RIVO FRA PIETRE
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CONTRASTO
Figlia, i rami di pesco e biancospinodi che s'adorna il tuo bel marzo acerbo,cangia il soffio del tempo in un superbosfiorir di rose lungo il mio cammino.Già un poco sfatte, e del color del sangueche si raggruma a fior d'una ferita,l'inebriante aroma han della vitache per eccesso di pienezza langue.Figlia, e tu non lo sai. Tu bevi i ventidel largo, in quell'incerta mattinaleora, che, ancor fasciata d'ombra, sale,carico il grembo di promesse ardenti.Non vedi ch'io mi fo sempre più smortafra il sitibondo aulir di passïonedelle mie rose; e ch'io ne fo coroneper appenderle in voto alla tua porta.
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IL CANTO
Tu canti sempre. Canti come ridi,come parli. Hai nel canto una ragionedi vita. Ondeggi e splendi in un alonedi note. In te v'è un pispigliar di nidi,uno stormir di foglie al vento mosse.Ma non ti disser pagine o maestrile tue canzoni. Al fluttuar degli estripieghi, e all'ultima gioia che ti scosse.Parole e ritmo sgorgan per incantodall'anima cangiante come prismaal sole. Iddio con questo alato crismabenedisse in te, figlia, il riso e il pianto.E tu basti alla tua serenità,o creatura d'armonia: viventemelòde, ti disseti alla sorgenteche su dal cuore zampillando va.
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FRESCHEZZA
La tua freschezza, o creatura, è simileal brusir della pioggia sulle fogliedi giugno, quando scoppian le magnoliecarnee sul ramo, e i gigli sembran calicipieni d'acqua; o al crosciare della pioggiad'autunno, quando l'olea-fràgrans pènetradel suo profondo aroma anche le gocciolelucenti, e chi il respira ha la vertigine;o al sùbito mutar di luci e d'ombrese passino le nuvole di marzocon repentine acquate, e sprazzi vivididi sol fra pianto e pianto, e un turbinìodi pòllini nell'impeto del vento.
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IL VOLTO
Talor,—quando ti credi sola, e ignoriche nell'ombra gelosa in cui t'interniti spìano i miei seguaci occhi materni,—in un pensiero il volto trascolori.Cinte le braccia ad arco sui ginocchi,tesi il mento e la bocca in un superbogesto di volontà, pensi. Niun verbopuò dire quel che dicono i tuoi occhi.Ardor di sangue, ardor di fede, vamporepresso.—Ma è ben tuo, figlia, quel viso?...Ove io lo scôrsi, un giorno?... e avea quel risointerïore, e quel selvaggio stampod'adolescenza conscia d'esser vivaper esser forte!... Ove lo scôrsi?... Forsenell'altra vita. O, forse, in sogno. O, forse,in uno specchio. Ah, mi ricordo!... Empivadel suo denso pallor la fredda lastraappesa al muro. E mi guardava, fisso.Era il mio volto, sôrto da un abissod'ombra, e riflesso in torba acqua verdastra:nuovo a me, dal grande arco delle cigliaal labbro acceso: cerchio inebrianted'enigmi, ove affondavo il cuor tremante:ed ora è tuo perchè il trasmetta, o figlia.
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LA MORTE
Se necessario è il male, e necessariala morte,—anche tu dunque, o Luminosa,morrai?... tu, che letizia da ogni cosasuggi, come ogni bocca sugge l'aria?...Io t'avrò fatta, io con insonne e fidaansia t'avrò cresciuta, per sapertimortale, e spenta, forse, in braccio averti?...Dunque ogni madre al mondo è un'omicida?...Dunque la vita mia, che a te coi centoe cento suoi lacerti s'aggroviglia,nulla potrebbe in tua difesa, o figlianata per la mia gioia e il mio tormento?...Cingerti non potrebbe un'invisibileveste, d'amore e amor tutta intessuta,che contro gli anni e la ferocia mutadella morte ti renda incorruttibile?...Nella miseria mia solo il patireper te m'è dato, e in esso consumarmi:perchè tu possa, o figlia, perdonarmid'averti messa al mondo per morire.
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IL SOGNO
Non ti basto, lo so. Già i tuoi grandi occhiguardano a un sogno ov'io non oso entrare.Già sulla soglia sei, fra rose chiareche sbocciando ti splendono ai ginocchi.Già tu ascolti—e un po' piangi, e un po' sorridi—musiche dolci ch'io non odo più.Piccola mia, fragile amore, tusei dunque come i passeri dei nidi?....... Vento di primavera, erbe novelle,gemme sui rami, nuvole nei cieli,cantar di fonti, verdeggiar di stelipromessi al caldo oro del grano, stellefulgide come sguardi, novitàdi tutto, ansia di spremer da ogni fogliail succo, da ogni affetto che germogliail suo mistero d'immortalità!...Non io ti mostrerò le cicatricidel cuor, le rosse stimmate, sì a fondoincise, che la vita è nel profondoattossicata sino alle radici.E quand'anche il facessi, i passi snellinon fermeresti tu sulla tua strada,tu, che infili cristalli di rugiadaper farne serto ai morbidi capelli.No!... Vivi l'ora tua, che una sol voltasi vive!... Piangerai dopo. È il tributosacro. Ma da timor gelido e mutol'ora divina a te non venga tolta.
