Quando la gatta non è in paese.
Spariti i gatti, la guerra è divenuta l'orgia dei topi.
Formicolano nelle case abbandonate, fanno i loro comodi, da padroni, anche nelle case abitate. Topini inquieti e vivaci che potrebbero passare anche per animali graziosi se non avessero quella lurida coda da rettile; sorcioni figli della fogna, immondi. Banchettano, al crepuscolo, dei detriti abbondanti che la guerra lascia dietro di sè, gavazzano la notte per le cantine e nei solai, in turpi scorribande. Bestie sotterranee, portano alla luce i tristi misteri che la luce non dovrebbe mai vedere. Addentano di tutto, vivono della putrefazione. Tutto è fogna per essi; i resti più santi che noi copriamo, anche in guerra, perchè un giorno qualcuno verrà a piangere sulla croce che ne segna l'ultimo riposo, sono minacciati dalla loro laida voracità. Quando si sentono forti delle loro masse schifose, mordono anche gli addormentati, come fossero morti. Scivolano per le trincee come fossero state scavate per la loro vita di cloaca. Tutta questa guerra sotterranea con i cunicoli, con i camminamenti, con le gallerie, che hanno inventata i Tedeschi e che noi dobbiamo accettare per vincerli con i loro mezzi, pare fatta ad intenzione dei sorci delle chiaviche.
I Tedeschi diranno che a ispirargliela è stato il castoro, perchè guerra di insidie, nascosto, la fa anche il castoro, e proprio, come sapeva Dante, «fra li Tedeschi lurchi». Ma anche il sorcio di fogna c'entra per qualche cosa. Se non altro perchè è animale più compaesano dei nostri nemici che nostro.
Noi non abbiamo nemmeno un nome preciso per designarlo: i Veneti le chiamano «pantegàne», ma in Toscana le dicono talpe, come quelle altre, anche sotterranee, ma tanto più pulite, le brave compagne del contadino nel liberare dai vermi le radici delle piante: è chiaro che i Toscani le hanno conosciute tardi e, forse per eufemismo, le hanno identificate a una bestia decente. Si sa infatti che la prima grande invasione dei sorci in Italia seguì quella degli Unni. Da queste parti, come è noto, si affacciarono nel quinto secolo di Cristo i brutti Mongoli dalla faccia cagnazza, scendendo qui per la solita strada dei barbari, da queste Alpi Giulie che si devono riprendere tutte. C'è giù, nel piano, Aquileia che dalle sue rovine illustri ripete al mondo il ricordo di quelle devastazioni antiche. Di qui sono passati anche i sorci di fogna. E quelli che ora infestano il terreno della nostra guerra sono i loro degni discendenti, come là sul Carso quelli che tentano di impedirci la strada di Trieste sono i discendenti degli Unni: gli Ungheresi. Faremo pulizia per sempre degli uni e degli altri.
Quanto ai minori topi, che, se vi fa piacere, possiamo per ora sopportare in piccola quantità, provvederanno, a guerra finita, i nostri gatti. Perchè, anche pochi, sono insopportabili.
Un inglese in India trovò una volta un monaco, naturalmente indiano, che viveva in una capanna tutta nera di topi; e monaco e topi si facevano, pare, buona compagnia. L'inglese manifestò la sua meraviglia chiedendo:
—Perchè non li ammazzate?
A cui il sant'uomo rispose:
—E perchè voi li ammazzate?
Bella risposta in bocca a un santo indiano. I nostri santi però possono aver fatto vita comune con i cani, con i leoni, anche col porco; ma con i topi no. Anzi furono proprio i monaci che portarono dall'Egitto in Italia molti gatti per distruggere i topi e i sorci. Così sia.
Perchè non tutti gli uomini hanno l'abilità che aveva il mio attendente, di acchiappare i topi con le mani. Sicuro, Rinaldo è stato capace di afferrare qualcuno di quei scivolanti roditori. È vero che il topo si sentiva così sicuro del fatto suo che veniva a riposare comodamente sul mio letto e guardava intorno con un certo luccichìo di prepotenza negli occhietti. Rinaldo lo afferrò con una manata sicura che fece fare alla bestiolina uno strillettino. Era troppo tardi per dirgli: fa' a modo.
Ho sulla coscienza la morte di un topo che forse non aveva altra colpa che quella di voler vivere anche lui. Ma la guerra, anche la più umana, questo diritto non lo riconosce. E per questo dobbiamo sconfiggere l'Austria e la Germania, che hanno ucciso la pace del mondo.
Fastidi.
Un personaggio di Shakespeare era così sensibile che, una volta, ad un banchetto, fece una scenata a suo fratello perchè questi aveva ammazzata una mosca. Il fratello si scusava:
—Ma, signore, non ho ammazzato che una mosca.
E l'altro, sempre più irritato, a brontolare:
—Ma se codesta mosca aveva un padre e una madre? Povero insetto innocente, che con la sua ronzante melodia era venuto qui a tenervi allegri; e tu lo hai ammazzato!
Il personaggio di Shakespeare aveva in quel momento le sue buone ragioni per dire delle stranezze. La mosca andrebbe sempre ammazzata, se anche ad ammazzarla non facesse schifo. È una sozza bestia: quando gli uomini hanno voluto dare al diavolo un brutto nome lo hanno chiamato Belzebù, che s'interpreta re delle mosche. Prospera nella sporcizia peggio del topo: in guerra, si accompagna alle sue più tristi, inevitabili brutture. E contro la mosca non servono i moschetti.
D'estate è un nemico che l'esercito non riesce a scacciare dalle proprie file; la petulanza è più forte della forza. Per essa non esistono trincee nè reticolati: se l'avversario ha nei suoi ospedali il tifo, l'enterite, il colèra, la mosca si affretta a trasportarli nelle nostre file. E allora la guerra diviene veramente il più orribile sogno che l'uomo possa sognare a occhi aperti. Si rompe il quarto sigillo dell'Apocalisse e il cavallo giallastro corre la terra.
Perchè il ferito, per quanto soffra, ha sempre nel suo aspetto qualche cosa di sano: la sua giovinezza è una speranza contro le ferite più laceranti; promette di risarcire i tagli più profondi, gli strappi più crudeli: il male è visibile, è dal di fuori. Ma il malato di male epidemico è dentro che si sta decomponendo: la disgregazione dei visceri si manifesta nel lividore della pelle, nel dimagrimento che lo sfigura peggio che uno squarcio di granata. Se lo vedesse all'improvviso così, affondato nella branda del lazzaretto, forse sua madre stessa esiterebbe a dargli un bacio.
Fortunatamente il più delle volte guarisce anche lui. Qualche volta la Natura si vergogna di uccidere un soldato così, a tradimento. Ma le mosche continuano a ronzargli intorno come desiderose di potere da lui infettare un altro. La profilassi, che riesce ad arrestare la propagazione del morbo, vincerebbe più presto, se potesse fermare i voli infausti delle mosche.
In un ospedale da campo ho visto un piantone che non faceva che una cosa: con un fascio di foglie scacciava le mosche ronzanti intorno al compagno ferito. Quel gesto umile, lento, ma continuo quanto il sole nella giornata di luglio, pareva anche un gesto eroico; perchè era materno. Il ferito aveva alta la febbre e gli luccicavano gli occhi: ma anche per qualche raggio di gratitudine.
