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Garibaldi, Vol. 1 (of 2) cover

Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Chapter 36: V.
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About This Book

A richly documented biography that traces the subject's origins, formative environment, and development into a prominent military and political figure. The author combines long personal acquaintance and archival research to recount early seafaring experience, extended activity in South America, and later campaigns, supporting the narrative with documents, maps, and facsimiles. The account balances admiration and critical scrutiny, explores social and domestic influences on character, and highlights contradictions in conduct and ideology while challenging earlier partisan or superficial portrayals in favor of a more measured, historically grounded portrait.

Capitolo Terzo. DA MONTEVIDEO AL RITORNO IN ITALIA.
[1842-1848.]

I.

Quando Garibaldi entrò a Montevideo, la guerra tra l’Uruguay e la Repubblica Argentina, o per dir più esattamente, tra il partito del presidente Ribera, rappresentante dell’indipendenza orientale, e il partito del generale Oribe, emissario del dispotismo del Rosas, ardeva da circa tre anni. Ora per intendere e le cagioni di siffatta guerra, e i moventi delle fazioni che la combattevano, e la parte che il nostro protagonista vi prese, importa risalire un po’ lontano e ripercorrere rapidamente la storia dei due paesi.

La quale, appena la si consideri idealmente, può dirsi la storia del fiume materno, che li divide e li unisce ad un tempo, d’onde tolsero insieme al Paraguay il nome generico di Stati della Plata, e col quale sono da oltre tre secoli conosciuti nel mondo. Vasti frammenti di quell’India occidentale, nelle cui profondità si perde forse una delle culle del genere umano, l’epopea della loro scoperta e della loro conquista è forse meno leggendaria e meno portentosa di quella di tante altre contrade d’America, ma non meno interessante ed istruttiva. Svelati all’Europa nel 1515 dallo spagnuolo Juan Diaz de Solis, il primo che scoprisse l’estuario della Plata e vi penetrasse; riesplorati quattro anni dopo da Fernando Magellano, quel desso che, udito esclamare da uno de’ suoi marinai in vedetta, Monte-vid’-eu, diede il nome di Montevideo al promontorio su cui sorgerà un giorno la capitale dell’Uruguay; visitati di nuovo nel 1526, per mandato della Spagna, da Sebastiano Caboto, che rimontando la Plata fino al Paraguay vi pianterà la prima pietra del forte di San Salvador; occupati più tardi, in nome di Carlo V, dal primo governatore Don Pedro de Mendoza, che vi getterà nel 1535 le fondamenta di Santa Maria di Buenos-Ayres; strappati infine via via ed a prezzo del sangue più generoso alle cento tribù indiane che ne contrastano con fiera costanza il possesso, gli Stati della Plata vanno ad accrescere il patrimonio di quei possedimenti spagnuoli in America che la monarchia di Carlo V dovette, assai più che a sè stessa, all’ardimento della più eroica generazione di navigatori che il mondo abbia prodotta e in capo alla quale grandeggia il fatidico spirito del nostro Colombo!

Narrare le vicende della dominazione spagnuola negli Stati della Plata, non è del nostro assunto; essa fu come al Perù, come al Messico, come dovunque tanto benefica nei risultati (poichè ogni passo in avanti del colono europeo era pur sempre una vittoria della civiltà sulla barbarie), quanto improvvida, insensata spesso brutale nei mezzi. Accesa febbrilmente dalla sete dell’oro e dell’argento, la Spagna non vidde nella sua nuova colonia americana che un immenso campo da sfruttare, e, per usare la frase d’uno Spagnuolo, «simile al re Mida verrà un giorno, nel quale il metallo prezioso, di cui era stato tanto ingordo, le si muterà in arida pietra fra le mani.» Che se questa sentenza non s’attaglia a tutto rigore alle colonie della Plata, dove altri prodotti, oltre a quelli dell’oro e dell’argento, potevano allettare l’avidità dei conquistatori, tuttavia il regime da essi adottato, specialmente rispetto all’agricoltura, al commercio ed alla navigazione, sortì anche colà il medesimo effetto: spolpare, dissanguare il suolo a solo profitto del presente senza cura alcuna dell’avvenire. Irritando la natía selvatichezza delle popolazioni indiane con inutili crudeltà e stolte rappresaglie; abbandonando in balía di governatori rapaci e di capitani brutali così i frutti della terra come la libertà e la vita de’ suoi abitanti; chiudendo i porti ad ogni navigazione forestiera, vietando l’esportazione d’ogni prodotto fuorchè per la Spagna, ed applicando ad ogni sorgente della vita economica le più esose e viete proibizioni; dividendo per insana arte di regno le molteplici razze del territorio, ed alimentando così un perpetuo focolare d’odii privati e di guerre civili; finalmente, supremo errore, abbandonando alla Compagnia di Gesù non solo l’apostolato morale e religioso delle popolazioni, ma la proprietà di vaste ricchezze, quindi l’uso e l’abuso d’uno sterminato potere; la Spagna preparò a sè stessa l’immancabile giorno, in cui sarebbe stato incerto se le colonie sentissero più il peso della madre patria o questa l’impedimento, la minaccia e il danno di quelle.

Ma già lo dicemmo: prima che finisca il secolo XVII, la Spagna doveva incontrare anche sulle rive orientali della Plata quell’intraprendente vicino e ardito rivale che da oltre cent’anni scontrava su tutti i mari del mondo, e dividere con esso la gran preda dell’America meridionale: il Portogallo.

Il maggior difetto del Brasile fu sempre la incertezza dei confini. Naturale però che i Portoghesi, già padroni di Rio Grande e delle sorgenti dell’Uruguay, tentassero di spingersi fino alle sponde di quell’immenso fiume, il quale, oltre all’essere il più certo e stabile confine ch’essi potessero desiderare alla loro sterminata colonia, metteva nelle loro mani una delle più grandi vie fluviali del Nuovo Mondo. Ma naturale altresì che gli Spagnuoli contrastassero con ogni lor possa un tanto acquisto, e che i due fratelli latini si trovassero di fronte colle armi in pugno sulla penisola americana, come pochi anni prima s’erano trovati sulla iberica. E fu lotta quasi centenne, cominciata il 1680 dai Portoghesi colla fondazione, sul margine stesso della Plata, della Colonia del Sacramento; finita soltanto nel 1777 per il trattato di Sant’Idelfonso.

Ogni guerra, ogni avvenimento europeo, in cui per l’uno o per l’altro motivo, a lato o di fronte, fossero involti la Spagna e il Portogallo, aveva il suo contraccolpo sulle sponde della Plata. Ripresa Colonia del Sacramento dagli Spagnuoli, il Portogallo s’accampa, nella guerra di successione di Spagna, contro di essa, ed il trattato di Utrecht gli restituisce Colonia; Ferdinando VI sposa una infante di Portogallo, e questi guadagna, per il trattato del 1750, tutte le missioni gesuitiche poste lungo il margine orientale dell’Uruguay; scoppia nel 1762 la guerra tra la Spagna e l’Inghilterra, e il Portogallo fa causa comune con questa, ed ecco il Ceballos, governatore di Buenos-Ayres, trarre partito dalle rotte ostilità, riprendere Colonia, invadere Rio Grande e minacciare a sua volta il Brasile. Non si danno vinti per questo i Portoghesi, e veggono ancora per terra e per mare due giorni di vittoria; ma il Ceballos li va ad assalire sull’Oceano fin nel cuore della provincia di Santa Caterina, e impone loro il trattato di Sant’Idelfonso che obbliga il Portogallo a rinunciare a Colonia, e chiude la guerra.

Ma che la chiudesse è inesatto; il vero è che la sospese appena. Se non osiamo dire con un Francese, «che il possesso della riva sinistra della Plata è per il Brasile una questione di vita o di morte,[53]» è manifesto però ch’esso ha sempre rappresentato a’ suoi occhi uno dei bisogni più vitali, e delle conquiste più preziose.

Chiuso nella cerchia ardente della zona torrida, diseredato del beneficio d’un clima temperato e omogeneo alle razze bianche, padrone delle origini e del corso superiore dei tre fiumi che compongono la Plata, ma escluso dalla signoria del grande estuario per cui sboccano in mare, manchevole di terre idonee alla coltura delle piante alimentari, privo infine a mezzogiorno d’una frontiera precisa, sicura e accessibile insieme, che lo distingua, lo tuteli e lo espanda ad un tempo, è ben naturale che il Brasile abbia fatto dell’acquisto della Banda Orientale platense una delle mète fisse della sua politica, e per dirlo colle parole d’un vicerè di Buenos-Ayres, «il suo punto di mira fin dal secolo XVI;» e le guerre che lo vedremo combattere ancora per questo scopo lo dimostreranno.

