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Esilio

Chapter 39: LA FONTE
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About This Book

A sequence of lyric poems meditates on emotional and literal exile, exploring solitude, silence, longing, and renunciation through intimate domestic and natural imagery. The speaker alternates contemplative interior monologues with brief evocative scenes, employing religious and familial motifs, thresholds and closed doors, gardens and flames to probe memory, waiting, mortality, and the desire for consolation or escape. Recurring motifs of silence and interior pain enlarge into occasional social and migratory glimpses, so the collection moves between private lament and communal displacement while preserving concise, musical stanzas that register austerity, yearning, and the persistence of hope.

LÈVATI, E CAMMINA

[pg!73]

LÈVATI, E CAMMINA

Tanto indugiasti!... Non t'accorgi dunque
che si fa tardi?... Lèvati, e cammina.
Sia per mar, sia per erta o sia per china,
fuor che qui dentro la tua strada è ovunque.
 
Strozza il singulto, e non voltarti indietro.
Nulla qui dentro è tuo, nemmeno l'aria,
nemmeno quella smorta cineraria
che agonizza nel carcere di vetro.
 
Di tuo non hai che l'anima, confissa
nel corpo come nuclëo nel tronco,
una tunica nera, un sogno monco,
e l'affanno pesante che t'asfissia.
 
Pur sarai ricca, ricca senza fondo,
se riesci a varcar senza tremare
la soglia: se riesci, ecco, a svoltare
quell'angolo.—Vedrai, mutato, il mondo.
 
Perchè piangi nell'anima?... Si è forti
sol quando tutto si strappò dal nostro
cuore, anche il pianto; e solo, e solo il nostro
orgoglio in plenitudine ci scorti.
 
Che stringi in mano?... una piccola ciocca
di capelli?... Ma gettala, che muoia
nel fango della via, se pur tu vuoi
la calma che il ricordo più non tocca!...
 
Nella selvaggia adolescenza, quando
davano i tuoi magnetici capelli
scintille al tocco delle dita, e snelli
i piedi in gaudio erravano, danzando
 
ritmi di libertà, Dio t'avea posto
nel cuore un Dono. Ed era più che l'oro
terreno, ed era più d'ogni tesoro
mortale. Fosti in colpa. E s'è nascosto.
 
E vivesti anni ed anni come sorda
e cieca. Or parti. Cercalo. Ma andare
andar tu devi senza mai sostare,
nella tonaca tua cinta di corda.
 
Bàgnati ai fiumi, asciùgati nel sole,
dormi sull'erba, prega con le stelle.
Avrai da quelle tue caste sorelle
maraviglia di candide parole.
 
Cerca tra i sassi, in mezzo al fango, in fondo
ai vicoli, alle soglie delle case
di povertà, per strade e piazze invase
di folla. Cerca te, nel vasto mondo!...
 
E ingoia libertà sino a formarne
fibre di nervi e succo di midolla:
sia essa, in te, fecondo hùmus di zolla,
sia qual rete di vene entro la carne!...
 
Allor soltanto sentirai la grazia
rifolgorarti nelle viscere ebbre.
Nella divinità della tua febbre
allor soltanto potrai dirti sazia.
 
E rivedrai del Dono intatto impressa
l'effige in cuore, come in polla viva;
ma più non tornerai dall'altra riva,
Pellegrina Crociata di te stessa.

[pg!77]

LA SERA STRANIERA

Sboccian le stelle elettriche e le stelle
del cielo, argentee, sulle vie che ignori
e non ti sanno. In cerchi di splendori
t'immergi, e mai ti fûr l'ore sì belle.
 
Nome scordasti, e culla, e la menzogna
lunga e lo strazio dell'inutil pianto:
qui, se tu parli nel natio tuo canto,
niuno t'intende.—Passa: taci: sogna.
 
Novella pare l'anima in esiglio
a sè, come nell'impeto del fresco
fiorir di marzo a sè par nuovo il pesco
roseo-chiomato, e di se stesso il figlio.
 
D'ogni basso livor tu l'hai detersa
fuggendo: ed or memoria più non hai:
sfiori, monda e leggera, il sempre e il mai,
in pura infanzia dal lavacro emersa.
 
Il liberato spirito si snuda
pel battesimo sacro. Ardono gli astri
al rito. E tu ti fai simile agli astri
senza tempo, o mia vita, o vita ignuda.

