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Garibaldi, Vol. 1 (of 2) cover

Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Chapter 23: VIII.
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About This Book

A richly documented biography that traces the subject's origins, formative environment, and development into a prominent military and political figure. The author combines long personal acquaintance and archival research to recount early seafaring experience, extended activity in South America, and later campaigns, supporting the narrative with documents, maps, and facsimiles. The account balances admiration and critical scrutiny, explores social and domestic influences on character, and highlights contradictions in conduct and ideology while challenging earlier partisan or superficial portrayals in favor of a more measured, historically grounded portrait.

Capitolo Secondo. DA RIO GRANDE DEL SUD A MONTEVIDEO.
[1837-1841.]

I.

Sbarcato a Rio Janeiro, trovò subito una grande fortuna; rara certamente per ogni uomo, inestimabile per un esule: un amico. E quel che è più un amico compatriota, parlante la medesima lingua, partecipe ai medesimi sentimenti, innamorato del medesimo amore per la patria lontana; della patria stessa ricordo vivente.

Nella piccola colonia d’Italiani che aveva scelto per asilo il Brasile, contava in quell’anno 1836 fra i più stimati ed importanti Luigi Rossetti di Genova, marino esso pure di professione, fuoruscito dalla patria pei rovesci del 1831, uomo d’alti sensi, di non comune intelletto e di fortissimo cuore.

«Io non l’avevo mai veduto (dice Garibaldi), ma l’avrei distinto nella moltitudine. Incontratolo al Largo do Passo, gli occhi nostri si trovarono e non sembrò per la prima volta; ci sorridemmo scambievolmente, e fummo fratelli per la vita, per la vita inseparabili. Io ho descritto altrove tutto il valore di quella bell’anima. Io morrò forse senza il contento di piantare una croce sulla terra americana, ove riposano le ossa di quel generoso.[31]»

In attesa pertanto di suggellare con prove maggiori il patto della loro amicizia, s’accordarono di mettere in comune le loro braccia e di lavorare insieme.

Rossetti riuscì a combinare una piccola società di navigazione che doveva fare periodicamente un traffico di cabotaggio da Rio Janeiro a Cabo Frio, e Garibaldi vi ebbe naturalmente la parte principale, prendendo il comando di uno di quei bastimenti; e così senza privazioni, ma anche senza fortune, campò tutto quell’anno.

Peraltro quella vita non era più fatta per lui; quel va e vieni monotono per le medesime acque, quella navigazione obbligatoria e mestierante, priva di varietà e d’emozioni, non si confaceva più alle aspirazioni eroiche, allo spirito avventuriero, all’irrequietezza procellosa d’un uomo che veniva a chiedere alla terra d’esiglio meglio che un rifugio, una libera arena, in cui cimentare le sue forze ed agguerrirle per le remote, ma certe battaglie, a cui si sentiva chiamato; onde pochi mesi eran corsi che già meditava di lasciarla.

«Di me ti dirò soltanto (scriveva il 27 dicembre di quell’anno all’altro suo amico G. B. Cuneo, che l’aveva preceduto a Buenos-Ayres) che la fortuna non mi favorisce, e ciò che mi affligge si è l’idea di non potere avanzare nulla per le cose nostre: sono stanco, per Dio, di trascinare un’esistenza tanto inutile per la nostra terra; di dover fare questo mestiere; sta’ certo: noi siamo destinati a cose maggiori; siamo fuori del nostro elemento.[32]»

E il suo elemento lo trovò ben presto.

II.

Il Brasile comincia da qualche anno ad essere fra di noi meglio conosciuto ed estimato: l’uso intelligente e moderato ch’egli fa da quasi mezzo secolo di una delle più liberali costituzioni del secolo; le riforme introdotte dal suo dotto e benefico Imperatore in ogni ramo della pubblica legislazione ed economia; la emancipazione dei negri compíta senza i conflitti sanguinosi che misero in forse la vita degli Stati Uniti del Nord; le maggiori scoperte della civiltà applicate con celerità, che misurata alla stregua degli ostacoli opposti dalla vastità del suolo e dalla tenacia delle tradizioni direste meravigliosa; la parte sempre più operosa che esso prende al lavoro scientifico ed economico dei due mondi; l’asilo infine più sicuro forse e più produttivo d’ogni altra parte d’America che vi trovano gli emigranti del vecchio continente, tutto ciò costringe da qualche tempo l’Europa a volgere uno sguardo più attento e più simpatico alla storia d’un paese, che paga un sì largo tributo alla civiltà presente e ne promette uno maggiore alla avvenire.

E quella storia, se i limiti di questo studio lo consentissero, noi la narreremmo volontieri; non potendolo, ne toccheremo di volo le somme vicende.

Nei primi mesi del 1500, il portoghese Pietro Alvarès Cabral, mandato dal re Emanuele il Fortunato a rifare sulle orme di Vasco di Gama la strada delle Grandi Indie, sviato dalle correnti, sbattuto dalla tempesta contro un capo di quel nuovo continente che ancora si chiamava delle Indie occidentali, vi pianta colla bandiera del suo Re una croce, e battezza la terra incognita, per caso scoperta, col nome di Vera Cruz.

Fu questo il primo punto occupato stabilmente da Europei in quella immensa regione, che più tardi dal rosso ardente d’una sua pianta prenderà il nome di Brasile. È ben vero che pochi mesi prima anche lo spagnuolo Pinzon n’aveva intraveduta più a settentrione un’altra punta, onde il litigio insorto tra Spagna e Portogallo per la primazia della scoperta e della conquista; ma re Emanuele tagliò corto, inviando una spedizione armata, di cui era parte il nostro Amerigo, la quale, corsa ed occupata tutta quella parte di costa che va da Pernambuco a Porto Allegre, l’assicurò definitivamente al dominio portoghese.

Del felice possesso però il Portogallo non sentì in prima tutto il valore; si accampò sulle marine, abbandonò l’interno delle terre alle cento tribù indiane che da secoli l’abitavano, e s’accontentò di farne uno scarico de’ suoi galeotti e un asilo aperto ai corsari ed ai contrabbandieri che fossero tentati di convenirvi. Solo più tardi, seguendo l’esempio del leggendario Caramuro, il primo a dedurre nella baia di Todos los Santos una vera colonia, colonizza le terre, dividendole in tante capitanerie ereditarie; assoggetta, più ancora coll’opera della Compagnia di Gesù che mediante le armi, le orde indigene e le risospinge sempre più verso l’interno; concentra nelle mani di Tomaso da Susa il governo generale di tutta la contrada, e ne fonda a San Salvador la prima capitale, intanto che una colonia d’Ugonotti francesi poneva la prima pietra di quella che diverrà la sua capitale moderna, Rio Janeiro.

