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Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 3 / Di tutte le nazioni sì antiche che moderne cover

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 3 / Di tutte le nazioni sì antiche che moderne

Chapter 7: P
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About This Book

Il volume presenta voci biografiche e critiche, disposte alfabeticamente, su autori, teorici, esecutori e costruttori legati alla musica, offrendo notizie bibliografiche, valutazioni delle opere e cenni tecnici. Alternano profili di vita e carriera a commenti sulla teoria musicale, l'acustica, la pratica strumentale e i metodi d'insegnamento, con talvolta giudizi critici e riferimenti a pubblicazioni principali. Alcune pagine includono correzioni e note editoriali; la prosa varia tra descrizione fattuale e osservazione valutativa.

Mozart (Leopoldo), padre del precedente, fece i suoi studj a Salisburgo, e nel 1743 fu ammesso nel corpo de' musici della cappella dell'arcivescovo, come musico della corte. Egli era buon compositore, e suonator di violino: nel 1762, ebbe il posto di sotto-direttore della cappella di quel principe. I doveri del suo impiego alla cappella ed alla corte non assorbivano tutto il suo tempo: e buon teorico ne impiegò il resto a dar lezioni di composizione musicale, e di violino. Nel 1756 pubblicò ad Ausburgo un'opera col titolo: Versuch eines ec. ossia Saggio di una scuola fondamentale di violino, di cui ne fu fatta una traduzione in francese da Valentino Rouser nel 1770. Secondo la testimonianza de' più gran maestri, questo metodo ha servito a formare tutti gli eccellenti violinisti della Germania nella seconda metà del sec. 18, il che è un sufficiente elogio di quest'opera. Egli scrisse ancora dodici oratorj, ed altri pezzi per teatro, oltre la musica per chiesa e alcune sonate per cembalo impresse nel 1759. Il giovinetto Mozart figlio di Giov. Crisostomo, e nipote di costui fa onore all'illustre nome di questa famiglia in Vienna colle sue composizioni, e nel 1806 egli, e la vedova madre, come narra il Carpani, “solennizzarono il giorno natalizio di Haydn con un concerto che diedero al teatro della Wieden, e Mozart il giovane vi produsse una sua cantata in lode del sommo maestro che aveva indicate le vie del bello instrumentale al non men celebre suo genitore, e il pubblico accolse come doveva questo omaggio reso a un grande uomo dal figlio d'un suo grand'emulo, seguace e rivale.” (Letter. 14)

Muris (Giov. de), canonico della chiesa di Parigi e dottor della Sorbona fioriva sul principio del decimoquarto secolo. Egli applicossi alla musica, su la quale scrisse alcuni trattati assai buoni per quell'epoca che trovansi inserti nella pregevole Collezione dell'Ab. Gerbert nel vol. terzo. Nella Summa Musicæ, tratta egli della musica, de' suoi inventori, delle sue diverse specie, delle proporzioni e degli intervalli. Nella Musica speculativa, insegna l'arte di ben situare le voci, ed i mezzi per accordarle insieme: parla quindi del monocordo, della sua divisione, degli istromenti, della musica pratica, delle note, e delle loro figure. Il di lui trattato de Musicâ theoricâ porta la data dell'anno 1323. Il p. Jumilhac nel suo libro intitolato: l'Art du plainchant, in 4.º a Paris 1673, dà un estratto della dottrina di questo autore. M. Rousseau ne ha parlato nel suo Dizionario con molta inesattezza, ed in maniera a far credere ch'ei non l'abbia mai letto. Il principe ab. Gerbert ha rilevati molti abbagli de' Scrittori intorno a Giov. de Muris, fra gli altri quello di averlo spacciato inventore del canto misurato, quantunque sia a costui anteriore di tre secoli.


N

Nani (Emmanuele), nato in Malta circa 1770, da Angelo Nani veneziano, celebre violinista e discepolo del famoso Nazari: suo padre fecelo applicare agli studj delle lettere, destinar volendolo al foro, in cui si era fatto buon nome in Venezia il suo avolo Girolamo Nani: ma sin da' primi anni dimostrò egli gran trasporto per la musica e pel violino, onde si mosse il di lui padre a dargli, benchè di raro, qualche lezione, ma i progressi ch'egli vi fece, furono così rapidi, che in meno di due anni fu in istato di eseguire nel teatro di Malta una sinfonia concertata a due violini obbligati, facendo gli a solo egli e suo padre. Riscosse allora i più distinti applausi non che de' Cavalieri dell'ordine, ma da' più bravi professori, che in gran numero quivi risiedono. Portossi egli di poi in Italia, e benchè assai giovane, fu per alcun tempo primo violino e direttore dell'orchestra nel teatro di Camajore nello stato di Modena, dove trovavasi impresario dell'opera buffa un certo Azzarello palermitano, suonator di contrabbasso. In occasione della gran festa di Lucca in Settembre, Nani volle condurvisi; e dopo essersi esposto all'esame solito farsi per essere ammesso nella gran musica, vinse in quello il suo rivale, e sonò da primo violino del concertino. Quivi egli ebbe degli applausi, e venne chiamato per sonare a solo nel palazzo del Doge insieme col cel. Rolla e con Rovalli e Gros virtuosi in quell'epoca del duca di Parma. Egli sorpassò la comune espettazione nell'esecuzione di un suo concerto, ed i fogli di quel tempo dandone avviso celebrarono la chiarezza del suo suono, la rotondità e dolcezza insieme della corda, ed una singolare giustezza nell'esecuzione. Tornato in Malta acquistossi la celebrità di un deciso ed esatto improvvisatore sul suo instrumento: e di un suonatore di brio e di gusto: egli volle apprendere eziandio il contrappunto sotto il bravo maestro Vincenzo Anfossi, e pubblicò varie sue composizioni di musica sì vocale, che instrumentale. Passò quindi come virtuoso di camera al servigio di S. A. il principe de Rohan, e viaggiò seco sino in Costantinopoli ed in Francia, d'onde scoppiata essendo la fatale rivoluzione del 1789, partì per l'Italia, ed indi per Sicilia. Egli si trova attualmente stabilito in Catania, come primo violino di quel teatro e della cattedrale, ove gode di un'ottima riputazione presso il pubblico.

Nanini (Giov. Maria), da Vallerano, condiscepolo ed amico del Palestrina, studiò il contrappunto sotto Rinaldo del Mell. Circa 1577, era cantante nella cappella del Papa, dove conservansi le sue eccellenti composizioni. Fu quindi il successore di Palestrina, come maestro di cappella di S. Maria Maggiore. Antimo Liberati fa anche menzione di Bernardino Nanini minore fratello di Giovanni, e dice che le di lui composizioni brillavano per il genio e l'originalità. Il P. Martini rapporta nel t. 1 della sua storia un Trattato di contrappunto con la regola per far contrappunto a mente, che ha ambidue per autori.

Nardini (Pietro), nato in Livorno nel 1725, fu il più rinomato e 'l più diletto scolare di Tartini, presso il quale soggiornò lungamente in Padova. Di lui e di Pagin, dice il Conte di S. Raffaele, “con paterna tenerezza faceva menzione il Tartini, dai quali nel pregio della esecuzione ei confessavasi vinto; e confessavalo con quella patriarcal lealtà ch'è un troppo raro fenomeno a dì nostri.” (Dell'Arte del suono). Nardini, dopo di essere stato alla corte del duca di Vittemberga come suo virtuoso, venne nel 1767 a Livorno, ove compose quasi tutte le sue opere: portossi quindi in Padova nel 1769, per rivedere il suo maestro Tartini, e ne prese una particolar cura nella sua ultima malattia, mostrandogli la tenerezza di un figlio. L'anno d'appresso entrò egli al servigio del gran duca di Toscana, come primo suo violinista in Firenze, dove nel passaggio dell'imperatore Giuseppe II ebbe l'onore di eseguire in sua presenza molti concerti: questo principe in attestato della sua soddisfazione gli fè dono di una scatola d'oro riccamente smaltata. Nardini brillava principalmente nell'esecuzione degli adagio: alcuni, che l'hanno conosciuto, assicurano che allorquando si sentiva senza vederlo, tale era la magia del suo arco, che pareva sentire una voce piuttosto anzichè un istromento. Lo stile delle sue sonate è sostenuto, chiare ne sono le idee, ben condotti i motivi, ed espressivi e naturali i sentimenti, ma analoghi al carattere serioso dell'autore. Evita il difficile, e tutto sta il suo fare nell'arte e nel maneggio dell'arco, ch'egli possedeva nell'ultima perfezione. Ecco perchè le sue sonate non fanno più lo stesso effetto, se eseguite non vengono secondo la sua scuola. Veggasi il Saggio sul gusto della musica, del Sig. Rangoni, Livorno 1790, in 12º. Nardini morì in Firenze nel 1796.

Naselli (don Diego), della famiglia de' principi di Aragona, nobile palermitano, allievo di Perez per la musica, alla di cui protezione ben può dirsi che dovette questo maestro la sua fortuna. Il Cavalier Naselli studiò così profondamente la musica, che compose più opere per i teatri d'Italia, che ebbero allora grande incontro. Non volendo però comparirne autore, facevale correre nel pubblico sotto il nome di Egidio Lasnel, anagramma del suo vero nome. L'Attilio Regolo rappresentossi con sua musica in Palermo nel 1748, e il Demetrio in Napoli nel 1749.

