SOLITUDINI
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SORELLA ANNA
Chiama chiama—ed alcun non le risponde—la Donna prigioniera nella Trappa:dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa,livida tra le sparse ciocche bionde:notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno,chiama ed attende, chiama e spera, chiamae piange:—taglia l'aria come lamalo stridor vano del singhiozzo eterno.*
«Sorella Anna, tu che insonne veglisulla torre più alta, e conti gli astrie le nuvole in cielo, e i vïolastriveli dell'alba cingi a' tuoi capegli:se è ver che la Speranza t'assomigliae che il tuo sguardo scorge oltre il mistero,mira se lungi appaia un cavalierolanciato a corsa su disciolta briglia.Forse or non è che un punto all'orizzonte,solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!...Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppianni: verrà dal mare, o pur dal monte.La prigion che mi serra ha sette porte,ognuna è chiusa a sette catenacci:Sorella Anna che lassù t'affacci,prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!Se tu mi chiami, forse io non ti sento,sì concitato è il rombo delle vene.Polsi pieni di battiti, più lenesegnate, in grazia, il ritmo del tormento!S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo,mi placo.... Come, là in un canto, il viscidoe cauto ragno a sè tessendo i liscicerchi della sua tela appar sì calmo,io la mia tesserò, con passïonetenace, con fibrille del mio cuore,con sogni e sogni: e per eluder l'oreio farò del mio pianto una canzone....Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga,agita il velo, gridagli che spronila corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni,soffocata dal sangue che s'ingorga!...»*
.... Il tempo stilla, in fredde gocce.—È mortal'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia,muta ascoltando se una nocca picchinel muro, o un pugno scardini una porta?...Il tempo stilla.—Un anno? o dieci? o un'ora?...Non chiave nelle ferree toppe stride.Dall'alta torre che nel ciel s'incideSorella Anna si protende ancora.
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XXXI DICEMBRE
Trentun dicembre, mille e novecentoundici, mezzanotte.—Taci e pensa,anima.—Nella vigile ed intensatua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.Più non si specchia innanzi a te il domani.Nulla aspetti, nè chiedi. La speranzasparve, col sogno. Il tempo che t'avanzasarà come la sabbia fra le mani.Troncato è il laccio che alle creaturet'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza.—Lontanissima, e sola.—Hai l'aridezzadella rinunzia sulle labbra dure.Nella rigida notte, aspre le stelle,simili a chiodi per martirio infissinelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissiocchi incrociano l'iridi sorelle.Fuor del tempo, del peso e dello spazio,da te sôrta, in te chiusa, in te bastante,stai. Si consunse il corpo palpitantenelle stimmate stesse del suo strazio.Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso,quand'eri carne appassionata e cuoreschiavo, e fece di te tutto un dolorevile, in ansia di tregua o di soccorso,or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare.Nuda or tu sei fra veli d'aria: fortedi te soltanto: e ignori se sia morteo vita la tua nova alba stellare.Vegli fra due voragini, in oblìo..... Vuoto di solitudini senz'orme,rombar sordo di fiumi, alito enormedi venti, ombre di nubi....Ascolta.—È Dio.—
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PAROLE NON DETTE
Parole che la bocca mai non disse,per pietà, per orgoglio o per paura,che ai labbri spinse una demenza oscura,che un più forte volere ivi confisse:parole non di suono ma di palpito,miste al sangue pulsante, alla salivadi che il tacer s'abbevera, alla vivacarne che soffre, al cuor che batte a scalpito:han, nel profondo ove s'accolgon bieche,(e chi dir non le volle in sè le udràsempre) un'allucinante fissitàdi facce spente, di pupille cieche.O creatura dalle chiuse labbra,sulla parte di te che fu soppressail tuo silenzio è pari a una compressagelida su ferita che si slabbra.O creatura che disìo non chiamapiù, che amor più non sveglia!... Un'ora solaa te segnava Iddio per la parolache non dicesti: ed or dentro ti clama.Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto,avvilùppati d'ombra. È tardi adessoper la tua verità. Tu sei già pressola soglia eterna, ove il silenzio è santo.