Ma quando nel 1580 per la tragica scomparsa di re Sebastiano e l’estinzione della sua casa, il Portogallo andò inghiottito nella mondiale monarchia di Filippo II, anche il Brasile seguì per sessant’anni la medesima sorte. Era però ben naturale che anche la grande colonia sperimentasse le conseguenze degli odii e delle rappresaglie che la demente politica di Filippo II suscitava per tutto il mondo; non scoppiava una guerra in Europa che il Brasile non ne sentisse il contraccolpo. Il conflitto coll’Inghilterra gli rovescia contro un nugolo di arditi corsari inglesi che ne devastano le coste, mentre gli Olandesi, già potenti in terra ed in mare, dopo aver spogliato Filippo III delle più ricche gemme dell’Indie orientali, vanno ad assalire Filippo IV ne’ suoi possedimenti brasiliani; e in una guerra di dodici anni (1624-1636), malgrado la eroica resistenza dei Portoghesi, gli strappano a palmo a palmo tutta la costiera che va dalle rive del San Francisco fino al Rio Grande del Nord. Così sulla terra del Brasile si assidono due diverse signorie, che si toccano e si urtano ad ogni passo, ed espongono quel paese a nuovi e non lontani conflitti.

III.

La conquista olandese però non fu nociva al Brasile.

Mentre la Spagna, smarrita dietro la chimera del favoloso Eldorado, trascurava il massimo interesse della fertilizzazione del suolo, e non scuopriva nuove regioni che per depauperarle a beneficio de’ suoi avidi governatori, e abbandonarne le tribù indigene alla caccia selvaggia di quei feroci coloni di San Paolo, che furono detti i Mamelucchi d’Occidente, il Governo olandese, nella mano prudente e liberale di Maurizio di Nassau, tentava cattivarsi l’amore e l’obbedienza dei nativi coi beneficii d’un regime più umano e civile. Invano! Tra il Brasile portoghese e la signoria olandese si frapponeva una barriera insormontabile: la questione religiosa.

Infatti non appena il Portogallo, colla congiura che portò sul trono la casa di Braganza, si sottrae alla dominazione spagnuola e ricupera con ciò le sue antiche colonie d’America, il conflitto tra le due razze e le due religioni, che si contendevano il possesso del Brasile, si riaccende più vivo che mai; ne dà il segnale colla rivolta degli Independents la provincia di Pernambuco (1645), e dopo una guerra ostinata di nove anni gli Olandesi, battuti in terra ed in mare, sono costretti a lasciare le coste americane (1654), e il Brasile ritorna tutto quanto nel dominio de’ suoi primi colonizzatori.

Per tutto quel secolo XVII le colonie brasiliane continuano a popolarsi, ad espandersi, a prosperare; ma fiere discordie, frutto naturale dell’antagonismo tra i nuovi coloni e gli antichi, tra Portoghesi nativi e i nuovi immigrati (Paulistas e Forestieros), tra i Gesuiti aspiranti al governo temporale dello Stato, come già tenevano quello spirituale delle coscienze, e il popolo allarmato della loro invadente preponderanza, ne indugiano e ne turbano la nascente floridezza.

Nel secolo veniente, al contrario, rinascono le guerre straniere.

Luigi XIV, per vendicarsi del Portogallo che s’era lasciato trascinare contro di lui nella guerra della successione di Spagna, manda due flotte ad assalire il Brasile, ed una di esse s’impadronisce di Rio Janeiro, che soltanto a prezzo d’oro riscatta la libertà.

Pacificato colla Francia, ecco però la quistione degli sbocchi della Plata, sulla sinistra della quale il Portogallo aveva eretta per antemurale la colonia del Sacramento, intricarlo in una vicenda di conflitti dannosi e di accordi poco utili colla Spagna e colle di lei colonie finitime di Buenos-Ayres e della Banda Orientale, seme di guerre future.

Ciò nonostante i progressi del Brasile non rallentarono.

La capitale, per consiglio del conte di Pombal, grande ministro di piccolo re, è trasportata da San Salvadore a Rio Janeiro (1759). Nuove capitanerie sono istituite, tra cui quella di Rio Grande del Sud e di Santa Caterina, che avremo a rivedere tra poco; l’ultima delle tribù indiane che ancora resisteva all’Europeo è domata; i maritaggi tra indigeni e Portoghesi sono favoriti; i Gesuiti, principali istigatori delle discordie tra la Spagna e il Portogallo, vengono finalmente espulsi; il paese si va coprendo di scuole, di strade, d’istituti di beneficenza e di educazione; l’introduzione dell’indigo, della canape, del caffè, prepara all’agricoltura la dovizia di nuovi prodotti; i commerci, le industrie, la navigazione, prendono per tante cagioni nuovo elaterio; ma disgraziatamente nel 1777 il re Don Giuseppe muore, il suo favorito ministro cade, e la Spagna ne approfitta per imporre al regno rivale il disastroso trattato di Sant’Idelfonso, che spoglia il Brasile del suo unico porto sulla Plata, e d’una parte del territorio dell’Uruguay e del Rio Grande del Sud.

IV.

Frattanto erano maturati i due più grandi avvenimenti del secolo XVIII: la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti dell’America del Nord e la rivoluzione francese. Quella accendendo il desiderio e dimostrando la probabilità dell’indipendenza, e questa sollevando i popoli alla speranza della libertà, mettevano in fermento anche le colonie dell’America del Sud, e ne preparavano la non lontana emancipazione.

Quanto al Brasile, lo spirito d’indipendenza vi si era manifestato fino dal 1789 con sommosse e congiure presto soffocate nel sangue; allorchè Napoleone invadendo la penisola iberica precipitò la crisi. Nel 1808 il principe reggente di Portogallo, Don Giovanni, fuggendo innanzi al Cesare francese, ripara nelle sue antiche colonie; pianta la sede della monarchia a Rio Janeiro; favorisce la nuova capitale di privilegi; apre tutti i porti brasiliani alla navigazione, e finalmente nel 1815 eleva il Brasile alla dignità di regno. Questo fatto fu decisivo.

I Brasiliani non avevano ancora l’indipendenza, ma ne possedevano il pegno più valido e il titolo più legittimo, e nessuno avrebbe potuto ritoglier loro un dono, che era un riconoscimento indiretto della loro autonomia nazionale.

Il reggente, divenuto re Giovanni VI, tutto assorto nel conquisto della Banda Orientale (1815-1819), non lo comprese subito; ma quando nel 1821 egli fu richiamato in patria da quella rivoluzione che aveva tratto la sua principale ragione dai privilegi accordati al Brasile, il dilemma gli si parò dinanzi inevitabile: o abbandonare il Portogallo per conservare il Brasile, o perdere questo per salvar quello. Il Re si decise saggiamente pel vecchio regno; ma si vuole che, nel partire, al figlio Don Pedro, rimasto reggente del nuovo, pronosticasse la rivoluzione imminente delle provincie brasiliane, e lo consigliasse a farsene capo, ed a guidarla egli stesso per trarne profitto.

Provocato dalle esorbitanze della madre patria, in sul principio del 1822 il movimento brasiliano scoppiò; allora Don Pedro prima tentò combatterlo, poi lo subì, prendendo il titolo di Difensore perpetuo del Brasile; indi convocò in assemblea costituente i notabili del paese; finalmente, rompendo gli ultimi legami col governo di suo padre, ripetuto sulle rive dell’Ispirangua il grido nazionale di Indipendencia o morte!, il 12 ottobre dell’anno stesso fu proclamato Imperatore costituzionale del Brasile. Ebbe però quasi tosto paura dell’opera sua; e disciolta la Costituente pensò gettare in offa al malcontento pubblico una Costituzione di sua fattura, liberale, a vero dire, ma che essendo stata preceduta da un atto di violenza e sottratta alla discussione dei rappresentanti della nazione, anzichè assicurare pace e stabilità al nuovo governo, lasciò un lievito di rancori ed uno strascico di sommosse che fu mestieri soffocare nel sangue o antivenire col terrore.

