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Fame usurpate

Chapter 16: XI.
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About This Book

A collection of critical and polemical essays that examines literary reputation, aesthetic judgment, and the mechanics of fame. The author offers close readings of contemporary poets and an extended analysis of Faust and its sources, argues against false reputations and manufactured celebrity, and reflects on translation, authorship, and poetic method. The volume gathers four principal studies with two later additions on notable public figures, plus brief appendices and editorial notes explaining textual choices. Throughout, trenchant criticism combines biographical observation, historical digression, and civic concern about the social consequences of literary imposture.

XI.

Scendendo ora alle minute particolarità di lingua, stile, eccetera; sarò brevissimo e mi guarderò bene dal cercare il pel nell'uovo. Manca ad ogni cosa la vita organica, il significato. Spargi con più cura il cacio grattugiato su' maccheroni, che Aleardo Aleardi non dissemini gli adjettivi pel discorso: per lo più ci stanno senza ragione, sono manifestazione dell'arbitrio dello scrittore. Gli abitanti delle valli retiche favoleggiano, che messer domineddio prese un giorno seco dalle bolgette, nelle quali si rinchiudevano le sementi delle lingue e le andò sparpagliando per le terre: e dove buttò semente d'Italiano, lì si parlò poi l'Italiano; dove d'inglese, ivi l'inglese; dove di spagnuolo, lo spagnuolo e via discorrendo. Ma, giunto ne' Grigioni, o che gli girasse il capo o che gli si sdruciacchiassero le tasche, fatto sta, che cadde una poca di ciascuna semente in quelle valli; ed ecco perchè fino al giorno d'oggi vi è tanta eteroclita diversità di linguaggi; e da un villaggio romancio passi al tedesco e dal tedesco all'Italiano e poi ne trovi un altro romancio, eccetera. Bisogna dire, che, nel far versi. Aleardo Aleardi confonda i sacchetti degli epiteti e delle metafore.

Da quando in qua la stirpe de' cigni è battagliera? Qual popolo ha gli occhi crocei, se il croco è il carthamus tinctorius de' botanici? Chi ravviserebbe i granatieri napoleonici mascherati da omerici fanti? Il sapiente legno del Nazereno è una sciarada, che s'indovina a scaparcisi un po' su: giudico meno facili ad interpretarsi le cupole intemerate di neve, e quindi [pg!79] mi affretto ad aggiungere che s'intendono le montagne. Che diavolerie sieno la febbre lionina del trionfo, le cento febbri de' vent'anni, l'olimpia febbre de' carmi, il febbril zampillo della vena, e diecimila altre febbri e febbrilità registrate ne' canti dell'Aleardi, forse potrà dircelo Salvatore Tommasi, Carlo Gallozzi Salvatore de Renzi; atterrito, io sclamo col venosino: nova febrium terris incubuit cohors! Come vedete, manca pure una certa varietà. L'amore è un assillo, l'indipendenza è un altro assillo... Basta; ma, prima di conchiudere, lasciatemi citare due versi unici nel loro genere:

...... E dalla rada ove Colombo nacque
Volò san Giorgio a cavalcar sull'acque.

Ostia! (dirò anch'io alla Veneta: una bestemmia qualche volta la ci vuole! ) ostia, che tropi! L'è un miracolo, l'è un tour de force da santo, veramente miracoloso, il cavalcare volando od il volare cavalcando sulle acque marine! sfido il più valente cavallerizzo di quante compagnie equestri girano, girònzano, girovagano per l'Italia, a fare altrettanto. Eppure, neppure questa corbelleria..... no, la parola è scortese, mutiamola; neppure questa frase poetica è originale! Sicuro, Francesco Maria Arouet Voltaire c'informa, che Niccolò Malebranche, volendo un giorno dimostrare, come ad un filosofo torni agevole di fare il poeta quando gli piace, componesse d'improvviso il distico seguente:

Il fait en ce beau jour le plus beau temps du monde.
Pour aller à cheval sur la terre et sur l'onde.

Nè mi sembra, che lo Aleardi possa scusarsi, allegando, che cavalcare il mare (e non cavalcare sulle acque) è stato adoperato semplicemente per navigare, (se pure non è errore di stampa per travalicare), per esempio dallo Straparola da Caraviaggio nella favola IV della III delle sue Tredici piacevoli notti: — «Alchia, veduta la volontà di Fortunio ogni ora più pronta, nè vedendo modo, nè via di poterlo [pg!80] rimuovere dal suo duro proponimento, diedegli la maledizione, pregando Iddio, che se gli avvenisse per alcun tempo di cavalcare il mare, ei fusse dalla Sirena non altrimenti inghiottito, che sono le navi dalle procellose e gonfiate onde marine.» —

Cosa volete ch'io dica de' continui bisticci? Servono a vieppiù manifestare la commozione, la serietà del poeta! Abbiamo già rilevate le ore di ciel, che il ciel condanna. Persio è chiamato un giovanetto incolpabile, vissuto in colpevoli tempi. Per dire che un galantuomo è ito a Patrasso, l'Aleardi scrive:

....... già sul.... petto,
Esercitato da sì lunghe croci,
L'ultima croce sta.

