V.
Ma se gli affari di Pompeo continuavano a prosperare, pareva sempre che i suoi disegni per l'avvenire dovessero incontrare un qualche ostacolo: tra Giulio Barbarò e la Mary Alamanni non c'era punta simpatia. I due ragazzi erano spesso insieme, perchè lo Zodenigo che doveva impartire al suo allievo anche la scienza degli usi e delle cerimonie sociali, se lo tirava dietro ogni qualvolta andava in conversazione in casa Balladoro. E il ragazzo, entrato appena nel salotto giallo per imparare a dar la mano a Donna Lucrezia, scappava poi subito in cucina in cerca della Mary e della Filomena. Ma la bimba, quando lo vedeva arrivare, si rannicchiava vicino alla vecchia fantesca e non voleva saperne di giocare con lui.
Non lo poteva proprio patire quel brutto ragazzo magro magro cogli abiti che gli facevano addosso tante grinze, coi capelli radi che gli cascavano spettinati sul viso lungo e smorto.... Egli non faceva altro che vantare la roba del suo babbo, mostrava a tutti il suo orologio d'oro, e si divertiva a mortificare la Filomena contandole il grosso salario che pagavano alla loro cuoca ed al loro servitore. Maleducato com'era, toccava tutto, voleva saper tutto, diceva parolacce, avea il vizio di menar le mani, e con lei si era subito messo, impertinentemente, a darle del tu.... No, no, non le piaceva quel brutto ragazzo! E la Mary lo stava a guardare quando faceva il chiasso, senza parlare, senza mai accostarglisi esprimendo solo una maraviglia sdegnosa dagli occhioni grandi e dal visino serio serio. Una sera Giulietto avea portato con sè un piccolo bersaglio, e voleva che la Mary si facesse prestare i soldi dalla Filomena per giocar con lui.
—La zia non vuole che si giuochi di danari—rispose la bimba sempre tutta seria:—poi il bersaglio non è un divertimento adatto per le signorine.
—Oh! oh! La signorina colle sottane corte! La signorina senza un soldo!—E il ragazzo si mise a sghignazzare e a strillare dandole la baia.
La Mary diventò rossa di collera, ma non rispose una parola.
—Fammi un po' di posto sulla tavola—mormorò con voce sorda alla Filomena:—voglio studiare!
La vecchietta tirò in un canto le stoviglie e asciugò la tavola col grembiule. La bimba andò alla credenza e, alzandosi in punta di piedi, cavò fuori da un cassetto dove teneva i suoi libri il compendio di geografia: lo portò sulla tavola, si sedette, lo aprì, e per tutta la sera non levò più gli occhi dal libro.
—Oh! oh! La signorina colle sottane corte!... Oh! oh! La signorina senza un soldo!—continuò Giulietto a borbottare per un pezzo: ma poi, vedendo che la Mary assorta nello studio non gli badava più, cominciò per distrarla e infastidirla a far correre sulla tavola un pezzo da cinque franchi nuovo, che aveva nel taschino.
La sera dopo capitò a casa Balladoro con un piccolo teatro e una compagnia di burattini sotto il braccio.
—Co' burattini—pensava il ragazzo—potranno giocare anche le signorine!
Invece la Mary non si degnò neppure di guardare que' bellissimi giocattoli, e s'indispettiva contro la buona Filomena che al vederli prorompeva in esclamazioni di meraviglia, e per farla star zitta la toccava co' piedini sotto la tavola.
Un'altra volta il ragazzo portò un giuoco di pazienza giapponese, poi la battaglia di Solferino colla musica, e Napoleone III e Vittorio Emanuele a cavallo, ma non c'era versi!... La Mary non diceva mai una parola, non alzava mai gli occhi dal suo compendio di geografia.
Giulietto, allora, infastidito, dichiarò a suo padre che si seccava troppo in casa Balladoro e che la sera non ci voleva più andare.
Il Barbarò prima tirò ben bene le orecchie al figliuolo per insegnargli che il voglio non si doveva mai dire in presenza sua, poi gli dichiarò che non intendeva di dar da mangiare ai professori per allevare un asino!
—La Mary non mi può soffrire!... non mi guarda nemmeno!—mormorò il ragazzo piagnucolando.
—Prova a regalarle uno de' tuoi burattini e ti guarderà! Coi regali si pigliano le donne!
Giulietto si arrischiò, e le offrì Napoleone III; ma la Mary non lo volle accettare; lo ripose nella scatola, e continuò a leggere a mezza voce il suo libretto.
Allora il ragazzo finì anche lui col mettersi il cuore in pace e col non curarsi più altro della piccola permalosa. Invece chiacchierava tutta la sera colla Filomena sempre vantando i molti danari e il lusso del babbo, e sperando così di pungere e di umiliare la superbia della Mary. Ma la ragazzina, assorta ne' suoi studi, pareva non prestasse nessuna attenzione al racconto di quelle grandezze; e poi a lei non piacevano i danari: essa non li aveva mai contati, non li aveva mai fatti correre sulla tavola. È vero, per altro, che Donna Lucrezia non le avea mai dato più di un soldino la domenica per far la carità durante la predica.
Ma una volta anche la Mary perdette a un tratto la pazienza.
—Oggi il babbo mio—raccontava Giulietto—ha comperato due cavalloni magnifici e una bellissima carrozza quasi nuova, e abbiamo preso un cocchiere che era prima in servizio da un conte, e gli dobbiamo dare di salario novanta franchi al mese. Tu non li prendi in un anno, Filomena, novanta franchi!
—Anche la mamma mia,—esclamò allora la fanciulletta, irritata perchè il brutto ragazzo avea umiliata la Filomena,—anche la mamma mia teneva carrozza e cavalli, ma non aveva superbia!
Il piccolo Barbarò a quell'uscita improvvisa rimase un po' sconcertato, ma poi un'altra sera, volendo rifarsi dello scorno patito, portò per far maravigliare la Filomena tutto il gruzzolo dei suoi danari.
La Mary, vedendo le monete d'oro e d'argento, strinse i labbruzzi con aria sdegnosa, ma la vecchia non potè far a meno di esclamare con un grosso sospiro:
—Quanta bella provvidenza, Gesù benedetto!... E dove li spende tutti questi danari?
—Io non li spendo,—rispose il ragazzo, mettendosi in sussiego,—non sono matto. Io lo fo fruttare il mio capitale.
La Mary alzò gli occhi dal libro e fissò Giulietto maravigliata.
—Quando sono stato bravo e son riuscito a metter da parte diciannove franchi, il babbo, in premio, me ne aggiunge un altro di tasca sua, e mi regala un bel marengo d'oro. Quando poi arrivo a poter sommare cinque marenghi, allora li dò al babbo che li mette nella sua banca e mi dà l'otto per cento.
La Mary scrollava il capo e storceva la bocca. Fece per rimettersi a leggere, ma poi vedendo che l'altro continuava a contare e a lustrare quei suoi stupidi danari, si rivolse alla vecchia domandandole lentamente, ma con voce chiara, penetrante:
—Non è vero, Filomena, anche la mamma mia era ricca?
—E come!... Ma era una santa la tua povera mamma e i capitali li metteva a frutto in Paradiso.
Il ragazzo si fermò, attonito, colle monete lustre fra le mani. Egli guardò in faccia la Mary e la Filomena: non capiva bene quel discorso.
