GIOSUÈ CARDUCCI
I.
Miei ricordi.
Il poeta ha toccato da molti anni il vertice della fama; e vi siede tranquillo, con il consenso generale, senza contrasti.
Leone Tolstoi è glorificato insieme e scomunicato. Intorno al Carducci non risuonano ora che lodi; e s'inchinano a lui, da un pezzo, anche gli avversari di un tempo. Lo stesso Max Nordau, che ha messo tanto studio a trovare il bacillo della «degenerazione» negli scrittori contemporanei più in voga, si è come fermato dinanzi al Carducci: anzi ha espressa la sua meraviglia che un ingegno così libero e animoso sia insieme così equilibrato e così sano; e abbia potuto fiorire nel nostro tempo...
Che potrei io aggiungere adesso al gran coro plaudente? Vorrei invece riunire qualche sparso fiore di ricordi e posarlo sull'altare della memore Amicizia.
Ricordo, come se fosse adesso, la prima volta che sentii il suo nome. Andavo per via Cavaliera, a Bologna, verso l'Università insieme al mio povero amico Adolfo Borgognoni; e lo udivo ripetere ogni tanto, a voce spiccata, come un ritornello, questi due ottonari:
Sul Palagio de' Priori
Ne la libera città...
Gli chiesi di chi fossero e mi nominò Giosuè Carducci. Quello stesso giorno, cercai in biblioteca il periodico ove erano stampati (parmi che fosse la Rivista Contemporanea) e lessi tutta l'ode con cui il poeta aveva salutata l'alba del moto italiano a Firenze, nel 1859.
Non dico che proprio l'ode mi entusiasmasse; anche perchè, in quel tempo, nei bolognesi s'ondeggiava ancora, quanto a gusto di poesia, tra il Manzoni e Paolo Costa, e leggevamo troppi sonetti di monsignor Golfieri; ma quella vigoria nella strofa semplice e schietta e quel buon sapore di Trecento nella lingua, mi penetrarono; e quando rividi il Borgognoni, gli declamai a memoria quasi tutta l'ode. La grande canzone A Vittorio Emanuele ribadì poi nel mio animo quella prima impressione favorevole; e cominciai a volgere dentro di me la speranza che il rinnovato popolo italiano potesse trovare il suo poeta giovane in Giosuè Carducci.
***
Bei tempi e dolci a ricordare! Nella libreria Marsigli e Rocchi (antecessori Zanichelli) una sera conoscemmo Francesco Buonamici, nominato di fresco a una cattedra di diritto nella Università di Pisa. Passammo una piacevole serata col giovane professore pisano, parte seduti dal libraio e parte passeggiando sotto i portici. Con la sua bella parlata toscana, il Buonamici discorse prima con noi del Salvagnoli suo maestro, del quale era stato, credo, segretario durante il Governo provvisorio di Firenze; poi attaccò a parlare del suo amico e condiscepolo Carducci con sì caldo entusiasmo che un poco ci mise in diffidenza. Fummo però lieti di sapere che il poeta maremmano aveva già in Toscana, specie tra i giovani, una schiera di ammiratori. Per conto suo, il Buonamici mostrava di non dubitare che ormai quello doveva essere considerato come il primo poeta d'Italia; ed esortava noi a conoscerlo meglio dalle poesie stampate. Col tempo avremmo veduto meraviglie.
Ripeto che, con tutte le nostre buone disposizioni, la voglia di obbiettare non ci mancò. E il Prati? e l'Aleardi? A ogni modo, quella specie d'apostolato del Buonamici, di una eloquenza così sincera, non fu senza effetto in me e nell'amico Adolfo. E poichè s'era allora quasi indivisibili, ci demmo a cercare insieme e a leggere con passione tutti i versi e le prose del Carducci che potemmo avere sotto occhio. Quando poi, di lì a qualche mese, si seppe che il ministro Mamiani — ricusando il Prati — aveva nominato il Carducci alla cattedra di letteratura nella Università bolognese, la nostra curiosità e la aspettazione furono grandissime.
E si sa quale sia la sorte frequente delle aspettazioni grandissime; e toccò anche al Carducci. Nè con la prolusione al corso, nè con le sue prime lezioni sulla Divina Commedia, ottenne egli subito un successo clamoroso. Eravamo avvezzi al tono e alle forme delle «lezioni d'eloquenza». Non era allora il Carducci parlatore facile, e non voleva essere fiorito; ma a tutti impose presto il convincimento che la materia avesse in lui un maestro di forte ingegno e, per la età sua giovanissima, mirabilmente preparato; e che per lui, come per il Gandino e per il Teza, si venisse instaurando alla nostra Università un metodo d'insegnamento letterario e filologico assai diverso da quello di prima.
Del poeta allora non si parlava; e pareva che amasse di celarsi dietro l'insegnante.
***
Poco dopo io passai a studiare nella Università di Pisa.
Sapendomi arrivato da Bologna, molti mi chiedevano del Carducci. — Che fa? Come si trova a Bologna? Che incontro hanno fatto le sue lezioni? — Io che, prima di partire, avevo trovato modo di conoscerlo, cercai naturalmente de' suoi amici e, a breve andare, mi vidi ammesso nel numerato cenacolo. Erano, oltre il Buonamici, Narciso Pelosini, Felice Tribolati, Diego Mazzoni, Giuseppe Puccianti... Durante i miei quattro anni, furono essi per me la compagnia preferita; e non solamente per la naturale affinità degli studi.
Essendo spesso tra Pisa e Bologna, io divenni in qualche modo l'intermediario tra il Carducci e gli amici pisani; e vedevo passarmi sotto gli occhi le vicende e gli umori di quella amicizia. Gli umori non erano sempre tranquilli; e pareva che le opinioni e le manifestazioni letterarie decidessero perfino delle amicizie in quegli animi giovanilmente inquieti e irritabili.
Insomma, il Carducci era per quella piccola schiera come un capo lontano; e quindi facilmente discusso, perchè il capo e perchè lontano. Il più pronto a mostrarsi scontento di lui era il Pelosini. Io lo chiamavo il «Conte di Provenza», del quale avevo letto che passò la sua vita a meravigliarsi perchè non era nato lui il primogenito, invece di Luigi XVI. Aveva presa infatti il buon Narciso dentro al cenacolo una certa aria di «pretendente», un poco perchè sentiva grandemente di sè e un poco per il suo valor vero. Egli aveva esordito poetando con molto successo; e da qualcuno si era sentito a dire che i suoi versi valevano meglio di quelli del Carducci... Come poteva egli non tener conto di un'opinione tanto ragionevole?... Fra gli amici pisani, così appassionati e gelosi delle pure tradizioni del cenacolo, era dunque nato il sospetto che Giosuè Carducci, vivendo al di là dell'Appennino, letterariamente non si guastasse. Bologna era quasi la Lombardia; e questa voleva dire romanticismo, manzonismo e chi sa che altro! L'ombra di Pietro Giordani li ammoniva a vigilare.
Un giorno arrivò a Pisa un giornale con una lirica di Giosuè intitolata Carnevale. Era tutta piena di Voci: voci dai palazzi, voci dai tugurî, voci dalle soffitte, voci perfino da sotterra: una fantasia macabro-sociale, che mandava insieme odore di Proudhon e odore di Victor Hugo. Fu accolta dagli amici malissimo; e ci videro una prova di più che il triste loro sospetto, pur troppo, s'avverava. Se ne parlava come d'uno scandalo doloroso! L'ultimo a leggerla fu Cice Tribolati, uno dei più cari, più colti e più bizzarri spiriti che io abbia mai conosciuto. Spasimava per il secolo XVIII, le parrucche, gli spadini, i guardinfanti, il marchese Algarotti e il rapè, che fiutava con passione; e diceva d'amare anche l'imperatore Nerone; e teneva sempre due pistolette cariche sul suo scrittoio, egli mite e gentile e impressionabile come una vecchia gentildonna del suo gran secolo preferito... Letta la lirica carducciana, il Tribolati volle subito uscire dal caffè Ciardelli ove s'era fatto insieme colazione; e piantatosi in mezzo al Lung'Arno, quasi deserto e pieno di sole, alzò le braccia esili gridando con voce che volle essere terribile: — Dio dall'arco d'argento! — Era la sua classica e unica bestemmia. Poi si lasciò andare sul lastrico e si rotolò per un tratto, ammaccandosi la tuba e riducendo in misero stato il pastranetto color tortora. Accorsero alcuni credendo una disgrazia e fecero per sollevarlo. Allora l'irato uomo se la pigliò in quegli importuni: — Si levassero di torno!... Se a lui piaceva di passeggiare i Lung'Arni a quel modo, o che doveva importare ad essi? — Io e Romeo Cantagalli, testimoni, avemmo a morire dal ridere...