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LA CASA DEL SILENZIO
Casa ch'io sogno, le tue basse murasoffoca, a spire, l'edera malvagia.D'intorno, ove la piana ampia s'adagia,una quiete millenaria dura.La passïon dell'edera t'allacciatutta, dalle radici alla cimasa.Tu quasi il sol più non iscorgi, o casabruna, nascosta in boschi senza traccia.Attinge l'acqua con antica cordaal pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarinobatte, per suscitar dentro il caminola fiamma, una schiavetta muta e sorda.Nel focolare ardono ceppi enormi,e le mobili lingue azzurre e gialles'inseguono, s'intrecciano, farfallee serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:l'allegrezza selvaggia della vampasibila, rugge, splende, s'invermigliad'odio e di sangue, e snoda ed attorcigliatentacoli.—E m'esalto, io, della vampa.—D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore.Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio.Ricopersi d'un vel ciascuno specchioper non tremar davanti al mio pallore.Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbideacque sprofondi come bestia mortascagliata a fiume lungi dalla portadi casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...Ch'io non ti porti più così feritapel mondo, camminando su rasoitaglienti, anima ignuda, che non vuoimorire, e tanto sprezzo hai per la vita!....... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga.Bizzarri e inestricabili viluppidi tronchi e fronde, e rose e rose a gruppisorgon dal suolo che non sa la vanga.In te il silenzio è cosa viva, ch'iostringo a me come un mazzo di corolle.D'esso mi nutro, e del mio sogno folle.D'esso mi fascio, e son simile a Dio.Che è che romba per gli androni, ed empiedi sè la casa, e palpita e volteggianell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia,è il sangue che mi batte entro le tempie.Che è che balza su la brage, e nellacappa rugge una sua rossa parola?....... Anima, tu, che esulti d'esser sola,e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.
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LA SOGLIA
La soglia è grigia, di corroso sasso.L'erba s'inciuffa tra le fenditure.Offese il tempo un «salve» inciso in purelinee di grazia sul gradino basso.La gran porta di quercia non ha chiaveper aprir, non anello sul battente.Immota, nulla vede e nulla sentedalla prim'alba al palpitar dell'ave.—Pietra, e silenzio.—Investe a vampe il soleil travertino antico, e lo schiaffeggiala pioggia, e in gelidi aliti volteggiala neve ad esso intorno, e le violespuntano tra gli spacchi, e fruga il ventodove può, come può, strisciando al muro:muta la porta sta, quale su durovolto un serrato labbro vïolento.Dietro di sè con spranghe e con uncinidi ferro asserragliandola, gli Amantistanchi del mondo e de' suoi vani incantila sbarrarono un dì contro i destini.Stanchi del mondo e sol di sè beati,l'un sul labbro dell'altra, il verde assenziobevvero dell'esilio e del silenzio,ne l'immemore gaudio avviticchiati.Che fu di loro?... In essi ancor non languela febbre che li fa con torvo acrorecercar coi baci entro la carne il cuore,ed agli amplessi dà sapor di sangue?...O pur la sazietà così li torseche l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio,sibilando, accanendosi nell'empiostrazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...O pur, per vie segrete, per recessiopposti, al sol tornarono, alla vastaluce, alla libertà che amor sovrasta,in cerca d'aria, in cerca di se stessi?....... Pietra, e silenzio.—Sulla soglia l'erbacresce, e s'affolta, solo umile accentodi vita; e par che plachi in cento e centopiccoli baci una follia superba.Dice: Perchè?...—Con un aulir selvaggioe dolce, dice: Si trasforma amore.Casa che soffri come un chiuso cuore,perchè non t'apri, ora che torna maggio?...
