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Chapter 49: LA MADRE
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About This Book

A sequence of lyric poems meditates on emotional and literal exile, exploring solitude, silence, longing, and renunciation through intimate domestic and natural imagery. The speaker alternates contemplative interior monologues with brief evocative scenes, employing religious and familial motifs, thresholds and closed doors, gardens and flames to probe memory, waiting, mortality, and the desire for consolation or escape. Recurring motifs of silence and interior pain enlarge into occasional social and migratory glimpses, so the collection moves between private lament and communal displacement while preserving concise, musical stanzas that register austerity, yearning, and the persistence of hope.

LA MADRE

Sciara-Sciat.
23 ottobre 1911.
Non piango, no.—So ben che tu non vuoi,
figlio. Il cuore impietrò sotto le bende
nere, il tacito cuor che non t'attende
più. Non si piange sui caduti eroi.
 
Un nome s'incavò nella memoria:
Sciara-Sciat.—Là piombasti, in una pozza
di sangue; e ti fu poi la testa mozza,
figlio!...—Non piango, no.—Questa è la gloria.
 
Tante madri a quest'ora hanno il mio cuore
di pietra, e la mia faccia d'agonia!....
.... Tacciono. Così volle,—e così sia,—
la Patria, amor che vince ogni altro amore.
 
O figlio, io ti creai colla mia carne
giovine, io ti nutrìi colle mie rosse
vene, e la forza che per te mi mosse
unica or regge le mie membra scarne.
 
Arde in te la sostanza di mia vita,
e tu con fibra e fibra ancor t'aggrappi
a me, come nell'ora in cui gli strappi
del tuo corpo al mio corpo eran ferita.
 
Porto, grondanti sotto la gramaglia,
le piaghe tue: pur io la testa mozza
rotolare mi sento nella sozza
terra, ed il sangue fino a Dio si scaglia.
 
Muoio due morti, in me agonizzo e in te.
Ma lacrime non ho. Tu non le vuoi.
Passa la guerra, e i giovinetti eroi
nella ràffica invola, ed il perchè
 
non dice a noi, pallide madri. Passa
e prende. A rullo di tamburo, a squillo
di tromba, all'ombra ardente del vessillo,
a ritmo d'inni e di mitraglia, ammassa
 
e lancia a torme i figli nostri, i figli
nostri, ove un sol fulgore han vita e morte:
fide vegliammo noi per questa sorte
le culle d'oro e gli umili giacigli.
 
Fàsciati di silenzio, o bocca pia,
crocifìggiti in petto, o cuor demente:
non invocare Iddio, chè Iddio non sente:
così volle la Patria.—E così sia.—
 
Che altro io potrei darti, o Patria grande?...
vuota è la casa, spento il focolare:
la cenere io raccolsi sull'alare
e con essa formai le mie ghirlande.
 
Irrigidìi per te la fronte stanca
nella bellezza dell'orgoglio sacro.
Madre d'eroe non piange.—A volte il macro
volto, per aria che al respir le manca,
 
tende, ed il labbro; e il sangue a goccia a goccia
sgorga dalla ferita che s'incava
nelle profonde viscere, e ne scava
la vita, come fa stilla da roccia;
 
ma singhiozzar con disperata voce
sul figlio morto, non sarà chi l'oda:
sta, di fronte alla gloria, che l'inchioda
al suo materno amor come a una croce.

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