[pg!79]

COLLOQUIO CON L'ANIMA

Sole, di fronte. Non c'è più nessuno.
Chi odiammo, è lunge. Anche chi amammo, è lunge.
Voce amica o nemica a noi non giunge
più. Laggiù in patria, non ci attende alcuno.
 
Per nostra ferma volontà compiemmo
questo distacco. E lacerammo il nodo.
Ma il membro donde si sconfisse il chiodo
dà sangue. Anima mia, che mai facemmo?...
 
Tu mi rispondi:—Quel ch'è necessario.
Lascia che sgorghi il sangue ch'è corrotto.
Poter di rinnovarsi in puro fiotto
lascia al torrente impetuoso e vario.
 
La vita è bella in quanto è forza, calda
entro il tuo pugno: d'altri, che t'importa?...
Se non sai dominarti, ed a te scorta
essere, qual virtù ti sarà salda?...
 
Io voglio che tu giunga a tale eroica
cima, che il nulla pel tuo cor sia tutto,
e il tutto nulla; e quel che fu distrutto
seme prepari ad altre messi, o stoica.—

*

E ancor mi dici: (e tal silenzio è intorno
che il battito dei polsi nell'orecchio
mi suona)—Guarda a me come a uno specchio
terso, nella tua notte e nel tuo giorno.
 
Io sono eterna. Il mondo è in me riflesso.
Nella mia voce udrai tutte le voci
che vuoi, canore, tenere, feroci,
false, sublimi. Io ti sarò da presso
 
e da lontano, come tu vorrai:
penetrerò per te la vôlta cava
dei cieli, e sarò in te, simile a schiava
accosciata nell'ombra. E mi amerai
 
d'amore. Ah, nessun mai suddito e donno
tu avuto avrai come la mia presenza
compatta ed invisibil, coscïenza
e senso, in te vivente anche nel sonno!...
 
Tanto, che della morte avrai paura
sol perchè allora io ti sarò divulsa
dal corpo: e me ne andrò, tragica espulsa,
te dai cieli implorando, o creatura.

[pg!83]

MEDITAZIONE

Considera che nuova è la tua via,
o magnifica anima vagabonda.
La nave che si stacca dalla sponda
più libera non è che tu non sia.
 
Considera che basta un pane, e un poco
di sale, e un sorso d'acqua al tuo bisogno.
Mangia la rossa carne del tuo sogno,
bevi del tuo pensiero il vin di fuoco.
 
Se turbi a volte oscura disianza
d'amor le vene all'aspra giovinezza
che non è morta, in taciturna ebbrezza
bacia ed abbraccia in te la tua sostanza.
 
Ella, ella sola t'è fedele: abissi
d'ombra, immense voragini di luce
ti scopre: a regni d'èstasi t'adduce
per mano, e, s'ella vuole, il sol tu fissi.

*

Considera che il sasso ove tu inciampi
è parte del tuo Io, come la mano
estranea che ti tocca, ed il lontano
cielo, e le spiche, e l'alte erbe de' campi.
 
Considera le linee sinuose
del corpo, vive del tuo sangue ardente,
qual limite non già, ma qual fluente
legame a tutte le terrestri cose.
 
Aderisci con ogni atto all'essenza
cosmica. Dilatarsi della vita
il nucleo sentirai, fin che smarrita
t'immerga nella Universal Presenza.
 
Piccola donna in così grande spazio,
oltre il peso, oltre il numero e il confine
vivrai: del tuo principio e del tuo fine
dèspota: il cuore, ora e in eterno, sazio.

*

Considera che tu fosti in peccato
mortale: che strisciasti, curva e stracca,
per tortuoso error, con la vigliacca
tua debolezza e la menzogna a lato.
 
Considera che eccelsa è la tua sorte,
se puoi, dal pozzo ove la coscïenza
affogava, aggrapparti alla potenza
originaria e vincere la morte:
 
e che improvviso sfolgorar di stelle
dà più folle vertigine a colui
che dall'intrico di meandri bui
con pertinace volontà si svelle.
 
Sorpassata la colpa ed il martirio,
ondeggiando or disperditi in lucenti
vie di silenzio e d'estasi.—Mi senti
ora?... chi sei?... Boote, forse: o Sirio.