Ma poi gli umori del cenacolo pisano si calmarono; benchè altre e più ostiche sorprese a loro serbasse Enotrio Romano!
***
Una intima conoscenza col Carducci io però non la feci che qualche anno dopo, finiti i miei studi e tornato da un anno d'insegnamento in Sardegna. Nel 1867 rimasi a Bologna libero di me e vi fondai la Rivista Bolognese, a cui il Carducci collaborò. Così la nostra amicizia si strinse e si mutò in una consuetudine della vita, a me carissima e, ho ragione di credere, gradita anche a lui. Non è già che io vivessi molto col Carducci, poichè le nostre abitudini erano alquanto diverse; ma quando l'occasione si presentava, facevamo volentieri delle lunghe chiacchierate. La sua fama di poeta si andava intanto consolidando e ampliando. Io ammiravo con passione i suoi versi e ne parlavo con passione; ed era una gioia per me quando me li leggeva prima di darli alle stampe; ed egli mostrava di leggermeli volentieri.
Alcune volte, alla buona stagione, nel pomeriggio, ci davamo un poco al vagabondo e si finiva in qualche osteria di campagna a pranzare insieme. Al momento ch'egli traeva di tasca il foglio per leggere, io mi sentivo dentro una scossa per la viva impazienza e pareva che tutta l'anima mi si raccogliesse negli orecchi onde non perdere una sillaba. In tal modo io, forse il primo, ascoltai parecchie di quelle liriche potenti, che fra poco dovevano diffondersi per tutta Italia a combattere, a vincere, a trionfare. Così, o in circostanze poco dissimili, io conobbi l'ode per Edoardo Corazzini, La Consulta araldica, quella per la decapitazione di Monti e Tognetti e quella In morte di Giovanni Cairoli. Poi, dopo il settanta, il canto Per l'anniversario della Repubblica francese, Io triumphe! Versaglia... Scoppi di collere civili, rimpianti amari, glorificazioni radiose. Era quello il tempestoso periodo dei Giambi ed Epodi. Ma ai rombi della tempesta si interponevano degli strappi di serenità; e allora erano sonetti meravigliosi come quello Il Bove; o salivano dal cuore dell'uomo le voci degl'intimi affanni, e un consenso di dolcezza e di pietà infinita pareva che venisse dalla campagna silenziosa nella luce del tramonto, mentre il poeta diceva i suoi versi.
L'albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da' bei vermigli fior,
Ho ricordato che, in quel tempo, la poesia e l'arte carducciana si dilatavano nel trionfo, prendendosi allegre vendette delle piccinerie della critica, dell'invidia, della diffidenza, delle stesse lodi lesinate con avara mano e condizionate da riserve infinite. Ma le resistenze erano ancora fortissime; ed è curioso adesso ricordare come, in generale, si negassero al verso del poeta toscano proprio quei pregi che ora maggiormente vi ammiriamo: la agilità magistrale e l'armonia multiforme. Ma che intendevasi allora in Italia per verso «armonioso?» Anche non pochi di quelli stessi che erano propensi ad ammirarlo per vigore di concezione lirica ed altro, lo chiamavano verseggiatore duro, duro, duro!... Poco prima che uscisse la edizione Barbèra, io, avutane licenza dal Carducci, pubblicai l'Idillio maremmano in un giornale bolognese e ai miei lettori domandavo: è duro anche questo?... Certo è che il tema simpatico e le mirabili bellezze dell'Idillio operarono rapidamente molte conversioni; come moltissime, e per ragioni più complesse, dovette poi operarne l'ode alcaica Alla Regina d'Italia.
Il Carducci intanto s'era incaricato di rispondere per conto suo, nell'ode Per le nozze di Cesare Parenzo, a quei molti che altre durezze e asprezze in quel tempo gli rimproveravano.
***
I limiti brevi di questo scritto mi hanno obbligato, si capisce, a procedere e ora a fermarmi scartando ricordi innumerevoli e non unicamente interessanti, io credo, per quella facile curiosità dei lettori che ama vedersi rappresentato un uomo celebre anche nei tenui particolari della vita.
Quella di Giosuè Carducci, quando potrà essere narrata in pieno, dovrà riuscire un documento notevolissimo della vita italiana del nostro tempo. E un capitolo molto importante certo dovrebbe essere quello che studiasse i grandi e molteplici influssi che il Carducci effuse dintorno a sè oltre la letteratura e la poesia, sugli uomini che l'avvicinarono. E apparirà questo curioso contrasto: che pochi, discorrendo, forse ebbero mai meno di lui l'aria di voler soverchiare con la propria opinione ed imporla, tanto pareva remissivo e compiacente alle opinioni degli altri. Ma poi, per un'intima vigoria di sentimento e di pensiero che partiva da lui, spesso uno modificava o abbandonava quella opinione sua che era uscita dal dibattito con una facile vittoria; e da ultimo adottava quella che sentiva essere in fondo all'animo del poeta.
Io da Giosuè Carducci troppe cose imparai, perchè potessi qui anche solo enumerarle. Imparai sopratutto il rispetto alla sacra Poesia; non quello che si espande in preziose sentimentalità e si pasce d'infatuazioni orgogliose, ma quello che in faccia alla grandezza dell'Arte ci fa sentire la gravità dei doveri per l'anima nostra e per quella degli altri.
La sua fu una ascensione di oltre quarant'anni, perseverante e gloriosa.
In mezzo ai tanti disinganni che seguirono, tra noi, alle facili speranze, in mezzo a tanti tramonti melanconici che contristarono il nostro cammino, egli mantenne tutte le promesse della sua forte giovinezza, all'Arte e all'Italia.
Questo, Giosuè Carducci non aveva certo bisogno che io ricordassi a lui; ma provo bene io una gioia profonda nel ricordarlo al dolcissimo amico, in questi giorni, abbracciandolo da lontano col desiderio e inchinandomi dinanzi a lui.
II.
Odi barbare.
(Le terze)
Il libro non era per anco in dominio dei compratori e già se ne leggevano le recensioni sui giornali. Poi si sono visti degli articoli che, a conti fatti, debbono essere stati scritti appena tagliato e scorso il volume, umido e adorante ancora dell'antimonio tipografico.
Troppa fretta, per dio, egregi miei confratelli, troppa fretta, trattandosi di un libro a cui Giosuè Carducci ha confidata la manifestazione dell'ingegno suo pervenuto al vertice della maturità! Date al libro prezioso un po' più del tempo che, di solito, s'interpone per i giudizi sui romanzi da salotto e sui libretti d'opera! Ma il peggio è che questa urgente consuetudine della critica frettolosa è come un torrentaccio di rapina, che trae con se tutti quanti, per amore o per forza. Al giornalista in ritardo par di sentirsi stridere negli orecchi il motto dei biricchini d'Orazio: occupet extremum scabies! Allora egli dà di piglio alla penna e tira giù l'articolo, sacrificando anche una volta al far presto il far bene in questo pallio sciagurato della curiosità pubblica.
E anch'io cedo alla rapina torrenziale. Cedo però a malincuore. Malgrado ch'io possa dire d'aver contratta una lunga e studiosa abitudine con l'ingegno del Carducci, e appunto perch'io l'ho, sento oggi più che mai che la sua novissima forma poetica, ardua e intensa, richiederebbe una più riposata indagine della mente, una più intima compenetrazione e assimilazione del gusto, a produrre un giudizio di coscienza pienamente tranquilla. Ho letto con molta attenzione le Terze Odi Barbare, parecchie delle quali conoscevo già: e ho richiamate alla memoria le Prime e le Seconde Odi. Ho percorso in lungo e in largo il bosco d'alloro e di mirto; ho raccolto i murmuri sommessi e le note squillanti che escono dalle cime e dal folto degli alberi. Ma io non sono nè Tiresia nè Sigfrido; e sento che dovrò anche ascoltare prima di raccogliere dentro e gustare e giudicare completamente tutte le armonie che escono dalla selvetta canora.