—Vuoi dire che li metteva a frutto in Paradiso,—seguitò la piccola Alamanni,—perchè li spendeva nel far del bene?
—Già... sicuro... e l'amavano tutti, ed era benedetta da tutti, la tua povera mamma!
—Se ne avessi anch'io dei danari vorrei imitare la mia mamma: vorrei far del bene!—E la ragazza disse queste semplici parole, così soavemente, da commuovere la vecchia fino alle lacrime.
—Benedetta anche te, la mia creatura! E la baciò sulla testolina riccioluta.
Giulietto rimaneva sempre là come istuipidito, colle mani piene di danari. Poi, a un tratto, sfogò il malumore con un'alzata di spalle, e tornò a contare e a lustrare le sue monete prima di rimetterle nel borsellino. Ma pure sentiva, mal suo grado, che quel tesoro aveva perduto di attrattiva. Tornò a guardare la Filomena che s'era rimessa a rammendare una calzetta, e guardò, ma di sottecchi, anche la Mary che leggeva attenta attenta il suo libricciuolo. Aprì ancora il portamonete, lo guardò dentro, lo richiuse, tornò a metterlo in tasca, a levarlo fuori, ma poi a un tratto si fe' animo e un po' imbroncito, un po' impacciato, domandò con un sussulto nella voce:
—E come si fa, poi, a far del bene?
La vecchia sorrise: la Mary alzò la testina e lo fissò attentamente, e notò per la prima volta che "il povero ragazzo" aveva il viso pallido, affilato.
VI.
Dopo che Giulio e la Mary ebbero stretta amicizia, il Barbarò cominciò subito a impensierirsi per certe novità che scorgeva nel suo figliuolo.
"Si lisciava e si ungeva come un topo! Strimpellava il pianoforte invece di ficcarsi nella zucca un po' di aritmetica! Non aveva più amore al danaro! Lo sciupava in elemosine e in cento cianciafruscole!—Asinaccio!"
E, a buon conto, Pompeo non gli dava più un soldo, visto che i quattrini non rientravano poi, per esser messi a frutto, nella cassa paterna!
"Asinaccio! Voleva crescere scialacquatore come sua madre!... Già le somigliava in tutto; e se non era gobbo lo doveva all'olio di merluzzo e ai bagni di mare. Gli era costato un occhio per farlo crescer diritto, e ora si storceva per un altro verso."
A rimettere il giovinetto nella buona via il babbo prudente non risparmiava ammonizioni e scappellotti, e si raccomandava allo Zodenigo perchè gl'instillasse quei precetti di economia "che soltanto potevano formare la prosperità dell'individuo unitamente con quella della Nazione." E voleva che il professore facesse in proposito acerbe paternali anche alla Mary. "La disgraziata non aveva un soldo di dote e conveniva avvezzarla per tempo al risparmio e alle privazioni. Diamine! Cominciava anch'essa a non essere più una bambina!... Bisognava aprirle gli occhi!"
Il Barbarò aveva presentito che nel mutamento del figliuolo doveva entrarci, o poco o molto, l'influenza dell'Alamanni, e gli premeva fosse corretta di quel brutto viziaccio dello spendere, e tanto più gli premeva per quel suo disegno che aveva in mente, di farsene la propria nuora. Non impedì per altro che nel trascorrere del tempo l'intrinsichezza dei due giovinetti si facesse sempre più stretta, e sapendo ormai di avere in mano, ben legata, Donna Lucrezia, mentre aspettava che gli potesse giovare nel caso di una qualche intempestiva rivelazione, egli, da uomo pratico, sapeva servirsene per le sue operazioni finanziarie.
In mezzo alla vasta e illustre parentela della vecchia vedova il "bonomo servizievole e tuto cuor" avea trovato modo di concludere parecchi affaretti eccellenti. Era riuscito, prendendoli destramente all'amo della cambiale, a spogliare i Badoero del ricchissimo stabile e della splendida villa di Panigale, nel Milanese, e pure con l'aiuto di Donna Lucrezia, non del tutto conscia di que' raggiri, aspirava di levar di dosso la pelle anche ai Collalto.
Il marchese Alberto non era molto ricco per il gran nome che portava. Tuttavia finchè era vissuta sua madre non avea fatto debiti e il patrimonio rimaneva ancora bene assestato quando, alla morte del suocero, seguita poco dopo quella della vecchia marchesa, egli ereditava la tenuta estesissima di Villagardiana, così denominata appunto perchè situata sulla riviera pittoresca del lago di Garda fra i paeselli di Padenghe e di Moniga. Ma questa ricca possessione era stata trascurata assai dal povero conte Prampero, il quale non si era mai dato altro pensiero, che di abbellire di continuo la villa splendida e il giardino di lusso. I vigneti abbisognavano di nuove piantagioni, le case dei contadini erano in rovina. Fatti gli opportuni assaggi in alcune valli, era stata scoperta la torba in abbondanza; e però volendo rendere prospera e attiva Villagardiana occorreva l'impiego di un grosso capitale, che il marchese di Collalto non aveva in cassa. Di più egli che si era dato fino allora ad una vita spensierata e galante ne sapeva assai poco di agricoltura e di amministrazione; ma pure, presuntuoso e caparbio, credeva intendersi di ogni cosa; e stimolato inoltre da uno spirito di contraddizione non comune volle mettersi a coltivare Villagardiana perchè sua moglie e il suo ragioniere gli avevano consigliato di cederne i fondi in affitto.
In breve, fidandosi soltanto della sua testa, si trovò con la cassa asciutta senza aver concluso nulla di bene. Aveva fatto venire un enologo francese; si era messo in mano di un ingegnere tedesco per la fabbrica delle case agricole, in legno e ferro fuso, e avea speso un monte di quattrini nella costruzione di un tramvai a cavalli per trasportare la torba. Ma col clima del Garda, i metodi dell'enologo francese non fecero buona prova; le case rurali erano quasi inabitabili, perchè troppo fredde l'inverno e troppo calde l'estate e, infine, la torba che si poteva raccogliere annualmente non era in tale quantità da poter nemmeno ripagare le prime spese del tramvai. Il marchese, imbizzito, sfogò la rabbia pigliandosela colla moglie e licenziando il ragioniere. Ma intanto molte partite rimanevano ancora da aggiustare e i conti dell'ingegnere tedesco non erano stati saldati.
Allora appunto, introdotto da Donna Lucrezia, Pompeo Barbarò si fece avanti e presentò al Collalto le sue proposte. Egli sarebbe entrato in società col marchese nell'amministrazione e nella condotta di Villagardiana, anticipando i capitali per pagare i debiti già incontrati e per compiere le opere incominciate. Questo capitale poi gli dovea essere rimborsato in rate annuali, trattenute dal Barbarò sulla rendita dello stabile e coll'aggiunta degl'interessi a compenso scalare. Tutta la villa e il giardino rimanevano a disposizione dei Collalto; al Barbarò era riservato solamente un piccolo quartierino del secondo piano.
Il marchese Alberto fu costretto, per togliersi d'impiccio, ad accettare una tale profferta, per sè stessa, del resto, onestissima e vantaggiosa; ma non avendo più da contraddire alla moglie nè da gridare col ragioniere e non potendo commettere pazzie a Villagardiana, perchè il Barbarò lo invigilava, egli ci perdette l'amore. Ritornò a viaggiare e a vivere molta parte dell'anno a Parigi fra i cavalli e le donne, finchè assai malandato in salute, capitò sul lago per curarsi, piangendo un po' con tutti la sua disgrazia e specialmente chiedendo conforti a sua moglie, della quale, tanto per cambiare, cominciava ad innamorarsi.
