ATTO TERZO.
Camera della signora Borkman, come nell’atto primo. La lampada, sul tavolo accanto al sofà, arde tuttora. La veranda è immersa nell’oscurità.
SCENA PRIMA. La Signora Borkman, poi la Cameriera, poi Ella Rentheim e Gian Gabriele Borkman.
(La signora Borkman, con lo sciallo sulla testa, entra in preda a vivissima agitazione per l’uscio d’ingresso e va alla finestra, dove solleva per un momento le cortine. Poi s’avvicina alla stufa e vi si siede acanto. Quindi s’alza e tira il cordone del campanello. Rimane per qualche tempo in attesa, accanto al sofà. Non comparisce nessuno. Tira una seconda volta e più forte il cordone.)
(Dopo breve pausa entra la Cameriera dalla porta di destra: ha gli occhi ancor gravi disonno e gli abiti in disordine — come se aveste dovuto vestirsi in tutta fretta.)
Sig.ª Bork. (con impazienza). Dove siete stata tanto tempo, Lena? Ho già suonato due volte.
Cam. Ho udito suonare tutte le due volte, signora.
Sig.ª Bork. E perchè non siete venuta subito?
Cam. (brontolando). Ho dovuto pur vestirmi per venire qui!
Sig.ª Bork. Bene: mettetevi ancora un po’ in ordine, e poi uscite e andate a chiamare mio figlio.
Cam. (con stupore). Ho da andare a chiamare il signorino?
Sig.ª Bork. Sì: e ditegli che venga subito; chè ho da parlargli.
Cam. (facendo il viso arcigno). E non sarebbe meglio di svegliare il cocchiere del fattore?
Sig.ª Bork. E perchè?
Cam. Per attaccare la slitta. Stanotte la neve cade a turbini....
Sig.ª Bork. Non importa. Fate però presto! Del resto non ci sono che pochi passi!
Cam. Pochi passi?
Sig.ª Bork. Non sapete adunque dove si trovi la villa dell’avvocato Hinkel?
Cam. (pungente). Ah, è nella villa dell’avvocato Hinkel che si trova a quest’ora il nostro signorino?
Sig.ª Bork. (stizzita). E dov’altro mai potrebbe egli trovarsi a quest’ora?
Cam. (sorridendo). Il signorino potrebbe trovarsi nella casa, che è solito frequentare tutti i giorni....
Sig.ª Bork. In casa di chi?
Cam. In casa della signora Wilton!
Sig.ª Bork. Non è abitudine di mio figlio di andare ogni giorno in casa della signora Wilton!
Cam. (a voce bassa). Dicono che ci vada tutti i giorni.
Sig.ª Bork. Tutte chiacchiere, Lena! Andate ora dal signor Hinkel e domandate del signorino!
Cam. (alzando in alto la testa). Bene; ora me ne vado: (Mentre s’avvia all’uscio d’ingresso, compariscono Ella Rentheim e Borkman.)
Sig.ª Bork. (indietreggiando di un passo). Cosa vorrebbe mai significare questa visita?
Cam. (atterrita e stringendosi istintivamente le mani). Gesù!
Sig.ª Bork. (susurrando alla Cameriera). Ditegli che venga subito!
Cam. (piano). Va bene, signora.
(Ella Rentheim e Borkman entrano nella stanza. La Cameriera esce, chiudendo dietro a sè la porta. Breve pausa.)
Sig.ª Bork. (come se fosse riuscita a padroneggiarsi completamente; ad Ella). Che vuole egli mai da me?
Ella. Borkman vuole tentare di venire ad una spiegazione con te.
Sig.ª Bork. Finora egli non l’ha mai fatto!
Ella. Ed ora lo vuole!
Sig.ª Bork. L’ultima volta, che siamo stati l’uno di fronte all’altro, fu al Tribunale.... quando venni citata per deporre....
Bork. (inoltrandosi). Ed oggi sono io, che ho da deporre.
Sig.ª Bork. (guardandolo). Tu?
Bork. Sì; ma non sul mio fallo, che oramai lo conosce tutto il mondo....
Sig.ª Bork. (sospirando; con amarezza). È vero: tutto il mondo conosce oramai il tuo fallo.
Bork. Il mondo però ignora il motivo, per cui io commisi quell’errore: ignora il movente, per cui io fui costretto a farlo, perohò io era.... Gian Gabriele Borkman.... e non un altro. È su questo punto che voglio fare ora le mie deposizioni.