***
Darò dunque, a modo di note in margine, più che i giudizi, le impressioni vive e salienti che hanno suscitato in me, alla lettura, le venti nuove Odi Barbare.
La prima (Sole d'inverno) assai mediocremente mi ha disposto l'animo in favore del libro. La «cerulea gioia» che s'incontra nella seconda strofa, è modo audace e nuovo, ma, a gusto mio, bello perchè fantasticamente vero. Invece non finisce di piacermi, anzi addirittura mi spiace, una sequenza di immagini affini che mi producono effetto somigliante a una successione viziosa di quinte in un processo armonico musicale. Dante avventò nel poema un sublime traslato: «lo mar dell'essere», che doveva partorirne tanti e tanti! Carducci principia la sua piccola ode col «solitario verno dell'anima» a cui tengono subito dietro «le nuvole della tristezza.» Nella terza strofa ci mostra il mobil vertice de' fantasimi da cui spicciano i memori affetti, scendenti «con rivoli freschi di lagrime.»-Bellissimi quindi, schiettamente carducciani i «murmuri che agli antri chiamano Echi d'amor superstiti....» col resto della strofa; ma poi i rivoli delle superiori lagrime ecco che dilagano in un limpido fiume; e nell'ultima delle sei strofe si ritorna alla «nubila cima de l'essere;» e si chiude col «fiume de l'anima» la breve ode, che col «verno dell'anima» aveva principiato!
Non è troppo? Non abbiamo noi qui abuso di immagini, tutte generate da un medesimo motivo e quindi troppo fitte, troppo finitime, troppo congeneri?
La seconda invece (Primo Vere) ha subito una di quelle immagini fresche, limpide, colte sul vivo, squisitamente significate, che siamo usi a considerare come un privilegio degli antichi e che fanno del Carducci un fortunato superstite moderno alle vicende dell'arte classica:
Ecco: di braccio al pigro verno sciogliesi
Ed ancor trema nuda al rigid'aere
La primavera. Il sol tra le sue lagrime
Limpido brilla, o Lalage.
Parecchi anni fa, uno dei molti rimatori che vivacchiano alla meglio nel bello italo regno, fattosi una mattina alla finestra e visto i tetti delle case e le prossime colline coperte di neve, pensò e mandò a uno dei tanti album di beneficenza che allora imperversavano (purtroppo imperversano ancora!) i tre versi seguenti:
Rose e viole:
Sotto la neve bianca e sepolcrale
Forse dormono i fior, sognando il sole.
Ma sentite con che elegante ricchezza assume e svolge il Carducci quella idea buttata là alla buona di Dio:
Da lor culle di neve i fior si svegliano
E curiosi al ciel gli occhietti levano,
E ne' lor guardi vagola una tremula
Ombra di sogno, o Lalage.
Nel sonno de l'inverno, sotto il candido
Lenzuolo della neve i fior sognarono,
Sognaron l'albe roride e gli splendidi
Soli e il tuo viso, o Lalage.
Ma nella letizia della rinnovata giovinezza dell'anno si mesce un senso arcano di mestizia. Perchè domanda il poeta, la primavera sorride mesta? Questa interrogazione melanconica sembra che continui a ondeggiare vagamente sulla ode terza e quarta: Egle, che è una breve melodia d'esametri e pentametri, e Canto di Marzo, una, per me, delle migliori gemme del libro. Precede la bella similitudine umana, che fa pensare ai passi migliori di Lucrezio, magistralmente protratta nella serie degli incisi, che quasi la tramutano in una vivente ipotiposi:
Quale una incinta, su cui scende languida
Languida l'ombra del sopore e l'occupa,
Disciolta giace e palpita sul talamo,
Sospiri al labbro e rotti accenti vengono
E subiti rossor la faccia corrono,
Tale è la terra: l'ombra de le nuvole
Passa a sprazzi su 'l verde tra il sol pallido:
Umido vento scuote i peschi e i mandorli
Bianco e rosso vestiti, ed i fior cadono.
Spira dai pori de le glebe un cantico.
Meno mi piace la canzone dei fiori che segue nella terza strofa:
O salienti dai marini pascoli
Vacche del cielo, grige e bianche nuvole,
Versate il latte da le mamme tumide....
Reminiscenza vedica. Certo non senza una ragione qui il poeta ha voluto prestare ai fiori un linguaggio tolto dai miti vetustissimi; ma il genio ellenico, per sè medesimo e per noi, mitigò, trasformò, corresse insomma tutti quei miti zoomorfi; e gli incorreggibili e i non esteticamente da lui accettabili, con un cenno della mano luminosa, ricacciò oltre i confini di Samotracia e oltre il Ponto. Anche il mostro egli volle rendere, alla sua maniera, bello. L'innesto, per esempio, dell'uomo e del cavallo, de la donna e del pesce erano sì dei mostri ma suscettivi di formosità; onde s'ebbero buone accoglienze il centauro e la sirena. Queste vacche indostaniche invece, che pascolano in aria con gli overi spenzolanti e gocciolanti, non trovarono grazia. — Ma, tolto questo neo, l'ode è, ripeto, a mio gusto, una elegantissima cosa. E si eleva superbamente nelle apostrofi finali, che l'anima commossa del poeta lancia in mezzo ai sorrisi e alle inquietudini della Natura generante.
Chinatevi al lavoro, o validi omeri;
Schiudetevi agli amori, o cuori giovani;
Impennatevi ai sogni, ali de l'anime;
Irrompete a la guerra, o desii torbidi.
Ciò che fu torna e tornerà nei secoli.
***
La ode quinta, Cèrilo, confesso di non averla capita bene. Vi domina, forse, una soggettività troppo circonstanziata, che certo avrà dato materia viva al poeta, ma che nel tempo stesso impedisce ora che l'unità lirica si trasferisca in unità d'emozione e di fantasma dentro lo spirito del lettore. S'io m'inganno altri mi corregga. Resta, a ogni modo, di questo Cèrilo come un soavissimo frammento di melodia nella memoria:
Sotto l'adulto sole, nel palpito mosso da' venti
Pe' larghi campi aprici, lungo un bel correr d'acque,
Nasce il sospir de' cuori che perdesi nell'infinito,
Nasce il dolce e pensoso fior de la melodia...
Invece niente o pochissimo m'è rimasto dell'ode che segue: Saluto d'autunno: e tralasciandola parmi che il volume non ne avrebbe scapitato.
Eccoci alle odi: Le due torri e Miramar. Con brevità concettosa e fantastica il Carducci rappresenta nel linguaggio dell'Asinella, che si lancia diritta in alto come una titanica antenna, e in quello della Garisenda, che curva penosamente la sua mole immane, i drammi gloriosi e dolorosi della vecchia città medioevale. Nella prima strofa le ingrate alliterazioni di un verso (E su 'l populeo Po pe 'l verde paese i carrocci...) ricordano una annotazione curiosa del Carducci, nella quale confessò che alcuna volta egli è preso dal bizzarro compiacimento di scrivere un verso scadente e mandarlo per il mondo a cercar sua ventura. A ogni modo quella noticina stridula si perde nella severa grandiosità armonica, che io quasi direi beethoveniana, del breve componimento.
Asinella:
Bello di maggio il dì, ch'io vidi su 'l ponte di Reno
Passar la gloria libera del popolo,
Sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice
A l'ondeggiante rossa croce italica.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Dante vid'io levar la giovine fronte a guardarci,
E, come su noi passano le nuvole.
Vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno
Premergli tutti i secoli d'Italia.
Garisenda:
Sotto vidimi il Papa venir con l'Imperatore
L'uno all'altro impalmati; ed oh me misera,
In suo giudicio Dio non volle che io ruinassi
Su Carlo quinto e su Clemente settimo!
***
All'ode Miramar corrono subito, in questi giorni, gli occhi di quelli che prendono in mano la prima volta il volume, tanto è la curiosità e l'aspettazione della sua eccellenza, propagata da quelli che già la conoscono. Una somiglianza classica s'impone subito con la quindicesima del libro primo delle odi d'Orazio (Pastor cum traheret...) Allo spunto della profezia di Proteo: Mala ducis avi dumum!... fa riscontro evidente lo spunto della triste nenia fatidica che viene sul mare dalla triste punta di Salvore:
— Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro.
Figlio d'Ausburgo, la fatal Novara...
