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Chapter 38: XIX. — I caratteri de' protagonisti.
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About This Book

A collection of critical and polemical essays that examines literary reputation, aesthetic judgment, and the mechanics of fame. The author offers close readings of contemporary poets and an extended analysis of Faust and its sources, argues against false reputations and manufactured celebrity, and reflects on translation, authorship, and poetic method. The volume gathers four principal studies with two later additions on notable public figures, plus brief appendices and editorial notes explaining textual choices. Throughout, trenchant criticism combines biographical observation, historical digression, and civic concern about the social consequences of literary imposture.

XIX. — I caratteri de' protagonisti.

Il Fausto mitico è davvero insaziabile e non sai se più di passioni o di godimenti. Non lascia intentato alcun Regno del pensiero, alcun angolo della natura; anzi fruga, fruga dovunque e schianta da ogni albero scienza e voluttà, nè si appaga, se non dopo averne tocco l'apice in grembo alla sua famigliuola storica. Fausto è lo scienziato del rinascimento, [pg!207] che nega l'enciclopedia dommatica dell'epoca, e tenta di costituirne un'altra; però, potendosi con l'empirismo asseguir bensì cognizioni staccate, ma non già far corpo di scienza, Fausto rimane inappagato. Ecco perchè chiama il diavolo; e, condannato a creder solo fatti, vuole almanco verificarli tutti ad uno ad uno co' sensi proprî. Quindi le arti necromantiche, i viaggi per questo e per quell'altro mondo,

... monde étrange, absurde, inhabitable,
Et qui, pour valoir mieux que le seul véritable,
N'a pas même un instant eu besoin d'exister;

quindi le vaticinazioni, l'evocazioni, le fantasmagorie; quindi quel fare assumere al succubo la forma d'ogni bella, ch'ei pensa. L'insaziabilità non rimane parola vuota, anzi s'incarna in un seguito d'azioni, costituisce il carattere.

Ed il Fausto del Goethe?

Ben so, che mi si possono citare versi a centinaja ed in parte bellissimi, ne' quali si ragiona di scontento, d'irrequietezza, d'inappagabilità; ma le ciance son ciance, veniamo a' fatti. Ahimè, non corrispondono! Vittorio Alfieri dice aureamente sul carattere della Clitennestra nell'Oreste suo, che doveva essere: Or madre, or moglie, e non mai moglie o madre; dice aureamente, la cosa esser più facile ad esprimersi in un verso, che a rappresentarsi per cinque atti. So quel, che volete dire; vi s'affaccia sulle labbra il giudizio, che Mefistofele fa di Fausto:

... Gli diè la sorte irrefrenabil mente,
Che ognor trascorre, e troppo impazïente
Di questo mondo un sol piacer non gode26:

[pg!208] e quanto soggiunge altrove:

... Nè gioja il sazia, nè ventura appaga
Per mutabili forme egli arde ognora27.

So quel, che volete dire: vi sovviene la parlata di Fausto nel sottoscrivere il patto: Acchetiamo le ardenti passioni negli abissi della sensualità: ogni portento sia pronto in impenetrabile veste necromantica. Immergiamoci ne' vortici del tempo, nell'incalzare degli avvenimenti: e dolore e godimento, trionfo e noja si avvicendino celeremente. Ma in quali fatti, in quali azioni si esplicano, s'incarnano queste rotonde parole?

Sono un programma da deputato della sinistra, che gracchia su tutti i toni: abbasso i consorti, onestà, disinteresse; e poi? poi va al Parlamento per vendere il suo voto o le assenze od il silenzio, per isbrigar faccende avvocatescamente, per carpire impieghi e ricevitorie, non già per l'incorruttibile signoria sua, ohibò! anzi solo per una sesquiserqua di parenti prossimi o remoti; per ottenere un titolo buffonesco di conte, mentre repubblicaneggia... I democratici son ghiotti di titoli, oh assai! e quando manca loro una baronia legittima, ne usurpano persino da bravi qualcuna più o meno spuria, come vediamo farsi dall'autopseudo barone Nicotera.

Se avesse operato a dovere Fausto, ed io allora senza il programma mi sarei accorto ben io come stavano le cose. L'assenza di misura e di scopo, la impazienza d'afferrar qualcosa a volo, il compiacersi ad intingere il muso in ogni salsa, conveniva rappresentare e raffigurarmi il tumulto della vita sociale per tuffarvi entro Fausto; il quasi aveva condursi davvero, come se il suo programma di vita fosse questo:

Stender convien la destra ad ogni frutto,
Abituarsi a qualsivoglia affetto;
[pg!209]
Gustare in questo mondo un po' di tutto
Pisciando in molte nevi e in più d'un letto;
Al caldo, al freddo, alla letizia, al lutto,
Al bene, al male, assuefarsi il petto,
Ne' rapidi momenti tra la culla
E 'l cataletto. Ed appagarsi? In nulla.