[pg!87]

LA SOSTA

M'appoggio a un tronco, scivolo a ginocchi,
confondo anima e corpo alle contorte
radici.—E tu credevi d'esser forte,
povera donna!...—Or sosto un poco. Ho gli occhi
 
stanchi di sole: anche il cervello. Ho questi
densi effluvî nel sangue, come un tossico
inebriante ed omicida. Ho gli ossi
che mi dolgono, come in chi si desti
 
da lunga febbre. E il combattuto orrore
ch'io credetti d'aver pur ieri ucciso,
eccolo, è qui, m'abbranca il petto, il viso
mi schiaffeggia, mi sputa, ecco, sul cuore.
 
Dio che mi vedi, a questo m'hai condotta
tu, perch'io tocchi un segno eterno. E lunga
ed aspra è l'erta ancor, fin che il raggiunga,
e già m'accascio come cosa rotta....
 
Fa almen ch'io non mi volga indietro, ch'io
non dubiti, non tremi, non mi penta
del già compiuto; e dentro me ti senta,
sola fiamma inesausta, ardere, o Dio.

[pg!89]

L'ARSURA

Ritta nel sole, colle man sul fronte
a schermo, guardi se un ruscello appaia,
se qualche roccia della rea petraia
pianga per una sua cerula fonte.
 
Nulla: non trovi nulla, fuor che sassi,
polvere, ortiche, calcinacci. E rabbia
d'arsura, quasi che rovente sabbia
colle contratte fauci respirassi.
 
Dio mio che sete!... Asciugheresti i fiumi.
Ma non v'è nube in ciel, ma non v'è filo
d'acqua fra pietre. Avessi tu uno stilo
per ferirti, e succhiare il sangue a grumi!...
 
Dio mio che angoscia!... E niuno, e niuno accanto,
che ti dica:—Coraggio!...—che la strada
ti accenni, che ti mormori:—No, bada,
caschi!...—Se hai sete, ingoialo, il tuo pianto.
 
E sien per te le assaporate lacrime
amara voluttà di beveraggio
nuovo, che nuovo renda il tuo coraggio,
esasperando i sensi aridi ed acri.
 
Se ancor parla viltà, con mani a morsa
strozzala, e getta il cencio dietro un folto
di rovi.—Fin che avrai te stessa, molto
avrai: tutto.—E prosegui la tua corsa.
 
E impara a non fidar che ne' tuoi occhi
e nel tuo piede: a non attender niente
dagli uomini, e in te una e onnipossente
creder,—se aver non vuoi rotti i ginocchi.
 
In te sola trovare acqua di vena
per sete, campo per raccolto, foglia
per ombra....—allora, e sol se tu lo voglia,
comincerà per te la vita piena.

[pg!93]

PIÙ IN ALTO

Hai tu coraggio di salir più in alto
ancor, sino alle rocce irte del culmine?
Bada! Quei tronchi li ha schiantati il fulmine,
che dentellò quei picchi di basalto.
 
Hai tu sìstole e diàstole sì forti
che non abbian, là, presso il ciel, paura
d'asfissia?... Bada! L'aria è così pura
la sù, che uccide chi il suo cor vi porti.
 
Gettasti, veramente, nella fogna
la pupazza di cenci, incoronata
di carta d'oro e a gonna impastoiata,
che fosti fino a ier, per tua vergogna?...
 
Sai tu bene ohe sia la solitudine
lapidaria, che sta fra terra e cielo
senza speranza?... e puoi, tu, di quel gelo
farti una veste di beatitudine?...
 
Sei ben certa d'aver gettato ai sassi,
dietro le spalle, tutto, proprio tutto,
tanto che il mondo di te porti il lutto
come se fossi, diaccia, fra quattr'assi?...
 
Padre e madre non più, nè creatura
nata da te, nè alcuno che ti tocchi
da presso, nè rimpianto che i ginocchi
ti spezzi, nè desio di cosa impura?...
 
Allora va. Sul vertice più eccelso
della montagna, che somiglia un grido
pietrificato verso Iddio, tu il grido
ritroverai del tuo soffrir più eccelso.
 