Alla efficacia della lirica oraziana giova molto la brevità della pròtasi; e quel subito irrompere del tragico vaticinio nel gran silenzio dei venti e dei flutti. Il Carducci invece, ragionevolmente obbligato dal soggetto, si indugia alquanto a descrivere la marina dintorno e l'interno del castello. A questo preambolo felicissimo il poeta ha dato alcune delle migliori strofe saffiche, che sieno uscite, io credo, dalla sua penna:
O Miramare, a le tue bianche torri
Attediate per lo ciel piovorno
Fosche con volo di sinistri augelli
Vengon le nubi.
O Miramare, contro i tuoi graniti
Grige dal torvo pelago salendo
Con un rimbrotto d'anime crucciose
Battono l'onde.
Meste ne l'ombra de le nubi a' golfi
Stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo
Gemme del mare.
. . . . . . . . . . . . .
E tona il cielo a Nebresina lungo
La ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo
Leva tra il nembo.
Deh come tutto sorridea quel dolce Mattin d'aprile, quando usciva il biondo Imperatore, con la bella donna A navigare! P/
Ma come gli sposi hanno abbandonato il castello, «nido d'amore costruito invano», principiano i terribili auguri. L'Erinni è salita coi due sulla nave e spiega essa la vela. La Sfinge, tramutando sembiante, si rizza dinanzi alla Imperatrice col viso di Giovanna la Pazza... È una evocazione subitanea che mette i brividi, pensando al somigliante destino che attende la infelice Carlotta; tanto che ne rimane come illanguidito l'effetto della strofa seguente, che evoca il teschio mozzo di Maria Antonietta e l'irta faccia gialla del Montezuma. Non era bastantemente effigiata e riassunta nella demenza della povera donna tutta quanta la tragedia di Queretaro? La lirica è tanto più potente quanto meglio allaccia in una sola immagine le immagini circostanti.
Poi viene l'invito di Huitzilopotli, il dio messicano, che di sotto alla sua piramide, nella tenebra tropicale, navigando con lo sguardo il pelago e fissando la preda, grida all'infelice Imperatore: Vieni! — Qualcuno vuole far colpa al poeta per questo intervento di mitologia messicana. O perchè, domando io? Non è per vano sfoggio di miti esotici che il nume carnivoro entra in campo. Qui Huitzilopotli è al suo posto: difensore e vendicatore de' suoi nel rappresentante della razza bianca. Il Carducci lo introduce nella sua ode con la stessa legittimità e opportunità fantastiche con la quale il Camoens introdusse Adamastor contro la impresa dei Lusitani. Si potrà, tutt'al più, giudicare alquanto studiato e artificioso il legame che lontanamente unisce le ferocie dei soldati spagnuoli alla espiazione compientesi in un povero figliuolo cadetto della famiglia degli Ausburgo; e per questo, io ne convengo, la invitazione del nume dell'antico Messico non possiede a lunga pezza la perspicuità ideale e la equa rispondenza vendicatrice, che è nella profezia del Nereo oraziano contro lo sleale figlio di Priamo. Ma o io ho perduto affatto ogni senso di bellezza poetica, o nessuno può ammettere ragionevolmente in dubbio la terribilità e l'efficacia fulminea, delle tre strofe con cui l'ode si chiude:
Quant'è che aspetto! La ferocia bianca
Strussemi il regno ed i miei templi infranse:
Vieni, devota vittima, o nepote
Di Carlo quinto.
Non io gl'infami avoli tuoi di tabe
Marcenti o arsi di regal furore;
Te io voleva, io colgo te, rinato
Fiore d'Ausburgo;
E a la grand'alma di Guatimozino
Regnante sotto il padiglion del sole
Ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano.
Qui la umana pietà si mesce senza sforzo e nobilmente, al tragico terrore, come già vollero i greci. Virile, moderna, alta poesia insomma, della quale l'Italia ha ragione di compiacersi.
Negli esametri e nei pentametri latini, che alcuni poeti nostri del secolo decimosesto avevano rimesso mediocremente in onore, Giosuè Carducci è riuscito a imprimere una armonia varia, snella, disinvolta e potente che dà loro un diritto di durevole cittadinanza fra i versi moderni. Su questo, il volume delle Terze Odi Barbare dee levare gli ultimi dubbi. Non è una esumazione ma una vera palingenesi. Nei distici di Mors difterica poteva credersi che il Carducci avesse fatto l'ultima prova della tecnica sua; invece nell'ode: Roma parmi che egli sia pervenuto ad una più compiuta eccellenza:
Monti d'Alba, cantate sorridenti l'epitalamio;
Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;
Mentr'io da 'l Gianicolo ammiro l'imagin de l'Urbe,
Nave immensa lanciata ver' l'impero del mondo.
O nave che attingi con la poppa l'alto infinito,
Varca a' misterïosi lidi l'anima mia.
Ne' crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti
Tranquillamente lunghi su la Flaminia via,
L'ora suprema calando con tacita ala mi sfiori
La fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;
Passi a i concilii de l'ombre, rivegga li spiriti magni
Dei padri conversanti lungh'esso il fiume sacro.
Eccettuati questi distici e il quarto verso nella strofa alcaica, — il quale non è poi altro che un decassillabo nostro accentato in modo da ricordare il corrispondente verso antico, — tutte le odi del volume continuano a porgermi de' bei versi italici con misura e con accenti come li vuole il nostro orecchio moderno. La strofa della settima ode, per esempio, che a primo aspetto si presenta quale una completa novità, ha il primo e il terzo verso formato di un settennario a volta piano e a volta tronco, unito ad un novenario piano. (Triste mese di maggio — Che intorno al bel corpo d'Imelda. Bello di maggio il dì — Ch'io vidi su 'l ponte di Reno....) Il secondo e il quarto verso è formato di un decasillabo sdrucciolo. Se alcune volte il poeta si discosta, come fa verso la fine dell'ode, da questa regola, (Sotto vidimi il papa — Venir con l'imperatore) ecco che la strofa manda subito all'orecchio un hiatus o vuoi un'intervallo muto nell'armonia, della cui bontà io oso dubitare.
Fin qui solamente arriva la grande ignoranza mia; tanto che coloro i quali, a proposito delle Terze Odi Barbare, seguitano ad agitare vecchi quesiti di metrica e di tonica, mi hanno un po' l'aria di brava gente che vada in cerca del quinto piede del montone!
***
E proseguendo le note in margine, dirò che le odi: Roma, Su Monte Mario, Davanti al Castel Vecchio di Verona e Da Desenzano stampate di seguito, formano un gruppo dintorno a un punto ideale che le domina. È il concetto della evanescenza della vita umana comparata agli spettacoli lieti della natura e ai grandi monumenti della storia. Il poeta da principio tocca un momento questo concetto come uno dei soliti richiami alla festività conviviale, secondo la tenue filosofia d'Orazio:
Mescete in vetta al luminoso colle,
Mescete, amici, il biondo vino, e il sole
Vi si rifranga: sorridete, o belle;
Doman morremo.
. . . . . . . . . . . . . .
A me fra il verso che pensoso vola
Venga l'allegra coppa ed il soave
Fior de la rosa che fugace il verno
Consola e muore.
Ma poi subito il tono si eleva: il verso del poeta non è «pensoso» per nulla. Sentiamo l'anima dell'uomo moderno che si pone dinanzi al nulla della vita e lo contempla con mestizia serena. Che agile evocazione di immagini e che ineffabile malinconia musicale nella strofa che segue!
Diman morremo, come ier moriro
Quelli che amammo: via da le memorie.
Via dagli affetti, tenui ombre lievi
Dilegueremo.
Poi la mente del poeta, che dallo spettacolo di Roma contemplato sulla cima di Monte Mario è tratta al pensiero della nostra caducità, si innalza e si dilata nella immaginazione della catastrofe universale. Anche la Terra rallenterà il suo corso «faticoso» dintorno al Sole. Dopo aver sprigionato col suo calore innumerevoli vite e dolori e glorie innumerevoli, anch'essa si raffredderà; e verrà un giorno in cui «dietro i richiami del calor fuggente» l'ultimo uomo e l'ultima donna si rifugieranno al sommo dell'equatore; e di là con gli occhi vitrei vedranno tramontare «su l'immane ghiaccia» il Sole, per l'ultima volta. Con questa visione d'origine byroniana, abilmente condensata e corretta nelle linee dell'arte classica, il poeta termina questa ode, la quale senza il freddo artificio della quarta strofa (Lalage, intatto a l'odorato bosco...) sarebbe tutta un capolavoro; veramente mirabile, a ogni modo, di proporzione, di fusione, di intonazione.