Nasolini, compositore italiano nato circa 1767, ha scritto la musica di più drammi in diverse città dell'Italia con buon successo. L'Andromaca fu da lui composta in Londra nel 1790. Invitato a scrivere per il carnovale del 1798 in Venezia, in vece di occuparsi della composizione della sua opera, si diè ai divertimenti ed a' stravizzi con tale eccesso, che ne divenne la vittima, e morì pria che avesse potuto terminare la sua musica. Nel magazino di Ricordi si trova di lui la Merope, dramma serio, e li Opposti caratteri burlesco.

Naumann (Amedeo) nacque a Blasewitz nel 1745. Mostrato avendo dalla prima età delle disposizioni straordinarie e de' gran talenti per la musica, cominciò a studiarla dapprima in Dresda, e nell'età di 13 anni venne a tale oggetto in Italia senz'altro ajuto che i suoi talenti e la sua fortuna. Giunto in Padova, il cel. Tartini graziosamente lo accolse, e gli diè delle lezioni. Dopo otto anni di soggiorno in Italia, la brama di rivedere la patria, i parenti, gli amici, e di consacrare al servigio del suo principe i talenti che aveva acquistati, lo determinò a mandare a suo padre una delle sue composizioni, pregandolo di farla giungere alla corte. Per soddisfare alla sua dimanda, sua madre portossi a Dresda ed ebbe la buona fortuna di consegnarla alle mani dell'elettrice vedova M. Antonietta. Questa principessa assai dotta nella musica, avendo scorso quella composizione alla presenza della madre di Naumann, le diè congedo con dirle che dubitava molto che fosse quella una vera composizione del giovinetto, ma che ne prenderebbe informazione. Assicuratasi quindi della verità mercè le testimonianze unanimi de' migliori professori di musica dell'Italia, ai quali aveva fatto scrivere, e che convenivan tutti nel fare l'elogio di quel giovane virtuoso, essa gli inviò la sua nomina alla cappella di Dresda, alla quale unì insieme la somma necessaria pel suo ritorno. Naumann affrettossi allora di ritornare alla patria nel 1766. Questo viaggio non fu frattanto che una visita passeggiera, stanteche i suoi impegni in Italia ve lo richiamarono alcun tempo appresso, e dopo un secondo soggiorno di due anni in questa patria delle arti, tornò a Dresda e vi ottenne il posto di maestro di cappella in attività di servigio. Pur nondimeno nel 1768 egli venne in Sicilia, e scrisse in Palermo l'Achille in Sciro, che piacque moltissimo. In questa Capitale era seco il cel. Schuster allora assai giovane, e mi ricordo, benchè fossi io allora molto ragazzo, che Naumann invitò un giorno mio Padre a sentire in sua casa alcuni suoi concerti, ed una sinfonia di Schuster; io vi fui condotto ed ho presente tuttora la fisonomia di ambidue questi grand'uomini. Nel 1774, Naumann fece un terzo viaggio in Italia, e scrisse pel teatro di S. Marco in Venezia le Nozze disturbate, dramma comico; l'Isola disabitata, e l'Ipermestra di Metastasio; il Solimano di Migliavacca, per il teatro di S. Benedetto. Scrisse ancora a Copenaghen nel 1785 l'Orfeo in lingua danese, che ebbe quivi tale successo, che la corte gli offrì il posto di maestro della cappella reale, con le più vantaggiose condizioni, ma il suo amore per la patria gli fece ricusar queste offerte, e l'elettor di Sassonia ne lo ricompensò nominandolo capo, e direttor generale della cappella di Dresda, con l'onorario di tre mila scudi. Alcuni anni prima della sua morte egli si era consecrato quasi esclusivamente alla musica di chiesa. Egli ha posto in musica quasi tutti gli Oratorj di Metastasio, un Te Deum, 18 messe, vespri, litanie, mottetti ec. per la corte di Dresda. Nel 1801 passeggiando nella villa elettorale finì subitamente di vivere colpito di apoplesia. Il celebre Wieland ha dato nel nuovo Mercurio allemanno del 1813, un interessante ragguaglio della vita di Naumann; e nello stesso anno Meisner pubblicò alcune memorie per servire alla di lui biografia, in un vol. in 8vo. Tutta la di lui musica si distingue per una melodia dolce e naturale conforme alla buona scuola italiana, e la sua armonia per quella chiarezza e semplicità d'instromentale, che di rado si trova presso i compositori tedeschi.

Nauze (Louis de la), dell'Accademia delle Iscrizioni e Belle-Lettere di Parigi, nel di cui tomo X vi ha di lui Dissertation sur les chansons de l'ancienne Grèce en deux Mémoires 1733, n. 18 e 9. Egli tratta questa materia con molta esattezza ed eleganza.

Neefe (Cristiano) nacque a Chemnitz nella Sassonia nel 1748; studiò il dritto e nello stesso tempo la musica in Lipsia, sotto il maestro di cappella Hiller. Animato dalla costui approvazione intorno ad alcune sue composizioni consacrossi interamente alla musica, e pose in note più drammi comici per il teatro di Lipsia con tal successo, che ottenne il posto di direttor della musica. Fu quindi maestro di cappella della corte dell'elettore di Colonia a Bonn, e nel 1783 il suo onorario montava alla somma di 2400 franchi. Nel Museo allemanno del 1776 vi ha una sua Dissertazione su le ripetizioni in musica; e nel Magazino di Cramer an. 1783, un'altra Dissertazione sullo stato della musica a Bonn. (V. Gerber).

Neidhart (Giov. Giorgio), maestro di cappella del re di Prussia a Konisberga, morto nel 1740, è autore di un'opera tedesca che ha per titolo: Divisione perfetta e mattematica del canone diatonico-cromatico, e temperato del monocordo, 1732, con un rame di figure. In essa mostra l'A. di qual maniera si possono trovare tutti i temperamenti, ed esprimerli per via di linee e di cifre. Se n'è fatta una seconda edizione in Lipsia nel 1734.

Neukomm (Sigismondo), nato a Salisburgo nel 1778, cominciò ad apprender la musica all'età di sei anni, ma non lasciò di fare gli altri studj nell'università di Salisburgo, e suo padre professore in quella di calligrafia mostrò somma diligenza per la sua educazione scientifica e musicale. Sua madre essendo in parentela con la moglie del maestro di quella corte Michele Haydn, costui con quella bontà, che ne distingueva il carattere, prestò l'opera sua nell'insegnargli la composizione, e lo impiegò nelle sue funzioni come primo organista della corte. Nel 1798. Neukomm portossi in Vienna, ove Giuseppe Haydn, sulla raccomandazione di Michele suo fratello, lo accettò come allievo. Profittò egli per il corso di sette anni di tale inapprezzabile fortuna, procurando sempre di meritare in qualche maniera le buone grazie di sì gran maestro, che dal canto suo lo trattò come un suo figlio. Nel 1804 si rese egli a Pietroburgo, dove appena giunto fu nominato maestro di cappella e direttore dell'opera, ma i rigori di quel clima nocendo alla sua salute gli fu d'uopo rinunziare quel posto, e andarsene via. Nel 1807 fu eletto membro dell'accademia reale di musica a Stockolm, e l'anno di appresso, della società filarmonica di Pietroburgo. Tornato in Vienna ebbe la sorte di abbracciare il suo caro maestro quattro mesi prima che fosse morto. Da lì passò egli in Francia nel 1810. Neukomm si è provato in tutti i generi, come far dovrebbe ogni giovane artista per indovinar quello a cui è destinato dalla natura; egli ha creduto aver delle disposizioni per il grave. Disperando di fare una sinfonia, che star potesse a fronte di quelle di Haydn, e di Mozart, rinunziò del tutto a tal genere di musica, e compose dei capricci a piena orchestra. Egli ha scritto eziandio molta musica vocale sì latina, che tedesca, francese, italiana, e russa; e molte opere per il forte-piano, e diversi instromenti da fiato.

Neusz (Arrigo), dopo aver fatti de' profondi studj in più scienze, non cominciò a studiar la musica che dopo il cinquantesimo anno di sua età. Egli prese delle lezioni di contrappunto, e di composizione da Bokemeyer, e vi fece tali progressi, che compose della musica per chiesa a 4 voci, con successo eseguita nella chiesa di Wernigerode, dove era egli primo pastore, ed eforo della scuola di quel paese. Pubblicò in oltre una dissertazione Dell'uso, e dell'abuso della musica, che si trova in fronte dell'opera di Werkmeister della nobile dignità della musica, 1691. Lasciò ancora manoscritto un Trattato sulla Musica in 4º: cap. 1. Dell'eccellenza della musica; 2. del suo uso ed utilità; 3. del suo abuso; e 4. sulla maniera di organizzare una musica.

Nichelmann (Cristoforo), dopo avere appreso i principj della musica nel suo nativo paese, fu dal padre suo, che rimarcato aveva i suoi talenti per quest'arte, mandato a studiarla nella scuola di S. Tommaso in Lipsia sotto la direzione del gran Seb. Bach nel 1730, ed il primo figlio di costui insegnogli principalmente il cembalo, e lo guidò ne' suoi primi saggi di composizione. Prese quindi in Hamburgo delle lezioni da tre celebri maestri, Keiser, Telemann e Mattheson: nel 1740, stabilitosi in Berlino fecesi istruire da Graun nella composizione, ed avendovi fatto de' gran progressi, entrò nella corte del re di Prussia come suo cembalista e musico di camera. Nel 1749, in occasione della disputa sulla musica francese ed italiana, egli scrisse la sua opera pubblicata quindi a Danzica nel 1755 con questo titolo: La mélodie d'après sa nature et ses qualités avec 22 planches. Un anonimo confutolla con veemenza in uno scritto intitolato: Idées d'un amateur de musique, in 4º, al quale rispose Nichelmann con un libro pieno d'ironia sotto il titolo di Excellence des idées de M... analisée par un amateur de musique. Egli morì nel 1761. Marpurg nelle sue Memorie storiche e critiche rapporta il catalogo delle di lui composizioni.