Sig.ª Bork. (scrollando il capo). Le tue deposizioni non servono a nulla. D’altronde anche la scusa d’aver agito sotto l’altrui impulso non assolve mai nessun colpevole.
Bork. Essa può assolverlo davanti ai suoi proprî occhi.
Sig.ª Bork. (con un movimento di mano, come se volesse schermirsi). Lasciamo quest’argomento! Ho pensato e ripensato tante volte su quella tua triste storia!
Bork. L’ho fatto anch’io. In quei lunghi, eterni cinque anni, trascorsi al cellulare.... ed altrove.... ebbi più d’una volta l’occasione ed il tempo di farlo: ed ancor più forse negli otto anni, passati lassù nel salotto. Mi sono ricostruita tutta la situazione giuridica della mia storia — per esaminarla con gli stessi miei occhi. L’ho studiata una volta, e poi ancor un’altra.... e così via. Mi sono eretto successivamente accusatore, difensore, giudice di me stesso: ed in tutti quelli uffici conservai sempre la più rigida imparzialità.... sì — posso ripeterlo — fui più imparziale di qualsiasi altra persona. Passeggiando lassù — nel salotto — ho esaminato tutte le mie azioni sino nel loro più piccolo dettaglio. Le ho esaminate prima da una parte e poi dall’altra, sempre imparzialmente, sempre scrupolosamente.... come l’avrebbe fatto un avvocato avversario. Ed il risultato di tutte quelle indagini, di tutto quelle analisi.... fu sempre l’identico: mi convinsi sempre più che la persona più terribilmente colpita dal mio fallo.... fui io stesso.
Sig.ª Bork. E non ne fui colpita anche io? non ne fu colpito anche tuo figlio?
Bork. Sì, anche voi due: quando parlo di me, parlo implicitamente anche di voi due.
Sig.ª Bork. E tutte quelle centinaia di porsone, che, secondo l’opinione pubblica, furono rovinate dal tuo fallo?
Bork. (accalorandosi). Arrivai al potere! Sorse allora in me quell’impulso indomabile! M’apparvero allora per tutto il paese e nelle profondità delle miniere quei milioni incatenati e mi chiamarono, gridandomi di liberarli dalle loro catene! Ma nessun altro uomo potè udire la loro voce! Fui io solo!
Sig.ª Bork. Sì, tu solo hai udito quella voce.... per coprire d’infamia il nome dei Borkman!
Bork. Avrei voluto vedere come avrebbe agito un altro uomo se — come fu il caso mio — fosse giunto al potere!
Sig.ª Bork. Nessun uomo avrebbe fatto quello che tu osasti di fare!
Bork. Forse nessun altro l’avrebbe fatto, perchè nessun altro possedeva la mia capacità! E se anche l’avessero fatto, non l’avrebbero mai conseguito coi miei mezzi.... ciò che avrebbe dato all’affare un’impronta del tutto diversa.... In poche parole: io mi sono assolto da me stesso.
Ella (con tuono dolce, supplichevole). Puoi ripetere ciò con intima convinzione, Borkman?
Bork. (affermando col capo). Sì — io stesso mi sono assolto da quell’accusa. Ma ora sorge la grave, la terribile accusa, che mi sono scagliato con le mie mani!
Sig.ª Bork. Quale accusa?
Bork. Ho sprecato otto anni preziosi della mia esistenza passeggiando su e giù per il salotto! Ebbene — nello stesso giorno, in cui mi rimisero a piede libero, in quello stesso giorno io avrei dovuto entrare nel mondo della realtà — della realtà, che è immutabile e senza sogni! Avrei dovuto ricominciare la strada: ricominciarla dal basso.... per slanciarmi un’altra volta in alto — molto più in alto di prima — ad onta di tutti i fatti accaduti.
Sig.ª Bork. Ah — persuaditi, la tua vita non si sarebbe punto mutata col mutar di strada!
Bork. (scrollando il capo e fissando la moglie come per spiegarle qualche cosa). Non può accadere nulla di nuovo: ma quello che è accaduto.... non si ripete più. È il nostro occhio quello che trasforma le situazioni; e l’occhio trasformatore fa apparire le cose veochie sotto forme nuove. (interrompendosi) Ma tu già non comprendi queste parole.
Sig.ª Bork. (secca). No, non le comprendo.
