WeRead Powered by ReaderPub
Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata cover

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Chapter 24: XIX.
Open in WeRead

About This Book

The narrative centers on an orphan raised in the Nunziata foundling hospice and uses her situation to examine charitable institutions in Naples. Drawing on the author's travels and direct encounters with hospitals and hospices, the text documents the daily hardships of abandoned children, the bureaucratic and clerical forces that compound neglect, and the modest consolations offered by devoted caregivers. Interwoven with social reportage are moral reflections on charity, civic responsibility, and the personal costs of denouncing institutional abuse, while the author urges greater compassion and practical reform for the vulnerable.

XIX.

Era fitto inverno. Tutto taceva: se non che i due abati ad ora ad ora russavano. Io non poteva chiudere le palpebre, parte per la paura degli strazi della donna se non fossi stata pronta ad aprir l'uscio a don Gennaro ed agli altri cinque studenti ch'eran fuori, e parte per la naturale vigilia ch'è sempre causata dall'inedia e dal turbamento de' nervi. L'immaginativa mi s'accese. Parvemi che il gran segreto della vita mortale mi fosse aperto per la prima volta; nè mai in questa più provetta età mi accadde di avere una così viva rivelazione delle condizioni dell'essere. Quel giorno, tutti gli altri scorsi, e la vita intera mi parve un fantasma, un sogno, un incubo doloroso, ma accompagnato dalla tremenda realità della veglia. Mi parve che, a traverso il guizzo di quella lampada, mi trasparisse come per lampi un ordine infinito di nuove ed ineffabili sciagure, le quali, pure essendo dolore e pianto, si trasformavano in non so che d'umano; ed ecco larve, spettri, sembianze ora note ora ignote, trasformarsi da belle in orrende, e ingrandirsi, e impiccolirsi, e sparire, e ritornare. Oh padre! qual notte! Quale ignoto e spaventoso mondo abitano in quelle ore gl'infelici! Alla fine, erano, credo, le sette ore della notte, quando giunsero i tre Aquilani, che, presa la chiave di sotto il guanciale degli abati, aperto il cassettone, trangugiato quel pochissimo di residuo cibo e fumato a posta loro, entrarono nel letto più grande e si furono presto addormentati. Poco di poi tornarono i due congiunti di don Gaetano, e dietro a loro don Gennaro, che a quell'ora terminava d'imbandire da cena al suo padrone. I due giovani si lamentarono un cotal poco sommessamente a don Gennaro del saccheggiato piatto, dove non rimanevano più nè anche i segni dell'antica vivanda. Don Gennaro promise loro che gliene avrebbe rifatto il dì seguente; e così queglino chetandosi si raccolsero nel terzo lettuccio, e don Gennaro entrò con placido animo nella sua camera. Io passai di là per ridurmi in cucina sul sacconcello, e passando vidi don Gaetano e donna Mariantonia, ciascuno al suo posto, che fingevano d'essere sepolti nel più profondo sonno, e don Gennaro, che piamente spogliandosi i suoi panni, si preparava ad entrare accanto alla sua pudica consorte.