Intanto il Barbarò anticipando sempre nuove somme di danaro tirava innanzi coi restauri.
A novembre, al momento del rendimento dei conti, il marchese, e più ancora la marchesa Angelica, vedendo che le spese fatte superavano di molto l'entrata, non risparmiavano le osservazioni; ma quel bonomo tuto cuor metteva fuori per la circostanza una parlantina assai efficace e finiva sempre con aver ragione.
—Sono restauri necessari, signor marchese: opere tali che faranno rifiorire e triplicare in cinque o sei anni la rendita dello stabile!
I Collalto rispondevano allora che se la rendita di Villagardiana era tutta assorbita dai miglioramenti, ciò che rimaneva del patrimonio non poteva più bastare per la casa.
—Troppo giusto, signor marchese illustrissimo: troppo giusto! Vuol dire che anche per l'annata in corso potranno disporre per intero della rendita di Villagardiana. Le spese che ho creduto bene di fare, più per il vantaggio del signor marchese che non per il mio (perchè già il padrone rimane sempre il signor marchese, e quando volesse potrebbe mettermi alla porta con un calcio), le spese, dicevo, rimarranno a mio credito.
—La ringrazio, caro signor Pompeo,—rispondeva il marchese col suo fare altezzoso,—ma io non vo' obblighi con nessuno.
—Certo, certissimo, obbligato le sarò io, se mi permetterà di servirla! Intanto, se crede (ci ho pensato appunto volendo prevenire le obiezioni della sua nobile delicatezza), prenderò un'ipoteca su Villagardiana... Ma poi... In quanti anni?... In dieci anni al più, ella potrà, volendolo, affrancare il capitale e fare ancora un buon avanzo. Una volta che Villagardiana abbia raggiunto il pieno sviluppo, deve fruttare come la terra promessa; dev'essere la California della nobile casa Collalto.
La marchesa Angelica rimaneva più stordita che convinta da tante chiacchiere; ma invece al marchese Alberto, sempre pieno di sè, e sempre compreso del lustro singolare del suo nome, pareva proprio che la gentuccia gli dovesse essere tributaria come i vassalli del buon tempo antico. Stimava naturale che anche il signor Pompeo si pigliasse il gusto di servirlo per godere di un tanto onore; e come pensava di essere lui medesimo qualche cosa di straordinario, così non dubitava nemmeno che tutto quello che gli apparteneva non fosse privilegiato; e quando l'altro tirava in ballo la California, sorrideva non dell'idea, ma della volgarità borghese di quella metafora.
Frattanto il Barbarò, trovandosi tra la boria del marito e la bontà della moglie, conduceva a buon punto i propri affari, e mentre sperava di diventar in poco tempo e con poca spesa il solo padrone di Villagardiana pensava pure di approfittare dell'intimità che doveva nascere dalla vita comune fra lui e i Collalto per introdursi nel bel mondo e vincere le antipatie e la diffidenza che circondavano la sua persona.
—Anche a me non manca più che il punto d'appoggio per sollevare il mondo, come ad Aristotele!—mormorava Pompeo, che fra Donna Lucrezia e lo Zodenigo andava accattando, a orecchio, una certa erudizione.
Ma se il primo disegno gli riusciva bene, pel secondo, invece, doveva toccargli un fiero disinganno.
Angelica si mostrava affabile col Barbarò, ma pure nel modo stesso con cui lo chiamava signor Pompeo, v'era il tono di bontà quasi compassionevole col quale trattava le persone di condizione inferiore. E, peggio ancora, quel signor Pompeo quand'era pronunciato dal marchese Alberto aveva un'intonazione arrogante e un pochino canzonatoria. Egli lo comandava a bacchetta, e nelle discussioni gli dava sulla voce aspramente. Sparlava di lui cogli amici dipingendolo come un mezzo imbroglione, e si compiaceva di screditarlo presso i fittaiuoli e i contadini. A pranzo il signor Pompeo aveva l'ultimo posto e non era presentato a nessuno, e con tanta gente che frequentava Villagardiana egli, che avea sperato di farsi strada nell'aristocrazia, non era riuscito a far amicizia altro che coll'accordatore del pianoforte. Con tutti i suoi milioni era considerato come l'amministratore di casa Collalto, ed anche per le persone che dipendevano solamente da lui, e che egli manteneva e pagava, era sempre il signor Pompeo; nient'altro che il signor Pompeo.
Insomma dall'ultimo contadino all'arciprete (al quale il Barbarò avea conservato una piccola prebenda perchè non voleva disgustarsi colla Chiesa) tutti a Villagardiana non riconoscevano altri padroni che il signor marchese, la signora marchesa e il marchesino Stefano.
Pompeo faceva ben capire ai fittaiuoli e ai coloni che il marchese era rovinato e che lo stabile ormai era suo di fatto, ma con questi sfoghi non giungeva se non a farsi pigliare in uggia maggiormente.
—Se non fosse stato quel tirchio del signor Pompeo,—mormoravano,—il marchese Alberto gli avrebbe trattati come figliuoli!
Il Barbarò schiattava di rabbia, diventava sempre più duro coi suoi dipendenti e faceva proponimento di rispondere per le rime alla prima occasione a quel pitocco superbioso.
Ma poi, dinanzi al marchese, l'antico portinaio prendeva ancora il sopravvento sul nuovo banchiere, e quando l'altro alzava la voce, gli morivano le parole sulle labbra, e restando confuso, chiudeva in cuor suo tutta la gran collera.
Si consolava poi riflettendo che venuto il momento egli sarebbe ritornato a Milano, e avrebbe mandato il suo avvocato a regolare i conti.—Che bomba, che bomba!—esclamava sogghignando e pensando al giorno in cui si sarebbe vendicato col mettere i Collalto fuori di casa; e intanto si mostrava ancora più ossequioso col signor marchese. Se non che, quando la bomba fu in punto, e non mancava più altro che appiccarvi il fuoco, aspettò di giorno in giorno ancora una settimana, e poi un mese a farla scoppiare, e in fine non ci pensò più.
Egli si era invaghito della marchesa Angelica, e non voleva allontanarla da sè, e rinunciava alla sua vendetta, per altri e nuovi disegni e non meno malvagi che covava in cuore.
La marchesa, di primo acchito, non gli avea fatto alcuna impressione. Doveva essere, pensava, una di quelle pallide madonnine che bisognava adorare mettendosi in ginocchioni, impassibili come statue, e cogli occhi e colla testa sempre nel mondo della luna. A lui, le donne, gli piacevano propriamente donne, e le sante le lasciava ai preti! Ma poi certe volte che vedeva di lontano, in mezzo al prato verde e lungo l'ombra quieta del viale quella persona gentile che si moveva con languida mollezza sotto il grande ombrellino rosso, sfolgorante, non poteva trattenersi dal sostare e voltar il capo per ammirarla. Quando Angelica parlava colla sua lentezza garbata, l'ascoltava muto e rapito. Una mattina presto, l'incontrò col bimbo presso la riva del lago: essa aveva addosso una veste di mussolina quasi gialla, così fine che lasciava trasparire sotto le maniche il roseo delle braccia rotonde. Il bel viso, solitamente pallido, pareva animato in quell'ora da un'espressione luminosa di benessere. Aveva le labbra socchiuse e i capelli biondi rialzati e raccolti sul capo scoperto. Il Barbarò, salutandola, rimase a guardarla a bocca aperta, con desiderio voluttuoso; pur tuttavia gli pareva sempre troppo fredda in quella compostezza aggraziata. "Il marchese Alberto doveva sentir soggezione a darle un bacio!" Per altro, il profumo suo, delle sue vesti, com'era delicato e soave!... Era proprio il profumo della gran dama! Gli ricordava quello sentito molti anni addietro... quando la signora Alamanni passava dalla porteria. "Perchè mai i signori dovevano avere un odore diverso dagli altri?" Egli aveva regalato alla Veronica certi estratti sopraffini che costavano un occhio, eppure la villana sapeva sempre di burro rancido!