Nicolai (Ernesto Ant.), dottore in medicina a Halle pubblicò nel 1745, Verbindung etc., ossia Dissertazione sull'unione della musica con la medicina, ove ragiona degli effetti di quella sul corpo dell'uomo. (V. Lichtent. p. 82)

Nicolai (Federico), dotto librajo di Berlino, quivi nato nel 1733. Nella Relazione de' suoi viaggi le osservazioni, ch'egli fa sulla musica, provano l'estensione delle sue cognizioni in questa facoltà. Le memorie ch'egli rapporta sulla musica di Vienna, e con ispezialità intorno al celebre Gluck, meritano di esser lette. Trovansi egualmente delle notizie molto interessanti su i musici di Berlino nelle sue Descrizioni di Berlino, e di Potsdam.

Nicolini (Giuseppe), bravo compositore di musica per teatro attualmente vivente in Napoli. Le sue opere sono molto graziose ed assai stimate, I Manlj; Abeniamet e Zoraide; il Trajano in Dacia; il Coriolano, drammi serj. Il Trionfo del bel sesso, e le due gemelle burleschi, si trovano nel magazino di musica del Ricordi in Milano.

Nicomaco, greco filosofo, viveva probabilmente verso la metà del secondo secolo dell'era cristiana. Scrisse un piano di musica pregato da una dama, ch'egli chiama la più onesta donna dell'universo, e che volle da lui essere instruita nella scienza armonica. Chiama egli il suo libro Manuale armonico: il secondo annesso a questo dal Meibomio non segli può giudiziosamente attribuire, essendo in esso citato Nicomaco medesimo. “Nel primo si vede, dice il Requeno, che Nicomaco scriveva da erudito, non mai da pratico nell'armonia, nè da esatto specolativo nella pratica.” Le prove di questa proposizione possono leggersi con profitto nel t. 1 de' di lui Saggi, p. 304. “Benchè Nicomaco (soggiugne il Requeno), sia di poco calibro ne' precetti, copiando egli dagli antichi, ci lasciò però alcune scelte memorie dell'arte... Non so come dica Meibomio nella prefazione a Nicomaco, che questo sia l'unico pittagorico scrittore armonico, che ci rimane, essendo tutti quelli della sua collezione tutti seguaci del sistema musico di Pitagora, fuori di Bacchio, o affatto, o in parte. Ciò non può essere venuto in mente a Meibomio, se non per non aver esso intesi gli stessi autori, che ci commenta.” p. 307-309. I Grandi Comentarj, che Nicomaco cita di avere scritto sulla musica, non ci sono rimasti: alcuni frammenti se ne trovano solo presso Porfirio e Jamblico. Secondo quest'ultimo egli dee esser posto nel numero de' più grand'uomini dell'antichità: egli lo chiama un uomo straordinario, che pochi autori hanno uguagliato nelle scienze mattematiche: vanta la sua profondità, e 'l genio inventore, l'ordine, e 'l nesso delle sue idee, la precisione, la chiarezza, e l'eleganza del suo stile. Ma allorchè si leggono i frammenti che ce ne restano, si è sorpreso che i nuovi Platonici abbiano potuto credere tutte codeste cose; se non che la conformità delle opinioni possa solo far credere ad un insensato che un insensato, che gli rassomiglia, è un grand'uomo (V. Meiniers t. 1, p. 212). Che altro infatti reca Nicomaco della musica, che vani confronti delle voci, e degli astri, ed inutili calcoli delle ragioni de' suoni?

Niemetschek, professore nell'università di Praga nel 1804, pubblicò in tedesco Lo Spirito di Mozart, in 8º, dove alla biografia di questo gran maestro fa egli succedere delle interessanti osservazioni sul genio particolare delle di lui famose composizioni, e sulla profonda di lui cognizione dell'effetto, e dell'impiego degli instromenti da fiato. A questo esame unisce egli un'analisi ragionata di tutte le sue opere, che fassi leggere con piacere e con profitto.

Niemeyer (Augusto-Ermanno), professore di teologia a Halle, quivi nato nel 1752, è autore di un'opera pubblicata a Lipsia col titolo di Pensieri sulla Religione, la Poesia, e la Musica, 1807, e di alcuni drammi sacri posti in musica da Rolle.

Nigetti (Francesco), dotto musico italiano circa 1600 fu l'inventore del Cembalo onnicordo, detto il Proteo. Per questa invenzione gode egli d'una gran celebrità nella storia della musica in Italia, che di mano in mano andavasi allora perfezionando (v. Maffei Veron. illustr.).

Nivers (Gabriele). Maestro della R. cappella di Luigi XIV, nato a Parigi, si distinse principalmente per le sue opere teoriche. Vi ha di lui: I. Traité de la composition de la musique, Paris 1668, e Amsterdam 1697, in 8º. II. La gamme du Si, che servì molto in quell'epoca a facilitare il solfeggio. III. Dissertation sur le chant grégorien, Paris 1683, in 8º, che vien ricercata tuttora per le dotte ricerche che vi si trovano. IV. Traité de la musique des enfans. Egli morì assai vecchio nel 1670.

Nopitsch (Guglielmo), attualmente direttore di Musica a Nordlingue, nacque nel 1758. Egli è un eccellente sonatore di forte-piano, e di più altri instromenti, e studiò la composizione sotto Riepel e Beck. Nel 1784, pubblicò a Norimberga un Saggio di un libro elementare dell'arte del canto, ad uso delle scuole normali, con 6 tavole di esempj, in 4º. Egli ha scritto ancora molte sonate per il piano, e nel 1787 un oratorio a piena orchestra molto stimato.

North (lord Franc. Guilford), barone di Kertling, fornito delle cognizioni proprie di un uomo di gran nascita, morì a Wroxton nel 1685. Tra le sue opere scritte in lingua inglese vi ha Saggio filosofico sulla musica, 1677. Egli coltivolla ancora come arte, ed ha lasciate molte composizioni di musica.

Nougaret (Pietro) pubblicò in Parigi nel 1769, de l'Art du théâtre, 2 vol. in 8º. Egli vi tratta dottamente della musica drammatica.

Noverre (Giov. Giorgio), cavaliere dell'ordine di Cristo, nato in Parigi coltivò con trasporto le arti, e con ispezialità la danza e la musica, sulle quali ha lasciato de' capi d'opera. Noi non farem quì menzione che delle sue lettere Sur les arts imitateurs, Paris 1807, in 2 vol. in 8º, che assicurano la sua riputazione letteraria, e le sue profonde cognizioni sulla musica e la danza. Egli è morto a S. Germano nel 1810, di ottantatre anni.

Nuwairi (Ahmed), dotto Arabo in Egitto, e giudice del Cairo, morì nel 1352. Egli è autore di un'opera scritta in arabo col titolo di Nekajot ec., cioè Lo scopo del bisogno, ovvero Ricerche ne' diversi generi delle scienze. Non è ella in sostanza che un'Enciclopedia o un trattato universale disposto per ordine di materie, che si conserva ancora nella biblioteca di Leide. Nel terzo capitolo della seconda parte di quest'opera molto pregevole per la letteratura araba, egli tratta del canto e degli instromenti a corda; di ciò che ne han pensato i loro principi e generali che hanno coltivato la musica; della storia de' musici; di quel che saper dee un musico, e di quello che hanno detto i loro poeti intorno alla musica ed agli instromenti.


O

Odington (Walter), benedettino d'Evesham in Inghilterra circa 1240. La sua opera de Speculatione Musicæ non contiene che un commentario della dottrina di Francone, con alcune spiegazioni per rapporto alla misura. Egli era un buon filosofo e matematico de' suoi tempi.

Odoardi (Gius.) d'Ascoli, cel. costruttore di violini morto in età di soli 28 anni. Galeazzi ne' suoi Elementi di musica (Roma 1791) nel primo tomo pag. 81 rapporta ch'egli ne aveva fatti duecento, molti de' quali non sono in nulla inferiori ai migliori di Cremona.

Oeder (Luigi), consigliere di finanze del duca di Brunswick, morto in questa città nel 1776, è autore di un trattato d'acustica col titolo: De vibratione chordarum, Brunswick 1746 in 4º.

Oelrichs (Conrado), dottore in dritto, e celebre in Germania per la quantità delle sue opere di letteratura, e di diplomazia. Nella sua gioventù si era egli proposto di scrivere una Storia generale della musica, e fornito si era di una numerosa collezione di opere sulla musica, nella quale molte rare dissertazioni trovavansi sopra diversi rami della medesima, di cui può vedersi il catalogo nel 3º vol. delle Lettere critiche; ma non recò a fine quest'idea, nè altro vi ha di lui su questo soggetto che Notizia istorica delle dignità accademiche nella musica, e delle accademie e società musicali, Berlino 1752 in 8vo.

Oettinger (Federico), abate di Murrhard, tra le sue opere si distingue per rapporto alla musica Eulerische ec. ossia Filosofia di Eulero e di Frick sulla musica, Neuwied 1761.

