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Frammenti letterari e filosofici

Chapter 350: CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI.
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About This Book

A selection of literary and philosophical fragments collects fables, allegories, aphorisms, and sketches that range from playful prophecies and travel vignettes to systematic reflections on nature, science, and art. Entries treat anatomy, optics, hydraulics, and mechanics alongside meditations on moral behavior, aesthetic principles, and a defense of painting with comparisons to sculpture. The work alternates concise maxims, practical observations, and technical notes, showing a persistent interplay between careful empirical observation and speculative inquiry.

LXXXVIII. — LA TERRA IMMERSA NELL’ACQUA PER LA LENTA CONSUMAZIONE DE’ MONTI.

Perpetui son li bassi lochi del fondo del mare, e il contrario son le cime de’ monti, sèguita che la terra si farà sperica e tutta coperta dall’acque, e sarà inabitabile.

LXXXIX. — LE LEGGI MECCANICHE DOMINANO I FENOMENI INORGANICI E ORGANICI.

La scienza strumentale, over macchinale, è nobilissima e sopra tutte l’altre utilissima, conciò sia che mediante quella tutti li corpi animati, che hanno moto fanno tutte loro operazioni; i quali moti nascono dal centro della lor gravità, che è posto in mezzo a parti di pesi diseguali, e ha questo carestia e dovizia di muscoli [disequilibrio di forza nervosa] ed etiam lieva e contra lieva.

XC. — POSSIBILITÀ CHE HA L’UOMO D’IMITARE STRUMENTALMENTE L’UCCELLO VOLANTE.

L’uccello è strumento oprante per legge matematica, il quale strumento è in potestà dell’omo poterlo fare con tutti li sua moti, ma non con tanta potenza; ma solo s’astende nella potenza del bilicarsi. Adunque direm che tale strumento, composto per l’omo, non li manca se non l’anima dello uccello, la quale anima bisogna, che sia contraffatta dall’anima dell’omo.

L’anima alle membra delli uccelli, sanza dubbio, obbidirà meglio a’ bisogni di quelle, che a quelle non farebbe l’anima dell’omo, da esse separato, e massimamente ne’ moti di quasi insensibili bilicazioni; ma poi che alle molte sensibili varietà di moti noi vediamo l’uccello provvedere, noi possiamo, per tale esperienza, giudicare, che le forte sensibili potranno essere note alla cognizione dell’omo, e che esso largamente potrà provvedere alla ruina di quello strumento, del quale lui s’è fatto anima e guida.

XCI. — RICORDO, CHE RITORNA ALL’ANIMA DEL VINCI MENTRE SCRIVE SUL VOLO DEL NIBBIO.

Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino, perchè ne la prima ricordazione della mia infanzia e’ mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venissi a me, e mi aprissi la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra.

XCII. — PERCHÈ LI PICCOLI UCCELLI NON VOLANO IN GRANDE ALTEZZA, NÈ LI GRANDI UCCELLI SI DILETTANO VOLARE IN BASSO.

Nasce per causa che li piccoli uccelli, essendo sanza piume, non reggano alla immensa freddezza della grande altura dell’aria, nella quale [Sott.: vivono] li avvoltoi e le aquile e altri grossi uccelli, ben piumosi e vestiti di molti gradi di penne.

Ancora li uccelli piccoli, con deboli e scempie [sottili] ali, si sostengano in questa aria bassa, che è grossa, e non si sosterrebbono nell’aria sottile, che poco resista.

XCIII. — FACCIAMO NOSTRA VITA COLL’ALTRUI MORTE.

In nella cosa morta riman vita dissensata, la quale, ricongiunta alli stomachi dei vivi, ripiglia vita sensitiva e ’ntellettiva.

XCIV. — COME IL CORPO DELL’ANIMALE AL CONTINUO MORE E RINASCE.

Il corpo di qualunque cosa, la qual si nutrica, al continuo more e al continuo rinasce, perchè entrare non po’ nutrimento, se non in quelli lochi, dove il passato nutrimento è spirato; e s’elli è spirato, elli più non ha vita; e se tu non li rendi nutrimento eguale al nutrimento partito, allora la vita manca di sua valetudine; e se tu li levi esso nutrimento, la vita in tutto resta distrutta. Ma se tu ne rendi tanto quanto se ne distrugge alla giornata, allora tanto rinasce di vita, quanto se ne consuma, a similitudine del lume della candela col nutrimento datoli dall’omore d’essa candela: il quale lume ancora lui al continuo con velocissimo soccorso restaura di sotto, quanto di sopra se ne consuma morendo; e di splendida luce si converte, morendo, in tenebroso fumo, la qual morte è continua, siccome è continuo esso fumo, e la continuità di tal fumo è eguale al continuato nutrimento; e in istante tutto il lume è morto e tutto rigenerato, insieme col moto del nutrimento suo.