Bork. Ecco la mia maledizione: non aver mai trovato un’anima umana, che mi potesse comprendere!
Ella (fissando Borkman). Mai, Borkman?
Bork. Forse una, una sola.... ma molti, molti anni fa.... quando mi pareva di non aver bisogno di venire compreso da nessuno. Più tardi, però, io non trovai nè ebbi mai al fianco mio una persona prudente, che fosse pronta ad ogni istante di chiamarmi.... di svegliarmi come con un rintocco mattutino di campana.... di spronarmi ad un lavoro nuovo, ad un lavoro più attivo.... ad imprimermi nella mente che io fino allora non avevo fatto nulla di duraturo.
Sig.ª Bork. (con riso ironico). Ah bisognava adunque che qualcuno te lo imprimesse nella mente?
Bork. (con collera). Ah, quando sento che tutto il mondo è d’accordo nel dichiararmi in faccia, che Gian Gabriele Borkman è un uomo irremissibilmente perduto, allora parmi per un momento di dover anch’io prestar fede all’opinione pubblica. (alzando in alto il capo) Ma poi la mia coscienza prende nuovamente il sopravvento: ed è la mia coscienza che mi assolve!
Sig.ª Bork. (guardando Borkman con severità). E perchè non sei venuto mai da me per cercare la persona che ti comprendesse?
Bork. E se anche fossi venuto.... l’avrei forse trovata?
Sig.ª Bork. (con un gesto ripulsivo di mano). Tu, in vita tua, non hai avuto che un’unica mira: te stesso!
Bork. (con fierezza). Mi stette a cuore la forza!
Sig.ª Bork. Sì — la forza!
Bork. .... la forza di poter rendere immensamente felici tutti gli uomini!
Sig.ª Bork. Eppure ci fu un momento, in cui tu avresti potuto rendermi felice: perchè non ne approfittasti?
Bork. (come se volesse sottrarsi allo sguardo della moglie). Qualcuno deve pur venire inghiottito.... in un naufragio.
Sig.ª Bork. E tuo figlio? Hai forse sfruttato il tuo potere in suo favore.... ti sei forse adoperato mai in vita tua per renderlo felice?
Bork. Mio figlio? Io non lo conosco!
Sig.ª Bork. Hai ragione. Tu non lo conosci!
Bork. (con asprezza). Questo non è che il risultato delle cure di sua madre.
Sig.ª Bork. (guardandolo con un’aria di superiorità). Oh tu ignori le mie cure?
Bork. Le sai tu sola?
Sig.ª Bork. Sì: io sola.
Bork. Parla adunque!
Sig.ª Bork. Le mie cure furono rivolte alla tua memoria.
Bork. (con un riso secco). Alla mia memoria? È strano! Parli di me, come se io fossi già morto!
Sig.ª Bork. (facendo risaltare le parole). Tu sei già morto!
Bork. (lentamente). Forse hai ragione. (brusco) No, no: non sono ancor morto! Sono stato all’orlo della fossa, è vero: ma ora mi sono risvegliato! Ora mi sento guarito! La vita s’agita ancora davanti ai miei occhi: ed io la vedo quella vita ancora iridescente, che palpita e che m’attende.... La vedrai anche tu....
Sig.ª Bork. (coll’indice teso). Non sognare mai più di poter vivere ancora una volta! Accontentati della tua posizione attuale!
Ella (trasalendo). Gunilde, Gunilde.... come puoi tu mai....!
Sig.ª Bork. (senza darle ascolto). Voglio erigere un monumento sulla tua fossa.
Bork. La colonna infame.... eh?
Sig.ª Bork. (con un’agitazione ognor più crescente). No, il tuo monumento non sarà nè di granito nè di bronzo: sul monumento, che io intendo di erigerti, non verrà inciso nessun epitaffio ironico. Una fitta boscaglia di alberi e di cespugli si estenderà sul sepolcro della tua vita e ne coprirà tutte le macchie. Gian Gabriele Borkman scomparirà dagli occhi degli uomini, avvolto dall’oblio.
Bork. (con voce rauca; ironico). Sarà una bell’opera di carità la tua!
Sig.ª Bork. In quell’opera di misericordia io non sarò sola: avrò un compagno di collaborazione in un uomo, che io mi sono assunta il còmpito di educare e che s’è imposto di spendere la sua vita per una missione. Questo mio collaboratore, conducendo un’esistenza, ispirata a principî puri, santi e sublimi, cancellerà dalla memoria degli uomini tutti i ricordi della tua vita tenebrosa.