Che se a tutte queste cagioni di scontento s’aggiungano il disegno più volte manifestato dall’Imperatore di togliere la Costituzione; il conflitto rinascente tra i nuovi Portoghesi costituenti il partito della Corte, e i vecchi Brasiliani onde componevasi in gran parte il partito liberale; l’indebolita influenza dell’Imperatore per l’assunzione del suo nemico Don Miguel alla corona di Portogallo; infine la guerra disastrosa vanamente combattuta per la conservazione della Banda Orientale e finita nel 1828 coll’indipendenza di quella provincia, s’intenderà che il trono di Don Pedro dovesse essere profondamente scrollato.

E invero, avendo il partito liberale reclamato il cambiamento di Ministero, l’Imperatore sulle prime lo concede; poi,

Pentito sempre e non cangiato mai,

si libera dei nuovi ministri per sciogliere l’assemblea. Allora il popolo in armi si raduna il 7 aprile 1831 nel campo di Sant’Anna, e, spalleggiato dallo stesso esercito, costringe l’Imperatore ad abdicare a favore di suo figlio minorenne, Don Pedro II, ed a partire per l’Europa. La minorità del novello Imperatore richiese una nuova Reggenza, e primo decreto di questa fu l’aggiunta alla Costituzione di un Atto addizionale, che garantiva al popolo le più ampie libertà; pure nemmeno questo bastò a placare le provincie ed a soddisfare i partiti. I quali d’ora innanzi da due che erano divengono tre: il conservatore o reazionario, dal nome del celebre colonizzatore, detto Caramuro, che aspirava di tornare alla Costituzione di Don Pedro I e a rafforzare il potere centrale dello Stato; il moderato liberale, che voleva lo sviluppo progressivo della Costituzione novella; il repubblicano, che sognava una federazione sul modello degli Stati Uniti del Nord, e più veramente combatteva per una risurrezione delle autonomie locali. Ma tutto ciò complicato da quell’intreccio di passioni e di cupidigie personali, di gelosie di razze e di provincie, di utopie moderne e di superstizioni antiche, che sono il naturale portato d’ogni popolo nuovo od immaturo alla libertà, che lo erano tanto più di quello che, non ancora intieramente redento dalla prisca barbarie, si trovava quasi all’improvviso sbalzato ai primi onori della civiltà.

V.

Ora tra le provincie che non furono paghe nemmeno dell’Atto addizionale di Don Pedro II, e levarono prime il vessillo della rivolta, fu quella di Rio Grande del Sud. E non senza qualche ragione. Tra le ultime ad entrare nella famiglia delle colonie brasiliane, ultima perciò a spogliarsi delle sue tradizioni di selvatichezza e d’indipendenza, perduta quasi nell’estremità meridionale dell’impero, quindi meno prossima all’influenza della capitale ed alla vigilanza del governo; confinante con quella capitaneria di San Paolo che dava al Brasile i suoi più intraprendenti Mamelucchi; ricca di pascoli e di mandrie; abitata da un popolo educato dall’infanzia a correre sulla groppa dei nativi cavalli le vaste pianure, e superbo di fornire agli eserciti brasiliani una delle cavallerie più famose del Nuovo Mondo; gittata come una marea contro le invasioni spagnuole da un lato e le incursioni gesuitiche dall’altro, quindi obbligata all’esercizio d’una guerra perpetua, si comprende di leggeri come la provincia di Rio Grande potesse apprestare un terreno più d’ogni altro propizio ad un partito autonomo e repubblicano, ed essere atta a difenderne le ragioni coll’armi in pugno.

A dare poi il tracollo alla bilancia toccò ai Riograndesi la pessima amministrazione del presidente imperiale Giuseppe Aranjo Ribeira, sicchè il 20 settembre 1836 il popolo di Porto Allegre, capitale della provincia, si getta in armi contro il governatore che si salva a stento colla fuga, e ben presto secondato dalle altre comarche (Comarcas) di Rio Grande grida la Repubblica, e ne proclama presidente Bento Gonçales de Silva.

VI.

Ora segretario di questo era quel Livio Zambeccari di Bologna, figlio dell’infelice areonauta, patriotta ardentissimo, il quale fuoruscito d’Italia nel 1823, riparato prima in Ispagna, poi di là nel 1825 emigrato alla Plata, prese le armi per l’indipendenza di Montevideo contro il Brasile, combattè più tardi colle bande del Lavalle la tirannia di Rosas e passò finalmente nel 1831 a Rio Grande, dove era divenuto uno dei più caldi banditori delle idee repubblicane e dei più energici attori della rivoluzione del 1836. La vittoria degl’insorti però fu breve; non andò guari infatti che il Governo imperiale di Rio Janeiro, rotto nei campi di Fanfa il piccolo esercito riograndese, potè mettere le mani sul presidente della neonata repubblichetta e sul suo segretario, e tradurli prigionieri nel forte di Santa Cruz presso Rio Janeiro.

Gli è allora che il patriotta bolognese e l’esule nizzardo s’incontrano per la prima volta, e che il primo serve di mediatore, forse inconsapevole, alla fortuna del secondo.

Come avvenisse, se pensatamente o per caso, se pubblicamente o di nascosto, il fatto è che Garibaldi e Rossetti visitano nel suo forte il Zambeccari, e questi propone loro di fare la guerra di corsa contro il Brasile. La proposta del segretario della Repubblica dava troppo nel genio ai due amici, perchè pensassero a rifiutarla. Tutt’altri avrebbe potuto restare indifferente a quella rivolta d’una piccola provincia contro un colossale impero, mossa da interessi ignoti e da ragioni ambigue, ribelle in nome d’una fantastica repubblica ad un governo benemerito dell’indipendenza e della libertà del suo paese; tutt’altri, fuorchè Garibaldi e Rossetti.

Alle loro menti affratellate dal medesimo nobile ardore, l’insurrezione riograndese rappresentava la riscossa del debole contro il forte, dell’oppresso contro l’oppressore, della libertà contro il dispotismo; adombrava quasi in simbolo la lotta che l’Italia doveva combattere un giorno per la medesima causa. Oltredichè, quante attrattive in quella insurrezione! Essa schiudeva un campo più adatto e più gradito alla loro operosità, rispondeva alle loro più segrete vocazioni di soldati e di marinai, occupava il loro braccio e soddisfaceva al tempo stesso il loro cuore.

Accettarono quindi; e presentati dallo Zambeccari al presidente Gonçales, e ottenuto da lui le lettere di corsa e aiuti di armi e di denari per eseguirla, armano in guerra il Mazzini, una delle barche colle quali facevano il cabotaggio e prendono il mare.