Quando, non ostante tutto, il morbo è scoppiato, si impone la pulizia, la cura del cibò che si mangia. Con qualche precauzione si può vivere in un luogo ammorbato senza nemmeno accorgersi che c'è il morbo. Ma ci si meraviglia che questo non sia anche più violento, a osservare la indifferenza di molta gente—che pure ha una gran paura di morir di colèra—verso le più facili precauzioni dell'igiene: nella loro tenace ignoranza costoro si ostinano a pensare che anche la malattia sia, come la ferita, questione di caso.
I medici militari hanno da combattere, più che con i malati, con i sani che possono ammalarsi. Meno male che i consigli igienici—che in pace non sono che consigli—in guerra diventano ordini: dieci giorni di prigione, con due ore di ferri al giorno, ad un soldato, per trascurata pulizia di un accampamento, possono salvare un reparto dal morbo minacciante. La disciplina aiuta l'arte medica a fermare la pestilenza, anche se non può fermare i nuvoli delle mosche sciamanti da un lazzaretto a una cucina.
Bella cosa però se Noè nella sua arca non avesse lasciato riemergere dal mondo sommerso anche la stirpe delle mosche, dei mosconi e delle zanzare!
E nemmeno, naturalmente, di altri insetti anche più piccoli e anche più laidi. Ma evidentemente tra le punizioni dell'uomo era stabilita anche quella di grattarsi: e in guerra più che in pace.
La scomparsa dei parassiti segnerà un momento solenne della civiltà umana. Un mio amico, straniero, che conosce l'Italia da molti anni, mi assicurava di aver avuto una prova della civiltà cresciuta nel nostro paese dal fatto che ora, nelle nostre città, si passeggia anche tra la folla senza riportarne a casa, in qualche piega della biancheria, qualche piccolo saltatore nero. In compenso io gli ho raccontato che di un altro insetto, notturno succhiatore di sangue, non avevo mai fatto esperienza nel meno lindo dei nostri villaggi, e non la avrei forse mai fatta, prima di passare un estate in Austria. Negli interstizi del legname che abbonda nella camera austriaca il caldo incuba le colonie dell'odioso parassita. Il nostro soldato, che sapeva di accantonarsi in territorio di costume austriaco, ha fatto bene a provvedersi di una piccola arma da caricarsi a polvere insetticida.
Sono questi i mali segreti e ingloriosi della guerra. Ma ci sono; e ne parlano senza vergogna, tornando dalle trincee, ufficiali che in pace erano lindi come tulipani all'alba. Perchè in trincea tutto è a comune tra l'ufficiale e il soldato: il valore, l'onore, la pazienza, ma, purtroppo, quando ce ne sono, anche gli insetti che non ho nominati.
Contro i quali tuttavia può anche la disciplina. Sicuro; un ordine opportuno e ben obbedito aiuta a vincere anche battaglie di questo genere. In guerra si vede perchè ai soldati si limiti la libertà di tenere barba e capelli a propria fantasia: teste rase e faccie quanto meno barbute, tanto meglio.
Il mio generale, che sa l'arte di vincere perchè sa quella di comandare, non credeva indegno del suo alto ufficio occuparsi di queste faccenduole. Quando trovava un soldato troppo trasandato nell'uniforme e con i capelli lunghi, si fermava e lo fermava: lo fissava e gli chiedeva il nome. Quel soldato, ritornando all'accampamento, era sicuro di trovarsi preparata una punizione d'ordine di S. E. in persona.
Un generale, con i suoi soldati, qualche volta deve fare come la mamma che mette in castigo il suo ragazzo perchè la mattina gli è parso fatica lavarsi il collo.
I soldati sono spesso dei ragazzi che, a lasciarli fare, si fa il loro male. E cocciutelli alle volte, proprio come ragazzi. Quanto c'è voluto a un nostro bravo bersagliere—buono, del resto, come una pasta—per fargli tagliare un ciuffetto nero che il cappello portato di banda, proprio alla bersagliera, gli lasciava in mostra. Ci teneva a quei capelli, perchè, diceva, erano capelli «di mamma sua». Ma in guerra si devono sacrificare le cose più care.
E un altro soldatino fu anche più cocciuto per un suo bel pizzo castagno. Venne l'ordine a tutto il reggimento di rader pizzi e barbe. A rigor di termini i regolamenti permettono al soldato di portare un pizzo contenuto in certi limiti. Ma il colonnello di quel reggimento partiva dal principio radicale che dove non c'è più bosco le bestie feroci non fanno più il covo; perciò via tutto il bosco: e ordinò ai suoi soldati rasatura completa del mento oltre che della testa.
Ma il soldatino ne fece una questione d'onore. Forse in qualche libro aveva letto che il pizzo lo si è chiamato anche «onor del mento». E protestò:
—Il pizzo non me lo levo. Piuttosto mi faccio fucilare.
Una risposta di questo genere si chiama un rifiuto di obbedienza: mancanza che si punisce sempre, e in guerra più severamente. Così fu che per la sua rispostaccia il soldato fu mandato al Tribunale di guerra; una faccenda seria. Naturalmente a nessuno dei giudici passò per la mente che fosse il caso di condannarlo alla fucilazione: ma due anni di reclusione non glieli poterono risparmiare.
Sappiate però, per vostro conforto, che i due anni di pena li sconterà, caso mai, a guerra finita; e allora, se si sarà portato bene, nel pizzo e nel resto, avrà la grazia: dopo di che, in pace e da borghese potrà togliersi il gusto di portare in pace, la barba lunga, se gli verrà, fino ai piedi.
Voi mi direte che i cavalieri di Carlo Magno, barbuti, erano eroi, quantunque le ricerche storiche che si potrebbero fare in quelle barbe non sarebbero senza resultato: ma i legionari romani, rasati e glabri, vinsero i Teutoni e i Cimbri dalle barbacce rosse.
«Italia detta dai giovenchi....»
Si vuole che l'origine del nostro nome, Italia, sia proprio questo: paese dei vitelli. Il nome, un tempo, tremila anni fa, designò quella estrema penisola della penisola che i naviganti dell'Oriente greco e fenicio incontravano prima venendo a noi, la Calabria d'oggi: poi il nome salì per tutta la grande penisola, valicò l'Appennino con i Romani; a tempo di Giulio Cesare e di Augusto comprese anche questa provincia che stiamo riconquistando zolla per zolla, su su, oltre quella gran terrazza di monti che vedete sopra Gorizia, fino a quell'ultima altura che scende a taglio netto, come uno scalino: Monte Re. Era, tutta questa, la decima regione dell'Italia romana.
L'Italia, detta dai giovenchi, è qui....
Il verso virgiliano del nostro caro e grande Giovanni Pascoli—come sarebbe contento oggi il grande Pascoli d'essere ancora vivo a vedere, a sperare, anche a soffrire!—mi ronza negli orecchi mentre l'automobile si è dovuta fermare sul ponte del Visinale. Il ponte dell'antico confine, sul Judrio, è stretto, e i lunghi traini pesanti debbono passarlo un po' per volta per non stancarlo troppo. Anche l'automobile questa volta si è dovuta fermare—in fila con i carri, le prolunghe, i camions, i cannoni—all'imbocco del ponte, perchè lo sta passando una processione di buoi.