Bork. (minaccioso). Vuoi forse alludere ad Erardo?
Sig.ª Bork. (fissandolo negli occhi). Sì, ad Erardo. — Tu devi rinunziare a tutti i diritti che vanti su lui.... come pena per tutte le tue colpe.
Bork. (con lo sguardo rivolto ad Ella). Come pena per la più grave delle mie colpe!
Sig.ª Bork. Per il fallo, che hai commesso verso un’altra persona? Oh pensa piuttosto al peccato di cui ti sei reso reo verso di me! (con aria di trionfo, guardando ora Borkman, ora Ella) Oh il mio Erardo non ascolterà le vostre parole! Io lo chiamerò in mio aiuto ed egli non me lo negherà! Erardo vuol restare con me — con me sola e con nessun altro.... (s’arresta come per ascoltare se giungesse qualcuno; quindi esclama:) Oh sento i suoi passi! Egli è qui — egli viene qui. Erardo!
(Erardo Borkman entra dall’uscio d’ingresso: ha il soprabito e porta il cappello in testa.)
SCENA II. La Signora Borkman, Ella Rentheim, Gian Gabriele Borkman ed Erardo.
Erardo (pallido e con affanno). Ma, mamma.... cos’è successo....! (si accorge del padre, che è rimasto alla porta della veranda; trasalisce e si leva il cappello)
Erardo (dopo una breve pausa). Ebbene, mamma, che vuoi da me? Cosa è mai accaduto qui?
Sig.ª Bork. (stendendo le braccia verso Erardo). Voglio vederti, Erardo mio! Voglio averti qui vicino a me.... e sempre!
Erardo (borbottando). Vicino a te?... E sempre? Non ti comprendo!
Sig.ª Bork. Voglio averti vicino a me, sì, vicino a me, poichè qui c’è qualcuno, che vuole separarti da tua madre!
Erardo (indietreggiando di qualche passo). Tu non lo ignori adunque, mamma!
Sig.ª Bork. No, non l’ignoro. E lo sai tu pure?
Erardo (guardando meravigliato la signora Borkman). E me lo domandi?... Lo so.... naturalmente.
Sig.ª Bork. Che brutto giuoco! Perchè me l’hai fatto così di nascosto! Erardo! Erardo!
Erardo (frettoloso). Mamma, dimmi, cosa sei venuta a sapere?
Sig.ª Bork. Sono venuta a sapere tutto: so che tua zia è venuta qui per portarmi via mio figlio!
Erardo. Zia Ella?
Ella. Erardo, ascolta prima le mie parole!
Sig.ª Bork. (proseguendo). Tua zia vuole che io ti ceda a lei: vuol divenire tua madre. Tu diverrai suo figlio.... non sarai più mio. Diventerai l’erede di tutto il suo patrimonio.... cambierai nome.... assumerai il suo!
Erardo. Ma, zia, è possibile tutto ciò?
Ella. Sì, è proprio così!
Erardo. Fino ad ora io non ne avevo nemmeno la più lontana idea! Ma perchè, zia, vuoi che io ritorni a casa tua?
Ella. Perchè in questa casa sento di perderti.
Sig.ª Bork. (con asprezza). Sì, tu lo perdi per colpa mia.... il che è ben naturale....
Ella (con aria supplichevole ad Erardo). Erardo, io non posso perderti ora! Tu sai che tua zia è una donna, che vive sola, tutta sola.... che è moribonda....
Erardo. Moribonda....?
Ella. Sì: moribonda. Vuoi restare con me sino all’ultimo guizzo della mia pupilla? Vuoi consacrarti tutto a me? Vuoi diventare mio figlio....?
Sig.ª Bork. (interrompendola). Ed abbandonare tua madre e riuunziare alla tua missione? Lo vuoi, Erardo?
Erardo (commosso, con trasporto). Zia Ella.... tu sei stata sempre tanto affettuosa verso di me! In casa tua ho assaporato tutte le dolcezze della felicità, che accompagnano l’infanzia....
Sig.ª Bork. Erardo! Erardo!
Ella. Continua! le tuo parole mi fanno tanto bene!
Erardo. .... ma adesso non posso più sacrificarmi per te. Mi è impossibile di diventare tuo figlio....