Il conflitto però per la Banda Orientale non partorì soltanto frutti di sangue e retaggio di rancori, ma fu anche cagione di due fatti importanti per la storia, sebbene diversamente benefici per le colonie platensi: la fondazione di Montevideo per opera del governatore Maurizio Zabala nel 1724,[54] e la istituzione del vicereame di Buenos-Ayres nel 1776. Con Montevideo la Banda Orientale acquistava non solo un porto sicuro, una fortezza munita, la capitale d’un governo distinto; ma l’anima della sua patria nascente, il cuore ed il braccio della sua indipendenza futura.

Separando gli Stati della Bolivia, del Paraguay, dell’Argentina e dell’Uruguay, dall’antico vicereame del Perù, e svincolandoli così da un potere lontano, ignaro e noncurante, incorporando quattro territori in un unico Stato quasi autonomo, la Spagna non solo rendeva più facile l’amministrazione, più vigile il governo, più rapido lo sviluppo di quelle sue colonie; ma senza volerlo, senza saperlo, ridestava in esse la coscienza dell’origine e della storia comune, agevolava col più stretto accordo dei loro interessi il più intimo scambio delle loro idee, faceva sentir loro le prime seduzioni d’una vita indipendente e affrettava ella stessa il giorno della loro emancipazione.

Ma prima che quel giorno spunti, la Spagna dovrà ancora sostenere un’altra guerra con una delle sue più antiche e formidabili rivali d’Europa, e mettere a prova un’ultima volta la fedeltà e il valore de’ suoi figli d’oltre mare.

Sdegnata d’averla vista passare fra gli alleati di Napoleone, nè paga ancora della sanguinosa vendetta di Trafalgar, l’Inghilterra va nel 1806 ad assalire la Spagna nelle sue colonie della Plata. E riesce infatti all’ammiraglio inglese Popham di cogliere per sorpresa Buenos-Ayres; ma l’intrepida Montevideo chiama all’armi tutta la Banda Orientale; improvvisa un corpo di milizie, e affidatone il comando al capitano Liniers (un Francese al servizio della Spagna), lo invia alla riconquista della capitale. La contrasta, con tenacia inglese, il generale Berresford, ma Liniers riesce con furioso assalto ad impadronirsene, e Berresford è costretto a sgombrare. Però ristorati di nuove forze, il naviglio e l’esercito britannico riprendono l’offensiva; pongono l’assedio a Montevideo, e, malgrado la sua eroica resistenza, riescono a penetrarvi; indi si volgono a Buenos-Ayres. Comanda le armi di S. M. britannica l’ammiraglio Whitelocke; difende la città il prode Liniers con 7000 uomini di milizie improvvisate, ma dietro ad essi i cittadini, gli schiavi, le donne, il popolo intero. L’assalto fu tremendo, ma la difesa invincibile. Cada casa era una fortaleza, cada calle un atrinchieramiento. Gl’Inglesi ricevuti: Mitralia en las esquinas de todas las casas, fusileria, granados de mano, ladrillos y piedras tiradas desde los tejados,[55] lasciano mille cadaveri per la via, e il Whitelocke pesto, decimato, è costretto a sottoscrivere una capitolazione, colla quale si obbligava a sgombrare tutto il territorio ispano-americano, e a reintegrare la piazza di Montevideo nello stato medesimo in cui si trovava nel giorno della sua resa.[56]

Ed anco questa guerra non fu senza influenza sugli avvenimenti futuri; riunì le popolazioni della Plata in una lotta a oltranza contro lo straniero, e ne esperimentò il valore e la forza; accrebbe l’importanza di Montevideo, che si meritò il glorioso titolo di Reconquistadora; manifestò i primi sintomi della debolezza della Spagna, la quale dovette la salvezza del territorio coloniale più al braccio de’ suoi abitatori che alle proprie armi, e per la prima volta si trovò dirimpetto ad essi piuttosto nella condizione di protetta che di protettrice.

II.

L’ora pertanto della indipendenza ispano-americana stava per suonare. L’avevano preparata gli errori e gli stessi beneficii della Spagna; la precipitavano le idee del secolo e il turbine medesimo degli avvenimenti che sconvolgevano l’Europa; la rendeva inevitabile e fatale la stessa legge che governa i destini delle colonie, le quali dopo essersi nutrite del latte della madre patria, quando son fatte adulte e gagliarde mordono il seno alla nutrice e le volgono le spalle.

Sul finire del 1808, una dietro l’altra giungevano in America queste notizie: che Ferdinando VII, prigioniero in Francia, aveva venduta per una pensione l’avita corona a Napoleone; che questi aveva insediato sul trono di Spagna suo fratello Giuseppe; che una Giunta centrale s’era costituita a Cadice per rivendicare i diritti del legittimo Re; che le Asturie avevano cominciato contro l’invasore una guerra di coltello; che tutta la Spagna era in fiamme ed in iscompiglio. Ora questi avvenimenti gittavano anche le colonie in una specie d’anarchia, ed era ben naturale che, poste tra un sovrano legittimo, ma imbelle e disgraziato, e un principe straniero intruso ed abborrito, e due o tre Giunte rivoluzionarie che si disputavano il governo senza avere nè autorità nè forza per mantenerlo, esse vedessero spuntare da quel caos i primi albóri d’un’èra novella, e coltivassero seriamente da quell’istante il pensiero della loro indipendenza. La commozione pertanto suscitata anche sulla Plata da quelle novelle fu, quale doveva essere, grandissima; tanto più che i due Re contendenti avevano inviato a Buenos-Ayres legati per indurre quei coloni a riconoscere le loro rispettive sovranità; e che il vicerè Liniers, lo stesso che aveva riconquistato Buenos-Ayres, inclinava, memore della stirpe, a favorire le parti francesi, le più abborrite di tutte.

Ma quando nei primi giorni del 1810 passò l’Oceano l’annunzio che l’ultimo esercito di Ferdinando VII era stato disfatto sui campi d’Ocaña, e che oramai la Spagna andava ingoiata nella monarchia universale del Cesare francese, trascinando nella medesima voragine le sue colonie, queste non si contennero più e pensarono a provvedere senza indugio alle loro sorti.

Da principio il movimento ebbe piuttosto un carattere riformatore che rivoluzionario.[57] La pluralità degli Ispano-Americani sembrò accontentarsi d’una semi-indipendenza, e le Giunte sortite dall’elezione popolare si limitarono a deporre o scacciare i vicerè ed i governatori, ed a costituire governi locali sotto l’alta sovranità di Ferdinando VII. Così Caracas (19 aprile 1810) la prima ad iniziare il moto; così Buenos-Ayres (25 maggio 1810); così, a distanza di poche settimane, la Venezuela, la Nuova Granata, il Chilì e l’Alto Perù. Ma da un lato la resistenza ben legittima delle autorità spagnuole, e dall’altro la legge naturale delle rivoluzioni, fanno sorgere ben presto e prevalere un partito più radicale, il quale proclama l’assoluta indipendenza da ogni dominio europeo e rompe in aperta rivolta.

A questo punto però la storia degli Stati della Plata, una fino agli ultimi giorni, si sdoppia, anzi si tripartisce, e in molti punti diverge siffattamente, che seguirla sopra una linea sola non è più possibile.

Mentre Buenos-Ayres, postasi risolutamente a capo della rivoluzione, rompe l’ultimo anello che l’avvinceva alla madre patria, e inviando spedizioni armate a dar mano agl’insorti della Bolivia e del Perù, si sforza a trascinare nella medesima via gli Stati della Plata ed a raccogliere nelle sue mani tutte le fila del movimento; nel Paraguay e nella Banda Orientale continua a prevalere il partito medio della semi-indipendenza, e l’uno e l’altra assai più diffidenti della supremazia argentina, che paurosi della lontana sovranità spagnuola, rifiutano di riconoscere la Giunta rivoluzionaria di Buenos-Ayres, e ne respingono entrambi le proposte e le armi. Non ci occupiamo più del Paraguay, che nel 1811 si decide esso pure a liberarsi dalla signoria spagnuola, ma che poscia, ispirato dal genio tetro e quasi misantropico del dottor Francia, si chiude fra le rive de’ suoi due fiumi, e non ambisce più che di essere la China dell’America spagnuola.