Ma antico quanto il mondo, e vano, o cuore
selvaggio, o monte intrepido, sarà
quel grido. E l'eco lo rimbalzerà
di picco in picco, in van:—Perchè, Signore?...—

[pg!97]

I GIARDINI

Giardini oscuri, simili a foreste
vergini, carchi d'èlitre ronzanti
entro socchiusi calici, formanti
a quete ville una gelosa veste:
 
giardini oscuri, ove il colloquio delli
alberi varia a ritmo d'acqua e d'aria,
date una fronda anche alla solitaria
che si sofferma, pallida, ai cancelli.
 
Ella è colei che non trovò la pace
mai, nè pur quando l'ebbe faccia a faccia,
e il suo dolore amò, sol d'esso in traccia
correndo, e solo in quel disìo tenace.
 
Ella è colei che nacque per andare
andar, fin che le manchi il soffio e il passo,
e morte eterna uguagli il corpo al sasso
sotto l'eterna fissità stellare.
 
Adesso è stanca. Il sole, a piombo, è spada
arroventata, è ardor che in mille e mille
roghi conflagra. Dolce alle pupille
goccia d'acqua sarebbe, o di rugiada:
 
dolce, alla bocca, ritrovar nel calice
d'un àrum bianco un sorso per la sete:
e poi dormir, supina, in una rete
di frasche, sotto il murmure d'un salice.
 
Ma dormire non può.—Sonno s'è tolto
e tregua: poi che un attimo d'oblio
basterebbe a nasconderle del Dio
che va cercando il sospirato volto.
 
Nè ombra può goder: poi ch'essa vuole
ardere, sino a non formar che un puro
getto di fiamme, alto così nel puro
cielo, che in sè lo riassorba il sole.

[pg!101]

L'OASI

Chi ti condusse alle incantate soglie?...
Non sai. Lasciasti l'ombra nel cortile
diaccio, di pietra. Ora nel dolce aprile
un aroma di mammole t'accoglie.
 
Ma forse sogni. Oh, non destarti, o squallido
cuore infermo!... A capriccio, piove e spiove:
sotto le rade lacrime non move
pure una foglia, e il cielo è tutto pallido.
 
E le gemme sui bronchi sono bionde
d'infanzia; e i peschi e i mandorli ed i meli,
entro le aeree nuvole dei veli
caduchi, attendon l'ora delle fronde.
 
Chiare ombrelle di salici s'affacciano
ai cancelli ove a spire il biancospino
s'ingiglia. A tratti, nel languor divino,
qualche petalo muor su la tua traccia.
 
Tutto è sì lieve che par fatto d'ale
e d'aria: anche il tuo passo e la tua forma
terrena: e il senso par che in te s'addorma
sotto l'incanto che non è mortale.
 
Giardini ignoti sotto cieli ignoti
benedicenti!... Or tu rinasci, infante
gaia, con pura bocca ancor fragrante
di mistero, con puri occhi ancor vuoti
 
di visïoni: occhi di maraviglia
innocente, pel prato ch'è sì verde,
pel cielo ove la nuvola si perde
e il pesco che tremando s'invermiglia.
 
Niuno ancora sul labbro ti baciò.
Niuno ancora sul cuor ti camminò,
le vesti con le carni ti stracciò,
sotto suola di ferro ti pestò.
 
Sàlvati!... Spranga della tua memoria
tutte le porte!...—Sei bambina.—Hai viso
di fiore, carne che non duole, riso
senza doppiezza, cuore senza storia.
 
Scrive ora sulla tua pagina bianca
i primi segni di bellezza il petalo
aerëo, che in tacita e quieta
discesa, dal sognante albero, manca.
 
T'appare, per la prima volta, Iddio.
Ne hai, sommo, per la prima volta, il senso.
Te adori in Lui, Lui stringi in te. L'immenso
Volto si assorbe nel tuo volto pio.
 
In fiore in frasca in nube in acqua in pianta
l'anima inesauribile ritrova
la sua gioia d'origine. Oh, la piova
d'april ti lavi, o Rinverdita!...
E canta.

[pg!105]

LIBERTÀ

—Il tuo nome?...—mi chiese il vagabondo,
camminando con me lungo un fossato.
—Lo lasciai sui registri dello stato
civile, in un grigio angolo del mondo.
 
Mi schiaffeggiò di me cruda vergogna
fra l'uom, belva di cauta zanna losca
che per meglio colpir meglio s'imbosca,
e la femminea serica menzogna.
 