Oginski (Hettman), conte cavaliere di più ordini nella Lituania, da semplice amatore ha portato ad un grado eminente il suono del clarinetto, e nelle assemblee musicali di Pietroburgo nel 1764 eseguì dei concerti e degli a solo i più difficili in mezzo agli applausi universali. Egli era in oltre molto abile sull'arpa, sul violino e 'l piano-forte. Una rimarchevole particolarità della vita di quest'illustre dilettante si è l'avere concepita l'idea dell'oratorio della Creazione, ch'egli comunicò al famoso Haydn. Egli è autore dell'artic. Harpe nella prima Enciclopedia: morì a Pietroburgo circa 1789. Il conte Michele Oginski della stessa famiglia è tuttora un amatore distinto e passionato per la musica, e suona a maraviglia di violino e di forte-piano. Alcune sue composizioni sono state impresse a Pietroburgo negli anni 1807 e 1809. Dodici sue bellissime polacche, e molti romanzi musicali in Parigi 1811.

Oleno, nativo della Licia, celebre suonatore e cantatore fu il primo, secondo Pausania (in Phocid.), che diede oracoli a Delfo in vece delle poetesse. Erodoto afferma, che tutti gli anni si suonavano e si cantavano a Delo gl'inni di Oleno. Questo entusiasta, prima di ritirarsi a dare degli oracoli, era solito a fare ogni anno un viaggio al tempio di Apollo in compagnia di due pulite zitelle, le quali pregavano Lucina, acciocchè ritrovasse loro presto un buon marito, essendo questo il fine del loro viaggio. Oleno lavorò così belle composizioni, e con sì graziosa musica le stese, che cantate dalle due zitelle la prima volta nel tempio, gli scaltri sacerdoti pensarono approfittarne; e a questo effetto fondarono a Lucina un'annua festa detta dell'accelerazione, in cui si cantassero gl'inni di Oleno. Fiorì costui cinque secoli innanzi l'era comune (Requeno t. 1).

Olimpo, scolare di Marzia antichissimo musico della Grecia, di cui parla Omero, (V. l'art. di Marsia), lavorò molte cantilene, chiamate da' greci nomi, in onore degli Dei, che secondo Platone struggevano i cuori. Il celebre inno armazio, d'uso fino all'età di Plutarco, è da questo enciclopedista attribuito ad Olimpo. Aristosseno attribuì al medesimo l'invenzione del genere enarmonico, dicendo che quanto si era prima di Olimpo composto e cantato era stato lavorato nel genere diatonico. M. Burette seguendo Plutarco e Suida ha moltiplicato gli Olimpi fino a tre, ma come giudiziosamente riflette l'ab. Requeno, un Olimpo, ch'ebbe il merito di molti, diede origine a tanti celebrati racconti, e che, parendo incredibili tante invenzioni in un solo uomo, le attribuirono i Greci posteriori a tre diversi.

Onslow (Giorgio), nato a Clermont di parenti Inglesi, unì sempre a' studj più necessarj quello della musica con tale trasporto, che le si è abbandonato quasi del tutto. Egli ebbe successivamente lezioni da Dussek ed Hülmandel di forte piano, ch'è l'istromento più da lui coltivato: e studiò in Londra sotto Cramer la composizione musicale. Egli ha composto delle sonate per il piano, tre quintetti, e tre trio per il forte-piano, violino e violoncello impressi in Parigi da M. Pleyel, ne' quali Onslow ha saputo unire la scienza all'espressione ed al gusto.

Orgitano, figlio di un maestro di cappella napoletano, allievo del cel. Ferdinando Per, morì sul fior dell'età in Parigi nel 1812. Assai giovane egli era stato in Palermo, e qualche sua composizione, che vi fece sentire, dava molto a sperare che sarebbe egli divenuto eccellente. In Parigi nel 1811 scrisse alcuni pezzi nel Pirro, che piacquero moltissimo, e nel magazino di Ricordi vi ha di lui Amore intraprendente, farsa.

Orlandi, compositore vivente, allievo di Per; nel 1806 fu eseguita in Parigi con successo la sua musica del Podestà di Chioggia, e nel magazzino di musica del Ricordi si trovano di lui i seguenti drammi burleschi: le Nozze chimeriche; la Dama soldato; i Raggiri amorosi; l'Amor stravagante; la Pupilla scozzese; i Furbi alle nozze; il Sarto declamatore; e le farse l'Amico dell'uomo; il Baloardo; il Matrimonio per svenimento.

Ottani (Bernardo), nato a Torino nel 1748, studiò il contrappunto sotto il P. Martini, nel tempo del pubblico esercizio de' compositori di Bologna l'anno 1770, fecevi eseguire un Laudate pueri, che a parere del d.^{r} Burney ivi presente era pieno d'idee vivaci. Ottani fu ammesso tra' membri della società filarmonica di Bologna: e tornato in Torino divenne maestro di cappella della cattedrale. Vi ha di lui molte composizioni per teatro e per chiesa: la sua musica del dramma burlesco il Maestro di Cappella si eseguiva su i teatri di Germania verso il 1790. Ottani è nel tempo istesso un abile pittore.

Otto (Stefano), di Frieberg, è autore di più opere teoriche sulla musica, di cui non ne rammenteremo che quella riferita da Mattheson, col titolo di Principj della musica poetica, in 4 parti; la prima tratta della natura dell'armonia; la seconda della cognizione de' suoni; la terza delle divisioni, delle distinzioni, delle conclusioni, delle fughe ec.; e la quarta de' modi, e della loro trasposizione. Mattheson dice che quest'opera è stata scritta con molta profondità riguardo al tempo, in cui comparve al pubblico. L'autore fioriva nel secolo 17.

Ouvrard (Renato), maestro in Parigi della S. Cappella, e quindi canonico di S. Graziano di Tours, valentuomo nelle belle lettere, nella filosofia, nelle mattematiche, nella teologia e nella musica, morì a Chinon sua patria nel 1694. Le sue opere sulla musica sono: Secret pour composer en musique par un art nouveau, Paris 1660. Egli avrebbe fatto meglio, dice Laborde, di non svelare questo secret; Historia musices apud Hebræos, Græcos, Romanos. Quest'opera mediocre è rimasta manoscritta, come si vede dal catalogo dei MSS. della cattedrale di Tours, stampato nel 1706.

Overbeck (Giov. Daniele), rettore del ginnasio di Lubecca nel sec. 18. Tra il gran numero de' suoi scritti non citeremo, che i seguenti i quali hanno rapporto alla musica: Risposta al cantante Ruez sulle espressioni di M. Batten intorno alla musica, 1754. Vita di Gasp. Rung direttore di musica, Lubecca 1765, in fol. (V. Marpurg, Lett. crit, t. 1).


P

Pacchiarotti (Gaspare), soprano rinomatissimo nato in un villaggio presso Roma nel 1750; cominciò la sua carriera musicale nel 1770. I suoi talenti, la cultura del suo spirito, la sua bella figura lo fecero brillare successivamente su' teatri di Palermo, di Napoli, di Lucca, di Torino e di Londra. “Pacchiarotti, dice M. Bridon, vale moltissimo nel patetico, che troppo oggidì vien negletto sulla più parte de' teatri, più che altri dà egli dell'espressione alle arie, e fa maggiore impressione su i spettatori, perchè sente profondamente quel che dice: eccita le grida della sorpresa, e strappa le lacrime. Egli è cosa da rimarcarsi, come l'espressione non lo allontani mai dalla misura: ha ancora il merito di accentuar bene i recitativi.” Dopo essersi molto arricchito, nel 1801 è tornato in Italia, e risiede abitualmente in Padova.

Pachymeres (Giorgio), nato nel 1242 a Nicea, ove suo padre di una delle prime famiglie di Costantinopoli erasi rifugito, allorchè questa città fu presa da' Latini. Dopo la costoro espulsione tornò colà non avendo allora che 19 anni. Per più anni coltivato egli aveva tutte le scienze, ed entrato nello stato ecclesiastico pervenne tosto alle più eminenti cariche. Morì circa 1310. Oltre la sua storia ed altre opere interessanti, abbiamo di lui De armonicâ et musicâ. De quatuor scientiis mathematicis, arithmeticâ, musicâ, geometriâ et astronomiâ (v. Fabric. B. Gr. t. 6).

Paer, o Per (Ferdinando) nacque in Parma nel 1774; dopo aver fatti i suoi studj nel seminario di questa città, mostrando de' gran talenti e sommo trasporto per la musica, andò a studiarla in Napoli sotto Ghiretti, napoletano e compagno del cel. Sala, nel conservatorio della Pietà. Egli cominciò assai giovane a scrivere per i teatri d'Italia, in Venezia, a Padova, in Milano, a Firenze; a Napoli, a Roma, a Bologna ec. Il duca di Parma, suo patrino diegli una pensione, e gli permise di andare in Vienna, per comporvi delle opere. Alla morte di Naumann nel 1801, fu chiamato a Dresda come maestro della corte. La morte del duca di Parma lo mise in libertà di accettare quel posto che l'Elettore gli offrì per tutta la sua vita. Dopo la battaglia di Jena, Napoleone volle Paer presso di se, e la di lui moglie eccellente cantatrice: egli si è stabilito in Parigi in qualità di Direttore della musica e di compositor della corte. Paer oltrepassa appena i 40 anni di sua età; è membro dell'Accademia delle Belle-Arti di Napoli, e di quelle di Bologna e di Venezia, ed ha già compito oltre a 38 opere, senza numerarvi le cantate, le arie, le sinfonie, sonate ec. In Vienna egli scrisse Bacco ed Arianna; la Conversazione armonica; il trionfo della Chiesa; il S. Sepolcro; cantate per uso della difonta Imperatrice M. Teresa, figlia del nostro Sovrano Ferdinando III, con la quale egli aveva l'onore di cantarle, e quindi fu maestro per il canto della di lei figlia M. Aloisa, principessa nata per tutte le arti, e principalmente per la musica. Le sue opere per teatro sono note abbastanza per il pieno successo, che da per tutto han meritato, e specialmente nella Germania dopo i capi d'opera del Mozart. Noi ci dispensiamo di recarne il catalogo, non essendovi teatro in Europa dove non si siano eseguite. La facilità, che egli ha nello scrivere, mostra il genio, di cui a piene mani lo ha arricchito la natura. “Paer, dice il Carpani, celiando fra gli amici, parlando di mille cose, sgridando i domestici, disputando colla signora e co' figli, ed accarezzando il cane, scrisse la Camilla, il Sargino e l'Achille” (Lett. 13). Il suo primo figlio, che non ha al presente più di 13 anni, è già abilissimo sul forte-piano: a nove anni eseguiva le più difficili sonate di Dussek, e mostra di calcar le tracce di suo padre, ch'è insieme sonator valentissimo, e compositore di prima sfera.

