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Gli eretici d'Italia, vol. II cover

Gli eretici d'Italia, vol. II

Chapter 12: APPENDICE II.
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About This Book

This work examines the historical context of heresy in Italy, focusing on the influence of key figures and events during the early modern period. It discusses the role of Pope Paul III and his attempts at reform within the Catholic Church, highlighting the tensions between Protestantism and Catholicism. The text explores the political maneuvers of the papacy, the challenges posed by the Reformation, and the responses from various church leaders. It also reflects on the broader implications of these religious conflicts for Italian society and governance, emphasizing the need for reform and the complexities of ecclesiastical authority.

APPENDICE II.

Le Pasquinate.

A Roma nel rione Parione, dov'è il palazzo Orsini, che nel 1791 i Braschi comperarono per cinquantamila scudi, sta sulla cantonata della piazza una statua monca, senza naso, nè braccia, nè gambe. Lodovico Castelvetro, nella Ragione di alcune cose segnate nella canzone di Annibal Caro, riferisce aver udito dal Tibaldeo che a Roma visse un sartore arguto, di nome maestro Pasquino, nella cui bottega in Parione convenivano molti bajoni, ed anche cortigiani, ambasciadori, cardinali, a tartassar il terzo e il quarto. I motti e i frizzi correano poi per la città, e anche quelli d'altri s'attribuivano a maestro Pasquino. Era costui morto da poco tempo, quando presso la sua bottega si sterrò una statua, guasta, ma che giudicossi un capolavoro, e che figurasse Alessandro, o Menelao che sostiene il cadavere di Patroclo. I bizzarri dissero ch'era Pasquino risorto, e cominciarono attaccar a quella le satire.

Il fatto non è esatto, poichè sappiamo che, al tempo del Tibaldeo, già quella statua stava eretta sopra un piedistallo presso al palazzo Orsini, il quale fu bensì ricostruito dal Sangallo verso il 1512, ma esisteva da ducento anni: e par probabile quel torso fosse scoperto nel cavarne le fondamenta, lungo tempo prima del maledico sartore. I capi rioni attaccavano a quella statua gli avvisi municipali, essendo in luogo centrale e frequentato, poi anche l'autorità ecclesiastica le indulgenze, le pastorali, ecc., finchè anche i maligni cominciarono appiccicarvi le satire, di cui fu sempre ghiotta quella popolazione, e che si dissero pasquinate anche quando o non v'erano state affisse, o l'erano ad altre statue. Perocchè il privilegio di Pasquino fu diviso dal Babbuino che dà nome a una via, dal Facchino del palazzo Piombino, dall'abbate Luigi, da donna Lucrezia dietro il palazzo di Venezia, dallo Scanderbeg sul palazzo che fu abitato da questo, e principalmente dal Marforio, dio marino colossale dissepolto tra il Foro (Martis forum) e il tempio di Marte, e collocato per prospettiva alla fontana di Campidoglio.

Massime alle elezioni dei papi si moltiplicano queste satire, per lo più brevi, talora in dialogo, sempre argute. Noi ne accenneremo alcune, che abbiano qualche appiglio colla nostra storia.

A Sisto IV morto:

Stupra, fames, strages, usura, furta, rapinas
Et quodcumque nefas, te duce, Roma tulit.
Magna (licet tarde) solvenda, est gratia morti:
Omne scelus tecum, Sixte cruente, jacet.

Per Alessandro VI, quando si ripescò dal Tevere il cadavere di suo figlio:

Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus,
Piscaris natum retibus ecce tuum.

E altre volte:

Vendit Alexander claves, altaria, Christum:
Emerat ille prius, vendere jure potest.

E alla sua morte:

Dic unde, Alecto, pax hæc effulsit et unde
Tam subito reticent prælia? Sextus obit.

Per Giulio II, che diceasi aver buttato le chiavi di Pietro per impugnar la spada di Paolo:

Huc barbam Pauli, gladium Pauli, omnia Pauli:
Claviger ille nihil ad mea vota Petrus?

e altrimenti:

Obtulerat, Juli, tibi quæ sors Julia claves,
Clavas, erravit credo, datura fuit.

e per le sue indulgenze:

Fraude capit totum mercator Julius orbem;
Vendit enim cœlos, non habet ipse tamen.

Per la mansuetudine di Leon X:

Ipse licet cupias animos simulare Leonis
Non lupus hoc genitor, non fuit ursa parens
Ergo aliud tibi prorsus habendum est, cæcule, nomen,
Nam cuncta ut possis, non potes esse leo.

Altra volta Pasquino era comparso da pellegrino mendicante, e diceva: «Andrò ai Galli e agli Ispani per empir la tasca d'oro, poichè il poter dell'oro caccia adesso le Muse. Amici, portatemi oro, non versi; ai potenti non comanda che il denaro».

Dona date, astantes; versus ne reddite: sola
Imperat ætheriis alma moneta Deis.

Ma perchè i letterati, contenti de' favori di papa Leone, lo lasciavano tacere, Pasquino cantò:

Non homo me melior Romæ est. Ego nil peto ab illo,
Non sum verbosus: hic sedeo et taceo.

Di rimpatto si sfogò contro Adriano VI. Sotto Clemente VII le sventure furono troppo serie: ma alla sua morte, che si dicea causata dall'imperizia del medico Curti, fu scritto:

Curtius occidit Clementem; Curtius auro
Donandus, per quem publica parta salus.

O gli applicaron il versetto evangelico: Ecce qui tollit peccata mundi. Fu anche scritto:

Nutrix Roma fuit, genitrix Florentia: flevit
Nec tua te nutrix, nec tua te genitrix.
Mors tua lætitiam tulit omnibus: unica mæret
Quæ, te regnavit principe, dira fames.

In un altro epitafio assai lungo, dopo basse ingiurie, s'invitano i Romani a festeggiare, perchè

Pristina libertas reddita, Roma, tibi est.