Sono tanti e tanti: fin dallo svolto della strada, in ordine con i soldati. Vien fatto di immaginare che anche al di là, oltre quella piccola altura da cui sbucano, tutta la pianura friulana ne formicoli: l'Italia ha richiamati tutti i suoi buoi da tutti i suoi campi; ne ha formato un placido esercito che si muove con l'altro esercito di uomini e di ferro. Chi sa che qualcuno di questi fantaccini, che fino a ieri erano contadini, non riconosca il suo vitello tra le centinaia e centinaia che se ne concentrano nei parchi. Sono contadini anche i soldati che guidano i drappelli bovini, i bovars, territoriali anziani, di questa provincia di Udine che così fortemente sostiene i suoi doveri di Provincia di confine, oggi tutta cinta dal fragore della guerra. I bovars, alti e ossuti, nei loro cappottoni turchini, sono rimasti dei guidatori di armenti vestiti da soldato: non hanno cambiato mestiere; soltanto invece che ai mercati li avviano direttamente ai macelli da campo; dietro le truppe operanti. Tranquilli e pazienti oggi alla guerra, come ieri ai mercati. L'aereoplano austriaco può volare sopra di loro curioso e minaccioso. Essi nemmeno alzano gli occhi a cercarlo in cielo, tra i fiocchi bianchi dei nostri shrapnells che ne segnano la rotta.
Placidi bovars e placidi bovi. Voi direte che è per indifferenza: che il bue non ha paura perchè non sa, non indovina che cos'è la morte fin tanto che non è morto. E che in fin dei conti il suo destino di finire spezzettato e cotto è il medesimo in pace o in guerra.
Io ho un'opinione migliore del bue. Mi pare impossibile che, stando sempre con l'uomo, a lavorare con lui, non abbia capito qualche cosa di quello che succede. Quando dalla sua stalla ha visto partire i figliuoli maggiori di casa, tutti insieme, e i rimasti li ha veduti guardarsi fra loro, così seri, deve avere indovinato che qualche cosa di nuovo stava succedendo nel podere, in tutti i poderi della fattoria. E quando son venuti a tirar fuori dalla stalla anche lui e lo hanno portato alla stazione, dove c'erano altri buoi e altri contadini, deve aver cominciato a capire che il nuovo era anche grande, per gli uomini e per i loro animali.
Poi c'era stato il lungo, lento viaggio in treno—buoi, cavalli, soldati: per la strada, all'incontro con altri treni, quando i soldati si salutavano vociando, anche ad essi veniva fatto di muggire con i musi sporgenti dalle aperture di quella stalla stretta e bassa che si moveva. Così fino al confine, quanti incontri con buoi sconosciuti, ma che dovevano trovarsi lì tutti per la stessa ragione! I grandi buoi candidi della Val di Chiana, i potenti cornuti del Senese guardavano con curiosità i più piccoli compagni rossastri del Piemonte; le razze romagnole scoprivano per la prima volta le razze friulane. Anche nei duri crani bovini deve essere entrata un'idea nuova, più vasta, della loro specie: di essere molti, assai più di quanti potevano figurarsi mentre erano vissuti nelle loro stalle disperse; e differenti tra loro, ma, così differenti, simili, fratelli.
Che non sien proprio capaci i buoi di sentire l'orgoglio di esser tanti, e tutti buoi d'Italia?
L'Italia, detta dai giovenchi, è qui....
Questi che, a drappelli, a plotoni, a battaglioni, stanno passando il ponte di Visinale, vanno a morir per l'Italia. Non ridete dell'idea di sacrificio che mi fa pensoso al loro passaggio. È un'idea ohe doveva avere qualche mio antenato preistorico di quattro o cinquemila anni fa. I nostri antenati mediterranei non erano in origine divoratori di buoi come i tedeschi carnivori; erano agricoltori; nel bue vedevano il compagno di lavoro, non la vittima indispensabile al loro appetito. Quando lo ammazzavano, sentivano di sacrificarlo. E lo sacrificavano infatti agli dei. Così la povera bestia moriva sì, ma per uno scopo più nobile che non fosse proprio quello di riempir la pancia ai suoi uccisori: questi non facevano che utilizzare un avanzo di ciò che gli dei avevano avuto.
Non è una macelleria ma un sacrifizio di buoi questo che noi facciamo ora, per preparare il rancio a centinaia di migliaia di soldati. Sacrifizio appare anche per la quantità straordinaria dei capi che si abbattono. Noi prepariamo il pasto quotidiano di carne a contadini che in pace, nei loro campi, non dovevano mangiar tanta carne per essere forti contadini. Ma il contadino, trasformandosi in soldato, ha bisogno che anche il suo nutrimento si trasformi; e le energie vive che questa vita di fatica e di pericolo gli consuma, le ristora il buon pezzo di carne che ogni giorno gli arriva nella gavetta di brodo. Si sacrifica il contadino; è giusto che si sacrifichi il suo animale. L'animale si sacrifica all'uomo, ma tutti e due si sacrificano a qualche cosa che vale più di qualunque vita animale, di uomo, di eroe. Qualche cosa che vive mentre noi moriamo e che è come il riflesso eterno delle nostre vite passeggere: la Patria.
O Italia, che ai tuoi poeti apparisti
santa nella pace campestre, Italia di
Virgilio, di Garibaldi e del Pascoli, come
ti riconosco qui, oggi, a batter l'Austria
con le tue dure fanterie di contadini,
dietro cui marciano, incolonnati
come animali di battaglia, i loro buoi,
al sacrifizio!
....Vissero nei campi
i forti antichi popoli: l'aratro
il solco eterno disegnò di Roma:
l'Italia, detta dai giovenchi, è qui.
Buoi e profughi.
Anche questo nuovo lembo di Friuli che abbiamo riaggiunto all'altro, il Friuli di Gorizia al Friuli di Udine, è paese di campi, di contadini e di buoi. Le case coloniche punteggiano di bianco il verde chiaro del piano, il verde scuro dei colli. Biade e viti al piano, viti e boschetti in collina, e in colle e in piano alberi da frutto come in poche altre parti di Italia: quando ci arrivammo, a giugno, pareva che i soldati non bastassero a finire le ciliege, tante ce n'erano.
Anche contadini ce n'erano. Non tutti, chè gli uomini fino ai quarantacinque anni se li era portati via l'Austria a fare i soldati in Galizia; c'erano solamente i vecchi, le donne, i ragazzi. Ma insomma le campagne non erano vuote: le stalle avevano i loro buoi, i cortili i loro polli. Sarebbe stata una bella cosa se si fossero potuti lasciar tutti dove erano, far la guerra senza disturbarli dalle loro occupazioni pacifiche.
Ma un esercito ha bisogno di molto spazio tutto per sè; e poi gli Austriaci avevano subito cominciato a tirar a granata sopra quelle case, sopra quella povera gente che si ostinava ad abitarci.
Codesti Friulani erano stati fino dal giorno avanti sudditi austriaci, e, quantunque italiani, avevano anche obbedite pazientemente agli antichi padroni. Sapevano che i nostri soldati non avrebbero loro fatto male; s'illudevano che anche gli Austriaci non si sarebbero vendicati su loro da lontano, a cannonate cieche.
Invece le granate arrivavano, dappertutto. E tuttavia i contadini non si movevano. Restavano lì, così intontiti che non avevano nemmeno paura. Se una casa era sfondata da un 305, si riparavano in un'altra. Non potevano credere che l'Austria facesse la guerra anche a loro.