Se non che un giorno il signor Barbarò venne a sapere che alla magnifica statua batteva il cuore. Sentì dire che Angelica era innamorata di Andrea Martinengo! Dunque non era vero che fosse fredda e impassibile: essa era viva, proprio viva! Ma allora chi sa quanto fuoco doveva covare sotto quella superficie di neve!... Ma allora.... Ma allora voleva riscaldarsi lui a quel fuoco: lui e non altri.
Andrea Martinengo?... Chi era poi alla fin fine, questo signor Martinengo che osava alzar le mire alla marchesa di Collalto? Era uno spiantato! Un misero capitano d'artiglieria che non avea un soldo più della paga!... Balordo presuntuoso!... Ma lui, co' suoi quattrini, lo avrebbe soppiantato!... No, no, la marchesa non gli poteva sfuggir di mano!...
Come doveano esser dolci e carezzevoli le parolette d'amore che uscivano da quella bocca di miele!... Sfacciata!... Avrebbe voluto morderle le labbra mentre le profferiva! Sì, voleva averla per sè, voleva farla sua, e che il Martinengo ne morisse di gelosia e di rabbia!... Lo odiava quel pezzente bellimbusto!...
Ma la marchesa Angelica faceva la superba, la noncurante. Tutt'al più degnava di un sorriso di compatimento il signor Pompeo! Ebbene, facesse pure! Ma il giorno in cui egli l'avrebbe messa nell'alternativa o di cadere in miseria o di mutare di gusti, oh la bella signora ci avrebbe pensato due volte!... L'importante era di non lasciarsela sfuggire; poi, una volta spinta fino all'orlo dell'abisso, pur di ritornare indietro e salvarsi avrebbe trovato modo di vincere ogni sua ripugnanza verso il signor Pompeo!... Ma anche allora sarebbe sempre stata innamorata di un altro... E che per ciò?... Doveva essere un ben magro conforto per il bell'Andrea!... E il Barbarò sogghignava mentre si mordeva i peli radi e corti dei baffettini. Gli occhi della marchesa, pensava, dovevano essere ancor più belli a vederli nuotanti nelle lacrime! Egli l'avrebbe sentita gemere, pregare e supplicare colla sua voce d'oro. Avrebbe veduto il bel viso farsi pallido e spaurito per la foga dei suoi baci e delle sue carezze!... No, no, non gli poteva sfuggire! Era lui, lui solo che teneva la cassa fra tanti spiantati e dovea essere il padrone di tutto a Villagardiana, anche di quella creatura che aveva il corpo di una statua e la voce di una sirena.
Per Iddio, piuttosto di cederla al Martinengo, l'avrebbe lasciata marcire in prigione!... Sicuro, in prigione: e perchè no?... D'ora innanzi non avrebbe più dato un soldo al Collalto senza riceverne in pagamento una cambiale e avrebbe voluto, per avallo, anche la firma della marchesa!
Tuttavia, coll'andar del tempo, l'odio geloso ch'egli sentiva contro Andrea Martinengo pareva che si dovesse acquetare. Il Martinengo era di presidio a Napoli e non dava mai segno di vita a Villagardiana.
D'altra parte, che cosa avevano riferito al signor Pompeo? Che i due giovani si amavano assai quando il conte Prampero avea costretta la figlia, ad ogni costo, a sposare il Collalto. Poi, dopo le nozze non si erano mai più riveduti. Insomma era stato il solito romanzetto sentimentale che fanno tutte le ragazze col biondino spiantato, prima di rassegnarsi... al buon partito! "Certo, certo, il bell'Andrea l'aveva dimenticata!" Ma il Barbarò, non meno per ciò n'era geloso, nè lo odiava meno, nè riusciva a frenare la sua passione per la marchesa.
Tutti i suoi pensieri erano sempre rivolti ad Angelica; tutto il suo sangue era come infocato dalla sua immagine; e forse, trascinato dalla bramosia, avrebbe commesso qualche imprudenza, se il timore di perderla scoprendosi prima del tempo, prima di averla ridotta proprio all'estremo punto del precipizio, non gli avesse dato forza per tenersi in carreggiata.
Egli, fino allora, non avrebbe potuto altro che spogliare i Collalto di Villagardiana e invece, per essere sicuro del colpo, bisognava tenere sotto gli artigli tutto l'intero patrimonio.—E a buon conto,—ripeteva fra sè, spaventato che l'amore gli potesse far commettere una qualche minchioneria,—a buon conto non perdiamo di vista gli affari! Gli affari devono essere come la bussola dell'uomo: quanto più soffia la burrasca tanto più bisogna tenerla d'occhio!
Ma intanto ch'egli tendeva cautamente le sue reti la marchesa Angelica non poteva più fare un passo senza vederselo a un tratto comparire dinanzi.
Ogni volta che andava a passeggiare, o sola, o col piccolo Stefanuccio, s'imbatteva sempre nel signor Pompeo, che sbucava all'improvviso da una siepe, da un viottolino, o si mostrava di sotto ai pampani della vite. In casa, appena Angelica usciva di camera, lo incontrava sempre, o lungo i corridoi o su per le scale. E le guance stirate e olivastre del Barbarò si tingevano allora d'una fiamma rossiccia, gli occhi piccoli e loschi scintillavano iniettati di sangue, e la voce gli usciva spezzata dal petto affannoso. Ma pure egli trovava sempre qualche pretesto per fermare e intrattenere la marchesa: un giorno aveva un'istruzione o un'informazione da chiederle: un'altra volta un ordine da farle ripetere; e quando la trovava sola la conduceva lontano per mostrarle qualche nuovo restauro.
Angelica, se pareva ancora una fanciulla per la squisita purezza delle sue forme, era davvero ancora una bimba per l'ingenuità del cuore; e invece d'indovinare ciò che l'avrebbe fatta morire di ribrezzo, non attribuiva il gran turbamento del signor Pompeo, se non alla soggezione ch'essa gl'inspirava. E però si studiava di mostrarsi sempre più affabile, e sovente rideva e scherzava con lui per cercare di rinfrancarlo.
Il Barbarò certe volte credeva d'impazzire. Il sangue gli saliva alla testa, ansimava, non sapeva più quello che si dicesse, ma pure guardava sempre Angelica di sottecchi non fidandosi ancora di fissarla in volto. In sulle prime, ingannato da tanta cortesia, avea osato concepire, nella sua volgarità di villan rifatto, una goffa speranza.
—Che la biondina—pensava—abbia già messo gli occhi sopra i miei quattrini?—Ma poi, quando comprese che tutte le premure della marchesa non erano altro che affabilità e degnazione, il suo livore e la sua passione s'inasprirono maggiormente.