Paesiello (cav. Giovanni), nacque a Taranto nel 1741, e studiò per cinque anni la musica in Napoli sotto il cel. Durante nel conservatorio di S. Onofrio. Nel 1763 scrisse la sua prima opera per il teatro di Bologna, e quindi molte altre e serie e buffe per quelli di Venezia, di Roma, di Napoli, di Milano, e finalmente nel 1766, partì per la Russia al servigio di Caterina II, con quattro mila rubbli di appuntamento, ed altri nove cento come maestro della gran duchessa, l'attuale imperatrice. Oltre a più composizioni per teatro, fece egli imprimere a Pietroburgo le sue Regole per l'accompagnamento sul forte-piano, per servigio di quella principessa. Di ritorno in Napoli, il Sovrano Ferdinando III lo nominò suo maestro di cappella, con 1200 ducati d'annuo stipendio. Dopo la rivoluzione in Napoli del 1799, venne egli in Palermo, e dopo alcun tempo col permesso della corte si portò in Parigi, dove era stato chiamato con le più magnifiche offerte, e dove fu direttore della cappella, ch'egli provide de' più celebri artisti, e per la quale scrisse sedeci gran messe, mottetti, ec. Dopo due anni e mezzo di soggiorno in Francia, gli fu d'uopo tornare in Napoli, non confacendosi il clima di Parigi alla sua salute; e tosto fu nominato membro di quell'Accademia delle Belle-Arti, presidente della direzione musicale del R. Conservatorio, con 1800 ducati d'onorario, e maestro della cattedrale di Napoli. Egli è anche membro di più dotte società, come dell'Accademia italiana residente in Livorno, di quella di Lucca, della società detta des Enfans d'Apollon di Parigi, e nel 1809 è stato adottato onorario dell'Istituto Nazionale di Francia. Le sue composizioni sono innumerabili sì per teatro, che per chiesa. “Il genere del suo talento, le qualità che caratterizzano la sua musica, sono una gran fertilità d'invenzione straordinaria, ed una facilità felicissima nel trovare de' motivi pieni di naturalezza insieme e di originalità, un talento unico a svilupparli per via della melodia medesima, e ad abbellirli di dettagli sempre interessanti; una condotta piena sempre di estro e di saviezza: un gusto, una grazia ed una freschezza di melodia, per le quali ha sorpassato di molto gl'altri compositori, ed ha servito di modello a tutti coloro, che han dopo di lui faticato. Il suo stile, semplicissimo e senza alcuna affettazione di scienza, è sempre corretto insieme ed elegante: i suoi accompagnamenti nitidi sempre e chiari sono ad un tempo stesso brillanti e pieni d'effetto. In riguardo all'espressione, comechè la soavità sembri essere il tratto principale e dominante del suo carattere, sa egli tuttavia variare perfettamente i suoi tuoni, abbracciare tutti i generi, e passare dal burlesco, dal semplice, dal ridicolo al grandioso, al serio, ed anche al terribile, senza perder mai nulla non pertanto della grazia e dell'eleganza, da cui par che non si sappia dipartire. Tali sono le qualità, che hanno riunito tutti i suffragi a suo pro, sì quelli del pubblico e degli amatori, come quelli de' dotti e degli artisti: e che gli hanno assicurato gli omaggi del suo secolo, e quelli della posterità” (Choron, elog. de Paesiello). Il cel. Paesiello, dice Carpani, quando aveva disposta la tessitura di una composizione, soleva dire come Cornelio stesso, che avesse lo scheletro d'una tragedia: L'opera è fatta: non mi resta che a scriverla. Egli inculcava a' suoi scolari che tutto sta nella condotta, e che nelle sue composizioni nulla gli costava più di essa. L'artificio di scegliere da principio un passo gradevole, ed adottarlo come caratteristico di tutta la composizione, è divenuto a lui tanto proprio, che quasi forma la base del suo stile. “Questa ripetizione dello stesso passo serve a dare un'unità, una tinta, un'armonia tale all'opera, sia sacra, sia profana, che l'orecchio e il buon senso ne restano ugualmente appagati.” (Lett. 9). Ho voluto a bello studio riferire questa dotta riflessione del Carpani, perchè molti ho inteso io lagnarsi scioccamente di tali ripetizioni del Paesiello, come di un difetto. Graziosa è in oltre la maniera usata da questo grand'uomo nello scrivere secondo lo stesso Carpani. “Il Paesiello, egli dice, non saprebbe staccarsi dal suo letto componendo, e nacquergli fra le lenzuola la Nina, il barbier di Siviglia, la Molinara, e tant'altri capi d'opera di quel genio inimitabile” (Lett. 13).

Palestrina (Gian Pierluigi), il più rinomato maestro della scuola Romana, nacque nel 1529 nella piccola città di Palestrina, che è l'antica Preneste. Dopo di avere studiata la musica, sarebbe egli rimasto nell'oscurità e nell'indigenza, se il suo genio non fosse concorso a metterlo nel primo rango dei compositori. Ecco quale ne fu l'occasione. Era allora la musica un vero arzigogolo, privo di significato intelligibile, un dottissimo romore che nulla diceva all'anima, e nulla poteva dirle: un armonioso problema acustico inestricabile per l'orecchio. Tutto era fuga, canoni, intrecci; nè vi era musica che nelle chiese. I compositori trascuravano assolutamente l'espressione, e non si occupavano che in quelle sole ricerche d'onde altro non risultavane che fracasso e buffonerie molto indecenti. Questi abusi eccitato avevano da gran tempo le lagnanze delle persone di pietà, e più volte si erano proposte di bandire interamente la musica dalle chiese, e ridurla al canto fermo. Finalmente, Papa Marcello II circa 1555 venne al punto di fulminare il decreto dell'abolizione, quando il Palestrina, cantore allora della cappella pontificia, il quale aveva certo fatta riflessione su i vizj della musica di quel tempo, e concepito aveva l'idea di un genere più convenevole alla maestà del luogo, chiese il permesso al Papa di fargli sentire una Messa da lui composta. Avendoglielo questi concesso, la di lui messa sembrò così bella e così nobile, che il Papa rinunziò al suo progetto, confermò la cappella pontificia purchè si cantasse su quel gusto del Palestrina. A questo genio immortale, dice il Carpani, devesi l'odierna melodia, fu egli che scosse il giogo della barbara scuola de' maestri fiamminghi, che solo signoreggiava in tutta l'Europa. “Profondo com'era nella sua scienza, semplificò, purgò, ingentilì l'armonia, ed introdusse nel contrappunto una cantilena, grave sì, ma sensibile, continuata e naturale. Il suo esempio fu seguito da altri, ed avvenne allora la felice rivoluzione della musica di chiesa, che in parte dura tuttora. Il vero bello non invecchia mai. Ho sentito io stesso in S. Pietro di Roma della musica sacra del Palestrina, che incanta e par fatta jeri.” (Letter. 9). Palestrina nel 1562 divenne maestro di cappella di S. M. Maggiore, e dopo la morte dell'Animuccia nel 1571, della chiesa di S. Pietro, che egli arricchì di un gran numero de' suoi capi d'opera. “La semplicità e naturalezza della modulazione colla giusta e varia distanza delle voci per rendere chiara e varia l'armonia sono le proprietà singolari, che faranno eterne le opere del Palestrina.” (Eximen. l. 3. c. 8). Morì egli a dì 2 febbrajo del 1594 e gli si fece l'onore d'esser sepolto nella chiesa medesima di S. Pietro con l'epitafio Musicæ Princeps. I più gran maestri han fatto somma stima delle di lui opere, Burney, Reichardt, Marpurg, Choron, Eximeno hanno di recente fatto imprimere alcune delle sue composizioni, e viene eziandio assicurato che un eccellente contrappuntista di Roma si occupa al presente di raccorre e pubblicare tutte le opere del Palestrina.

Palione (Giuseppe), nato in Roma nel 1781, applicossi alla musica sin dal 1792. Fontemaggi in Roma, e Finaroli a Napoli furono i suoi maestri di canto, di forte-piano e di composizione. Egli scrisse La Finta amante in Napoli; le Due rivali; la Vedova astuta; e la Villanella rapita per il teatro del principe Aldobrandini in Roma, che incontrarono moltissimo. Attualmente egli trovasi in Parigi, dove sin dal 1810 ha composto molta musica sì vocale, che stromentale.