XCV. — CIRCOLAZIONE DELLA MATERIA.

L’omo e li animali sono proprio transito e condotto di cibo, sepoltura di animali, albergo de’ morti, guaina di corruzione, facendo a sè vita dell’altrui morte.

XCVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.

Guarda il lume e considera la sua bellezza. Batti l’occhio e riguardalo: ciò che di lui tu redi, prima non era e, ciò che di lui era, più non è.

Chi è quel che lo rifa, se ’l fattore al continuo muore?

XCVII. — ANCORA SULLO STESSO SOGGETTO.[140]

Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa, ed ogni cosa si fa ogni cosa, e ogni cosa torna in ogni cosa, perchè ciò ch’è nelli elementi è fatto da essi elementi.

XCVIII. — SULLA ESISTENZA DELLA MORTE E DEL DOLORE NEL MONDO.

La natura pare qui in molti o di molti animali stata più presto crudele matrigna che madre, o d’alcuni non matrigna, ma pietosa madre.

XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

Perchè la natura non ordinò, che l’uno animale non vivesse della morte dell’altro?

La natura, essendo vaga e pigliando piacere del creare e fare continue vite e forme, perchè conosce, che sono accrescimento della sua terrestre materia, è volonterosa e più presta nel suo creare, che ’l tempo col consumare, e però ha ordinato, che molti animali siano cibo l’uno dell’altro: e, non soddisfacendo questo a simile desiderio, spesso manda fuora certi avvelenati e pestilenti vapori, sopra le gran moltiplicazioni e congregazioni d’animali e massime sopra gli omini, che fanno grande accrescimento, perchè altri animali non si cibano di loro; e tolte via le cagioni mancheranno li effetti.

Adunque, questa terra cerca di mancare di sua vita, desiderando la continua moltiplicazione.

Per la tua assegnata e demonstrata ragione spesso li effetti somigliano le loro cagioni: gli animali sono esemplo della vita mondiale.

C. — DESIDERIO DI DISFARSI NELLE COSE E NEGLI ESSERI.

Or vedi, la speranza e ’l desiderio del ripatriarsi e ritornare nel primo caso [nello stato primitivo, anteriore alla nascita], fa a similitudine della farfalla al lume, e l’uomo, che con continui desideri sempre con festa aspetta la nuova primavera e sempre la nuova state, sempre e nuovi mesi e nuovi anni, parendogli che le desiderate cose, venendo, sieno troppo tarde, e’ non s’avvede, che desidera la sua disfazione!...

Ma questo desiderio è la quintessenza, spirito degli elementi, che, trovandosi rinchiusa per l’anima dello umano corpo, desidera sempre ritornare al suo mandatario. E vo’ che sappi, che questo medesimo desiderio è quella quintessenza, compagnia della natura, e l’uomo è modello dello mondo.

E questo uomo ha una somma pazzia che sempre stenta per non stentare, e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica acquistati.

CI. — COME I SENSI SONO OFFIZIALI DELL’ANIMA.

L’anima pare risiedere nella parte judiziale [parte judiziale = intelletto (qui e altrove)]; e la parte judiziale pare essere nel loco, dove concorrono tutti i sensi, il quale è detto senso comune [senso comune = cervello], e non è tutta per tutto il corpo, come molti hanno creduto; anzi tutta in nella parte, imperocchè, se ella fusse tutta per tutto e tutta in ogni parte, non era necessario li strumenti de’ sensi fare in fra loro uno medesimo concorso a uno solo loco, anzi bastava che l’occhio operasse l’uffizio del sentimento sulla sua superfizie e non mandare, per la via delli nervi ottici, la similitudine delle cose vedute al senso, chè l’anima, alla sopra detta ragione, le poteva comprendere in essa superfizie dell’occhio. E similmente al senso dell’udito bastava solamente la voce risonasse nelle concave porosità dell’osso petroso, che sta dentro all’orecchio, e non fare da esso osso al senso comune altro transito, dove essa s’abbocca, e abbia a discorrere al comune giudizio.