—Fa, fa pure la superba!—borbottava fra i denti, dopo averla accompagnata sull'uscio di casa o del salottino ed essere stato licenziato con un sorriso e un cenno del capo, senza una stretta di mano.—Fa pure la superba: sfogati finchè puoi!... Ma si avvicina il giorno nel quale dovrai smettere le smorfie! Quel giorno, marchesina bella, dovrai essere molto umile e sottomessa col signor Pompeo!... Certo, certo, non ti sembrerò un amorino come il capitano; ma sono i milioni, core mio, sono i milioni che contano, e che cantano, e lo saprai bene quando ti avrò nelle mani....—Sicuro!... In queste manacce grosse e nere, che tu sdegni di toccare!
Pur tuttavia, sebbene il Barbarò sprezzasse i damerini, cercava anche lui, adesso, di farsi bello. Si tingeva i capelli duri, a spazzola che cominciavano a incanutire, e faceva sfoggio di ciondoli, di catene d'oro, di bottoni e di spille di brillanti, tutta roba rimasta in casa Barbarò dopo liquidata l'Agenzia di prestiti sopra pegni di Via del Pesce. E ogni giorno aveva un abito nuovo, o troppo stretto o troppo largo—perchè—predicava sempre a quello zuccone di Giulio—bisognava essere uno stupido per farsi vestire dal sarto, quando lo stesso abito si poteva comprare a metà prezzo e bell'e fatto al bazar!
Ma se l'amore lo abbelliva, o almeno lo lustrava, era certo, per altro, che non lo ingentiliva. In casa i mostrava di un umore tristo e inquieto; ed ogni giorno si faceva più avaro volendo rifarsi in anticipazione di ciò che, col tempo, gli avrebbe potuto far perdere la marchesa. Quando capitava a Milano pe' suoi affari gridava con tutti, era sempre malcontento di tutto. Sentiva, di tratto in tratto, un impeto di avversione strana, feroce contro la florida signora Veronica, e allora la maltrattava e la batteva.
Quella "bestiaccia grassa e vecchia" gli faceva nausea!—Lo Sbornia non ne indovinava una, nemmeno per sbaglio. Aveva sempre la testa intronata per i continui rabbuffi e girava attorno balordo e addormentato colla faccia trista e spaurita.
Il Barbarò gridava che "quei due sudicioni" gli rubavano il pane!... Si erano fatti ladri e poltroni!... Avevano sempre la testa pesa per il troppo mangiare e per il troppo bere.... Affogavano nel grasso.... Lo assassinavano!
E quando alla fino del mese c'era da pagare la pensione di Beppe Micotti, che andava a non studiar niente nell'Istituto Tecnico, il Barbarò strillava tanto da farsi sentire in istrada.
—La pensione l'avrebbe pagata doppia, senza fiatare, per farlo rinchiudere fra i discoli, quel monellaccio!
Ma non parlava così davanti al figlioccio. Una volta gli aveva tirato troppo forte gli orecchi e il ragazzo s'era rivoltato addentandogli la mano. D'allora in poi il padrino, quando lo vedeva, gli faceva gli occhiacci, ma non gli diceva più nulla.
Solamente la Balladoro era rispettata in quelle furie, ed anzi se ne avvantaggiava. Per essere un po' parente della marchesa Angelica, per quel suo privilegio di poterle parlare dandole del tu, il Barbarò la teneva in maggiore considerazione. In ogni sua corsa a Milano, egli passava tutte le ore che aveva libere nel salottino giallo, testimonio muto, ma sempre più unto, della taccagna ingratitudine dei ministri italici. E lì, colla scusa dei saluti, non si faceva altro che parlare di Angelica. Il Barbarò voleva saper tutto e conoscere tutto bene: la sua vita di bimba e di fanciulla: i suoi gusti, le sue abitudini, l'amoretto col Martinengo e le lacrime sparse quando avea dovuto maritarsi contro genio. E il Barbarò lodava assai la fermezza del conte Prampero, il quale aveva fatto benissimo a non assecondare i ghiribizzi romantici della figliuola, a mandare a spasso il bell'Andrea e ad obbligarla invece a sposare il Collalto. Ma sempre, a questo punto, la discussione si riscaldava, perchè Donna Lucrezia voleva sostenere, gridando e dimenandosi, che "anche el cuor vol la sò parte!" e che "suo cugino il conte Prampero, parlando da vivo, era un bucefalo spietato!"
Ma poi, a poco a poco, il Barbarò finiva di interrogare e di contraddire, e la Balladoro continuava a parlare, a parlare, sicura che que' discorsi piacevano al suo compagno e lo disponevano bene in suo favore e nello stesso tempo sempre smaniosa e orgogliosa di provare l'intimità sua coi Collalto e i Castelnovo, e la considerazione in cui era tenuta, e l'affetto che le prodigavano. Ricordava i balocchi "splendidi" che avea regalato all'Angelica quand'era bimba; descriveva le feste e i doni "magnifici" ch'essa faceva all'Angelica quando andava a levarla dal collegio, nei giorni d'uscita, e assicurava, "non per vantarsi, ma perchè era proprio la verità," che suo cugino il conte Prampero non avrebbe mai affidato l'Angelica in altre mani, e che l'Angelica, quand'era ragazza, non voleva star altro che con lei!
Il Barbarò ascoltava tutto con una grande attenzione e gli pareva che la voce rauca e raffreddata della Balladoro si facesse limpida e insinuante per quel nome di Angelica sempre ripetuto, per quella immagine di Angelica sempre tenuta viva dinanzi. Adesso non la interrompeva, non fiatava più. Soltanto quando Donna Lucrezia lodava con la sua enfatica vivacità la "maravigliosa bellezza della cugina" e "i capelli biondi come l'oro" e "le spalle larghe e tornite, uniche al mondo" e "i piedini, che per trovarne di simili bisognava correre in China" e "gli occhioni ch'erano un poema" e "il bel personale alto, dritto, slanciato come d'una vera dea dell'Olimpo," il Barbarò si sentiva bruciare le gote e si spelava le dita nervosamente.
Ma intanto rimaneva allettato da quelle confidenze e da quelle chiacchiere, e quando ritornava a Villagardiana dopo le gite di Milano, sapeva di aver un argomento gradito per intrattenere Angelica: le notizie e i saluti della signorina Alamanni. Angelica voleva molto bene alla Mary, per ciò quando Pompeo parlava con la marchesa di quella "povera signorina" si mostrava sempre commosso.
—In quanto a me, salvo il dovuto rispetto,—esclamava mettendosi una mano sul cuore—la considero proprio come una mia figliuola!... Vedesse, signora marchesa, si è fatta grande, graziosina....
—Ed è poi tanta buona!—concludeva Angelica con quella voce incantevole che certe volte pareva le uscisse dall'anima come un sospiro.—Quando ritorna a Milano, signor Pompeo, si ricordi di farmelo sapere.
—Sempre, sempre, signora marchesa. Non mi muovo mai da Villagardiana, senza prima venire a prendere i suoi ordini.
—Ella è ben gentile, e la ringrazio.—Ed una volta soggiunse:—Le darò una lettera per Donna Lucrezia. Vorrei pregarla di venire colla Mary a passare un po' di tempo sul lago.