Quando si è dovuto dar l'ordine di sgombero, hanno obbedito con l'animo straziato. Che importava loro aver salve le vite, se le case rimanevano esposte alla rabbia del nemico?
Sgomberi dolorosi che stringevano il cuore a quegli stessi che dovevano ordinarli. Quanta più roba potevano, la ammucchiavano sui carri, lunghi carri a quattro ruote a cui attaccavano i buoi: sopra, tra i fagotti, i panieri, i secchi, si allogavano le donne con i bambini più piccoli in collo; ma i più grandi venivano dietro a piedi, con gli occhi smarriti come quelli dei buoi che tiravano i loro carri. Che si saranno detti, incontrandosi, i buoi profughi, che partivano, con i buoi dell'interno che arrivavano?
Ad ogni paese c'era una sosta: e allora ognuno avrebbe voluto poter ritornare indietro, a riprendere ancora un oggetto, un animale, un altro po' della casa abbandonata. Trovavano subito chi provvedeva ai loro bisogni più urgenti, chi li consolava dicendo che nell'interno avrebbero avuto protezione, ristoro, calma. Ma era una tristezza muta che non si riusciva a rincorare. Anche i bambini stavano zitti: restavano lì dove li mettevano, fermi, svogliati. I buoi soltanto mugghiavano lamentosamente; ma chi può dar retta al lamento di un bue tra lo scalpitìo di tanti cavalli, il rotolìo di tanti autocarri?
Più fortunati si reputavano coloro che riuscivano a non farsi internare, a restarsene nei paesi vicini, da qualche parente che ci avessero, magari senza aiuti, pur di non andar lontano. Parecchi si allogarono in un cinematografo, e nei cortili vicini passavano le loro giornate da zingari, a farsi un po' di polenta, a vivere della carità che i soldati facevano loro. Tutte le donne avrebbero voluto diventar le lavandaie dei soldati: tutti i ragazzi i loro presta servizi.
Ma poi? Per far la guerra non ci vuole confusione, e anche dai paesi un po' più discosti dalle trincee si sono dovuti sgombrare i profughi ammassatisi nel primo momento. E se ne sono empiti dei lunghi treni e si sono mandati indietro, una squadra per ogni città, dove per tutti era pronto un ricovero, del cibo e della pietà. Bisogna sopratutto che trovino molta pietà affettuosa questi profughi, che hanno troppo sofferto per capire che si combatte anche per loro. Chi oggi farà qualche cosa per essi sarà compensato poi, a guerra finita, quando andrà a trovarli nei loro paesi riedificati, nelle loro case, un'altra volta sicure tra il verde chiaro della valle, tra il verde vivace dei colli.
L'ospite conoscerà campi prosperosi e case inghirlandate di tralci: aie ombrate di gelsi e di ontani, stalle piene di manzi e cortili pieni di ragazzi. E di codesta gente conoscerà il sincero carattere che non si può conoscere bene oggi che lo hanno amareggiato dalla guerra, dopo averlo avuto guasto dal governo austriaco. La pace rinnoverà il naturale buon umore del contadino friulano; ridesterà le «sagre» e i balli di tutte le domeniche, e poi—finiti i balli—al ritorno, sotto le stelle, le vecchie «villotte» paesane, così dolci anche quando dicono pensieri di malinconia:
'O ai butadis tanti lagrimis
di fa' côri un biel mulin,
il mio cor si distruzève
come l'ueli 'tal lumin.
Animali da cortile.
Ora lungo il basso Isonzo la guerra ha fatto il vuoto dei contadini e delle loro bestie. I buoi che hanno accompagnato i profughi fino a Cervignano, a Palma, a Cormons, se non hanno trovato da allogarsi in qualche stalla amica, sono stati venduti all'esercito e stanno anch'essi sacrificandosi, nel modo concesso al bue, per la patria: le vacche sono state requisite per gli ospedali da campo.
Ma tutti, proprio tutti, non sono spariti. Fino a Mossa, fino a San Martino di Quisca qualche contadino è riuscito a rimanerci, a coltivar le sue ortaglie fra le trincee. Se glie lo permettessero, ritornerebbero tutti a zappare la loro terra, nonostante il pericolo di sbarbare, insieme con le cipolle, le granate austriache che si sono interrate senza esplodere.
Insieme con qualche vacca, abbandonata da quelli che al nostro arrivo sono dovuti andare dall'altra parte, dietro i loro padroni austriaci, sono rimaste parecchie galline e qualche maiale disperso. Se noi fossimo Austriaci, li avremmo computati tra i prigionieri di guerra.
Galline e maiali stanno bene insieme, anche per temperamento. Hanno abitudini egualmente sudicie e pari l'avidità che le ingrassa. Ma in questa la gallina supera forse lo stesso maiale. Il motto latino dice che non si devono dare le perle ai porci, perchè non sono capaci di apprezzarle; sarebbe meglio dire che non si devono darle alle galline, che le ingoierebbero come pietre qualunque, stupidamente. Perchè è certo che per intelligenza il maiale è un genio in confronto della gallina.
La stupidità della gallina è portentosa. Guardando il mondo in due pezzi—quello che vede con l'occhio destro indipendente dall'occhio sinistro—non deve aver mai capito più di mezza cosa per volta. E soltanto in grazia della sua completa stupidità può alle volte parer perfino una bestia di coraggio. Una lucertola che la fissi un po' risolutamente basta a farla scappare: viceversa uno shrapnell che le rovescia sopra le sue novecentonovantanove pallette non la smuove: quando vede cascar roba dall'alto, crede sempre che sia becchime per lei. Come tutti gli sciocchi, anche la gallina ha la sua dose di presunzione.
Ne ho viste insinuarsi tra i cannoni di una batteria in azione: si rincorrevano tra i serventi dei pezzi, beccavano nelle orme che le suola dei soldati lasciavano nella terra fangosa. I grossi proiettili giallastri, che gli artiglieri portavano correndo dai cassoni ai cannoni, li dovevano prender per zucche. La loro incapacità assoluta di intuire che si stava facendo qualche cosa di molto serio, e che soltanto la serietà della cosa impediva ai soldati di allungare la mano per tirar loro il collo, faceva dispetto.
Altre due, in un paese semidistrutto, si erano appollaiate sul campanile rimasto, non si sa come, in piedi. Una pattuglia dei nostri soldati, arrampicatasi fino sulla cella campanaria, sentì starnazzare in alto, sopra un palco morto. I soldati avevano imbracciato i moschetti per sparare, quando si accorsero che i supposti tiratori austriaci erano delle galline. Furono fatte prigioniere lo stesso. E con buon diritto di guerra; perchè certo, se gli osservatori nemici avessero scorto muoversi nella cella del campanile delle penne di gallo, avrebbero giurato che erano bersaglieri in vedetta, e tutti i campanili isontini sarebbero caduti vittime della doppia stupidità, dei polli e degli Austriaci.
Vero è che i bersaglieri considerano un dovere speciale del loro corpo quello di evitare i possibili equivoci tra le animose piume dei loro cappelli e quelle dei polli vagolanti. Sono impareggiabili cacciatori di galli e di galline senza padrone. Ritornando da un servizio alcuni ciclisti bersaglieri ne scorsero tre o quattro oltre la siepe, nel campo: lasciate le biciclette, via di corsa dietro le galline che con grandi strilli correvano ad infrascarsi. In quel punto il nemico, che aveva visto del movimento, aprì il fuoco, il suo solito fuoco di molestia: qualche shrapnell e una granata, qualche granata e uno shrapnell.
