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Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata cover

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Chapter 106: XCVIII.
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About This Book

The narrative centers on an orphan raised in the Nunziata foundling hospice and uses her situation to examine charitable institutions in Naples. Drawing on the author's travels and direct encounters with hospitals and hospices, the text documents the daily hardships of abandoned children, the bureaucratic and clerical forces that compound neglect, and the modest consolations offered by devoted caregivers. Interwoven with social reportage are moral reflections on charity, civic responsibility, and the personal costs of denouncing institutional abuse, while the author urges greater compassion and practical reform for the vulnerable.

XCVIII.

Io vi dirò prima ciò che seppi dappoi, acciocchè non vi sia oscuro l'ultimo avvenimento che m'avanza a narrarvi.

Un brigante di Sonnino aveva guerreggiato quarant'anni con l'esercito romano, e n'era stato sempre vittorioso. Il santo padre gli aveva assai volte profferto generosamente cinquanta colonnati il mese, ed egli si levasse dalla strada; ma il brigante non era stato contento, perchè dicea che la strada gli era un'entrata assai più grossa. E nondimeno un dì, non fu già vinto, ma colto in un agguato, e cento carabinieri e mille soldati aveano ancora paura mentre lo trascinavano ammanettato a Castel Sant'Angelo. Ma quegli una notte, fatto delle sue lenzuola una lunga corda, si calò, novello Benvenuto, dal torrione, e disarmata per istrazio la sentinella del muro, fece, dopo averla schiaffeggiata, una lenta e minacciosa partenza.

Il dì seguente andò tutta Roma in iscompiglio, e si mosse l'esercito e l'armata; ed essendo andato il grido ch'egli si fosse recuperato nella foresta ove noi eravamo, ed eccola inondata da molte migliaia di soldati. Questi, o fosse zelo o paura, s'avvolsero più e più dì per quante latebre e recessi v'aveva più reconditi; ed alla fine un viluppo di carabinieri, schieratisi in ordinanza di guerra, sollevarono tremando la forcatella della nostra grotta, e divennero il coraggio stesso, quando in vece del terribile ladrone, trovarono due pie ed innocenti religiose, ed un cervo tutto domestico, ch'esse educavano e nutrivano delle loro mani.

Dov'è il brigante?... ci domandaron tutti con fiera voce. E poichè noi, tutte smarrite nel volto e nella favella, rispondevamo come chi sogna d'essere all'inferno, ed ecco andar sossopra quant'era d'uso umano nella grotta, e per valentía ucciso il cervo.

Frugarono da per tutto quei bellicosi, e visto in un cantoncello il terreno smosso, s'ebbero l'oro, e saltavano d'allegrezza; e non dubitando più che noi non fossimo due segretarie del ladro, ci condussero a Castel Sant'Angelo ammanettate.

Quivi un grosso carabiniere volea esaminarci coi tormenti, e già le nostre protestazioni e le nostre lacrime erano tutte indarno. Ma e il ladrone fu quel dì medesimo saputo a Frosinone, e noi, col testimonio ancora della fidata minente, ci demmo in fine a conoscere per quelle ch'eravamo, Teodelinda in tutto, ed io da Cammillo in su, che ben mi guardai di profferir solo il nome di Nunziata.

Allora l'ambasciatore di sua maestà sarda e l'ambasciatore di sua maestà siciliana, tennero fra loro un congresso, e distesero un protocollo; e, come per modo di confiscazione, divisi fra loro i marenghini amichevolmente per metà, e noi dichiarate vagabonde, ci fecero condurre entrambe fra i carabinieri a Civitavecchia, dove Teodelinda fu fatta entrare a buona guardia in una feluca carica di doghe che n'andava a Genova, ed io in una carica di carboni a guardia della ciurma. Dalla quale non fui appena esposta sulla marina napoletana, che una mano di birri mi condussero, come orfana e povera, a questo convento.