Al tempo di Paolo III Pasquino scriveva:

Ut canerent, data multa olim sunt vatibus æra:
Ut taceam, quantum tu mihi, Paule, dabis?

Ma non tacque, e tra gli altri applicogli il detto scritturale: Zelus domus suæ comedit illum: e che Roma, dopo trovatasi sì male di due Medici, or cadde nella frenesia (Farnese).

Un'altra volta narrava Marforio che un angelo intimasse al papa: «Pasci le mie pecore»; Pasquino replicava aver egli risposto: «La carità ben ordinata comincia da sè». E Marforio insisteva: «È egli giusto di toglier il pane di bocca ai figliuoli per darlo ai cani?»

Un'applicazione in grande de' testi biblici fu fatta in occasione dell'Epifania del 1535, per la gita del papa a Marsiglia.

Il papa diceva: Modicum videbitis me, modicum et non videbitis me, quia vado ad patrem.

Il re di Francia: Tu es qui venturus est, non alium expectamus.

Il cardinale di Cesi: «Io sono una vigna selvaggia: il padre mio era un agricoltore».

Il cardinale di Bari: «Barabba era un ladro».

Il cardinale Campeggio: Filii tui tamquam novellæ olivarum in circuitu mensæ.

Il cardinale di Mantova: Lingua mea calamus velociter scribentis.

Il cardinale di Ravenna: Vade in pace et noli amplius peccare.

Il cardinale Doria: Vade retro, Satana.

Il cardinale di Bologna: Amice, quomodo intrasti non habens vestem nuptialem?

I cardinali spagnuoli: In cathedram Moysis ascenderunt scribæ et pharisæi.

I cardinali nuovi: Laudate, pueri, Dominum, laudate nomen Domini.

Pasquino: Si veritatem dico vobis, quare non creditis?

Non è facile capir tutte le allusioni, e perciò ne lasciammo via molti. Fu anche parodiato il Vangelo, facendone uno secondo Marforio, dove la visione d'Emaus è convertita a tassar papa Clemente, ma più il suo successore.

Un'altra volta era il Liber generationis antichristi filii diaboli. Diabolus genuit papam, papa vero genuit bullam; bulla vero genuit ceram; deinde cera genuit plumbum; plumbum vero indulgentiam; ea vero curenam (assoluzione dal digiuno quaresimale); carena vero genuit quadragenam (la quarantena); ex qua tandem orta fuit simonia, ex qua fuit superstitio, etc.; e dopo la cattività di Babilonia, il cardinale generò il cortigiano, il cortigiano il vescovo suffragante e il commendatore, che generarono la pensione: dalla pensione venne la decima, da questa l'oppressione del paesano; l'oppressione generò la collera, e questa l'insurrezione, nella quale si rivelò il figlio dell'iniquità che chiamasi Anticristo.

Gli è per tali profanità che delle pasquinate ebbe ad occuparsi anche il Concilio di Trento, perocchè alcuni, e specialmente il legato Del Monte, voleano si provvedesse all'abuso che in essi faceasi de' testi sacri, convertendoli o a satira o a giocondità: ma non si credette dovervi prendere un provvedimento speciale: solo si proibì di usar le parole scritturali in vanità, adulazioni, scurrilità, superstizioni, libelli famosi. E fra i decreti sui libri proibiti al § 11 restano in generale vietati Pasquilli omnes, ex verbis sacræ scripturæ confecti. Item Pasquilli omnes etiam manuscripti, omnesque conscriptiones in quibus Deo, aut sanctis, aut sacramentis, aut catholicæ ecclesiæ et ejus cultui, aut apostolico quomodocumque detrahitur.

Pure queste applicazioni di testi ecclesiastici talvolta non sono che ingegnose, come quando nel 1535 de' cardinali francesi si dice «Per altra via se sono tornati»; e dei tedeschi: «Non v'è nulla da mangiare noi in questa casa?»

Ed altra volta per l'entrata de' Francesi in Italia:

  • Roma. Hora est jam de somno surgere.
  • Spagna. Uxorem duxi: habe me excusatum.
  • Germania. Quo me vertam nescio.
  • Fiandra. Effusum est in terra robur meum.
  • Polonia. Date elemosinam.
  • Portogallo. Non bene conveniunt Judæi cum Samaritanis.
  • Lorena. Dominus dedit, Dominus abstulit.
  • Savoja. Nescio loqui, quia puer sum.
  • Piemonte. Legatis manibus et pedibus, projicite eum in tenebris exterioribus.
  • Ginevra. Quando morietur et peribit nomen ejus, tribulationes cordis multiplicatæ sunt.
  • Svizzera. Miseremini mei, saltem vos amici mei.
  • Olanda. Veh nobis.
  • Genova. Transeat a me calix iste.
  • Milano. Timor et tremor venerunt super me.
  • Parma. Adorabimus in loco ubi steterunt pedes ejus.
  • Modena. Deprecabilis esto super servos tuos.
  • Firenze. Domini est terra et plenitudo ejus.
  • Napoli. Deficit spiritus meus, paratum cor meum sperare in Domino.
  • Messina. Non credam amplius.
  • Mantova. Quid vultis mihi dare et eum ego vobis tradam.
  • Francia. Dissipabo et assorbebo simul.
  • Venezia. Non timebimus dum turbabitur terra, etenim inimici mei non potuerunt adversus nos.
  • Inghilterra. Pereat memoria ejus, et sequaces ejus fiant orphani.

E qui son a ricordarne due a proposito di Galileo. Quando egli ebbe scoperto i satelliti di Giove, e che la più parte degli astronomi li negavano, Keplero li vide, ed esclamò, Galilee, vicisti. Di rimpatto un frate a Firenze prese per testo d'una predica, Viri Galilæi quid statis aspicientes in cœlum?

Nell'Indice tridentino de' libri proibiti è registrato Evangelium Pasquilli. Vi somigliano le Sortes Virgilianæ per Pasquillum collectæ; emistichi o versi di Virgilio, applicati ingegnosamente.

