INUTILITÀ
L'altro ieri si è chiuso a Roma il congresso dei liberi pensatori, e adesso ancora molti, fra i pochi che pensano, si domandano curiosamente perchè mai si sia aperto. Certo la libertà del pensiero è la stessa libertà della vita, come questa invincibile attraverso le fasi di tutti i tempi e le tragedie di tutti i popoli, più profonda di ogni legge e più forte di ogni volontà.
Il pensiero non può essere imprigionato, nè mutilato: dal suo mondo invisibile esso impera sui mondi, che la sua forza ha realizzato nelle formole della più ortodossa metafisica, o che esso soltanto può intendere gradualmente secondo le filosofie materialistiche: ma sempre e per tutti il pensiero è l'essenza sovrana della vita, l'unica superiorità dell'uomo sopra i suoi simili.
Ma il pensiero ha per rivale il pensiero, ed ecco la storia de' suoi conflitti sui campi di battaglia e nelle scuole, nei templi e nelle aule, sulle alture della poesia, dalle quali i poeti si scagliano le frecce avvelenate dei versi, e sui culmini della scienza, dalla quale i filosofi precipitano colla frenesia imperiale dei sistemi, per i deserti luminosi dei cieli che Dei e sacerdoti incendiano di lampi o scrollano coi tuoni, perchè sulla terra i terrori si aggruppino alle speranze, e la fede si rinfiammi nella purità della propria luce.
A Roma il congresso ha chiacchierato di molti temi, ma non ha parlato che contro il Vaticano, come il papa, che adesso vi abita e non vi regna più, potesse ancora interdire al pensiero il volo verso certi orizzonti, o proibire nelle sue varie e multiple espressioni alcune parole o qualche forma.
Gli oratori, e alcuni erano illustri davvero nelle scienze, si davano il cambio alla tribuna, le voci mutavano, ma quel rimprovero al passato di Roma papale cresceva sempre di tono, si acuiva quasi in uno spasimo di vendetta, quando dalle lontananze medioevali della storia gli echi rimandavano ancora i gemiti dei primi martiri dell'incredulità, e la fiamma, che arse Bruno, pareva riavvampare nel sole sulle vetriate del Collegio Romano. I rappresentanti francesi, al solito i più eloquenti, vibravano della passione patriottica aizzata dalla guerra, che il presidente Combes ha scatenato contro tutte le congregazioni, ree di avere pazzamente sognato per l'ultima volta di rovesciare la repubblica nel nome di una monarchia già da troppo tempo tramontata nella storia, per un fantasma di re, al quale non hanno saputo ancora dare nè un nome nè una bandiera. E nel tumulto della eloquenza, colla ingenuità caratteristica di tutte le folle adunate da una qualche idea, fra applausi che scrosciavano quasi chiome d'alberi al vento, si è affermato che Giordano Bruno, un errabondo dilettante di filosofia e un artista insignificante, fu il martire più illustre della libertà intellettuale e il pensatore più efficacemente decisivo nell'opera della modernità: si disse che la breccia di porta Pia fu la suprema vittoria del pensiero laico contro il pensiero religioso, mentre quello aveva già ovunque superato tutti gli ostacoli di questo e per la piccola breccia, una fessura che il sangue di pochi soldati arrossò appena, non salì che la nuova monarchia nazionale d'Italia, non a spegnere in Vaticano l'idea cattolica, ma ad occupare soltanto il palazzo estivo dei papi, proclamando finalmente dal Campidoglio la trionfante unità della nostra storia.
La guerra fra il pensiero che crede e il pensiero, che solamente sa, non ebbe in Roma peggiori rappresentanti che altrove, e oggi non ne ha più alcuno di temibile: il papa non regna sull'Italia, e forse ne è contento in silenzio, considerando l'impossibilità materiale e morale di riconquistare il minimo regno; non abdica perchè le religioni non lo possono; riafferma tratto tratto nell'ambiguità di qualche vecchia frase il vecchio diritto, e mira soltanto a difendersi, a vincere col nuovo, che la nostra libertà gli ha largito.
Il pensiero davvero libero consente tutti i pensieri, accetta tutte le religioni, permette tutte le scienze, indulge a tutte le politiche, sorride a tutte le arti, si giova di tutti i mestieri; lascia liberi e vivi tutti, perchè la vita solamente è giudice della forza e della verità in un'idea o in una forma. È inutile ed assurdo proibire l'insegnamento religioso, bisogna invece vincerlo coll'insegnamento laico, lasciando alle coscienze libertà d'istinto e di riflessione, di scegliere o di ricusare; è assurdo proclamare che la repubblica sola può dare l'integrazione finale del pensiero, giacchè la repubblica ne è soltanto un momento e una ganga; è vano minacciare ancora il cadavere del papato così ben morto, che dopo una vita lunga e gloriosa non ha ancora trovato un grande poeta per cantargli le esequie e un grande scultore per scolpirgli un sarcofago. Il papato temporale, ucciso da Mazzini colla classica scure della repubblica romana, sostituito per volontà di plebiscito dalla monarchia di Savoia, è ormai così lontano nella storia e nella prospettiva della nostra coscienza, che quanti ne parlano tuttavia non l'intendono più.
Se per un impossibile miracolo potesse risorgere, i primi a dolersene sarebbero forse i preti e i clericali, già abituati anch'essi alla larghezza delle nostre libertà politiche.
Invece l'idea cristiana e quella cattolica sono più vive di prima, così vive che giorno per giorno allargano la propria conquista e la propria unità: il cattolicismo ha oramai ripreso al protestantesimo il maggior numero di province, e gli insidia le capitali: il cristianesimo è ancora la sola religione che si diffonda e cresca nel mondo. Contro di essa le negazioni della scienza non bastano, gli attacchi dell'anticlericalismo non giovano; il mondo della fede non è quello della natura; tutto quanto la scienza sa non basta a quanto l'anima chiede dalla religione: un Dio non soccombe che ad un altro Dio; l'ateismo non sarà mai popolare, perchè l'egoismo e la miseria umana hanno tutto da guadagnare nel sogno di un paradiso.
Bisogna contrapporre scienza a scienza, fede a fede: e soprattutto credere nella libertà, che consacra l'indipendenza di tutte le idee e di tutte le coscienze.
Renan, l'indimenticabile incantatore della parola, e che nel secolo decimonono forse fu il più libero fra tutti i pensatori, trovò per sè e per gli altri questa formola di indulgenza e di libertà: «Discutendo io sono della opinione del mio avversario».
Perchè?
Perchè avversario avrebbe potuto nascere lui medesimo, e avrebbe voluto che gli altri gli dessero ragione.
27 settembre 1904.