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Chapter 51: LA VERGINE E IL FALCO
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About This Book

A sequence of lyric poems meditates on emotional and literal exile, exploring solitude, silence, longing, and renunciation through intimate domestic and natural imagery. The speaker alternates contemplative interior monologues with brief evocative scenes, employing religious and familial motifs, thresholds and closed doors, gardens and flames to probe memory, waiting, mortality, and the desire for consolation or escape. Recurring motifs of silence and interior pain enlarge into occasional social and migratory glimpses, so the collection moves between private lament and communal displacement while preserving concise, musical stanzas that register austerity, yearning, and the persistence of hope.

LA VERGINE E IL FALCO

Vide ella il Falco fendere il sereno.
Nel suo rombo pulsava il suo coraggio.
Con l'impeto feriva il vento e il raggio.
Cielo e terra, di lui tutto era pieno.
 
Il balenare avea d'una saetta,
la maestà superba avea d'un nume.
Il mostro senza artigli e senza piume
librarsi ella mirò del sole in vetta:
 
e s'abbattè come s'abbatte un ramo
a terra, e rise con riversa gola,
e pianse: a lui gettando la parola
ancor non detta ad uom vivente:—Io t'amo.—

*

E prega, umìle, il Falco che non l'ode:
—Io non ti chieggo, o domator di vento,
con qual poter foggiasti lo strumento
che ti solleva a le celesti prode.
 
Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro,
su me piombassi per ghermirmi, e via
mi rapinassi a volo, e per magia
d'ali e d'amore il cielo fosse nostro,
 
ecco, io son pronta: io ti sarò la bianca
preda che tutta s'abbandona, e al vampo
del vorticoso ardor non cerca scampo,
se pur, fragile, in petto il cor le manca:
 
come sien fresche le mie labbra, e snelli
i fianchi e dolce la mia nuca ai baci
sapresti, o Falco, che con colpi audaci
nuvole ed astri afferri pei capelli.
 
Purità m'è compagna; ed assomiglio
nel mio candore a un'erma d'alabastro:
niuno ancora disciolse il roseo nastro
che al mattin fra le trecce m'attorciglio.
 
Ho l'aroma del fieno, che la falce
divelse a pena, e il sol penètra; e diaccio
specchio m'è la sorgente a cui m'affaccio,
piccola rama pendula di salce.
 
Uomini adusti dall'odor ferino
mi soffiaron sul volto, avidi, folli,
il desiderio a vampe. Ed io non volli:
ma commisi a me stessa il mio destino.
 
Non io, non io de' lor traffici oscuri
viver soffersi, leggiadretta serva,
con basse ciglia ed anima proterva
filando il lino entro i lor vecchi muri:
 
non io le grigie e tortuose scale
di lor case salìi, dove s'affloscia
gioventù, senza gaudio e senza angoscia,
su spessa coltre e torpido guanciale.
 
Io voglio te, che armi la tua sorte
per guerra, e il sole di sfidar sei degno:
voglio te, per seguirti all'alto segno,
o, se tu cada, ne la bella morte.
 
E questa sia precipitosa, come
il fiammeggiar d'un bolide notturno;
e tu dorma in eterno il taciturno
tuo riposo d'eroe fra le mie chiome....—

*

Prega; e non l'ode il domator di vento,
sempre più alto nel rapace volo.
.... Donna, fragile carne!... Il Forte è solo
nel suo libero assalto al firmamento.
 
Adora, e taci. E lo vedrai sparire
nel superato caos della vertigine
azzurra: invitto re sui due prodigi
dell'universo: il vivere e il morire.

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