I martiri, que' poco autentici, ma molto uggiosi martiri, erano trascinati

..... nei densi circhi a sazïar le tigri
D'Affrica, ad allegar l'inclite noje
De le tigri di Roma.

Io non aspiro a pedanteggiare; nil humani a me alienum puto, e non condanno a priori ogni bisticcio. Quando ci quadra, optume. Veramente in altre lingue e ne' dialetti Italiani sta sempre meglio, che nell'Italiano aulico, e si confà più all'indole bonaria e gioviale di que' popoli oltramontani, che non alla nostra severa e contegnosa; è cosa di volgo, e nelle parlate del volgo non istona, sta al posto suo. Pure, ove abbia un perchè, ove dica e significhi qualcosa, non l'escluderei. È forma di pensiero comico: ed il contenuto delle poesie vernacole, sendo sempre necessariamente comico, in esse devi a priori aspettarti a trovarlo di frequente. Ma ficcarti nel bel mezzo d'un serio discorso il più sconchiusionato de' bisticci, che, opposto all'intenzion manifesta dello scrittore, a quantunque precede e segue, scioglie buffonescamente il momento tragico, è leggerezza inconcepibile. Passò il tempo in cui ammiravamo Pietro della Vigna, il quale, in una relazione ufficiale sulla vittoria [pg!81] di Cortenuova, osava scrivere bisquizzando. Et dum castrametatì sunt juxta Lolium perditionis filii, ut rationem segetis perderent, zizaniae, quae a vulgo Lolium dicitur, semina seminarunt. E lasciamo a' tedeschi applaudire il loro Paolo Heyse, scrittorucolo, che, in una sconcia tragedia ed insulsa sulla istoria della Francesca da Rimini, scarabocchiata (o che pare apposta per render indulgenti verso il rettoricume del Pellico ed indurci ad apprezzarlo e desiderarlo), fa bisticciare Paolo su due sensi della parola vergeben (perdonare ed avvelenare,) allorchè la Francesca gli dice avergli rimesso lo inganno per cui si trova moglie del deforme Lanciotto, invece d'esser mogliera di lui:

Doch ich vergeb'es und vergess'es nie,
Dass ich mit Lügengift dir schnöd vergeben.

— «Il bisticcio» — diceva un secentista, notate, bene, un secentista! — «è segno di animo sciolto e non passionato; e maravigliosa cosa è, quanto egli impedisca la commozione dello affetto. Però, quando il Poeta lo mette in bocca di chi si rammarica, una delle due: fa credere che quegli si burli o che esso sia un bue; e verifica in sè quel proverbio, che chi bisticcia è una bestiaccia.» —

Sulla prosodia poche parole: Aleardo Aleardi fa meno spropositi d'altri verseggiatori contemporanei, che pure raccolgon plauso, come Arnaldo Fusinato, per esempio. Ma carriaggi non è, nè puol essere trissillabo; viaggiatrice non è, nè puole esser quadrissilabo. Veramente un sottile ravignan patrizio nello — «Epitaffio di Cesare, in opposto sentimento a quello del Sannazzaro,» — ha posto questo verso:

Fuggi viator: qui di sanguigne spoglie...

Ma chi non sa quanto poco e di lingua e di prosodia s'intendesse Paolo Costa? Espiazione bruttamente si contrae a cinque sillabe, dietro il mal esempio dato da qualcuno per le parole in ione. — «Non dichiamo noi compassione con quattro e i poeti con cinque [pg!82] sillabe? Non intentione, operatione, devotione, invidioso, litigioso e mille altri noi con una meno, e i poeti con una sillaba più?» — Così messer Fagiano; ma la pronunzia de' poeti è la buona: la dieresi ci vuole: la i è una vocale in quelle parole; ed il mutarla in j è un errore sempre, in cui però, nol nego, sono incorsi qualchevolta anche gli ottimi, conformandosi alla cattiva pronuncia fiorentina. Che nella lingua ci sia la tendenza a trasformar in j la i, che segue una consonante precedendo una vocale, non può negarsi; ma questa trasformazione, quando ha avuto luogo, ha cagionato sempre un'alterazione profonda nella consonante precedente od almeno ne ha prodotto il raddoppiamento: (confronta vezzo da vitium, mezzo da medium, ragione da ratio, rabbia da rabies, figlio da filius, ingegno da ingenium e via discorrendo).