Il papa si duol di non aver dapprincipio soffogato Lutero:

Trojaque nunc stares, Priamique arx alta maneres

A quei che voleano il papa presedesse al Concilio:

An monstrum infelix sacrata sistitis arce?

Ad Erasmo vacillante,

Terras inter cœlumque volabat.

Al papa perchè non si mescoli delle cose temporali,

Pastorem, Tytire, pingues
Pascere oportet oves, deductum dicere carmen.

Il papa temente della sorte de' suoi, esclama:

Dii patrii, servate domum, servate nepotem.

Sui disastri di Roma:

Urbs antiqua ruit, multos dominata per annos.

Lutero solo contro tutto il mondo:

Vim cunctam atque minas perfert cœlique marisque.

Nell'indice de' libri proibiti dal concilio di Trento son notati:

  • Pasquilli et Marforii hymnus in Paulum III.
  • Pasquillorum tomi duo, quorum primo versibus ac rhytmis, altero soluta oratione conscripta quamplurima continentur.
  • Pasquillus extaticus et Marphorius.
  • Pasquillus Fagius.
  • Pasquillus Germanicus.
  • Pasquillus proscriptus a tridentino concilio.
  • Pasquillus semipoeta.
  • Pasquino in estasi nuovo e molto più pieno che 'l primo, fu aggiunto con decreto del 16 marzo 1621.

In occasione che il papa prende il possesso, che è una delle solennità più splendide della splendida Roma, veniva Pasquino foggiato in qualche personaggio, e allora le satire s'acconciavano a queste trasformazioni. Per l'una diceva:

«Qual meraviglia se mi trovi cangiato, dacchè Paolo cangia dieci volte all'ora?»

Vestito da Occasione, diceva all'imperatore:

Cæsar, habes nulli qualem me habuere; videsne?
Ni mea, ni noscis tempora, asellus eris.

Ma gli si rispondeva:

Postquam regna tenet Paulus, domus alta Quiritum
Occidit, atque simul concidit omne decus.
Occidit imperium Christi, spes, fasque, piumque.
Occidit alma quies, occidit alma fides.
Dicendum occasus potius quam occasio certum est,
Pasquille, ut rebus nomina conveniant.

Un'altra volta egli compariva da viaggiatore, e

Credula verbosum papam quia Roma creasti
Expedìt hoc cunctis dicere; Roma, vale.

Essendo vestito da Perseo, gli fu appicciato il distico:

Perseo che di Medusa il capo cese,
Cederà ancora il capo del Farnese.

Oppure:

Papa medusæum caput est; coma, turba nepotum:
Persæu, cede caput; cæsaries periet.

Quando esso Paolo III trasferì il concilio, stampossi un Pasquilli carmen in Paulum III fugitivum a facie concilii Mantuani:

Quid est tibi, papa, quod concilium fugisti, et vos, cardinales, quia conversi estis retrorsum?

A facie reformationis mota est curia, a facie reformationis veræ,

Quæ converteret papam in pauperem plebanum, et cardinales in miseros capellanos.

Anche Paolo IV fu incessante bersaglio a satire, massime a cagione dei nipoti: e il suo nome di famiglia Caraffa diè occasione a molte arguzie, tanto che si dovette proibire di gridar per istrada bicchieri e caraffe.

Sotto Sisto V comparve Pasquino con una camicia tutta sudicia. E chiedendogliene Marforio il perchè, rispondeva: «Perchè la mia lavandaja è divenuta sorella di papa».

E perchè Sisto rimescolava colpe vecchie, si fecer dialogare le due statue di san Pietro e Paolo. Il primo vedeasi in atto di partire cogli sproni:

San Paolo: Dove vai?

San Pietro: Corro qualche pericolo. Temo esser chiamato in giudizio perchè ho rinnegato il mio maestro.

San Paolo: Allora farò bene anch'io a cavarmela, perchè m'imputeranno le persecuzioni che feci contro i Cristiani.

Ma Sisto non intendea scherzi, e faceva anche impiccare i satirici, onde Pasquino dovette contentarsi d'esclamare che papa Sisto non la perdona neanco a Cristo.

Venendo a tempi vicini, di Benedetto XIV disse Pasquino: Vir bonus in solio, Bonus vir in solio. E di Pio VI che nello stemma portava aquila, gigli, stelle, venti:

Redde aquilam imperio, Gallorum lilia regi,
Sidera redde polo; cætera, Brasche, tibi.

In somma Pasquino è un arguto, che tien l'occhio al Vaticano, l'orecchio al conclave, intelligenze nelle anticamere, spie nelle sale e nelle alcove. Talvolta fu l'uom dabbene indignato de' vizj: tal altra lascia fra il riso trapelare l'ira protestante come quando dice:

Il rosso gregge si divide in tre,
Mangia Dio, mangia plebe, e mangia re.

Si abusa del suo nome? egli esclama:

Me miseram! copista etiam mihi carmina figit,
Et tribuit nugas jam mihi quisque suos.

Talora domanda un cappello di cardinale:

Tandem, maxime pontifex, galerum
Pasquillo tribuas tuo roganti.
Si sensu sine sum, rude atque marmor,
Complures quoque episcopos videmus
Ipso me mage saxeo creari.

Altre volte fa un confronto tra il papa e Cristo:

Christus regna fugit: sed vi papa subjugat urbes.
Spinosam Christus, triplicem gerit ille coronam.
Abluit ille pèdes; reges his oscula præbent.
Vendentes pepulit templo, quas suscipit ipse....
Ascendit Christus, descendit ad infera præsul.

Qualche volta con tenuissimi cangiamenti muta l'elogio in satira; come quando essendosi scritto, Orietur in diebus nostris justitia et pax, Pasquino vi antepose un M.

E altra volta: «Tu ridi, o passagero, perchè il vecchio Pasquino vedi senza naso, senza labbra nè mani, e perduta ogni forma.