Sig.ª Bork. (con aria di trionfo). Oh lo sapevo bene! Ella, tu non lo riconquisti più! non lo riconquisti più!
Ella (triste). Lo vedo. Egli è nelle tue mani.
Sig.ª Bork. Sì... Erardo è e resterà nelle mie mani! Non è vero — Erardo — noi abbiamo da percorrere insieme ancora un buon tratto di strada?
Erardo (in lotta con sè stesso). Mamma.... è meglio che io ti confessi....
Sig.ª Bork. (con inquietudine). Ebbene?
Erardo. Mamma, la strada, che avremo da percorrere insieme, sarà breve.
Sig.ª Bork. (come colpita da un fulmine). Spiegati!
Erardo (facendosi animo). Buon Dio.... Mamma, sono giovane! Mi pare che se dovessi respirare ancora più a lungo l’aria di questa casa ne soffocherei....
Sig.ª Bork. Erardo!
Erardo. Sì, è proprio così!
Ella. Vieni allora con me, Erardo!
Erardo. Ah, zia Ella, persuaditi! La tua casa è un ambiente diverso da questo, è vero, ma non è migliore.... almeno per me. Anche nel nostro giardino — come nel tuo — olezzano le rose e la lavanda.... ma anche a casa tua si respira lo stesso odore di rinchiuso, che si espande fra questi muri!
Sig.ª Bork. (trasalisce, ma poi padroneggiandosi). Senti odore di rinchiuso accanto a tua madre?
Erardo (con sempre più crescente impazienza). Sì, non conosco una parola più adatta. Tutte queste preoccupazioni morbose.... tutte queste idee sublimi.... o come le volete chiamare.... m’hanno reso insopportabile la vita.
Sig.ª Bork. (con profonda gravità). Ti sei dimenticata la missione, alla quale ti chiama la tua vita, Erardo?
Erardo (impaziente). Sarebbe meglio che tu dicessi: la missione, alla quale mi chiami tu! Sì, finora tu — tu sola sei stata la mia volontà! Io non ne ho mai potuto avere una propria! Ma ora questo giogo mi riesce troppo gravoso, troppo opprimente! Sono giovane! Ricordatelo, mamma. (con uno sguardo mite e pieno di riguardo a Borkman) Non posso sacrificare la mia vita per le colpe di qualche altra persona! Fosse pure.... non so chi!
Sig.ª Bork. (con ansia ognor crescente). Chi ti ha trasformato mai in questo modo, Erardo?
Erardo (risentito). Chi? E non potrei essere stato io stesso....?
Sig.ª Bork. No, no, no! Tu sei capitato sotto l’influenza di qualche altra persona: non subisci più l’influenza di tua madre, e nemmeno l’influenza di tua.... tua madre adottiva.
Erardo (con fierezza forzata). Mamma, ormai non mi muovo più che sotto la mia sola influenza e di mia propria volontà.
Bork. (avvicinandosi ad Erardo). Forse in questo momento è finalmente arrivata la mia ora!
Erardo (con affettata premura, come se parlasse ad uno straniero). Lei diceva?... Babbo, tu dicevi....?
Sig.ª Bork. (ironica). Sarei anch’io desiderosa di saperlo....!
Bork. (senza darle ascolto). Ascoltami, Erardo: vuoi tu andare con tuo padre? Un uomo, caduto in disgrazia, non può mai venir redento dalla condotta morale di un altro. Questi sono sogni, semplici sogni, fiabe che ti furono raccontate.... qui nel tanfo di questa stanza. Se anche tu conducessi una vita casta come quella di tutti i Santi.... io non ne avvantaggerei minimamente.
Erardo (con affettato rispetto). Parole piene di verità, babbo, le tue!
Bork. Sì, parole vere: nè un maggior utile io ritrarrei anche se volessi consumare la mia vita fra le penitenze e fra le flagellazioni, in tutti questi anni.... ho tentato di illudermi con sogni e con speranze, che non fanno per me: ora bando ai sogni!
Erardo (inchinandosi leggermente). Lei vuol dunque.... babbo, tu vuoi dunque....?
Bork. Voglio risorgere con le mie proprie forze. Voglio incominciare da capo. Il passato lo si può dimonticare soltanto col presente e col futuro: lo si può dimenticare col lavoro — col lavoro febbrile, che già nella mia giovinezza mi sembrò essere lo scopo dolla vita umana. Ma ora voglio salire mille volte più in alto di prima. Erardo, vuoi tu venire con me? Vuoi aiutarmi in questa vita nuova?