VII.

Ed ecco Garibaldi corsaro!

«Con sedici uomini (egli esclama[33]) ed una fragile garapera[34] io portavo la guerra ad un impero, e piantava al mio albero di maestra la bandiera di una libera repubblica.»

Uscito dal porto, governa verso mezzogiorno; filati pochi nodi, avvista all’altezza dell’Isola Grande una goletta brasiliana che se ne viene inconscia e tranquilla verso di lui: l’abborda, le intima la resa e senza battaglia nè sforzo veruno se ne impadronisce; e visto che la nave predata si prestava alla corsa assai meglio della sua sconquassata garapera, cola a fondo questa e trasborda con tutto il suo equipaggio su quella.

Ma dice Garibaldi: «I miei compagni non erano tutti Rossetti;» val quanto dire tutti fiori di gentilezza e d’onestà, sicchè quando la banda pose il piede . sulla Luisa, tale era il nome della goletta, e gli assaliti videro da vicino i ceffi sinistri degli assalitori, da non so quali teatrali abbigliamenti resi ancora più spaventevoli, furono così certi d’essere caduti nelle mani di veri ladroni, che un di loro, un Brasiliano mercante di gioie, credendo ormai venuta la sua ultima ora, trasse da una sua cassetta tre diamanti, e li offerse, tremante, al feroce capo della masnada in riscatto della sua vita. Ma quale sorpresa! Il «feroce capo» non solo rifiuta il dono del gioielliere assicurandolo che la sua vita non corre alcun pericolo; non solo intima ai suoi compagni di rispettare la vita e la roba delle persone, ritenendo il solo carico di caffè, stimato, secondo tutte le norme della guerra marittima, di buona presa; ma corse altre poche miglia, giunto presso l’isola Santa Caterina dà la libertà ai negri componenti la ciurma della goletta, che consentono poi a seguirlo come marinai; piglia tutti gli altri passeggieri e le cose loro; li fornisce di viveri; li cala nella lancia della Luisa e li manda liberi a terra regalandoli della lancia per giunta.

Garibaldi rammenta con altiera compiacenza le particolarità di quella sua prima impresa, e n’ha ben d’onde. Egli vuole far ben capire ai lettori della sua vita che era un corsaro, non un pirata; che la sua era una guerra, non un brigantaggio: guerra rivoluzionaria finchè si voglia, ma autenticata dalle patenti di un governo creduto legittimo; intrapresa per una causa stimata buona: combattuta con tutte le armi lecite dell’umanità e della cavalleria. Ed ha ragione; e chi non vedesse nel corsaro del Rio Grande che un capobanda di Barbareschi o d’Uscocchi, o per benigna concessione, uno di quegli avventurieri del mare mezzo cavalieri erranti e mezzo masnadieri, di cui rimasero fantastici tipi i Pirati di Walter Scott e i Corsari di Byron, commetterebbe ingiustizia verso lui e verso la storia. Il paladino eroico e disinteressato della libertà dei popoli non si smentirà nè sulla terra nè sui mari.

Egli apparteneva alla grande famiglia dei Pizzarro, dei Guglielmi Lamarck, dei Jean Barth, dei Duguay Trouin, dei Dundas, e se una differenza esiste tra i più famosi corsari della storia e lui, è tutta a vantaggio suo. Molti in eroismo lo uguagliarono; taluno per grandiosità di fortune e vastità di conquiste lo superò; ma per temperanza nelle pugne, per umanità nella vittoria, per altiero disprezzo de’ lucri e degli onori, per virtù infine di disinteresse e di sacrificio egli vinse tutti e non somiglia che a sè solo.

Continuato pertanto il suo viaggio verso il sud, tocca felicemente le coste dell’Uruguay; getta l’áncora nel porto di Maldonado a poche miglia da Montevideo, e accoltovi amichevolmente dalle popolazioni, per la memoria della recente guerra d’indipendenza avverse al nuovo Impero brasiliano, manda innanzi il Rossetti a Montevideo per convertirvi in denaro il predato caffè e lo raggiunge di lì a poco egli stesso.

Se non che il generale Oribe, presidente a quei giorni della Repubblica orientale, premuroso di non disgustare il potente Stato vicino, spicca l’ordine d’arrestare l’incomodo corsaro e il suo legno; sicchè a Garibaldi non resta che salpare in tutta fretta e prendere il largo.

VIII.

Non vuol però lasciare le coste dell’Uruguay, e la notte stessa, messa la prua sul Rio della Plata, lo risale dirigendosi alla Punta di Gesù, poche miglia al di sopra di Montevideo. Ma quale non fu la sua sorpresa nel trovarsi di lì a poche ore in mezzo ai frangenti del Las Pedras, attorniato da scogli che gli precludono da ogni parte il cammino e minacciano ad ogni moto della nave di sfracellarla e sommergerla.

Che cosa era accaduto? La più naturale cosa del mondo, non infrequente ai navigatori. Garibaldi, nel sospetto di dover presto combattere, aveva fatto portar sopra coperta le armi; i marinai, a sua insaputa, le avevan gettate spensieratamente presso l’abitacolo; per la vicinanza d’una massa sì grande di ferro l’ago aveva deviato e il pilota, non avendo nel buio pesto di quella notte altra guida che la bussola, vi si era sviato dietro. Intanto però il pericolo era urgente e molti de’ marinai, perduta la testa, piangevano. Non la perdette Garibaldi. Lanciatosi alla verga di trinchetto, traccia la rotta egli stesso al timoniere, scivola tramezzo a scogli da inorridire, e quando Dio volle tocca Jesus-Maria.

Ma colà nuovo incidente. Il bastimento era in salvo, ma i viveri mancavano; il pericolo del naufragio era cansato, sorgeva la minaccia della fame. Anche qui apparve la mente sempre ricca d’arditi espedienti del nostro corsaro. Bordeggiando lungo la costa in cerca di qualche abituro, egli scopre, a quattro miglia dentro terra, una fattoria; non può nè approdare a cagione dei venti pamperi (soffianti dalla Pampa) che lo battono di traverso, nè staccare alcuna barca, poichè la lancia della Luisa, come è noto, l’aveva ceduta ai suoi primi padroni. Conviene dunque immaginare un ripiego ed eccolo. Ormeggia a due áncore il bastimento; improvvisa, con una tavola legata sopra due botti e una pertica piantata nel centro, una specie di zattera; vi balza sopra accompagnato da un solo marinaio (che si nomina, vedi il caso, senza alcun vincolo di parentela, col nome di suo fratello, Maurizio Garibaldi), e rotolando più che navigando fra i marosi; mulinato dalle correnti e allagato a ogni tratto dalla raffica; facendo miracoli d’equilibrio sulla zattera, e la zattera prodigi di nautica sulle acque, riesce ad afferrare la sponda, e di là, affidata la zattera al compagno, s’incammina verso la fattoria.

Fu allora che vide per la prima volta, sebbene possa dirsi in iscorcio, la Pampa. Il quadro però che egli ne fa è un po’ di fantasia, e più che una pittura esatta del tratto di paese che aveva davanti, si potrebbe dire un compendio poetico dei ricordi e delle sensazioni che l’aspetto della contrada, in cui era vissuto per dodici anni, aveva lasciato nell’animo suo.