Nempe vides quam Roma viros bene tractet honestos
Quos ea, si qui sunt hic, periisse cupit.
Nam me quod nimius veri sum visus amator
Et mores urbis carpere sæpe malos, ecc.

E il Marini cantava:

Non cercar tu che passi
Come favelli e scriva
Una pietra insensibile e scolpita
Che della mano e della lingua è priva.
Fora ancor poco a questa età cattiva,
Poichè tacion color che han voce e vita
Quand'io non sol parlassi
Ma parlando scoppiassi,
Per romper con lo scoppio e testa e braccia
A chi mi fa parlare e vuol ch'io taccia.

Nel 1592 erasi stabilito di farla finita con questo garrulo mozzicone e gettarlo in Tevere. Trovavasi allora a Roma Torquato Tasso, e suggerì: «Nol fate. Dalla polvere nella ripa del fiume nasceranno infinite rane, che gracideranno notte e giorno per vostro dispetto». Gli si diede ascolto, onde Marforio ne mandò le congratulazioni a Pasquino. E questo rispondea: «Di fatto m'avean messo in querela col sant'Uffizio. Comparvi davanti ai cardinali, e pensa come mi conciarono! Senza un secondo Torquato, la bocca di Roma era chiusa per man de' Barbari. Per fortuna la ragione disarmò l'ira, e la satira dee la vita alla poesia».

Sotto Urbano VIII de' Barberini, Pasquino esclamava:

Ohimè, non ho più un quattrino,
Tutto il mio è del Barberino.

Ed essendosi levato il tetto di bronzo dal Panteon per fondere la cattedra di san Pietro, disse: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Quando esso papa emanò una bolla contro il tabacco, Pasquino esclamò: Contra folium quod vento rapitur ostendis potentiam tuam, et stipulam siccam persequeris.

Sotto Alessandro VII, Pasquino prese, come spesso i buffoni, la parte del prepotente, schernendo il papa degli insulti fattigli da Luigi XIV, or in colloqui coll'abbate Luigi, or in sindacato dove i conservatori di Campidoglio assumono per segretario Marforio, Pasquino per procurator fiscale, don Gregorio per usciere; e dopo molte cose serie e molte beffarde, conchiudesi con sette avvisi: 1º che tutti i cittadini abbian un esemplare della storia romana, per ricordarsi le geste degli avi, aspirarne l'amor della libertà, e ricordarsi che cacciarono i Tarquinj dalla città; 2º che siano obbligati di legger la storia primitiva della Chiesa, notare il diritto che avea il popolo d'eleggere i papi e di partecipare al governo temporale; 3º di non chiuder gli occhi ai disordini degli ecclesiastici; 4º ridersi delle bolle fabbricate per avvilire il popolo e sottomettere i laici ai preti; 5º stare uniti in santa fraternità, perchè sulla discordia si fondò la sua schiavitù; 6º render al papa ogni rispetto e obbedienza come sovrano spirituale; 7º guardarsi dal pagare soldati quando i papi volessero far guerra e cambiar la croce in spada.

Oltre la pasquinata, che diceva di lui, Maxime de se, magna de parentibus, mala de principibus, pessima de cardinalibus, nihil de Deo, moltissimi sonetti conosco per la morte d'Alessandro VII, e un de' migliori è questo:

Papa Alessandro settimo sanese
Di casa Chigi, qui sepolto giace
Che sopra dodici anni e più d'un mese,
Mal grado suo, non vide Italia in pace.
Con finto zelo e con pietà fallace
Molto al mondo promise e nulla attese.
Disse che i suoi starebbono al paese,
Ma a capo all'anno si trovò mendace.
Vantò di sollevar lo stato oppresso,
Disse voler premiar li dotti e buoni,
Far tornar Roma al suo primiero sesso.
Ma niuno più di lui senza occasione
Mille gabelle impose, e niun quant'esso
Distrusse Roma ed ingrandì bricconi.
Un papa il ciel ci doni,
Che riducendo quel ch'ei disse in atto,
Si guardi poi dal far quel ch'egli ha fatto.

Questo sonetto trovo nella Magliabecchiana mss. cl. VII. 309; dove sono moltissime pasquinate, o in raccolte, o sparse: fra cui Risate di Pasquino con l'abbate Luigi per l'aggiustamento di Pisa circa le differenze tra il re di Francia e la casa Chigi.

Ultimamente stampossi Pasquin et Marforio, histoire satirique des papes, traduite et publiée pour la première fois par Mary Lafon (Parigi 1861). È poco meglio che copia di un articolo dei Mémoires de littérature par M. De S.... (t. II, p. II, p. 200, Aja 1717), aggiuntevi mentosto pasquinate che satire contro i papi, tolte da Hutten e da altri. Per esempio, sotto Giulio II mette il dialogo, spiritoso per verità ma ben lungo, fra questo papa e san Pietro alla porta del paradiso, che è attribuito a Erasmo o a Fausto Anderlino, e che noi mettemmo in nota al Discorso XIV. Esso Hutten ha pure il Pasquillus exul, dialogo con Ciro; ove finge che, abbandonando affatto la città, stanco di aspettare, nè più nulla sperando dal papa, solo occupato ad impinguare i suoi ben numerosi, gli espone il secreto della creazione dei trentun cardinali, della promulgazione delle indulgenze, e del progetto della crociata, che in fatto era un'operazione politica e finanziera per ristaurar l'erario, e dar al papa la maggioranza nel conclave.

E tutt'altro che pasquinate sono il dialogo tra Vadisco e Pasquino: Apophtegmata Vadisci et Pasquinei de corrupto statu Ecclesiæ; il Pasquillus extaticus, ed altre composizioni.

Gli è per quest'ultima che annettesi il marmo beffardo al nome di Celio Curione, del quale vuolsi sia la raccolta Pasquillorum, comparsa a Basilea il 1544.

