APPENDICE
L'Imbriani, permettendo la ristampa del suo studio letteraturografico sull'Aleardi, nel giornale di Foligno, L'Umbria, (30 Gennaio, 1866) vi premetteva la seguente avvertenza.
L'Italia, per necessità storiche, delle quali sarebbe vano e stolto l'affliggersi, si trova in un'epoca di raccoglimento, ossia d'improduttività artistica e massime poetica; da queste epoche maggesi, si ripete la fecondità delle seguenti; e quindi ora forse più che mai, importa il dare lo sfratto ad ogni critica superficiale ed arbitraria e il diffondere idee vere sulla poesia, acciò l'epoca produttiva, che deve seguire, che non può non seguire, che seguirà, non trascorra in insanie, non ristagni in angiporti mefitici; come esempligrazia è accaduto a quell'epoca produttiva, che per la letteratura francese succedette alla sterilità della fine del secolo scorso, e de' due primi decennî di questo; epoca che comincia colla pubblicazione delle poesie postume di Andrea Chenier nel 1821. Ed io ho consacrato e spero utilizzare la mia poca virtù all'opera di formulare per la coscienza di tutti quel concetto del poetico che è nel sentimento di ognuno, di mostrare come questo concetto si svolga e s'affermi storicamente ne' nostri capo-lavori letterarî. Il difficile dell'impresa è nella necessità di dedurre ogni principio della critica dalla scienza estetica, quando i cari nostri compatrioti hanno più avversione pe' succhi amari della filosofia, che gli idrofobi per chiare, fresche e dolci acque. Ma Torquato e prima di lui Lucrezio, ci hanno insegnato a superare queste difficoltà,
..... porgendo aspersiDi soave licor gli orli del vaso.
[pg!356] Quindi, volendo dire che sia la poesia, che si richieda per formare un capolavoro poetico, io non ho scritta una lista d'ingredienti, una ricetta, come si suol fare. Anzi, partendo dal principio che ogni critica deve contenere un intero concetto della poesia, alias tutta un'estetica, appunto come ogni lavoro poetico deve contenere un intero concetto dell'universo, ho preso Aleardo Aleardi, ed ho cercato di dimostrare com'egli non incarnasse alcun momento dell'idea poetica. Sapevo di dir cosa che a molti parrebbe eresia, ma ho dovuto convincermi con piacere, che moltissimi la pensavano come me, e che parecchi si sono lasciati convincere da' miei argomenti; alcuni hanno contradetto, nessuno ha confutato.
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(Dal Fanfulla, Domenica 13 Aprile, 1879).
Caro Fanfulla,
Nel numero del 2 corrente, parlando delle traduzioni del Maffei, le giudichi troppo e burbanzosamente e ingiustamente dispregiate da altri. Ch'io sappia, a dispregiarle fummo in tre: il Mazzini, (ahi fiera compagnia!), la Percoto ed un tuo servo. Se il Mazzini e la Percoto fossero burbanzosi ed ingiusti, non so nè mi curo indagare. Il servo tuo non si limitò a spigolare qua e là qualche errore; anzi confrontando tutta la prima scena della seconda parte del Fausto, ch'è lunghetta, tradotta dal Maffei con l'originale, a parola a parola, conchiuse il Maffei tradire, non tradurre. Sarò stato ingiusto; e molti me l'hanno detto, sebbene nessuno abbia dimostrato insussistente un mio appunto; ma come può chiamarsi burbanzoso un raffronto lungo, paziente, coscienzioso? Burbanza sarebbe stato lo affermare, senza ragionamento e senza allegar fatti. Ti prego dunque di eccettuare da quegli altri, che burbanzosamente dispregiarono e dispregiano le versioni del Maffei, il tuo
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(Dal Supplemento della Gazzetta d'Italia, Domenica 17 Giugno, 1877).