Egli scrive: «Lo spettacolo che si offrì alla mia vista per la prima volta, è veramente degno di menzione. Gl’immensi ed ondulati campi orientali[35] presentano una natura affatto nuova ad un Europeo, e massime ad un Italiano assuefatto e cresciuto ove palmo di terra non si presenta vuoto di case, o di altra opera qualunque di mano d’uomo. Là nulla di questo! Il Creolo conserva la superficie di quel suolo come gliela lasciarono gl’indigeni dallo Spagnuolo distrutti. I campi sono coperti di fieno, e non variano che nelle valli e sulle sponde dell’Arroyo,[36] ove s’innalzano, più o meno alti, bellissimi boschi. Il cavallo, il bue, il venado,[37] lo struzzo sono gli abitatori di quella terra. L’uomo, rarissimo, vero centauro, la passeggia soltanto per annunziare un padrone agl’innumerevoli e selvaggi suoi servi. Non di rado il bellicoso stallone e l’indomito toro si avventano sul suo passaggio, disprezzandone l’alterigia con vigorosi e non equivoci segni d’indipendenza. Io ho veduto sulla misera terra ove nacqui un Tedesco solcante e calpestante le moltitudini; e i servi aprivano un varco ed abbassavano lo sguardo per paura di compromettersi.

»Dio mio, sin a quando permetterai tanto vilipendio della tua creatura! Quanto bello è lo stallone de’ campi orientali! Le sue labbra non sentiranno giammai il freddo ribrezzo del freno, e la lucida sua schiena, battuta da bellissima criniera, non sarà mai calcata dal fetido sedere dell’uomo!... Il superbo, raccogliendo le sparse giumente e fuggendo la persecuzione dell’uomo, avanza la velocità del vento. Vero sultano del deserto si sceglie la più vaga delle sue odalische senza il servile ministero della più vile e schifosa delle creature, l’eunuco! Come esprimere le emozioni del corsaro di venticinque anni in mezzo a quella fiera natura, vista per la prima volta.»

Non c’è pagina forse in tutto il voluminoso archivio degli scritti di Garibaldi, in cui egli abbia confessato l’intimo suo pensiero più di questa. L’uomo allo stato di natura, libero, indomito come il toro selvaggio, incontaminato dal freno e dalla sella come lo stallone della Pampa, signore de’ suoi pascoli, sultano delle sue donne, re pel solo diritto della forza e della bellezza della sua torma, ecco, scrutato in fondo, l’ideale umano verso cui Garibaldi, senza forse confessarlo a sè stesso, si sentiva trasportato ed a cui conformerà tanti atti e costumi della sua vita.

IX.

Arrivato all’estancia, invece del fattore (Capataz), trova una donna; una bella donna, a quanto pare, e per di più poetessa. S’immagini la meraviglia del nostro corsaro nello scoprire là, in mezzo al deserto, una donna che parlava l’italiano, che sapeva a memoria squarci di Petrarca, di Dante, di Tasso, che faceva dei versi essa stessa. L’incendio fu subitaneo: ella gli leggeva i suoi versi, egli li ammirava; ella sfoggiava la sua perizia nell’italiano, egli metteva in mostra tutto il po’ di spagnuolo che possedeva; ella gli donava un volume delle poesie di Quintana, egli forse.... ma il marito arrivò, ed era tempo.

Nè l’aneddoto mi sarebbe parso meritevole di memoria, se non fosse un primo indizio del grande potere che la donna esercitò sull’appassionata fantasia dell’eroe nizzardo. La storia aneddotica degli amori di Garibaldi non la conosciamo, nè la vogliamo conoscere. Lasciamo a cui piace il raccontarla; ma il concetto ch’egli ebbe della donna e dell’amore, la storia ideale del suo cuore amante, è lineamento essenziale del suo carattere, e prima o poi ci sarà mestieri consacrarle un capitolo di questo libro.

Allora, stretto in poche parole il contratto, il Capataz gli dà bell’e squartato e spellato il bove, di cui aveva bisogno; Garibaldi ne sciorina a guisa di tenda sul palo della sua zattera i quarti, e si avventura nel fiume.

Ma naturalmente il ritorno sarà ancora più periglioso dell’andata. Al flagello dei marosi s’unisce ora l’avversità della corrente, e a un certo punto essa è tanto furiosa, che porta la fragile tavola a deriva e minaccia travolgerla. Fortunatamente però la goletta mossagli incontro riesce a gettargli una cima, e il nostro corsaro giunge alla fine a riafferrare il suo bordo fra le grida di giubilo e i battimani de’ suoi affamati compagni, forse più ansiosi, dirà egli, con insolita ironia, della sorte del bove che di quella del loro capitano.

«Sazio del cibo il natural talento,» passata la notte alla Sonda, circa sei miglia a mezzodì della punta di Jesus-Maria, i guardieri della Luisa segnalano in sul far del giorno due barche verso Montevideo. In sulle prime Garibaldi le crede amiche e non ci bada; poi avvedutosi che non portavano bandiera rossa, segno convenuto fra i rivoluzionari, entra in qualche sospetto, e ad ogni buon conto comanda di mettere alla vela e di far portare le armi in coperta.

E la precauzione fu provvida. La maggiore delle due barche veniva innanzi coll’andatura quieta e grave d’un bastimento mercantile; quando, giunta a pochi passi dalla Luisa, getta, per così dire, la maschera; una voce squillante s’innalza dal suo bordo che intima al legno corsaro la resa, mentre il ponte si copre, come per incanto, di uomini armati, che senza aspettar risposta commentano l’intimazione della voce con una salva di moschetteria. La cosa era ormai palese. Il governo della Repubblica Orientale aveva comandato di perseguitare i corsari, e le due barche misteriose erano due lancioni della Repubblica mandati ad eseguire l’ordine. Non c’era dunque che una risposta. «All’armi,» grida Garibaldi; e mentre spara egli stesso il primo colpo di fucile, ordina di bracciare in vela da prua col manifesto disegno di scivolare, bordeggiando, fra i due lancioni. Allora un combattimento accanito s’impegna fra i due legni, il primo, veramente il primo, ed è deplorevole che ne manchi la data, in cui si provò Garibaldi. I negri e i marinai stranieri, zavorra dell’equipaggio, si rimpiattano nella stiva, ma i sette italiani che aveva a bordo, Fiorentino, Luigi Carniglia, Pasquale Lodola, Giovanni Lamberti, Maurizio Garibaldi e due Maltesi, fanno, dietro al suo esempio, prove di disperato valore. A un certo punto uno de’ lancioni, fidente nella superiorità del numero, tenta un arrembaggio; e già alcuni de’ suoi più arditi sono montati sulle impavesate di destra della brava goletta, ma invano; pochi colpi di moschetto e di sciabola li rovesciano e li fanno saltare in mare. Intanto però Garibaldi s’era accorto che la goletta non aveva risposto alla manovra da lui ordinata, e voltatosi per ripetere l’ordine al timoniere, vede il timone abbandonato e a pochi passi il bravo Fiorentino, stato fin’allora al governo, steso morto da una palla nel petto. Garibaldi indovina l’accaduto e si slancia egli stesso al timone; ma ne ha appena afferrata la barra, che un’altra palla gli traversa il collo, e lo stramazza, fuor di sensi, sul ponte. Per la Luisa poteva essere quella l’ultima ora, se i cinque Italiani superstiti, guidati dall’intrepido Carniglia, un genovese gigantesco, non avesser continuato a combattere e tenere in rispetto i nemici; onde i lancioni assalitori, disperati oramai di poter vincere una sì ostinata resistenza, virarono di bordo e la goletta corsara fu salva.