Questa comincia da una poesia De se ipso et origine sua, ove Pasquino narra lui esser Lica che portò ad Ercole, da parte di Dejanira, la fatal camicia, onde perdè la vita; ma prima di spirare lanciollo in aria: ricaduto sopra uno scoglio del mar d'Eubea, suscitava tante tempeste, che Nettuno col tridente ne lo cacciò, onde salvossi in terraferma, ed or rimane a Roma, dove una turba di pedagoghi ogni anno gli rende i dovuti onori.

Non v'è titolo propriamente onde attribuir quella raccolta al Curione, e neppure il Pasquillus theologaster diretto a Lutero; bensì è di lui il Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium (Basilea 1544). Poi Celii Secundi Curionis Pasquillus extaticus, una cum aliis etiam aliquot sanctis pariter et lepidis dialogis, quibus præcipua religionis nostræ capita elegantissime explicantur; omnia quam antea cum auctiora, tum emendatiora,.... adjectæ quoque sunt quæstiones Pasquilli in futuro concilio a Paolo III indicto disputandæ, lectu jucundissimæ (s. l. et a.).

Forse col titolo di Pasquino in estasi, ragionamento di Marforio e Pasquino, il dialogo fu scritto originariamente in italiano, qual si trova manoscritto nella biblioteca ducale di Gotha, poichè v'è qualcosa che manca nelle stampe latine, come il passo relativo a Giovanni Valdes, che daremo qui sotto.

Comparve poi a Ginevra Pasquillus extaticus, non ille prior sed totus plane alter auctus et expositus; e Pasquino in estasi, nuovo e molto più pieno che 'l primo, col viaggio all'inferno colla falsa data di Roma, nella bottega di Pasquino a l'istanza di papa Paulo Farnese. Sebben quest'ultima frase sia evidentemente falsa, indicherebbe però fosse anteriore al 1549, e vi stanno in appendice Questioni di Pasquino da disputare nel Concilio di Trento, che mostrava di voler fare il papa.

È un de' libri che più corsero attorno in quel tempo, e di quelli che sogliono fare il maggior danno, pervertendo il buon senso e la morale col mettere il riso al luogo delle ragioni, e ridur l'uomo al grado di scimia. Diamone l'analisi.

Marforio. «Che c'è di nuovo, Pasquino? Tu sei bello e smagliante.

Pasquino. Come chi ha veduto il re del cielo. Non sai che, dopo il colloquio coll'Eterno, Mosè sfolgoreggiava?

M. Il so, ma che? Forse le pietre van oggi in cielo?

P. Perchè stupirne, quando ci van tuttodì monache, abati, preti, vescovi, papi, coi ventri dieci volte più pesanti di me?

M. Oh per lo meno son uomini e non sassi.

P. Non sai che quei che governano il mondo e la Chiesa han l'orecchio duro, sicchè bisognan pietre per toccarli, e massime per cacciar quello sciame di adulatori che vi ronza attorno?

M. E chi t'ha dato a te quest'incarico? N'hai licenza dal papa?

P. La necessità mi forza a parlare. I nostri contemporanei hanno gran bisogno d'udir la verità: quei che potrebbero dirla taciono; bisogna dunque che parlin le pietre, come comanda il Vangelo».

Qui vien a raccontare come, stando in una grotta presso il Coliseo, s'addormentò, e gli apparve un globo di fuoco, di mezzo al quale un vecchio Jerosataniel, capo de' veri veggenti, il quale gli esibì di mostrargli il cielo. «Ma oggi v'ha due cieli, uno eterno, ove Cristo salì, ove andranno i fedeli, ove Dio, cinto di angeli, giudicherà noi tutti; l'altro, fatto di man d'uomo, e compaginato abbastanza male dal papa». Pasquino chiede di veder quest'ultimo: gran città, dove entrava una folla di cattivi angeli, carichi di suppliche, petizioni, corone, rosarj, cera da bolle, argento, oro, sigilli, immagini, scapulari, pietre preziose; altri n'uscivano portando la pace, la guerra, i nembi, il fulmine, la tempesta, e tutto ciò che gli uomini creduli amano e temono. Una sola porta serve ai mortali, fatta di marmo grossolano, e che ha per ornamenti la donazione di Costantino e i trofei dei papi, quando umiliavano i re, e metteano il piede sulla testa degli imperatori.

Il vecchio che la custodiva, udito che era Pasquino, nol volle ricevere, dicendo che quello cielo non era fatto per buffoni e mimi.

La guida lo consolò, dicendogli conosceva una breccia, aperta da Lutero e Zuinglio secondo i precetti di Paolo, per demolire questo cielo. All'entrata sventolavano due bandiere, portanti detti evangelici: «Nel silenzio e nella speranza sarà la vostra forza. — Venite a me voi che soffrite e faticate, e v'ajuterò». Accostandosi al difficile accesso, incontrano un vecchio, dalla barba lunga, sulla cui tunica eran ricamate le lettere V. D. M. I. Æ. (Verbum Dei manet in æternum). Questi non vuol lasciar entrare Pasquino se non l'esamina sulla fede. E gli domanda: «Chi è il capo della Chiesa, Cristo o il papa?»

— Tutt'è due» risposi io.

— Dunque la Chiesa è bicipite, eh?

— No no, celiavo: non ebbe mai e non ha che un solo capo, Gesù Cristo; chi gli mette sulle spalle anche quello del papa, ne fa una specie di Cerbero».

Il vecchio lo bacia, e lo mena verso gli altri, chiamandolo fratello. Colà trova Federico di Sassonia, eccellente principe che aperse tutte le porte al Vangelo: Zuinglio, Capitone, Ecolampadio, altri Tedeschi, e molti Svizzeri, alquanti Francesi abbastanza Italiani, e qualche spagnuolo. Fra gli Italiani erano Gerolamo Galateo di Venezia, che undici anni soffrì con costanza, e morì pel Vangelo nelle tenebre d'un carcere. Vide anche uno spagnuolo, nobil cavaliere di Cesare, ma cavaliere di Cristo ancor più nobile, Giovanni Valdes vir summa religione, fide, eruditione, qui Neapoli diem obiit supremum, egregiis relictis ad hoc cœlum excidendum istrumentis.