Nella apostrofe che il poeta intuona all'Adige, mentre il fiume, infilando il ponte scaligero, gli canta sotto la sua «scorrente canzone al sole» l'ode riprende il pensiero della precedente. Lo riprende, ma lo tramuta e lo varia per modo, ch'io non so proprio comprendere come altri, in buona fede, abbia potuto trovare il poeta in colpa di ripetersi, mentre invece credo che qui si rendano più imperiosamente degne d'ammirazione la sua arte e la sua vena. In vetta a Monte Mario sono in tragico contrasto la fuggevolezza della vita umana con la durata delle forze cosmiche, anch'esse moriture: qui, sulla riva del bel fiume veronese, è invece il poeta che paragona la nota fuggevole del suo canto con la voce del fiume perseverante uguale a traverso i secoli, a traverso tante vicende di popoli e d'imperi. — Quanto tempo è passato dal dì che Teodorico entrava vittorioso in Verona e la povera plebe italica, raccolta intorno al suo vescovo, supplicava i Goti mostrando loro la croce, a questo giorno in cui le bandiere abbrunate, sventolanti sulle torri e dalle finestre delle case, ricordano l'anniversario funebre di Vittorio Emanuele!... Tutto passa e si muta; non la voce immortale del fiume:
Anch'io, bel fiume, canto; e il mio cantico
Nel picciol verso raccoglie i secoli,
E il cuore al pensiero balzando
Segue la strofe che sorge e trema.
Ma la mia strofe vanirà torbida
Ne gli anni: eterno poeta, o Adige,
Tu ancor tra le sparse macerie
Di questi colli turriti, quando
Su le rovine de la basilica
Di Zeno al sole sibili il colubro,
Ancor canterai nel deserto
I tedi insonni dell'infinito.
Ma l'ode: Da Desenzano compie il pensiero solenne e triste del poeta intorno alla vita, coronandolo d'una luminosa fantasia oltremondana. Già nell'apostrofe a Roma s'è visto com'egli concluda augurandosi un tranquillo passaggio «ai concilii de l'ombre» a rivedere gli spiriti magni dei padri conversanti lungo il sacro fiume. Nei versi a Gino Rocchi, tutti squisitezza e profumo di eleganze e di ricordi classici, questa idea ritorna ed è svolta e colorita più precisamente. E non è senza un vago tremito dell'anima che, un manzoniano impenitente par mio, vede il poeta di Febo Apolline e di Camesana arrivare al suo bel sogno classico, passando per lo mezzo al manzoniano ricordo delle monache longobarde salmodianti nel silenzio notturno di un chiostro e mormoranti «la requie.... sui giovani pallidi stesi sotto l'asta francica.» Chi non vede profilarsi sotto la luna il volto bello e doloroso di Edmenegarda? Chi non ricorda le «vergini indarno fidanzate» e le madri che videro i pallidi nati trafitti dall'asta nemica, nel coro dell'Adelchi? — Ma quella non è che una sosta fuggevole; il poeta s'affretta verso la classica visione e attacca immediatamente:
E calerem noi pur giù tra i fantasimi
Cui nè il sol veste di fulgor porpureo
Nè le pie stelle sovra il capo ridono
Nè de la vita il frutto i cuor letifica.
Duci e poeti allor, fronti sideree,
Ne muoveranno incontro e — Di qual secolo
— Domanderanno — di qual triste secolo
A noi veniste, pallida progenie?
A voi tra' cigli torva cura infoscasi
E da l'augusto petto il cuore fumiga.
Noi ne la vita esercitammo il muscolo
E discendemmo grandi ombre tra gl'inferi.
***
Qui l'argomento mi trae a violare l'ordine progressivo che mi ero prescritto nel parlare delle venti odi. Salto la tredicesima e la quattordicesima e arrivo all'ode: Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley, aggiungendola al gruppo precedente, di cui ella appare come una conclusione aspettata.
La poetica visione d'oltretomba si dischiude con una parafrasi scultoria del motto di Federico Schiller: per rivivere nella serena bellezza dell'arte le cose fa d'uopo che muoiano prima nella realtà:
L'ora presente è invano, non fa che percuotere e fugge:
Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.
..... O strofe, pensier de' miei giovani anni.
Volate omai secure verso gli antichi amori.
Volate pe' cieli, pe' cieli sereni a la bella
Isola risplendente di fantasia ne' mari.
L'ode ci trasporta nell'«isola dei beati», sogno, desiderio, ricerca dei sofi, dei poeti e dei navigatori dell'antichità. La descrive Pindaro nella seconda Olimpiade coi tocchi alati della sua lirica sovrana. Tra i moderni il Tennyson nel più bello, io credo, de' suoi Miti mette la speranza di questa isola in bocca di Ulisse quando esorta i suoi vecchi compagni a riprendere con lui la vita errante dei mari: «...Forse noi toccheremo la felice Isola: forse colà rivedremo il grande Achille, che noi così bene conoscemmo sovr'altri lidi!» Per altro l'isola beata nella fantasia del Carducci assume un aspetto nuovo e tutto moderno. A prima giunta par di riscontrare qualche cosa di contradditorio in questa superba concezione carducciana. Ma giova anzitutto richiamare la parte centrale e più importante del bellissimo quadro:
Ivi poggiati all'asta Sigfrido ed Achille alti e biondi
Erran cantando lungo il risonante mare:
Dà fiori a quello Ofelia sfuggita al pallido amante,
Dal sacrificio a questo Ifïanassa viene.
Sotto una verde quercia Rolando con Ettore parla,
Sfolgora Durendala d'oro e di gemme al sole:
Mentre al florido petto richiamasi Andromache il figlio
Alda la bella, immota, guarda il feroce sire.
Conta re Lear chiomato a Edippo errante sue pene,
Con gli ocelli incerti Edippo cerca la sfinge ancora:
La pia Cordelia chiama — Deh, o bianca Antigone, vieni,
Vieni, o greca sorella! Cantiam la pace ai padri.
Elena e Isotta vanno pensose per l'ombre de' mirti,
Il vermiglio tramonto ride a le chiome d'oro:
Elena guarda l'onde: re Marco ad Isotta le braccia
Apre, ed il biondo capo su la gran barba cade.
Con la regina scota su' l lido nel lume di luna.
Sta Clitennestra: tuffan le bianche braccia in mare,
E il mar rifugge gonfio di sangue fervido; il pianto
De le misere echeggia per lo scoglioso lido,
O lontana a le vie dei duri mortali travagli,
Isola de le belle, isola de gli eroi,
Isola de' poeti! Biancheggia l'oceano d'intorno.
Volano uccelli strani per il purpureo cielo.
Ora la prima domanda che si presenta alla mente del critico è questa: come si conciglia la beatitudine di questo soggiorno con la permanenza di tanti tragici ricordi? Perchè re Lear narra ancora le sue pene a Edippo e questi si inquieta ancora per la Sfinge? E sopratutto che hanno a vedere in questa isola «lontana alle vie dei duri mortali travagli» quelle due sanguinose e piangenti figure di Lady Macbeth e di Clitennestra? Ma la contradizione non è che apparente e armonicamente si rissolve, subito che si pensi, che l'intimo senso e come il substratum di questa fantasia consiste appunto nel magico e benefico potere della idealizzazione poetica. Quello che è dolore, quello che è colpa e punizione nella realtà, si converte in tranquilla e beata visione, quando assurga alle sfere serene dell'arte liberatrice. I poeti guardano e cantano; le ombre passano; ognuna nell'atteggiamento bello e pietoso e terribile in cui i poeti le generarono nel calore degli estri divini. E questa è la beatitudine. Siamo nel mondo incantato della divina epopea:
Passa crollando i lauri l'immensa sonante epopea
Come turbin di maggio sopra ondeggianti piani;
O come quando Wagner possente mille anime intuona
Ai cantanti metalli; trema agli umani il cuore.
In questa isola vive l'anima di Shelly, unico tra i poeti moderni. L'ombra di Sofocle la trasse dal naufragio nelle acque del Mediterraneo e la assunse ai cori del regno beato. — Io ignoro completamente il perchè di questo sovrano privilegio negato a tutta la schiera dei poeti moderni, tra i quali non bisogna dimenticare che contano pur qualche cosa anche Goethe, Schiller, Byron, Foscolo, Leopardi, Heine, Victor Hugo e qualcun altro: ma qualunque sia stata la ragione che mosse il Carducci, questo nulla detrae alla superba concezione e alla grande bellezza dell'ode.