Circa poi all’Uruguay ed a Montevideo, il fatto della resistenza all’egemonia argentina era spiegato e giustificato da parecchie ragioni antiche e recenti. Anzitutto v’erano tra i due paesi differenze di suolo, di clima, d’abitanti, di costumi, di interessi, che il tempo e la civiltà avevano piuttosto accresciute che scemate. Mentre il territorio sulla destra della Plata, poche leghe al di là delle sue rive non era che una sterminata steppa, battuta dalle vampe assidue d’un clima tropicale, corsa da torme di cavalli selvatici e da bande di feroci gauchos, divisa tra pochi estancieros, veri feudatari della Pampa; quello sulla riva sinistra offriva, da alcune parti in fuori, tutte le varietà d’un clima e d’un suolo europeo e tutte le condizioni a’ suoi abitatori d’una vita civile. Il clima, temperato lungo il littorale dalle brezze marine, vi è de’ più dolci; ed anche nell’interno non sale mai nel più grande estate oltre il 35mo grado, nè discende nei più crudi inverni al 3º sotto zero; onde non si conoscono in quelle latitudini che due stagioni: la calda da ottobre a giugno, e la fresca da giugno a settembre.[58] Il suolo vi è tanto pittoresco, quanto salubre e ferace; parecchie catene di montagne, dalle forme trincianti delle lor punte dette cuchillas, lo solcano da nord a sud; maggiore fra esse la Cuchilla Grande (che non s’innalza però oltre i 2000 piedi), dalla quale si diramano numerosi piani digradanti di colline, di terrazze, di poggi, o come li dicono là di cerri e di cerriti, che vanno a morire fino intorno a Montevideo e ad anfiteatro lo chiudono. Innumerevoli acque defluenti ed affluenti dei due massimi fiumi, il Rio Grande e l’Uruguay, lo scorrono per ogni parte, lo abbelliscono e lo fecondano. Le pianure stesse di Colonia, di Canelones, di Salto, sono praterie verdeggianti che perdono il nome di Pampas e acquistano quello di campagne. La popolazione vi è, al paragone dell’Argentina, più densa; il gaucho più raro, e dalla natura stessa del suolo agricolo e suddiviso reso innocuo. Se nel folto delle selve secolari balza il leopardo, urla il coguar e strisciano il crotalo ed il corallo,[59] innumerevoli mandre di buoi, di merinos, di cavalli moltiplicano sui vasti pascoli e nelle frequenti estancias, e fruttano al paese la triplice ricchezza delle carni, dei cuoi, delle lane. Ricche miniere d’oro, d’argento, di rame, di piombo, d’ogni varietà di minerali serpeggiano nelle viscere dei monti; nel fondo delle valli, sui margini dei fiumi, nel cavo delle roccie, fiorisce tutta la variopinta famiglia delle erbe medicinali e delle piante coloranti.

Finalmente poco lungi dalla palma e dal cedro allignano il pesco e l’arancio; accanto a vaste foreste, dove si spiega tutto il lusso della vegetazione tropicale, maturano il frumento, il mais, quasi tutte le frutta e gli erbaggi del nostro continente, il quale, ben a ragione, invia il soverchio de’ suoi figli a cercare nella terra felice il pane e la fortuna, e trova nella ridente baia di Montevideo uno de’ porti più ospitali e sicuri del Nuovo Mondo.

Ora in siffatto paese era naturale che i coloni europei s’espandessero più prontamente, serbassero con maggiore tenacia i loro costumi nativi, predominassero senza grande sforzo su tutta quella popolazione mista d’Indiani puri, di negri, di meticci e di creoli, ancor presso alla barbarie, e sulla quale si sentivano chiamati a dominare per la superiorità del sangue, dell’intelletto e del valore.

Oltre di che, c’era quel gran fiume, cagione antica e perpetua di prosperità a’ suoi ripuari, ma altresì di rivalità e di discordia, e i coloni della Banda Orientale non avrebbero mai potuto sopportare tranquillamente ch’esso divenisse l’esclusivo dominio dei popoli dell’altra Banda.

Infine l’esercito spagnuolo, forzato ad abbandonare l’Argentina, aveva fatto di Montevideo l’estrema sua cittadella, e cooperava colla sua presenza ad afforzare l’opposizione che gli Orientali facevano ai disegni rivoluzionari della riva opposta. Conseguenza di tutto ciò fu che gli Argentini si videro costretti a porre l’assedio alla capitale dell’Uruguay, ed è allora che compare per la prima volta sulla scena un uomo singolare, chiamato ad esercitare un potente influsso sui destini della patria sua: Artigas.

III.

Gaucho di nascita, contrabbandiere di professione, cumulata, colle frodi e colle rapine proprie alla sua arte ed alla sua stirpe, un’immensa fortuna, divenne per il triplice prestigio dell’astuzia, del valore e della ricchezza, così popolare e potente, che il Governo spagnuolo, a somiglianza di tutte le tirannie deboli, scese a patti con lui e gli accordò immunità e privilegi, a condizione che l’aiutasse a combattere e diradare la numerosa famiglia di contrabbandieri, che era la figliuolanza naturale del sapiente sistema proibitivo adottato dalla Spagna.

Ma la prima volta che un magistrato tentò opporsi a non so quale sua pretesa, ecco il prepotente contrabbandiere dar le spalle al Governo che aveva fin allora protetto, e giurargli un odio mortale.

Era appunto il 1811; la guerra per l’indipendenza delle colonie durava da circa un anno, e nessuna occasione più propizia all’Artigas per compiere la sua vendetta. Sparisce per qualche tempo nel profondo delle campagne orientali, vi propaga l’odio della signoria spagnuola, chiama a raccolta i suoi gauchos, i suoi contrabbandieri, quanti han fede nel suo nome; copre di guerrillas l’Uruguay e lo trascina nella lotta dell’indipendenza comune.

Era per la rivoluzione un soccorso tanto insperato, quanto poderoso. Buenos-Ayres manda in rinforzo dell’inatteso alleato le truppe reduci dall’infelice spedizione del Paraguay; l’Artigas così rafforzato traversa quasi in trionfo tutta la Banda Orientale, e dopo aver battuto insieme al generale Rondeau[60] gli Spagnuoli a Las Piedras, si unisce all’esercito argentino che assediava Montevideo.

A questo punto però la storia così dell’Uruguay come dell’Argentina immiserisce in tanti conflitti di fazioni e litigi di persone e puntigli d’ambizioni, da confondere e stancare gli stessi storici dei due paesi.

Nella «Giunta governativa» argentina un partito Moreno demagogico s’accapiglia col partito Saavedra autoritario o monarchico che sia,[61] e le loro dissensioni penetrano nell’esercito che campeggia nell’alto Perù e ne cagionano la rotta; intanto quattromila Portoghesi, clandestinamente assoldati dalla principessa Carlotta di Borbone, invadono l’Uruguay e marciano su Montevideo in soccorso degli assediati. L’Artigas, offeso che il comando in capo dell’esercito d’operazione sia stato affidato al Rondeau, abbandona con tutti i suoi l’assedio e si rivolge a combattere per conto suo i Portoghesi. A Buenos-Ayres il Saavedra è deposto e i partiti si succedono ai partiti, i governi ai governi; tuttavia il Rondeau rinforzato da nuove truppe continua vigorosamente a battere Montevideo, sinchè il vicerè di Spagna, Elios, perduta la speranza del soccorso portoghese, si rassegna a cedere la piazza, sottoscrivendo una capitolazione (novembre 1811) per la quale gli Spagnuoli dovevano sgombrare l’Uruguay, che veniva in tal modo a restar libero e padrone dei propri destini. Nessuno però mantiene i patti; nè i Portoghesi si ritirano dall’Uruguay, nè l’Artigas cessa dallo scaramucciar contro di loro, e per legittima conseguenza nemmeno il vicerè spagnuolo Vigodet, succeduto ad Elios, consente ad abbandonare Montevideo. Invano il Governo di Buenos-Ayres intima all’Artigas di sospendere le ostilità; ai Portoghesi ed agli Spagnuoli di sgombrare; le armi soltanto potranno decidere ancora la lite. Ecco perciò Buenos-Ayres infaticabile nel proseguire il suo disegno d’unificazione, levare e spedire nuove milizie, le une per combattere i Portoghesi e contenere insieme il ribelle caudillo uruguayano, le altre per ricominciare l’investimento di Montevideo.