Il Barbarò non rispose altro che con un profondo inchino; ma due giorni dopo partiva per Milano e correva subito in via della Spiga coll'invito della marchesa Angelica. Voleva che la Balladoro e la Mary partissero subito con lui, lo stesso giorno.
—Che furia, benedetto omo, che furia!—esclamava Donna Lucrezia, alla quale sorrideva assai quella villeggiatura, ma voleva prima avvisarne il professore.—Lasciatemi tempo.... per respirare, santissimi numi! Con quella mammalucca della Filomena e con quella svanìa della Mary, bisogna che faccia tutto da me! E poi, caro mio, qualche spesetta.... sarà pur troppo necessaria. Povera, ma superba: e siccome i Balladoro in quanto a nobiltà valgono i Collalto, così non vorrei sfigurare per tutto l'oro del mondo; e se non posso farmi almeno un abito nuovo da sera e uno da mattina, piuttosto, lo dichiaro altamente, non mi muovo da Milano.
—Sono proprio stato creato e messo al mondo per far da cassiere agli spiantati!—mormorò fra sè il Barbarò nell'andarsene.—Ma una volta che Donna Lucrezia fosse a Villagardiana, saprebbe lui come fare per tenerla a stecchetto! Allora non ci sarebbero più scuse: non ci sarebbero più domande di nuovi prestiti... Allora... Ma non era questo che gli premeva... Egli credeva di avere in Donna Lucrezia una guardia sicura da poter mettere a fianco di Angelica per sorvegliarne ogni passo, e insieme una persona amica e di confidenza che gli avrebbe fatta buona compagnia in mezzo a tutti quegli aristocratici che lo guardavano d'alto in basso.
Invece, anche per questa volta, egli non avea fatto bene i suoi conti.
La Balladoro, appena arrivata a Villagardiana, si era conformata subito all'ambiente. Lodava i meriti agricoli e amministrativi "di suo cugino" il marchese Alberto; andava in estasi dinanzi "a sua cugina" la marchesa Angelica, e faceva la partita ai tarocchi coll'arciprete, chiudendo un occhio sul Potere Temporale. Ogni volta che il Barbarò andava a Milano, essa lo incaricava di un monte di commissioni: spesucce, imbasciate alla sarta, ordini per la Filomena, letterine per il Professore. Ma poi non si perdeva in ringraziamenti; gli dava spesso sulla voce; e avea imparato a chiamarlo signor Pompeo colla stessa aria arrogante e beffarda del marchese Alberto.
VII.
Una notte Donna Lucrezia e la Mary, che a Villagardiana dormivano nella stessa camera, perchè la vedova in quel "palazzone sconfinato" avea paura degli spiriti e dei topi, furono destate all'improvviso da un rumore confuso di voci e di passi, che si udiva dal vicino corridoio.
—Santi numi del Paradiso!... I ladri di sicuro!—esclamò la Balladoro, e ficcò il capo, spaventata, sotto le lenzuola.
—No, zia mia; ho paura piuttosto che Alberto si senta male.
La Balladoro, un po' rassicurata, si rizzò a sedere sul letto guardando fissa la Mary cogli occhi imbambolati. Aveva ancora il viso smorto, pieno di sonno; e il diavolino di carta, in cui la notte avvolgeva il ricciolo alla Zodenigo, le ciondolava sulla fronte.
—Vegno... Vegno... Adesso vegno anca mi!
Ma Donna Lucrezia non si moveva, e l'altra non perdette tempo ad aspettarla. Appena ebbe infilato una sottana, si buttò addosso lo scialle e corse fuori per sapere che cos'era accaduto.
La Mary aveva proprio indovinato: il marchese Alberto stava molto male. Già da vari giorni non si sentiva bene; ma in quella notte, tutto a un tratto peggiorò, in modo da spaventare Angelica che avea già mandato una carrozza a Padenghe in cerca del medico.
Questi, appena ebbe visitato il marchese, giudicò il caso gravissimo e domandò un altro medico per fare un consulto. Il Barbarò, che pure pareva assai inquieto e turbato, volle andare egli stesso a Desenzano per telegrafare subito a Padova a un professore illustre, il quale arrivò in gran pompa a Villagardiana, per dire con molta albagìa e con una filastrocca di paroloni astrusi, quanto avea già detto più semplicemente e più chiaramente il suo modesto collega.
Il marchese rimase in pericolo per vari giorni: poi cominciò a rimettersi a poco a poco, ma superata a stento la crisi, rimase condannato per tutta la vita: colpito alla spina, gli era sopravvenuta una paralisi alle gambe, dichiarata inguaribile.
Durante il periodo più acuto della malattia, il Barbarò avea dimostrato per il marchese tanta premura e sollecitudine, quanta di più non avrebbero potuto averne nè la Mary, nè la stessa Angelica. Egli, inquieto, ansioso, stava a guardia giorno e notte attorno al letto del malato e non pensava nè a riposare, nè quasi a prender cibo. Dopo le visite accompagnava sempre il dottore per avere le notizie più particolareggiate e sicure, faceva continue domande alla Mary, teneva consulto coll'arciprete, e ascoltava con attenzione anche i suggerimenti e le profezie di Donna Lucrezia. Pareva persino, in que' giorni, che anche il suo amore per Angelica si fosse calmato: Pompeo Barbarò temeva, a ragione, se il marchese moriva subito, senza più poter parlare nè scrivere, di non essere abbastanza cautelato; ma poi quando cominciò a migliorare, e gli affari furono messi in regola, allora gli parve che il Dulcamara di Padova lo avesse racconciato anche troppo bene.
—Che cosa faceva al mondo quel polipo senza gambe e senza quattrini? Soffriva lui e faceva soffrire gli altri; specialmente sua moglie, che invece di tanti impiastri e moine avrebbe fatto meglio a curarlo con due pillole di pasta badese!... Figurarsi!... quella bestia del dottore per riuscire infallibile gli aveva detto che il Collalto avrebbe potuto morire in pochi mesi, e campare magari anche dieci anni!... Ma in dieci anni, coll'appetito suo, era capacissimo di rimangiare due volte Villagardiana! A buon conto bisognava risolversi: era venuto il momento di parlar chiaro alla marchesa. L'avrebbe condotta nel suo studio, le avrebbe fatto vedere coi registri alla mano, che quasi quasi non avevano più un soldo e... le avrebbe promesso di non abbandonarla. Ma si dovevano licenziare molte persone di servizio, vendere i cavalli, insomma diminuire di molto tutte le spese. Certo, certo; non era più tempo di chiacchiere: ormai i Collalto erano costretti ad accettare il suo ultimatum... ed anche la signora Angelica avrebbe dovuto piegare il capo... e mostrarsi riconoscente!... Ma che diavolo aveva addosso quella donna?!... Diventava più bella ogni giorno!
E per ciò appunto, per questa stessa bellezza che lo impacciava, il Barbarò non sapeva mai risolversi a "parlar chiaro." D'altra parte avrebbe desiderato trovarla sola; ma sola, adesso, non la si vedeva mai. Aveva sempre fra i piedi quella mummietta del suo figliuolo, e il marchese la voleva tutto il giorno vicina: non la lasciava libera un momento! Aveva aspettato allora, quel balordo, a innamorarsene e a esserne geloso!
E ciò era proprio vero.