Il graduato rimasto sulla strada gridava ai suoi bersaglieri che ritornassero a inforcar le biciclette per uscire dalla zona battuta. Ma che! I bersaglieri, allegri come ragazzi a caccia di farfalle, rispondevano che li lasciasse fare ancora un momento. E soltanto quando, dopo una bella corsa in lungo e in largo per il campo, ebbero afferrate le fuggitive, ritornavano sulla strada per rimontare in sella. Alle granate che arrivavano rifacevano il verso, miagolando come gatti arrabbiati.
Destino analogo è toccato ai suini erranti per i paesi vuoti. Il porco, checchè si dica, è un animale sensibile, e, nell'assenza dei padroni, tende a dimagrare. Trotterella di casa in casa, preoccupato, emettendo brevi grugniti lamentosi. Qualcuno diffida dei maiali dispersi: dicono di averne visti accostarsi per lurida fame, come un corvo o un sorcio, a bestie morte. Speriamo che non sia vero.
Forse per questo, in un paesello del Collio, completamente vuoto di abitanti, fu lasciato per diverso tempo padrone un grosso maiale dagli occhietti furbeschi. I soldati che ci bazzicavano gli avevano messo nome: il signor sindaco. Ma poi, per quella sua fissazione a voler rimanere in un paese sgomberato per ordine dell'autorità militare, si concepirono dei sospetti sui suoi sentimenti politici. Gli Austriaci dovevano averlo lasciato apposta perchè facesse la spia. E un giorno, mi dispiace doverlo confessare, ma senza nemmeno processarlo, fu destituito dalla carica e passato per le armi.
Ma quando fu ucciso, non fu chiamato nessuno a contemplarlo morto, come fece, a Nomény sulla Mosella, quel soldato tedesco che invitò la signora Bertrand a guardare den Schwein, il porco, che egli aveva sgozzato: ed era un povero vecchio di ottantasei anni ammazzato nella sua poltrona.
Un cuculo.
La guerra che ammutolisce tante voci non ammutolisce i canti degli uccelli. Nè li scaccia dalla zona di fuoco, che le artiglierie a lunga portata allargano sempre più, se non proprio là dove l'incendio divorante il bosco li snidi. Certo non fanno più nido gli uccelli sulla cresta del Podgora che era, un anno fa, un bel bosco di robinie e oggi è una sassaia rossastra. Ma nei loro voli erranti, i passerotti si posano fin sugli orli delle trincee, per guardare curiosamente dentro.
Rondini no: se ne vedono pochissime: uccelli che fanno casa sulla casa dell'uomo, soffrono come uomini quando la casa è specialmente combattuta. Invece il campo e il bosco rimangono vasti e liberi anche dove gli eserciti li riempiono dei loro attendamenti e li scavano per i loro ricoveri. Per quanto la guerra d'oggi, pesante e macchinosa, giunga ad alterare l'aspetto non pur degli abitati ma del terreno stesso, gli uccelli non debbono impressionarsene quanto noi, animali senza volo, che raramente possiamo vedere le cose un po' dall'alto.
Rompan le mine e grandini la mitraglia! Non se ne fanno caso; ci sembrano abituati. Quante volte gli uccelli hanno sentito passarsi sopra l'uragano che decima il bosco, cadere il fulmine sull'albero che li proteggeva! Specie questi uccelli della val d'Isonzo, così spesso tormentata dai temporali e dal vento. Forse confondono tra le burrasche della natura e quelle dell'uomo. Come noi del resto che, alle volte, quando il cannoneggiamento e il temporale venivano insieme, finivamo col non distinguere i rombi. E nelle notti di estate, scorgendo i soffi rossi dei colpi lontani dietro i colli, tante volte credevamo a lampi di caldo.
Nemmeno gli uccelli però devono confondere quando il bombardamento rintrona nel sereno. Infatti, in guerra come in pace, quando il temporale vien dalla natura, con i nembi e la pioggia, essi tacciono; invece durante le tempeste dell'artiglieria si scostano, ma rimangono a vedere, magari cantando, se ne hanno voglia. La loro posizione rispetto alla battaglia è quella dei comandanti che la seguono dagli osservatori: per lo meno fuori dal tiro della fucileria; questa assomiglia troppo—devono pensare gli uccelli—alla molestissima petulanza dei cacciatori.
Ma al cannone sembrano presto abituati: i sibili delle traiettorie non sono gran cosa per chi non pensi a quello che vien dopo il sibilo; anche un bombardamento generale e continuo finisce con lo stancare i nervi in modo che, dopo un certo tempo, non se ne raccoglie che una vibrazione unica, piuttosto dentro di noi, nel cervello, che fuori. Ci se ne accorge bene soltanto quando è smesso: ma ci sono giorni e notti che non smette mai, e i soldati che sono in riposo dormono lo stesso e gli uccelli continuano a cantare, al solito se ne hanno voglia.
Ne doveva avere gran voglia quel cuculo che, un giorno di giugno, insisteva a ripetere le sue due note interrogative da un boschetto del Collio, mentre noi da una collina seguivamo quell'insieme di segni e di rumori che è, vista da una certa distanza, un'azione di guerra. Faceva cucù agli Austriaci che nel suo boschetto non rimetteranno più piede, o lodava, come nei tempi di pace, la piena primavera della bella valle?
Anche per noi, sbucati dalle frasche del bosco al margine aperto del colle, lo spettacolo del paesaggio vinceva quello della guerra. Lo godevamo come in una scampagnata, prima tutto insieme e poi pezzo per pezzo.
A destra, il piano che si perdeva con il suo fiume nella luce verso il mare: oltre, la linea nuda del Carso che dallo sprone di Sagrado saliva avvicinandosi fino alle groppe schiacciate del San Michele, e si allontanava lungo il Vipacco invisibile, verso le Porte di ferro azzurre, lontane. Ma era anche più bello, di una grazia pastorale e boschereccia, alla nostra sinistra, nell'ondulamento plastico dei colli scendenti dal Corada, appoggiati alla diga calcarea del Sabotino, ai terrazzi alpestri di Ternova.
Così bello e così strano. Perchè proprio quei colli, freschi e ombrosi, che con l'ultima propaggine ci nascondevano Gorizia, dovevano dare i propri nomi alla gloria funebre della battaglia: Oslavia, Peuma, il Podgora, il Calvario? Possibile che nei valloncelli, profumati d'erbe aromatiche, fioriti di orchidee silvestri, si nascondessero le batterie? Che i prati fossero scavati di trincee? Che dietro quella collina ci fosse Gorizia piena di soldati austriaci, di cannoni fabbricati in Germania?
Aguzzando gli occhi si distinguevano sì e no i solchi rossastri che zebravano il Sabotino, i tagli recisi che indicavano le abbattute del Podgora. L'occhio si sperdeva nell'armonia delle linee e delle luci, l'anima respirava la dolcezza pensosa della campagna in fiore. E il cuculo, invisibile, richiamava con le due note di flauto verso un miraggio di pace.