Ecco! Ma niente affatto: il Fausto del Goethe è la più contentabil persona, che immaginar si possa, vera figura comica. Gli è un bimbo, irrequieto finchè l'incateni allo scrittojo, ma che, come gli viene fatta licenza d'alzarsi dallo studio, trova subito da spassarsi quieto quieto e quatto quatto, allegro del più semplice giocattolo; gli è una cagnuola, che non sa trovar pace in casa, ma che, subito sguinzagliata per istrada, ci segue mogia mogia. Diamine, dove mai dimostra incontentabilità, insaziabilità? Non certo quando una brigatella d'ubbriaconi e la prima sgualdrinella inciampata, l'incantano. Non certo quando si compiace dello spettacolo plebeo (Dante avrebbe detto: Il voler ciò mirare è bassa voglia) d'una brutale gozzoviglia, la quale che non si fa amnistiare per la genialità e lo spirito de' stravizzanti; nè quando e' si diverte a fare il giocatore di bussolotti. Non quando, appena vista l'immagine dell'Elena nello specchio magico, va in estasi. E molto meno, quando, incontrata una fanciulla per via, subito spasima e s'acqueta in quell'amore e non chiede oltre. L'impazienza e l'intolleranza di ogni cosa conosciuta, ch'è il fondo caratteristico del Fausto mitico, e che questi ha di comune con Don Giovanni, non è più innata nel Fausto Goethiano, che ogn'istante ha d'uopo di essere spronato e rinzelato da quella pittima cordiale di Mefistofele.

Ed infatti Mefistofele e Fausto non sono due personalità spiccate, anzi due spicchî d'una medesima e sola personalità. I loro colloquî si potrebbero arcibenone trasformare in un lungo soliloquio senza mutarvi presso che nulla: così, tante volte, noi nel ragionare con noi stessi, dialogizziamo il pensiero per maggior comodo. Mefistofele è formato da una [pg!210] costola di Fausto come l'Eva biblica da una costola d'Adamo: ma, quando la costola del padre putativo dell'uman genere divenne una persona autonoma, in Mefistofele non abbiamo ned autonomia, nè personalità, nè consistenza, qualità essenziali e sine qua non del personaggio poetico. Sembra, che il Goethe si sia scritta una lista di tutte le parti più o men diaboliche; e che quindi ragionatamente abbia fabbricato il suo Mefistofele. E perchè il demonio ha da essere osceno e cinico, gli ficca di quando in quando una parolina poco decente in bocca; e perchè il demonio ha da essere bugiardo, gli suggerisce qua e là una bugiuola, e via discorrendo. Ma questo non è il modo nè di percepire, nè di rappresentare un personaggio poetico, un fantasma! Il cinismo non vien rappresentato da una porcheria, nè lo spirito da una spiritosaggine; ma e l'uno e l'altro debbon divenir fondamento del carattere, debbono informare ogni azione, ogni pensiero, ed esser sempre ugualmente presenti in ogni parola ed in ogni fatto. Il Diderot dice un gran bel vero, quando asserisce, che, dato un piede, un'ugna, la menoma parte di un certo corpo, la natura necessariamente non può farvi altre parti corrispondenti, se non ricostruendo quel dato corpo tale e quale ed in quella tale attitudine. Non c'è uomo, che abbia punto punto pratica di mondo, il quale non sappia immediatamente distinguere il vero cinico, che può avere un linguaggio compostissimo, da chi è semplicemente sboccato così per vezzo o per mal vezzo.

Questo vale anche e più pel carattere di Fausto. Il poeta mi deve rivelare in ogni caso tutto il personaggio, e non già dimostrarmi separatamente in venti scene, in venti episodî, altrettante parti del suo carattere: che sarebbe lavoro d'anatomista non di artista, e gli anatomisti dell'opera d'Arte siamo in un certo senso noialtri critici. L'Arte sta appunto nel mostrarmi in ogni atto, in ogni parola, tutto l'uomo con ogni sua determinazione, talchè il percepisca ed il comprenda, lì, nella sua totalità [pg!211] complessa e mel veggia viver dinanzi; e non istà mica nello sciorinarmene successivamente queste determinazioni, membra disjecta. Che il procurator generale dimostri il tale imputato ubbriacone documentando un fatto, il manifesti giuocatore rendendo inconfutabile un altro, ed il convinca ladruncolo, provandone un terzo, sta bene; ma voi, poeta, raccontandomene un solo, siete in obbligo di rappresentarmi quel tale, (poniamo che sia Panurgo, e che voi siate Cecco Rabelais), ubbriacone e ladro e giuocatore e presso ch'io non dissi e tutto ad un tempo. Non dovete mostrarmi il Triboulent, come Vittorio Hugo nel suo Roi s'amuse, prima buffone e poi padre, ma sempre e poi sempre Triboulet, misto di padre e di buffone.