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IL MISTERO
O generata per mirar la gioianegli occhi, e far ghirlande di giunchiglie,passando in danza fra le maravigliedolcissime d'un maggio che non muoia:o tu che porti in te la giovinezzadi tutti i rivi, e pur ti godi a beread ogni fonte che ti dia piacere,ad ogni raggio che ti dia bellezza:stupefatta io ti guardo, e mi domandochi sei: nè più ricordo il mio supplizionel procrearti, e il lungo sacrifiziode' miei begli anni, in te sola vibrando.Nulla ricordo. Ora potrei nel gorgosparire: nulla più t'è necessarioda me: nel getto pieno e statuariodel tuo fiorire il tuo destino io scorgo.Ah, potess'io pensar che da una scorzad'albero, gaia boschereccia ninfa,balzata fossi, e avessi in te la linfadi quel tronco, e la sua virginea forza!...Balzata fossi dagli oceani immensi,vestita d'alghe, satura di sale!...Ma il peccato d'origine, il mortalepeso del sangue incarcera i tuoi sensi.Sei nuova, e pure in te fremono i mondi:vita io ti diedi, e pur mi sei straniera:penetrarti vorrei, ma tu di fierasemplice grazia il tuo mister circondi.E vai,—nè io ti seguo, poi che l'ombrami tiene.—Ma se il mal, belva in agguato,t'abbrancasse, ben io saprei d'un fiatofarmi, per te salvar, la strada sgombra:non sarei che un istinto, un cieco istintocarnale, armato a tua sola difesa:nè cederei, nè lascerei la presaselvaggia, fino a quando avessi vinto.
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ALBA
Un sogno risvegliò l'adolescente.Oh, dolce!... Uno sfogliarsi di corollesulla sua bocca e sul suo cuore, folleper la delizia d'essere vivente.E balzò a terra, bianca in quel divinolanguir dell'ombra e delle stelle,—quandonell'aria che pare èsiti tremandonon è più notte e non è ancor mattino.A piedi ignudi sul balcon, soavee ardente, a sè chiamò l'alba virginea:l'assaporò fino all'estrema lineadel cielo, ove il sol nasce al suon dell'ave.Pensò i giardini prossimi a fiorire,l'attender calmo delle forze intatte,le gemme dei roveti entro le fratte,l'acerba novità del divenire.—Buon dì, primo stormir d'ali e di foglie.Buon dì, nuvole rosa e peschi rosa.Ho quindici anni. È troppo dolce cosavivere, quando il cuore è sulle soglie.Chi è colei che vien dall'alto, ed haancor fra i veli qualche stella spersa,mentre la faccia è già tutta sommersanella luce?... sei tu, Felicità?...—
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«C'ERA UNA VOLTA....»
—Mamma, narrami ancor: «C'era una volta....»come quand'ero piccola bambina.Sai, mi dicono tutti «signorina»....Ma non è vero. Ho ancor la treccia sciolta.Quanta neve nell'aria!... Par che scendail cielo a terra, in turbini di fiocchi,e pur non sembra che la terra tocchi....Mamma!... Lo vedi: è un tempo da leggenda.Così soave è la tua voce, seconti di fate, d'astri, di fortuna!...——.... Dunque, c'era una volta, nella luna,Re....—«No, non voglio le fiabe dei re...»—La Principessa allor dirò, che accogliead ìnfula i capelli intorno al viso,e col volger degli occhi e del sorrisoal suo passaggio fa tremar le foglie....Ma non la tentan gracili vïoleche gelosia di folta erba nasconda:di più liberi campi è sitibondaov'ella possa respirar nel sole.Tutta s'immerge nella vampa d'oroche di baci ardentissimi l'investe:ride:—Fratello Sol, guarda: la vestedel tuo più lieto raggio io mi coloro.Canta:—Fratello Sole, ove mi portioggi, che nostra gioia è così pura?...—E sembra una celeste creaturache un'occulta potenza in terra scorti.Tutto move con lei, nell'indicibilefesta del ritmo che il suo passo scande,verso la soglia ove l'attende un grandeIddio, dal viso pallido e terribile....——Mamma, chi è?...—Non so. Forse l'Amore.Ma mi si ruppe il fil nella memoria.È una storia sì logora!... È la storiad'ognuna.... Anche la tua, mio dolce Cuore.Ah, non potere averti ancor raccoltanel grembo, contro cento, contro mille!....... Non tremare. Un racconto delle Millee una Notte or dirò: «C'era una volta....»—
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TRASMIGRAZIONE
Penso a quel che v'ha in me, ch'io in te trasfusisenza volerlo, o figlia, nell'oscurotravaglio della specie, ove il futuros'incarna e pur s'ignora, ove son chiusii germi che la vita romperà:al segreto del sangue, all'energielatenti, alle ancor buie occulte vie,alle tremende possibilità.Penso all'ignota donna che s'appiattaor, nel fascio di nervi agile al balzo,e nella grazia del tuo piede scalzose t'aggiri con mosse di cerbiatta;e nel rapido battere di cigliache vela e svela....—Ah, basta.—Ah, ch'io non sochi sii, se pur ti feci, se pur t'honelle viscere ancor compressa, o figlia!...Ma che tu sii da me diversa, è giusto.Per questa tua diversità, t'ammiro.Se il mio commisi al fresco tuo respiro,s'io m'innestai nel tronco tuo robusto,fu per passar con più perfetta formain coscïenza, in gaudio, in giovinezzanuova: inutili son forza e bellezzase potenza d'amor non le trasforma.Tu seguirai la sempiterna legge.Viva, entrerai nel sangue de' tuoi figli.Arde nel trasmigrar di quei vermiglirivi la volontà che il mondo regge.Da te soltanto il cuor caduco avràla certezza del fato in van promessoa me dal verso sulla carne impressocome un cilicio: l'Immortalità.
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