Mi rimane anche a parlare di sette fra le venti odi che formano il libro, e debbo studiarmi d'essere breve. Una memorabile data, 1848, letta sulla pancia d'una bottiglia di Valtellina, inspirò al Carducci una breve lirica tutta calda di eroici ricordi e di propositi animosi:
E tu pendevi tralcio da i retici
Balzi odorando florido al murmure
De' fiumi da l'alpe volgenti
Ceruli in fuga spume d'argento,
Quando l'aprile d'Itala gloria
Da 'l Po rideva fino a lo Stelvio
E il popol latino si cinse
Su l'Austria cingol di cavaliere.
Ma rapidamente ai lampi delle nostre vittorie e alle smisurate confidenze succedeva l'«italo spasimo» per i disastri delle armi nostre. Piace seguire il poeta nel rapido cenno d'un eroico episodio guerresco nobilitante le nostre sventure:
. . . . . Hainan gli aspri animi
Contenne e i cavalli dell'Istro
Ispidi in vista dei tre colori.
E seguirlo ne' fulgidi auguri, tratti dalla evocazione dell'ombre magnanime e confidati all'avvenire:
. . . . . . . . . . . .
Sia gloria, o fratelli! Non anche
L'opra del secol non anche è piena.
Ma nei vegliardi vige il vostro animo,
Il sangue vostro ferve ne i giovani:
O Italia, daremo in altre alpi
Inclita ai venti la tua bandiera.
È questa nel volume una delle odi più serrate e rapide per la fattura, più concitata e quasi direi nervosa per il sentimento che l'anima. Balza qua e là in queste otto strofe uno spirito «bacccante» che ricorda l'antico.
Delle tre piccole odi: Courmayeur, Convivale e Colli toscani, quest'ultima mi pare di gran lunga la più sentita, la più spontanea e per ciò la più bella. L'anima del poeta accompagna paternamente la sua figliuola, sposa novella, verso i dolci
Colli toscani ove il suo canto nacque,
e scioglie i voti affettuosi e richiama le memorie mestissime e care:
Colli, tacete, e voi non sussurratele, olivi,
Non dirle, o sol, per anche, tu onniveggente, pio,
Che oltre quel monte giacciono, lei forse aspettando, que' miei
Che visser tristi, che in dolor morirono...
A me nel leggere questi distici rifioriva dolcemente, mestamente nella memoria il sonetto rivolto molti anni fa al fratello sepolto del poeta, quando moriva a questi il figliuolo:
O tu che dormi là su la fiorita
Collina tosca, e t'è già il padre accanto,
Non hai, fra l'erbe del sepolcro, udita
Pur ora una gentil voce di pianto?
È il pargoletto mio,...
E rivedevo col pensiero i luoghi di Maremma «ove fiorìo la sua triste primavera» e riandavo le tante schiette ispirazioni carducciane derivate dal bello e desolato paese, fra le quali sempre campeggia, ridendo a noi nel suo selvatico fascino di Venere maremmana, la «Maria bionda» dell'Idillio.
I poeti veri, i poeti che amiamo, anche questo hanno di particolare per noi, che i loro componimenti si rincorrono l'un l'altro nella nostra fantasia, si sorridono, si chiamano da lontano nelle memorie, s'irragiano di scambievole splendore.
***
O buon Regaldi, o vecchio bardo chiomato della nostra adolescenza romantica, come mi ritorna caro il tuo nome associato ad una delle più forti ispirazioni del poeta nostro! Altri professi, se vuole, opposto giudizio; per me l'ode: Alessandria sta fra le più belle testimonianze dell'ingegno poetico di Giosuè Carducci e di quel suo sentimento profondo e tutto particolare di attualità, che solo posseggono i lirici veri, di razza (per dire la frase d'uso) e di temperamento.
Rileggendola, io sono tornato con l'animo all'estate del 1882, quando dall'Egitto ci venivano tante strane e dolorose notizie, coronate poi dal bombardamento e saccheggio d'Alessandria; e in quel mezzo arrivò l'ode del Carducci a raffigurarci, in contrasto, i torbidi fatti del presente con le origini eroiche e le glorie antiche della città. Chi non sente il vetusto, l'Ermetico Egitto mirabilmente epilogato e scolpito nelle prime tre strofe?
Nell'aula immensa di Lussor, su 'l capo
Roggio di Ramse il mistico serpente
sibilò ritto, e 'l vulture a sinistra
Volò stridendo,
E da l'immenso serapèo di Memfi,
Cui stanno a guardia sotto il sol candente
Seicento sfingi nel granito argute,
Api muggìo,
Quando dai verdi immobili papiri
Di Mareoti al livido deserto
Sonò, tacendo l'aure intorno, questo
Greco peana . . .
È l'inno che intonano i soldati di Alessandro quand'egli torna dal tempio di Giove Ammone che l'ha riconosciuto per figlio, e dinanzi all'isola di Faro l'eroe segna il circuito della città che dovrà inalzarsi nel suo nome. Nel quarto libro della sua storia Quinto Curzio narra il viaggio d'Alessandro co' suoi attraverso il deserto al tempio d'Ammone, e come egli al ritorno, fra il lago di Mareoti e l'isola, datosi a contemplare il luogo (contemplatus loci naturam) decidesse di fondare la città. La scena rivive, con toni e colori d'epica leggenda, nella fantasia e nei versi del poeta:
Tale il peana degli Achei suonava:
E il giovin duce, liberato il biondo
Capo da l'elmo, in fronte a la falange
Guardava il mare.
Guardava il mare, e l'isola di Faro
Innanzi, a torno il libico deserto
Interminato: dal sudato petto
L'aurea corazza
Sciolse, e gettolla splendida nel piano:
— Come la mia macedone corazza
Stia nel deserto e a' barbari ed a gli anni
Regga Alessandria. —
Disse; ed i solchi a le nascenti mura
Ei disegnava per ottanta stadi,
Bianco spargendo su flave arene
Fior di farina.
Tale il nepote del Pelide estrusse
La sua cittade . . . .
Dove sono adesso le floride glorie di Alessandria? Il poeta dolorando lo chiede al bardo novarese, il quale, fuggiasco in Oriente per amore di libertà, la aveva pochi anni fa ammirata, mentre sempre
Alacre, industre, a la sua terza vita
Ella sorgea, sollecitando i fati.
Oggi non più. I vanti e le speranze dell'Egitto oggi minacciano di non poter più vivere altrimenti che nel volume del ramingo poeta italiano. Lontana poesia di memorie!
. . . . . . . . . . . . .
Oggi Tifone l'ire del deserto
Agita e spira!
Sepolto Osiri, il latratore Anubi
Morde ai calcagni la fuggente Europa,
E chiama avanti i bestiali numi
A le vendette.
Ahi vecchia Europa, che su 'l mondo spargi
L'irrequieta debolezza tua,
Come la triste fisa a l'orïente
Sfinge sorride!
Chi si piace, oltre che della nobilissima lirica, dei prestigi del colore locale e storico, in questa ode ha, parmi, il fatto suo.
***
Un'altra «maxima espectatio» del volume è certamente l'ode: Scoglio di Quarto. Narrano che Frine per sapere da Prassitile quale delle proprie statue avesse in maggior pregio, ricorse alla bugia d'un incendio. Confesso che una bugia la direi io pure volentieri perchè il poeta schiettamente mi rivelasse quale delle venti odi del volume egli creda migliore; e confesso che amerei di sentirlo rispondere: la sedicesima.