Sig.ª Bork. (in atto minaccioso). Erardo! Non farlo!
Ella (con ardore). Acconsenti, acconsenti! Aiuta tuo padre, Erardo!
Sig.ª Bork. Questo è dunque il tuo consiglio? Tu.... la solitaria.... la moribonda!
Ella. Di me non mi do più pensiero!
Sig.ª Bork. Purchè io non lo riconquisti....
Ella. È vero, Gunilde!
Bork. Dunque, Erardo, acconsenti?
Erardo (come se si trovasse in una penosa situazione). Babbo.... ora non lo posso. È semplicemente impossibile!
Bork. Ma quali sono adunque i tuoi progetti?
Erardo (animandosi). Sono giovane ed anche io voglio vivore una volta! Voglio vivere questa mia vita!...
Ella. E non vorresti tu sacrificarti per qualche mese, rischiarando con un raggio di sole una povera vita, che volge al suo tramonto?
Erardo. Zia, anche so lo volessi, non lo potrei.
Ella. Nemmeno per una persona, che t’ama tanto svisceratamente....?
Erardo. Per la vita mia.... zia.... non lo posso!
Sig.ª Bork. (guardandolo negli occhi). E nemmeno tua madre potrebbe più trattenerti?
Erardo. Mamma, io ti vorrò sempre bene; ma non posso più continuare a vivere solamente per te. Questo non si chiamerebbe più vita.
Bork. Vieni dunque e stringiti al fianco mio. Vivere vuol dir lavorare, Erardo. Vieni: entriamo ora nella vita e lavoriamo insieme!
Erardo (con trasporto). Ma io non voglio lavorare! Sono giovane! E prima d’ora non ho mai sentito questa mia giovinezza! Sento adesso pulsarmi calda per le vene la vita! Non voglio lavorare! Ma vivere, vivere, vivere!
Sig.ª Bork. (trepidante). E per quale soopo vuoi tu vivere, Erardo?
Erardo (con occhi di gioia). Per essere felice, mamma!
Sig.ª Bork. E dove vuoi trovare questa felicità?
Erardo. L’ho già trovata.
Sig.ª Bork. (gridando). Erardo!
Erardo (si precipita alla porta, l’apre e chiama). Fanny, Fanny.... ora puoi entrare! Entra.
(La signora Fanny Wilton, in mantello, comparisce sull’uscio.)
SCENA III. La Signora Borkman, Ella Rentheim, Gian Gabriele Borkman, Erardo Borkman e la Signora Wilton.
Sig.ª Bork. (con le mani alzate). Signora Wilton!
Sig.ª Wil. (titubante; interrogando Erardo con lo sguardo). È permesso....?
Erardo. Sì, ora puoi venire. Ho raccontato tutto.
(La signora Wilton entra nella stanza; Erardo chiude l’uscio. La signora Wilton saluta Borkman con fare misurato: Borkman risponde al saluto con un inchino. — Breve pausa.)
Sig.ª Wil. Dunque la grande parola è stata pronunciata. E m’immagino che io entri in questa stanza come una persona, che abbia arrecato un grave colpo alla casa Borkman.
Sig.ª Bork. (fissandola in viso; lentamente). Lei ha distrutto quanto rimaneva dell’uomo, per il quale io potevo ancora vivere. (con irruenza) Ciò nulla meno.... è impossibile, sì: è impossibile....
Sig.ª Wil. Comprendo che tutto ciò debba parerle addirittura impossibile, signora Borkman.
Sig.ª Bork. Lei stessa dovrebbe dire, che tutto ciò è impossibile....
Sig.ª Wil. Anzi io dovrei dire, che tutto ciò è un assurdo. Ma così deve essere e basta!
Sig.ª Bork. (ad Erardo). Il tuo modo d’agire è poco serio, Erardo!
Erardo. Ecco la mia felicità, mamma! Tutta la mia felicità, l’immensa mia felicità. Non saprei altro dirti.
Sig.ª Bork. (alla signora Wilton, stringendosi le mani). È stata dunque lei a sedurre mio figlio, ad ammaliarlo!
Sig.ª Wil. (con fierezza, con la testa alta). No, non sono stata io!
Sig.ª Bork. Non ne sarebbe capace?