Alberto di Collalto, che avea corsa allegramente la cavallina senza darsi mai alcun pensiero di sua moglie, aveva cominciato ad esserne geloso ai primi assalti d'ipocondria, forieri della gravissima malattia da cui era minacciato. Poi, rimasto infermo, non potendo più abbandonarsi ad altre distrazioni e avendo sempre dinanzi agli occhi quella donna, quella bella signora, giovanissima e fiorente, così soave, così serena nella sua bontà affettuosa e instancabile, se n'era invaghito sempre più, ma a modo suo; senza il cuore; colla testa e coi sensi.
—Quando gli avevano sposati,—ripeteva sempre all'Angelica,—essa non era che una bimba di sedici anni, fredda, anemica! Non sapeva nulla; non capiva nulla!... Se fosse stata allora com'era adesso, oh! egli certo non avrebbe avuto altro pensiero che lei: l'avrebbe adorata, come un devoto, in ginocchioni!
Sapeva e confessava di averci qualche torto e le domandava perdono, ma in cambio della sincera confessione e del pentimento voleva essere amato; voleva che sua moglie cominciasse allora con lui un idillio coniugale; e perchè Angelica gli offriva il sacrificio di tutta la sua vita, ma si ribellava a quello del suo pudore, la passione dell'ammalato s'inaspriva e diventava quasi feroce. Ogni mattina il fattore di Villagardiana (un pezzo d'uomo grosso e tarchiato) saliva nella camera del marchese, lo pigliava in braccio e lo portava giù, a terreno. dov'era messo a sedere in una piccola carrozzetta: e Angelica tutto il giorno lo accompagnava per le stanze e per i viali del giardino: poi, la sera, essa lo faceva adagiare sur una poltrona colle rotelle, vicino al pianoforte, e si metteva a suonare e a cantare per isvagarlo. Finita la musica, gli leggeva le gazzette per più d'un'ora ad alta voce. Era sempre lei che lo aiutava a vestirsi, che lo faceva mangiare, che gli preparava le medicine. Se appena appena lo lasciava solo un momento, egli si metteva a gridare dimenandosi come un ossesso; ma poi, respinto ne' suoi vaneggiamenti amorosi, contraccambiava con sgarbi e con querimonie le premure più affettuose; chiamava "ipocrisia" la bontà di sua moglie, e spesso, dopo averla tormentata dalla mattina alla sera, la teneva desta anche la notte, spaventandola con gemiti e vaneggiamenti esaltati.
Certe volte, quando Alberto soffriva la malinconia di morir presto, la bellezza della moglie l'angosciava colle gelosie del futuro, e allora erano tragedie per un altro verso. Egli avrebbe voluto che Angelica diventasse tanto brutta da inspirare avversione, per essere sicuro che, lui morto, non avrebbe potuto avere altri innamorati. Non voleva quasi più nemmeno che si abbigliasse e la rimproverava con rabbia perchè le sue vesti erano troppo sfarzose. Angelica cercava di mostrarsi semplice e dimessa: ma in quella sua stessa semplicità appariva ogni giorno più attraente; e il malato allora brontolava che era "la speranza di trovarsi libera presto, che la faceva star così bene," e che proprio "bisognava essere senza cuore per darsi il gusto di piacere agli altri, mentre aveva il marito in fin di vita." La povera donna, offesa ed afflitta da quelle ingiuste accuse si metteva a piangere; ma le lacrime rendendola ancor più bella, infiammavano maggiormente la rabbia di Alberto, il quale smaniava gridando "che era una civetta, una perfida e che lo tradiva... Sì, era sicuro; glielo vedeva scritto in faccia che lo tradiva!"
Se poi il marito per caso, o perchè avesse sonno, lasciava all'Angelica un minuto di pace, Stefanuccio, la mummietta, come lo chiamava il Barbarò, era subito pronto per divertirsi lui a tormentarla.
Stefanuccio era un fanciullo lungo e malaticcio, coi dentini aguzzi come una faina ed i capelli radi come un vecchio. Dimostrava un grande amore per la mamma; pure, a guardarci bene, in tutto quell'amore non c'era altro che egoismo misto ad un senso strano d'invidia. Odiava la Mary Alamanni soltanto perchè Angelica le era affezionata e fissandola cogli occhi torvi la chiamava pitocca; odiava Giulio Barbarò perchè aveva indovinato che voleva bene alla Mary e lo chiamava plebeo. Quando abbracciava Angelica, la stringeva in modo che parea volesse fare un esercizio ginnastico, ed i suoi baci, più che per l'amore parevano dati per far dispetto alla Mary che lo ammoniva scherzosamente "di non sciupare la mamma." Anche Stefanuccio sembrava cucito alle sottane di Angelica; voleva dormire con lei; voleva pranzare seduto sulle sue ginocchia; ma poi ogni volta che essa tentava di opporsi ad un suo capriccio montava subito in furore, la percuoteva colle manine, pestava i piedini, e strillava tanto da far borbottare fra i denti al signor Pompeo:
—Evviva la barba del re Erode!
Ma appunto mentre il signor Pompeo invigilava attentamente la marchesa Angelica, aspettando di trovar l'occasione propizia per poterle fare il discorsetto che aveva già composto a mente e corretto più volte, egli cominciò a notare in lei alcunchè di nuovo e d'insolito; molti piccoli indizi che rivelavano un turbamento, un'ansia, un'irrequietezza febbrile, che lo faceva maravigliare e entrare in grave sospetto.
Angelica, da alcuni giorni, pareva distratta, nervosa; arrossiva facilmente, poi diventava pallida a un tratto, e aveva sempre secreti con Donna Lucrezia:
—Diavolo, diavolo,—pensò il Barbarò.—Che cosa succede? Qui bisogna tener d'occhio la giovane e la vecchia.
Era successo che, proprio in que' giorni, Andrea Martinengo aveva scritto per la prima volta alla marchesa di Collalto.
Quando avea saputo che la Castelnovo si era sposata al marchese Alberto (bisogna tornare addietro di parecchi anni, poco dopo la battaglia di San Martino), Andrea giaceva ferito a Brescia in un Ospedale militare. Da prima non avea creduto alla terribile notizia; poi, appena ne fu certo, imprecando contro la perfida, la spergiura che lo avea tradito, voleva morire; voleva uccidersi e in un impeto di passione e di dolore stracciò disperato le bende che lo fasciavano. Poi, soccorso a tempo, e rinvenuto, maledicendo all'amore, volle vivere per l'odio; per uccidere Alberto, per isvergognare Angelica, insomma per vendicarsi!
In fine, tutto quel suo gran furore si calmò; ma era una calma solo apparente. In fondo al cuore, durava vivo, acuto lo spasimo, e collo spasimo l'amore.
Una signora buona e pietosa, la contessa Fanti di Brescia, zia materna di Andrea, che lo visitava spesso all'Ospedale, aveva preso a difendere Angelica narrandogli e spiegandogli il segreto di quel matrimonio così precipitato.
Fra il conte Prampero di Castelnovo e la marchesa di Collalto erano già state combinate e fissate le nozze di Alberto con Angelica, mentre i due ragazzi non erano ancora usciti di collegio. E colle loro idee autocratiche non ammettevano neppure che la loro volontà potesse essere contrariata.