Scoglio di Quarto non ha l'impeto lirico che vi trascina nella seconda parte di Miramar; non ha la ricchezza fantastica di Alessandria e dell'ode: Presso l'urna di Shelley; ma le vince, a mio giudizio, tutte per quella che Leonardo da Vinci chiamava la prisca euritmia delle proporzioni e per un tono originalissimo, al tempo stesso umile ed alto, che dà luogo a una singolare e toccante fusione di patetico e d'eroico. Al disegno perfetto dell'ode corrisponde la forma; perfetta anch'essa, e malgrado due piccole mende che voglio notare. Una è quel «palpido lucido» dell'astro di Venere, che tinge, esso, il cielo, non ostante il maggior lume della luna: l'altra quel «mendicando la morte» della settima strofa, che parmi alquanto eccessivo ed enfatico. Le ho notate, a costo di dar nel minuzioso, per il rispetto quasi religioso che questo componimento m'ispira. E nemmeno voglio citarne dei passi staccati; maniera di commento sempre pericolosa e in questo caso presso che irriverente. Tanto varrebbe rompere un bel bassorilievo antico per mostrare alcuni pezzi ai curiosi. Bisogna leggere tutta l'ode con l'animo raccolto; e muovere da quella «breve striscia di sassi» che sporge nel mare, e cogliere con l'occhio della mente il paesaggio notturno, tranquillo, sereno, incantevole che è sopra e d'intorno, con Genova vista là in fondo tra i lumi morenti e i canti che arrivano fiochi da lontano... Poi veder comparire a un tratto la figura leonina di Garibaldi, col suo puncio e la sua spada «la spada di Roma» bilanciata sull'omero; e dietro lui giungere a piccoli drappelli «i mille vindici del destino» che appena comparsi dileguano nell'ombra, come dei pirati che vadano al malefizio e invece per amore d'Italia essi vanno a cercare la morte «al cielo, al pelago, ai fratelli»... Poi bisogna salire, salire e lasciarsi portare per questa atmosfera sacra di ricordi, finchè vediamo toccarsi in una stessa idealità due figure, Pallante e Garibaldi, i due lucidi poli remoti, tra i quali si svolge la immensa epopea della vita italica. Su tutto il quadro e su tutta la visione, brilla simbolicamente la stella di Venere, la stella d'Italia, la stella di Cesare.....
***
Mi rimane da parlare dell'ode: Il liuto e la lira, dedicata «A Margherita Regina d'Italia». Tutti ormai conoscono le origini storiche del componimento ricordate in una nota.
Quando la Donna Sabauda il fulgido
Sguardo al liuto reca e su 'l memore
Ministro d'eroici lai
La mano e l'inclita fronte piega,
Commove un conscio spirito l'agili
Corde, e dal seno concavo mistico
La musa de' tempi che furo
Sale aspersa di faville d'oro;
E un coro e un canto di forme aeree,
Quali già vide l'Allighier muovere
Ne' giri d'armonica stanza,
Cinge l'italica Margherita....
L'ode, come ognuno sente, esordisce con una intonazione idealmente signorile e muove, fin dai primi suoi passi, con un incedere veramente regale. Ci vorrebbero delle musiche di Gluk o di Sacchini, pure, dolci e solenni, nei momenti che esprimevano le entrate de le belle eroine coronate sulla scena classica.
Il coro delle sostanze aeree è formato dalla Canzone, dalla Sirventese e dalla Pastorella.
Ognuna, presentandosi alla Regina d'Italia, parla di sè e de' suoi nobili vanti. La Canzone ricorda Dante dall'anima del quale ella spiccò il volo fino ai cieli: ricorda che passò sovra le lagrime del Petrarca e accese pur lui «corone di stelle in sull'aurea chioma d'Avignone». Quest'ultimo traslato, dico passando, a me non piace affatto. Avrebbe scritto il Carducci, a proposito dell'amore di Dante, «sulla chioma aurea di Firenze» volendo significare Beatrice? Bellissimo invece nella verità che semplicemente esprime idealizzandola:
Non mai più alto sospiro d'anime
Surse dal canto...
Indi balza la Sirventese, con l'elmo l'asta e lo scudo, ed esprime il suo amore per le bellicose gesta terrene e per le anime dei combattenti sprezzatrici della morte. A me, essa grida.
Piace, se lampi d'acciaio solcano
Se ferrei nembi rompono l'aere
E cadon le insegne davanti
Al flutto e a l'impeto de' cavalli.
A cui la morte teme non ridono
Le muse in cielo, quaggiù le vergini.
Avanti Savoia! Non anche
Tutta dèsti la bandiera al vento...
Viene ultima la Pastorella e alla dolce Regina fa intendere le voci del dolore umano che si levano sempre più intense dalle terre, quantunque essa sia letificata di tanta civiltà:
La Pastorella sono. Di facili
Amori e sdegni, danze e tripudii.
Non più rendo gli echi: una nube
Va di tristizïa su la terra.
A te da' verdi mugghianti pascoli,
Da' biondi campi, da le pomifere
Colline, da' boschi sonanti
Di scuri e dal fumo de' tuguri,
Io reco il blando riso de' parvoli,
Di spose e figlie reco le lagrime
E i cenni de' capi canuti
Che ti salutano pïa madre...
Fin qui ho sentito la nobilissima lirica salire sempre come un'onda vittoriosa. Da questo punto, per le cinque strofe che ancora rimangono, sembrami invece d'avvertire un certo rallentamento e quasi un raffreddamento. L'ode appare lunga. Nuoce quel subito intervento dell'io del poeta dopo la serena oggettività della prima parte? Forse — lo so — è audace il dire a un poeta, a un artista della forza di Giosuè Carducci: era meglio che tu ti fermassi a un dato punto dell'opera tua magistrale. Ma io sento, forse a torto, che, finita la triplice apparizione, anche l'ode doveva finire o concludere più rapidamente.
***
Ho detto anch'io il mio parere con tutta sincerità e senza una pretesa al mondo. A chi poi mi domandasse un giudizio complessivo sul volume, io direi semplicemente: le Terze Odi Barbare sono per me degne delle prime e delle seconde. È arte pura, è poesia che seguita a consolare l'Italia della grande mediocrità artistica, la quale persiste, ahimè, nel travagliarla!
È utile, è ragionevole, è (oserò aggiungere) artisticamente possibile spingere molto innanzi certi confronti e pretender dimostrare, con un termometro di nuovo genere alla mano, se il calore poetico del Carducci sia cresciuto o diminuito d'un grado? A me basta rileggere Miramar, Alessandria, Scoglio di Quarto e sentirmi in presenza di un grande artista; a me basta pensare che il nostro maggior poeta ha molte corde alla sua lira e che sa tutte vibrarle potentemente, alternando e rinforzando i suoni. Meno di due anni fa egli ci diede Rime nuove; ora ci dà le Terze Odi Barbare; chi può dire le sorprese che egli ci serba per l'avvenire? — Fra i nostri critici letterari, che io tutti sinceramente rispetto, confesso che a me muovono una certa stizza coloro che da qualche tempo hanno pigliata l'abitudine di parlarci di Carducci come di un patriarca vivente della poesia italiana. Ma che patriarca d'Egitto! Egli è nel forte vigore della vita e ha di poco varcati i cinquant'anni, età nella quale in Francia, in Inghilterra e in Germania i poeti e gli artisti sono sempre classificati tra i giovani.
E perchè al Carducci non dovrà essere riservata una longevità operosa, come a Victor Hugo, a Tennyson e a Lecomte de Lisle?
III.
Carducci umorista.
Carducci umorista?... Certo non è la prima idea che si presenta a chi pensi l'opera del grande lirico nostro. Ogni artista, ogni scrittore eminente è come sopraffatto dal fulgore di certe sue qualità dominanti, agli occhi della critica.
Vittorio Alfieri volle per forza aggiungere alla sua corona di tragico quella di poeta comico e satirico; ma la musa dal facile riso e dai sandali leggeri, all'ostinato invito si prestò di mala voglia e, diciamo anche, di mala grazia il più delle volte; tanto che, ad argomento di maggior gloria, nessuno, io penso, sente ora il bisogno di ricordare dell'autore di «Saul» e «Timoleone», anche le satire e le commedie e gli epigrammi, così laboriosamente meditati e composti sotto la alta pressione della sua indomita volontà.
Per Carducci no. È vero che egli non mette subito in mostra il lato umoristico del suo temperamento e, meno che mai, egli, scrittore, lascia subito travedere una punta di riso arguto e bonario agli angoli della sua bocca. Direste che ama invece di apparire tutto l'opposto.
Superbo! e lui non tocca
Gentil senso d'amore.
. . . . . . . . . .
Solitario, aggrondato
Va pel divin creato.
Ora se questa è la leggenda che si è formata nel mondo sul conto suo, bisogna ben riconoscere che poco egli ha fatto per impedirla; e che invece si capisce benissimo che perfino i «cipressetti di Bolgheri» parlassero tra loro e col vento delle «eterne risse» che fiottavano, un tempo, e tempestavano dì e notte nel petto del poeta loro compaesano, traboccando facilmente nel verso iracondo e sdegnoso.
