; ma avete falsamente detto senza ricompensa. Egli generalmente non usò del suo favore, che per far del bene, e quindi la protezione di cui l'onorarono successivamente tre monarchi della Spagna, Filippo V, Ferdinando VI e Carlo III. Quando quest'ultimo gli assicurò la continuazione delle pensioni di cui aveva sino allora goduto, Tanto più volentieri il faccio; egli soggiunse, quanto Farinelli non ha mai abusato della benevolenza e della munificenza de' miei predecessori. Dopo di aver goduto per 20 anni di tutti gli onori nella Spagna, Farinelli fu obbligato nel 1761, a far ritorno in Italia. Scelse Bologna per sua dimora, e ad una lega di questa città fecesi fabbricare una casa di campagna, ove il dottor Burney andò a vederlo in compagnia del P. Martini nel 1770. Questo virtuoso possedeva un gran numero di cembali fatti in diversi paesi, a' quali aveva dato i nomi de' principali pittori italiani. Egli fu che impegnò il P. Martini a scrivere la Storia della musica, che questo dotto religioso non giunse a terminare. Il Martini per questa grande impresa non avendo una sufficiente biblioteca, Farinelli lo sovvenne colle sue ricchezze, e 'l pose in istato di formare la più considerevole biblioteca musicale che si fosse vista in Europa. Questo celebre artista passò così nel ritiro il resto de' suoi giorni, occupato di letteratura e di musica e morì li dì 15 settembre 1782, in età di 80 anni. Martinelli, nelle sue lettere familiari e critiche così si esprime intorno al Farinelli: “Questo cantante aveva più di sette o otto tuoni egualmente sonori, e chiari del tutto e piacevoli, che le voci ordinarie, possedendo d'altronde tutta la scienza musicale in un grado eminente, e tale quale poteva sperarsi dal più degno scolare del dotto Porpora.”
Farinelli, uno de' più recenti e bravi compositori per teatro, stabilito attualmente in Venezia. Nel Magazzino di musica di Giovanni Ricordi in Milano trovansi di costui impresse le seguenti opere: I Riti d'Efeso, dramma serio. La Locandiera; l'Amor sincero; l'Indolente; la finta Sposa; l'arrivo inaspettato; Bandiera d'ogni vento; il Colpevole salvato dalla colpa, opere buffe, ed alcune farse come: il finto sordo, la Pamela maritata; Teresa e Claudio; l'amico dell'uomo; sei cento mille franchi; un effetto naturale; l'Annetta; Odoardo e Carlotta.
Fayolle (Franc. Gius. M.), nato in Parigi nel 1774, fece i suoi studj nel collegio di Juilly. Per il corso di tre anni consacrossi interamente allo studio della mattematica sublime sotto Prony, Lagrange e Monge, e divenne capo di brigata alla scuola Politecnica dall'epoca di sua formazione. Sin dal 1799, aveva egli formata l'idea della compilazione del Dizionario Storico di musica, e raccolti numerosi materiali; sulla fine del 1809, ne parlò a M. Choron che avevane fatto lo stesso progetto, e convennero tra loro di far insieme quest'opera, ma una gravissima malattia sopraggiunta a M. Choron ne lasciò tutto il peso a M. Fayolle. Noi non staremo quì a ripetere ciò che abbastanza abbiam detto di questo Dizionario nel Discorso preliminare alla pag. LV. Egli dice di se stesso, che un gusto predominante lo ha tirato sempre alla musica, che studiò l'armonia sotto M. Perne, uno de' più bravi maestri: che possiede una preziosa biblioteca musicale, sì per la teoria, come per la pratica: che ha raccolto un gran numero di ritratti di musici, e ch'egli stesso molti ne ha fatti incidere su i disegni originali: che possiede inoltre degli eccellenti instromenti, fra' quali un piano-forte verticale, il primo costruito da M. Pfeiffer: ed una viola di Andrea Amati, che il celebre Pleyel ebbe la bontà di cedergli. Dal 1805 sino al 1809, egli ha pubblicato una collezione intitolata: Les quatre Saisons du Parnasse, che forma il numero di 16 vol. in 12º, e dove ha inseriti molti articoli sulla musica, e delle notizie intorno a più musici. Nel 1810, diè al pubblico: Notices sur Corelli, Tartini, Graviniés, Pugnani et Viotti, coi loro ritratti, che forma il primo volume della storia del violino, ch'egli promette di continuare.