Ma a poco per volta ci si convince che davanti a noi è la battaglia, proprio la battaglia. Sotto il Calvario c'è fumo giallastro fra il verde; è Lucinico che brucia. Fumate nere si posano, una dietro l'altra, a ventaglio, sul Calvario; se ne sentono i tonfi sordi: sono i nostri cannoni che tirano a sconvolgere i ripari nemici. Gli Austriaci da questa parte non pare che voglian rispondere. Invece tutto a un tratto piovono granate verso Sagrado, proprio sul fiume, tutte nello stesso punto: pare che minaccino il ponte. Altre arrivano più in qua, verso il piano, chi sa, verso Mariano. Un nostro areoplano vola sui fianchi del San Michele: gli scoppiano intorno gli shrapnells gialli e rossi degli austriaci; di alcuni più bassi si distinguono, al momento dello scoppio, i lampi. Anche verso Savogna e Merna tirano le nostre batterie. Se ne sentono i colpi metallici in partenza. Davanti la nostra collina si è alzato un drachen-ballon, lucente come un pesce, al sole. Si pensa che gli potrebbero tirare e che noi siamo sulla linea di tiro, ottimamente collocati per i colpi lunghi. Ma non ci pensa il cuculo che continua a cantare dalle parti di Cerovo, ora che alcuni shrapnells nemici fermano i loro fiocchi sopra Cerovo Alto.
Non si scorgono che fiammate brevi, che fumate lunghe, qua e là, sulla lunga linea: le forze che le provocano restano invisibili. Invisibili anche le nostre fanterie, che pure non sono lontane, mentre stringono il Podgora. È qui che l'azione si concentra: scoppietta la fucileria, prima a folate sparse, poi tutte insieme, come una pioggia dura. Ed ogni tanto un rumore secco come un giro di manovella a un macinino arrugginito: le mitragliatrici.
Ora tutta la falda del Podgora è battuta dalle nuvole livide degli shrapnells nemici; contro le nostre fanterie che avanzano? Dunque avanzano. E perchè non succede nulla al Sabotino? Perchè invece quei due colpi grossi sopra il San Michele? E quel pennacchio nero che sembra uscire dal suolo nella sella di San Martino? Ma tirano anche verso di noi: le solite nuvolette bicolori si aggiustano sopra il drachen. In questa vastità di cielo non sembra possibile che facciano male. Paiono prove di uno spettacolo pirotecnico fuori d'ora. L'odor della polvere? Ma qui non c'è che odor di terra silvestre e di fieno. E il cuculo se la deve godere, indifferente come un poeta d'Arcadia; ma più coraggioso, bisogna convenirne.
Ora, mentre il giorno declina, le sue due note che ritornano in ogni pausa di cannonate hanno preso un'inflessione di malinconia. Non schernisce più gli Austriaci per i colpi mancati; piange i nostri che sono morti mentre lui cantava senza guardare e noi guardavamo senza vedere. Nè lui nè noi, in fin dei conti, abbiamo capito bene di assistere a una battaglia.
Selvaggina fortunata.
Un'idea che devono essersi fatta della guerra gli uccelli del Collio può essere anche questa: che la guerra è per gli uccelli un periodo di pace. Si tira dappertutto ma nessuno tira a loro.
La legge che vieta la caccia in tutta la zona di guerra men che meno è violabile in presenza del nemico. Gli Austriaci non devono dire che li scambiamo per lepri: le lepri qualche volta escono dai loro covi; gli Austriaci no: per prenderli bisogna entrare nelle loro tane.
Tuttavia si può ammettere che qualche volta il divieto possa essere stato violato. Il divieto è mosso sopra tutto dall'intento di evitare i colpi d'arma da fuoco che possono far nascere inutili confusioni. Ma i lacci e le panie sono silenziosi. Così, in gran silenzio, qualche polenta sarà stata mangiata con il suo classico complemento di uccelletti; qualche lepre, come in pace, può essere morta anche in guerra in salmì. In tale occasione un ufficiale giustamente scrupoloso rimproverò il cuoco e rammentò che lepri era proibito ammazzarne; i commensali convennero con lui, ma gli fecero notare che non lo avevano invitato ad ammazzarla, ma soltanto a mangiarla.
Il fatto è che, in grazia a quel divieto, nonostante le possibili eccezioni, le lepri hanno prosperato e si sono moltiplicate tra le file, si può dire, dei combattenti. Il Collio del resto non ne era mai povero: quasi tutto il terreno che noi battiamo era anche prima terreno di bandita: c'erano vivai di selvaggina appositamente curati. Ma ora, come nei tempi idillici in cui l'uomo viveva in pace con gli altri animali e gli altri animali tra loro, le lepri si sentono anche meno insidiate ed escono con audacia nuova dai loro nascondigli.
Un antico scrittore greco assicurava che, nelle notti di luna, le lepri, ammaliate da quella luce, uscivano nelle radure del bosco e danzavano: chi sa che le Fate e le Ninfe, di cui la fantasia antica sognò le farandole notturne sotto le querci, non fossero in realtà delle lepri? Certo è che oggi le lepri appariscono veramente a ballare davanti i fari delle automobili. Nel cono di luce mobile che esplora le strade della guerra balza improvvisa una figurina animalesca; somiglia a una di quelle ombre animate che si proiettano con un giuoco delle dita sul muro. Corre a capriole spaventate e ridicole davanti alla macchina, ma pare non possa più uscire dal fascio di luce che l'attrae: è una lepre che ha come un'anima di falena. Si aumenta di velocità: la ruota davanti sta per investirla; un'ultima capriola e il burattino animale sparisce nel buio.
Ma anche di giorno l'automobilista, se è anche cacciatore, vede volare molte ragioni di desiderio e di rimpianto: accanto alle siepi gli frullano i cotorni, gli tagliano la strada i voli delle gazze bianche e nere. L'uccellame minuto saltella e garrisce in tutti i boschetti: al tramonto gli stornelli empiono di ilari strida i platani sulle piazzole dei villaggi. A principio dell'autunno passano in alto le falangi delle oche selvatiche.
L'abbondanza di selvaggina dà a tali campagne come un carattere di altri secoli, quando i campi, più che al sostentamento degli agricoltori, provvedevano alle delizie dei nobili cacciatori, e il diritto di caccia era riservato ai signori. Anche in questo l'Austria è riuscita a mantenersi feudale: mantenendo colture e norme che conservino selvaggina abbondante ai suoi feudatari. È tutto un paese di feudatari questo che battiamo con la nostra guerra, sul medio e basso Isonzo: i borghi del Collio: Dobra, Bigliana, Vipulzano, San Floriano prendono i nomi dai castelli feudali oggi o distrutti o ridotti a più comode foggie di ville, nelle quali fino a ieri dimoravano, con animo di feudatari male inciviliti a godersi il bel sole italiano, generali austriaci in pensione, nobilucci fedeli all'Austria.
Non ci sono più e non ci torneranno. Ma come le loro ville sono sicure in mano nostra, così i loro parchi e le loro riserve da caccia. Al Bosc, sopra Capriva, i fagiani continuano a vivere in pace la loro vita elegante di galline di alto bordo. Se qualche colpo di obice è arrivato a sfrondare le loro macchie, non se ne dolgano con gli artiglieri austriaci; non miravano mica a loro, aristocratici gallinacei di covata austriaca; miravano invece ad un ospedaletto da campo, italiano, lì vicino.