Tutto che questo mondo falso adora,
Col verso audace lo schiaffeggerò:
Ei mi tese le frodi in su l'aurora,
A mezzogiorno io le distruggerò.
***
È troppo naturale dunque che alla immagine di questo terribile schiaffeggiatore non si vada facilmente associando l'altra di un poeta umorista e anche meno quella di un poeta italicamente faceto. Eppure l'uno e l'altro noi abbiamo trovato e ammirato più volte leggendo il Carducci; e giova ricordarlo ora che tutta la sua opera poetica ci sta dinanzi nel magnifico volume edito dallo Zanichelli.
Il Libro V della «Juvenalia» è unicamente formato di componimenti fra burleschi e satirici. Dico subito che non vi si manifesta gran fatto l'originalità del poeta. Qui anche più che nelle liriche giovanili appare quella disciplina classica, che come ognuno sa, teneva il giovane studente di Pisa nel suo assoluto predominio. Tutti i nostri migliori berneschi fanno qui sentire la loro voce; il Berni, s'intende, il Pistoia, il Burchiello, il Caro, il Lasca; di quest'ultimo specialmente le reminiscenze fioriscono in copia nei sonetti dalla lunga coda. Chi confronta quello che è a pag. 173 «Ancora i Poeti», sente per fermo l'andatura e il tono di certe frasi e perfino certe progressioni e ripetizioni della famosa invettiva che il Lasca scaraventò contro quel povero Girolamo Ruscelli autore del famoso Rimario e sfrontato esibitore di correzioni ai versi e alle prose di Dante e di Boccaccio...
In quasi tutto questo Libro V sentiamo insomma che il poeta giovanissimo è ancora tutto chiuso entro al periodo della sua «vigilia dell'armi» per essere consacrato cavaliere dei classici. Il pregio di questi sonetti, come arte, è tutto in un felice sforzo di assimilazione, così piena e così intensa, che già dimostrerebbe per sè sola una invidiabile qualità di scrittore. Il «Marium futurum» potrà anche balenare qua e là in qualche tocco di vigorosa rappresentazione individuata e realistica, che il solo studio dei modelli non basterebbe forse a spiegarci. Ma sono baleni e non altro; e serviranno tutt'al più ai biografi futuri per divertirsi a fabbricare dei pronostici retrospettivi...
La vita, la piccola vita pisana e universitaria, presenta qualche figuretta e qualche motivetto che il brioso scolare acciuffa subito e scarduffa volentieri, col manifesto intento di farne anche un suo tema di stile e per adoperarvi attorno tutte le fraseologie che egli ha saputo tesoreggiare saccheggiando a man salva dentro al repertorio dei berneschi toscani; come pure si vede che anche alle divagazioni facete dell'austero Parini lo scolaro toscano è andato guardando simpatia e con profitto.
Vi è inoltre una nota negativa, ma assai significante. In tutti questi sonetti nessuna reminiscenza giustiana: e si vuol ricordare che eravamo nel decennio tra il cinquanta e il sessanta; quando cioè le satire del Giusti avevano raggiunta in Toscana la maggior loro popolarità ed erano divenute per tutta Italia il verbo civile degli studenti italiani.
***
Ma prima d'uscire dal libro V s'incontra un componimento che è come un suono nuovo nello strumento satirico carducciano.
Oggimai che ritornati
Son di moda e stanchi ed ossa
E nè pure gl'impiccati
Son sicuri ne la fossa,
Anche a voi la requie spiace
Fra' Giovanni de la Pace?
È il principio del gagliardico inno all'umile frate zoccolante, dal quale l'arcivescovo di Pisa, e i canonici del duomo disseppellirono, pare, le ossa nel 1855, con l'idea di dare un nuovo santo al calendario. Qui, io credo, la satira carducciana lascia per la prima volta le vecchie pastoie dello stile bernesco e si mette per una via nuova. Nel grave e quasi liturgico andamento di questi versi ottonari e nella sequenza delle strofe, hai senza dubbio un sapore di parodia manzoniana delicata e piena di garbo; hai perfino in quello spunto interrogativo un richiamo al principio dell'inno «La Risurrezione», che poi ritorna in certe mosse di esclamazioni sobriamente esultanti, qua e là, nello svolgersi dell'inno burlesco:
Era tanto che giacevo!
È tornato il medio evo!
L'inno al beato Giovanni della Pace significa, in sostanza, il primo ingresso di Giosuè Carducci nell'umorismo moderno. Una volta entrato, il poeta procederà con passo risoluto in questa come in tutte le altre forme della sua arte.
A crearsi uno stile d'umorismo vero e personale io penso che il Carducci tu anche tratto e quasi obbligato dalla sua indole forte e un po' rubesta e dalla vita frequentemente battagliera. Come si fa a tuonare e fulminare continuamente?.... Giova ancora che ogni tanto la ironia faccia passare nell'aria il lampo della sua spada tagliente: giova ancora che ogni tanto una forte e schietta risata temperi e fonda insieme i sentimenti di commiserazione e di sdegno che gonfiano il petto e investono l'anima di Enotrio combattente.
Così nacque e si formò e si svolse nei suoi vari elementi l'umorismo lirico di Giosuè Carducci.
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Arte anche questa nel suo fondo e nella sua forma schiettamente italiana, e fatta per debellare definitivamente il preconcetto che l'umorismo debba sempre essere di origine e di fisonomia straniero: vecchia scempiaggine messa in giro da gente nostra immemore di Dante, di Cecco Angiolieri, di Nicolò Machiavelli, di Lodovico Ariosto, di Alessandro Manzoni!
Avvenne, del resto, quello che doveva avvenire. Il Carducci dopo avere rotto il circolo ristretto entro il quale (forse provvidamente) si erano contenute per parecchi anni le sue facoltà giovanili, doveva spalancare tutto il suo animo a tutte le grandi correnti moderne della ispirazione e della coltura. E come il poeta lirico di Neera e di Febo Apolline, potè giungere ad essere il poeta di «Carnevale», «Sui campi di Marengo» «Notte di maggio» e «Alle fonti del Clitumno», nello stesso modo lo stile bernescamente umoristico dei caudati sonetti pisani a «Bambolone» e a «Messerino» potè evolversi, ascendere ed affermarsi poderoso nelle grandi ironie della «Consulta Araldica», dell'«Intermezzo» e della «Sacra di Enrico quinto».
Lo svolgersi della vita del poeta e il suo partecipare e mescolarsi con l'azione alle vicende, in vero più tristi che liete, della vita italiana dopo il 1866, dovevano di necessità eccitare e infervorare questi spiriti nuovi entrati così impetuosamente nella sua lirica nuova. Il poeta sentiva il bisogno di nuove armi; e queste quasi gli balzavano in mano senza ch'egli si desse la briga di cercarle. La satira archilochèa prorompeva nei giambi dalle punte arroventate, e negli epodi sfolgoravano le indignazioni sante e feroci: sante anche quando non movessero sempre da un misurato giudizio, perchè santa era la pietà della patria e il sogno eroico della sua grandezza che affaticavano il cuore dolorante del poeta. I diritti della giustizia storica erano e rimanevano naturalmente inviolabili. Ma è certo, del pari, che quando l'artista liberava dalla sua mano nervosa la strofa finale del suo canto «Le nozze del mare» o ci lanciava in faccia dei sonetti come «Heu pudor!» noi, allora giovani sentivamo che qualche cosa di più gagliardamente vitale passava, a un tratto, nell'atmosfera d'Italia; e prima o dopo tutti dovettero sentirlo.
I critici letterari di professione naturalmente non potevano mancare al loro ufficio; e più d'uno crollò il capo e mormorò: Victor Hugo!... Certo, anche Victor Hugo dovette contribuire a slargare l'orizzonte ideale e a eccitare la fantasia del nostro poeta.
Ma questa è stata sempre l'arte e direi quasi il gioco singolare di Carducci: muovere i primi passi avendo l'aria di uno che immiti; e poi concludere con l'affermare tanta libertà e tanta potenza propria, che i suoi primi modelli ne rimanessero oltrepassati o dimenticati.
Ditemi infatti: barattereste voi il libro «Les Châtiments» con una mezza dozzina delle più potenti liriche ironiche e battagliere che sono in «Giambi ed Epodi?»
Io, per esempio, no.