Federici (Vincenzo), membro del R. conservatorio di Milano, e celebre in Italia per molte opere serie da lui poste in musica, che han meritato il più gran successo. Il suo stile ha molta grazia, ed espressione, ricco di nuove e brillanti modulazioni, e tutti i teatri d'Italia e d'oltramonti risuonano delle sue bellezze musicali. Nel 1802, scrisse per il teatro di Palermo la Zaira, Oratorio, la di cui eccellente musica è stata molto applaudita e replicata sempre con piacere in più parti dell'Italia. Nel 1790, egli scrisse l'Olimpiade, e nel 1803, Castore e Polluce in Milano, dramma ch'era stato posto prima in musica da' bravi maestri Sarti in Pietroburgo, e Bianchi in Firenze; Federici sorpassò ambidue. Egli ha scritto in oltre l'Idomeneo, e Oreste in Tauride, che trovansi impressi nel Magazzino del Sig. Ricordi in Milano.
Fedi (Giuseppe), celebre maestro della scuola romana per il canto, fioriva sul finire del secolo 17º. Egli era unito in istretta amicizia coll'illustre Amadori, comunicavansi a vicenda i loro sentimenti per la riforma dell'arte, ed esponevano le loro osservazioni al comune giudizio; da tale pratica ritraeva ciascuno degli abbondanti lumi per emendare i suoi proprj difetti, migliorare il piano di educazion musicale, e promuovere gli avanzamenti della musica. (V. t. 1, p. 27).
Fell (Giov.), dottore e professor di teologia, è morto vescovo di Oxford nell'anno 1686. Egli è autore di molte dotte opere, noi non parleremo che di quelle relative alla musica. All'edizione ch'egli diè nel 1672 delle opere di Arato, aggiunse Hymnum ad Musam et in Apollinem et in Nemesim con le antiche note di musica, e vi unì ancora Diatribe de musicâ antiquâ græcâ, con un esempio della musica antica sopra un frammento di Pindaro, ch'egli aveva scoperto nella biblioteca del S. Salvatore di Messina. Kircher l'ha inserita nella sua Musurgia, ma questa greca musica tradotta alla moderna nota non è che una vana lusinga, ed una erudita impostura (V. Fabric. Bibl. Gr. t. 2).
Feo (Francesco), napoletano compositore celebre a' suoi tempi per il teatro e per la chiesa, viveva in Napoli circa al 1740, e vi fondò una scuola di canto, che molto accrebbe la fama che si era acquistata come compositore, e dove formaronsi degli allievi che furono ammirati in Europa quai prodigi di melodia. Restano di lui più messe e salmi che il mostrano profondo nella teoria e pratica del contrappunto, e molti drammi come l'Arianna nel 1728, ed Arsace nel 1741. Il cel. Gluck se ne valse per il principio della sinfonia nella sua Ifigenia.
Ferecrate, cel. poeta-musico, autore di molte commedie, fiorì cinque secoli innanzi l'era cristiana. Nicomaco (Harmon l. 2), e Plutarco (Dial. de music.) fanno menzione della di lui commedia il Chirone, nella quale l'A. mostrando il suo zelo per la musica de' più antichi greci scagliossi contro i musici e suonatori del suo tempo, per aver essi accresciuti di troppe corde gli stromenti armonici. Introdusse perciò in iscena personificata la musica, legata con molte corde; e malacconcia dalle percosse, che richiesta dal coro, chi mai posta l'avesse in quel deplorabile stato, risponde che gli autori de' suoi mali erano Melanippide, Cinesia, Frinide e Timoteo, dei quali si sa aver eglino accresciuto il numero delle corde e de' suoni negl'instromenti a' suoi tempi. Io credo che Ferecrate avesse voluto piuttosto far la satira del carattere di alcuni, di cui abbonda ogni secolo, e che descrive Orazio, difficilis, querulus, laudator temporis acti se puero, censor castigatorque minorum. Dispettosi e di cattivo umore contro i viventi che promuovono i progressi dell'arti, divengono i panegiristi del rancidume dei trasandati secoli.