Fortunatamente però i Portoghesi, allarmati dalle forze soverchianti spedite loro incontro, si decidono a ripassare l’Uruguay senza battaglia, e l’Artigas consente di riunire le sue bande rivoluzionarie all’esercito argentino e a riprendere con esso l’assedio della tante volte contrastata fortezza. Ma qui tutto non finisce, nè tutto si chiarisce ancora, per la semplice ragione che nè i voltafaccia, nè i puntigli, nè le pretensioni dell’Artigas finivano mai, nè quel qualsiasi concetto che lo guidava era pur anco riuscito a farsi strada per mezzo alle tenebre del suo grosso cervello ed a prendere forma concreta ed intelligibile così ai suoi seguaci come a’ suoi avversari. Era cortezza di mente, volubilità di carattere o dissimulazione profonda d’arcani disegni? Era soltanto, come fu detto, la meschina invidia dei generali a lui superiori che guidava la sua condotta balzana; o non era anche un presentimento istintivo, un sospetto oscuro, ma patriottico, che aiutando egli il Governo di Buenos-Ayres a liberare la patria sua dagli Spagnuoli, contribuiva a metterla nelle mani degli Argentini? Noi abbiamo indarno chiesto agli storici della Plata la soluzione di questo doppio problema: forse essi medesimi lo cercarono invano; forse nessuno potrà trovarla mai; forse nemmen l’Artigas avrebbe saputo darla. Certo è questo solo (certo e strano ad un tempo), che l’Artigas diserta una seconda volta dal campo degli assedianti, e va a continuare per conto suo la guerra nelle native campagne; poi, a un tratto, quando ode che il generale Alvear è finalmente riuscito ad impadronirsi di Montevideo e a dare così l’ultimo colpo alla signoria spagnuola sulla Plata, ricompare sulla scena, si presenta arditamente al generale argentino, e in nome dell’indipendenza dell’Uruguay gli intima di sgomberarne la capitale, che a lui solo, Uruguayano, spetta di occupare.

Naturalmente il Governo di Buenos-Ayres non poteva accomodarsi ad una pretesa sì temeraria, e s’apprestò a rintuzzare coll’armi l’audace guerrillero. Ma questi non era più solo o accompagnato da poche masnade di gauchos e di contrabbandieri: lo scortava ormai un seguito di oltre dodicimila combattenti; lo spalleggiava tutto l’Uruguay. Oltre di che, ogni oscurità era ormai dileguata dal suo pensiero; quello ch’egli volesse era finalmente manifesto: la piena ed assoluta indipendenza della Banda Orientale da qualsiasi dominazione americana od europea, spagnuola, portoghese od argentina che fosse. E questa idea poteva essere, considerato il tempo e le circostanze, uno sproposito, ma era l’aspirazione più antica, il sogno più costante degli Uruguayani; il solo concetto che rispondesse alle tradizioni ed alle necessità della patria loro, e sarebbe vano discuterlo.

L’antico contrabbandiere pertanto gridato liberatore fa valanga; il suo luogotenente Fruttuoso Ribera sconfigge a Guajabò l’esercito argentino; lo stesso Artigas entrato in Montevideo proclama l’indipendenza della Banda Orientale e vi stabilisce il suo governo; indi, presa a sua volta l’offensiva, invade per il Nord l’Argentina, penetra fin nella provincia di Buenos-Ayres e col concorso del partito federalista argentino, riuscito ad insediarsi al potere, si fa riconoscere capo o Protector di una Confederazione, nella quale, secondo il suo disegno, dovevano entrare non solo la Banda Orientale, ma tutte le provincie e i popoli dei due margini del Parana, compresi Santa-Fè e Cordova.[62]

Ma simile in questo ad un altro eroe di nostra conoscenza, il guerrillero uruguayano era tanto atto a combattere, quanto inetto a governare. Mentre le sedizioni militari e le fazioni civili funestavano le provincie dell’Argentina, l’Uruguay cade in preda all’anarchia. Il bestiale Ortoguez, governatore di Montevideo, disonora con feroci supplizi e selvaggie rappresaglie la nascente libertà orientale, e soltanto il suo successore Ribera riesce a porre un confine a tanta immanità; le provincie in balía alle fazioni provano tutti gli strazi della guerra civile, e la Confederazione dell’Artigas si sfascia appena composta. E allora i Brasiliani (1816) non mai dimentichi dell’antica loro terra promessa, approfittano di quell’anarchia, se ne formano anzi un diritto, e col tradizionale pretesto di ristabilire l’ordine e la pace, invadono quella Banda Orientale che era el blanco á que hacen su tiro desde principios del siclo XVI.[63]

Così l’anno stesso in cui tutti gli Stati componenti le antiche colonie spagnuole suggellavano nel Congresso di Tucuman il patto della loro comune indipendenza, solo l’Uruguay era minacciato di perderla per sempre. Accorre alle difese l’Artigas; guidati dal suo esempio, il Ribera, l’Oribe, il Lavalleja (importa ricordare questi nomi) oppongono su tutti i punti del territorio una disperata resistenza, ma indarno; i Portoghesi sono già sotto le mura di Montevideo. L’Artigas allora chiede il soccorso del Governo di Buenos-Ayres, il quale tornato in mano degli unitari lo concedè a condizione che sia riconosciuta la sua autorità e supremazia. Ma il Protettore della Banda Orientale rifiuta il patto, chi vuole per ispirazione di genio, chi crede per grettezza di spirito e vacuità d’intelletto. Per gli unitari infatti e per gli schietti nemici d’ogni signoria straniera, la risoluzione dell’Artigas fu peggio che un errore, una colpa; per i federali e per quelli che al predominio degli abborriti Porteños (così son chiamati a Montevideo quei di Buenos-Ayres) anteponevano qualsivoglia dominazione, un miracolo d’antiveggenza politica, l’idea madre della futura indipendenza orientale.

Noi staremmo cogli unitari, quantunque sappiamo che è assai facile l’errare applicando agli avvenimenti d’un paese e d’un tempo interamente diversi le idee del proprio. Ne avvenne però questo, che i Brasiliani prima che finisse il 1819 erano padroni di quasi tutto lo Stato orientale; che l’Artigas dopo una eroica campagna di quattro anni, osteggiato da’ suoi luogotenenti, era costretto a cercare un asilo nel Paraguay; che finalmente nel 1821 l’Uruguay era incorporato definitivamente al Brasile col nome di Stato Cisplatino, sì che dopo tanti anni di lotta esso non aveva ottenuto che di mutare la sua catena.

IV.

Tuttavia la dominazione brasiliana sulla Plata, quantunque riconosciuta in sulle prime dai cabildi (consigli) delle varie città, e dagli stessi antichi luogotenenti dell’Artigas, non durò lungamente tranquilla. La trasformazione del Brasile da regno in impero indipendente (1822) anzichè accrescere la sua autorità e la sua forza, parve turbarle e sminuirle. Obbligato a difendersi dalle congiure interne e persino dalle sedizioni de’ suoi stessi governatori, ed a schermirsi insieme dalle intimazioni di Buenos-Ayres, che afforzato dal voto degli stessi Orientali reclamava la loro riunione allo Stato avito, il Brasile non godette certamente le beatitudini della possidenza. Regnò nonostante qualche tempo ancora, se non amato, temuto; quando nel 1824 un importante avvenimento precipitò la rovina della sua breve conquista. Il 9 dicembre 1824 i riuniti eserciti repubblicani della Colombia e del Perù sotto il comando del generale Suchrè disfanno nei piani di Agacuchos l’ultimo esercito spagnuolo e annientano per sempre la signoria iberica nell’America del Sud. Ora la solenne vittoria fu non solamente decisiva per la Spagna e le sue colonie, ma esercitò altresì sulle sorti della Banda Orientale e de’ suoi recenti dominatori un’influenza capitale. La battaglia d’Agacuchos partorì, per tacere dei maggiori, questi tre effetti: collo spezzare gli ultimi frammenti del giogo che opprimeva l’America spagnuola fece sentire all’Uruguay più acuto il dolore, più ardente la vergogna di quello che il Brasile gli aveva imposto; assicurando la indipendenza allo Stato Argentino gli offrì nel tempo stesso l’occasione, gli agevolò il modo di provvedere all’emancipazione dell’altra riva della Plata; isolando finalmente il Brasile in una cerchia di Stati autonomi e bellicosi, lo pose ben presto nella necessità di scegliere fra una guerra implacabile e rovinosa, e la rinuncia d’una preda che gli costava tanto.

E gli eventi lo chiarirono ben tosto. Nella primavera del 1825 trentatrè animosi Orientali, soldati quasi tutti dell’Artigas e capitanati da Juan Antonio Lavalleja,[64] giurata solennemente la liberazione della patria loro, irrompono nella Banda Orientale; che infiammata dal loro generoso ardimento si solleva tutta quanta sui loro passi, e incomincia contro il nuovo straniero una di quelle tremende campagne di guerrillas onde quei paesi vanno famosi. Il Brasile rinfaccia al Governo di Buenos-Ayres d’aver promossa ed aiutata la ribellione; ma questo, lungi dallo scusarsi, abbraccia manifestamente la causa orientale e si prepara a sostenerla coll’armi. La guerra allora non è più soltanto fra l’Impero e gl’insorti d’una sua provincia, ma tra esso e tutti i popoli della Plata, ridesti novellamente all’antico sentimento della loro fratellanza, riuniti ancora sotto il vessillo dei loro giorni gloriosi: O Libertad o Muerte. Ormai la lotta è impegnata per terra e per mare. Alla forte armata dell’Impero, l’Argentina non può opporre che una piccola squadra di tre legni; ma la comanda uno dei più intrepidi marini dell’Inghilterra, l’ammiraglio Brown. Contro il numeroso e agguerrito esercito brasiliano, i Confederati della Plata non possono mettere in campo che milizie improvvisate e bande indisciplinate; ma le guidano il Rondeau, l’Alvear, il Ribera, l’Oribe, il Lavalleja: tutti i prodi della prima guerra d’indipendenza, e il valore bilancia il numero e la forza.