Lo era il suo capitano? La ferita è gravissima: il ferito aveva ricuperati i sensi, ma era incapace di ogni movimento. Il fido Carniglia, il primo a corrergli accanto per soccorrerlo, l’ultimo a staccarsene, gli chiese dove si dovesse dirigere la prua, essendo manifesto ormai che le rive della Repubblica erano tutte ugualmente malfide; e Garibaldi, fissati i moribondi occhi sopra una carta, additò Santa-Fè nel Parana, nello Stato di Entre-Rios, provincia dell’Argentina. E la nave, favorita da un vento fresco di levante, descrisse il rombo tracciato dal capitano. Prima cura però dell’equipaggio della Luisa fu di dare sepoltura alla salma dell’infelice compagno. Ma quale triste sepoltura le acque d’un fiume! Oh non era quella la tomba che Garibaldi desiderava! La morte non lo spaventava; ma se non gli era concesso morire in un angolo di terra della sua diletta Italia, che il suo corpo non sia pasto ai pescicani, che almeno «un sasso (diceva al fedele Carniglia) distingua le mie, dalle infinite ossa, che per terra e per mar semina morte.[38]»

X.

In una vita seminata d’avventure straordinarie tralasceremo le comuni.

Raccolto all’imboccatura dell’Ibiqui (affluente del Parana) da un bastimento brasiliano,[39] viene sbarcato a Gualeguaj, capoluogo d’un distretto dell’Entre-Rios: accolto benignamente dal governatore della provincia, Don Pedro Echague, che troveremo un giorno fra i partigiani di Rosas. Ivi un bravo chirurgo, il dottor Rammon, gli estrae la palla; un altro dottore, Giacinto Andreus, gli offre in casa sua un’ospitalità quasi fraterna; il Governo stesso gli somministra per il suo sostentamento un duro al giorno (fr. 5), ricchezza in quei paesi, ponendogli unica condizione di non allontanarsi da Gualeguaj e di restar prigioniero sulla parola fino a che il dittatore di Buenos-Ayres (Rosas) abbia deciso della sua sorte.

In sulle prime Garibaldi, sostenuto dalla speranza d’un pronto mutamento di sorte, sopportò rassegnato, se non contento, la non dura cattività, tentando ingannare le lunghe ore del forzato riposo ora colla lettura di libri che l’ospite gli prestava; ora col versare in copiose lettere agli amici gl’intimi pensieri del suo cuore;[40] ora finalmente coll’inviare alla patria lontana, creduta più ignava che infelice, canti d’amore indignato, in cui senti tutte le passioni dell’uomo e del patriotta gorgogliare in mezzo agl’ingenui falli del ritmo ed all’insospettata scorrettezza della parola, simile a flutto di lava che sgorghi tra le scorie ed il fango.

È dei giorni di Gualeguaj quella, non sapremmo dire se ode o ruggito di selvaggio ferito, le cui strofe abbiamo udito noi stessi tornare più volte sulle sue labbra, e che riportiamo qui per intero, non tanto come saggio delle facoltà poetiche del nostro eroe (quistione che vorrà essere esaminata a parte), quanto come testimonio dei sentimenti che ribollivano allora nell’anima sua e della forma con cui ne erompevano:

Non fra pomposi ed aurei

Vaghi giardin simmetrici,

Non sotto immensi aerei

Archi e portenti artefici,

Ma tra l’ombrose selve

Piacesi il mio pensier.

Non quando il Ciel sereno

E dei Zeffiri il lambito

All’ente fausto in seno

Diffondan dolce palpito,

Ma quando rugge il nembo

E scuote l’orbe intier.

Non quando Teti argentei

I flutti suoi mi estolle;

Non quando ardenti agl’ignei

Monti il bitume bolle,

Ma tempestuose l’onde,

Sconquassato il crater.

E che m’importa il gaudio

E de’ popoli la pace?

Che m’importa del Sabaudio

Il prosperar mendace,

E del Samnita immemore

Il codardo giacer?

Che m’importa d’Italia

I lirici concenti,

Se di Germania e Gallia

I bellici istrumenti

Nel sen di quell’imbelle

L’onta fan rimbombar?

Io la vorrei deserta,

I suoi palagi infranti;

Ed io, dell’Alpi allerta,

Le sue città fumanti

Scorger, e con sardonico

Sorriso contemplar.

Pria di vederla trepida

Sotto il baston d’un Vandalo.

Già prostituta e squalida

Delle nazioni scandalo,

Il suo destin cospicuo

Stolida rinnegar.

Però che un uomo come Garibaldi potesse reggere a lungo a quella vita che non era nè la libertà nè la servitù, nessuno vorrà pensarlo. Oltredichè avendogli taluno susurrato, forse per vile agguato, che la sua evasione sarebbe stata non interamente sgradita al Governo argentino, a cui probabilmente non spiaceva di liberarsi da un’incomoda e costosa custodia, egli, facilmente credulo a ciò che più desiderava, si stimò come prosciolto dalla data parola, e si decise a fuggire. Colta infatti una sera d’uragano, esce non visto da Gualeguaj, raggiunge a passi di lupo l’estancia più vicina, vi trova una guida e un cavallo e si dirige a gran galoppo verso il Parana colla speranza di poterlo tragittare. Ma, tradito dalla guida, sorpreso da una pattuglia di cavalleria, toltagli ogni possibilità così di fuga come di difesa, è ripreso, e colle mani legate alle reni e i piedi cinghiati alla sella viene ricondotto a Gualeguaj e tradotto davanti al governatore della città.

Era costui un cotal Millan, il quale, non sospettando certamente che stampa d’uomo gli stesse dinanzi, gl’intimò senz’altro di palesare i suoi complici. Garibaldi, naturalmente, rispose con uno sdegnoso rifiuto; allora il degno magistrato di Rosas, traendo sicuramente coraggio dalle ritorte che rendevano impotente il prigioniero, brandì una sua frusta e si diede a flagellarlo furiosamente. Non ottenne per questo una parola di più; sicchè, vedute oramai riuscir vane così le minaccie come le percosse, comandò, procedura non insolita in quella Repubblica, che fosse inflitta al testardo Italiano la tortura.

Lo presero quindi, gli girarono attorno ai polsi sempre legati al dorso un’altra fune, lo sospesero con questa ad una trave, e ve lo lasciarono due ore.