Il senso dell’odorato ancora lui si vede essere dalla necessità costretto a concorrere a detto judizio; il tatto passa per le corde forate [corde = nervi], ed è portato a esso senso, le quali corde si vanno spargendo, con infinita ramificazione, in nella pelle, che circonda le corporee membra e visceri.

Le corde perforate portano il comandamento e sentimento delli membri offiziali [membri offiziali = muscoli], le quali corde e nervi, infra i muscoli e le coste, comandano a quelli il movimento; quelli ubbidiscono e tale obbedienza si mette in atto collo sgonfiare, imperocchè ’l sgonfiare raccorta le loro lunghezze e tirasi dirieto i nervi [nervi = tendini], i quali si tessono per le particule de’ membri, essendo infusi nelli stremi de’ diti, portano al senso la cagione del loro contatto.

I nervi coi loro muscoli servono alle corde, come i soldati a’ condottieri, e le corde servono al senso comune come i condottieri al capitano; adunque la giuntura delli ossi obbedisce al nervo, e ’l nervo al muscolo e ’l muscolo alla corda e la corda al senso comune, e ’l senso comune è sedia dell’anima, e la memoria è sua munizione e la imprensiva è sua referendaria.

CII. — MECCANISMO DELLA SENSAZIONE.

Il senso comune è quello, che giudica le cose a lui date da li altri sensi.

Il senso comune è mosso mediante le cose a lui date da li cinque sensi.

E essi sensi si movono mediante li obbietti, e questi obbietti, mandando le lor similitudini a’ cinque sensi, da quelli son transferiti alla imprensiva [imprensiva = sensitività e percezione] e da quella al comune senso; e lì, sendo judicate, sono mandate alla memoria, nella quale sono, mediante la loro potenza, più o meno riservate.

I cinque sensi sono questi: vedere, udire, toccare, gustare, odorare.

Li antichi speculatori hanno concluso, che quella parte del giudizio, che è data all’omo, sia causata da uno strumento, al quale riferiscano li altri cinque, mediante la imprensiva, e a detto strumento hanno posto nome senso comune, e dicano questo senso essere situato in mezzo il capo. E questo nome di senso comune dicano, solamente, perchè è comune judice de li altri cinque sensi, cioè vedere, udire, toccare, gustare e odorare. Il senso comune si move mediante la imprensiva, ch’è posta in mezzo in fra lui e i sensi. La imprensiva si muove mediante la similitudine delle cose a lei date da li strumenti superfiziali, cioè i sensi, i quali sono posti in mezzo, infra le cose esteriori e la imprensiva, e similmente i sensi si movano mediante li obbietti. La similitudine delle circustanti cose mandano, le loro similitudine a’ sensi, e’ sensi le trasferiscono alla imprensiva, la imprensiva la manda al senso comune, e da quello sono stabilite nella memoria, e lì sono più o meno ritenute, secondo la importanza o potenza della cosa data.

Quello senso è più veloce nel suo offizio, il quale è più vicino alla imprensiva; il qual è l’occhio, superiore e principe de li altri, del quale solo tratteremo, e li altri lascieremo, per non ci allungare dalla nostra materia.

CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI.

La natura ha ordinati nell’omo i muscoli uffiziali, tiratori de’ nervi, i quali possino movere le membra, secondo la volontà e desiderio del comun senso, a similitudine delli uffiziali stribuiti da uno signore per varie province e città, i quali in essi lochi rappresentano e obbediscano alla volontà d’esso signore. E quello ufiziale, che più in un solo caso abbi obbedito alle concessione fattoli di bocca dal suo signore, farà poi per sè, nel medesimo caso, cosa, che non si partirà dalla volontà d’esso signore.

Così si vede spesse volte fare alle dita, che imparando, con somma obbedienza, la cosa sopra uno strumento, le quali li sieno comandate dal giudizio, dopo esso imparare, le sonerà sanza ch’esso giudizio v’attenda.

I muscoli, che movano le gambe, non fanno ancora l’offizio loro, sanza che l’omo lo sappi?

CIV. — COME I NERVI OPERANO QUALCHE VOLTA PER LORO, SANZA COMANDAMENTO DELLI ALTRI OFFIZIALI DELL’ANIMA.

Questo chiaramente apparisce, imperocchè tu vedrai movere ai paralitici e a’ freddolosi e assiderati le loro tremanti membra, come testa e mani, sanza licenza dell’anima, la quale anima, con tutte sue forze, non potrà vietare a essi membri che non tremino. Questo medesimo accade nel malcaduco e ne’ membra tagliati, come code di lucierte.