Palma, compositore napoletano, di cui Martinelli racconta il seguente aneddoto. Un usurajo, al quale doveva egli una ragguardevole somma, essendo venuto per farlo arrestare, Palma gli si mise a cantare dinanzi accompagnandosi al cembalo. Il suo canto produsse tal effetto sul cuore del creditore, che in vece di riscuotere il pagamento della somma, consentì a prestargliene un'altra. Ciò che reca maggior maraviglia, come osserva il Martinelli, si è che Palma fè quel prodigio tuttocchè fosse infreddato: che non avrebbe egli fatto se avesse avuta la voce libera? il che prova abbastanza il potere della musica. Costui fioriva nella medietà dello scorso secolo. Vi ha vivente tuttora un altro cel. compositore, Silvestro Palma, che verso il 1802 scrisse la musica del dramma burlesco La Pietra Simpatica, nel quale si distingue una graziosa polacca Sento che son vicino: vi ha ancora di lui una farsa: la Sposa contrastata.

Paolucci (P. Giuseppe), scolare del Martini in Bologna, era come costui minor conventuale; fu dapprima maestro di cappella in Venezia e poi del suo convento in Assisi, dove morì nel 1775. Egli è autore dell'Arte pratica di contrappunto, 2 vol. in fol. Venezia 1765; che si ha in conto d'una eccellente opera: rapporta degli esempj cavati da' migliori maestri d'armonia, e vi unisce de' dotti comentarj. Eximeno, Sacchi, e Martini lo citano con elogio.

Parenti (Francesco), nato in Napoli nel 1764, studiò il contrappunto nel conservatorio della Pietà sotto Sala, l'ideale con Giac. Tritta, e l'accompagnamento col maestro Tarantina. Egli ha scritto in Italia della musica sopra drammi serj e burleschi, che ha avuto del successo, principalmente in Roma dove si giudica a tutto rigore dei Compositori: Antigono; il Re pastore; la Nitteti, e l'Artaserse; la Vendemia; il matrimonio per fanatismo; i Viaggiatori felici. Nel 1790 egli portossi in Parigi, e dopo avere scritto per il teatro dell'Opera Comica, nel 1802 ne divenne il maestro di cappella e direttor della musica. Egli dà quivi lezioni di canto secondo il metodo di la Barbiera, detto il Siciliano e maestro della Pietà.

Parran (Antonio), gesuita, diè al pubblico Traité de musique, contenant les préceptes de la composition, Paris in 4º, 1746. Quest'opera, male ideata e peggio compilata, non ebbe che un'efimera riputazione.

Pasquali (Niccolò) nel 1762 pubblicò in Amsterdam una mediocre istruzione sull'accompagnamento, col titolo: La Basse-continue rendue aisée. Lustig dopo dieci anni ne diè una seconda edizione con aggiungervi molti esempj, in francese ed in olandese. Comparve anche in Londra col titolo: The thorough Bass made easy, by Pasquali, in fog. 1780.

Passeri (Giov. Battista) nacque in Farnese nel 1694, fu discepolo del cel. Gravina in Roma; ed intimo amico del Metastasio, del Rolli, e d'altri de' primi ingegni, che fiorivano in que' tempi in Roma. Egli è celebre per le sue opere, noi non faremo menzione che di quella ch'egli pubblicò in Roma nel 1770, De Musicâ veterum Etruscorum. Tra gli altri suoi manoscritti lasciò un Lexicon musicum: fu anche l'editore delle opere di musica del cel. Giambattista Doni, stampate in Firenze nel 1763; absoluta studio et operâ Io. Bapt. Passerii. Morì in Pesaro nel 1780.

Pau (Monsign. Felice). Vescovo di Tropea nella Calabria, di cui abbiamo alcune eruditissime lettere sull'antica musica dirette al Sig. Saverio Mattei, nelle quali impugna la costui opinione sulla superiorità degli antichi in quest'arte su i moderni. Anche il celebre Metastasio, tuttochè amicissimo del Mattei, mostrò in alcune sue lettere le difficoltà che aveva di abbracciare il suo sentimento. Questo carteggio, nel quale da tre singolari ingegni viene discussa tal questione, si trova nel tom. 8 delle opere del Metastasio dell'edizione di Napoli 1782. Nelle lettere di Mons. Pau e nelle risposte del Mattei oltre alla pulitezza con cui vien agitato quel punto, si trova immensa erudizione e dottrina. “Sommamente mi son dilettato, scrive il Metastasio al Mattei, attentamente considerando il musico-filosofico carteggio, che si è compiaciuta comunicarmi. Ho ammirate ed invidiate le forze di due valorosissimi atleti, che non meno nell'assalire, che nello schermirsi mostrano il lor magistero nell'arte. Mi hanno obbligato ad ondeggiar lungo tempo fra le opposte loro sentenze: ciascuna di esse mi avrebbe rapito sola ma avendomi assalito unite, l'una mi ha difeso dalla violenza dell'altra: onde senza aver cambiato di sito, mi trovo tuttavia fra le stesse antiche dubbiezze, ec.” Era necessaria la sveltezza d'ingegno e la somma erudizione del savio Mattei per sciogliere le difficoltà proposteli da due sì potenti contradittori, dice a questo proposito l'Eximeno, presso il quale può vedersi dottissimamente trattata la medesima questione. (V. P. II. L. 1, p. 353.)

Pavesi, maestro di cappella vivente in Milano ha scritto molte opere, che hanno avuto gran successo in diversi teatri d'Italia. Nel magazino del Ricordi vi ha di lui I Cheruschi; Elisabetta d'Inghilterra, drammi serii. La festa delle rose; L'Incognito; Ser Marcantonio, buffi. L'Avvertimento ai gelosi; L'Amante anonimo; L'accortezza materna; La forza de' Simpatici, farse.

Pellegrini (Anna Maria Celoni). Romana, donna assai culta ha fatti de' profondi studj sulla musica: nel 1810 pubblicò ella in Roma Grammatica, o siano Regole di ben cantare, dedicata a S. A. S. il principe Federico di Saxe-Gotha, alla quale gli Editori hanno fatto precedere il di lei ritratto inciso in rame dove viene rappresentata in atto di cantare accompagnandosi al clavicembalo con l'epigrafe tratta da Virgilio, Cantu vocat in certamina Divos. Quest'opera porta seco l'approvazione di tre bravi maestri, del Guglielmi allora maestro della cappella Giulia in S. Pietro, del Caruso maestro della cappella di Perugia, e del Nicolini, dandole tutti e tre l'elogio di avere trovate regole perfette in tutte le sue parti, ed atte a formare un bravo cantante. La prefazione, che essa ha posto in fronte del libro è assai ben pensata e scritta, eccone un saggio. “Innumerabili sono i cantanti, essa vi dice, ma i Timotei sono rarissimi. Da due ragioni credo io, che dipenda la scarsezza de' buoni cantanti: la prima dall'essere eglino la maggior parte sforniti di quelle generali nozioni, le quali fanno discernere ciò, che si canta: e l'altra dalla non sana maniera, che tiensi da molti, i quali impunemente si arrogano il dritto d'insegnare l'arte divina del canto, alla quale una volta si dedicavano solo i filosofi ed i Poeti di non volgar nome dotati. Potrebbesi all'anzidette ragioni aggiungere ancora la terza, ed è la sensibilità di cuore, la quale non è certamente uno de' più frequenti doni, che fa la natura ad un essere. Ciò posto sarà di mestieri, che in uno, che canta riuniscansi le tre qualità succennate cioè buon senso, buona maniera, e cuore sensibile, ec.”

Penna (Lorenzo) da Bologna, carmelitano della congregazione di Mantova, si applicò con successo allo studio della musica, e divenne membro della società filarmonica di Bologna. Nel 1674, pubblicò quivi Gli primi albori musicali, in 4.º di cui vi ha la quinta edizione del 1696. L'opera è divisa in tre libri, contiene il primo 21 capitoli, ne' quali tratta del canto figurato. Il secondo di 24 abbraccia la dottrina della composizione. Il terzo in 17 capit. tratta del basso-continuo. Nel 1689, pubblicò ancora in Modena il suo Direttorio del canto, in 4.º (V. Notizie sugli Scrittori di Bologna, tom. 6).

Perez (David), figlio d'uno spagnuolo stabilito in Napoli, nacque colà nel 1711, e studiò la musica nel Conservatorio di Loreto sotto i maestri Gallo e Mancini. Terminati i suoi studj musicali con molto successo, il suo protettore Naselli, nobile palermitano ed intendentissimo anch'egli di musica (V. suo art.), lo condusse seco in Palermo, ove fu tosto eletto maestro della real cappella palatina, ch'egli arricchì di sue egregie composizioni. Tra queste distinguonsi particolarmente i Responsorj della settimana santa alla palestrina, dove si ammira la singolare espressione delle parole, e la vera musica di chiesa. Scrisse eziandio per il teatro di Palermo dal 1741 sino al 1748. Tornò in Napoli, ove la sua Clemenza di Tito ebbe il più gran successo nel teatro di S. Carlo; la riputazione ch'egli si stabilì, lo fece chiamare in Roma e in diversi teatri d'Italia. Nel 1752 fu invitato dalla corte di Lisbona al servigio del re Giuseppe. Il Demofoonte fu la prima opera, che egli vi compose: il celebre Gizziello era il primo uomo, e il gran Raff il tenore, la di lui musica ebbe gli applausi universali. Scrisse ancora molta musica di chiesa per quella cappella reale, che è rimasta celebratissima e con ispezialità i suoi Responsorj de' morti pei funerali di quel monarca, che incisi superbamente in rame furono pubblicati in Londra con in fronte la di lui effigie, dei quali egli stesso ne mandò in dono una copia a mio padre.