Ferlendis (Giuseppe), figlio di un violinista, nato in Bergamo nel 1755, mostrò dalla giovinezza, un genio straordinario per l'oboè. In età di 20 anni, chiamato alla corte di Salisburgo come primo oboè, ed invitato dallo stesso sovrano ad osservare un gabinetto d'instromenti da fiato, ebbe occasione d'incontrarvi uno stromento di bosso di un'estrema grandezza, della forma d'una trombetta, e che imitava al più presso la voce umana, benchè d'una maniera un pò oscura; egli consisteva in molti pezzi che attaccavansi l'un l'altro. Ferlendis il perfezionò molto, e rendendolo più facile a sonarsi, ne formò il suono assai più piacevole; diegli il nome di Corno-Inglese, perchè così veniva chiamato lo stromento che glie ne diede la prima idea. Egli dimorò due anni a Salisburgo, quindi passò in Venezia, al servigio della Repubblica. Nel 1793 fu chiamato in Londra, ma trovasi ora in Lisbona, applaudito da tutti i professori della buona musica, mentrecchè i suoi Quartetti, trio, duo, e concerti sono in gran pregio presso tutti coloro, che hanno del gusto per gl'instromenti da fiato, di cui i professori sono molto rari in ogni paese. Egli ha formati de' buoni allievi, tra' quali sommamente si distinguono due suoi figli, Angelo nato in Brescia nel 1781 ed ora a Pietroburgo, ove è pregiatissimo per l'oboè ed il corno-inglese, e pel suo brillante genio nella composizione. Alessandro è il minore nato in Venezia nel 1783 che si è fatto ammirare in Lisbona, in Madrid e nell'Italia. Dal 1805, egli dimora in Parigi, ove si ha meritati i più grandi elogj del pubblico per la sua bella esecuzione in quelli due stromenti sul teatro, e ne' concerti: ha composto inoltre uno Studio per l'oboè, ed altre produzioni date da costui alla luce dinotano il più distinto merito.
Ferlendis (la Signora), Romana, figlia del cavaliere Giuseppe Barberi, architetto che farà sempre l'onore della sua arte, e morto di recente, moglie di Alessandro Ferlendis di cui poco fa si è parlato. Dalle circostanze de' tempi gettata, per così dire, nella carriera teatrale, e costretta a profittar dei talenti, che una ben accurata educazione avevale dati per suo piacere, cominciò essa in Lisbona, ove pel suo stile di cantare melodioso e gratissimo, e per la sua bella voce di contralto formò le delizie del pubblico. Il maestro Moscheri e Crescintini scorgendo che trar si poteva ottimo partito dalle sue disposizioni le diedero delle lezioni, e vollero ben perfezionarla. Nel 1803, essa cantò sul teatro di Madrid, e i più gran signori del regno fecero sommi elogj al suo talento. Milano ebbe il piacere di possederla nel 1804, nè è possibile lo spiegar l'entusiasmo ch'ella eccitò nell'opera del Biettolino, comechè la musica ne fosse assai mediocre. Nel 1805, cantò in Parigi, e diè principio dalla Capricciosa pentita del celebre Fioravanti, riportando gli applausi della capitale: lo stesso buon successo ha avuto in Olanda, e da per tutto ella fa distinguersi per la scienza profonda e per il metodo giudizioso del suo canto.
Ferradini (Antonio), di Napoli, faticava con ugual successo per la chiesa e per il teatro. Egli visse in Praga pel corso di 30 anni, e vi compose uno Stabat mater, che fu eseguito per la prima volta nel 1780, e l'anno d'appresso nella chiesa di S. Croce di quella città. Quest'opera vien generalmente riguardata come un capo d'opera inimitabile. Egli non ebbe la sorte di sentirne l'esecuzione, essendo morto nel 1779, all'ospedale italiano nell'estrema miseria, forse perchè in quel paese, come nella più parte del mondo, virtus laudatur et alget.