CV. — COME L’UOMO TENDE A RIPRODURRE SÈ STESSO NELLE PROPRIE OPERE.

Sommo difetto è de’ pittori replicare li medesimi moti, i medesimi volti e maniere di panni in una medesima istoria, e fare la maggiore parte de’ volti, che somigliano al loro maestro. La qual cosa m’ha molte volte dato ammirazione, perchè n’ho conosciuto alcuno, che in tutte le sue figure parea avervisi ritratto al naturale. E in quelle si vede li atti e li modi del loro fattore.

E, s’egli è pronto nel parlare e ne’ modi, le sue figure sono il simile in prontitudine, e, se ’l maestro è divoto, il simile paiano le figure con lor colli torti, e, se ’l maestro è dappoco, le sue figure paiono la pigrizia ritratta al naturale, e, se ’l maestro è sproporzionato, le figure sue son simili, e, s’egli è pazzo, nelle sue istorie si dimostra largamente, le quali sono nemiche di conclusione e non stanno attente alla loro operazione, anzi chi guarda in qua e chi in là, come se sognassino; e così segue ciascun accidente in pittura il proprio accidente del pittore.

E avendo io più volte considerato la causa di tal difetto, mi pare, che sia da giudicare, che quella anima, che regge e governa ciascun corpo, si è quella che fa il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio nostro. Adunque ella ha condotto tutta la figura dell’omo, com’ella ha giudicato quello stare bene, o col naso lungo o corto o camuso, e così li ha fermo la sua altezza e figura, ed è di tanta potenza questo tal giudizio ch’egli move le braccia al pittore, e fagli replicare se medesimo, parendo a essa anima, che quello sia il vero modo di figurare l’omo, e, chi non fa come lui, faccia errore. E, s’ella trova alcuno, che simigli al suo corpo, ch’ell’ha composto, ella l’ama o s’innamora di quello, e per questo molti s’innamorano e toglian moglie, che simiglia a lui, e spesso li figlioli, che nascano di tali, simigliano ai loro genitori.

CVI. — UN ISTINTO NATURALE DELL’UOMO LO GUIDA A CERCARE SÈ STESSO NELLE COSE E NEGLI ESSERI.

Deve il pittore fare la sua figura sopra la regola d’un corpo naturale, il quale comunemente sia di proporzione laudabile; oltre di questo far misurare sè medesimo e vedere, in che parte la sua persona varia assai o poco da quella antidetta laudabile, e, fatta questa notizia, deve riparare con tutto il suo studio, di non incorrere ne’ medesimi mancamenti, nelle figure da lui operate, che nella persona sua si trova.

E sappi, che con questo vizio ti bisogna sommamente pugnare, conciò sia ch’egli è mancamento, ch’è nato insieme col giudizio: perchè l’anima maestra del tuo corpo è quella, ch’è il tuo proprio giudizio, e volentieri si diletta nelle opere simili a quella, ch’ella operò nel comporre del suo corpo. E di qui nasce, che non è si brutta figura di femmina, che non trovi qualche amante — se già non fussi mostruosa.

Sì che ricordati intendere i mancamenti, che sono nella tua persona, e da quelli ti guarda nelle figure, che da te si compongono.

CVII. — CONSIGLIO AL PITTORE.

Quel pittore, che arà goffe mani, le farà simili nelle sua opere, e quel medesimo li ’nterverrà in qualunque membro, se ’l lungo studio non glielo vieta. Adunque tu, pittore, guarda bene quella parte, che hai più brutta nella tua persona, e ’n quella col tuo studio fa bono riparo, imperò che, se sarai bestiale, le tue figure saranno il simile e sanza ingegnio, e similmente ogni parte di bono e di tristo, che hai in te, si dimostrerà in parte nelle tue figure.

CVIII. — SUGLI STESSI SOGGETTI.

Questo accade, chè il giudicio nostro è quello, che move la mano alla creazione de’ lineamenti d’esse figure, per diversi aspetti, insino a tanto ch’esso si satisfaccia; e perchè esso giudicio è una delle potenze dell’anima nostra, con quella essa compose la forma del corpo, dov’essa abita, secondo il suo volere. Onde avendo co’ le inani a rifare un corpo umano volontieri rifà quel corpo, di ch’essa fu prima inventrice, e di qui nasce che, chi s’innamora, volentieri s’innamorano di cose a loro simiglianti.