Pergolesi (Giambattista), detto così, perchè era di Pergoli nella Marca, ove nacque nel 1707, il suo vero nome di famiglia era Jesi. In età di 14 anni venne in Napoli, e studiò la musica nel Conservatorio di Sant'Onofrio. Gaetano Greco, che ne era allora il maestro, trovato avendo in lui delle grandi disposizioni presene una particolar cura, e fecegli fare particolarmente un profondo studio del contrappunto, e della composizione. Secondo il gusto di que' tempi imparato egli aveva dal maestro a non discostarsi in nulla dalla severità delle regole, ma questo genio nudrito dalle Grazie e dalle Muse ebbe il raro talento di trovarne a tempo le eccezioni. “Niuno meglio di lui ha saputo ottenere i fini, che dee proporsi un compositore: niuno ha fatto miglior uso del contrappunto, ove l'uopo lo richiedeva. Simile al Raffaello egli non ebbe altra guida, che la natura, nè altro scopo, che di rappresentarla al vivo, l'arte che tutto fa, nulla si scopre. Simile a Virgilio, ei maneggiò con felicità incomparabile i diversi stili, de' quali si fa uso nella musica, mostrandosi grave, maestoso, e subblime nello Stabat mater; vivo, impetuoso, e tragico nell'Olimpiade, e nell'Orfeo; grazioso, vario, e piccante nella Serva Padrona.” (Arteaga tom. 2). Si può dire che Pergolesi niente abbia lasciato che migliorare a' successori, e che da quell'epoca in poi abbia piuttosto la musica perduto, che acquistato vigore. Egli in breve tempo dal mediocre stato, in cui trovò la musica teatrale, la ridusse al sommo, al perfetto. Si riformò il gusto universale a quell'incanto, si cominciò a distinguere l'accento, il metro, la continuazione delle melodie, e il popolo corse presso ad un giovine, lasciando i vecchi più accreditati, da' quali perchè turpe putant parere minoribus, gli fu mossa un'orribile persecuzione, la quale giunse a tanto, che si è creduto, esser egli morto di veleno preparatogli da' suoi malevoli (Mattei, elog. di Jomm.). Quel ch'è certo si è, ch'egli morì di consunzione piuttosto dopo quattro anni d'uno sputo di sangue, per cui era andato a Pozzuoli, in età di 33 anni. Tuttavia è ancor certo, dice Arteaga, che Pergolesi fu il bersaglio della invidia, e che sembra essersi avverata nella sua persona quella severa e incomprensibil sentenza, che la natura in creando gli uomini singolari ha, come dice un poeta francese, pronunciato contro di loro: Sois grand'homme, et sois malhereux. Il suo Stabat mater, ammirato in tutta l'Europa come un capo d'opera di espressione e di sentimento, non invecchia mai, e finchè vi sarà musica sarà sempre immortale. Tutte le sue composizioni sono tuttora i modelli del buongusto, e della buona scuola, esse dovrebbero essere tra le mani di tutti i giovani studiosi, se aspirar vogliono al sublime ed al grande.

Peri (Jacopo) da Firenze, uno di quei letterati musici su i principj del sec. 17.º, che radunandosi presso il conte Giovanni de' Bardi molto contribuirono con le loro ricerche, co' loro lumi, e con le loro composizioni eziandio, al miglioramento dell'arte (Veggansi gli articoli Bardi, Caccini, Corsi ec.) dopo che il Caccini ed il Peri posto avevano in note la Dafne del Rinuccini con incredibil successo, fu dal Peri medesimo con più accuratezza modulata l'Euridice, altra tragedia per musica di quel poeta, rappresentata in Firenze nel 1600 nell'occasione delle nozze di Maria de' Medici col re di Francia Arrigo IV. Questa può dirsi l'epoca nella quale ebbe origine in Europa la musica drammatica: trovansi nel dramma del Peri il recitativo, le arie, i cori, come si usano al presente, e benchè non fosse possibile in sul principio di trovar nella sua musica la perfezione dell'arte, vi regna tuttavia una certa semplicità preferibile a molti riguardi alla sfoggiata pompa della nostra. Nella prefazione a questa musica dell'Euridice, che fu impressa nello stesso anno, possono leggersi con profitto i principj filosofici che stabilisce il Peri ragionando sulla sua arte (V. Arteaga t. 1).

Perolle (M.), professore di medicina della università di Monpelieri, e membro dell'Accademia delle scienze di Torino, è autore di più dissertazioni sull'Acustica, nelle quali ha fatto parte al pubblico di molti importantissimi sperimenti sulla propagazione del suono. La prima è del 1783, col titolo di Dissertation anatomico-acoustique, Paris in 8.º; l'altre possono leggersi nel Journal de Physique, e sono — Sur les vibrations totales des corps sonores, 1789, t. 37; Sur les experiences acoustiques de Chladni et de Jacquin, 1799, t. 48; Recherches physiques sur le son, contenant des experiences rélatives à la propagation du son dans diverses substances tant solides que fluides; et un essai d'experiences qui tendent a déterminer la cause de la résonnance des corps, 1799 t. 49. Chladni assicura che gli esperimenti di M. Perolle intorno a questa materia sono i migliori (de l'Acoustica p. 321).

Perotti (G. A.) di Vercelli, accademico filarmonico di Bologna, e primo maestro di cappella di S. Marco di Venezia, è autore di una Dissertazione sul progresso e la decadenza della musica italiana, Venezia 1813. La società Italiana di Scienze, Arti, e Belle-lettere avendo proposto un premio per la miglior memoria su quell'argomento, questo premio venne aggiudicato al Sig. Perotti.

Perrault (Claudio), dell'Accademia delle Scienze, e cel. architetto ne' suoi Comentarj a Vitruvio da lui tradotto in francese ragiona a lungo sulla musica degli antichi, ed in oltre alla fine del secondo volume de' suoi Saggi di fisica vi ha di lui Dissertation sur la Musique des Ançiens, Paris 1680, nella quale sostiene che i Greci non ebbero cognizione della musica a più parti.

Perti (Giac. Antonio) da Bologna, fu uno de' più gran professori dell'antica scuola di quella città, ed uno degli autori classici per la musica di chiesa, le sue opere ne son modelli. Una maschia e ben fondata armonia, un'intelligenza ammirevole nelle disposizioni delle parti di un'arte, tanto più grande, quanto è più nascosta, ecco i tratti che dipingono quest'illustre maestro. Dopo di essere stato al servigio dei gran duchi di Toscana, passò a quello dell'imperatore, dove è restato quasi tutto il tempo di sua vita. Leopoldo e Carlo, che avevano molta stima per lui, e che intendentissimi eran di Musica, lo colmarono di onori e di considerevoli beni. Se questo compositore non si fosse reso molto celebre per le sue belle produzioni, lo sarebbe divenuto solo per essere stato il maestro del dotto P. Martini, il di cui merito, le conoscenze, la dottrina, le opere, e la riputazione formano l'elogio del Maestro. Perti morì in Venezia nel 1723.

Petri (Giovan Samuele), precettore di musica alla scuola normale di Halle, e professore nel ginnasio di Baudissin, racconta egli stesso come cominciò i suoi studj dal frequentare le pubbliche lezioni di canto, il che far dovrebbero, egli dice, tutti i giovani che ne hanno il comodo. Bach ne' suoi trattenimenti spiegogli quello, che sino allora aveva trovato d'oscurità nelle partiture di Telemann, di Graun, e del Sassone, o quello ch'era sfuggito alle sue osservazioni. Petri pubblicò quindi in tedesco la sua Introduzione alla musica pratica, Lauban 1767, ed essendosene spacciate prestamente tutte le copie, ne diede una seconda edizione più accresciuta e corretta nel 1782, in tre vol. in 4º. In quest'opera, che servir può di modello dello stile didattico, tratta della musica in generale, del basso continuo, e di tutti gl'instromenti in uso oggidì. A questo precede un'istoria breve sì, ma precisa e chiara della musica, dalla sua origine sino al sec. 18º.

Pfeffinger (Giacomo), mostrato avendo sin dall'infanzia gran disposizione per la musica, i suoi primi passi in quest'arte furono diretti in Strasburgo sua patria da Fil. Schmidt, letterato, musico, e filosofo. Con la guida di un sì abile maestro, fece de' rapidi progressi sul forte-piano, e nella conoscenza dell'armonia. Alla morte di Schænfeld nel 1790, il senato di Strasburgo lo nominò maestro di cappella della città e direttore della musica del Tempio-Nuovo. Fu a quest'epoca ch'egli cominciò a far della musica uno studio più particolare ed esatto; unissi allora col cel. M. Pleyel che era in quel tempo maestro di cappella della cattedrale, e confessa egli stesso dovere in gran parte il suo talento per la composizione a quell'insigne artista, che gli facilitò lo studio di questa bell'arte di appresso i principj di Fux. Intraprese nel 1791 insieme con Pleyel un viaggio in Londra, ove restò sei mesi, e quivi ebbe occasione di unirsi in amicizia coll'immortale Haydn, e di formare il suo gusto con lo studio e la perfetta esecuzione degli oratorj di Hendel, che a giudizio de' veri intendenti sorpassano ogn'altra composizione in questo genere in subblimità e bellezza musicale. Pfeffinger ha pubblicato circa a 18 opere, sì per il forte-piano che per il canto. Le di lui composizioni sono generalmente d'uno stile severo, ed annunziano della profondità di cognizioni nell'armonia. Il suo gusto è deciso esclusivamente per gli antichi.

Pfeiffer (Federico), bibliotecario dell'università di Erlang, e professore di lingue orientali, pubblicò quivi una dissertazione nel 1779 Sulla musica degli Ebrei, in 4.º, la più compita e la più perfetta opera che vi sia intorno a questa materia.

