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Gian Gabriele Borkman

Chapter 20: ATTO QUARTO.
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About This Book

A disgraced former bank director returns from imprisonment, and his presence rekindles long-standing tensions among his wife, their son, the wife's twin, and various visitors. Set mainly in the family home over four acts, the drama traces fragile loyalties, unresolved blame arising from a financial scandal, and the clash between personal pride and social reputation. Characters negotiate love, duty, and resentment while ambition and shame corrode trust, forcing decisions that test whether reconciliation, sacrifice, or further estrangement will shape their lives.

ATTO QUARTO.

Spianata al fianco della villa Rentheim. A destra un angolo della casa con piccola gradinata di pietra, che mette al portone. In fondo erto pendìo, coperto di abeti carichi di neve. A sinistra piccola boscaglia. Notte oscura: un pallido chiarore lunare squarcia di tratto in tratto le nuvole, che corrono per il cielo. La neve, caduta di fresco, è dappertutto.

SCENA PRIMA. Gian Gabriele Borkman, la Signora Borkman, Ella Rentheim.

(Borkman, la signora Borkman ed Ella Rentheim stanno immobili sul gradino del portone. Borkman, affranto, è appoggiato al muro: porta un vecchio pastrano ed un cappello grigio a cencio; in mano un grosso randello. Ella Rentheim ha il mantello sul braccio. La signora Borkman coi capelli in disordine ha uno sciallo sulle spalle.)

Ella (sbarrando la strada alla signora Borkman). Non corrergli dietro, Gunilde!

Sig.ª Bork. (agitata — affannosamente). Lasciami, lasciami! Erardo non deve partire, non deve abbandonarmi!

Ella. È tutto inutile: ormai non puoi più raggiungerlo.

Sig.ª Bork. Lasciami, Ella; voglio ancora tentare.... griderò il suo nome, là sulla strada; egli sentirà la voce di sua madre!

Ella. Erardo non può più sentire la tua voce! A quest’ora egli si troverà già sdraiato nella slitta....!

Sig.ª Bork. No, no.... è impossibile che egli si trovi già nella slitta!

Ella. Persuaditi! Erardo a quest’ora si trova già nella slitta.

Sig.ª Bork. (con accento disperato). S’egli si trova nella slitta.... oh allora anche quella donna è con lui.... lei!

Bork. (con un amaro sorriso). In tal caso egli non potrà sentire la voce di sua madre!

Sig.ª Bork. No.... non potrà sentirla! (stando in ascolto) Silenzio! Quale rumore?

Ella (pure in ascolto). Mi sembra lo squillar di sonagli.

Sig.ª Bork. (con un grido represso). È la loro slitta!

Ella. .... o forse un’altra....

Sig.ª Bork. No, no; è proprio la slitta della signora Wilton! La riconosco al tintinnio dei sonagli d’argento! Ascolta! A momenti passerà proprio qui davanti a noi.... osserva laggiù — verso quella discesa....

Ella (premurosamente). Gunilde, se vuoi chiamare Erardo, approfitta del momento! Forse egli può ancora.... (il rumor dei sonagli si fa sempre più distinto) — Presto, presto, Gunilde! La slitta passa in questo momento proprio sotto i nostri occhi! Chiamalo!

Sig.ª Bork. (per un momento titubante; poi trasalisce: quindi con freddezza). No; non voglio chiamarlo! Erardo Borkman passi pure davanti ai miei occhi! Vada pure lontano, lontano.... incontro a ciò che egli chiama felicità e vita! (I sonagli non s’odono più).

Ella (dopo una pausa). Non odo più i sonagli!

Sig.ª Bork. Mi fecero l’impressione di una campana funebre.

Bork. (con un riso represso). Ah, ah.... quella campana non ha suonato certamente per me!

Sig.ª Bork. È suonata invece l’ultima ora per me e per l’uomo che mi ha abbandonata.

Ella (pensierosa). Chissà che il tintinnio di quelle sonagliere non sia l’inno inaugurale della felicità e della vita di Erardo, Gunilde!

Sig.ª Bork. (trasalendo e guardandola con asprezza). Credi tu che quell’inno sarà duraturo?

Ella. Sì — almeno per qualche tempo.

Sig.ª Bork. E gli àuguri tu felicità e vita... anche in compagnia di quella donna?

Ella (con ardore affettuoso). Sì, e di tutto cuore — con tutta l’anima mia!

Sig.ª Bork. (con freddezza). L’amore deve ardere nel tuo cuore ben più vivido che nel mio.

Ella. Forse è il sagrifizio d’amore, che fa ardere nel mio cuore quella fiamma.

Sig.ª Bork. (guardando Ella). Ella! Se è così.... fra breve, anche nel mio cuore brucerà una fiamma eguale alla tua. (entra nella casa)

SCENA II. Gian Gabriele Borkman, Ella Rentheim, poi Guglielmo Foldal.

Ella (sta immobile per qualche tempo; poi guarda Borkman con preoccupazione; quindi ponendogli dolcemente le mani sulle spalle). Vieni, Gianni! Ritiriamoci in casa!

Bork. (scosso). Io?

Ella. Sì. L’aria invernale è penetrante e tu non la puoi sopportare — lo vedo. Vieni, ritiriamoci in casa, dove l’aria è riscaldata.

Bork. (sdegnato). Nel salotto — eh?

Ella. Sarebbe meglio nella stanza di Gunilde....

Bork. (trasalendo). Per Iddio non metto più piede in quella casa.

Ella. E dove vuoi andare, Gianni? Così a tarda notte?

Bork. (coprendosi col cappello). Prima di tutto voglio andare a vedere tutti i miei tesori nascosti.

Ella (guardandolo con ansia). Gianni.... non ti comprendo!

Bork. (con sarcasmo). Oh quei tesori non sono cose rubate! Non temere, Ella! (pausa — indicando con la mano un punto poco distante) Osserva! Chi è quell’uomo, che viene da quella parte?

(Guglielmo Foldal entra da destra; ha un vecchio pastrano, coperto di neve, ed un ombrellone. Le falde del suo cappello sono tirate all’ingiù. Cammina penosamente, zoppicando col piede sinistro.)

Bork. Guglielmo! Vieni ora da me.... di nuovo?

Fol. (guardando Borkman). Dio mio.... tu sulla scaletta, qui fuori! Gian Gabriele? (saluta) E c’è anche la signora?

Bork. (secco). No: non è la signora.

Fol. Domando perdono. Ho perduto i miei occhiali nella neve. — Ma tu, che non metti mai il piede fuori di casa...?

Bork. (prorompendo in un’allegrezza sfrenata). Capirai, che è tempo ormai ch’io mi muova di nuovo all’aria aperto. Ho passato quasi tre anni nel carcere preventivo, cinque anni nel cellulare, ott’anni nel salotto....

Ella (preoccupata). Borkman.... ti prego...!

Fol. Sì, sì....

Bork. Ora però rispondimi: che vuoi da me?

Fol. (che si è fermato al primo gradino della scaletta). Volevo venire a casa tua, Gian Gabriele. Sentivo in me come un dovere di venire a trovarti nel salotto.... già, nel salotto....

Bork. Anche dopo d’averti messo alla porta?

Fol. Ciò m’è indifferente.

Bork. Ti sei fatto male al piede? Tu zoppichi!

Fol. Sì.... pensa!.... sono stato rovesciato....

Bork. Come? Rovesciato?

Fol. Sì: sono stato rovesciato da una slitta....

Bork. Oh! oh!

Fol. .... da una slitta tirata da due cavalli, che volavano giù per la discesa di quella strada. Non fui in tempo di scansarla.... e....

Ella. .... e ne fu travolto?

Fol. .... sì, signora — cioè — signorina. Mi urtarono e fui rovesciato nella neve; perdetti il mio paio d’occhiali e spezzai l’ombrello.... (toccandosi il ginocchio) e mi feci anche un po’ di male alla gamba.

Bork. (con riso mal represso). Ma tu sicuramente ignori chi ci fosse in quella slitta, Foldal?

Fol. E come potevo guardarvi dentro? Era una slitta chiusa, con le tendine abbassate.... ed il cocchiere, vedendomi cadere, invece di fermare i cavalli tirò innanzi. — Del resto m’importava sino ad un certo punto.... (interrompendosi) Ah sono tanto contento adesso.... sai?

Bork. Contento?

Fol. Sì: veramente non saprei proprio come chiamare il senso che m’invade ora.... sì: contentezza — non ne trovo un vocabolo migliore. — È accaduto qualche cosa di meraviglioso! Ed è perciò che non potevo far altro.... che dovevo venire qui per dividere e godere con te la mia gioia.

Bork. (brusco). Quale gioia?

Ella. Borkman, rientra prima in casa col tuo amico.

Bork. (con asprezza). Te l’ho già detto che non voglio più entrare in quella casa?

Ella. Ma non hai sentito poc’anzi: il signor Foldal è stato travolto....

Bork. Ma che! tutti dobbiamo venir travolti un giorno o l’altro.... in questo mondo. Però bisogna anche rialzarsi e tirar avanti come se non fosse accaduto nulla.

Fol. Quanto è giusta la tua osservazione, Gian Gabriele! Del resto posso raccontarti in poche parole, anche qui all’aperto, quello che mi preme di comunicarti!

Bork. (in tono più mite). Fammi questo favore! Guglielmo!

Fol. Ora attenzione! Immaginati un po’.... ritornando via da te trovo — a casa mia — una lettera.... una lettera di.... Sapresti indovinarne l’autrice?

Bork. Forse la tua piccola Frida?

Fol. Benissimo! Hai colto subito nel segno! Sì, una lettera lunga — abbastanza lunga, che era stata portata a casa mia da un servitore. — Indovina ora il motivo per cui Frida mi scrisse quella lettera?

Bork. Probabilmente per prender congedo dai suoi genitori? È così?

Fol. Benissimo! è meraviglioso come tu le indovini tutte, Gian Gabriele! In quella lettera mia figlia mi partecipa che la signora Wilton, la quale s’è interessata moltissimo di lei, vuole ora condurla con sè all’estero, per darle un’educazione musicale più perfetta. La signora Wilton si è già assicurata l’opera di un bravo maestro, che deve partire con loro.... per istruire Frida.... giacchè l’educazione della mia Frida è purtroppo ancora un po’ deficiente in qualche punto.

Bork. (sforzandosi di nascondere un riso sempre più crescente). Sì, sì, Guglielmo — comprendo perfettamente tutto ciò!

Fol. (continuando con calore). E pensa! Frida venne a conoscenza del viaggio progettato appena stasera — in quella casa.... mi comprendi! — Approfittò di quel po’ di tempo, che le restava, per scrivermi la lettera — una lettera affettuosa, scritta col cuore.... e scritta tanto correttamente.... sai! Ed in tutta la lettera non c’è nemmeno una frase di disprezzo verso suo padre. E poi quel suo pensiero tanto gentile.... di mandarci i saluti per lettera.... prima di partire!... (ride) Ma Frida sembra d’aver fatto i conti senza l’oste!

Bork. (con uno sguardo scrutatore). Vorresti dire?

Fol. Mia figlia m’ha scritto pure che sarebbe partita domattina — molto per tempo....

Bork. Domattina? Ti ha proprio scritto che sarebbe partita domattina?

Fol. (ride e si frega le mani). Sì. Però io sono più furbo di quello che lo si creda! Vado subito dalla signora Wilton....

Bork. A quest’ora?

Fol. Non è poi tanto tardi. Se fosse già chiuso il portone, suonerò senz’altro, perchè voglio e devo vedere mia figlia prima della partenza. Dunque buona notte. (fa per andarsene)

Bork. Ascoltami, povero Foldal.... puoi risparmiarti quella strada faticosa!

Fol. Vuoi alludere alla mia gamba...?

Bork. Sì; oltre a ciò debbo osservarti che stanotte tu non potrai entrare in casa della signora Wilton.

Fol. Ma che! Suonerò fino a che qualcheduno mi verrà ad aprire. Capirai che voglio e devo vedere la mia Frida!

Ella. Signor Foldal, la sua Frida è già partita.

Fol. (esterrefatto). La mia Frida è già partita! Lo sa di certo? Chi glielo disse?

Bork. Lo abbiamo saputo dal suo futuro maestro.

Fol. Davvero? E chi è mai costui?

Bork. Uno studente: un certo Erardo Borkman.

Fol. (con gli occhi scintillanti di gioia). Tuo figlio, Gian Gabriele! È mai possibile?

Bork. Sì, la signora Wilton gli ha affidato l’incarico di educare la tua piccola Frida.

Fol. Dio sia lodato! Ma allora mia figlia si trova in ottime mani! Sei certo che sono già partiti?

Bork. Sì: sono partiti con quella slitta, che ti travolse sulla strada.

Fol. (battendo le mani). La mia Frida si trovava adunque in quella splendida slitta!

Bork. Sì, Foldal.... tua figlia siede ora su cuscini soffici e morbidi.... e così pure lo studente Borkman. Ehm.... hai ammirato anche i sonagli d’argento?

Fol. Come! Sonagli d’argento, hai detto? Sonagli d’argento? Erano proprio d’argento?

Bork. Sì: erano d’argento, come dello stesso metallo erano pure tutti i fregi della slitta!

Fol. (commosso). È strano come possa cambiarsi la fortuna d’un uomo! Il mio.... il mio estro poetico si è trasformato in Frida in un estro musicale! Non sono stato dunque un poeta buono a nulla! Frida va ora in quel mondo vasto, in quel mondo lontano, di cui ho tante volte sognato! La mia piccola Frida può ora rinchiudersi in una slitta dai sonagli d’argento....

Bork. .... e travolgere suo padre....

Fol. Ciò mi è indifferente.... dal momento che mia figlia.... Dunque sono arrivato troppo in ritardo. Bene: ora ritorno a casa per consolare mia moglie, che piange in cucina.

Bork. Piange?

Fol. (ride). Sì, pensa.... quando la lasciai, i suoi occhi erano in lagrime.

Bork. Tu però ridi, Guglielmo!

Fol. Io rido! Naturalmente! La povera donna non ne capisce nulla. Ma ora me ne vado.... Il tramway non è poi tanto distante dalla tua casa.... Addio, Gian Gabriele! Buona notte, signorina! (saluta ed esce zoppicando nella stessa direzione, dalla quale è venuto)

SCENA III. Gian Gabriele Borkman, Ella Rentheim, poi la Cameriera.

Bork. (immobile per un momento; quindi quasi fra sè). Addio, Foldal! Non è la prima volta in vita tua che fosti travolto, vecchio amico!

Ella (guardando Borkman — con ansia repressa). Sei così pallido, Gianni....

Bork. È l’efletto dell’aria di quella prigione, là sopra.

Ella. Non ti ho mai veduto tanto pallido.

Bork. .... perchè non hai mai veduto la faccia di un carcerato, scappato dalla prigione.

Ella. Vieni, Gianni.... rincasiamo!

Bork. Finiscila con quello tue parole tentatrici. Te l’ho già detto....

Ella. E se io ti supplicassi? Per il tuo meglio....

(La Cameriera comparisce sul portone.)

Cam. Dovranno scusarmi; la signora m’ha dato l’ordine di chiudere il portone.

Bork. (piano ad Ella). Lo senti! Ora vogliono chiudermi di nuovo!

Ella (alla Cameriera). Il signor Direttore non si sente bene. Vuol respirare ancora qualche boccata d’aria fresca.

Cam. La signora però m’ha detto....

Ella. Chiuderò il portone io stessa. Lasciate pur là la chiave....

Cam. Va bene. (rientra in casa)

SCENA IV. Gian Gabriele Borkman ed Ella Rentheim.

Bork. (sta per qualche istante in ascolto: quindi scostandosi dalla casa). Ora sono fuori di quei muri, Ella! Le pareti di quella casa non mi vedranno mai più!

Ella. (avvicinandosi a Borkman). Gianni, anche in casa tua godi piena libertà: puoi andare e venire a tuo piacere.

Bork. (lentamente — con orrore). Mai più sotto quel tetto! Si sta tanto bene qui fuori, di notte. Se ritornassi nel salotto.... il soffitto e le pareti mi stringerebbero, mi soffocherebbero.... mi schiaccerebbero come una mosca.

Ella. E dove vuoi mai andare a quest’ora?

Bork. Lontano.... sempre avanti. Voglio tentare di riconquistare un’altra volta la libertà, la vita e gli uomini. — Ella, vuoi tu venire con me?

Ella. Io? adesso?

Bork. Sì, subito.

Ella. Ma dove?

Bork. Più lontano che sia possibile.

Ella. Rifletti un po’.... in questa fredda ed umida notte d’inverno....

Bork. (con voce rauca) Oh oh.... la signorina si prende cura della sua salute, eh?... già, già: la signorina è un po’ sofferente!

Ella. È della tua salute, non della mia, che mi prendo cura!

Bork. Ah ah ah! Ti dai pensiero della salute di un morto? C’è da ridere! (s’accinge a partire)

Ella (trattenendolo). Dicesti or ora di essere...?

Bork. Un morto. Hai dimenticato il consiglio, che mi suggerì Gunilde: di accontentarmi di vivere in quel mondo, in cui ho vissuto fino ad oggi?

Ella (getta via il mantello — risoluta). Io vengo con te, Gianni!

Bork. Sì, Ella: noi siamo due creature indissolubili — (s’inoltra) seguimi!

(Borkman ed Ella sono giunti alla boscaglia di sinistra, che scomparisce a poco a poco. Scompariscono pure la casa e tutto il paesaggio di fondo, che si trasforma gradatamente, prendendo un carattere sempre più selvaggio.)

Voce di Ella (dal bosco — a destra). Gianni, dove andiamo? Temo di smarrire il sentiero!

Voce di Bork. (c. s.). Segui le mie orme impresse sulla neve.

Voce di Ella. Ma perchè salire tanto in alto?

Voce di Bork. (più da vicino). Là, su quel sentiero serpeggiante!

Voce di Ella. Ah! non posso più continuare....

Bork. (nel bosco a destra). Avanti, Ella! Non ci sono più che pochi passi per arrivare alla spianata. Molti anni fa c’era un sedile.... qui....

Ella (comparendo fra gli alberi). Te ne ricordi ancora?

Bork. Potrai riposarti su quel sedile.

(Borkman ed Ella Rentheim sono giunti su un poggio, che s’eleva nel mezzo del bosco. Dietro il poggio un precipizio: a sinistra un esteso paesaggio con fjordi e con numerose catene di monti. Sul poggio a sinistra un abete sfrondato: accanto all’albero un sedile. Il poggio è tutto coperto di neve.)

(Borkman ed Ella s’avanzano faticosamente sulla neve.)

Bork. (sull’orlo del precipizio). Vieni qui, Ella. Guarda....

Ella (avvicinandosi a Borkman). Cosa vuoi mostrarmi, Gianni?

Bork. (mostrando colla mano). Guarda come libero ed infinito s’estendo sotto i nostri sguardi il paese.... lontano.... lontano....?

Ella. Quante volte, seduti su questo sedile, abbiamo rivolto i nostri sguardi ancora più lontano!

Bork. Era il paese dei sogni quello, a cui rivolgevamo allora i nostri sguardi!

Ella (affermando col capo; con voce dolorosa). Era il paese dei sogni della nostra vita! Ed ora il paese è tutto coperto di neve, e l’antico albero è isterilito!

Bork. (senza darle ascolto). Vedi tu il fumo, che sale da quei grandi piroscafi, che galleggiano laggiù sul mare?

Ella. No.

Bork. Io lo vedo. — Partono e ritornano, creando commerci per tutto il mondo, ed apportando la luce e la vita dell’anima in migliaia di case. Ed io sognai una volta di mandare ad effetto tali progetti.

Ella (mite). Fu un sogno!

Bork. Sì, fu un sogno! (in ascolto) E laggiù sulle sponde del fiume.... le vedi? Tutte quelle fabbriche in attività! Le mie fabbriche! Tutte le fabbriche, che avrei voluto costruire da me, con le mie sole forze! Ascolta il rumore della loro attività! Lavorano anche di notte: dunque lavorano giorno e notte! Ascolta, ascolta! Come fremono gli ingranaggi! Osserva! Come scintillano i cilindri nella loro pazza corsa! Non ne odi il rumore, Ella?

Ella. No.

Bork. Io l’odo.

Ella (con pena). Credo che t’inganni, Gianni!

Bork. (sempre più animandosi). Tutto ciò.... sai.... non è che il muro di cinta del regno!

Ella. Del regno? Di quale regno?

Bork. Del mio regno — naturalmente — del regno, che ero già sul punto di conquistare allora.... quando mi colse la morte.

Ella (atterrita, con voce fioca). Ah Gianni, Gianni!

Bork. Ed ora esso giace.... senza re, senza padroni.... preda agli assalti ed ai saccheggi degli assassini.... Ella! Vedi tu quelle catene lontane di monti, che s’ergono l’una dietro l’altra e che s’incielano come tante torri? È là il mio regno eterno, il mio regno senza confini....

Ella. Ah Gianni! Ma da quel regno si effonde una brezza di ghiaccio!

Bork. Quella brezza giunge a me come il soffio della vita: m’accarezza il volto come se fosse un saluto degli spiriti di sotterra. Ed io li vedo quei milioni incatenati; vedo i filoni dei metalli, che stendono verso di me le loro braccia innumerevoli e contorte come i rami d’una foresta. Sorsero davanti a me come ombre viventi.... in quella notte, in cui, con la lanterna in mano, entrai nella cella della Banca. Voi volevate liberarvi dai vostri gioghi! Ed io tentai di farlo — ma invano! Il tesoro piombò nuovamente nelle viscere della terra.... (con le mani tese) Ma qui — nella quiete della notte — voglio sussurrarvi una confessione: Io vi amo, o spiriti, che dormite un sonno di morte apparente nelle profondità e nelle tenebre della terra! Io vi amo, o tesori avidi di vita.... in tutto il vostro splendore, in tutta la vostra grandezza! Io vi amo! vi amo! vi amo!

Ella (con agitazione dapprima repressa, poi sempre più crescente). Sì, il tuo amore palpita ancora sempre forte laggiù nelle tenebre della terra; laggiù esso ha sempre palpitato. Ma qui, nella luce del giorno.... m’intendi.... tu avevi un cuore di donna, che palpitava sempre caldo per te. Tu hai distrutto quel cuore! Ma che? Tu hai commesso un’azione dieci volte più orribile! Hai venduto quel cuore.... per.... per....

Bork. (tremante, come se per le vene gli corresse un brivido). .... per il regno.... per il potere.... per la grandezza.... eh?

Ella. Sì; te l’ho già detto stasera: tu hai spento la fiamma d’amore nella donna che t’amava e che tu pure amavi.... o almeno per quanto lo potevi. (col braccio teso) Ed è perciò che io ti predico: Gian Gabriele Borkman, tu non otterrai mai il premio da te richiesto per quell’assassinio; tu non farai mai l’entrata trionfale nel tuo regno freddo, nel tuo regno tenebroso.

Bork. (s’appressa vacillante al sedile, poi vi cade sopra di peso). Temo che la tua profezia s’avveri!

Ella (avvicinandosi). Gianni, tu non devi temere quella profezia: è quello che di meglio ti potrebbe ancora toccare!

Bork. (alzandosi e mettendosi le mani al petto). Ah! (spossato) Ora mi ha lasciato!

Ella (scuotendolo). Gianni, cosa dici!

Bork. (rovesciandosi sulla spalliera del sedile). Una mano di ghiaccio mi ha stretto il cuore.

Ella. Gianni! Hai sentito una stretta di quella mano di ghiaccio?

Bork. (borbottando). No.... non era una mano di ghiaccio.... era una mano di ferro! (cade rovescioni sul sedile)

Ella (levandosi il mantello e stendendolo sul corpo di Borkman). Resta pur tranquillo su questo sedile! Io corro a chiamare qualcuno per soccorrerti. (s’avvia verso destra, ma dopo alcuni passi si ferma, ritorna accanto a Borkman e gli tocca il polso e le tempie)

Ella (calma, ma con risolutezza). No. Per te è meglio così; è meglio così per te, Gian Gabriele Borkman. (Avviluppa ancor più accuratamente nel mantello il corpo di Borkman; quindi si siede sulla neve, vicino al banco. — Breve pausa. — La signora Borkman, avvolta in un mantello, comparisce fra gli alberi di destra: la precede la Cameriera con una lanterna accesa.)

SCENA ULTIMA. Gian Gabriele Borkman, Ella Rentheim, la Signora Borkman e la Cameriera.

Cam. (avvicinando la lanterna al suolo). Sì, sì.... signora.... vedo delle orme sulla neve....

Sig.ª Bork. (dopo di aver guardato intorno con uno sguardo indagatore). Ah essi sono là! Sì! Sono seduti su quel sedile! (chiama) Ella!

Ella (alzandosi) Vieni a cercar noi?

Sig.ª Bork. (con asprezza). Lo credo!

Ella (indicando il cadavere di Borkman). Gunilde, egli è là.

Sig.ª Bork. Dorme?

Ella (affermando col capo). Sì: dorme un sonno profondo, un sonno eterno.

Sig.ª Bork. (con irruenza). Ella! (padroneggiandosi, domanda calma:) E si è ucciso.... di sua mano?

Ella. No.

Sig.ª Bork. (come alleggerita da un grave peso). Dunque, non si è ucciso di sua mano?

Ella. No. Fu una mano di ferro, che gli strinse il cuore.

Sig.ª Bork. (alla Cameriera). Chiamate della gente per aiutarci: andate dal fattore!

Cam. Va bene, signora. (a voce bassa) Gesù mio! Gesù mio! (via per il bosco di destra)

Sig.ª Bork. (dietro il sedile). Lo ha dunque ucciso l’aria notturna....?

Ella. È possibile.

Sig.ª Bork. .... lui, l’uomo robusto!

Ella (innanzi il sedile). Non lo vuoi vedere, Gunilde?

Sig.ª Bork. (schermendosi). No.... no.... no. (con voce calma) L’uomo, che è morto or ora, era figlio di minatori..... Ed è perciò che non potè sopportare l’aria rigida della notte.

Ella. Fu ucciso dal freddo, ti dico io!

Sig.ª Bork. (tentennando il capo). Dal freddo, dici? Oh il freddo l’aveva ucciso da lungo tempo!

Ella (affermando col capo). .... trasformando te e me in due ombre....

Sig.ª Bork. Hai ragione, Ella!

Ella (con riso doloroso). Un morto e due ombre.... ecco l’opera del freddo!

Sig.ª Bork. Sì: il freddo del cuore! — Ora possiamo stringerci la mano, Ella!

Ella. Sì, ora lo possiamo.

Sig.ª Bork. Noi, le due gemelle.... sopra l’uomo, che abbiamo amato ambedue.

Ella. Noi, le due ombre.... sopra lui — il morto! (La signora Borkman dietro il sedile ed Ella Rentheim sul davanti si stringono le mani.)

FINE DEL DRAMMA.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.