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Chapter 8: LE DUE SIEPI
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About This Book

A sequence of lyric poems meditates on emotional and literal exile, exploring solitude, silence, longing, and renunciation through intimate domestic and natural imagery. The speaker alternates contemplative interior monologues with brief evocative scenes, employing religious and familial motifs, thresholds and closed doors, gardens and flames to probe memory, waiting, mortality, and the desire for consolation or escape. Recurring motifs of silence and interior pain enlarge into occasional social and migratory glimpses, so the collection moves between private lament and communal displacement while preserving concise, musical stanzas that register austerity, yearning, and the persistence of hope.

SOLITUDINI

[pg!3]

SORELLA ANNA

Chiama chiama—ed alcun non le risponde—
la Donna prigioniera nella Trappa:
dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa,
livida tra le sparse ciocche bionde:
 
notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,
chiama ed attende, chiama e spera, chiama
e piange:—taglia l'aria come lama
lo stridor vano del singhiozzo eterno.

*

«Sorella Anna, tu che insonne vegli
sulla torre più alta, e conti gli astri
e le nuvole in cielo, e i vïolastri
veli dell'alba cingi a' tuoi capegli:
 
se è ver che la Speranza t'assomiglia
e che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,
mira se lungi appaia un cavaliero
lanciato a corsa su disciolta briglia.
 
Forse or non è che un punto all'orizzonte,
solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!...
Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppi
anni: verrà dal mare, o pur dal monte.
 
La prigion che mi serra ha sette porte,
ognuna è chiusa a sette catenacci:
Sorella Anna che lassù t'affacci,
prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!
 
Se tu mi chiami, forse io non ti sento,
sì concitato è il rombo delle vene.
Polsi pieni di battiti, più lene
segnate, in grazia, il ritmo del tormento!
 
S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo,
mi placo.... Come, là in un canto, il viscido
e cauto ragno a sè tessendo i lisci
cerchi della sua tela appar sì calmo,
 
io la mia tesserò, con passïone
tenace, con fibrille del mio cuore,
con sogni e sogni: e per eluder l'ore
io farò del mio pianto una canzone....
 
Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga,
agita il velo, gridagli che sproni
la corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni,
soffocata dal sangue che s'ingorga!...»

*

.... Il tempo stilla, in fredde gocce.—È morta
l'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia,
muta ascoltando se una nocca picchi
nel muro, o un pugno scardini una porta?...
 
Il tempo stilla.—Un anno? o dieci? o un'ora?...
Non chiave nelle ferree toppe stride.
Dall'alta torre che nel ciel s'incide
Sorella Anna si protende ancora.

[pg!7]

XXXI DICEMBRE

Trentun dicembre, mille e novecento
undici, mezzanotte.—Taci e pensa,
anima.—Nella vigile ed intensa
tua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.
 
Più non si specchia innanzi a te il domani.
Nulla aspetti, nè chiedi. La speranza
sparve, col sogno. Il tempo che t'avanza
sarà come la sabbia fra le mani.
 
Troncato è il laccio che alle creature
t'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza.
—Lontanissima, e sola.—Hai l'aridezza
della rinunzia sulle labbra dure.
 
Nella rigida notte, aspre le stelle,
simili a chiodi per martirio infissi
nelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissi
occhi incrociano l'iridi sorelle.
 
Fuor del tempo, del peso e dello spazio,
da te sôrta, in te chiusa, in te bastante,
stai. Si consunse il corpo palpitante
nelle stimmate stesse del suo strazio.
 
Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso,
quand'eri carne appassionata e cuore
schiavo, e fece di te tutto un dolore
vile, in ansia di tregua o di soccorso,
 
or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare.
Nuda or tu sei fra veli d'aria: forte
di te soltanto: e ignori se sia morte
o vita la tua nova alba stellare.
 
Vegli fra due voragini, in oblìo.
.... Vuoto di solitudini senz'orme,
rombar sordo di fiumi, alito enorme
di venti, ombre di nubi....
 
Ascolta.—È Dio.—

[pg!11]

PAROLE NON DETTE

Parole che la bocca mai non disse,
per pietà, per orgoglio o per paura,
che ai labbri spinse una demenza oscura,
che un più forte volere ivi confisse:
 
parole non di suono ma di palpito,
miste al sangue pulsante, alla saliva
di che il tacer s'abbevera, alla viva
carne che soffre, al cuor che batte a scalpito:
 
han, nel profondo ove s'accolgon bieche,
(e chi dir non le volle in sè le udrà
sempre) un'allucinante fissità
di facce spente, di pupille cieche.
 