Però dopo una varia vicenda di combattimenti terrestri e navali, di fortune e di rovesci, di prodezze e di carnificine, il Brown sconfigge la flotta brasiliana e si impadronisce dell’isola di Martin Garcia, la più forte stazione navale della Plata; l’Alvear distrugge l’esercito spagnuolo sui campi d’Ituzaingo (20 febbraio 1827); onde il Brasile ê costretto a chiedere la pace, e dopo un intrico di lunghi e insidiosi negoziati a sottoscrivere il trattato di Rio Janeiro, del 25 agosto 1828, mercè il quale la Repubblica argentina e l’Impero del Brasile riconoscevano mutuamente, sotto la garanzia della Francia e dell’Inghilterra, la indipendenza della Banda Orientale, obbligandosi entrambe a difenderla in caso di necessità.

Ecco dunque la Banda Orientale liberata un’altra volta, e vorremmo poter dire per sempre. Ratificato e riconosciuto dalle Potenze il trattato di Rio Janeiro; votata la Costituzione del 24 maggio 1830, per la quale el Estado oriental de l’Uruguay adopta para su gobierno la forma rapresentativa republicana e due Camere con un presidente rieleggibile ogni quattro anni, venne eletto primo presidente, non senza contrasti, quel Fruttuoso Ribera, che abbiamo veduto primeggiare sulla scena dell’Uruguay fino dal 1811, il cui nome rivedremo mescolato di nuovo ad altre lotte non lontane. Per intenderle però ci conviene ripassare per alcuni istanti sull’altra riva della Plata.

V.

Anche l’organizzazione dello Stato Argentino era stata difficile e laboriosa, nè era compita ancora. Quei due partiti, Unitario e Federalista, che vedemmo apparire fin dai giorni dell’Artigas, non avevano posato mai, e, sotto un certo rispetto, può dirsi che vivano tuttora. E ciò perchè non il caso li aveva formati o il capriccio degli uomini, ma le condizioni stesse del paese. Gli Unitari volevano l’unità e l’indivisibilità di tutti gli Stati della Plata, sotto un governo forte ed accentrato, ma liberale e civile insieme. I Federalisti volevano bensì l’unione, ma fondata sull’autonomia dei singoli Stati, rispettosa delle costumanze antiche e delle consuetudini locali; vincolata soltanto più di nome che di fatto all’autorità centrale della metropoli. Era in sostanza la lotta delle campagne contro le città, dei gauchos contro i ciudadanos, e disse bene un Argentino: «della civiltà contro la barbarie.[65]»

Certamente questi due partiti fra alcune cose giuste ne volevano entrambi una impossibile. L’unità assoluta d’uno Stato per tante guise disforme, congiunta ad un governo largamente liberale e civile in un paese in gran parte barbarico, era un’utopia; dal canto opposto l’unione senza la forza e il potere unificatore, il fascio senza il legame, era un assurdo. Ma impossibilità, utopíe, assurdità portavano tutte in sè stesse una fatale giustificazione; erano il frutto delle viscere stesse del paese. Nè i cittadini di Buenos-Ayres o di Santa-Fè potevano rassegnarsi ad un regime politico idoneo ai gauchos del Gran-Chaco, ed agli estancieros del Corrientes, più che questi potessero adattarsi alle costumanze ed alle leggi di quelli. Però gli uomini politici che si fecero interpreti e rappresentanti di queste due opposte tendenze, le esagerarono forse e le sfruttarono anche a profitto de’ loro personali interessi; ma in fondo subirono l’influsso dell’ambiente in cui essi medesimi respiravano, e obbedivano a necessità storiche e geografiche che non era in loro arbitrio modificare d’un colpo.

Seguire pertanto i due partiti in tutti gli accidenti della loro acerrima lotta sarebbe lungo e increscioso insieme. In generale può dirsi che, eccettuato il breve periodo dell’invasione dell’Artigas nell’Argentina, la prevalenza restò alla parte unitaria.

Era forse la meno pratica, ma certamente la più nobile, la più colta e civile. Fin dal 1820 n’aveva prese le redini il Rivadavia, uomo di larga mente e di puri costumi e che, educato in Europa al culto delle idee liberali e delle istituzioni civili, sperava poterne inoculare nella sua patria i principii. E fu questo, dicono, il suo errore, ma un nobile errore che fruttò all’Argentina la libertà di stampa, la libertà individuale, le prime scuole, le prime banche, le prime franchigie agli emigranti e coloni; infine quella Costituzione del 24 dicembre 1826, unitaria nell’origine e nello spirito, all’ombra della quale la Repubblica Argentina vive ancora. Ma il partito unitario aveva governato fin troppo. Nel 1827 le campagne mosse dai loro principali caudillos, capitanate dal Quiroga, il più famoso gaucho malo dell’Aroja, insorgono, in nome della perfetta libertà ed eguaglianza di tutte le provincie, contro l’autorità del Rivadavia e lo costringono ad abdicare.

Gli succede naturalmente un governo federale, e a presidente della Repubblica viene eletto il colonnello Dorrego, in voce di federalista moderato. S’intende però che nemmeno siffatto governo ebbe lunga vita. Il colonnello argentino Lavalle si mette (nel 1829) a capo d’un pronunciamento militare, sconfigge il Dorrego, e coltolo prigione lo fa, con atrocità inutile, fucilare; ma il sangue frutta sangue, il cadavere del Dorrego si rizza oramai come una barriera insormontabile fra i due partiti, e nemmeno il Lavalle può godere a lungo del suo trionfo. Infatti prima che quel medesimo anno finisca, Don Juan Manuel Rosas, rimaso fino allora in fondo della scena, radunate le milizie delle campagne ond’era capo, ritorna contro il Lavalle, lo mette in rotta al Puente-Marquez, entra in Buenos-Ayres, assume con mano di ferro la somma del potere, si fa eleggere presidente della Repubblica (1830) e diviene in poco d’ora padrone dello Stato.

VI.

Chi era codesto Rosas? Quale giudizio può fare la storia di quest’uomo, stimato dagli uni un grande statista, dagli altri un tirannello brutale; paragonato a volta a volta a Nerone ed a Washington, a Cromwell ed a Cesare Borgia; rimasto dittatore per venti anni della patria sua, amico per qualche tempo della Francia e dell’Inghilterra, riconosciuto e rispettato da tutte le Potenze d’Europa; imbrattato di sangue dal capo alle piante, accompagnato per tutta la vita dalle maledizioni di migliaia di vittime, eppure morto tranquillamente sul suo letto in un rispettato esiglio? Se dovessimo dare una risposta pronta, lo diremmo l’incarnazione suprema dell’americanismo spagnuolo.

Accanto al tipo più tradizionale e comune del gaucho inseparabile dal suo cavallo, dal suo pugnale e dal suo lasso, nomade, selvaggio, ma onesto a suo modo, la Pampa produce tre altre varietà d’uomini singolari.

E primo in riga, il gaucho malo, fratello corrotto del primo, che avendo un bel giorno assestata una coltellata a qualche suo rivale, e presa in seguito l’abitudine di campar la vita con quel suo strumento, va, come un outlow, errando per le profondità inaccesse del suo deserto, ottenendo talvolta l’asilo delle estancias e l’ospitalità delle pulperias,[66] ed aspettando una rivoluzione in cui trovare un impiego. Poi accosto, e quasi sulle orme del gaucho malo, viene il rastreador, una specie di can bracco umano che fa professione di scoprire alla pesta così un animale smarrito, come un bandito nascosto; un che di mezzo tra il bracconiere e la guardia campestre, il vero policeman della Pampa. Infine vi è il capataz, conduttore o capo delle carovane, investito dell’autorità di mantenere la quiete tra le mandre e la disciplina tra i mandriani, e che al primo atto di capriccio o di recalcitranza degli uni o delle altre, armato come un negriero d’una grossa frusta, la mena senza pietà sulla schiena così degli uomini come delle bestie, e ottiene quasi sempre, mercè questo semplicissimo regime, il ristabilimento dell’ordine.