Ferrari (Domenico) viveva in Cremona nel 1740. Dopo di avere studiato il violino sotto il gran Tartini, seppe formarsi uno stile suo proprio, e si distinse per l'impiego de' suoni armonici e dei passaggi all'ottava. Nel 1758, entrò nella cappella del duca di Wurtemberg, a Stuttgart. In Parigi sorprese la sua maniera, che fu riguardata come inimitabile, egli vi fu assassinato l'anno 1780, nel suo tragitto in Inghilterra. In Londra e in Parigi sono state impresse di lui sei opere di sonate pel violino di moltissimo pregio. Martinelli (Lettere famil.) rapporta, che Ferrari volendo un dì farsi sentire da Geminiani, di cui cercava il sentimento, costui, dopo di averlo inteso, contentossi di dirgli: Voi siete un grande instromentista, ma la vostra musica non isveglia in me verun sentimento.
Ferri (Baldassare) da Perugia, di cui Rousseau parla con tanta lode all'articolo voix e rapporta il singolar talento di salire e discendere due ottave per tutti i gradi cromatici, con un continuo trillo, e senza prender fiato, conservando una giustezza così perfetta, che non essendo da prima accompagnato dall'orchestra, a qualunque nota che gl'instromenti lo raggiungessero, trovavansi seco di accordo. Egli studiò in Napoli e a Roma, e morì assai giovine. “Non inferiore al suo merito era il favore del pubblico per esso lui. Alle volte nembi di rose piovevano sulla sua carrozza, quand'egli sortiva dopo aver recitato. A Firenze dov'era stato chiamato, uscì lungi per ben tre miglia della città numeroso stuolo di dame e di cavalieri a riceverlo, come potrebbe farsi nell'ingresso d'un Principe. Recitando in Londra una volta il personaggio di Zeffiro, gli fu presentato al sortire da una maschera incognita uno smeraldo di gran valore. Si conservano tuttora varie raccolte di poesie, produzioni dell'entusiasmo, che ovunque eccitava quel sorprendente cantore.” (V. Arteaga tom. 2, p. 38).
Ferro (Cavaliere di), della città di Trapani in Sicilia, nobile e letterato si occupa di buoni studj, e fa parte al pubblico de' suoi lumi. Egli diè alla luce: Dissertazioni delle Belle-Arti, Palermo 1808, 2 vol. in 4º picc., alla fine del 3º discorso parla con molta sensatezza della Musica, sugli effetti della medesima, della musica di teatro, di chiesa, e degli abusi introdotti per l'ignoranza de' maestri, ec.
Festa (la Signora) di Napoli, studiò gli elementi del canto sotto Aprile, e quindi ne apprese la buona scuola dal celebre Pacchiarotti. Essa ha cantato su i primi teatri d'Italia, e nel 1809, in qualità di prima donna sul teatro dell'Opera buffa in Parigi, ed ha ovunque ottenuto molto successo. M. Barni le ha dedicato un suo duetto.
Fetis (Franc. Gius.), nato a Mons nel 1784, ebbe per primo maestro suo padre, ch'era quivi organista. Nel 1801 entrò nel conservatorio di musica in Parigi, nella classe d'armonia di M. Rey. Egli ha fatto delle immense ricerche sulla storia e la bibliografia della musica, e promette di dare al pubblico un compiuto trattato Sur les effets de l'orchestre, che può esser utile ai giovani compositori.
Fèvre (il P. Franc. Ant.), Gesuita francese, pubblicò nel 1704, a Rouen un poema intitolato: Musica, Carmen in 12º, di cui elegante ne è lo stile, e piacevole la versificazione; ma non vi si rileva che picciolissimo numero di precetti generali, ed infinite finzioni mitologiche (V. Giorn. Lett. 1780). Egli morì in Parigi nel 1737.
Fèvre (Tannegui le), letterato assai celebre sulla fine del secolo 17º e padre della celebre Mad. Dacier, raccolse con altrettanta cura che fatica un infinito numero di passaggi degli antichi concernenti le loro Tibie sul disegno di illustrare quest'articolo di erudizione, ma sentendo ben presto di avere progettata un'impresa superiore alle forze della sua estesa letteratura, finì con iscriver dei versi contro alle tibie, e gettò al fuoco il suo travaglio (V. Mem. de l'Acad. de Berlin, t. 30).