O creatura dalle chiuse labbra,
sulla parte di te che fu soppressa
il tuo silenzio è pari a una compressa
gelida su ferita che si slabbra.
 
O creatura che disìo non chiama
più, che amor più non sveglia!... Un'ora sola
a te segnava Iddio per la parola
che non dicesti: ed or dentro ti clama.
 
Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,
avvilùppati d'ombra. È tardi adesso
per la tua verità. Tu sei già presso
la soglia eterna, ove il silenzio è santo.

[pg!13]

LA CASA DEL SILENZIO

Casa ch'io sogno, le tue basse mura
soffoca, a spire, l'edera malvagia.
D'intorno, ove la piana ampia s'adagia,
una quiete millenaria dura.
 
La passïon dell'edera t'allaccia
tutta, dalle radici alla cimasa.
Tu quasi il sol più non iscorgi, o casa
bruna, nascosta in boschi senza traccia.
 
Attinge l'acqua con antica corda
al pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarino
batte, per suscitar dentro il camino
la fiamma, una schiavetta muta e sorda.
 
Nel focolare ardono ceppi enormi,
e le mobili lingue azzurre e gialle
s'inseguono, s'intrecciano, farfalle
e serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:
 
l'allegrezza selvaggia della vampa
sibila, rugge, splende, s'invermiglia
d'odio e di sangue, e snoda ed attorciglia
tentacoli.—E m'esalto, io, della vampa.—
 
D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore.
Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio.
Ricopersi d'un vel ciascuno specchio
per non tremar davanti al mio pallore.
 
Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbide
acque sprofondi come bestia morta
scagliata a fiume lungi dalla porta
di casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...
 
Ch'io non ti porti più così ferita
pel mondo, camminando su rasoi
taglienti, anima ignuda, che non vuoi
morire, e tanto sprezzo hai per la vita!...
 
.... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga.
Bizzarri e inestricabili viluppi
di tronchi e fronde, e rose e rose a gruppi
sorgon dal suolo che non sa la vanga.
 
In te il silenzio è cosa viva, ch'io
stringo a me come un mazzo di corolle.
D'esso mi nutro, e del mio sogno folle.
D'esso mi fascio, e son simile a Dio.
 
Che è che romba per gli androni, ed empie
di sè la casa, e palpita e volteggia
nell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia,
è il sangue che mi batte entro le tempie.
 
Che è che balza su la brage, e nella
cappa rugge una sua rossa parola?...
.... Anima, tu, che esulti d'esser sola,
e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.

[pg!17]

LA SOGLIA

La soglia è grigia, di corroso sasso.
L'erba s'inciuffa tra le fenditure.
Offese il tempo un «salve» inciso in pure
linee di grazia sul gradino basso.
 
La gran porta di quercia non ha chiave
per aprir, non anello sul battente.
Immota, nulla vede e nulla sente
dalla prim'alba al palpitar dell'ave.
 
—Pietra, e silenzio.—Investe a vampe il sole
il travertino antico, e lo schiaffeggia
la pioggia, e in gelidi aliti volteggia
la neve ad esso intorno, e le viole
 
spuntano tra gli spacchi, e fruga il vento
dove può, come può, strisciando al muro:
muta la porta sta, quale su duro
volto un serrato labbro vïolento.
 
Dietro di sè con spranghe e con uncini
di ferro asserragliandola, gli Amanti
stanchi del mondo e de' suoi vani incanti
la sbarrarono un dì contro i destini.
 
Stanchi del mondo e sol di sè beati,
l'un sul labbro dell'altra, il verde assenzio
bevvero dell'esilio e del silenzio,
ne l'immemore gaudio avviticchiati.
 
Che fu di loro?... In essi ancor non langue
la febbre che li fa con torvo acrore
cercar coi baci entro la carne il cuore,
ed agli amplessi dà sapor di sangue?...
 
O pur la sazietà così li torse
che l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio,
sibilando, accanendosi nell'empio
strazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...
 
O pur, per vie segrete, per recessi
opposti, al sol tornarono, alla vasta
luce, alla libertà che amor sovrasta,
in cerca d'aria, in cerca di se stessi?...
 
.... Pietra, e silenzio.—Sulla soglia l'erba
cresce, e s'affolta, solo umile accento
di vita; e par che plachi in cento e cento
piccoli baci una follia superba.
 