CIX. — SULLA NATURA DEI SENSI.

Quattro sono le potenze: memoria e intelletto, lascibili e concupiscibili [senso e desiderio].

Le due prime son ragionevoli e l’altre sensuali.

De’ cinque sensi: vedere, udire, odorato sono di poca proibizione, tatto e gusto no.

L’odorato mena con seco il gusto nel cane e altri golosi animali.

CX. — PROBLEMA DEI SOGNI.

Perchè vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni, che colla imaginazione stando desto?

CXI. — GIUDIZI INCONSCIENTI.

La pupilla dell’occhio, stante all’aria, in ogni grado di moti fatti dal sole, muta gradi di magnitudine [si dilata o si restringe].

E, in ogni grado di magnitudine, una medesima cosa veduta si dimostrerà di diverse grandezze, benchè spesse volte il paragone delle cose circostanti non lascino discernere tale mutazione d’una sola cosa, che si risguardi.

CXII. — INGANNO DEI SENSI.

L’occhio, nelle debite distanze e debiti mezzi, meno s’inganna nel suo uffizio, che nissun altro senso, perchè (non) vede se non per linee rette, che compongono la piramide [formata dal raggi luminosi], che si fa base dell’obbietto, e la conduce a esso occhio, come intendo provare.

Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti e distanze delli suoi obbietti, perchè non vengono le spezie [le onde sonore] a lui per rette linee, come quelle dell’occhio, ma per linee tortuose e riflesse, e molte sono le volte che le remote paiano più vicine, che le propinque, mediante li transiti di tali spezie; benchè la voce di eco sol per linee rette si riferisce a esso senso.

L’odorato meno si certifica del sito, donde si causa un’odore; ma il gusto e il tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia di esso tatto.

CXIII. — SUL TEMPO.

Benchè il tempo sia annumerato in fra le continue quantità, esso, per essere invisibile e sanza corpo, non cade integralmente sotto la geometrica potenza, la quale lo divide per figure e corpi d’infinita varietà, come continuo nelle cose visibili e corporee far si vede; ma sol co’ sua primi principî si conviene, cioè col punto e colla linia: il punto nel tempo è da essere equiparato al suo istante, e la linea, ha similitudine colla lunghezza d’una quantità d’un tempo, e, siccome i punti son principio o fine della predetta linea, così li instanti son termine e principio di qualunque dato spazio di tempo, e se la linea è divisibile in infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione non è alieno, e se le parti divise della linea sono proporzionabili infra sè, ancora le parti del tempo saranno proporzionabili infra loro.

CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO.

Scrivi la qualità del tempo separata dalla geometrica.

CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA.

Il minore punto naturale è maggiore di tutti i punti matematici, e questo si pruova perchè il punto naturale è quantità continua, e ogni continuo è divisibile in infinito, e il punto matematico è indivisibile, perchè non è quantità.

Ogni quantità continua intellettualmente è divisibile in infinito.

Infra le grandezze delle cose, che sono infra noi, l’essere del Nulla tiene il principato, e ’l suo offizio s’estende infra le cose, che non hanno l’essere, e la sua essenza risiede appresso del tempo, infra ’l preterito e ’l futuro — e nulla possiede del presente.

Questo Nulla ha la sua parte eguale al tutto e ’l tutto alla parte e ’l divisibile allo indivisibile, e tal somma produce nella sua partizione come nella multiplicazione e nel suo sommare quanto nel sottrarre, come si dimostra appresso delli aritmetici dello suo decimo carattere, che rappresenta esso Nulla [lo zero]. E la podestà sua non si estende infra le cose di natura.

[Quello che è detto Niente si ritrova solo nel tempo e nelle parole: nel tempo si trova infra ’l preterito e ’l futuro, e nulla ritiene del presente, e così, infra le parole, delle cose che si dicono, che non sono o che sono impossibili.]

Appresso del tempo il Nulla risiede infra ’l preterito e ’l futuro, e niente possiede del presente, e apresso di natura e’ s’accompagna infra le cose impossibili. Onde per quel ch’è detto e’ non ha l’essere, imperò che, dove fusse il nulla, sarebbe dato il vacuo.