Continuando vede come le mura che difendevano quella città erano di rosarj, tonsure, barbe, cingoli, sandali, pazienze, zoccoli, pesci, ova, mitre, cere, bolle, il tutto cementato con olio e seta: e v'avea quattro porte; la superstizione, l'ignoranza, l'ipocrisia, l'orgoglio. Ma tutto era minato, senza che se n'accorgessero i monaci che custodivano. Entrato, esamina il quartiere dove stavano monaci ed eremiti, de' quali storpia beffardamente i nomi, poi le monache, poi i confessori, e i gran dottori che faticavano a trasportar dal Vecchio e dal Nuovo Testamento ciò che s'affaceva alla Chiesa loro, le decime, le mitre, gl'incensi, i sacrifizj de' leviti, lasciando via le mogli col dir che la nuova legge permette solo le concubine e peggio. Invece di evangelisti, scorge una folla di dottori e redattori di decretali e bolle sull'infallibilità del papa.

Quand'ebbe veduto questo ed altro, pregò il vecchio di ricondurlo quaggiù; e credette inutile veder l'inferno, dacchè avea veduto il cielo dei papi.

È principalmente all'occasione del conclave che la lingua di Pasquino taglia e fende, valendosene amici e nemici a sostenere od abbattere i varj candidati. Quelle satire riferendosi a fatti e persone specialissime, han poco interesse dopo passatane l'occasione. La più antica che si conservi, credo sia quella dopo la morte di Clemente VII nel 1534.

Dialogo fra Pasquino e san Pietro imprigionato in Castel Sant'Angelo.

Pasquino. Or che par vero che Clemente è morto,
Sali fuora, buon Pietro, di prigione,
E va gridando al cielo e alle persone
Tutto il mal che t'ha fatto, e quanto torto.
Non star serrato più: prendi conforto,
Ch'ora per tutto si farà ragione,
E tal che infino a qui fatto ha il barone,
In sulle forche si vedrà di corto.

E via dice i più villani improperj contro Clemente «che ha spogliato la Chiesa e 'l mondo e Cristo», e conchiude:

Pietro norma ti sia d'andar più saldo,
Che ne facci un miglior, non un ribaldo.

San Pietro gli domanda a chi

gli par senza peccato,
Che si potesse dar questo papato.
Farnese è attempato
Pasquino. Capperi! ha tanti figli e tanta gente
Che alla fin saria peggio che Clemente.
San Pietro. E Siena non val niente?
Pasquino. Non gli manca se non ch'è sciocco e matto
E non ha più cervel che non n'ha un gatto,

E così seguita a riveder il pelo di ciascuno, finendo:

Li Francesi imbriachi, quei di Spagna
Marran, e luteran quei di Lamagna.

San Pietro.Dunque senza magagna
Non si ritrova al mondo un cardinale?
Povera Chiesa, come stai tu male!
Gesù mio, se ti cale,
Poichè tra questi non c'è nom che vaglia,
Trovane un tu che vaglia
E che alla Chiesa tua non sia rubello.
Ajuta il pastor tuo che già tant'anni
Non ebbe successor se non tiranni;
Soccorri alla tua Chiesa e alla mia nave,
Che si sommerge, e che perse ha le chiave.

In una pasquinata da conclave si tassano le varie nazioni.

Per cercar nel sacro soglio
Il futuro dominante,
Vedo ognun sì discrepante,
Che il parere anch'io dir voglio.
Se ci eleggono un romano,
Genti mie, voi state fresche!
Gran sparate romanesche
E all'oprar si va pian piano.
Sento dir da ogni persona,
Se lo fanno fiorentino,
Che la soglia di Quirino
Ridurrà piazza Navona....
Se a gentil napoletano
Un boccone tal gli tocca,
Saria ben largo di bocca,
Ma poi stretto della mano.
Se di nuovo a noi un Lombardo
La disgrazia mai ci reca,
Cambierebbe la buseca
Della camera col lardo....
Se reggesse questa mole
Un francese, ch'è sì vario,
Ben sarebbe necessario
Roma empir di banderuole.

Una volta si finge che i Padri in conclave vogliano trattenersi con una commedia, e ciascuno ne propone una, delle più conosciute, e il cui titolo è satira.

  • Cibo. Chi non sa fingere non sa vivere.
  • Delfino. La verità inefficace.
  • Carpegna. L'accidia sospirosa.
  • Barbarigo. L'Arcadia in Brenta.
  • Goes. Chi la fa l'aspetta.
  • Maldacchini. Arlecchino finto principe.

Un'altra volta Pasquino disse:

Conclave in carnevale. Oh cosa bella!
Ci daranno per papa un pulcinella.

Nella qual occorrenza disse pure:

Tre peccati faceste, o padre santo,
Accettare il papato e viver tanto,
Morire in carneval per esser pianto.

In tal fatto il capolavoro è il Conclave del 1774, dramma metastasiano, dove son messi in celia il Bernis, lo Zelada, il Negroni, il Giraudi.

Di una lunga canzone per la vacanza di Pio VII, ecco qualche strofa:

Se in bando voglionsi
Tanti bricconi,
Pregate, o popoli,
Per Oppizzoni.
Chi vuol che tolgasi
Tanta gramaglia
Che copre il tempio,
Scelga Somaglia.
Potrebbe eleggersi
Prudentemente
Il buon Galeffi
In tal frangente.
Chi vuol che il papa
Ci racconsoli
I voti porga
Per Severoli.
Chi vuol che l'ordine
In tutto venga
Preghi che scelgasi
Il Della Genga.
Fo punto; e il cielo
Prego ci salvi
Da un uom despotico
Qual è Consalvi.

E il Della Genga fu di fatti eletto col nome di Leone XII.

