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Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata cover

Ginevra, o, L'Orfana della Nunziata

Chapter 97: LXXXIX.
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About This Book

The narrative centers on an orphan raised in the Nunziata foundling hospice and uses her situation to examine charitable institutions in Naples. Drawing on the author's travels and direct encounters with hospitals and hospices, the text documents the daily hardships of abandoned children, the bureaucratic and clerical forces that compound neglect, and the modest consolations offered by devoted caregivers. Interwoven with social reportage are moral reflections on charity, civic responsibility, and the personal costs of denouncing institutional abuse, while the author urges greater compassion and practical reform for the vulnerable.

LXXXIX.

Io vidi da Albano il sole che si tuffava misteriosamente nell'onde, e vidi sciami infiniti di gracchianti uccelli quasi accompagnarlo nella sua caduta. Ed io, sorvolando con loro mille e mille anni, già quasi ne prendeva i buoni o rei augurii della vita mia. Poi si corse furiando sul deserto lastricato, fra cento file di tronchi acquedotti e mille rovine di sepolcri: ed io diceva: O tempo, tu dovevi perdonare alle tombe! E mancava poco alle ventiquattro, quando fummo in sulla piazza di san Giovanni in Laterano.

Io levai gli occhi a sinistra, e vidi la facciata della basilica. O nomi sonori, che varcherete mille secoli, ed ancora affaticherete gli orecchi dell'universo invidioso, quanto più grandi di voi paiono quelle grandezze che significate, allo stupido pellegrino che s'inurba! O Costantino, o Silvestro, quanto mi tornarono grate nella memoria insino le vostre favole!

Valicammo una lunga via, in fondo alla quale era il Colosseo; poi m'imbattei nella colonna Traiana; e quindi uscimmo a Piazza di Spagna.

Quivi scendemmo a un grande albergo, dove l'albergatore, che la facea da cavaliere col suo servidorame o con altri più modesti viaggiatori che uscivano o entravano all'albergo, porse la servile mano allo sportello del Russo; e quegli e la moglie balzaron giù come due matti, e senza mutar abiti, nè montar pure le scale per vedere l'appartamento da abitare, rientrati in una carrozza da nolo dell'albergatore, e ordinato al siniscalco che fosse loro portato da merendare nel palco a Tordinona, si scapolarono come invasati, gridando al balordo cocchiere, che menasse a tutta furia que' suoi balordissimi cavalloni.

Partita quella coppia, il segretario s'inviò al teatro di mala voglia, come quegli a cui sarebbe troppo più convenuto letto che saltatori o strioni: ma quivi l'arco dell'esilio lo balestrava. Il siniscalco s'andò per le sue faccende nelle cucine; gli schiavi nelle stalle a sdraiarsi sullo strame; e Cammillo ed io, più felici di tutti, ci ricoverammo in una modesta stanzetta che ci fu assegnata, in un modesto lettino, caro segretario, e quella notte e cento e cento altre, de' nostri piaceri.

La mattina seguente fummo a far riverenza ai due signori russi, che trovammo un poco meno invasati del dì davanti nella loro frenesia; non però che consentissero di ragionar d'altro che della saltatrice. E il principe in persona (ch'egli era un principe), levatosi da sedere, cominciò a volerci far vedere materialmente come proprio la sua eroina moveva i piedi: ed alzava le zampe, e col suo fischio s'accompagnava, e pareva uno di questi orsi che danzano qui talvolta per la città al suono rusticale d'una sampogna. E noi facemmo una gran prova di frenare il riso, e, lodata la disinvoltura ond'egli imitava la sua dea, ci accommiatammo e n'andammo a spasso.

Così cominciai a vivere i giorni più placidi della mia vita; almeno, i più secondo natura. Io era già fuori di tutte le illusioni della nuova età, e nondimeno conservava ancora tanta vivacità nella fantasia e nel cuore, quanta mi bastava a godere. Quando Cammillo usciva pe' suoi lavori, o era dentro a lavorare, io leggeva; ch'egli non mi lasciava mai mancare di libri. E quando era scapolo, giravamo per Roma e pe' contorni, e mille anni e mille volumi non mi basterebbero a dire il millesimo de' piaceri, delle consolazioni, de' rapimenti di sovrumana felicità in ch'io n'andava, contemplando tante e sì ineffabili e sempiterne bellezze. La sera ci riducevamo di buon'ora nella nostra stanzetta, dove venivano spesso a veglia il segretario ed il siniscalco; e l'uno co' suoi racconti di Francia mi tornava dolcemente la memoria di suora Geltrude; l'altro mi sollazzava parlando della schiavitù come della cosa più dolce e più desiderabile della terra, e che non era nessun uomo più felice di lui, e che un dì il suo padrone, o fosse più brillo o più amoroso del solito, gli aveva profferta la libertà, ch'egli aveva ricusata come il più funesto de' doni.

Di tanto mi stimai io felice, e questa fu l'ultima delle mie illusioni.