Pregiatissimo Signor Direttore,
Molti si sono spassati a fulminarmi con articolesse, pel mio libro Fame usurpate; e tutti, manifestando un santo orrore per l'iconoclasta il quale non ammira pecorinamente, nè gli eroi façon Sapri, ned i poeti sul genere dell'Aleardi. Non uno però, che abbia stimato debito suo, oltre l'inorridire, anche il confutare; il provare, che io sragiono o mentisco, il contrapporre raziocinio a raziocinio, dimostrazione a dimostrazione, sebbene il cosiddetto Cigno dell'Avon affermi le ragioni esser più comuni delle more lungo le siepi nell'agosto; i miei terribili contradditori han preferito allo addurne, il sopraffarmi di contumelie. Non una asserzione di fatto speciale, non un ragionamento m'han confutato questi sedicenti critici. Buon pro faccia a' valentuomini ed a chi giura nelle parole loro una critica siffatta.
Ultimo, ma non diverso, è venuto fuori nella Nuova Antologia lo sproloquio d'un signore, il cui nome ricorda la voce del micio, Gnoli, ed il quale mi fa persin dire quanto non ho mai sognato di dire, per poter avere il destro di farmi rimproveri, apparentemente ragionevoli. Basti un esempio; asserisce, ch'io chiami birba e pretazzuolo schiericato un messere perchè mi aveva mosso un appunto; e si scandalizza di tanta irruenza. Oh galantuomo! Io ho scritto che una birba di pretazzuolo schiericato, mi aveva mosso uno sciocco appunto ed erroneo, non che quel tale fosse birba per avermi censurato: la qualità di birba, come quella di cattivo prete, preesistevano in lui. S'io dicessi esempligrazia lo svescione dell'autopseudo barone Nicotera è tanto ignorante da scrivere maggistratura, così con due gg, non intenderei certo di stabilire un nesso di derivazione fra la ignoranza supina del signor ministro e la sua smania esternativa e l'usurpazione del titolo. Potrebbe anch'essere prode come Maurizio di Sassonia e barone autenticissimo senza pratica maggiore [pg!358] di studi e di libri! S'io dicessi il prof. Gnoli stampa spropositi ed inezie, non verrei mica a dire, che egli è professore per le inezie e gli spropositi suoi, ch'io conosco, anzi per quelle altre bellissime e sapientissime cose, ch'io non conosco.
Questo dotto signore, si meraviglia ch'io chiami il Goethe, Gian Lupo; ed ammettendo, che dalla prima sillaba del nome Wolfgang possa ricavarsi l'Italiano Lupo, non sa capire come dal gang io abbia fatto Gianni. Ahimè! Il Goethe si chiamava Johannes Wolfgang ed io rendo Johannes con Gianni e Wolfgang con Lupo e parmi tradur bene. Si noti, che il Gnoli ha testè pubblicato un volume di circa quattrocento pagine, in cui traduce ed illustra liriche del Goethe: con quanta coscienza e competenza, può supporsi dall'ignorare egli persino il nome esatto del francofortese! Non debbe averne lette nè le opere nè la vita! Condizione, senza dubbio, ottima per tradurlo, illustrarlo e guardar dall'alto in basso chi giudica capolavoro sbagliato il Fausto, dopo lungo studio ed allegandone il perchè! Per norma del Gnoli, gl'insegnerò esser costume alemanno, diverso dall'italiano, di chiamare le persone dall'ultimo dei nomi di battesimo. Un Prosdocimo Bartolomeo Zebedeo Gnoli, per esempio, nell'uso comune, se italiano, sarebbe chiamato Prosdocimo Gnoli, se tedesco, Zebedeo Gnoli.
Basti quest'unico esempio a dimostrare la levità e l'incompetenza del Gnoli, ed esautorarne il giudicio. E mi creda, non è per proposito di stravaganza, ch'io contraddico spesso alle opinioni ed alle consuetudini volgari, ma bensì perchè il volgo è composto da un numero infinito di Gnoli, a' quali non somiglio e non voglio somigliare, ecco!
Non valeva certo la pena, egregio signor Direttore, d'importunar Lei ed i suoi lettori per una miseria tale: nè di rompere lo sdegnoso silenzio, che soglio osservare verso chi, invece di ragioni, m'affastella contro solo chiacchiere o contumelie. Ma desideravo da gran tempo un pretesto, per testimoniarle pubblicamente la gratitudine, che io, come ogni Italiano veramente devoto alla Dinastia ed alla Unità, sento per l'opera santa del suo giornale, il quale dura imperterrito [pg!359] sulla breccia, senza pensolare, senza curarsi delle insidie, dei tradimenti e delle sconfessioni dei timidi ipocriti, che in cuor loro si rallegrano di quanto fingono deplorare corampopulo. Ella, | Sans chercher à savoir et sans considérer | Si quelqu'un a penché, qu'on aurait cru plus ferme, | Et si plusieurs s'en vont, qui devraient demeurer, combatte i farabutti, gli affaristi ed i demagoghi, mascherati per amor della cuccagna, che minano la Monarchia e preparano la dissoluzione della patria. Quanto Le invidio di potersi purgare quotidianamente e pubblicamente d'ogni sospetto di rassegnazione; nonchè di complicità, ne' vituperî presenti, nel disordine odierno delle cose! Prosegua nella onesta via, dispregiando le furie degli smascherati ed il biasimo gesuitico de' menni, anzi rallegrandosene ed insuperbendone.
Mi creda dunque, con particolare ossequio
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Fra le carte dell'Imbriani, si sono trovati questi appunti:
Il Manin avea promesso di non accettar mai condizioni lesive della indipendenza, pronunziando quella brutta parola, le mot le plus antipolitique, dont tout ministre devrait s'abstenir. Il popolo naturalmente avea risposto dalla piazza: — «No, non le accetteremo mai!» — Ed il buon presidente aveva accettato per denari contanti quella promessa anonima e collettiva. Il Pepe una volta disse: — «Vi assicuro, che tutto il sangue, che ho nelle vene lo spargerò per la Venezia, e tutti gli ufficiali che mi circondano faranno altrettanto; me ne rendo mallevadore» — Un'altra volta nell'Assemblea s'era proposta una pena contro il primo che pronunciasse la parola capitolazione. Il Manin vi si oppose; ma sapete perchè? — «Non vi sarà chi parli di capitolazione; ma se vi fosse, il popolo tutto, ed io primo, andremo ad impedire quest'infamia, questo tradimento». — In questo discorso c'è in germe l'assassinio dello Stefani!
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(Dal Fanfulla, Agosto, 1878).
Cicerone ha chiamata la storia maestra della vita, perchè c'informa delle corbellerie delle generazioni precedenti, appunto come i maestri c'insegnano gli spropositi fatti da loro... senza poter impedire, che se ne faccia noi nuove edizioni ampliate e più scorrette. È una gran consolazione il vedere, che, su per giù, gli uomini sono stati sempre gli stessi ed il mondo è ito sempre ad un modo! Un galantuomo si riconcilia co' suoi tempi e ci vive più rassegnato, scorgendo, che non son da meno dei secoli precedenti.
Dunque, in una vecchia cronaca anonima della badia di Grottaferrata, ho trovata una bella storia!
C'era una volta, dove e quando dir non so, un gran ricchissimo mercante d'un ebreo. Il quale, o che fosse tocco dalla grazia divina; o che venisse gentilmente compulso alla conversione, come spesso usava nel medio-evo; o che si seccasse, lui giovane, bello, facoltoso, di abitare in ghetto, di portar la berretta gialla e d'essere trattato peggio d'un cane; che non vedesse altro modo per salvar le proprie ricchezze; o qual che se ne fosse la ragione; deliberò di farsi cristiano. Nella sinagoga venne scomunicato, ed in chiesa accolto trionfalmente. Nella Giudecca gli gridarono la croce addosso: Racha! ma la parte cristiana della città gridò evviva ed illuminò le finestre la sera del suo battesimo. Ed ebbe per compare un vecchio porporato, de' più influenti.