Dice: Perchè?...—Con un aulir selvaggio
e dolce, dice: Si trasforma amore.
Casa che soffri come un chiuso cuore,
perchè non t'apri, ora che torna maggio?...

[pg!21]

LE DUE SIEPI

Sale a fatica—e come il piè la regga
ignora, e come a sè dischiuda il varco—
fra i rovi aguzzi di due siepi ad arco
la Donna che non ha chi la sorregga.
 
Dalla diritta tunica vermiglia
emerge, quale fiamma dalla face,
il volto, che un'insonne e pertinace
cura protende, solca ed assottiglia.
 
Non più di carne: d'anima è quel volto
senza bellezza, senza gioventù.
E pur nessuna donna al mondo più
superba apparve, nel suo crin disciolto.
 
Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhi
talvolta, stanca; con la floscia piega
sui labbri di chi sè da sè rinnega,
mal raffrenando il pianto che trabocchi.
 
Si domanda: Perchè?...—Se una parola
le alitasse, or, sul collo, e fosse bacio
più che parola!... se, improvviso, un laccio
umano le cingesse, ora, la gola!...
 
Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le mani
punge. Sovvienle allor del suo destino.
Non ha che sè, per compiere il cammino.
Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.
 
Beve alle pozze d'acqua, strappa more
alle due siepi, e cupida le addenta.
Sol di questo, e d'un sogno, ella alimenta
il soffio della vita interïore.
 
Ella sa d'un giardino ove i rosai
l'attendono, dai calici di fuoco
l'anima vaporando a poco a poco
verso l'Ignota che non giunge mai.
 
Là, fluir d'acque, murmuri di brezza
densa d'essenze, letti d'erba, aurore
sacre: là, quella in cui non osa il cuore
cullarsi, insostenibile dolcezza....
 
Sorgerà un giorno, per magia, per gioia,
nel suo gran verde, a sommo della strada.
Purchè l'orme non sien false; e non cada
ella contro le siepi, e non vi muoia!...
 
.... Giunge.—Ma innanzi al devastato campo,
ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serra
l'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra,
come la fiera che non ha più scampo.

[pg!25]

SERVIRE

Poi che ogni donna è al mondo per servire
con la carne caduca e l'immortale
spirito acceso, docile fra il male
e il ben, soggetta in piangere e in gioire:
 
poi che ogni donna è ancella a chi le prenda
per vïolenza il palpitante cuore,
io riconosco, o Dèspota Dolore,
su me la tua sovranità tremenda.
 
Amo il tuo bacio, ch'è morsicatura
perversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.
Tu ti diverti a torturarmi, e i brividi
misuri e godi della mia paura.
 
Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,
ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelle
son come i fiori sulla terra; e delle
stelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.
 
Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugna
m'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sangue
baci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,
fra le tue braccia molle come spugna.
 
Mi sei buono, talvolta, e suggi lieve
le mie lacrime calde dalle ciglia;
ma io sorrido senza maraviglia,
chè troppo so come la sosta è breve.
 
Terribili silenzi son fra noi,
talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,
ma vegli. Immota, perso in te lo smorto
viso, nel cuore io medito de' tuoi
 
celati artigli l'azzannar protervo,
repente.—Se tu vuoi, potrò domani
morire. Mi sarà, dalle tue mani,
dolce. T'amo così. Così ti servo.

[pg!29]

PÀNICO

Paura della vita, a tradimento
or su me piombi, e il tuo nodo scorsoio
mi getti al collo; ed in me stessa io muoio
senza morire, diaccia di spavento.
 
Ed i giorni e le notti che verranno
m'appaion come maschere impenetra-
-bili; e con peso di massiccia pietra
l'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.
 
Da coloro che un dì chiamai fratelli
sì lontana mi sento, che a soccorso
non grido: non udrebbero: ahimè!... corso
troppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.
 
Ciò che fu non è più—ciò ch'è presente
non vale—sul futuro c'è una porta
chiusa, di bronzo.—Io son fra quella porta
e il mio terrore.—Io son quasi demente.
 
Pure conviene attender l'alba, attendere
con piè fermo, con fisso occhio, il ritorno
del sole. E il sol guardare, e il chiaro giorno
godere, come un fior—senza comprendere.

[pg!31]

COMPRENDERE

No!... Comprenderti voglio, o vita, o vita
che m'attanagli con sì dure branche,
e a prova nelle mie viscere stanche
prima scavi poi baci la ferita.
 
