VII. — Fausto è l'uomo.
Noi dunque considereremo il Fausto in sè, pura e semplicemente come lavoro d'Arte; ci brigheremo solo d'investigarne il concetto poetico e d'esaminare in che modo sia stato incarnato. Ma, prima d'inoltrarci in questo esame, lasciatemi dire un'altra cosa. Ci ha de' valentuomini, i quali stimano di aver emesso un grande oracolo, e d'aver confutata anticipatamente ogni objezione critica, con lo sclamare che — «Fausto rappresenta l'uomo, l'umanità.» — (Lascio il vocabolo, perchè, sebben loro l'adoperino barbaramente nel senso di uman genere, qui può rimanere come astratto di uomo). Quasi ciò conferisse un nuovo ed unico pregio al poema, oppure il sottraesse alla competenza della stregua comune! Lodi siffatte manifestano soltanto il poco valore, ch'è da attribuirsi [pg!131] ad ogni lode di chi le spiffera. Il rappresentare l'uomo e l'umanità in un'opera d'arte, non è mica effetto d'una risoluzione, d'un subjettivo proponimento ed arbitrario dell'Artista; anzi è conseguenza necessaria, è per così dire la riprova della produzione del Bello. Non che apparir dote speciale, privilegio esclusivo del tale o tal altro personaggio poetico, ci si rivela qualità essenziale, costitutiva, sine qua non d'ognun d'essi, e sfido a disotterrarmene uno qualsiasi, che ne ostenti deficienza. L'uomo artistico (e quindi il poetico, ch'è un particolare determinarsi di quello), comunque caratterizzato, il Consalvo di Giacomo Leopardi, il Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, il Filippo di Vittorio Alfieri, il Sardanapalo lombardo di Giuseppe Parini, il Renzo Tramaglini di Alessandro Manzoni, l'Esule di Parga di Giovanni Berchet, il Gingillino di Giuseppe Giusti, tutti tutti insomma (per esprimermi quanto più complessivamente posso, come il Goethe nell'indicare gl'innumerevoli cantori del coro finale della tregenda classica. E poi Salvator Rosa se la prendeva col Librettista, che indicava per iscena il porto d'Aulide con mille navi!....) Che stavo dicendo? Mi son distratto ed ho perduto il filo. Ah sì! Tutti gli uomini poetici, appunto perchè mi raffigurano ciascuno un dato uomo idealizzato al vivo, appunto per questo mi danno l'immagine dell'uomo assoluto; e le avventure loro, giusto perchè così idealizzati, mi simboleggiano la storia dell'Uman genere e le sorti dell'Universo.
Difatti cos'è il Bello? Dice un proverbio: Non è bello quel, ch'è bello, ma quel, che piace; e questo proverbio significa solo, che il concetto del Bello varia come ogni concetto, da subjetto a subjetto; o per meglio dire, che varia il giudizio concreto, nei casi determinati. Un Universale, un Archètipo qualunque, non si effettiva immediatamente in nessun dato punto spaziale e temporale, in nessun luogo e momento determinato, non esaurisce il proprio contenuto in alcun individuo, anzi soltanto nella serie [pg!132] e nella successione, nel numero infinito e nell'operosità degli esseri, in cui si estrinseca. Esempligrazia, nel caso nostro, di quanti uomini furono e sono e saranno, nessuno è l'Uomo, ancorchè, anzi perchè l'Uomo è in tutti i passati, i presenti, i futuri. Ma, se l'effettività estrinseca degli Universali è incompiuta in qualsiasi luogo ed in qualsivoglia momento, essa però si compie (e può solo afferrarsi compiuta) dal pensiero, il quale sorvola e sovrasta al mar delle cose ed abbraccia più, che non vede, ed epiloga ed assomma le serie e le successioni. Sicchè, invece di una effettività, ne abbiamo due; o meglio, abbiamo due guise, due modi d'effettività: una (objettiva) nel mondo delle cose, nell'eterno ed universo avvicendarsi loro