Baruccabà s'accorse presto, che chi teneva il mestolo in mano tra' cristiani era il clero; il quale trattava il gregge popolare poco meglio degli ebrei, oh, poco meglio assai! Volle imbrancarsi fra' dominatori; ed entrò negli ordini. Ricco, audace, scaltro, protetto dal compare cardinale, facendo mostre d'ingegno, ostendando virtù e devozione, dispensando quattrini al bisogno, ed avendo cambiato paese, andò avanti, salì rapidamente di grado in grado, di ufficio in ufficio. E, dopo molti anni, quando il suo protettore era già morto, versando il Santo Padre di allora in gravi difficoltà pecuniarie [pg!361] pe' molti cani e falconi da mantenere, Baruccabà comperò un cappello cardinalizio per trentamila scudi d'oro. Ed eccolo principe di Santa Chiesa. Nessuno a Roma conosceva l'origine di lui; se no... Sapete pure, la Curia, che se ne intende, non ha mai voluto ammettere il neofito negli alti gradi del suo magistero, ne in superbiam elatus, in judicium incidat diaboli.
Passarono molti altri anni; morirono molti pontefici, si tennero molti conclavi. In uno, i cardinali non potevano mettersi d'accordo; c'erano varie parti e discordi, parecchi pretendenti. Si stava chiusi da mesi, senza combinar nulla. Che ti fa il bravo cardinale Baruccabà? Si ricorda del modo, con cui era divenuto cardinale, e se ne serve per divenire papa. Comperò un nucleo di colleghi disperati; promise mari e monti a quanti per incapacità od indegnità erano stati tenuti in disparte da' pontefici precedenti, ed eccolo proclamato successore di san Pietro.
E fece da papa, come avrebbe fatto ogni altro in que' tempi, nè più, nè meno. Predicò astinenze, bandì digiuni; istituì ordini religiosi; premiò ed arricchì gli amici ed i fautori; si sbrigò dei nemici; scagliò interdetti e fulminò scomuniche; edificò chiese; fece abbruggiare vivi gli eretici; conculcò gli antichi suoi fratelli giudei peggio che mai. Ma, insomma, non c'era da dir niente sul suo zelo, nè da rimproverarlo di poca e dubbia fede.
Eppure, c'era chi della sua fede dubitava. Quando un uomo va molto in su e vien posto in evidenza, subito se ne rifrugano gli antecedenti. Così fecero per il nostro Baruccabà; ed i cardinali, che gli erano stati contrari in conclave; e gli scontenti e gl'ingrati della dimane, scoprirono, ch'egli era ebreo di nascita, ch'egli era divenuto cristiano solo in età matura.
Un papa ebreo! Com'è mai possibile, che sia degno vicario di Cristo? Com'è mai possibile, che ci creda davvero davvero in tutto e per tutto? Qualche magagna nella fede doveva averla! E deliberarono di farne la prova.
Un giorno, mentre papa Baruccabà faceva colezione e mangiava del prosciutto squisito, perchè bisogna dirvi, che [pg!362] egli affettava una predilezione singolare per la carne di maiale, appunto acciò non si credesse aver egli gusti israelitici... dunque, un giorno, mentre il papa asciolveva, ecco ad un tratto tutte le campane delle trecentosessantasei chiese di Roma sonare a gloria. Uno scampanio spaventevole! Non s'udì mai simil frastuono! Ne disgrado una salva di trecento cannoni Armstrong! Baum! Baum! Baum! Din, din, din! Campanoni, Campanini, campanelle, campanacce. Pareva il finimondo, a dir poco, pareva!
Al papa cadde dal pugno un bicchiere di vino, ch'ei portava alle labbra:
— Che cos'è mai questo? Che nuova festa a mia insaputa? Che significa? Chi ha dato ordine? Chi ha permesso?
— Santità, non sappiamo.
— Che qualcuno vada ad informarsi! Misericordia, che fracasso!
Esce un prelato; e, frattanto, non essendoci cosa alla quale l'uomo non s'abitui, malgrado quel diavoleto, il papa proseguì la colezione.
Dopo un quarto d'ora, torna il prelato ansante:
— Santità, Santità!
— Che c'è?
— Beatissimo Padre, non sa...
— Oh se avessi saputo, c'era da mandar te ad informarsi?
— La Beatitudine Vostra non può immaginare...
— Che sai tu quel ch'io immagino o posso immaginare? Oh insomma! la dici o non la dici? parli o non parli?
— Sommo Gerarca, Ella non vorrà credere...
— Che cosa?
— Sente questo scampanìo?
— Fra poco nol sentirò più, che mi avrà assordato...
— Mi lasci riprender fiato! Son fuor di me! Dicono... dicono che suonano a festa, perchè...
