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Chapter 41: EMIGRANTI
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About This Book

A sequence of lyric poems meditates on emotional and literal exile, exploring solitude, silence, longing, and renunciation through intimate domestic and natural imagery. The speaker alternates contemplative interior monologues with brief evocative scenes, employing religious and familial motifs, thresholds and closed doors, gardens and flames to probe memory, waiting, mortality, and the desire for consolation or escape. Recurring motifs of silence and interior pain enlarge into occasional social and migratory glimpses, so the collection moves between private lament and communal displacement while preserving concise, musical stanzas that register austerity, yearning, and the persistence of hope.

EMIGRANTI

Sul gelido registro del Notturno
Asilo, trema la tua mano grossa,
tracciando il nome:—Paolo Gibilrossa,
muratore, lombardo.—E taciturno
 
mi guardi, con quegli occhi così amari
nella faccia di bronzo; e attendi.—Anch'io
scrivo, se vuoi, sotto il tuo nome il mio:
—Ada Negri, poeta.—Ecco. Siam pari.
 
E questa casa, ch'è d'ognun,—mi senti,
compagno?...—è nostra.—Hai sonno. Hai freddo. È lunge
la patria. Per l'angoscia che ti punge
più che pel freddo, forse, batti i denti.
 
La vecchia storia sempre nuova io tutta
leggo nei solchi e solchi che ti scavano
il volto, e nella dura orbita cava
degli occhi, ove ogni luce par distrutta.
 
Porti, nel sacco a spalla, ogni tuo bene;
ma raccolto sul petto aver vorresti
il tuo bambino, e dargli, se si desti
e pianga, un bacio, e il sangue delle vene!...
 
In sua culla di legno il bimbo dorme
laggiù, nella casuccia in riva al fiume:
la madre agucchia agucchia sotto il lume,
ma in cuor cammina sulle tue tristi orme.
 
Pòsati, adesso!... Getta il sacco a terra.
C'è un po' d'Italia, qui. Spezza il mio pane.
Io parlerò con te delle lontane
messi che splendon sulla nostra Terra.
 
Esule al par di te, che di calcina
t'imbratti a cementar le case altrui,
e pietra a pietra ammucchi in squadra, sui
palchi eretto ore morte è più vicina;
 
strofa su strofa io costruisco i palchi
eretti contro il ciel, del mio pensiero:
tutte le imbevo del mio sangue nero
perchè ben l'una contro l'altra calchi.
 
E nulla vale a me, nulla a te vale
il pazïente sforzo dïuturno:
oggi, stranieri, in questo Asil Notturno:
doman, forse, stranieri, all'ospedale.
 
Ma poi che nostro fato è andar pel mondo,
tu con la tua cazzuola e col secchiello
di calce, io col pensier che m'è coltello
infisso ove lo spasmo è più profondo:
 
andare andar, fin che la morte a schianto
ci abbatta colla faccia sulla pietra,
per consolar la tua tristezza tetra
ti tesserò col canto un dolce incanto.
 
.... Non vedi?... Dalla porta spalancata
entrano, a gruppi, taciti fratelli.
Hanno donne per mano, hanno fardelli
sul dorso, hanno la fronte umilïata.
 
Dalle basse finestre, anche: dai muri
fenduti a un tratto, e poi richiusi, un dietro
l'altro, irrompono: in quegli occhi di vetro
ti riconosci, ed in quei volti duri.
 
Tutti di qualche patria esuli figli
sono, e in cuore ne portan crocifisso
il rimpianto; e di notte, a buio fisso,
i lor fardelli sono i lor giacigli.
 
E tutti vanno e vanno; e dopo giorno
è sera, e dopo notte è l'alba, e lunge
la casa è sempre più: sol la raggiunge
il cuor, che sa la strada del ritorno.
 
Strada del sogno, strada, ah, così corta
che in un attimo è vinta; ed ecco, il tetto
dei padri spunta, e in esso il benedetto
capo dell'ava che non è ancor morta!...
 
Tu, che firmasti Paolo Gibilrossa
da Lombardia,—fratello in Cristo:—noi
il nostro pane romperem, se vuoi,
con questa gente squallida e commossa.
 
Poco, tu dici?... Guarda: amor lo spezza
in cento parti e cento; e il bianco sale
vi asperge, e l'acqua versa nel boccale
che a cento bocche dà la sua freschezza.
 
Nella pace dell'àgape fraterna
ritroverem la patria; e nell'amore
che il tuo pallor fa uguale al mio pallore,
celebrerem la sua bellezza eterna.
 
Poscia, ravvolto nel mantello, al suolo
con essi, in fascio, dormirai.—Non io.—
Io poeta, a colloquio col mio Dio
sol visibile a me, veglierò solo:
 
chinata in atto d'umiltà la macra
faccia verso i dormenti, infin che sgombra
l'alba apparisca, reggerò nell'ombra
sul lor riposo la mia torcia sacra.

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