Feyoo (D. Bened. Geronimo), Spagnuolo, generale dell'ordine di San Benedetto, morto nel 1765; mercè de' suoi scritti critici egli ha contribuito a rischiarare i suoi compatriotti su i loro difetti. Abbiamo di lui il Teatro critico in 14 vol. in 4º, dove molto si ragiona della Musica in generale, e di quella della chiesa: alcuni capitoli leggonsi con piacere, ma alcune riflessioni dell'A., ch'erano sembrate nuove e piccanti in Spagna si sono trovate vecchie e comuni in Italia e ne' paesi culti. Eximeno lo cita nella sua opera. In un paese di superstizione, come è la Spagna, se gli fece un delitto di aver lodati Bacone, Newton e Cartesio, ma i veri dotti suoi nazionali ne presero la difesa. Gerbert dice di aver egli scritta un'opera a parte, intitolata: Musica delle chiese (V. Histor. Ab. Gerb.).
Feytou (l'Abbate), nel 1788 annunziò egli un corso di musica ed espone un nuovo sistema di teoria, il quale è a suo credere quello della natura, e lo stesso che Pittagora aveva o inventato o raccolto ne' suoi viaggi in Asia e trasmesso a' Greci sotto emblemi e simboliche espressioni, che ne concentrarono la teoria esclusivamente nella sua scuola. M. Feytou pretende di avere sviluppato il sistema musicale de' Greci, e di averne applicate le conseguenze, così da presso quanto gli era possibile, al nostro moderno sistema. I compilatori della nuova Enciclopedia metodica nella parte della musica lo avevano associato a' loro travagli, ed egli somministrò loro molti articoli, che ivi riscontrar si possono, finchè alcuni motivi d'interesse obbligarono l'abb. Feytou a ritirarsi nella sua provincia. Tra gli altri difetti del di lui sistema vi ha quello di sostituire alla scala moderna, quella che risulta dalle divisioni del monocordo cominciando dalla sua ottava. Questa scala, dice con molto fondamento M. Raymond, che sarebbe dunque la prima base materiale di tutto il sistema musicale, e che dovrebbe essere allora il canto più familiare e più semplice, questa scala è dedotta da una serie di armonici, che in niun patto sono percettibili all'orecchio nella risonanza pura e semplice del suono fondamentale, e che non può discovrirsi se non per via d'artifizj stranieri alle cause ordinarie delle nostre sensazioni. Il che è lo stesso che cercar troppo da lontano e con troppo sforzo, gli elementi primitivi d'un'Arte, di cui la natura ha posto il linguaggio nella bocca d'ogni esser sensibile. Io credo che l'eccesso della scienza non è adatto che ad oscurare la teoria delle arti; il sentimento mi parrebbe miglior guida, e con più sicurezza mi fiderei delle sue decisioni. (Lettre a M. Villoteau).
Fillio di Delo, scrisse al riferir d'Ateneo (Lib. XIV) un libro intitolato De' sonatori di tibie, ed alcuni trattati sulla musica, nel secondo de' quali sostiene che lo strumento Magade sia diverso dal Plectide: ma niuno di questi è giunto sino a noi.
Filodemo, scrittore greco, viveva in Roma a' tempi di Cicerone, che ci ha dipinto il suo carattere nella sua arringa contro Pisone: egli vi dà a divedere la sua gran stima e il rispetto pei rari talenti e le amabili qualità di Filodemo, cui dinota sotto il titolo di filosofo della setta di Epicuro, di poeta grazioso e pregevole, e d'uomo fornito di urbanità e pulitezza. Tra i greci manoscritti trovati nell'Ercolano, se ne sono distinti quattro che contengono le produzioni di questo Poeta-filosofo. Tratta il primo della filosofia d'Epicuro; il 2º è un'opera di morale; il 3º un libro di rettorica, e 'l 4º è un Poema, ovvero una Satira sul torto che la musica ha fatto a' costumi. Mr. de Lalande ne' suoi viaggi lo chiama falsamente un poema sulla musica. Burney lo smentisce, e crede di non esser una satira contro quest'arte; eglino non l'avevan letto nè l'uno, nè l'altro. Quest'opera è stata finalmente pubblicata in Napoli nel 1793, sotto questo titolo: Herculanensium voluminum, quæ supersunt, tomus primus, in fol., e questo per disavventura è il solo volume che sia comparso sinora delle opere scoperte nelle rovine d'Ercolano. Nel Poema di Filodemo si trova una confutazione del sistema di Aristosseno.