Se uomo e donna tali sono, io voglio
esser altro. Esser altro!... E pur m'è tolto
strapparmi questo corpo e questo volto
umani a strazio del mio duro orgoglio.
 
Buffa e tragica cosa, essere inscritto
nello stato civile, a chi il suo crisma
chiede all'eterno, a chi nel vasto prisma
dell'anima rifrange anche il delitto!...
 
Buffa e tragica cosa, avere un nome
che ognun dice, bestemmia, ama, ricorda!...
È il doppio nodo, al collo, della corda
che un dì ti strozzerà, nè saprai come.
 
Così fuggire, è pazzo ed è sinistro,
lo so,—soli col nostro aspro coraggio.
Ci arresteranno per vagabondaggio,
fratello!... E v'è anche in carcere un registro.
 
Lì ben dovranno imprimere le scarne
dita il suggel di riconoscimento,
il nome: tatuaggio che l'armento
umano porta sulla viva carne....
 
Ma noi—tendi l'orecchio, a bassa voce
parlo, che non ci ascoltino i roveti—
ma noi ci fingeremo analfabeti,
fratello!... E traccerem, nuda, una croce.

*

Croce di vita!.... L'ombra delle braccia
nere, tese all'amplesso senza scampo,
per monte e valle, per foresta e campo
ingigantisce sulla nostra traccia.
 
Liberi?... Hai tu la tunica del vento,
forse?... Puoi star senz'acqua e senza fuoco?...
Illudimi, se puoi. Sol per un poco
calmalo, questo mio vano tormento.
 
Chiamami Alba quando l'alba è in cielo,
chiamami Sera quando il ciel s'addorme.
Non separar le mie terrene forme
dall'albero, dal musco, dallo stelo.
 
Io non fui d'altri e non sarò mai tua,
io son di me: pur m'è tremendo il giogo
del lento corpo: se il sol fosse un rogo,
dentro m'avventerei, per esser sua.
 
Fra gli uomini che odio e il Dio che agogno
sta la vita: ed ucciderla non posso:
ella, ella sola è il tramite che, rosso
di sangue, tutta mi congiunge al sogno.

[pg!109]

L'EVASIONE

Segar, con una nostra aguzza e lenta
lima, cauti, nel buio, con trabalzi
muti per un pestìo di piedi scalzi,
per un rauco sospir di sonnolenta
 
bocca, una sbarra di spiraglio: il varco
aprir fra spranga e spranga: annodar corda
di lenzuola, premendo in cor la sorda
paura: al nodo avviticchiarsi ad arco,
 
e giù:—toccar l'asfalto, il fresco incanto
della notte stellata a un tratto bere,
con tale ebrïetudin di piacere
che la dolcezza si tramuti in pianto:
 
poi, via: colla rapidità d'un topo
selvatico guizzar fra siepe e muro,
mettersi in salvo, finalmente, il duro
terren baciando per delizia....
E dopo?...

[pg!111]

ROSE

Rose, rose, fragranti rose belle,
color d'ambra, di fuoco, d'arse bocche
già flaccide, di nevi ancor non tocche,
sul ramo a due a due come sorelle:
 
rose in bocciòlo, rose in giovinezza
piena, rose disfatte per eccesso
di godimento, rose che l'amplesso
del sol spaccò per meglio averne ebbrezza:
 
rose a cespuglio, a siepe, a serti, a densi
grappoli traboccanti da muraglie
basse, chiudenti il vïator fra maglie
d'aromi, a frenesia di tutti i sensi!...
 
Ora soltanto la caduca e folle
vostra grazia m'attira, or che non posso
cogliervi più, nè mordere con rosso
riso al dolcior di vostra carne molle:
 
or che in terra non mia, gioia e certezza
d'altri, dietro cancelli a me serrati,
offrire al sol vi scorgo i vellutati
petali, per un giorno di bellezza.

[pg!113]

LA SUORA

Voglio al mio letto d'ospedale, in hora
mortis, perchè mi chiuda in atto muto
gli occhi stanchi d'aver tutto veduto,
bianca in azzurra tonaca, una suora.
 
Ella non sappia altro di me che il tristo
male, segnato su tabella, in gesso,
a capoletto: altro io non senta, presso
a me, che il suo respiro al mio commisto.
 
Tanto ella stessa abbia sofferto e amato
che nulla la ributti: e l'assassino
pianga per lei col pianto d'un bambino
che s'appresti a morir senza peccato.
 