Tutti conoscono le più vicine, ma parmi distinta per merito questa:

Spirito Santo. O popolo di Roma, ecco il momento
Che decider dovrà del tuo sovrano.
La vedovanza a terminar del trono,
E i tuoi voti a compir disceso io sono.
Ti calma alfin: già sospirasti assai
Novello un papa, e qual lo brami avrai.
Volerò; su qual ti piace
Il mio vol si poserà;
Purchè tenda alla tua pace,
E alla tua felicità.
Popolo Romano. O Signor clemente e buono,
Dacci un papa di pietà,
Che regnar faccia sul trono
La giustizia e la bontà.

S. S. Ebben, perchè felice,
O popolo di Roma, appien tu sia,
Oggi che il papa scegliere si deve,
Vo' che alla scelta il voto tuo si dia.
P. R. Adoriamo i cenni tuoi:
Grande è, o Dio, la tua bontà:
Alla scelta ognun di noi,
Poichè il vuoi, risponderà.
S. S. I già sofferti affanni
E il senno inveterato ancor dagli anni
Par che dubbio non offra
Onde salga sul trono al Vaticano
Dei vostri eminentissimi il decano.
P. R. No, Signor, per carità!
Polverosa è la sua gloria,
Occupato egli sarà
A compor qualch'altra istoria:
Per sovrano non è nato
Chi vuol fare il letterato.
S. S. Ebben, questo si lasci, ed in sua vece
Al camerlengo della santa Chiesa
D'esser papa la gloria oggi sia resa.
P. R. Come! papa uno scolare?
Ah! Signor, ciò non può stare;
Tommasini col triregno?
Ah! di tanto ei non è degno,
Di calcar non merta il trono
Chi da sè sol non è buono.
S. S. Si lasci dunque, e pel voler divino
Sia pontefice vostro il Cappuccino.
P. R. Ah! signor, certi caproni
Non son nati per i troni,
Altre volte ricordate
Che fu preso a bocalate;
Lungi, lungi un tal pensiero,
Non ci piace, è troppo nero.
S. S. Si cangi dunque, e assiso in Vaticano
Pedicini sarà vostro sovrano.
P. R. Come? in trono una tal rapa?
Ah, signor, no per pietà:
Non è nato ad esser papa,
Nato è ad essere papà;
Se felici ci bramate
Presto presto un altro fate.
S. S. Si scelga dunque in più lontan paese,
E sia vostro pontefice l'Inglese.
P. R. Ah, signor, ci fa spavento
Quella sua fisonomia,
Quell'altero portamento,
Quella falsa ritrosia,

E suonare altrui mal puole
Ch'anche il papa s'abbia prole.
S. S. Eh sia dunque a tutti i patti
Il pontefice vostro Cacciapiatti.
P. R. Cacciapiatti? Cacciapiatti?
Riderebbero anche i gatti;
Vi sarebbe al Quirinale
Quasi sempre il carnevale,
E le donne, oh caso indegno!
Porterebbero il triregno.
S. S. De Simoni, Oppizzoni, qual volete?
A vostro genio scegliere potete.
P. R. Quella lor finale in oni,
O signore non ci piace;
Son due volpi, anzi volponi,
Ruberebbero la pace;
Niun dei due d'aver bramiamo,
E di un altro vi preghiamo.
S. S. Ebben l'onor si dia.
Di sovrano a Cristaldi, e papa sia.
P. R. Ah, signor, fu tesoriere;
Questo sol deh rammentate:
Deponete un tal pensiere,
Per pietà deh non lo fate:
Quel suo viso non ci piace,
Ha dell'aquila rapace.
S. S. Si lasci quest'onor: ah ben lo veggo,
Perchè siate felici, o miei Romani,
Un papa darvi voglio in Giustiniani.
P. R. Ah signor, deh per pietà
Pecchereste in crudeltà;
Gl'Imolesi ben lo sanno
Quanto a lor costi d'affanno,
Formerebbe ingrato suono
Una tigre sopra il trono
S. S. Questo si lasci, e segga in Vaticano
Qual vi piace, Navali, oppur Caprano.
P. R. E che? Regnano i stivali?
Buoni son per gli ospedali;
Son malati, han sempre sonno,
Camminar appena ponno,
E i discorsi a far finiti
Son due vecchi rimbambiti.
S. S. Veggasi invece, se saria più degno
Il cardinal Pallotta del Triregno.
P. R. Questi certo col talento
Arricchir potria lo Stato,
Se un editto ogni momento
Da lui fosse pubblicato;
Ma l'ostacolo sol è
Che il somaro non fa il re.

S. S. Facciam dunque ai Tedeschi un'opra pia,
E il cardinal Albani papa sia.
P. R. Deh! per mastro di cappella,
O signor, lo risparmiate:
L'avarizia gli è sorella,
Per pietà deh non lo fate:
Noi diremo anzi un rosario
Se ci è tolto a segretario.
S. S. Abbia termine omai questo conclave,
Odescalchi di Pietro abbia la chiave.
P. R. Dalla Chiesa ove è il rispetto
Nel crear tal monachella?
Non vedete dall'aspetto
Che rassembra una zitella?
E la cosa a far finita,
Non ci piace, è gesuita.
S. S. Di una tal scelta cessino i pensieri,
E sia vostro pontefice Guerrieri.
P. R. Ciascheduno in un momento
Morirebbe di spavento,
È il suo volto un ceffo tale
Che ci sembra un animale.
Deh, signor, dal Vaticano
Mille miglia stia lontano.
S. S. Gli alti sien noti miei voler divini,
Sia pontefice vostro Barberini.
P. R. Ah, signor: dunque di Piero
Successor sono i bambini?
Ciò che i Barbari non fero
Faran sempre i Barberini?
Per di più prence romano
Saprà appena l'italiano.
S. S. Si rallegrino dunque i vostri aspetti;
Sarà invece pontefice Bernetti.
P. R. Troppo troppo nel suo cuore
La passion si sente ancora,
E la fiamma dell'amore
Più d'ogni altra lo divora.
Ah, signor, se nol credete,
Da Massani il ver saprete.
S. S. Ebben; di questo invece al Vaticano
De Gregorio sarà vostro sovrano.
P. R. Ah, signor, no per pietà
Egli pecca in vanità.
Troppo mostrasi invogliato
Del triregno, del papato.
Non è degno un siciliano
Di sedere in Vaticano.
S. S. Più fresco un cardinal donar vi voglio,
Mario di Pietro sederà sul soglio.