Io non ho membro che non porti il segno
della tua vïolenza—e il sanguinante
mio cor t'ha in sè confitta, rutilante
scure che strappa alla radice il legno.
 
Quando comprenderò, forse il tuo gioco
barbaro diverrà per la mia mente
un nulla, un fior che sboccia, una vanente
nube, vermiglia del tramonto al fuoco.
 
Quando comprenderò, ti sarò grata
forse del vario strazio che m'infliggi,
torturatrice, che unghia e dente figgi
dove la carne più ti par malata.
 
Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io voglio
saperlo, per gioirne; e del dolore
far delizia pei sensi, urlo d'amore
per l'anima, corona per l'orgoglio.

[pg!33]

LA COPPIA

Passa una coppia, ove non è la luna.
Risa sommesse. Aneliti. Carezze
senza pietà, come vendette. Asprezze
di baci folli. Poi, silenzio. È l'una.
 
Si smemora la notte, in un'insania
dolce. È il languor dei grappoli d'acacia.
È quella coppia in ombra, che si bacia.
È l'aroma del filtro di Brangania.—
 
.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditi
il viso coi tuo vel, tu che sei sola!...
No.—Resti.... Non v'ha lacrima o parola
di rimpianto nei calmi occhi profondi.
 
Sola sei, con la nera ombra difforme
tua, che t'insegue sul pallor sidereo
del marciapiede. E fredda, nel cinereo
volto di sfinge e dentro il cuor che dorme.
 
Pur ieri ardevi sino alle midolla
del fuoco per cui sol bella è la vita.
Chi ti strappò l'anello dalle dita?...
Chi a te del sogno inaridì la polla?...
 
.... Vedesti il teschio nello specchio, tu.
Quei felici che passano, non sanno,
ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'inganno
in quella lastra!...—Ora non soffri più.—

[pg!35]

A UN SUICIDA

Stolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.
Che anima di crusca avevi tu
mai, che al primo fendente, a mucchio, giù
t'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.
 
Sei una cosa inutile, che il piede
getta da un lato, e terra copre, e croce
non vuole. Non più bocca hai per la voce,
nè mano per carezza, e cuor per fede.
 
Ah, sol per questo, vivere era bello,
sia pur soffrendo!... Piangere o godere,
abbrividir di strazio o di piacere,
che importa, pur di esistere, o fratello?...
 
Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosa
sola ho il ribrezzo: della morte.—Il resto
è gioco, anche il dolor più orrendo, questo
dolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:
 
e più esso m'affanna, e più vibranti
fiamme attizzo al mio fuoco d'energia:
e poi che andar bisogna, e tu la via
mi sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.

[pg!37]

IL POZZO ABBANDONATO

In fondo al pozzo abbandonato è notte.
Muffe rampanti, viscidi licheni
bacian, con bocche gonfie di veleni,
la scabra pietra e l'ime acque corrotte.
 
Non stridìo di carrucola, non rostro
gaio, reggente a grossa corda il secchio
che, grondando, risalga, a glauco specchio
del sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.
 
Vive di sè, della tenace polla
che, dal concavo sasso in sue perenni
forze fluendo, il sonno dei millenni
rompe con qualche pullular di bolla.
 
Più non ricorda che una bocca umana
di lei godette, in lei languì, rinacque
dal refrigerio limpido dell'acque
quale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vana
 
ormai, sgorgar da chiara tazza agli avidi
aperti labbri, all'arse fauci, ai vivi
moti del cuore, in schietti sorsi, in rivi
di freschezza, in rigurgiti soavi!...
 
Sol ritrova sua vita e sua fortuna
se, cinta d'astri come d'una rete
di gemme, il volto pallido per sete
specchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.
 
Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìo
trepido, un riso d'èstasi, un gorgoglio
appassionato, un impeto d'orgoglio
che la solleva dal malvagio oblìo:
 
fino alle scaturigini traluce
di perle in danza, al magico fulgore:
in ogni guizzo, in ogni goccia amore
palpita; ed acqua più non è; ma luce.
 
.... Così, così, dal pozzo che scavasti
tu stessa, anima mia, per esser morta
pria di morire, e dove stagni, assorta
nella rinunzia d'ogni ben che amasti,
 
ti svegli, tutta in fremito, di schianto,
nell'inganno d'un sogno; e in quel bagliore
sommersa, torni luce e torni amore,
trasfigurata dal sereno incanto.

[pg!41]