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LE DUE SIEPI
Sale a fatica—e come il piè la reggaignora, e come a sè dischiuda il varco—fra i rovi aguzzi di due siepi ad arcola Donna che non ha chi la sorregga.Dalla diritta tunica vermigliaemerge, quale fiamma dalla face,il volto, che un'insonne e pertinacecura protende, solca ed assottiglia.Non più di carne: d'anima è quel voltosenza bellezza, senza gioventù.E pur nessuna donna al mondo piùsuperba apparve, nel suo crin disciolto.Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhitalvolta, stanca; con la floscia piegasui labbri di chi sè da sè rinnega,mal raffrenando il pianto che trabocchi.Si domanda: Perchè?...—Se una parolale alitasse, or, sul collo, e fosse baciopiù che parola!... se, improvviso, un laccioumano le cingesse, ora, la gola!...Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le manipunge. Sovvienle allor del suo destino.Non ha che sè, per compiere il cammino.Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.Beve alle pozze d'acqua, strappa morealle due siepi, e cupida le addenta.Sol di questo, e d'un sogno, ella alimentail soffio della vita interïore.Ella sa d'un giardino ove i rosail'attendono, dai calici di fuocol'anima vaporando a poco a pocoverso l'Ignota che non giunge mai.Là, fluir d'acque, murmuri di brezzadensa d'essenze, letti d'erba, auroresacre: là, quella in cui non osa il cuorecullarsi, insostenibile dolcezza....Sorgerà un giorno, per magia, per gioia,nel suo gran verde, a sommo della strada.Purchè l'orme non sien false; e non cadaella contro le siepi, e non vi muoia!....... Giunge.—Ma innanzi al devastato campo,ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serral'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra,come la fiera che non ha più scampo.
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SERVIRE
Poi che ogni donna è al mondo per servirecon la carne caduca e l'immortalespirito acceso, docile fra il malee il ben, soggetta in piangere e in gioire:poi che ogni donna è ancella a chi le prendaper vïolenza il palpitante cuore,io riconosco, o Dèspota Dolore,su me la tua sovranità tremenda.Amo il tuo bacio, ch'è morsicaturaperversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi.Tu ti diverti a torturarmi, e i brividimisuri e godi della mia paura.Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo,ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelleson come i fiori sulla terra; e dellestelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugnam'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sanguebaci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue,fra le tue braccia molle come spugna.Mi sei buono, talvolta, e suggi lievele mie lacrime calde dalle ciglia;ma io sorrido senza maraviglia,chè troppo so come la sosta è breve.Terribili silenzi son fra noi,talvolta. Immoto, tu somigli a un morto,ma vegli. Immota, perso in te lo smortoviso, nel cuore io medito de' tuoicelati artigli l'azzannar protervo,repente.—Se tu vuoi, potrò domanimorire. Mi sarà, dalle tue mani,dolce. T'amo così. Così ti servo.
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PÀNICO
Paura della vita, a tradimentoor su me piombi, e il tuo nodo scorsoiomi getti al collo; ed in me stessa io muoiosenza morire, diaccia di spavento.Ed i giorni e le notti che verrannom'appaion come maschere impenetra--bili; e con peso di massiccia pietral'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.Da coloro che un dì chiamai fratellisì lontana mi sento, che a soccorsonon grido: non udrebbero: ahimè!... corsotroppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.Ciò che fu non è più—ciò ch'è presentenon vale—sul futuro c'è una portachiusa, di bronzo.—Io son fra quella portae il mio terrore.—Io son quasi demente.Pure conviene attender l'alba, attenderecon piè fermo, con fisso occhio, il ritornodel sole. E il sol guardare, e il chiaro giornogodere, come un fior—senza comprendere.