Piantanida (l'Abate), scolare di Fioroni milanese ha composto molta musica di chiesa, come mottetti, messe e vespri; il suo Miserere, il Credo sono in ispezialità molto pregiati. Quest'abate risiede attualmente in Milano.

Piccini (Nicolò), nato a Bari nel 1728, studiò la musica in Napoli sotto il famoso Leo da prima, e quindi sotto il cel. Durante, che lo distinse sempre con una particolare affezione in mezzo al gran numero de' suoi allievi, e palesogli tutti gli arcani dell'arte. Gli altri sono miei scolari diceva egli alle volte, ma questi è mio figlio. Dopo dodici anni di studio sortì Piccini finalmente dal Conservatorio nel 1754, sapendo tutto quello ch'è possibile di sapere in musica, e pieno di un fuoco, e d'un caldo d'immaginazione, che erano impazienti di fare la loro esplosione. Il principe di Ventimiglia palermitano fu il primo a produrlo in Napoli, lo propose al direttore del teatro de' Fiorentini, ove lungamente regnato aveva il Logroscino, e gli fece comporre l'opera Le donne dispettose. I partigiani dell'antico maestro formarono contro il nuovo una così possente cabala, che senza la fermezza e la generosità di quel principe, l'opera non si sarebbe rappresentata. Egli pagò anticipatamente al direttore una somma di 2000 ducati, per ristoro del danno che avrebbe ricevuto, se l'opera non sarebbe incontrata, ma fu essa molto bene accolta dal pubblico, e Piccini datosi animo di quel primo successo, compose negli anni seguenti le Gelosie, e il Curioso del proprio danno, che furono non meno della prima applaudite, e quest'ultima fu rimessa in iscena con nuovi applausi per quattro anni di seguito, il che non si era mai fatto in Italia. Il suo genio acquistava sempre delle nuove forze; e levossi ben tosto al genere serio nella Zenobia, ch'egli compose nel 1756, per il gran teatro di S. Carlo. Essa ebbe un incredibile incontro, che si è sostenuto tutte le volte che è stata replicata. L'Alessandro nell'Indie, e la sua famosa Cecchina, ch'egli scrisse in Roma, eccitò un'ammirazione che giunse sino al fanatismo. Non v'ha esempio d'un successo più di questo brillante, più meritato, più universalmente sostenuto. In tutti i teatri d'Italia venne eseguita la Cecchina, e produsse da per tutto lo stesso entusiasmo. In Roma contro all'usato, era questa da più mesi ancora in teatro, e Roma era per così dire tutta in romore per il suo successa, allorchè vi si trovò Jommelli che tornava da Stuttgard per venire in Napoli. Al suo arrivo, non sentì parlare che della Cecchina, e del suo autore: egli nulla ancora aveva inteso di lui, e quando era partito per la Germania, Piccini era ancora nel Conservatorio. Infastidito di tutto quel fracasso, sarà, disse egli in tuono di disprezzo, qualche ragazzo, e qualche ragazzata: andò la sera al teatro, ascoltò dal principio sino alla fine con somma attenzione, senza profferir parola, nè fare un sol cenno. All'uscita, una calca di giovani e di dilettanti il fermarono chiedendo il suo parere su quella musica: postosi in serietà, ascoltate, disse loro, la sentenza di Jommelli: questo è inventore. Egli compose nello spazio di venticinque anni 133 opere, di cui la più parte sono de' capi d'opera: vi si ammira un vigore, una varietà, una nuova grazia, e soprattutto uno stile brillante, animato, e l'unione sì rara di tutte le qualità, che dar possono la natura e l'arte al più sublime grado: egli ebbe il raro vantaggio di produrre molto, e di produrre sempre delle cose eccellenti. Piccini ammirato sì dagli esteri, che da' suoi compatriotti, era gagliardamente desiderato in tutte le Capitali d'Europa. Parigi ebbe la fortuna di possederlo per mezzo del marchese Caracciolo, quivi ambasciadore di Napoli, che molto amava Piccini, assicurandogli nell'invitarlo una sorte vantaggiosa per la sua numerosa famiglia. Le prime opere ch'egli scrisse in Francia, gli mossero dei nemici molto accaniti, e gli valsero degli elogj forse esaggerati: i francesi si divisero tra Gluck e Piccini, convenendo frattanto che e l'uno e l'altro aveva disteso i confini dell'arte, ed accresciuto i loro piaceri. Si sa con quale animosità sostennero i due partiti l'opinion loro. Alla testa de' partigiani del compositore tedesco distinguevasi l'ab. Arnaud, detto perciò il gran Pontefice de' Gluckisti: e Marmontel era il capo dei Piccinisti. Questa guerra fu tutta d'epigrammi e di motteggi: ma quel che fu più disgustoso per Piccini, si è che essa suscitogli degli intrighi imperdonabili: venne criticato della più odiosa maniera, e se gli fece finalmente aborrire il soggiorno di Parigi. Prese dunque il partito di tornare al suo paese, e partì per Napoli nel 1791. Il nostro Sovrano fecegli la più lusinghevole accoglienza, ordinogli tosto di scrivere pel teatro di S. Carlo, e gli accordò una pensione. Egli compose l'oratorio di Gionata per la quaresima del 1792, ed ebbe il più grande successo, ma avendo avuto l'imprudenza di palesare in Napoli i suoi principj sulla rivoluzione francese, rimase quivi perseguitato e in uno stato di abbandono, di oppressione e d'indigenza, ch'egli sopportò da uomo di coraggio e da filosofo. Allora fu ch'ei pose in musica un gran numero di salmi tradotti dal Mattei per alcuni monasteri, dove sono rimaste le partiture originali, l'autore non avendo l'agio di farseli copiare. Dopo che il re accordogli un passaporto, tornò finalmente in Parigi. Le inquietudini, i disagi provati nel lungo viaggio, alterarono la di lui salute. Dopo avere prodigiosamente faticato, la sua fortuna non era molto brillante; le sue pene morali accrebbero i suoi mali fisici; infermo e colpito di paralisia, non tardò a soccombere a' suoi dispiaceri. Egli morì a Passy nel 1800 di 72 anni. Piccini era dotato d'uno spirito vivace, esteso, e culto. La letteratura latina ed italiana eragli familiare allorchè venne in Francia, e pochi anni dopo non conosceva meno il fiore della letteratura francese. Parlava e scriveva con gran purità l'Italiano, i suoi principj della musica erano severi, avvengachè avesse egli contribuito più che verun altro compositore a dar loro dell'estensione e della flessibiltà. Qualunque ricchezza sapesse spargere al bisogno nella sua orchestra, disapprovava non pertanto il lusso d'armonia, di cui oggidì con troppa prodigalità si fa uso. Egli avrebbe voluto conservar sempre alla voce il suo primato, e che i disegni figurati degl'istromenti avessero sempre per iscopo di esprimer quello che le parole, o l'azione de' personaggi, o il luogo della scena stessa dinotano, e che la voce non può dipingere. Quegli accompagnamenti caricati senza necessità, senz'oggetto, come oggigiorno si usa, non gli sembravano che de' contrassensi ed abusi dell'arte. L'impiego simultaneo di varj stromenti, i continovi effetti d'orchestra, le masse indigeste d'armonia, ed una eterna affettazione di dissonanze, che sono oggi in gran moda, erano a suo parere una vera mostruosità. “Se a ciascuno degli istromenti, egli saviamente diceva, si riserbasse l'impiego, che la natura stessa gli assegna, si produrrebbero degli effetti variati, si giungerebbe a tutto dipingere, e a variare continuamente i suoi quadri; ma si getta tutto alla rinfusa, tutto ad una volta e sempre. Si stempera, s'indurisce così l'orecchio, nulla si dipinge al cuore, nulla allo spirito.” Chi bramerebbe più distinte notizie sulla vita, i sentimenti e le produzioni di questo illustre compositore, potrà consultar con profitto la biografia che pubbliconne nel 1801 il di lui amico M. Ginguené.

Piccini (Luigi), figlio ed allievo del precedente nato in Napoli, venne con lui in Parigi, e scrisse la musica di due drammi burleschi in francese che ebbe degli applausi. Nel 1791 tornò in Napoli con suo padre, e compose quivi Ero e Leandro, cantata per Mad. Billington; Gli accidenti inaspettati, e la Serva onorata, in Venezia nel 1793; l'Amante statua, in Firenze; la notte imbrogliata, in Genova; Il Matrimonio per raggiro. Dopo aver passato sei anni come maestro di cappella alla corte di Svezia, tornò in Parigi nel 1801, dove si è fatto onore con varie sue composizioni per teatro, che sono più conosciute in Francia che in Italia. Alessandro Piccini di lui figlio è nato in Parigi circa 1780; dall'età di 18 anni è professore di forte-piano. Studiò la composizione sotto il celebre M. Lesueur, ed ha scritto la musica di più drammi francesi: egli è ripetitore de' spettacoli della corte ed accompagnatore dell'Accademia di Musica.

Pichl (Vincislao), compositore e direttore della musica dell'Arciduca Ferdinando a Bruxelles, ed accademico-filarmonico, nel 1790 ha fatto imprimere in Amsterdam sino a 16 opere, contenenti concerti per violino, di cui è un ottimo professore, sinfonie, quartetti ec. Egli dimorò lungo tempo in Italia e dal 1780 sino al 1790 era in Milano; fu allora ch'egli propose al dotto P. Sacchi di risolvere la questione delle quinte successive, non trovandosi contento delle ragioni che da' maestri sono state prodotte. La lettera in risposta del Sacchi è diretta a M. Pichl, e stampata in Milano nel 1780.