tumultuoso, nel mare dell'essere; l'altra (subjettiva) nella mente capace e cogitante; la vita e la filosofia; oppure, volendo prendere un paragone materiale, il carbone pesante, rozzo, sporco ed il carbonio fluido, aura pura, ma instabile ed artifiziale prodotto dalla scienza chimica. A queste due forme d'effettivazione è da farsi arrota d'una terza, che, proseguendo nella similitudine, compareremo al diamante. Carbone, Carbonio, Diamante, sono la cosa stessa, sono tre forme di un medesimo corpo primo: una la trovo in natura ad ogni passo; l'altra devi ricavarla con istudio dalla prima; la terza ti abbaglia col suo splendore ed è naturale come la prima ed è pura come la seconda. La mente umana praticamente è sperimentalista, procede dall'immediato al mediato, dal mero fatto all'idea pura, nihil in intellectu quod non prius in sensu; è quindi di tutta necessità, che gli Universali, gli Archetipi, prima ch'essa li comprenda assolutamente mediante il pensiero, le appariscano mediatamente ossia percettibilmente:
.... Così parlar conviensi al nostro ingegno,Però che solo da sensato apprendeCiò, che fa poscia d'intelletto degno........ Nostre apprensiva da esser veraceTragge intenzione, e dentro a noi la spiega...
[pg!133] Al nostro ingegno, alla nostra apprensiva sembra la tale singola esistenza determinata, (esempligrazia, un uomo, il tal di tale,) rispondere in modo assoluto al proprio concetto; e quindi in essa esistenza incarnarsi perfettamente dapprima un Universale, (nel caso nostro l'Idea Uomo,) e mediatamente l'Universalissimo, l'Idea assoluta, che è presente nella serie degli Universali, appunto come ciascun Universale è presente ne' singoli individui del suo ciclo. La mente umana, che sempre al suo fin sale, non vede cosa mortale nell'objetto vagheggiato,
..... Non pure intende al bel, ch'agli occhi piace,Ma, perchè è troppo debole e fallace,Trascende in ver la forma universale;.... che all'uom saggio quel, che muore,Porger quiete non può....
Questa sembianza è allucinazione, in quanto che nessun Universale, e quindi a fortiori molto meno l'Universalissimo, può esaurire la propria epifania in qualsivoglia essere singolare e determinato, per quanto ricca se ne supponga la personalità; ma (non essendo gli Universali e l'Universalissimo arzigogoli meri, vuote intellezioni, anzi veramente effettivi negli esseri determinati, quantunque non in ciascun d'essi), la è un'allucinazione esatta (come dice spiritosamente il Taine della percezione esterna), una sembianza gravida di contenuto. Quest'allucinazione, questa sembianza è ciò, che addimandiamo il Bello; ossia l'Universale, l'Archetipo in forma d'apparenza limitata; ossia, nel caso nostro, un individuo umano, un carattere, che riassuma in sè tutte le parti umane, tutto l'uomo, sicchè nulla apparisca nel personaggio, che non sia espressione dell'Umanità; e questa non contenga parte alcuna, che non s'incarni nel personaggio — «Il Bello è il prodursi d'un singolo sensibile, che in ogni sua parte sia espressione d'una Idea» — dice il Tari. Nè questa è scoperta moderna; e suppergiù così la [pg!134] pensavano anche i nostri maggiori, sebbene formolassero diversamente il concetto. O che altro significano i versi del Marino, co' quali spiega l'amore?
L'anima, nata infra l'eterne forme,Et avvezza a quel bel, che a sè la chiama,De la beltà celeste in terra l'ormeCerca; e ciò che l'alletta e segue e brama.E quando oggetto a' suoi pensier conformeTrova, vi corre ardentemente e l'ama.
La forma eterna è il tipo, è l'idea; e quanto noi crediamo conforme a questo tipo, a questa idea, chiamiamo appunto bello.