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COMPRENDERE
No!... Comprenderti voglio, o vita, o vitache m'attanagli con sì dure branche,e a prova nelle mie viscere stancheprima scavi poi baci la ferita.Io non ho membro che non porti il segnodella tua vïolenza—e il sanguinantemio cor t'ha in sè confitta, rutilantescure che strappa alla radice il legno.Quando comprenderò, forse il tuo giocobarbaro diverrà per la mia menteun nulla, un fior che sboccia, una vanentenube, vermiglia del tramonto al fuoco.Quando comprenderò, ti sarò grataforse del vario strazio che m'infliggi,torturatrice, che unghia e dente figgidove la carne più ti par malata.Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io vogliosaperlo, per gioirne; e del dolorefar delizia pei sensi, urlo d'amoreper l'anima, corona per l'orgoglio.
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LA COPPIA
Passa una coppia, ove non è la luna.Risa sommesse. Aneliti. Carezzesenza pietà, come vendette. Asprezzedi baci folli. Poi, silenzio. È l'una.Si smemora la notte, in un'insaniadolce. È il languor dei grappoli d'acacia.È quella coppia in ombra, che si bacia.È l'aroma del filtro di Brangania.—.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditiil viso coi tuo vel, tu che sei sola!...No.—Resti.... Non v'ha lacrima o paroladi rimpianto nei calmi occhi profondi.Sola sei, con la nera ombra difformetua, che t'insegue sul pallor sidereodel marciapiede. E fredda, nel cinereovolto di sfinge e dentro il cuor che dorme.Pur ieri ardevi sino alle midolladel fuoco per cui sol bella è la vita.Chi ti strappò l'anello dalle dita?...Chi a te del sogno inaridì la polla?....... Vedesti il teschio nello specchio, tu.Quei felici che passano, non sanno,ma sapranno.—Oh, il gran ghigno dell'ingannoin quella lastra!...—Ora non soffri più.—
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A UN SUICIDA
Stolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio.Che anima di crusca avevi tumai, che al primo fendente, a mucchio, giùt'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.Sei una cosa inutile, che il piedegetta da un lato, e terra copre, e crocenon vuole. Non più bocca hai per la voce,nè mano per carezza, e cuor per fede.Ah, sol per questo, vivere era bello,sia pur soffrendo!... Piangere o godere,abbrividir di strazio o di piacere,che importa, pur di esistere, o fratello?...Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosasola ho il ribrezzo: della morte.—Il restoè gioco, anche il dolor più orrendo, questodolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:e più esso m'affanna, e più vibrantifiamme attizzo al mio fuoco d'energia:e poi che andar bisogna, e tu la viami sbarri, ti scavalco,—e passo avanti.
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IL POZZO ABBANDONATO
In fondo al pozzo abbandonato è notte.Muffe rampanti, viscidi lichenibacian, con bocche gonfie di veleni,la scabra pietra e l'ime acque corrotte.Non stridìo di carrucola, non rostrogaio, reggente a grossa corda il secchioche, grondando, risalga, a glauco specchiodel sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.Vive di sè, della tenace pollache, dal concavo sasso in sue perenniforze fluendo, il sonno dei millennirompe con qualche pullular di bolla.Più non ricorda che una bocca umanadi lei godette, in lei languì, rinacquedal refrigerio limpido dell'acquequale un bel frutto rosso.—Oh, gioia vanaormai, sgorgar da chiara tazza agli avidiaperti labbri, all'arse fauci, ai vivimoti del cuore, in schietti sorsi, in rividi freschezza, in rigurgiti soavi!...Sol ritrova sua vita e sua fortunase, cinta d'astri come d'una retedi gemme, il volto pallido per setespecchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìotrepido, un riso d'èstasi, un gorgoglioappassionato, un impeto d'orgoglioche la solleva dal malvagio oblìo:fino alle scaturigini tralucedi perle in danza, al magico fulgore:in ogni guizzo, in ogni goccia amorepalpita; ed acqua più non è; ma luce..... Così, così, dal pozzo che scavastitu stessa, anima mia, per esser mortapria di morire, e dove stagni, assortanella rinunzia d'ogni ben che amasti,ti svegli, tutta in fremito, di schianto,nell'inganno d'un sogno; e in quel baglioresommersa, torni luce e torni amore,trasfigurata dal sereno incanto.
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