Filolao, condiscepolo di Platone nella scuola di Archita, benchè di lui più anziano e maggiore di età, lasciata appena la sua classe, pubblicò un'opera di musica (la seconda vedutasi presso i Greci), che lo rese celebre nella sua nazione. Egli fu il primo calcolatore de' semituoni maggiori e minori, non essendosi fin allora i musici serviti d'altri che d'una specie o d'una sola misura proporzionale per farli. Filolao vedendo il plauso, con cui era stata ricevuta la serie armonica del suo maestro, si risolse a sistemarla. Ma succedette a Filolao quello, che frequentemente accade a certi autori, i quali secondano le novità, e sono applauditi nel momento, in cui pubblicano le loro opere, e poi sono posti in dimenticanza. Il dotto Requeno provò nello stromento la serie di Filolao, e l'ha ridotta ad espressione numerica secondo le notizie lasciateci da Boezio, come può vedersi nel tomo 1 de' Saggi p. 190, e nel 2 alla p. 226 e segu. Questo musico-filosofo fiorì quattro secoli prima dell'era cristiana.
Filone ebreo, nato in Alessandria verso l'anno 30 innanzi l'era volgare, di nobile e ricchissima famiglia, diessi di buon'ora allo studio di tutte le scienze quivi moltissimo coltivate, e come dice egli stesso (L. de Congres. quær. erudit. grat.) anche della musica. In più luoghi in fatti de' suoi libri egli ne tratta, ma alla maniera de' Platonici Alessandrini, di cui ne seguiva la scuola, cioè per via d'emblemi, di allegorie e di numeri. Io ho estratti dalle sue opere della superba edizione inglese di Mangey tutti i passaggi sulla musica, de' quali potrebbe formarsi un curioso trattato sullo stato di questa scienza e di quest'arte di quei tempi in Alessandria.
Filosseno, nella presa della sua patria da' Lacedemoni cadde in ischiavitù, ma il suo merito come poeta e musico, e 'l suo naturale allegro e pieno di facezie, secondo Pausania (Lib. 6.), gli seppe guadagnar destramente l'animo di alcune persone principali, che gli procurarono la libertà e lo fecero passare a Siracusa, ove pel suo spirito e per l'abilità mostrata ne' suoi canti giunse all'onore di esser confidente del re e suo commensale. Un dì, essendo a tavola col re e con altri signori del primo rango, osservò, che al monarca erasi presentata una grossa trotta, e ch'egli, come gli altri convitati, erano serviti di una più piccola. Filosseno chinando il capo verso il piatto, incominciò a parlare fra' denti alla testa del piccolo pesce, e lo avvicinava di tratto in tratto all'orecchio come per sentirne la risposta. A tali stravaganti atteggiamenti il re gliene richiese la ragione; Sire, rispose egli, siccome sto lavorando un canto sopra le Nereidi, chiedeva a questo piccol pesce qualche nuova di queste signore: — Vi ha dato egli qualche notizia? — Questa mia trotta mi ha detto, ch'è troppo giovane, e consulti perciò quella del re, che essendo stata più anni in mare saprà darmi di lor maggior contezza. Risero tutti e 'l re gliela cedette in premio di aver divertito così la brigata. Ma Dionisio il giovane che piccavasi di poesia, lo fe' rinchiudere in una spelonca, per non aver Filosseno voluto approvare una di lui tragedia: a dispetto della sua disgrazia non tralasciò egli di esercitarsi nella Poesia e nella Musica. Compose allora una commedia il Ciclope amante di Galatea e la mise in note, nella quale intese così di schernire il tiranno (Ælian. Val. L. 12.). Antifane lo chiama peritissimo nella musica (ap. Athen. l. 14); ma Plutarco lo biasima come ardito in quest'arte e bramoso di novità (De Music. Dial.). Non bisogna confondere questo Filosseno con altro dello stesso nome più antico musico e scolare di Melanippe, come ha fatto il P. Martini (Stor. t. 3. p. 397). M. Fayolle, come della più parte de' Greci Musici, così di costui, seguendo il suo uso, non fa menzione.