Ma vorreste imitarli, quegli ottimi, anche quando errano? Chi farebbe senza rimorso un trissillabo di Beatrice, quantunque Dante istesso abbia perpetrato questo delitto di prosodia? E forse può scusarsi in lui, ripeto, perchè avrà pronunziato alla fiorentina Biatrice ossia Bjatrice: ricordiamoci, che egli vien riconosciuto fiorentino da' dannati dallo accento:

...... ma fiorentino
Mi sembri veramente, quand'io t'odo.

Ma con sei sillabe, espiazione, per la giacitura degli accenti, non entrerebbe in alcun endecasillabo! Davvero? Poco male! o che tutti i vocaboli debbono potersi ficcare in ogni verso? Rammentiamoci gli epigrammi di Marziale in onore dello schiavo Earino.

Nomen nobile, molle, delicatum,
Versu dicere non rudi volebam:
Sed tu, syllaba contumax repugnas!
Dicunt Earinon tamen Poetae,
Sed Graeci, quibus est nihil negatum,
Et quos áres áres decet sonare:
Nobis non licet esse tam disertis,
Qui Musas colimus severiores.

[pg!83] A' quali versi un commentatore annota: Jocatur hic noster... in nomine Earini, Domitiani eunuchi ex pulcherrimis et amatissimis: et ait nomen quidem dulcem esse, quod a vere sit deductum (Graecis enim ear ver sonat), at idem contumacibus syllabis constare, quae neque hexametri neque hendecasyllabon rhythmo congruant. Hi enim versus dactylos tantum aut spondaeos aut trochaeos recipiunt. Vocis autem istiusce Earinus tres primae syllabae breves. Sed quid obstitit, scire velim, quominus hic Noster iambicis aut scazonte uteretur? Il giambo tragico tedesco, essendo formato dall'alternarsi ripetuto d'una breve e d'una lunga, ne esclude una infinità, di vocaboli, nè per questo impaccia chi è valente.

Il verso d'Aleardo Aleardi è un verso floscio, moscio, che mi ricorda que' majali inglesi tutta ciccia, dallo scheletro ridotto a' minimi termini, schisato.3 Non di rado si sostiene per un pezzo magnifico, sonoro; ma questo, checchè molti vaneggino, non è [pg!84] mica un pregio. I nostri maggiori poeti sol di quando in quando hanno scritto be' versi: il verso allora è indovinato quando non l'avverti, quando combacia perfettamente col pensiero. Ove si affermi come qualcosa di bello per sè, ove cattivi l'attenzione, ahi!... Quando, letto uno squarcio verseggiato, gli uditori esclameranno: — «che be' versi!» — dite pure, che il ritmo ha travolta e sommersa la poesia, che il musicale soverchia il fantastico. Non crediate però, che l'Aleardi abbia nel maneggio del verso la virtuosità, la franchezza del Frugoni o del Cesarotti. Si nota lo stento, abbondano le riempiture oziose; e vorrei sapere quali orecchie in Italia valgano a pescare il ritmo ne' seguenti endecasillabi:

..... Sarai del Cristo, anima di Maria....
..... E passò. Io stetti in disperato pianto....
..... D'espiazione; ed or le capre e l'erba...;

o quali labbra Italiane riescano a pronunziare senza incespicare questa filza di liquide: Vela la nebbia de le stelle il lume.

La lingua è flaccida, insipida, come accade sempre a' non commossi. La genitura de' giusti è frase di pessimo gusto. Zillo è un vocabolo che nessun vocabolario registra; benchè il dottor Gaetano Savî nella Ornitologia toscana, stampata in Pisa dal M.DCCC.XXVII al M.DCCC.XXXI, dica, che i rampichini propriamente mettan zilli (I, 188.) Sarà probabilmente una corruzione idiomatica di zirlo; io non la ripudierei, perchè fo buon viso a qualunque termine de' dialetti, che importi una nuova distinzione e più minuta. Ma qui rimarrebbe a spiegare da quando in qua gl'insetti abbian preso ad imitare le voci de' tordi o dei rampichini. Il ne spesso viene adoperato dall'Aleardi in modo, che rasentando la sgrammaticatura, non è certo eleganza, anzi sconcio pleonasma. L'esse impura in Italiano vuol esser preceduta dall'articolo lo; è norma, che lice senza dubbio trasgredire, ma con [pg!85] intenzione d'ottenere bellezze, per dare maggior forza, non per accozzare orrori, come:

..... E il scintillio de le fraterne spade...
..... Ma al scintillar de le serene stelle...

Pel secondo de' quali versi, che vuole esprimere una immagine gentile, l'Aleardi non potrebbe neppure accampare per iscusa di pensare, come un candidato alla licenza liceale, che conosco: — «L'articolo lo si adopera, quando si vuol essere cortesi; e l'articolo il, quando si parla villanamente.» — Opinione (chiamiamola così) che fe' sclamare a Diomede Marvasi: — «Dunque, se dicessi ad uno: ti darò un calcio nello sedere, sarei cortese.»