Sig.ª Wil. No! Io non ho sedotto nè ammaliato suo figlio. Erardo mi si è offerto spontaneamente. Ed io spontaneamente gli sono andata incontro — a mezza strada!
Sig.ª Bork. (guardando la signora Wilton da capo a piedi, con uno sguardo sprezzante). Spontaneamente? Lo credo bene!
Sig.ª Wil. (padroneggiandosi). Signora Borkman.... vi sono nella vita umana delle forze, che Lei sembra di non conoscere affatto.
Sig.ª Bork. Quali forze?
Sig.ª Wil. Le forze, che offrono a due esseri la possibilità di annodare — o presto o tardi — le loro esistenze in un legame indissolubile....
Sig.ª Bork. (ironica). Credevo che la signora Wilton fosse già indissolubilmente legata ad un altro uomo!
Sig.ª Wil. (secca). Quell’uomo m’ha abbandonata.
Sig.ª Bork. Si dice però che egli sia ancora vivo!
Sig.ª Wil. Per me egli è come se fosse morto.
Erardo (energico). Sì, mamma, per Fanny quell’uomo è come se fosse morto. E poi tutto ciò è affatto indifferente!
Sig.ª Bork. (con uno sguardo severo). Tu conosci adunque i rapporti della signora Wilton con quel signore?
Erardo. Li conosco tutti e minuziosamente.
Sig.ª Bork. E tutto ciò ti è indifferente?
Erardo (schermendosi con baldanza). Ti ripeto che voglio godere la felicità! Sono giovane. E voglio vivere, vivere, vivere!
Sig.ª Bork. Sì, Erardo, tu sei giovane.... forse troppo giovane!
Sig.ª Wil. (con gravità). Signora Borkman — creda a me — io non ho taciuto nulla ad Erardo. Gli ho raccontato francamente tutte le vicende della mia vita, gli ho ripetuto continuamente che ho sett’anni più di lui....
Erardo (interrompendola). Ma che! Fanny.... lo sapevo ancor prima....
Sig.ª Wil. .... ma tutto fu inutile.... tutto.
Sig.ª Bork. Tutto? Davvero? Ma allora perchè non metterlo alla porta? perchè non proibirgli di venire in casa? Ecco ciò che lei avrebbe dovuto fare!
Sig.ª Wil. (con voce ottusa). Non mi fu possibile, signora Borkman!
Sig.ª Bork. E perchè no?
Sig.ª Wil. Perchè trovai in Erardo — in lui solo.... la mia felicità....!
Sig.ª Bork. (con fare sprezzante). Ehm! La felicità.... la felicità....!
Sig.ª Wil. Prima d’ora in’era ignoto che cosa significasse: “essere felice„. Capirà poi che non potevo lasciarmi sfuggire questa felicità, soltanto perchè mi era apparsa un po’ tardi.
Sig.ª Bork. E credo lei che questa sua felicità sarà perenne?
Erardo (interrompendola). Perenne o no.... mamma, ciò è indifferente!
Sig.ª Bork. (con rabbia). Povero illuso! Ma non vedi tu dove ti potrà condurre il passo che stai per fare?
Erardo. Non mi curo dell’avvenire! Poco m’importa del domani! Mi basta di poter vivere una volta!
Sig.ª Bork. (con dolore). E questo chiami tu vivere, Erardo?
Erardo. Ma non vedi quanto è bella la mia Fanny!
Sig.ª Bork. (stringendosi convulsivamente le mani). E sono io che deve sopportare quest’immensa vergogna!
Bork. (dal fondo — ironico). Ma che, Gunilde.... ormai sei già abituata a sopportare simili onte!
Ella (supplichevole). Borkman!
Erardo (c. s.). Babbo!
Sig.ª Bork. E pensare che dovrò sforzarmi di veder ogni giorno mio figlio in compagnia di una.... di una....!
Erardo (brusco). Non temere, mamma! Non mi vedrai più! Ancora poche ore....
Sig.ª Wil. (con tuono reciso). Siamo di partenza, signora Borkman.
Sig.ª Bork. Dunque parte anche lei! Insieme ad Erardo?
Sig.ª Wil. (affermando col capo). Parto per il Mezzogiorno: vado all’estero in compagnia di una giovane signorina. Ed Erardo m’accompagna in quel viaggio....
Sig.ª Bork. Dunque mio figlio parte con lei e con una giovane signorina?
Sig.ª Wil. Sì, con la signorina Frida Foldal, che mi avevo presa in casa. Voglio che all’estero essa si perfezioni nella musica.