Alla sua carità basti l'orrore
della misera carne che inabissa
entro il mistero, senza nome, scissa
dall'anima, e vestita di dolore.
 
Della mia bocca l'ultima parola
oda, senza capirla: le mie braccia
componga in croce: e alla gran calma diaccia
mi lasci,—come fui nel mondo,—sola.

[pg!115]

LA FONTE

Fonte che sola il mio dolor guarire
sai, fonte eterna di silenzio cinta,
quella che in me credei più forte ho vinta
per poter, di te degna, a te salire.
 
Casa e terra lasciai che agli altri mia
parve, e non era: poi che nulla al mondo
è mio, fuor che l'anelito profondo
del cuor, che si trasforma in melodia.
 
Lasciai le passïoni, che con succhio
di tentacoli, ingorde, irte, contratte,
vuotavano le mie vene scarlatte
per gettarmi dei morti al sozzo mucchio:
 
ma mi seguono esse, in false vesti,
guardinghe, pronte per colpirmi al fianco,
s'io vacilli, s'io dubiti, se stanco
il capo in pianto io curvi, o il piede arresti.
 
Dio m'aiuti!... Blandizia di ricordi
non mi tenti, viltà non m'imbavagli,
peso di carne non m'abbatta, e fra gli
spini de l'aspre fratte àpriti, o fior di
 
salvezza!...—La boscaglia ove il piè sale
lancia i suoi archi al ciel, tempio vivente:
veglia e prega uno spirito veggente
in ogni tronco della cattedrale.
 
Mi saluta ogni tronco, e sembra fremere
d'allegrezza in sua scorza ed in sue rame.
Io salgo—e da un viluppo di frascame
mi giunge, o Fonte, il tuo sommesso gemere!...
 
Sì diaccia sei, ch'io sento il brusco brivido
del sasso a fior de lo zampillo;—e casca
l'acqua ove il terren molle forma vasca
fra i muschi. L'acqua, in ombra, ha un color livido.
 
Fonte d'oblio che ti nascondi ai raggi
del sol, tu vedi le mie mani in croce.
Ti riconosco. Sola ormai la voce
tua vince i vasti cantici selvaggi.
 
Prendimi!... Ansando io fino al cuor m'immergo,
che si contrae nel subitaneo spasmo,
ma resiste. In te nasco, in te mi plasmo,
del battesimo tuo la fronte aspergo.
 
E l'acqua si fa rossa del mio bello
e terribile sangue, che non dorme
mai, che m'assorda col suo rombo enorme,
indomito al cilicio ed al flagello.
 
E l'acqua bolle come lava, a un tratto.
Ecco, e s'è spento ciò che fu perverso:
amor simile all'odio, e cozzo avverso
di vïolenze, e striscïante patto
 
di menzogne, e desìo folle d'uccidere
o pur d'essere uccisa!...—O vita, o vita,
come sei dolce!... O carne rifiorita,
come giovine in te l'anima ride!...
 
Chi tramutò sul margine i calzari
di corda in freschi sandali, e la bruna
tonaca in veste dal candor di luna,
forse caduta dalle vie stellari?...
 
Chi a me concesse levità sì grande
ch'ora cammino come se volassi,
e le primule d'ôr sotto i miei passi
sbocciano a mazzi per le mio ghirlande?...
 
.... Uomo, qual che tu sii, col tuo peccato
più non mi tocchi. Io, sì, potrò, se vuoi,
salvarti: sol ch'io fissi dentro i tuoi
occhi i miei occhi. E tu sarai placato.
 
E s'io t'incontri mai col tuo misfatto
pronto nel cuore e nella mano, e quello
cadrà: sol ch'io ti mormori: Fratello!
in pacata umiltà d'accento e d'atto.
 
Udremo, nel silenzio pieno d'aria,
battere il nostro cuor; ma già lontano
da noi, sperduto, non più nostro, vano
palpito d'ala che nell'alto svaria.
 
E il corpo sarà senza consistenza.
E l'anima sarà senza confine.
Io vedrò in te, tu in me, per le divine
luci d'una celeste trasparenza.
 
E sopra e intorno e dentro a noi sarà
la pace. Uno stupor sarà, d'oblio.
E tu pel tuo sentiero ed io pel mio
andremo, eterni nell'eternità.

[pg!121]