— «Ma nella stessa Natura le manifestazioni delle parti di un carattere sono per lo più successive!»

— Apparentemente, perchè nella Natura non c'è la concentrazione, la perfetta unità tra l'Idea e la immagine, che costituisce il Bello; ed appunto per questo l'Arte non è la Natura ed in lei sola si incontra perfettamente incarnato quel tal Bello. Ed è pur la strana cosa, che gente dotta in Italia disconosca una verità fondamentale di quest'importanza, alla quale le nostre plebi sono giunte per istinto da secoli. Infatti, quando i canti popolari vogliono sublimare oltre ogni dire la bellezza d'una innamorata, la chiamano fatta con la penna, col pennello, di stucco, dipinta con vero pennello.

Sei tanto bella, iddio ti benedica,
Par che t'abbia dipinto Santo Luca.

Quindi pur troppo noi, quando si parla di Fausto, abbiamo il dritto di chiedere: qual Fausto? di quale scena? Certo, che quello del primo soliloquio non ha molto di comune con quello della cucina magica o con quello, che di soppiatto entra nella cameretta di Rita e che ne fugge, giurando di non riporvi il piede mai più. [pg!212] Non basta dire: ho due anime in petto, che tendono a disgiungersi: l'una si avviticchia appassionatamente al mondo, l'altra vuole ad ogni costo innalzarsi all'empireo degli avi28: bisogna esplicarne e realizzar questo contrasto. Ed è appunto ciò che Messer Goethe non ha fatto. Un giovane inglese gli confessava di trovare il Fausto difficiletto; ed egli rispose — :«Certo gliene avrei sconsigliata la lettura. Si tratta d'una stravaganza, che eccede il sentir comune. Ci si è impegolato senza consultarmi? Faccia di cavarsela! Fausto è un individuo singolarissimo: a pochissimi è dato compenetrarsi dello stato dell'animo di lui. Parimente il carattere di Mefistofele è difficile per l'ironia come risultato vivo di lungo studio del mondo. Vegga cosa le riesce capirne!» — Quanta fatua presunzione! Come uno scrittore può illudersi in tal forma sul valore delle cose proprie?

Della Margherita non c'è troppo che dire: l'artistico in que' turpi caratteri sta nell'esplicazione psicologica, che qui veniva implicitamente esclusa dalla forma drammatica; forma ripugnante al contenuto.

Il Fausto del Goethe è un capolavoro sbagliato, è l'aborto d'un capolavoro: non è quindi meraviglia, se in esso trovi parti ben conformate, che, raggiungendo un più maturo sviluppo, avrebbero potuto ammaliare; come non è meraviglia, se in un aborto si ravvisano gli organi, che esplicati e compiuti avrebber composti un uomo od una donna bellissima. La fatuità e la vanagloria nazionale del tedesco, e la buona fede o dabbenaggine latina potranno accordargli una voga più o men duratura, ma il tempo ad ogni modo ne farà giustizia. E chi non guarda solo la buccia, può già accorgersene ed argomentarlo da più d'un fenomeno. Il mito di Fausto rimane ancora [pg!213] adoperabile, non ha ricevuto forma definitiva. Il popolo stesso del Goethe, che pure non ha una grande stregua estetica, non s'è appagato della forma da lui imposta al mito: e questo è già l'implicita condanna del suo poema. Parecchi, dopo di lui, hanno (ed inutilmente del pari) tentato d'incarnare quel grande e vastissimo argomento, che rimane fin qui come l'arco d'Ulisse, inutile a' Proci, aspettando forse che un genio Italiano sorga e compia anche per esso, ciò che è stato nostra missione di fare per gli altri grandi cicli poetici del Medio-Evo.

Ma se, come parmi d'aver accennato, sfilando questo disacconcio collare, esaminiamo ogni scena per sè, ogni parlata a parte, ogni perla isolatamente, allora dobbiamo confessarci vinti anche noi, subir l'incanto come chicchessia, andare in estasi e perdonare la prona ammirazione de' fanatici del Goethe: ci sarà forza convenire, poche opere contener tante bellezze poetiche quante ne racchiude questo mostro. Abbiamo finora severamente biasimato, non perchè ciechi per esse; e se ora non le analizziamo ad una ad una e non le facciamo risaltare nel pieno loro fulgore, non è che si sia ingiusti. Ma chi non le conosce? sarebbe superflua ed interminabil cosa il dimostrarle ad una ad una; le son tante e tanto note, che han fatto velo a molti e tutt'altro che volgari uomini sul merito essenziale dell'opera stessa totale, e che, malgrado tutti e tutti i suoi difetti, la salveranno dal pieno obblio. A noi conviene non disconoscere questi meriti, ma non permettere altresì, che ci facciano velo all'intelletto. Non confondiamo l'impressione e il giudizio.