Ora mettete insieme gl’istinti sanguinari del gaucho malo, la furbería sbirresca del rastreador e le abitudini di governo del capataz; unite queste doti alla ricchezza ed alla potenza d’un estanciero, padrone di vasti possedimenti e capo a sua volta di molti gauchos, di molti rastreadores e di molti capataz, e stendete sopra un siffatto impasto la polvere d’un galateo signorile e la vernice di una educazione cittadina, e avrete il Rosas.

Nato a Buenos-Ayres, di buona famiglia, ma scacciato a vent’anni dalla casa paterna per turpe condotta, si rifugia nelle campagne dell’Argentina e si fa in brev’ora il compagnone e l’amico dei gauchos, di cui apprende le costumanze; accettato per carità d’amici amministratore di due vaste estancie, arricchisce dei loro migliori frutti; fa dell’estancia sua l’asilo di tutti i gaucho-malos e di tutti i vagabondi dei dintorni, e ne diventa insieme il protetto e il protettore. Venuta la rivoluzione, muta l’estancia in caserma, organizza i suoi peones, i suoi servi, i suoi banditi in uno squadrone che chiama colorados del Monte, e si mette in campagna alla cerca della fortuna. Indifferente ad ogni opinione, nè unitario nè federalista, e pronto in sulle prime a servire tutti i partiti, esordisce difatti armeggiando nelle file unitarie del Rivadavia; però più mercante che soldato, comincia con un’impresa da fornitore, nella quale guadagna al Governo 200,000 duros. Succeduta però la rivoluzione federalista del 1827 e la presidenza del Dorrego, s’avvede che il partito federalista è il più forte, e che governo federale non altro significa che governo di quelle campagne, predominio di quell’elemento donde egli stesso emana; e uscendo finalmente da quella accorta penombra in cui stava fino allora nascosto, riunisce le milizie della campagna, di cui si era fatto eleggere comandante, a quelle del Dorrego, e spiega apertamente la bandiera federalista.

A questo punto la via dell’astuto Argentino è chiaramente segnata; la stessa vittoria del Lavalle, la stessa morte del Dorrego fanno la sua fortuna. L’Argentina è in preda all’anarchia. Tutti si volgono ansiosi d’attorno a cercare una mano poderosa che la soffochi; una volontà senza scrupoli che imponga a qualsiasi patto la pace, ed ecco Manuele Rosas assumere in sè le parti di vendicatore del Dorrego, di restauratore dell’ordine, di pacificatore della patria, e riuscire egli solo a fondare il governo più durevole, che dal giorno della sua indipendenza la Plata abbia veduto.

Ma quale fosse quel governo, a quale prezzo pagassero gli Argentini la sua durata, è orribile a dirsi.

Il Rosas non promise a’ suoi elettori che «di governare secondo sua scienza e coscienza,» e mantenne la parola; solamente la sua coscienza era quella di una belva, la sua scienza quella d’un manigoldo. Appena salito al potere, pubblica un manifesto di stile così rodomontesco che tutti ne ridono; egli prende una dozzina di unitari, li fa fucilare e il riso cessa immantinente. Sopprime immediatamente ogni libertà di stampa e di parola, proibisce ogni giornale che non canti le sue lodi, e burlone, come lo sono spesso i feroci, obbliga la Gaçeta Mercantil, diario ufficiale, a ristampare per mesi il medesimo articolo che fa il suo panegirico. Avoca nelle sue mani il potere giudiziario e giudica a beneplacito; abolisce istituti d’insegnamento; destituisce in massa magistrati ed ufficiali; brucia e spezza tele e statue credute colpevoli d’allegorie ribelli; impone a tutti l’obbligo della milizia, anche agli stranieri; decreta persino che uomini e donne, quegli all’occhiello, queste al capo, portino un nodo rosso che distingua i federalisti dagli unitari; «che marchi, dice un Argentino, il suo armento.[67]»

Ma tutto ciò è nulla al paragone della persecuzione cominciata fin dal primo giorno contro gli unitari, e proseguíta per oltre vent’anni col medesimo accanimento. Mueran los selvages unitarios, fu il grido del Rosas, e il grido ripetuto dalle campagne alle città, dalle mille bocche d’un popolo inferocito, si tramuta in leggi di sangue all’istante ubbidite. Le esecuzioni capitali con apparenza di un giudizio sembrano, al confronto degli assassinii proditori e dei massacri in massa, atti di mite e regolare legalità. Per suggerimento e sotto la protezione dello stesso Rosas, viene costituita una società sanguinaria detta Mas-Horca,[68] che riceve dal dittatore stesso l’autorità di segnare a dito gli unitari, o quanti siano sospetti d’esserlo, e di sterminarli. I governatori delle provincie, degni seidi del tiranno, pubblicano decreti di questo tenore: «Tutti gli Argentini sono autorizzati a togliere la vita agli unitari in qualunque luogo della Repubblica;[69]» e i bandi feroci sono eseguiti. Non è una guerra, è una caccia all’uomo, ferina e selvaggia. Gli unitari cadono a migliaia pugnalati per le vie e per le taverne, di notte e di giorno, nelle città e nelle campagne; e fortunati ancora i pochi che salvano la vita colla perdita degli averi e coll’esiglio. Nè il dittatore pensa solo a disfarsi dei nemici, ma di quanti amici abbia ragione di sospettare rivali o di temere potenti. Così il Lopez, il Cullen muoiono avvelenati o coltellati d’ordine suo, e persino il Quiroga, il primo sostegno della sua fortuna, il più fedele alleato delle sue imprese, la tigre della Pampa, emulo degno della sua rinomanza feroce, scompare di una morte misteriosa, di cui il Rosas è accusato; ma che il Rosas audacemente festeggia.

Quando finalmente, provocata dall’immane tirannide, scoppierà la sollevazione, non degli unitari soltanto, ma di tutta la Plata, nessun prigioniero di guerra avrà salva la vita; i vinti saranno decollati, le loro teste infitte sulle lancie portate in trionfo, i loro stessi cadaveri diseppelliti, mutilati, seminati a brani per i campi. Quattordicimila, secondo le Tavole di sangue dell’Indarte, è il numero delle vittime di questo Terrore quadrilustre, e forse il pietoso cronista non le ha potute numerare tutte. E ciò nonostante, un simile uomo fu eletto sei volte dittatore colla forma più legale; potè anzi rappresentare la commedia di rifiutare egli pure la croce del potere, e di farsi pregare per accettarlo; gli riuscì infine di trattare da paro a paro gli ambasciatori delle estere Potenze, di farsi beffe delle loro rimostranze e persino delle loro minaccie. Lo si vide infatti nel 1838, quando inviati dal Governo di Luigi Filippo, l’un dietro l’altro, due agenti per reclamare contro il decreto che sforzava al servizio militare i cittadini francesi, il Rosas cominciò col rifiutare di ricevere il primo, col pagare di motti e di scede il secondo, coll’infischiarsi di tutti. Fu peggio poi quando la Francia, desta alfine al sentimento della sua dignità, spedì una squadra nella Plata a sostenere coll’armi i suoi reclami. Allora il Rosas, lungi dallo sgomentarsi dell’imponente minaccia, fa appello all’onor nazionale per difendersi contro lo straniero; si lascia bloccare in Buenos-Ayres, ma non cede alcuno de’ suoi diritti, e quantunque assalito insieme dagli unitari del Lavalle e di Montevideo, sa stancheggiare così bene la Francia a forza di resistenze passive, di negoziati interminabili e d’astuzie volpine, che finisce collo strappare all’ammiraglio Mackau il trattato del 1840, mercè il quale è lasciato come prima, despotico padrone in casa sua, e la bandiera della grande nazione si ripiega umiliata dinanzi al brigante della Pampa.

Perchè tutto ciò? e d’onde traeva il gaucho tanto potere e tanta forza? Lo diremo colle parole stesse di un Argentino, perchè a noi mancherebbe la perizia e l’autorità di esprimerlo più efficacemente:

«Il Rosas non si sarebbe mai insediato sul primo scanno della Repubblica, mai avrebbe commessi gli eccessi che hanno scandolezzato il mondo, se nelle tradizioni coloniali, nelle condizioni fisiche del suolo, nell’ambizione dei caudillos, nella profonda ignoranza delle masse, negli odii di razza, nei ciechi e feroci istinti della parte incolta e viziosa del popolo dei campi e delle città, nei forviamenti dei partiti, negli interessi cozzanti d’ogni località e nello sfasciamento dei vincoli sociali prodotto dalla guerra civile e dall’anarchia, non avesse incontrati già pronti i ferrei anelli di quella catena che egli seppe ribadire colla sua energia, la sua costanza e i suoi delitti; catena tanto forte che l’Europa più d’una volta tentò, ma non potè spezzare, e che tanto sangue, tante lacrime e sacrifici costò ai popoli della Plata.[70]»

VII.