— Perchè?
— Perchè è nato il Messia!
A queste parole, Baruccabà, dimenticando luogo ed ufficio, [pg!363] salta come un razzo malgrado la vecchiaia; e, rovesciando quasi col pugno il desco, esclama:
— Ma se lo dicevo sempre io, che ancora avea da nascere!
Lo deposero! ed il nome suo non figura più neppure nel catalogo de' papi. Povero Baruccabà!
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Questa è la storia che ho letto nel manoscritto di Grottaferrata. Manoscritto anonimo, di chiara scrittura monacale del XIV secolo, segnato col numero 87 lettera F, che si conserva in quell'Archivio, scaffale XVII; ed è curiosamente intitolato: Memento Dierum Reparationis.
Veniamo ora all'applicazione. C'è un regno nel mondo... un regno di Madagascar o di Congo, dove un antico repubblicano, un bel giorno, si trova, ministro degli interni!
Il repubblicano, ben inteso, fa il ministro, come qualunque altro ministro, che fosse stato sempre e solo monarchico sfegatato. Della sua lealtà non c'è a dubitarne menomamente. Ce l'assicura lui, ce l'assicurano i suoi. Ne' banchetti fa brindisi al Re, nelle lettere a' principi si professa devoto alla dinastia; esagera la parte.
Ma, che volete? che farci? chi rammenta gli antichi proclami, gli antichi discorsi, gli antichi brindisi, le antiche lettere, ed il passato di Sua Eccellenza, dubita! Non sa persuadersi!
Non della lealtà, no, questo mai! Non delle intenzioni, oibò! Dubita della fede!
Se domani, per caso, in qualche angolo del Regno... di Madagascar o di Congo, tutto ad un tratto, mentre il ministro siede a banchetto e porta un brindisi agl'inseparabili, al Re ed alla patria, sonassero le campane a gloria per la pretesa nascita della repubblica madagascarrese o conghese? Se in un cantuccio del reame, un gruppo di antichi amici di Sua Eccellenza trionfasse e inalberasse una bandiera non macchiata da croce alcuna?...
Son cose che si son vedute!
Chi toglie dal capo a' memori il sospetto, che, in quel momento supremo, il ministro del re di Madagascar o di Congo, [pg!364] ritornando suo malgrado, involontariamente, alle antiche credenze, non balzi in piedi e non esclami anche lui:
— Ma se l'avevo detto sempre, che la repubblica aveva da venire.
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NOTE
| [1] | A' Moderati, vinti ne' Comizi del 5 Novembre 1876. Canzone di Matteo Raeli. — Noto Tip. di Fr. Zammit. 1876. |
| [2] | Esaggero, con due gg, per conservare al vocabolo la forza del valore etimologico. Viene da Ex-aggero. Gherardinianismo sporadico. |
| [3] | Ho visto con piacere seguito questo giudizio dal Barrili, uno de' pochi, se non il solo scrittor di novelle contemporaneo, che mostri istruzione e buon gusto. Egli non vi parlerebbe di cavalli amburghesi, come il Tarchetti; non vi porrebbe Rouen, la patria del Cornelio, sul mare, come Salvatore Farina nel Tesoro di Donnina; egli non farebbe, come il Guerzoni, scrivere da una bennata fanciulla alla madre la dimane delle nozze. — «Ti mando tutti i baci che mio marito mi lascia disponibili,» — frase che non adoprerebbe una donna da conio. Eccone le parole: — «Luisa! Bel nome! Egli lo sapeva finalmente, e stava con fanciullesca cura a pronunziarlo, non come si fa a Genova, ma scandendolo in tre sillabe: Lu-i-sa, e sibilando un tal poco l'esse alla maniera toscano. E' non era un nome strano, di quelli, che certi capiscarichi impongono alle bambine, per dare importanza di eroine da romanzo o da dramma alle loro creature grame. Gli era un nome quieto, gentile, dolce a pronunziarsi e dolce a udirsi: Luisa! E' non era Elisa, nome da mettere in endecasillabi morbidi e flosci come quelli di... acqua in bocca per non farci maledire dal secolo, che li ha in gran pregio. Non era neppure Eloisa, nome da far ricordare la badessa del Paracleto, innamorata d'un teologo, o la svizzera di Giangiacomo Rousseau, innamorata d'un astrologo sconclusionato. Era Luisa: modestamente, unicamente e soavemente Luisa.» — |