Quanto ad Alberto, egli sapeva che un giorno o l'altro, quando fosse piaciuto alla signora madre, avrebbe sposato sua cugina, e aspettava senza impazienza. Egli si sarebbe preparato al matrimonio, come avea fatto per gli altri sacramenti: con una buona dose d'indifferenza, e pensando a tutt'altro. Angelica, invece, si indispettiva ogni volta che ne sentiva parlare. Alberto per quel suo fare altezzoso e beffardo le era sempre stato antipatico. Poi, un giorno, poco prima che il Martinengo fuggisse in Piemonte, essa tremando, dichiarò a suo padre che tanto presto, non voleva maritarsi e che, rispetto a suo cugino, sentiva, capiva proprio, che sposandolo non sarebbe stata felice.
Il conte Prampero per tutta risposta guardò la figliuola con occhi torvi, e dopo averle intimato di rinchiudersi subito nella sua camera e di non uscirne mai più, fino a nuovo ordine, corse difilato dalla marchesa per raccontarle l'accaduto.
—Fanciullaggini—le rispose la Collalto, mostrando i bei denti, ancora bianchissimi.—Fanciullaggini, caro Prampero; le frullerà ancora nel capo la bella divisa bleu di un qualche collegialino che avrà incontrato nelle uscite del Giovedì. Cercate fra le pagine dei suoi libri di scuola, e le troverete certo un bigliettino con dei versi scritti sotto a due cuori rossi, infilzati da una freccia gialla! Fanciullaggini, caro Prampero, e sarà bene non parlarne nemmeno con Alberto.
Il conte di Castelnovo ritornò a casa più tranquillo proponendosi, per il momento, di non tornar più sull'argomento del matrimonio con Angelica, e di stare alle vedette.
Intanto la figliuola cominciava a dimagrare, non rideva più, non mangiava più; aveva spesso gli occhi gonfi.... Il conte Prampero, istigato dalla marchesa, frugò tra i libri e nei cassetti dell'Angelica, ma invece dei due cuori rossi trafitti dalla freccia gialla, vi rinvenne, nientemeno, una lettera di Andrea Martinengo!
Quella lettera, la sola che Andrea avesse scritto alla signorina di Castelnuovo, e la scriveva appunto la sera stessa in cui partiva pel Piemonte, palesava l'amore più puro e rispettoso, e insieme le più oneste intenzioni; ma con tutto ciò fu per il conte Prampero come un fulmine a ciel sereno. Maledì la figliuola che aveva disonorato la sua casa e volea correre anche lui in Piemonte a sfidare e uccidere il seduttore, l'assassino, l'infame che lo avea ingannato, che aveva tradito l'amicizia.... perchè Andrea Martinengo, quantunque minore di età, era uno degli amici del conte di Castelnovo, il quale amava ancora di menar la vita da giovanotto.
Ma dal tenerselo per compagno al prenderlo per genero, ci correva; e piuttosto che cedere il signor conte avrebbe aspettato che Angelica morisse d'amore e d'angoscia. Andrea Martinengo, punto primo e irremovibile, non avea tutti i quarti, poi non era ricco abbastanza; poi... poi la sua figliuola doveva sposare Alberto di Collalto.
Angelica, prima della terribile scoperta della lettera, si preparava a resistere, a lottare e a morire anche piuttosto di venir meno alla data fede, ma dinanzi alla catastrofe improvvisa, rimase atterrita, muta e perdette tutto il suo coraggio.
—E la povera bimba—diceva ad Andrea la contessa Fanti, dopo avergli raccontato quegli avvenimenti—accettò le nozze a cui la obbligavano per salvare l'onore della famiglia, come in quel punto si sarebbe assoggettata anche ad una condanna di morte!
—Ebbene, doveva morire!—mormorò Andrea nell'egoismo feroce del suo amore e della sua gelosia.—Doveva morire, ma non doveva tradirmi!
Tuttavia, dopo qualche tempo, quando già cominciava ad alzarsi e a uscire, Andrea assicurò alla contessa Fanti che aveva perdonato all'Angelica, anzi, alla marchesa Angelica di Collalto, come affettava di chiamarla, e che ormai l'aveva dimenticata. "Proprio non metteva conto di disperarsi. Il torto era stato suo, che avea messo il cuore in certe mani, che ancora non sapevano custodire altro che giocattoli."
Ma tutto questo perdono, tutto questo oblìo non erano veritieri, quantunque Andrea volesse convincersene. Egli non avea dimenticata Angelica, non le aveva perdonato e tutto quel suo gran disprezzo non era altro che amarezza e rammarico.
Per istordirsi, e più per un intimo desiderio di vendetta, si abbandonò senza freno a tutti i piaceri. Volle amare e fu amato.... ma le belle che gli posavano sul cuore, per contarne i palpiti, la manina candida e ingemmata, non sentivano altro che l'affannoso ansimare del suo petto.
Tuttavia quegli amori senza l'amore, quei trionfi volgari e fugaci finirono con infastidirlo. Trovò che le donne erano tutte eguali, che tutti gli uomini erano mediocri e la vita non gli parve più altro che una lunga seccatura. Allora si fece scettico di professione e misantropo. Viveva sempre solo, appartato, e se la guerra coll'Austria per la liberazione della Venezia non fosse stata vicina, avrebbe abbandonato anche l'esercito. In quegli anni, avendo quasi consumato il suo piccolo patrimonio, si era messo ad affettare una povertà stizzosa e permalosa; una povertà dinanzi alla quale avrebbe voluto che tutti, e specie i milionari, s'inchinassero col cappello in mano; e aveva poi dichiarato un odio feroce contro i pregiudizi e la boria aristocratica. Ma erano collere, erano sdegni che avevano, senza sua saputa, una sola origine: Angelica.
Non l'aveva forse perduta perchè appunto egli non era nè abbastanza nobile, nè abbastanza ricco?
Andrea credeva di aver seppellito l'amore, come fosse un cadavere, ma invece quell'amore era il seme da cui erano generati tutti i suoi dolori, e tutti i suoi sentimenti. Era la forza che lo trascinava sempre e che egli voleva sempre negare; era la causa prima di tutte le sue contradizioni strane, assurde, inesplicabili; contradizioni del suo passato col suo presente; del suo cuore colla sua testa; dei suoi gusti, delle sue abitudini, de' suoi affetti, colle sue teorie sociali e filosofiche. Si spacciava per democratico e faceva boccuccia parlando della gente bassa; voleva essere e parere cattivo e invece era buono e generoso; odiava il mondo e malediva la vita e sarebbe bastata una parola sola di Angelica per fargli ribenedire mille volte l'universo e Domeneddio!
Si capisce quindi che bastava un soffio a operare il voltafaccia: infatti, quando Andrea, invitato dalla contessa Fanti, si recò a Brescia a passare il suo tempo di permesso e quando un giorno a caso, per un momento, all'improvviso, simile a una apparizione rapida, ma abbagliante, rivide Angelica, di colpo perdette subito la testa e lasciandosi trascinare e travolgere dal cuore, le scrisse una lettera disperata, riboccante di collera e di passione; di accuse, di rimproveri e di preghiere, dicendole che in tutti quegli anni avea sofferto come un dannato, e giurando che la teneva sempre viva, possente nell'anima, come un ideale alto e puro.... Ma voleva rivederla ancora, una volta almeno, una volta sola, l'ultima, la suprema, prima della guerra, prima di farsi ammazzare: perchè non intendeva, non poteva più vivere così!
E Angelica?
Povera Angelica! Essa abbruciò la lettera, appena l'ebbe ricevuta e credette di aver fatto una gran cosa; ma invece era come niente: quella lettera la sapeva tutta a memoria.