P. R. Parentela e povertà
Forman sempre il suo contorno:
Nipotini in quantità
Gli zampillano d'intorno;
Dippiù, noto è a' nostri dì
Che gli manca un venerdì.
S. S. Ebben ti allegra, o popolo romano,
Esser deve Franzoni il tuo sovrano.
P. R. La sua vita è religiosa,
Grande assai la sua pietà,
E se pecca in qualche cosa,
Pecca forse in santità:
Ma il pietoso, il santo, il buono
Poco adatto è per il trono.
S. S. O popolo di Roma, omai son stanco
Dal propor cardinali e tutti invano:
Scegli pur qual tu vuoi, qual più ti piace,
E il prescelto da te sarà il sovrano.
P. R. Poichè adunque, o signor, così tu vuoi,
È questo il papa che scegliamo noi.
Dican pure che è brutto e avaro.
Dican pure che niente sa,
Il miglior fra tutti è Naro,
Ei pontefice sarà;
Ma fia papa a solo patto
Che non faccia niente affatto.
S. S. Al popolo roman tutto si dia,
Naro papa volete, e così sia.

Pasquino non la perdona a' privati. Così della regina di Svezia disse:

Nacqui di un gallo semplice gallina,
Vissi fra li pollastri e fui regina,
Venni in Roma cristiana e non Cristina.

Bartolomeo Borghese spacciavasi figlio del papa; sicchè quando la giustizia francese lo mandò a morte, Pasquino esclamò: Cur sacrilegorum pœnis iste periit? Quia filium Dei se fecit.

Nella scandalosa lite fra il Castelvetro e il Caro, della quale parlammo nel Discorso XXVII, tra una farragine d'altre cose si scrissero 17 faleucii, parodiando quei di Catullo, e diretti a Pasquino. Il primo è:

Quoi dono lepidum novum libellum
Antiquo modo Carmine expolitum?
Mi Pasquine, tibi: tu enim solebas
Castelvetri aliquid putare nugas,
Tum cum est ausus is unus Italorum
Carum ipsum tribus inquinare cartis,
Stultis, Jupiter impudentibusque.
Quare habe hoc tibi quicquid est libelli,
Miser, qui stolidum tuum sodalem
Cum tanta voluisti amare pœna.

Alludendo alle folla delle funzioni della settimana santa, Pasquino domanda: «Come potrei, io buon cattolico, esser ammesso alle cerimonie di san Pietro?» e Marforio risponde: «Dichiara che sei inglese, e giura che sei eretico».

Era impossibile che Pasquino si tenesse estranio alla politica.

Nel secol nostro variò d'opposizione secondo i tempi. Di Ferdinando e Carolina di Napoli disse: Hæc rex, hic regina, hic et hæc et hoc Acton. E al tempo della spedizione contro i Giacobini esaltò quel re di sopra di Cesare, perchè

Fernando in un sol dì
Venne, vide, fuggì.

Alludendo ai miracoli che moltiplicavansi allo strepitar della Rivoluzione, domandava Marforio:

M. Di Roma le madonne perchè spalancan gli occhi?
P. Perchè questi Romani li chiudono da sciocchi.
M. Perchè là nella Francia non fan tali prodigi?
P. Perchè impostori e ciechi non trovansi a Parigi.

Al tempo della repubblica romana si lesse:

P. Che tempo fa?
M. Tempo da ladri.
(Sarà continuato).

E subito dopo:

M. È vero, Pasquino, che tutti i Francesi sono ladri?
P. Tutti no, ma buona parte.

Il Buonaparte faceasi Napoleone imperatore, e sparnazzava i suoi re di qua di là: e Marforio domandava: — Perchè l'olio rincara? — Perchè (rispondeva Pasquino) Napoleone se ne serve per ungere i re e friggere le repubbliche.

Parendo che il papa condiscendesse troppo al nuovo imperatore, Pasquino scrisse:

Per conservar la fede un Pio perdè la sede,
Per conservar la sede un Pio perde la fede.

E su Paolina Borghese sorella dell'imperatore, che a questo cedeva la galleria e mal restaurava la sua villa: Paulus struxit, Paulina destruxit: oltre un'altra più sanguinosa Facies picta, dos ficta, v.... refricta.

Dopo gli arresti fatti da Gregorio XVI:

M. Ehi, Pasquino, i nostri Romani dove sono?
P. Sono con san Pietro in vincoli.

Esaltato Pio IX, Pasquino tacque sotto l'universal concerto d'applausi: parodiò volentieri gli ampollosi decreti dei triumviri, poi venutivi i Francesi, sfogossi contro questi. Fra gli altri, cantò:

M. Dimmi, o Pasquino; avvisi
Il general straniero
Che con lo sguardo fiero
Percorre la città?

P. Egli, o Marforio, è il prode
Repubblican soldato
Ministro invidiato
Di galla libertà.
M. Sai tu, Pasquin, se, giunto
Di Roma all'almo ostello,
Il sospirato avello
De' Gracchi visitò?
P. Oibò, Marforio mio:
Il general francese
Nelle trecento chiese
Devoto si prostrò.
M. Quale, o Pasquin, reliquia
Toccò il suo labbro ardente?
A qual con riverente
Piede inchinossi ognor?
P. L'orribil sacrilegio,
Marforio mio, non taccio:
Baciò l'infame laccio
Di Giuda traditor.

Fra le recentissime fu arguta questa pasquinata:

«La guerra d'Italia costò tre ducati; la guerra del Messico potrebbe costar un napoleone».

Ma Pasquino, se ha il dono dell'arguzia, non ha quelle della profezia. Guai!