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Chapter 58: L'UOMO SEPOLTO
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About This Book

A sequence of lyric poems meditates on emotional and literal exile, exploring solitude, silence, longing, and renunciation through intimate domestic and natural imagery. The speaker alternates contemplative interior monologues with brief evocative scenes, employing religious and familial motifs, thresholds and closed doors, gardens and flames to probe memory, waiting, mortality, and the desire for consolation or escape. Recurring motifs of silence and interior pain enlarge into occasional social and migratory glimpses, so the collection moves between private lament and communal displacement while preserving concise, musical stanzas that register austerity, yearning, and the persistence of hope.

L'UOMO SEPOLTO

Miniera di Senghenydd.
Ottobre 1913.
Georg, biondo atleta: non udisti un rombo
sovra il tuo capo?... uno sparar di cento
cannoni, a un tratto?...—Ora, silenzio.—È spento
il tempo. L'aria è come fuso piombo.
 
Pietre su pietre franano alle bocche
degli anditi. Ove sono i tuoi fratelli?...
Non ti vale dell'unghie far coltelli,
nè, ruggendo, divellerti le ciocche
 
scomposte, nè cozzar con sanguinanti
membra contro la notte che t'acceca.
Di là, nella stessa ombra sorda e cieca,
son mille e più di mille agonizzanti.
 
Scagliansi in mucchio verso l'orifizio
distrutto, con feroci granfie il dorso
l'uno all'altro raspando, a pugno e morso
fuggir primi tentando al gran supplizio:
 
ma fumo e fiamma indietro li ricaccia,
non v'è più strada, non vi son più porte:
solo, e despota, il caos....—Ma tu sei forte,
Georg.—Taci.—Guarda la tua fine in faccia.

*

Ricordi tu come sia fatto il cielo?...
.... Grigio ora, e curvo sui sinistri pozzi
della miniera; e un getto di singhiozzi
immenso, fino a quel livor di gelo.
 
E donne e donne coi bambini in collo
e al fianco, con irti aridi cernecchi
di furie al vento; e infermi e storpi e vecchi
guatanti il mostro non ancor satollo....
 
E invocano, che il mostro dal suo fondo
vomiti all'aria le ingoiate squadre:
e v'è fra essi la tua bianca madre,
Georg!... V'è tuo padre. Hanno te solo al mondo.
 
Le ossature dei pozzi han somiglianza
di scheletri: il silenzio fa spavento
più dell'urlo: nel livido sgomento
della folla ancor trema una speranza:
 
ma non rende la bocca maledetta
quel che inghiottì....—Con gesto di flagello
leva la folla come un sol coltello
le braccia, a testimonio di vendetta.

*

.... Georg, il corpo tuo grande si fa pietra
fra pietre: e luna e l'altre uguali stanno
ormai nel tempo; e ciò che fu l'affanno
d'un'ora, è calma immota in ombra tetra.
 
Ma non è morte, e non è tomba. Esiste
sol la materia, che caduche imagini
di carne transustanzia entro compagini
sacre, irridendo alle querele triste.
 
Tenebra di caverne, fulvo dorso
di monte, erbosa immensità di piano,
tutto non è che sedimento umano,
nè s'arresta Re Atomo in suo corso.
 
E chi calchi l'orecchio sul fecondo
solco, o lungo le vertebre del masso,
sente il respir dei morti, che il trapasso
sciolse in vene d'occulto hùmus pel mondo.
 
Georg, biondo atleta, umile eroe sommerso
nell'ombra, a giorni effimeri perduto,
a giorni eterni assunto,—io ti saluto:—
prima eri un corpo; ed or sei l'universo.

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