Neppure le nostre artiglierie si sono proposte di disturbare i caprioli quando hanno tirato oltre Gorizia, sul parco di Panoviz. Hanno semplicemente risposto alle artiglierie nemiche che tirano dai giardini pubblici di Gorizia, divenuti fortezze. Poveri caprioli, così graziosi e mansueti, quando si affacciavano a guardare stupiti dal margine del bosco, sulla strada che per Val di Rose va ad Aisovizza! Così dolci nel ricordo anche quei colli d'oltre Isonzo, San Marco, i Rafut, Monte Corona, fraterni a questi che teniamo sulla destra del fiume, tutti figli ridenti dell'unica madre Alpe Giulia!
Anche là oltre frondeggiano recessi di poesia pastorale, e i caprioli domestici vi si aggiravano, eleganti come gazzelle. Ma oggi dove saranno? Tutti quei luoghi di delizia sono labirinti di trincee austriache: è lì che hanno preparato le loro difese di seconda linea i nemici, ben sicuri di dover presto abbandonare le prime. E dietro ce ne sono altre e altre ancora, su per la Valle del Vipacco, sino a Monte Re. Non si può negare che alla loro ritirata gli Austriaci non abbiano pensato per tempo.
I caprioli—quelli che non saranno finiti alle mense del generale Boroevic—a quest'ora devono essere scappati lontani. Nei boschi di Plava una notte una nostra sentinella dette l'allarme: dalle trincee nemiche doveva essere uscito qualcuno, che frusciava nel fogliame. In fatti, a salti disperati, si vide entrare nelle nostre linee un disertore austriaco inconsueto: un capriolo.
Erano tutti luoghi di diletto per l'Austria queste provincie italiane che i nostri soldati le stanno faticosamente strappando; si capisce che se le difenda con le unghie e con i denti. Senza le provincie italiane, l'Austria rimarrà più povera; ma anche più brutta. Oltre questi monti c'è ancora bellezza di natura; ci sono valli amene, boschi, campi, giardini. Ma sono diversi: li attrista un non so che di aspro e di freddo; nei versanti settentrionali delle Alpi la natura più ricca sembra nascondere una segreta povertà.
Qui, intorno a Gorizia, nelle ville meriggianti tra boschetti di tutti gli alberi e giardini di tutti i fiori, le stirpi ultramontane stanno perdendo un troppo comodo soggiorno altrui. La guerra, che sul Carso non ha avuto da vuotare che pochi villaggi, più poveri dei macigni tra cui si nascondono, qui divampa tra dimore di delizie. E pare anche più tragica nel contrasto.
Quando per caso il cannone tace, pronta ci sorprende l'illusione che qui la guerra non possa esserci: che anche noi ci siamo venuti per tutt'altra ragione, a fare qualche altra cosa.
Che poteva esserci in quel plico suggellato che di notte ho portato ad una villa tutta avvolta di fronde? Un ordine di operazioni, una cosa molto seria; una sentenza di morte per qualcuno che deve eseguirlo; un messaggio di dolore per molta gente che non ne saprà mai nulla. Pareva così strano di averlo a portare proprio in quella villa felice; scendere a quel ricco cancello, far stridere la ghiaia fina di quel giardino, aspirare quel profumo di gelsomini. Quanti ce ne dovevano essere in fiore nelle dense spalliere che si intravedevano nel buio! I carabinieri montavano la guardia in un berceau—da queste parti lo chiamano gloriette—di gelsomini.
Un piantone ci guida in silenzio ad una sala che si indovina lussuosa, fatta per i piacevoli convegni di gente ricca e fastosa. Si consegna il plico a un ufficiale di servizio; un saluto e si scende, rapidi e silenziosi, uno scalone di gala: e si ripensa che quell'ordine—letto—si sta suddividendo in altri ordini che già corrono per fili invisibili ad altri uomini che ascoltano gravi e per quelle parole ascoltate si preparano a morire. La guerra sembra anche più straordinaria in questi parchi che in sogno rivedono le luminarie spente, riodono le musiche taciute di notti festanti. Possibile che da un momento all'altro arrivi fin qui un sibilo, e uno schianto feroce ne deformi l'architettura signorile?
Un'altra volta scricchiola la ghiaia fina sotto i nostri stivali pesanti: e, nel silenzio profumato dei gelsomini misteriosi, strillano improvvise le strida rauche dei pavoni. Domani battaglia. Che ne pensano i pavoni belli, vani e stupidi come galline?
Trasfigurazioni.
Dice il Corano: «Non vi è specie di bestia sulla terra nè di uccello che voli con le sue ali che non sia un popolo simile a voi». E i pesci? Che il profeta li abbia ritenuti troppo dissimili da tutti gli altri animali, troppo freddi e troppo voraci, per essere aggregati alla ideale comunità dell'universa vita vivente?
Gli Austriaci proprio nei pesci credono di aver finalmente trovato il popolo che li somigli. E non mica soltanto nei pesci-cani.
Infatti, quando la Garibaldi affondò silurata nell'alto Adriatico, un giornale di Vienna espresse la soddisfazione austriaca con questo pensiero delicato: «Quest'altro anno speriamo di mangiar grasso il pesce dell'Adriatico; noi gli procuriamo buon nutrimento di marinari italiani».
Fortuna che i pesci dell'Adriatico non leggono i giornali di Vienna.
No, quel mare non è stato mai propizio alle fantasie dei pirati affamati. I nostri morti non vi giacciono preda alla voracità dei pesci: nei fondi glauchi del nostro mare c'è pietà e gloria per tutti i morti degni di gloria o anche soltanto di pietà. Avvengono laggiù incanti e trasfigurazioni, come quella con cui il buon silfo Ariele consolava Ferdinando dopo il naufragio in cui suo padre era scomparso:
«Egli giace molte braccia in fondo: le sue ossa sono diventate coralli: sono perle quelli che furono i suoi occhi. Niente di lui è sparito invano: ma la forza del mare lo ha trasfigurato in un miracolo prezioso».
E gli stessi pesci, voraci e, stupidi, non sono tutti stupidi e voraci come se li figura a sua immagine un giornalista viennese.
Io so di un povero pesce dell'Isonzo che fu cortese con un nostro povero soldato. Forse nella forma di quel pesce guizzava lo spirito delicato di una creatura divina, una Naiade d'Italia, ma la sua apparenza non era che quella di un barbo, il barbus plebeius dei naturalisti.
Mentre nuotava fra due acque, sotto Gorizia, il pesce vide venire a sè una forma umana, goffa e pietosa. Era il cadavere di un soldato italiano, ucciso verso Tolmino, ad Aiba, tentando con pochi altri di traghettare l'Isonzo sotto il tiro incrociato degli Austriaci. Era un volontario ed in guerra era venuto con un'idea soltanto: vedere Trieste.
Nato in Sicilia, non era mai uscito dalla sua isola: di Trieste non sapeva che il nome, ma il solo nome della città lontana gli aveva suscitato in cuore un'idea favolosa ed appassionata. Per lui, se l'Austria non rendeva Trieste all'Italia, era perchè Trieste non era una città come tutte le città, anche le più belle, anche Palermo: doveva essere qualche cosa di assai diverso e di più. Come se la figurasse, naturalmente non sapeva dirlo nemmeno a sè stesso: appunto per vederla come era, soltanto per questo, era andato volontario a prender Trieste. E andandoci, di una cosa era certo: che, quando l'avesse vista, ci fosse arrivato anche un momento, non gli sarebbe più importato morire.
Strada facendo, via via che si avvicinava al confine, il miraggio si era fatto sempre più attraente. La sua Sicilia gli svaniva rapidamente dal pensiero. Non sentiva, come i suoi compagni, la nostalgia di chi si allontana da casa, ma l'ansia di chi si avvicina ritornando. Gli pareva proprio di tornarci a Trieste, lui che non c'era mai stato.
E un giorno, che il suo battaglione in marcia sostò sul Corada e il suo capitano gli indicò laggiù laggiù, oltre la gola di Salcano, nella caligine dell'orizzonte libero, una sfumatura più chiara e gli disse che quello era il mar di Trieste e che quella era la costa di Trieste, il volontario siciliano provò una tal gioia che gli venne da ridere e da piangere al tempo stesso.
Aveva sentito dire che da Monfalcone e da Gorizia non si poteva passare; non dubitò che la strada buona fosse quella dei monti a cui era arrivato il suo reggimento. Trovatala, si sentiva di poterci arrivare per di là, lui e i suoi compagni, come nulla. Non poteva capacitarsi che, prima, bisognava aver vinto tutta la guerra, perchè le difese austriache di Trieste erano già quelle posizioni in cui il nemico si asserragliava davanti a lui, subito oltre il fiume fluente glauco ai suoi piedi.
Perciò, quando venne al suo reggimento l'ordine di tentare anche lì il passaggio dell'Isonzo, gli parve l'ordine più naturale e più facile. Si offrì e fu chiamato a passare uno dei primi in un barchetto. Fu colpito mentre metteva piede sull'altra riva e cadde morto nel fondo del fiume.
Soltanto sotto Salcano, alle porte di Gorizia, risalì a galla. E con il morto risalì la sua anima, che pareva non potesse staccarsene, mentre la corrente lo spingeva da un ponte all'altro verso la foce. Il povero morto nulla sentiva più, ma l'anima vicina sentiva e soffriva ancora per lui: rabbrividiva a ogni contatto, temeva nuove offese al compagno che non poteva più difendersi: tronchi d'alberi, rottami d'armi, mine galleggianti, altri cadaveri scendevano con loro per la corrente.
L'anima era ancora smarrita tra la vita di prima e quella di poi: cercava la via del suo destino eterno. Ma prima di spiccare il volo, un dovere la soffermava: comporre il compagno morto in riposo tranquillo; ci doveva essere a qualche svolto del fiume una cavità riparata dove lasciarlo sicuro almeno dalla voracità dei pesci. E un'altra volontà ancora l'anima conservava dal momento che il colpo mortale l'aveva staccata dal corpo: la volontà stessa che aveva condotto il volontario a morire lassù: vederla, finalmente, la città per cui era morto.
Ma come arrivarci, ora che la corrente inesorabile lo spingeva da una sponda all'altra, per fermarlo forse nella fanghiglia di un canneto? Già il fiume, scendendo, mutava aspetto: le rive non erano più cigli sassosi ma argini bassi; il letto si allargava tra greti di fango e di ghiaia.
Fu qui che il barbo dell'Isonzo si mise a nuotare di conserva con il soldato morto che l'anima staccata non aveva più forza di governare; nemmeno di scostarlo dal pesce in cui sospettava qualche mala intenzione. Ma il pesce muto l'assicurava. Aveva compreso il segreto desiderio dell'anima e, per aiutarla, prese esso il governo del funebre corteo fluviale; con la forza miracolosa di una creatura incantata lo guidò fuor degli incagli per una via che esso sapeva.
Erano arrivati alla confluenza del Vipacco. Fucilate disperse sbattevano ogni tanto sul pelo delle acque: in alto filavano ronzii di obici: le sponde del fiume rintronavano di tonfi sordi. Il corteo del morto e della sua anima deviò dietro il pesce esperto dei luoghi; presto l'anima si accorse, fra rive più anguste, di rimontare una corrente: dapprima era un'acqua torba piena di detriti, ma poi limpida come di ruscello alpestre, mentre intorno diminuiva il rombo tormentoso delle cannonate. Passarono sotto mulini fermi, in acque sempre più nitide, fino a un gorgo profondo in cui si immersero lungamente. Era quella la tomba smeraldina destinata al soldato morto prima di vedere Trieste?
Quando ne uscì, l'anima non vide più la luce dell'aria e l'azzurro del cielo, ma sopra di sè l'arco di una vasta grotta che una luce debole ma diffusa rischiarava lievemente di riflessi opalini: le acque su cui navigava erano cupe, striate da guizzi di argento.
Il barbo non c'era più; invece guida era un sottile natante roseo e trasparente; così trasparente che ogni tanto, contro la poca luce, se ne distingueva, sotto le carni diafane, il cuore pulsante. Il pesce era divenuto uno spettro di pesce: un proteo. Ed anche il corpo del morto era divenuto laggiù un'altra cosa. La forma umana si era riplasmata in una sostanza medusea; il volto serenato aveva preso un pallore ialino su cui la fosforescenza delle grotte accendeva erranti fuochi di opale. Il morto e la sua anima vagavano nelle grotte del Carso, in quelle profondissime, inesplorate e inesplorabili, dove il travaglio delle acque e delle Fate ricompone in gemme splendenti i detriti opachi del mondo.
Nel silenzio della tomba incantata scivolavano senza gorgogli le acque lisce dei fiumi ciechi; laggiù erano le polle secrete che, pullulando in alto, nelle grotte note anche ai geologi, fanno crescere misteriosamente le fiumane del Timavo e della Piuca.
Vennero a una sponda declive contro cui il corpo del morto si fermò dolcemente. Anche il proteo era sparito. Una albasia verdina schiariva appena il luogo: ma il bagliore fioco rivelava tutto intorno una pomposa architettura di diaspri, di malachiti, di ametiste: occhi di rubino accendevano gocce vive nell'ombra degli archi senza fine. Era un tempio di colonne portentose che salivano nel buio verso una vôlta invisibile. Mai alcun imperatore ebbe tomba così profonda e così ricca. Qui l'anima si staccò dal suo compagno con un ultimo addio e salì per il buio, lieve, lungo le colonne, in alto.
Quanto durò quell'ascensione di farfalla notturna? Già per un pozzo aperto scorgeva sopra di sè il cielo di un turchino cupo. Ormai non aveva più bisogno di chi la conducesse; il cielo stesso la aspirava lentamente fuori della cavità sotterranea.
Quando fu sull'orlo del pozzo, per un istante ancora sulla superficie della terra, volse intorno un ultimo sguardo. Sotto la balza dell'altipiano una città chiara si stendeva lungo un mare pallido. Era l'alba e la città non aveva voci: pareva addormentata in un sonno pesante da cui non potesse sciogliersi: le sue piazze quadre erano come vuotate da un incantesimo che vi avesse sospeso la vita. L'anima, trasvolando, pregò Dio che rendesse presto alla città assopita nel dolore la gioia del risveglio nei mattini pieni di luce e di opere.
La salma del volontario siciliano, composta negli ipogei del Carso, ebbe un sussulto di gioia poichè la sua anima aveva veduto Trieste, proprio sopra la sua tomba, ricca e profonda come nessuna tomba imperiale.