| [4] | Daniele Stern, il cui vero nome era Contessa d'Agoult, più nota veramente per le avventure galanti, che per le opere letterarie. |
| [5] | L'Aleardi dice, rimanendo sempre nell'indeterminato:
Ed il Leopardi ha espresso in più poesie il rimpianto per la gioventù perduta, dicendo, che la scena del mondo sorride in vista di paradiso al guardo giovanile, e che
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| [6] | Ludovico Aleardi non era un volgarissimo fabbro di versi. Ecco in qual modo fa parlare Giove nel prologo delle Origini di Vicenza:
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| [7] | I tedeschi credevano che la tregenda più solenne delle streghe avesse luogo la notte di santa Valburga, quindi quella notte significava per loro tregenda, come, secondo le varie parti d'Italia, lo sgombero, ch'è un'altra specie di tragenda, si chiama il san Michele od il quattro Maggio. E poi, quando indichiamo il giorno dal nome del santo, vi prefiggiamo sempre l'epiteto di santo: puta: — «il giorno di sant'Anna fu un gran tremuoto;» — «alcuni dicono l'Imperatore Federico II morto il giorno di san Luca ed altri in quello di santa Lucia» — Sicchè notte di Valburga non s'ha a dire in modo alcuno; ma, se si volesse pur dire, s'avrebbe a dir notte di santa Valburga. In questo errore cadono tutti i traduttori del Goethe. |
| [8] | Nè questo vocabolo si trova solo usato dal Goethe, nèd il Goethe fu il primo ad usarlo. Musaeus (Volksmaerchen. Stumme Liebe) — «Denn du sollst wissen, dass wenn die Seele von dem Korper scheidet, sich nach dem Ort der Ruhe verlangt, und diese heisse Sehnsucht macht ihr die lahre zu Aeonen, so lange sie in einem fremden Eiemente schmachtet,» —Museaus. (Volksmaerchen. Riehilde.): — «Kein Wunsch war ihnen uebrig als der, aeonenlang ihr wechselseitiges Glück zu geniessen ohne Wandel.» — |
| [9] | Fausto. Parte I. Soliloquio di Mefistofele: .... Und hætte er sich auch nicht dem Teufel uebergeben
Er muesste doch zu Grunde gehen!
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| [10] | Nun fängt mir an fast selbst der Kopf zu schwanken. |
| [11] | Mir Vird non alle dem so dumm, Als ging mir ein Muehlrad im Kopf herum. |
| [12] |
Versi, che sono semplice generalizzamento di que' due bellissimi del Voltaire su Federigo II di Prussia, detto dagli adulatori Magno:
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| [13] | Lass uns aus dem Gedraeng'entweichen; Es ist zu toll sogar fuer meinesgleichen. |
| [14] | Sucht nur die Menschen zu verwirren,
Sie zu befriedigen ist schwer.
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| [15] | Idiotismo Napoletano, del quale chieggo umilmente scusa alla memoria del marchese Puoti. Per chi non ebbe la ventura (o sciagura, secondo ch'e' si giudica) di nascere
non comprendesse il significato e l'efficacia di quell'e buono, noto, che straordinario e buono equivale al dire: per quanto straordinario sia, ancora che sia straordinario. |
| [16] | Io scriveva così nel M.DCCC.LXV; undici anni fa. Ora l'impero francese è crollato; e delle creazioni di Napoleone avanza solo il Regno d'Italia, che durerà, ne vivo certo, malgrado i pericoli, che corre, affidato in mani indegne, incapaci e malsicure; soffrendo della vergogna e della jattura presente, confido nello avvenire. Avrei potuto sopprimere questo squarcio o rimutarlo; non ho voluto. L'ammirazione, la devozione, la riconoscenza, la reverenza, che sentivo allora per Napoleone, sono divenute forse anche maggiori, per la pietà della gran tragedia in cui cadde e sparve. |
| [17] | L'Università di Vittemberga è ora traslocata in Halle sulla Saale. Non sarà inutile, per determinare il carattere storico del mito Faustesco, il ridursi in mente la parte, avuta da Vittemberga nella infaustissima riforma e malauguratissima, che venne inopportuna a fermare per un pezzo ed a scontorcere lo svolgimento del pensiero Italiano. |
| [18] | Non il pondo, è l'obbrobrio del giogo,
Che m'incute un supremo terror!