Sig.ª Bork. Dunque la signora conduce con sè anche Frida?
Sig.ª Wil. Naturalmente, non posso mandarla sola in un paese tanto lontano.
Sig.ª Bork. (con un sorriso forzato). E che ne pensi tu, Erardo?
Erardo (imbarazzato; scrollando le spalle). Mamma.... se Fanny la vuole proprio assolutamente.... allora....
Sig.ª Bork. (con freddezza). E si può sapere quando le loro signorie pensano di partire?
Sig.ª Wil. Partiremo subito — questa notte istessa. La mia slitta ci attende in istrada.... davanti la villa Hinkel.
Sig.ª Bork. (guardando la signora Wilton da capo a piedi). Ah.... fu dunque in casa Hinkel — al ricevimento di stasera....?
Sig.ª Wil. (ridendo). In casa Hinkel non eravamo che io ed Erardo — e naturalmente anche la signorina Frida.
Sig.ª Bork. E dov’è ora Frida?
Sig.ª Wil. Ci aspetta nella slitta.
Erardo (con imbarazzo penoso). Mamma.... capirai! Volevo risparmiare questa visita.... a te ed a tutti gli altri....
Sig.ª Bork. (mortificata). Volevi dunque partire senza nemmeno dare un addio a tua madre?
Erardo. Reputavo miglior partito.... per tutti noi.... Tutt’era già bello e pronto: erano già pronte le valigie.... quando mi facesti chiamare.... (stendendole la mano) Ora, addio, mamma!
Sig.ª Bork. (respingendolo). Non toccarmi!
Erardo (calmo). Sono queste le tue ultime parole?
Sig.ª Bork. (con asprezza). Sì, le mie ultime parole.
Erardo (ad Ella). Addio, zia Ella!
Ella (stringendogli le mani). Addio, Erardo! Godi la vita! E sii felice, felice.... finchè lo potrai.
Erardo. Grazie, grazie — buona zia! (inchinandosi davanti a Borkman) Addio, babbo! (piano alla signora Wilton) Cerchiamo di andar via da questa casa più presto che sia possibile!
Sig.ª Wil. (piano). Sì, andiamo!
Sig.ª Bork. (con un sorriso malizioso). Signora Wilton.... crede opportuno di condurre seco la giovane ragazza?
Sig.ª Wil. (con un sorriso fra il serio e l’ironico). Gli uomini sono così poco costanti, signora Borkman — ed anche le donne. Quando Erardo si sarà annoiato di me — ed io di lui — sarà pur bene per ambidue di tener in pronto per Erardo una persona che possa sostituirmi.
Sig.ª Bork. E lei....?
Sig.ª Wil. Quanto a me, saprò già cosa fare.... Buona sera a tutti! (Saluta ed esce per la porta d’ingresso. Erardo resta un momento indeciso sul da farsi, poi s’avvia all’uscio e corre dietro alla signora Wilton.)
SCENA IV. La Signora Borkman, Ella Rentheim, Gian Gabriele Borkman.
Sig.ª Bork. (a mani giunte). Senza più figlio!
Bork. (come se avesse preso una risoluzione). Anche io voglio uscire di qui.... fuori, fuori nella bufera. Datemi subito il mio cappello! Il mio soprabito! (avviandosi frettolosamente all’uscio)
Ella (atterrita vuol trattenere Borkman). Gian Gabriele, dove vuoi andare?
Bork. Fuori, fuori: nella bufera della vita.... Lasciami.... Ella.... lasciami!
Ella (trattenendolo a viva forza). No, non te lo permetto! Tu sei ammalato! Lo vedo!
Bork. (svincolandosi dalle mani di Ella Rentheim). Lasciami, ti dico! (via per l’uscio d’ingresso)
SCENA V. La Signora Borkman ed Ella Rentheim.
Ella (sull’uscio). Aiutami a trattenerlo, Gunilde!
Sig.ª Bork. (immobile nel mezzo della stanza; con freddezza). Io non trattengo più nessun uomo! Vadano pure via tutti: l’uno o l’altro.... mi è indifferente! Vadano via — lungi, lungi da me.... quanto più loro aggrada. (all’improvviso con un grido straziante) Erardo mio, non partire! (Si precipita con le mani tese verso l’uscio — Ella Rentheim la sorregge.)
FINE DELL’ATTO TERZO.