«Il mio corpo (urla ancora più che non scriva Garibaldi) ardeva come una fornace, e lo stomaco mio disseccava l’acqua che io trangugiavo continuamente come una rovente lamina.... Tali patimenti non si ponno esprimere! Quando mi sciolsero, io più non mi lamentavo.... ero diventato un cadavere, e così mi incepparono. Io avevo traversato cinquantaquattro miglia di paese paludoso, legato mani e piedi. Le zanzare, moltissime in quella stagione, avevano fatto strage di me. Avevo sofferto molto. Ora mi trovavo in ceppi allato d’un assassino. Andreus, il mio benefattore, era imprigionato. Gli abitanti tutti del paese erano atterriti, e senza l’anima generosa d’una donna io sarei morto. La signora Alleman, angelo virtuoso di bontà, calpestò ogni timore e venne in soccorso del torturato. Io non mancai di nulla nella prigione, grazie alla benefattrice mia.[41]»

Finalmente, stanco di martoriarlo invano, dopo averlo ridotto presso all’agonia, e temendo forse di dover rispondere della sua vita, il bestiale Millan fa tradurre il prigioniero da Gualeguaj alla Bajada, capitale dell’Entre-Rios, dove, tenuto altri due mesi in custodia, viene alla fine dal mite Echague liberato.

Che a Garibaldi dovesse tardare di togliersi a quella terra in cui anco l’ospitalità era pericolosa, s’intende da sè; però imbarcatosi sopra un brigantino italiano, capitano Ventura, scende con esso fino alla Plata, e di là, raccolto da una barca da pesca (balandra), riafferra felicemente Montevideo. Colà, è vero, durava la sua proscrizione; ma il Cuneo, il Castellini, il Pesante, uno stuolo d’amici gli si fanno d’attorno, lo ospitano, lo nascondono, lo proteggono; tra poco il Rossetti stesso, reduce da Rio Grande, dove era stato a rinfocolare la rivoluzione, viene a raggiungerlo ed a proporgli di condurlo seco al campo dei sollevati.

E qui si chiude il primo periodo delle avventure di Garibaldi sulla Plata. Della tortura di Gualeguaj egli serbò ricordo perenne sul suo corpo, l’artritide alle mani che lo tormentò tutta la vita, ma non la più lieve ombra di rancore nel suo animo.

Corsi appena dieci anni, guerreggiando egli per la Repubblica di Montevideo contro l’Argentina, un caso, che poteva parere giustizia, fece cadere nelle sue mani, tra gli altri prigionieri, anche il Millan. E in un paese, dove l’intingere la lancia (mocar) nel corpo del nemico ferito era buon dritto di guerra, s’intende che la vita d’un prigioniero fosse legittima cosa del vincitore; pure Garibaldi, quando seppe dal Sacchi che l’aguzzino di Gualeguaj era in sua mano: «Non voglio vederlo, esclamò, lasciatelo libero!» e fu quella l’unica vendetta ch’egli si tolse.

XI.

La proposta del Rossetti secondava troppo il genio di Garibaldi perchè questi potesse rifiutarla; oltre di che Montevideo, dopo la giornata dei lancioni, non era più un asilo troppo sicuro per lui.

Non trascorreva il mese adunque che i due amici erano già sulla strada di Rio Grande. Fecero il viaggio a cavallo, anzi ad escotero, maniera singolarissima di viaggiare laggiù e che, a detta di Garibaldi, vince in velocità le più celebri poste del vecchio mondo. Branchi di cavalli sono talmente assuefatti a vivere assieme, che, quando uno è preso e montato da un cavaliere, tutto il branco lo segue; sicchè il viaggiatore affrettato, quando la sua cavalcatura è stanca, non ha che a buttare la sella e montare sul primo cavallo del branco che gli capita alle mani, e così di cavallo in cavallo fino al termine del viaggio: questo è l’escotero.

In tal modo, traverso un paese pittoresco ed ospitale, che il nostro eroe non rifinisce mai di magnificare, i due Italiani giunsero a Piratinin, villaggio meglio che città del Rio Grande, sorgente a poca distanza dalla sponda occidentale della laguna de los Patos (delle Anitre), e dove il presidente Bento Gonçales, dopo la perdita di Porto Allegre, aveva trapiantata la capitale della sua nomade repubblichetta.

Festose furono le accoglienze e lieto era il soggiorno di Piratinin; ma udito che il Presidente campeggiava sul San Gonzales contro una divisione dell’esercito imperiale, comandata da un tal Silva Tavares, Garibaldi non volle tollerare dimora, e lo raggiunse subito al campo.

Era quella la prima volta che il Nizzardo vedeva il campione dell’indipendenza riograndese, e ne toccò una impressione incancellabile. Veneranda la testa per gli anni e la canizie; alto e snello di corpo; pittoresca la foggia del vestire; nell’esercizio del cavalcare espertissimo; prode di mano, intrepido di cuore; sobrio fino a non conoscere altro cibo che un po’ di carne arrostita, nè altra bevanda che l’acqua pura delle sorgenti; cortese, cavalleresco, famigliare, il Gonçales rappresentava agli occhi di Garibaldi il modello dell’eroe popolare; e nessuno meraviglierà se i principali lineamenti di siffatto tipo si stamperanno così profondamente nell’animo del gran Nizzardo, da rinascere un giorno ne’ suoi costumi e nelle sue gesta come rinascono le fattezze del padre in quelle d’un figliuolo. In un punto solo l’Italiano differiva dal Riograndese; che questi fu tanto sfortunato nelle sue imprese, quanto sarà fortunato quello: «Il che mi ha fatto sempre credere (soggiunge il nostro eroe) essere la fortuna non per poco negli eventi della guerra.» E la confessione ci parrà tanto più onesta e preziosa nella bocca di un uomo che, nell’ebbrezza di tanti trionfi, poteva essere di sovente trascinato a scambiare per conquiste del proprio genio i favori della sorte, ed essere facilmente ingrato alla Dea che lo aveva siffattamente beneficato.

Rimasta senza effetto, per la ritirata delle truppe imperiali, la spedizione del Gonçales, questi tornò con tutti i suoi a Piratinin, e Garibaldi naturalmente fu nel numero. Colà però il governo del Gonçales pensò subito a trar profitto del giovane italiano, che aveva già dato tante prove di valore e devozione alla causa repubblicana, e avendo sperimentata principalmente la sua perizia nelle cose di mare, gli commise l’organizzazione e il comando della piccola flotta riograndese. Era per Garibaldi un regno. Don Giovanni d’Austria che riceveva il comando della flotta cristiana; Nelson che guidava il naviglio inglese a disperdere la marina napoleonica, non esultarono forse di una gioia sì superba come il marinaio nizzardo nel sentirsi comandante dei due lancioni destinati a far la guerra all’Impero brasiliano sulla laguna delle Anitre. Però non frappose indugio di sorta; coll’opera de’ suoi antichi marinai venuti a raggiungerlo da Montevideo, tra’ quali il fedele Carniglia, e d’alcuni carpentieri indigeni, preparando, segando, fucinando sul luogo stesso il legname, i ferramenti, perfino i chiodi, costruì in men di due mesi due lancioni della portata da 15 a 20 tonnellate; li varò nel Camacua, confluente della laguna; li armò di due cannoncini di bronzo, e, tra neri, europei e mulatti, di settanta uomini d’equipaggio; e preso egli stesso il comando del più grosso, detto il Rio Pardo, affidò il governo del minore, battezzato il Repubblicano, all’americano John Griggs, e si slanciò nella laguna contro la squadra imperiale forte di trenta navigli da guerra e di un battello a vapore.