Ma i tristi effetti della dominazione del Rosas si erano fatti sentire già da parecchi anni anche sull’altra sponda della Plata, e vi avevano riaperte le piaghe non per anco rimarginate della discordia e delle guerre intestine.

Il Ribera aveva governato sino al 1835 con poca abilità amministrativa, ma con molta onestà politica, ospitando i proscritti unitari di Buenos-Ayres, serbandosi equanime tra le parti, sforzandosi a pacificare il paese. Oltre di che, scaduto il termine legale del suo potere, aveva favoreggiato egli stesso la elezione presidenziale del generale Manuele Oribe, che pure sapeva suo rivale fin dalla guerra d’indipendenza, che ebbe competitore nella prima nomina presidenziale, e non fu mai suo amico. Però della soverchia generosità ebbe ben presto a pentirsi.

L’Oribe non conosceva quella debolezza, che fu detta la memoria del cuore. Tanto acuto di mente, quanto era grosso il suo antagonista, ma egoista, calcolatore, freddo, all’uopo crudele, l’Oribe poteva dirsi un Rosas in minuscolo, e il suo governo lo dimostrò immantinente. Afferrato il potere, scacciò e perseguitò i fuorusciti argentini, depose gli amici ed i parenti del Ribera, rifiutò a questi il governo delle campagne per darlo ad una sua creatura; inaugurò insomma sulla sinistra della Plata la politica federalista, intendi tirannica, che il suo amico e protettore praticava da anni sull’altra riva.

Il Ribera non tardò ad offendersi ed allarmarsi di questa condotta inattesa del suo successore, e quando una notte una mano di banditi tentò assassinarlo nella sua estancia, ed egli potè credere che gli assassini fossero stati prezzolati dal Presidente, non contenne più la sua collera, e proclamatolo «traditore alla patria e alla costituzione,» insorse apertamente contro di lui. Chiamati alle armi i suoi fedeli partigiani della campagna, e ordinatili in milizie colla prestezza con cui in quel paese basta dar un convegno agli uomini già armati ed a cavallo per farne un esercito, si spinge contro l’Oribe, che certo non aveva indugiato a muovergli incontro, e dopo un seguito di sanguinosi combattimenti, lo sbaraglia completamente a Las Puntas des Palmas (15 giugno 1837), lo rinchiude nelle mura di Montevideo, e finalmente lo costringe, nell’ottobre del 1838, ad abdicare il potere e ad esulare.

Conseguenza di questo fatto fu la rielezione del Ribera a capo del governo; ma la Repubblica orientale ebbe da quell’istante due presidenti: uno detto costituzionale, perchè il Ribera si gloriava d’aver salvata la Costituzione dagli attentati dell’Oribe; l’altro legale, perchè legittimamente eletto, e deposto unicamente in forza d’una ribellione.

Due presidenti, dicemmo, ed avremmo dovuto soggiungere due partiti, i quali ancora non avevano nome e sembianze certe, fuorchè quelle di fazioni personali, ma che tra poco prenderanno e l’una cosa e l’altra; e col nome di Blancos, o sostenitori di una maggiore autonomia delle provincie, ma dell’assoluta indipendenza della Repubblica, e di Colorados, o fautori d’un governo più accentrato, ma insieme d’una federazione fra gli Stati della Plata, continueranno, tra molta confusione d’idee e sterilità di opere, a combattersi ed a lacerarsi fino ad oggi.

S’intende pertanto da sè che l’Oribe riparasse presso il Rosas, e che resolo partecipe de’ suoi risentimenti e de’ suoi propositi, ne ottenesse facilmente la protezione e l’aiuto. Il Rosas infatti aveva due possenti ragioni per far sua la causa del proscritto Presidente dell’Uruguay: anzitutto vendicare la lunga offesa che il Ribera avevagli fatta di raccogliere e proteggere quei selvaggi unitari ch’erano riusciti a scampare alle sue ugne feroci; poscia effettuare l’antico e non mai celato suo disegno, proseguíto da tanta parte de’ suoi concittadini, di annettere anche la Banda Orientale alla Repubblica Argentina, o per lo meno di sottometterla al suo protettorato.

Intanto però che il Rosas s’apprestava a fornire d’armi e d’armati l’Oribe per una spedizione nell’Uruguay, era egli stesso bloccato in Buenos-Ayres dalla squadra francese dell’ammiraglio Leblanc, e minacciato al tempo medesimo dall’altra Banda della Plata da una crociata federalista. La capitanava quello stesso Lavalle che il Rosas aveva sconfitto e costretto ad andare in bando nel 1830; l’avevano promossa tutti gli Argentini esuli con lui a Montevideo; l’aiutava di sottomano il presidente Ribera; eran pronte a parteciparvi alcune provincie argentine, principalmente il Corrientes e l’Entre-Rios; la sosteneva infine lo stesso incaricato di Francia, che sperava con tal mezzo forzare il Rosas a dar ragione ai reclami che aveva fin allora invano presentati.

In sulle prime il Lavalle sbarcato con centotrenta uomini nell’Entre-Rios ebbe qualche fortuna; ma il Rosas non si smarrì per questo d’animo, e mentre teneva testa risolutamente all’invasione inviava l’Echague (quello stesso governatore d’Entre-Rios ch’era stato benigno a Garibaldi) ad invadere con settemila uomini la Banda Orientale che l’Oribe assaliva e sollevava per altre vie. Ma il Ribera, che in quella guerra diretta oramai più contro la tirannide dell’Argentino che contro l’Oribe aveva con sè tutta la grande maggioranza del paese, mette in rotta a Chagancia, 29 decembre 1839, l’esercito dell’Echague, sbaraglia e fuga in altri combattimenti l’Oribe, sbratta di nemici tutto il territorio orientale, ma resta quasi due anni improvvidamente inoperoso.[71]

In questo frattempo il Lavalle, rinforzato di nuove bande, copertamente spalleggiato dalla flottiglia francese aveva aperto nel marzo 1840 una nuova campagna, e dopo battuto in più scontri l’Echague, e lasciandosi sui fianchi il Campo di Santo Lugares, dove il Rosas si era concentrato con tutte le sue forze, s’avanza arditamente contro Buenos-Ayres. La città, a dir vero, era difesa da poche truppe, chiusa dal mare dai Francesi, abitata da una popolazione impaziente di scuotere il giogo ignominioso di dieci anni; sicchè, come fu detto, il Lavalle avrebbe forse potuto con un colpo di mano impadronirsene. Scelse invece ritirarsi, e chiunque consideri che poco lungi dal suo fianco stava accampato tutto l’esercito del Rosas, non potrà fargliene colpa: nessuna scusa invece può trovarsi al Ribera, che se ne stette due anni inerte; che lasciò passare i più bei giorni della fortuna del Lavalle senza andare in suo soccorso; doppiamente biasimevole, poichè questo soccorso lo promise e lo patteggiò, e non lo diede mai. Punto davvero oscuro nella vita di codest’uomo, le cui azioni sembrano un’alternativa di eroiche temerità e di tentennamenti senili.

Ma non fu soltanto alla ritirata del Lavalle e all’inerzia del Ribera che il Dittatore dovette la sua salvezza. Egli ne va debitore anche più alla Francia, la quale essendo impegnata dal suo onore a sostenere la rivoluzione da lei stessa fin allora favorita e sussidiata, e ad ottenere la dovuta soddisfazione ai suoi giusti reclami, si lascia invece per due anni baloccare dall’astuto masnadiero; diserta la causa del partito col quale aveva fino all’ultimo congiurato, e ratificando l’umiliante trattato dell’ammiraglio Mackau cospira a rafforzare il prestigio e la potenza di quel despota incivile che pareva dovesse ad ogni istante annientare. E immagini ognuno se il Rosas non seppe trar profitto da queste circostanze! Favorito dall’indugio dei suoi nemici, reintegrato dal trattato Mackau nel favore popolare, libero oramai di rovesciarsi con tutte le sue forze contro gli insorti, lancia l’Echague a domare le provincie, l’Oribe a perseguitare il Lavalle, e intraprende contro i Federalisti quella guerra di coltello senza pietà e senza giustizia, che doveva fare degno riscontro sui Campi, alla Mas-Horca delle città. Il Lavalle tuttavia continua ad opporre per oltre un anno la più disperata resistenza; ma dopo una serie alternata di vittorie e di rovesci, stremato di forze, addossato all’estremo confine settentrionale dell’Argentina è sorpreso e disfatto a Famalla (19 settembre 1841) e non resta a lui stesso che cercare salvezza nella fuga.

Pure il suo triste destino non era compiuto ancora. Sorpreso pochi giorni dopo in una casa dove s’era rifugiato, è proditoriamente assassinato, e i suoi ultimi e fidati amici non ponno che a stento salvare il suo cadavere, difendendolo colle armi dalla ferocia dei vincitori.

E perchè appaia in un punto solo l’odio che l’eroico soldato, due volte campione dell’indipendenza della patria sua, aveva accumulato sul proprio capo, e la brutale ferocia di cui erano briachi gli uomini che lo perseguitavano, basti aggiungere sol questo, che l’Oribe mandò a frugare tutti i luoghi dove sospettava fosse stato sepolto, affinchè diseppellitolo gliene portassero innanzi il capo reciso; e quando seppe che gli era stata data sepoltura in Bolivia, osò ancora reclamare la estradizione della sua spoglia; il che, a dir vero, non poteva essere da alcun Governo, appena umano, concesso.[72]

Franco ormai da ogni nemico interno, spente in un mare di sangue le ultime faville dell’insurrezione federalista, al Rosas restò piena balía di consacrarsi tutto intero all’adempimento dei disegni, a lungo covati, contro Montevideo; e sotto la maschera di restaurare il governo legale del suo proconsole Oribe, annientare l’avanzo dei nemici che ardivano ancora resistergli di là dalla Plata. Lasciata perciò la cura all’Echague ed all’Urquiza, nomi che gli avvenimenti futuri ingrandiranno, di tenere in iscacco il Ribera sull’Entre-Rios, affida all’Oribe un esercito di quattordicimila uomini e nell’estate del 1842 lo manda ad invadere, per il Paranà, la Banda Orientale.

VIII.

Gli è allora che vediamo riapparire in campo il nostro Garibaldi. Dal giorno del suo arrivo in Montevideo si era tenuto in disparte da ogni briga politica, e penetrato dalla sua nuova condizione di padre di famiglia, non ebbe in quei primi momenti altra cura che di procacciarsi un pane onorato con cui sostentarla. Oltre di che le poche centinaia di pataconi, ricavate dalla vendita dei buoi, avevano preso ad una ad una il volo, e le più urgenti necessità cominciavano a battere alla sua porta. È vero che non gli mancavano amici ospitali e generosi; a siffatto uomo non mancarono mai, ed egli stesso, nelle sue Memorie, ricorda con riconoscenza e Napoleone Castellini, che primo gli spalancò le porte di sua casa, e i fratelli Antonini, e Giovanni Rizzo, e Giambattista Cuneo, che gli furono larghi d’ogni maniera di favori e cortesie; ma appunto per ciò a lui ripugnava abusare di tanta generosità, e ad ogni patto voleva avere alle mani un’arte, purchè sia, da campare la vita. In sulle prime però non trovò di meglio che darsi al sensale di mercanzie; ma poichè i lucri dell’avventizia industria non bastavano a sbarcare la giornata, giunse ben presto il sussidio d’un altro mestiere a lui non ignoto, che l’aveva aiutato già altre volte a lottare colla fame: il mestiere, o professione che sia, del maestro di scuola. Così smezzandosi tra il mercato e la scuola, dedicando una parte del giorno a mostrar campioni e combinar negozi, e l’altra parte a dar lezioni di algebra e geometria nel Collegio Semidei, potè tirare innanzi parecchi mesi colla sua famiglia in una quieta e modesta penombra, finchè gli avvenimenti del 1842 vennero a strapparnelo ed a rigettarlo di nuovo nel procelloso elemento a cui era nato.

L’invasione infatti del Rosas era cominciata; le avanguardie dell’Oribe avevano già passato il Paranà; la Repubblica era minacciata nel cuore e urgeva ch’ella corresse senza indugio ai ripari, nè lasciasse inoperoso alcun valido braccio atto a difenderla. Ora Garibaldi era tra questi. Gli Orientali avevano imparato a conoscerlo fin dal giorno del suo duello coi lancioni dell’Oribe, e il grido delle sue gesta nel Rio Grande, prontamente riecheggiato sulle rive della Plata, non aveva fatto che accrescerne la fama. Come uomo di mare principalmente era parso meraviglioso, e gli Orientali guardavano a lui con tanta maggiore invidia ed ammirazione, in quanto sapevano bene che, se il loro paese era stato in ogni tempo fin troppo fecondo di generali di terra, non aveva ancora veduto sorgere alcun capitano di mare atto a governarne la nascente marina. Finalmente gli amici di Garibaldi in particolare, e la colonia italiana in generale, facevano a chi più magnificava quello che oramai poteva dirsi la «leggenda de’ suoi gesti;» e vuoi per l’orgoglio ben legittimo di veder riconosciuto il merito ad un loro compatriotta, vuoi perchè fossero essi medesimi interessati all’esito d’una guerra in cui erano in giuoco i loro più preziosi interessi, andavano con insistenza propagando e accreditando l’opinione che Garibaldi fosse ormai necessario; nessuno meglio di lui poter condurre alla vittoria la giovane flottiglia orientale; il Governo incontrare una grande responsabilità, se non assicurava prontamente alla Repubblica l’opera d’un uomo capace di renderle tanti servigi.

E il Governo non volle incontrarla; e quantunque il ministro della guerra Vidal non fosse molto propizio alla flotta, che giudicava inutilmente onerosa, nè, a quanto pare, molto amico del marinaio italiano, tuttavia non seppe resistere al voto pubblico, e si decise ad offrirgli, prima il comando della corvetta Costitucion, e poi di due altri legni, il Pereira ed il Procida, che componevano infatti la parte più attiva della squadra repubblicana.

Garibaldi in sulle prime esitò, e diremmo quasi, rifiutò. Non tanto forse perchè si sentisse stanco di avventure, o lo sgomentassero le amarezze che la permalosità de’ suoi nascenti rivali gli preparava, quanto perchè gli era rimasta nell’anima la dolce illusione che il giorno della riscossa d’Italia non fosse lontano; ed egli voleva tenersi affatto libero d’impegni per poter accorrere in di lei aiuto alla prima chiamata. Poichè non conviene dimenticarsi che sotto il poncio del filibustiere batteva sempre il cuore dell’Italiano; che l’Italia era la mèta suprema di tutti i suoi passi e la molla segreta d’ogni sua azione; che insomma i campi d’America non erano a lui che palestra temporanea dove esercitar il braccio e addestrare il cuore per le battaglie, sperate non lontane, della patria sua.

Tuttavia la pertinace insistenza degli amici, i reiterati inviti del Governo, le istanze che da ogni parte gli venivano, finirono col vincere la sua riluttanza. Anzitutto il signor Stefano Antonini, armatore italiano stabilito a Montevideo, gli aveva fatto formale promessa che al primo cenno d’insurrezione in Italia gli avrebbe fornito il bastimento col quale recarvisi; e questo argomento valse per tutti. Oltre di questo, egli stesso s’era venuto a poco a poco persuadendo, che se v’era causa giusta da difendere era quella di Montevideo; se tirannia esosa da abbattere, quella del Rosas; se impresa degna della fede d’un paladino e del braccio d’un eroe, quella onde il popolo lo voleva suo campione. Quel che i Gabinetti diplomatici nella volontaria loro cecità fingevano non comprendere, egli l’aveva inteso chiaramente: sulla Plata non si combatteva soltanto per la libertà d’una piccola Repubblica, ma per le ragioni dell’umanità tutta quanta, e nessun uomo di cuore aveva il diritto di dire: questa guerra non mi riguarda. Ai suoi occhi la questione era semplicissima: si trattava di liberare la terra da un mostro, e chiunque aveva cuore doveva tentarlo. Libere la grande Francia, la illustre Inghilterra, la vecchia Europa e la giovine America di tollerare in pace e all’uopo di carezzare la belva in sembiante umano, che da dodici anni desolava le due rive della Plata; a Garibaldi siffatta libertà era negata. La sua nobiltà lo obbligava, il sangue eroico che gli scorreva nelle vene, lo sforzava a camminare dritto sul mostro ed a misurarsi con lui; Ercole doveva affrontar l’idra, e Teseo non poteva sfuggire al drago.

Infine quale seduzione più imperiosa per un Italiano, che la lusinga di far rivivere sui campi glorificati dalle battaglie dell’indipendenza ispano-americana il nome quasi spento in Europa della patria sua; quale tentazione più potente per l’eroe, al cui orecchio risuonavano ad ogni istante le favolose prodezze degli Artigas, degli Alvear, dei Saint-Martin, dei Lavalleja, che la speranza di rinnovare i medesimi prodigi e mescolarsi nelle pagine della storia al loro stuolo glorioso!