Meglio il batter dei denti ed il rogo,
Che d'abbietto servaggio il rossor.
Non v'ha domma, che l'uom non apprenda
Con impavido ghigno a schernir;
Non v'ha pena tenace ed orrenda,
Ch'ei non sappia in silenzio soffrir.
La cervice io non piego a una legge,
Che il mio libero voto non ha;
La virtù, che il pensier mi corregge,
Contra i numi securo mi fa.
Patria e Prence, ho speranze ed affetto
E di gloria mi schiudo il sentier;
Ho le gioie del cielo a dispetto.
Come l'ombra, che simula il ver.
La mia fede a ogni fola negando,
Io fra l'opre e i diletti vivrò;
Voi dal ciel poi cacciatemi in bando.....
Questo gusto rapirvi io non vo'....
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| [19] | Hab' einen Stock von Holz, der ueberzogen Mit Leder ist; Gemahl sich nennt; doch Holz Ist Holz. |
| [20] | Non potevo prevedere, scrivendo questo studio, che ci sarebbe poi stato, chi avrebbe avuto il barbaro coraggio ed il pessimo gusto di voltare (molto infedelmente) in Italiano quelle sconciature giovanili dello Heine, che sono le due sue pretese tragedie; e che, nella nostra Italia, si sarebbero trovati pubblici babbei per applaudire, quando in Germania stessa nessuno pensò mai a rappresentare e nessuno le tenne rappresentabili. |
| [21] | Vedi l'opera tedesca intitolata: Goethe e Werther. Lettere del Goethe, le più giovanili, con documenti illustrativi, pubblicate da A. Kestner, Regio Consigliere d'Ambasciata Annoverese, Incaricato d'affari presso la Santità del Papa. Seconda Edizione. Stoccarda ed Augusta, presso il Cotta, M.DCCC.LV. |
| [22] | Non c'era pericolo, che potesse vincer delle battaglie di Sadowa e di Sedan; ed era meglio per la pace e la felicità del mondo. |
| [23] | Du siehst, mit diesem Tranke in Leibe,
Bald Helenen in jedem Weibe.
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| [24] | So ein verliebter Thor verpufft
Euch Sonne, Mond und Sterne,
Zum Zeitvertreib dem Liebchen in die Luft.
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| [25] | Hätt' ich nur sieben Stunden Ruh'
Brauchte den Teufel nicht dazu
So ein Geschöpfchen zu verführen.
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| [26] | Ihm hat das Schicksal einen Geist gegeben,
Der ungebändigt immer vorwärts dringt;
Und dessen übereiltes Streben
Der Erde Freuden überspringt.
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| [27] | Seconda parte, in fine:
Ihn sättigt keine Lust, ihm gnügt kein Glück,
So bühlt er fort nach wechselnden Gestalten.
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| [28] | Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust;
Die eine will sich von der andern trennen:
Die eine hält, in derber Liebeslust,
Sich an die Welt mit klammernden Organen;
Die andre hebt gewaltsam sich vom Dust
Zu den Gefilden hoher Ahnen.
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| [29] | «Il dittatore era fatto a tempo e non in perpetuo; e per ovviare solamente a quella cagione, mediante la quale era creato. E la sua autorità si estendeva in poter deliberare per sè stesso circa i modi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa senza consulte, e punire ciascuno senza appellazione; ma non poteva far cosa, che fosse in diminuzione dello Stato, come sarebbe stato tòrre autorità al Senato o al Popolo, disfare gli ordini vecchi della città o farne di nuovi». — Mach. Deche. c. XXXIX. |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (madre-famiglia/madrefamiglia, allegoria/allegorìa, Chateaubriand/Châteaubriand e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FAME USURPATE ***