Qui comincia la vera vita eroica di Garibaldi. Finora di questa epopea noi non abbiamo veduto, a dir così, che il proemio, ora viene il poema, ora s’apre quel volume di prodezze favolose, di virtù temerarie, di errori fortunati e di fortune insolenti che a grado a grado sollevarono il nome del mozzo nizzardo dalla oscura arena di Piratinin all’onore d’una scena europea e quasi mondiale, e ne fecero una delle più fantastiche e meravigliose figure della storia moderna. Narrarle tutte ad una ad una col minuto intreccio dei loro particolari, non sapremmo; oltredichè sarebbe soverchio e superfluo insieme: superfluo, perchè Garibaldi stesso nelle sue Memorie ne parla a distesa; soverchio, perchè il più delle volte si rassomigliano e si ripetono; e accrescono bensì la mole dei fatti, ma non aggiungono alcun nuovo tratto alla fisonomia dell’eroe, nè suscitano alcuna nuova sensazione nell’animo del lettore. Diremo però le principali, le eccezionali, le caratteristiche, quelle che più scolpiscono l’uomo ed il tempo, l’attore e la scena.

Combattere per terra e per mare; oggi sottrarsi alla caccia d’una flotta venti volte superiore, domani affrontare con un pugno d’uomini nugoli di cavalieri; oggi lanciarsi all’arrembaggio d’un vascello nemico e predarlo, domani lottare disperatamente contro l’uragano e scampar per miracolo da un naufragio; essere al tempo stesso marinaio, cavaliere, calafato, boaro; vivere alla ventura e in perpetuo allarme; ambire, vincitore, unico premio alla vittoria, i sorrisi delle belle ed ottenerli; conseguire, vinto, l’ammirazione di tutti i generosi e meritarla; trovarsi ad ogni istante a faccia a faccia colla morte e sentirsi beato; non possedere che una striscia di terra su cui posare il capo, ed una tavola di barca su cui piantare il piede, e ciò non ostante avere il corpo fiorente di salute e l’anima piena di fantasie giovanili e di sogni d’amore, questa fu la vita di Garibaldi per oltre quattro anni, questa fu la prima scuola del futuro duce dei Mille.

Lungo la sponda occidentale del Los Patos correvano larghi e continui banchi di sabbia, che erano diga insuperabile alle grosse navi imperiali, e via di scampo e di rifugio ai due piccoli legni repubblicani. Però, quando Garibaldi si vedeva minacciato dalla squadra nemica o aveva bisogno di vettovagliarsi o di restaurare i suoi lancioni, non aveva, com’egli diceva, che a far l’anitra; spingere, cioè, i lancioni sui banchi, e saltando coi suoi nell’acqua, tirarli a terra a forza di braccia.

Una volta adunque che i nostri Garibaldini, nulla vieta di chiamarli fin d’allora così, avevano «fatto l’anitra» e preso terra sui possessi medesimi del Presidente, precisamente nei dintorni d’un saladero (specie di capannone per salarvi le carni) detto il Galpon de Chargucada, e proprio nel momento in cui, rassicurati dai rapporti degli esploratori, se ne stavano abbandonatamente, quali terminando il loro rancio, quali a tagliar legne o a raccomodar vele e sartie, odono risuonare sul loro capo un terribile squillo di carica e di deguillo, o, come tradurremmo noi, di sgozzamento. Erano gl’Imperiali: era un grosso corpo di cavalieri, capitanati da un certo colonnello Moringue, famoso, assicurano, per furberia e coraggio, che sbucando a un tratto dal fitto sipario di nebbia che li aveva sino allora nascosti, si precipitavano sull’accampamento repubblicano e minacciavano sterminarlo. La sorpresa dell’inaspettato assalto fu tanta, la furia degli assalitori era tale, che Garibaldi, il quale se ne stava tranquillamente centellando il suo mate,[42] e il cuoco, che gli era seduto dappresso, ebbero appena il tempo di balzare in piedi e di rifugiarsi nel Galpon; anzi uno dei cavalieri nemici giunse sì presso a Garibaldi stesso, che, mentre questi entrava nella porta del Galpon, riesciva a forargli il poncio con un colpo di lancia. Tuttavia i due Italiani furono ancora in tempo a sbarrare la porta del capannone, e poichè fortuna volle che tutte le armi degli accampati fossero cariche e schierate in ordine intorno alla porta stessa, poterono anche aprire istantaneamente contro il nemico un fuoco micidiale. Garibaldi sparava e il cuoco riporgeva le armi e le ricaricava, e ogni colpo feriva giusto e atterrava un nemico. Intanto alcuni Garibaldini sparsi nei dintorni, chiamati dalle trombe e dalle fucilate, accorrevano in soccorso dei loro compagni, e rasenti le muraglie, strisciando tra le macchie, sfidando il fuoco degl’Imperiali, riuscivano a penetrare nel Galpon. Via via arrivarono Carniglia, Ignazio Bilbao biscaglino, Edoardo Mutru nizzardo, Raffaello e Procopio, l’uno mulatto l’altro nero, Francesco Sylva spagnuolo ed altri cinque, di cui Garibaldi stesso lamenta di non ricordare il nome. Così i difensori del Galpon diventarono tredici, e apparivano cento. La disperazione somministrava le armi e il furore; ma una disperazione fredda, calcolatrice, impavida, che pareva rendere più acuto l’occhio, più fermo il polso dei difensori, e faceva nello stormo degli assalitori irreparabili vuoti. Il Galpon era stato in pochi istanti coperto di feritoie, e da ogni feritoia partiva la morte. A un certo punto gli assalitori, stanchi di vedersi decimati senza potere offendere, immaginarono d’incendiare il Galpon. Salirono perciò sul tetto, lo scoperchiarono e si diedero a gettare sull’improvvisata cittadella fasci di legne accese. Fu quello pei difensori il momento più terribile; molti di loro, colpiti da quella breccia aperta nell’alto, caddero mortalmente feriti. Pure non smarrirono un istante l’animo invitto: guidati da Garibaldi, mentre gli uni attendevano a spegnere il nascente incendio, gli altri puntavano, freddi e calmi, contro ogni nemico che s’affacciasse dal tetto e lo fulminavano. La difesa si protrasse così ancora per qualche tempo, ma venne un punto in cui gli assaliti si contarono, e non erano più che tre. Cinque erano morti, cinque gravemente feriti. Gli Imperiali, quantunque decimati, superavano ancora il centinaio, e la rabbia dell’inattesa resistenza li rendeva ancora più feroci. Oramai non restava più ai difensori che l’ultima ragione della baionetta e una morte gloriosa. In quel punto Garibaldi, trovando nel sublime delirio dell’imminente agonia un impensato stratagemma, intuona in faccia ai nemici esterrefatti l’inno di Riego: