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Gian Gabriele Borkman

Chapter 8: ATTO SECONDO.
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About This Book

A disgraced former bank director returns from imprisonment, and his presence rekindles long-standing tensions among his wife, their son, the wife's twin, and various visitors. Set mainly in the family home over four acts, the drama traces fragile loyalties, unresolved blame arising from a financial scandal, and the clash between personal pride and social reputation. Characters negotiate love, duty, and resentment while ambition and shame corrode trust, forcing decisions that test whether reconciliation, sacrifice, or further estrangement will shape their lives.

ATTO SECONDO.

L’antico salotto di ricevimento nulla villa Rentheim. Le pareti sono coperte di antichi gobelins sbiaditi e rappresentanti scene pastorali e di caccia. Alla parete sinistra, porta a due battenti: più avanti un pianoforte. Nell’angolo a sinistra, in fondo, una porta senza incorniciatura, con cortine. Addossata nel mezzo della parete di destra una grande scrivania di quercia intagliata con molti libri e carte. Più avanti, a destra, un sofà, un tavolo e sedie. Tutto l’ammobiliamento è in istile empire. Sulla scrivania e sul tavolo, lampade accese.

SCENA PRIMA. Borkman e Frida Foldal.

(Gian Gabriele Borkman è in piedi, vicino al pianoforte, con le mani sul dorso e sta ascoltando Frida Foldal, che suona le ultime note della “Danse Macabre„.)

(Borkman è un uomo sui sessant’anni, di media statura, di robusta complessione. Ha l’aspetto grave ed il profilo fine; occhi penetranti; barba e capelli grigi, ricciuti. Veste un abito nero, fuori di moda; al collo una cravatta bianca. — Frida Foldal è una leggiadra fanciulla sui quindici anni; il viso pallido porta tracce di stanchezza. Veste un abito di color chiaro con poche guarnizioni.)

(Il pezzo di musica è ormai finito. — Pausa.)

Bork. Indovini un po’ dove ho sentito per la prima volta questo pezzo di musica?

Frida. Non lo saprei....

Bork. Giù — nelle miniere.

Frida (sorpresa). Davvero? Nelle miniere?

Bork. Lei sa bene che io sono figlio di minatori! O forse non le era noto questo particolare della mia nascita?

Frida. No, signor Borkman.

Bork. Sì, sono figlio di minatori. Qualche volta mio padre mi conduceva giù, nelle miniere. — E nelle miniere il metallo fa sentire la sua voce.

Frida. Il metallo può adunque anche cantare?

Bork. (affermando col capo). Sì, esso fa sentire la sua voce quando viene staccato dalla roccia. I colpi dei martelli che lo staccano.... sono la squilla della mezzanotte che echeggia laggiù nelle viscere della terra e che lo rende libero. Ed è perciò che il metallo, ebbro di gioia, canta.... a suo modo sì.... ma canta.

Frida. E perchè canta, signor Borkman?

Bork. Perchè vuol vedere la luce del giorno e perchè vuol rendere servigi all’umanità.

(Passeggia su e giù per il salotto, con le mani sempre sul dorso.)

Frida (rimane seduta ancora per qualche istante, poi, data un occhiata sul suo orologio, s’alza). Scusi, signor Borkman.... ma ora devo andarmene.

Bork. (fermandosi dinanzi a lei). Vuole già andare?

Frida (riponendo il pezzo nel suo portamusica). Lo devo; sono invitata altrove stasera.

Bork. In qualche riunione famigliare?

Frida. Precisamente.

Bork. E pensa anche di prodursi in quella riunione?

Frida (mordendosi le labbra). No: ho da suonarvi soltanto un po’ di musica da ballo.

Bork. Soltanto un po’ di musica da ballo?

Frida. Sì; dopo la cena, i padroni di casa vogliono che gli invitati facciano qualche giro di valzer.

Bork. (guardandola per qualche tempo). E suona lei volontieri la musica da ballo — nelle famiglie?

Frida (infilando il mantello). Sì, se mi mandano a chiamare.... c’è sempre da guadagnare qualche inezia.

Bork. (scrutandola). E pensa al guadagno anche quando sta suonando quella musica?

Frida. No; penso invece quanto meglio sarebbe se anch’io potessi prender parte alle danze.

Bork. (affermando col capo). Ecco proprio quello che mi interessava di sapere. (camminando — con inquietudine) È verissimo: il non poter prendere parte alle danze deve essere qualche cosa di penoso! (si ferma) Lei, però, Frida, può facilmente trovare un compenso per quel suo desiderio irrealizzabile!

Frida. In qual modo?

Bork. Con tutta quella musica che lei ha nell’anima, mentre tutte quelle coppie danzanti non ne hanno nemmeno la decima parte!

Frida (con un sorriso evasivo). Veramente io non so se questo sia proprio il mio caso!

Bork. (coll’indice teso in atto di farle un’ammonizione). Spero bene che non sarà tanto pazza da mettere in dubbio la sua fama di buona pianista!

Frida. Ma se nessuno s’accorge di queste mie qualità....!

Bork. Basta che le conosca lei. — E dove va a suonare stasera?

Frida. Dall’avvocato Hinkel.

Bork. (con sguardo sdegnato). Da Hinkel, ha detto?

Frida. Sì.

Bork. (con riso sardonico). E quell’uomo dà ricevimenti a casa sua? Oh come mai può colui adescare della gente nei suoi salotti?

Frida. Eppure la signora Wilton mi assicurò che ai ricevimenti di casa Hinkel intervengono molte persone.

Bork. (con impeto). Ma che razza di persone? Mi può nominarne qualcuna?

Frida (un po’ timidamente). No; non so dirle nemmeno un nome. Aspetti, aspetti.... ora mi ricordo.... mi hanno assicurato che anche il giovane signor Borkman andrà questa sera in quella casa.

Bork. (sorpreso). Erardo? Mio figlio?

Frida. Sì, vi sarà anche lui stasera.

Bork. E come lo sa?

Frida. Me lo disse lo stesso signor Erardo, circa un’ora fa.

Bork. Dunque oggi mio figlio è venuto qui fuori?

Frida. Sì, ha passato tutto il pomeriggio in casa della signora Wilton.

Bork. (con sguardo indagatore). E non saprebbe dirmi se egli sia stato anche quaggiù e se abbia parlato con qualcheduno?

Frida. Sì: il signor Erardo fece una breve visita alla signora.

Bork. (con amarezza). Aha.... già me lo avevo immaginato.

Frida. Credo però che oggi sia venuta a trovare la signora Borkman anche una signora sconosciuta.

Bork. Davvero? Già.... già: la Signora deve pure ricevere di quando in quando qualche persona.

Frida. Se vedo più tardi il signorino ho da dirgli di passare qui sopra da lei?

Bork. (bruscamente). Non gli dica niente! Glielo proibisco! Chi vuole parlare con me lo deve fare spontaneamente. Io non sono avvezzo di pregare nessuno.

Frida. Non gli dirò nulla, stia pur certo. — Buona notte, signor Borkman.

Bork. (camminando per la stanza e quasi borbottando). Buona notte.

Frida. Per abbreviare il cammino potrei forse uscire per la scala a chiocciola?

Bork. Faccia come crede. — Buona notte.

Frida. Buona notte, signor Borkman. (via per l’uscio di fondo)

SCENA II. Borkman, poi Guglielmo Foldal.

(Borkman, rimasto solo, s’avvia pensieroso verso il pianoforte, come se volesse chiuderlo: poco dopo però s’arresta. Dopo d’aver girato e rigirato gli occhi nel vuoto, incomincia a camminare — con aria d’impazienza e d’inquietudine — su e giù fra lo spazio che corre dal pianoforte all’angolo destro in fondo. Alla fine s’avvicina alla scrivania: sta per un momento in ascolto verso la direzione della porta a sinistra: poi si guarda in uno specchietto e s’accomoda la cravatta.)

(Bussano alla porta di sinistra. Borkman, che ha inteso, lancia un’occhiata furtiva alla porta: non risponde. Si bussa di nuovo e più forte.)

Bork. (vicino alla scrivania, con la mano sinistra appoggiata sul tappeto e con la destra nello sparato del vestito). Avanti!

(Guglielmo Foldal entra con aria di soggezione: è un uomo dall’aspetto macilento e dal portamento curvo; ha gli occhi azzurri e miti; i capelli lunghi e grigi gli coprono il bavero del soprabito. Ha sotto il braccio un portafoglio; in mano un cappello a cencio. Porta, rialzati sulla fronte, un paio d’occhiali orlati di corno.)

Bork. (cambiando posizione e guardando Foldal con un’aria ambigua, fra la disillusione e la soddisfazione). Ah sei tu, Foldal!

Foldal. Sono io. Buona sera, Gian Gabriele.

Bork. (guardandolo con sguardo severo). Mi pare che arrivi un po’ tardi.

Fol. Che vuoi, per venire da te c’è da fare un bel pezzo di strada, specialmente per un uomo che, come me, è costretto di andare a piedi!

Bork. Perchè andare sempre a piedi, Foldal? Il tramvay non è poi tanto lontano da casa tua.

Fol. D’altronde l’andar a piedi è più igienico: e poi ci risparmio dieci centesimi. — A proposito, è già stata da te la Frida? Ti ha fatto della musica?

Bork. È andata via in questo momento. Non vi siete incontrati?

Fol. No: non la vedo da parecchio tempo.... dal giorno in cui è entrata in casa della signora Wilton.

Bork. (sedendosi sul sofà ed indicando una sedia a Foldal). Siediti, Guglielmo.

Fol. (sedendosi). Grazie. (con aria melanconica) Non puoi immaginarti quanto increscioso mi riesca di dover viver solo, senza aver Frida vicino a me!

Bork. Diavolo! E gli altri tuoi figlioli?

Fol. Sì: quei cinque marmocchi!... Frida però era la sola che mi comprendesse un pochino. (tentennando il capo, con tono triste) Gli altri non mi comprendono affatto.

Bork. (guardando dinanzi a sè con sguardo fosco e battendo le dita sulla scrivania). Sì, così vanno le cose: è una maledizione che gravita sempre su noi, gli uomini eletti. La massa e la maggioranza — formate esclusivamente da uomini dozzinali — non ci comprendono, buon Guglielmo.

Fol. (con rassegnazione). Io non esigo per ora dai miei figli dell’intelligenza: questa si matura con un po’ di pazienza e coll’andar del tempo.... (con voce piagnucolosa) Oh ma c’è un’altra cosa, ben più amara!

Bork. (scosso). Più amara?

Fol. Sì, Gian Gabriele. Prima di uscire di casa.... assistetti ad una certa scenata.

Bork. Vorresti dire?

Fol. (prorompendo). A casa.... mi sprezzano.... capisci!

Bork. (trasalendo). Come? Ti sprezzano!

Fol. (asciugandosi le lagrime). Me n’ero accorto da parecchio tempo: ma appena oggi ne ebbi la prova....

Bork. (dopo breve pausa). Fosti ben infelice nella scelta, quando prendesti moglie.

Fol. Oh allora non si poteva più parlare di una scelta. Del resto.... si prende tanto volentieri moglie, quando gli anni incominciano a pesare. E poi allora ero ridotto a sì mal partito....

Bork. (alzandosi adirato). Dovrebbe essere questa forse un’allusione a me? Vorresti forse rinfacciarmi....?

Fol. (con angoscia). Dio me ne liberi; Gian Gabriele....

Bork. Sì, tu alludi in questo momento alla rovina che travolse la Banca....!

Fol. (tentando di calmarlo). Ma io per quell’affare non ho mai gettato su te la colpa! Per l’amor del Cielo!

Bork. (si mette nuovamente a sedere e mormora:) Sta bene!

Fol. Non credere già che io mi lagni di mia moglie. La povera donna non è molto educata, ne convengo: ma sì può sempre sopportarla.... no; sono i bambini.... capisci....

Bork. Oh, lo sapevo bene!

Fol. Poichè i bambini.... hanno un’educazione più completa; e credono perciò di poter vantare maggiori esigenze.

Bork. (mostrando interesse alle parole di Foldal). E perchè mai ti sprezzano quelle birbe?

Fol. (scrollando le spalle). Sai bene.... la mia carriera si ridusse a ben poca cosa.... ne sono d’accordo....

Bork. (avvicinandoglisi e prendendolo per un braccio). E sanno quei marmocchi che tu, nella tua giovinezza, hai scritto una tragedia?

Fol. Oh se lo sanno! Sembra però che non ne siano rimasti troppo soddisfatti.

Bork. Allora i tuoi figli non hanno nemmeno un’ombra d’intelligenza. La tua tragedia è un lavoro ben fatto: te lo dico io!

Fol. (con viso raggiante). Non è vero che c’è del buono in quel mio lavoro, Gian Gabriele? Ah, se potessi far rappresentare la mia tragedia in qualche teatro! (apre frettolosamente il portafoglio e ne estrae alcuni fogli) Eccola! Ora ti mostrerò i punti dove ho creduto opportuno di introdurre qualche modificazione....

Bork. Ne hai con te il copione?

Fol. Sì, l’ho portato qui con me. — È passato tanto tempo dall’ultima volta che te la lessi! — E poi ho pensato che la lettura di due o tre atti potrebbe procurarti un po’ di distrazione....

Bork. (alzandosi e tentennando il capo). No; non oggi; sarà per un’altra volta.

Fol. Bene, come t’aggrada.

(Borkman cammina su e giù per la stanza. Foldal ripone il manoscritto nel portafoglio.)

Bork. (fermandosi davanti a Foldal). Quello che mi andavi dicendo poc’anzi è giusto.... la tua carriera si ridusse a ben poca cosa. Però senti, Guglielmo.... quando sarà scoccata l’ora della mia redenzione.... ti prometto....

Fol. (in procinto di alzarsi). Ah quanto te ne sono grato....!

Bork. (con un cenno di mano). No, resta al tuo posto. (poi animandosi sempre più) Quando sarà suonata l’ora della mia redenzione.... quando si capirà di non poter fare senza di me.... e verranno qui, nel salotto.... tutti sommessi.... a pregarmi, a supplicarmi di riprendere la direzione della nuova Banca.... di quella Banca, che hanno fondato e che non sono capaci di reggere! (avvicinandosi alla scrivania e battendosi il petto) Voglio aspettarli, voglio riceverli proprio in questo salotto! E quali comenti per il paese quando si saranno divulgate le condizioni imposte da Gian Gabriele Borkman nel.... (interrompendosi bruscamente e fissando Foldal) Ma che? Perchè mi guardi con quello sguardo diffidente? Dubiti forse che abbiano da venire? lo dovranno.... sì, dovranno venire da me, un giorno o l’altro! Eh!

Fol. Lo credo, oh se lo credo, Gian Gabriele!

Bork. (sedendosi sul sofà). Io nutro una fede forte, incrollabile.... sono convinto che verranno. Se non ne avessi la certezza.... da parecchio tempo mi sarei cacciato una palla nel cervello.

Fol. (atterrito). Per l’amor del Cielo!

Bork. (con aria di trionfo). Essi verranno! sì, verranno! Fa attenzione! — Io li attendo qui ogni giorno, ogni ora. E come vedi mi tengo sempre pronto per riceverli.

Fol. (singhiozzando). Venissero presto!

Bork. (con inquietudine). Hai ragione; il tempo passa; passano gli anni.... no.... no.... è meglio non pensarvi! (fissandolo) Talvolta però provo una certa impressione....

Fol. Quale?

Bork. Mi pare di provare l’identica impressione che avrebbe provato Napoleone il Grande se fosse stato ferito e storpiato nella sua prima battaglia campale.

Fol. (appoggiando una mano sul portafoglio). Anch’io provo un’impressione consimile.

Bork. Sì, ma in proporzione ridotta.

Fol. (calmo). Il mio piccolo mondo poetico ha un grande valore per me, Gian Gabriele.

Bork. (con irruenza). Io che avrei potuto accumulare tanti milioni! E tutte quelle miniere, che avrebbero dovuto formare il mio dominio! Miniere ancora inesplorate e stendentisi all’infinito! Cascate d’acqua! Cave di marmo! Nuove vie commerciali e nuove linee di navigazione abbraccianti il mondo intero! E tutti questi progetti io li avrei potuti mandare ad effetto con le mie sole forze!

Fol. Lo so; non esisteva difficoltà che tu non l’avessi sormontata.

Bork. (stringendosi le mani). Ed ora devo razzolare qui come un uccellaccio con l’ali monche e devo sopportare che gli altri usurpino il mio posto.... e che mi derubino.... pezzo per pezzo!

Fol. Anche io mi trovo nelle stesse acque!

Bork. (senza prestargli attenzione). Oh, si sono già vedute molte di questo cose!... Ed ero là, vicino alla méta; oh se avessi avuto otto, soli otto giorni per rimettere tutto al suo posto! Tutti i depositi di denaro sarebbero stati surrogati con dei nuovi: tutti i valori che io aveva adoperato con un’audacia senza pari, sarebbero ritornati nei loro forzieri, ai loro antichi posti. Mancava un’inezia per mettere in attività tutte quelle colossali società per azioni: e nessuno vi avrebbe rimesso un centesimo....

Fol. È vero; fosti tanto vicino alla tua méta....

Bork. (invelenito). Sorse allora il tradimento e fui preso alle spalle! Proprio alla vigilia della vittoria decisiva. (fissando Foldal) Dimmi un po’: sai tu quale sia il più infame delitto che possa commettere un uomo?

Fol. No: quale?

Bork. Nè l’omicidio, nè la rapina; e neanche lo spergiuro o lo scasso notturno — giacchè tutti questi delitti vengono commessi per lo più contro uomini che sono odiati dai malfattori o che sono indifferenti alla maggioranza della gente....

Fol. Il delitto più infame è adunque....

Bork. (facendo spiccare le parole). Se.... se un amico abusa della fiducia del proprio amico.

Fol. (un po’ pensieroso). Sì, però.... ascolta....

Bork. (stizzito). Che volevi tu dire? Lo so, lo so! Ma non era questo il caso! Le persone che avevano depositato alla Banca il loro denaro avrebbero ricevuto di ritorno tutto il loro avere.... fino all’ultimo centesimo!... No, caro Foldal.... il delitto più infame che possa venir commesso da un uomo è quello di abusare delle lettere del proprio amico.... divulgando ai quattro venti tutte quello confidenze che gli sono state affidate a quattr’occhi dall’amico — a fil di voce ed in una stanza vuota, oscura e chiusa a chiave. Un uomo che si serve di simili mezzi, è corroso sino al midollo delle ossa dalla morale professata da tutti i farabutti di questo mondo. Ed io ebbi un tale amico! E fu quest’amico che mi mandò in rovina!

Fol. Mi pare di conoscere questo tuo amico!

Bork. Io gli confidai tutti i miei affari, anche i più inconcludenti: ma al momento opportuno egli scaricò su me tutte lo armi che io stesso gli avevo messo fra le mani.

Fol. Non ho mai potuto comprendere perchè egli.... Del resto a quel tempo corse la voce....

Bork. Ebbene? Dimmela! Non mi pervenne all’orecchio nemmeno una sillaba.... giacchè, poco dopo, fui posto in.... in isolamento. Dunque che si divulgò in allora sul conto mio?

Fol. Si sparse la voce che saresti diventato ministro.

Bork. Infatti mi si offerse anche un portafoglio, che io però rifiutai.

Fol. Tu non gli eri adunque d’ostacolo!

Bork. Egli mi tradì per un altro motivo.

Fol. Allora non comprendo più nulla....

Bork. Oh a te posso raccontare tutto, Foldal!

Fol. Spiegati!

Bork. Ci fu di mezzo.... un affare.... un affare in cui erano involte delle donne....

Fol. Un intrigo di donne, Gian Gabriele?

Bork. (interrompendolo). Sì.... ma non vale la pena di parlare più oltre di quella vecchia ed insulsa storia. — Però se io non divenni ministro, non lo divenne neppur lui.

Fol. Egli salì però molto in alto.

Bork. Ed io discesi molto in basso.

Fol. Tragedia davvero tremenda....

Bork. (affermando col capo). Tanto tremenda, quanto la tua, mi pare.

Fol. (schermendosi). Sì; per lo meno altrettanto tremenda.

Bork. (ridendo a fior di labbra). Esaminandola da un altro punto di vista, quella tragedia ha però anche un po’ della commedia.

Fol. Della commedia?

Bork. Sì, giudicandola almeno dalla piega che sembra aver preso in questo momento. Mi spiego....

Fol. Sì, sì.

Bork. Venendo qui da me, non t’incontrasti con Frida — è vero?

Fol. No.

Bork. Ebbene, mentre noi stiamo chiacchierando in questo salotto, la tua Frida suona musica da ballo in casa dell’amico.... di quello che mi tradì e mi mandò in rovina.

Fol. Non ne avevo il più lontano sospetto!

Bork. Eppure è così! Tua figlia, dopo d’aver preso i suoi pezzi di musica, si congedò da me per andare da quel.... signore.

Fol. (cercando di scusare la figlia). Non devi dimenticare che la povera piccina....

Bork. E chi credi che sia anche andato a quella festa ed ascolti ora la musica che suona la tua Frida?

Fol. Non lo saprei....

Bork. Mio figlio!

Fol. Tuo figlio?

Bork. Sì: che ne dici, Guglielmo? Uno dei ballerini di questa sera è anche Erardo.... Ora non avevo io ragione, dicendoti poc’anzi che tutta quella tragedia ha anche un po’ della commedia?

Fol. Probabilmente tuo figlio non sarò a giorno dell’accaduto....

Bork. Di che?

Fol. Egli sarà — senza dubbio — all’oscuro del modo con cui.... quel signore....

Bork. Nominalo pure — ormai quel nome non mi fa andare più in collera!

Fol. Eppure io persisto nel credere che tuo figlio non conosce nemmeno una fase di quella fosca storia.

Bork. (pestando sulla tavola e con voce cupa). Oh se la conosco!... la conosce com’è vero che in questo momento mi trovo qui con te!

Fol. È mai possibile che tuo figlio frequenti quella casa?

Bork. (tentennando il capo). Forse mio figlio potrà vedere le cose da un punto di vista diverso dal mio... È probabile anche che Erardo si sia a quest’ora schierato dalla parte dei miei nemici! Lo giurerei! Crederà anche lui, come tutti gli altri, che l’avvocato Hinkel col tradirmi non abbia fatto che semplicemente il proprio dovere.

Fol. Per amor di Dio! E chi mai dovrebbe averlo trasformato in tal modo?

Bork. Chi? E me lo domandi ancora? Ma non ti rammenti più le persone che si presero cura della sua educazione? Dapprima sua zia.... che se lo portò via quando Erardo aveva sei o sette anni.... poi sua madre.

Fol. Mi pare che tu sia ingiusto verso quelle due donne.

Bork. (trasalendo). Io non sono mai ingiusto con nessuno! Ti faccio osservare che tutte e due lo aizzarono contro di me!

Fol. (come accondiscendendo). Può essere che tu abbia ragione.

Bork. (con amarezza). Ah queste donne! Come ci amareggiano la vita! Come ci fanno girare e rigirare! E ci rovinano tutto il nostro destino.... tutti i nostri trionfi!

Fol. Non tutte le donne, Borkman!

Bork. Non tutte? Sta bene! Nominami allora una — una sola donna, che valga qualcosa.

Fol. Ecco il nodo! Le poche donne che conosco io non valgono nulla.

Bork. (ironico). Che importa allora che esistano tali donne.... se poi non si conoscono!

Fol. (accalorandosi). Se importa, Gian Gabriele? È un pensiero così splendido, così importante: là fuori, lungi, lungi da noi.... esiste ancora la vera donna.

Bork. (con impazienza). Cessa una buona volta con questi tuoi sogni di poeta!

Fol. (colpito profondamente). Ah chiami sogni di poeta ciò che costituisce la mia più sacra convinzione?

Bork. (con asprezza). Sì, sogni di poeta! Ed è per questi tuoi sogni che non hai mai fatto carriera nel mondo. Mandali una buona volta al diavolo! Solo in tal caso potrei aiutarti.... a salire in alto.

Fol. (in preda ad un’interna agitazione). Tu questo non lo puoi più!

Bork. Lo potrò, quando sarò giunto nuovamente al potere.

Fol. Ci dovrà correre molta acqua per la china....

Bork. (con impeto). Non credi che ritornerò ancora una volta al potere? Rispondimi, subito!

Fol. Non so proprio cosa risponderti!

Bork. (alzandosi grave e freddo ed indicando la porta). Allora non ho più bisogno di te.

Fol. (alzandosi rapidamente). Non hai più bisogno di me?

Bork. Se non credi che il mio destino debba ancora mutarsi....

Fol. Alla fine non posso credere a ciò che cozza col buon senso! — Anzitutto dovresti esserti riabilitato....

Bork. Prosegui! Prosegui!

Fol. Ti premetto che non mi è mai riuscito di dare i miei esami: ma da quel poco che mi ricordo dei miei studî....

Bork. (affrettato). La credi un’impossibilità?

Fol. Non conosco un precedente che possa far sperare....

Bork. Ciò non è necessario per gli uomini superiori!

Fol. La legge però non si occupa degli uomini superiori.

Bork. (negando col capo). Tu non sei poeta, Guglielmo!

Fol. (stringendosi le mani). Parli sul serio?

Bork. (senza rispondergli alla domanda). Noi due sprechiamo miseramente il nostro tempo.... è meglio che tu non venga più da me.

Fol. Vuoi adunque che ci lasciamo?

Bork. (senza guardarlo). Non ho più bisogno di te.

Fol. (calmo e mettendosi sotto il braccio il portafoglio). È possibile.

Bork. Dunque tu, durante tutto questo tempo, non hai fatto altro che ingannarmi.

Fol. Gian Gabriele, io non ti ho mai ingannato.

Bork. Non m’ingannasti tu, adunque, coll’insinuarmi fede, fiducia, speranza?

Fol. Non t’ingannai fino a che tu credesti nella mia vocazione: fino a che tu avesti fede in me, io pure l’ebbi in te.

Bork. Dunque ci siamo ingannati reciprocamente. Abbiamo ingannato.... noi stessi.

Fol. Alla fin dei conti l’amicizia non è questa, Gian Gabriele?

Bork. (con riso amaro). Sì, l’inganno.... è l’amicizia. Hai ragione: ne ho fatto già un’altra volta l’esperienza.

Fol. (fissandolo). Dunque, secondo te, io non possiedo nemmeno un’ombra di vocazione poetica.... E me lo dicesti con tanta indifferenza!

Bork. (in tuono più mite). Non sono competente in fatto di poesia.

Fol. Più di quello che tu stesso lo credi.

Bork. Io?

Fol. Sì, tu. Talvolta.... sorsero anche a me dei dubbî.... un terribile dubbio.... l’aver speso tutta la mia vita per un’illusione!

Bork. Ma se nascono dei dubbî anche a te, allora anche la tua fede è ben poco salda!

Fol. Ed è perciò che trovavo un conforto venendo a casa tua e facendo assegnamento su te, che eri pieno di fede. (prendendo il cappello) Ora però mi sei diventato uno sconosciuto.

Bork. Altrettanto da parte mia.

Fol. Buona notte, Gian Gabriele.

Bork. Buona notte, Foldal. (Foldal via a sinistra)

SCENA III. Borkman, poi Ella Rentheim.

(Borkman resta per alcuni momenti vicino alla porta che è stata chiusa da Foldal; fa un movimento come se volesse richiamarlo; poi, pentito, incomincia a passeggiare su e giù per la stanza, con le mani sul dorso. Dopo qualche tempo s’avvicina e s’arresta al tavolo davanti al sofà e spegne la lampada. Il salotto è immerso nella semi-oscurità.)

(Dopo una breve pausa bussano in fondo, a sinistra.)

Bork. (dal tavolo si volge e domanda a voce alta:) Chi è là?

(Nessuno risponde: bussano di nuovo.)

Bork. (immobile). Chi è là? avanti!

(Ella Rentheim con una candela in mano entra: veste come nel primo atto; ha sulle spalle il mantello, che è sbottonato.)

Bork. (guardandola). Chi è lei? Che vuole da me?

Ella (chiude dietro a sè la porta e si avvicina). Sono io, Borkman. (depone la candela sul pianoforte e resta immobile.)

Bork. (come colpito dal fulmine, la contempla con gli occhi fissi, e mormora a fil di voce:) Ella? Ella Rentheim? È proprio lei?

Ella. Sì, sono la tua Ella, come mi chiamavi un giorno.... allora.... molti, molti anni fa.

Bork. (come sopra). Sì, sì.... Ella.... ora ti riconosco!

Ella. Mi riconosci adunque?

Bork. Sì, ora incomincio....

Ella. Gli anni non fecero tanti complimenti con me.... siamo arrivati all’autunno.... come mi trovi?

Bork. (forzato). Ti sei un po’ cambiata. A prima vista....

Ella. Ora non mi scendono più sulle spalle, in brune anella, quei capelli che tu, in altri tempi, ti compiacevi di accarezzare con le dita!

Bork. (rapidamente). È vero! Ora me ne accorgo, Ella! Non hai più l’acconciatura d’una volta.

Ella (con riso amaro). Proprio così: è l’acconciatura che cambia....

Bork. (cambiando discorso). Non sapevo ch’eri venuta qui fuori.

Ella. Sono arrivata da poco.

Bork. E perchè sei venuta in questa stagione?... in inverno?

Ella. Te lo dirò.

Bork. Vuoi qualche cosa da me?

Ella. Sì, anche da te. Prima di parlarti di un certo argomento, dovrei ritornare col pensiero nel passato e rivolgerlo su cose avvenute.

Bork. Sei stanca, Ella?

Ella. Sì; sono stanca.

Bork. Non vuoi accomodarti? Là.... là sul sofà?

Ella. Grazie: ho infatti bisogno di sedermi. (Si siede sull’angolo anteriore del sofà: Borkman, immobile accanto il tavolino e con le mani sul dorso, la fissa. Breve pausa.)

Ella. Sono passati molti anni — Borkman — dall’ultima volta in cui ci siamo trovati soli — così a quattr’occhi!

Bork. (cupo). Sono passati molti anni! E fu nel frattempo che si svolse tutta quella terribile storia!

Ella. Da quella volta è trascorsa una vita d’uomo! Una vita perduta!

Bork. (sdegnato). Perduta!

Ella. Sì, perduta: e per ambidue!

Bork. (freddamente). Eppure io non credo che la mia vita sia già a quest’ora una vita perduta!

Ella. Ma la mia?

Bork. Lo devi ascrivere a tua colpa, Ella.

Ella (con un movimento di dispetto). E sei tu che me lo dici?

Bork. Sì, io: Ella, tu avresti potuto raggiungere la tua felicità anche senza di me!

Ella. Lo credi?

Bork. Purchè tu l’avessi voluto.

Ella (con amarezza). Se ben mi ricordo, fu un altro uomo che mi chiese la mano....

Bork. Tu gliela rifiutasti.

Ella. Sì; gliela rifiutai!

Bork. E non gli rifiutasti la mano un’unica volta! Per anni ed anni....

Ella (ironica). .... Per anni ed anni respinsi da me la felicità.... è così che intendevi dire?

Bork. Avresti potuto vivere molto felice anche con lui.... in tal caso io sarei stato salvo!

Ella. Tu?

Bork. Sì, tu mi avresti salvato, Ella!

Ella. Spiegati: in che modo?

Bork. Egli si cacciò in testa che io fossi la vera ed unica causa di tutti quei tuoi rifiuti. — E se ne vendicò: fu una facile vendetta per lui, che aveva nelle mani tutte quelle mie lettere, piene di confessioni. Se ne servì a dovere.... ed allora per me fu questione finita.... almeno per il momento. E di tutto ciò fu tua la colpa, Ella!

Ella. Ah, Borkman, rifletti un po’.... proseguendo di questo passo, finirò col diventare io — io sola la causa di quanto è accaduto!

Bork. È questione di modo di vedere! So benissimo quanto io debba a te: all’incanto di questa possessione, fosti tu che ne facesti l’acquisto; poi la mettesti completamente a mia disposizione.... e a disposizione di tua sorella. Prendesti con te Erardo: ti curasti di lui sotto ogni rapporto....

Ella. .... Fino a che mi fu concesso.

Bork. .... fino a che ti fu concesso da tua sorella — volevi dire. Io non mi immischiai mai in tutte queste faccende domestiche.... Ah, sì.... dunque stavo per dire.... io sono perfettamente a cognizione di tutti i tuoi sagrifizi sostenuti per me e per tua sorella. Tu potevi anche farlo, Ella: non dimenticarti, però, che devi a me se fosti in grado di farlo.

Ella (mossa a sdegno). In tal caso t’inganni.... Borkman.... e molto! Fu l’interna voce del mio cuore, fu il caldo affetto per Erardo.... ed anche per te.... che mi consigliarono di agire in quel modo.

Bork. (interrompendola). Cara Ella, lasciamo da parte gli affetti e le passioni consimili: ciò che volevo dirti, era con altre parole: se agisti a quel modo, fui io a procurartene la possibilità.

Ella (ridendo). La possibilità.... ah, ah.... la possibilità!

Bork. (riscaldandosi). Sì, proprio la possibilità! Alla vigilia della battaglia decisiva — quando non potei più salvare nè parenti nè amici; quando dovetti ricorrere a quei milioni che erano stati affidati a me.... e vi misi anche la mano sopra.... io salvai tutto quello che era tuo — sì, tutto il tuo patrimonio.... quantunque avessi potuto trafugarlo ed impiegarlo.... come feci col resto.

Ella (con calma, fredda). È vero, Borkman.

Bork. Lo vedi! E perciò quando vennero da me e mi condussero via.... trovarono intatto, nei forzieri della Banca, tutto il tuo patrimonio.

Ella (fissandolo). Ci ho pensato tante volte su questo fatto.... ma veramente perchè risparmiasti il mio patrimonio? proprio ed unicamente il mio?

Bork. Perchè?

Ella. Sì, perchè?

Bork. Credi forse che lo feci per avere qualche cosa di riserva.... per il caso che la faccenda dovesse prendere una cattiva piega?

Ella. No.... a quell’epoca non avresti potuto pensare a quel modo!

Bork. Mai, e poi mai! Ero tanto sicuro della mia vittoria....

Ella. Ed allora perchè....?

Bork. (scrollando le spalle). Dio buono, Ella.... non è poi tanto facile ricordarsi di cose di vent’anni fa. Mi ricordo solamente che, passeggiando solo ed architettando nella solitudine tutte quelle immense imprese che volevo mandare ad effetto, mi pareva di provare le sensazioni che, secondo me, dovrebbero agitarsi nella mente di un aeronauta. Nelle notti in cui non potevo prender sonno, mi pareva di dover gonfiare un enorme pallone e di essere in procinto di slanciarmi con esso sopra un oceano malsicuro, irto di pericoli.

Ella (sorridendo). Tu, che non dubitasti mai della vittoria?

Bork. (con impazienza). Sì, Ella: gli uomini sono tutti fatti così. Credono e dubitano nel medesimo tempo. (come fra sè e sè) Fu quella la causa per cui non volli prendere te ed il tuo patrimonio nel pallone.

Ella (trepidante). E perchè? Ti domando il perchè?

Bork. (senza guardarla). In un viaggio così ardito non si suole mai prendere nella navicella il più prezioso dei beni.

Ella. Ma tu avevi nella navicella il più prezioso dei tuoi beni: la tua vita avvenire....

Bork. La vita non è sempre il più prezioso dei beni.

Ella (trattenendo il respiro). Eri anche allora dello stesso avviso?

Bork. Sì: ero dello stesso avviso.

Ella. Che fossi stata in allora io il più prezioso dei tuoi beni?

Bork. Sì, per quanto ne ho memoria.

Ella. Eppure allora erano passati molti anni dall’epoca in cui mi abbandonasti per sposare.... un’altra donna.

Bork. Averti abbandonata? Io? Capirai che ci devono essere state delle ragioni ben superiori.... sì, ben alte ragioni, che mi costrinsero a fare quel passo. Senza l’appoggio di quel tale, io non avrei potuto andare avanti.

Ella (frenandosi). Avermi abbandonata.... per delle ragioni ben superiori!

Bork. Io non potei fare a meno del suo appoggio, e come prezzo egli mi chiese la tua mano.

Ella. E tu gli pagasti il prezzo.... l’intero prezzo; senza contrattarlo!

Bork. Non mi rimaneva altro scampo: o vincere o soccombere.

Ella (con voce tremante e fissandolo). Secondo quanto mi dicesti or ora, io ero adunque in quell’epoca il più prezioso dei tuoi beni?

Bork. Sì, ed anche più tardi.... per molti e molti anni.

Ella. Ciò nulla meno tu allora mi vendesti; e trattasti con un altro uomo per il diritto del tuo amore. Vendesti il tuo affetto per un.... un posto di direttore di Banca.

Bork. (cupo, col capo chino). Fu dura necessità, Ella!

Ella (alzandosi dal sofà; con voce selvaggia e tremante). Traditore!

Bork. (atterrito, ma trattenendosi). Questa parola mi fu scagliata un’altra volta.

Ella. Non creder già ch’io voglia alludere all’infrazione del codice da parte tua: no, non ti fo alcun carico sul modo con cui impiegasti tutte le obbligazioni, tutte le azioni.... tutti quelli effetti di Banca, no! Ah se mi fosse stato concesso di essere vicino a te nel momento del tuo tracollo....!

Bork. (con grande interesse). In tal caso, Ella....?

Ella. Avrei teco diviso con gioia i colpi del destino crudele — t’assicuro: t’avrei reso meno insopportabile l’onta, l’annichilamento.... tutto!

Bork. L’avresti voluto? o l’avresti potuto?

Ella. L’avrei voluto e potuto. A quell’epoca io ero ancora all’oscuro di quel tuo terribile, immane delitto....

Bork. A quale delitto alludi tu ora?

Ella. Alludo a quel delitto, per il quale non esiste perdono.

Bork. (con lo sguardo fisso su lei). Ella, tu deliri!

Ella (avvicinandosi a Borkman). Sei un assassino! Hai commesso il grande peccato mortale.

Bork. (indietreggiando verso il pianoforte). Ella, tu deliri!

Ella. Tu hai spento in me la fiamma dell’amore! (avvicinandoglisi ancor più) Mi comprendi? La Bibbia parla di un peccato misterioso, per il quale non esiste perdono. Prima d’oggi quelle parole della Bibbia mi erano oscure: ora le comprendo. Quel peccato capitale, senza perdono.... è il peccato che si commette spegnendo in una creatura umana la fiamma del suo amore!

Bork. Io — secondo te — avrei dunque commesso quel delitto?

Ella. Sì, tu l’hai commesso, Borkman! Fino ad oggi ho vissuto all’oscuro di tutto ciò. Ma questa sera mi è caduto il velo dagli occhi. Fino ad oggi io credevo che tu mi avessi posposta a Gunilde.... per incostanza d’affetto da parte tua e per crudeli raggiri da parte sua. E per questo motivo credo di averti una volta anche un po’ disprezzato.... Ma ora! dopo questa tua confessione! Tu hai abbandonato me — la donna del tuo cuore; tu hai venduto il più prezioso dei tuoi beni per ricavare un lucro! Ecco il duplice assassinio, che hai commesso! L’assassinio della tua anima e l’assassinio della mia!

Bork. (freddo e calmo). Oh come si riafferma ancora una volta la tua natura selvaggia ed indomabile, Ella! Tu ti compiaci naturalmente di osservare le cose dal tuo punto di vista. Lo comprendo! Sei donna, Ella! A mio modo di vedere tu non ti occupi che unicamente de’ tuoi casi; tu credi che al mondo non esistano altre dolorose vicende all’infuori delle tue!

Ella. È proprio così, Borkman.

Bork. Dunque è soltanto della piaga del tuo cuore che ti dai pensiero?

Ella. Penso soltanto a quella — soltanto a quella! Hai ragione!

Bork. Non devi però dimenticarti, anzitutto, che io sono uomo, Ella. Come donna tu mi eri certamente il più prezioso dei beni. Ma una donna può surrogarsi con un’altra.... se così vuole il destino....

Ella (sorridendo). Arrivasti a questa conclusione con lo sposare Gunilde?

Bork. No: anche il cómpito che m’ero creato per questa vita contribuì a rendermi tutto ciò sopportabile. Io volevo avere fra le mie mani tutte le sorgenti del potere: volevo avere sotto il mio giogo tutti i tesori del suolo, dei monti, dei boschi, del mare per render contenti e felici migliaia e migliaia di uomini.

Ella (come assorta nei ricordi). Lo so: oh quante volte abbiamo parlato insieme di tutti questi tuoi progetti.... sull’imbrunire....

Bork. Con te lo potevo fare, Ella.

Ella. Ed io scherzavo su tutti quei tuoi progetti e ti domandavo se tu volessi svegliare gli spiriti sonnecchianti dell’oro.

Bork. (affermando col capo). Mi ricordo di quella espressione. (lentamente) Gli spiriti sonnecchianti dell’oro!

Ella. Tu però non scherzavi, perchè a quella domanda mi rispondesti: Sì, Ella, io voglio svegliarli!

Bork. È vero. In quel tempo io ero appena ai primi passi della mia carriera. Tutto dipendeva da quell’uomo: egli poteva e voleva procurarmi la direzione della Banca.... purchè io d’altro canto....

Ella. Purchè tu dal canto tuo rinunciassi alla donna che tu amavi tanto.... e che amava te alla follia.

Bork. Io conoscevo quanto grande fosse il suo affetto per te. Ma quell’uomo mi pose per condizione....

Ella. E tu l’accettasti anche!

Bork. (con impeto). L’accettai, sì, è vero! Quella brama di dominare era in me tanto forte! Dovetti accettare quella sua condizione: ed egli mi aiutò a salire su quelle vette affascinanti! Ed io salii sempre più in alto — d’anno in anno sempre più in alto....

Ella. Ed io sparii dal tuo cuore.

Bork. Ma poi egli mi precipitò nell’abisso.... e per te, Ella.

Ella (dopo aver meditato per qualche tempo). Borkman.... non pare anche a te che su tutto quel nostro amore abbia pesato una maledizione?

Bork. (fissandola). Una maledizione?

Ella. Sì, una maledizione: non pare anche a te?

Bork. (inquieto). Forse! Ma il motivo....? (con irruenza) Ah Ella.... io non capisco proprio chi abbia ragione — io o tu?

Ella. Sei stato tu che hai commesso quell’orribile peccato, e che hai distrutto tutta la mia felicità!

Bork. (con angoscia). Oh non dirlo, Ella!

Ella. Sì; tu hai troncato tutta la felicità d’una donna. Dal giorno in cui la tua immagine incominciò a dileguarsi dal mio cuore, la mia vita si oscurò come se fosse stata immersa in un eclisse solare. In tutti questi anni trascorsi ho sentito manifestarsi in me un’avversione.... e da ultimo mi fu impossibile di amare una qualche creatura: non uomini, non bestie, non fiori — soltanto lui, lui....

Bork. Chi?

Ella. Erardo!

Bork. Erardo....?

Ella. Sì, Erardo — tuo figlio, Borkman.

Bork. E gli portasti proprio tanto affetto?

Ella. E perchè me lo presi a casa mia? perchè mai lo trattenni vicino a me tanto tempo.... sino a che mi fu possibile? Perchè?

Bork. Così.... per misericordia — come per il resto.

Ella (con viva agitazione interna). Per misericordia! Aha! aha! Ma non sai che io non ho provato più misericordia.... dal giorno in cui mi abbandonasti! Non potevo più provare misericordia! Quando capitava nella mia cucina qualche povero piccino affamato, e tutto tremante e con le lagrime agli occhi domandava qualche cosa per isfamarsi, incaricavo la cuoca di dargli da mangiare. Non sentivo mai in me il desiderio di chiamare il poverino nella mia stanza, per poi riscaldarlo vicino ad un buon fuoco, e per provare un senso di compiacenza nel vederlo scacciare lungi da sè la fame. E pensare che nella mia giovinezza ero tanto misericordiosa! Fosti tu a far sorgere un vasto deserto in me.... ed anche fuori di me.

Bork. Anche su Erardo?

Ella. No, quel deserto non si estende su tuo figlio; esso si estende su tutto ciò che si muove ed ha vita. Tu hai rapito alla mia vita le gioie e la felicità di una madre; anche le lagrime e le cure di una madre. E questa fu per me la più penosa dello perdite.

Bork. Lo credi, Ella?

Ella. Chi lo sa? Forse quelle cure e quelle lagrime avrebbero potuto apportarmi grandissimo conforto. (animandosi sempre più) Allora però mi fu impossibile di trovare un altro conforto per la perdita fatta! Fu per questo motivo che condussi Erardo con me! Mi assicurai il suo cuoricino tanto caldo, tanto promettente.... fino al giorno.... ah!

Bork. Fino ai giorno?

Ella. .... in cui sua madre — volevo dire l’autrice dei suoi giorni — me lo portò via.

Bork. Il distacco — o prima o tardi — doveva avvenire: Erardo doveva venire in città per continuare i suoi studi.

Ella (stirando le mani). Ma io non posso più sopportare questa solitudine.... questo deserto.... non posso sopportare la perdita del cuore di tuo figlio!

Bork. (con lo sguardo pieno d’odio). ..... Hm,.... Ella, tu non hai perduto il suo cuore — no..... Non si perde tanto facilmente un cuore.... qui, al pianterreno.

Ella. Ho perduto Erardo qui, sì, qui. E fu lei che me lo portò via.... o forse un’altra donna. Tutto ciò risulta abbastanza evidentemente dalle lettere che egli mi scrive qualche volta.

Bork. Tu sei venuta adunque qui per riprenderlo?

Ella. Sì, purchè sia possibile....

Bork. È possibile, se proprio lo vuoi: il primo e maggior diritto su Erardo spetta a te.

Ella. Diritto! E si può parlare in questo caso di diritto? Se egli non viene via con me spontaneamente.... non posso avere il suo cuore, che devo averei Io devo avere tutto, tutto il cuore del mio figliolo!

Bork. Non dimenticarti che Erardo ha già venti anni suonati; non potresti far quindi duraturo assegnamento su tutto, tutto il suo cuore.... per usare le stesse tue parole.

Ella (con un amaro sorriso). Non è necessario che egli resti molto tempo con me.

Bork. No? Credevo che tu esigessi di trattenere Erardo sino ai tuoi ultimi giorni.

Ella. Questa è infatti la mia intenzione.... per ciò che riguarda i miei ultimi giorni, non ci vorrà molto tempo....

Bork. (con sorpresa). Che dici....?

Ella. Ti sarà noto che negli ultimi anni fui sempre sofferente?

Bork. Tu sofferente?

Ella. Non lo sapevi?

Bork. No.... veramente.... no....

Ella (guardandolo con aria di stupore). Non ti ha mai parlato Erardo delle mie sofferenze?

Bork. Ora non posso proprio ricordarmene....

Ella. Forse Erardo non t’avrà mai parlato di me?

Bork. Sì, sì: egli mi parlò di te.... almeno mi pare. Del resto io lo vedo ben di rado; anzi quasi mai. C’è qui giù, al pianterreno, una persona che lo tiene lontano da me.... lontano da me, intendi?

Ella. Ne sei certo, Borkman?

Bork. Oh se lo sono! (cambiando tono) Dunque sei stata sofferente, Ella?

Ella. Sì: nell’autunno scorso il male s’aggravò tanto da costringermi a venir qui per consultare i medici della città, che hanno più esperienza dei nostri.

Bork. Li hai già consultati?

Ella. Sì: stamane.

Bork. E ti dissero?

Ella. Mi convinsero pienamente di quello che avevo presentito io stessa da molto tempo....

Bork. Ebbene?

Ella (rassegnata e calma). La mia malattia mi condurrà al sepolcro, Borkman.

Bork. Non prestarci fede, Ella!

Ella. La mia malattia è di quelle per le quali non valgono rimedi. I medici non ne conoscono uno: devono accontentarsi di seguire il corso del male; non lo possono arrestare: tutt’al più possono procurare qualche sollievo — il che è già una bella fortuna.

Bork. Ad onta della tua malattia, tu vivrai ancora molto a lungo.... vedrai....

Ella. I medici m’hanno assicurato che molto probabilmente avrei potuto tirare avanti ancora tutto l’inverno.

Bork. (sopra pensiero). L’inverno.... è tanto lungo.

Ella (sommessamente). Sì — abbastanza lungo.

Bork. (premuroso, come se volesse cambiare discorso). E come mai fu possibile che tu ti ammalassi così gravemente? Conducevi sempre un regime di vita così regolato.... così igienico.... come mai....?

Ella (fissandolo). I medici sostengono che la causa del mio male sia stata una commozione d’animo d’antica data.

Bork. (montando in collera). Una commozione d’animo! Comprendo la tua allusione!

Ella (in preda ad un’agitazione interna sempre più crescente). Del resto ormai è troppo tardi di voler rintracciarne la causa! Io però devo avere ancora una volta — prima di morire — il mio unico figliolo! È così triste di dover abbandonare tutto ciò che palpita di vita su questa terra.... il sole, l’aria, la luce.... senza lasciare a questo mondo almeno una persona, che possa qualche volta ricordarsi di me.... e pensare a me con affetto e con rimpianto.... come un figlio pensa alla madre morta.

Bork. (dopo breve pausa). Porta pur via Erardo, Ella.... purchè tu possa riuscirvi.

Ella (con calore). Vi acconsenti? Lo puoi?

Bork. (cupo). Sì: ma non è un gran sagrifizio il mio, perchè io già da molto tempo non ho più nessun potere su mio figlio!

Ella. Grazie, grazie per il tuo sacrifizio! — Ora ho da volgerti un’altra preghiera, Borkman.... anzi, secondo me, una grande preghiera.

Bork. Parla!

Ella. Troverai puerile.... forse incomprensibile....

Bork. Parla dunque!

Ella. Dopo la mia morte resterà un patrimonio non indifferente....

Bork. Sì, un patrimonio rilevante.

Ella. Ebbene, è mia intenzione di lasciare il mio patrimonio ad Erardo.

Bork. Dal momento che non hai altri parenti più prossimi....

Ella (con anima). Infatti non ho altri parenti più prossimi....

Bork. Non ci sono più superstiti della tua famiglia, è vero: tu sei l’ultima Rentheim.

Ella (affermando lentamente col capo). L’ultima! Ora se io muoio.... sparirà con la mia morte anche il nome dei Rentheim. E vedi, anche questo pensiero mi è tanto angoscioso! Di me non resterà più nulla in questo mondo.... neppure il mio nome....

Bork. (interrompendola). Aha,.... ora ti comprendo!

Ella (con passione). Fa che il mio nome non muoia con me! Fa che Erardo porti anche il nome dei Rentheim.

Bork. (guardandola con stizza). Comprendo le tue mire. Tu vuoi liberare mio figlio dal nome che porta suo padre: ecco la tua intenzione!

Ella. No — non è vero! Io avrei portato quel nome in tua compagnia con tanto entusiasmo, con tanta fierezza! Ma per una madre, che si trova sull’orlo della fossa.... credimi, Borkman, il nome è un legame ben più forte di quello che tu possa immaginare!

Bork. (freddo, ma con fierezza). Sta bene, Ella: io sarò l’unico uomo che porterà ancora il nome dei Borkman.

Ella (stringendogli le mani). Grazie, grazie! Ora abbiamo saldato la nostra partita! Sì, sì — lascia che te lo dica! Tu hai fatto un’onorevole ammenda — per quanto stava nelle tue forze! Morta me, vivrà un Erardo Rentheim!