X.
Angelica, ritornata a Villagardiana, s'ebbe molti e fieri rabbuffi, che sopportò pallida e muta, tutta chiusa nel dolore. Il marchese Alberto era sulle furie; avea mandato gente a cercarla e non l'avevano trovata, mentre avea detto alla cameriera che andava a passeggiare verso la riva; invece Stefanuccio per il gran dolore di non veder la mamma s'era messo a strillare e non s'era lasciato lavare; ma poi, sempre ingrugnato, aveva versata tutta la zuccheriera nel caffè e latte, inzuppandovi tante fette di torta da farsi venire un'indigestione. E però se l'ira e i sospetti del marito acquietarono un poco, per naturale reazione, i rimorsi di Angelica, le si ravvivarono alla vista del figliuolo, col muso imbrodolato di lacrime e di latte.
A colazione essa toccò appena il cibo, senza nemmeno rompere il pane. Aveva il petto oppresso, la gola stretta; faceva fatica a inghiottire anche una goccia d'acqua.
Finita la colazione, il marchese Alberto volle essere condotto a prendere il caffè, come di solito, all'ombra di un grosso castagno d'India sul terrazzo. C'erano tutti attorno alla carrozzetta: Angelica, Stefanuccio, la Mary, Giulio Barbarò; tutti, meno Donna Lucrezia. La rispettabile signora quella mattina non si era fatta vedere. Aveva detto alla cameriera di scusarla coi padroni se non scendeva a colazione, perchè "spasimava dal mal di denti." Ma invece del mal di denti aveva un altro male addosso: era inquieta, era arrabbiata di ciò che avea dovuto riferire al Barbarò; e si sentiva sossopra per il colpo terribile che da un momento all'altro doveva rimbombare nella casa.
—Ah, santi numi, santi numi!... Perchè non sono libera e ricca?... Allora, invece di star soggetta a quel muso da cane, gli risponderei per le rime!... E fantasticava un bel giorno di repubblica in cui lo Zodenigo (del Consiglio dei Dieci) gli avrebbe fatto impiccare il Barbetta per farle piacere.
Intanto il marchese Alberto, tutto rattrappito nella carrozzella, colle gote accese, perchè mangiava e beveva molto, continuava a brontolare rabbiosamente con Angelica. Adesso s'irritava perchè rimaneva muta e aveva la faccia intontita.—L'emicrania—borbottava—era stata una scusa. Non era per lui certamente, per il dolore della sua prossima fine che si era vestita di bianco e si era fatti i ricciolini!—Stefanuccio voleva le caramelle col rosolio, e strillava. Un po' più lontano, seduta sul muricciolo del terrazzo, la Mary discorreva piano con Giulio Barbarò che rimaneva in piedi, dinanzi a lei. I due giovani, un po' anche perchè ci erano avvezzi, non badavano a quelle scene. Giulio era ritornato allora da Brescia, e aveva portato alla signorina certa musica e alcuni libri, di che essa lo aveva pregato. E sfogliando i libri e la musica più di una volta era successo che le dita del giovane avevano incontrato la mano della fanciulla; e più di una volta alzando la testina dai bei capelli castagni ondeggiati, la Mary avea sorriso amorosamente all'amico suo che, sempre un po' timido, non la poteva guardare senza arrossire.
Giulio Barbarò non si era fatto un bel giovane. Aveva il viso palliduccio, la figura esile e sembrava più piccolo della Mary; ma quando la fanciulla lo guardava co' suoi occhioni che avevano la lucentezza morbida del velluto, egli pareva trasformarsi; pareva che un nuovo calore, una nuova vita si diffondesse in lui e il suo viso diventava piacente, tanto era l'amore profondo e la docile bontà che allora esprimeva.
I due giovani continuarono così molto tempo a sfogliare i libri e a discorrere quietamente, e il marchese Alberto, addormentatosi, avea finito di brontolare, quando si udì un rumore di passi: Stefanuccio, seduto sulle ginocchia della mamma, si fermò subito dal succhiare la caramella e come un cane di guardia puntò chi si avvicinava.
Era il signor Pompeo, umile e cerimonioso, che veniva a informarsi della salute del marchese Alberto e a presentare i suoi omaggi alla marchesa Angelica.
Il Collalto si destò subito e, sbadigliando, guardò in giro cogli occhi pesi.
—Oh bon dì, sor Pompeo!
—Sono dispiacentissimo!... Ella riposava un poco, e io l'ho disturbato....
—Chè! Non dormivo; non dormo mai!... Ho troppi pensieri; troppi dolori.... E poi, presto, avrò tanto tempo da dormire!...
—Che cosa dice, che cosa dice mai, signor marchese!... Questi, scusi, sa, sono brutti pensieri che bisogna bandir dalla mente. Ella è giovane; la gioventù è un gran rimedio e vivrà, diamine, vivrà lungamente, per tutti coloro che le vogliono bene!...
—Allora potrei crepar domani,—borbottò il Collalto a mezza voce; poi con un cenno di mano si chiamò vicino il signor Pompeo, che si curvò sulla carrozzella, e gli domandò all'orecchio:
—E così?
—Ho potuto trovare duemila lire.
—Be'.... per il momento basteranno....
—Dopo giri e rigiri—continuò il Barbarò sempre a bassa voce—le ho avute a Desenzano, da un mio amico.....
—Bravo bravo, signor Pompeo!
—Ma....
—Ma?
—Ho un dispiacere, signor marchese....—Il Collalto guardò Pompeo con piglio diffidente.—Dovrò forse farla andar in collera....
—Che c'è di nuovo?
—No, no; niente di nuovo; ma, come al solito, dovremo ricorrere alla firma della signora marchesa....
—Usurai villani!—grugnì il Collalto stizzito.—La mia firma è stata sempre onorata a Vienna, a Parigi, a Londra, e non deve bastare a Desenzano!
—Pur troppo, signor marchese; pur troppo non basta più e, come ho avuto il dolore di doverle dire altre volte.... il trovar danaro mi riesce ogni giorno più difficile.... Sarebbe proprio necessario, signor marchese....
—Va bene, va bene; ho capito.
—Ma....
—Ne discorreremo un altro giorno, quando mi sentirò meglio....
—E se fosso troppo tardi, signor marchese?...
Il Collalto guardò per un momento il Barbarò con apprensione, ma parendogli di scorgere un sorrisetto balenare negli ocelli furbi si riconfortò, e sdraiandosi nella carrozzella mormorò quasi piagnucolando:—Mi sento tanto male.... ho la vita rotta dai dolori!—poi, rivolgendosi alla moglie:—Angelica—le disse—il signor Barbarò avrà da parlarti.
Angelica guardò con inquietudine Pompeo che le si era avvicinato, e gli domandò:
—Ancora?
L'altro abbassò il capo sospirando e soggiunse piano:
—Devo parlarle, signora marchesa: è assolutamente necessario che le parli.
—Mio Dio!... Lei mi spaventa, signor Pompeo!
—Mah!...—rispose il Barbarò e, sospirando una seconda volta, indicò il marchese col volgere degli occhi—non mi ha mai voluto ascoltare!...
—Ebbene, fra un quarto d'ora torneremo in casa; se vuol venire l'aspetterò nel mio salottino.
—Grazie, signora marchesa,—balbettò Pompeo con voce sorda.
Sulle gote verdognole gli passò un guizzo di foco, ma non osò guardare in viso Angelica. Si avvicinò invece alla carrozzella e inchinandosi per salutare Alberto gli disse sommessamente:
—Vado e torno; consegnerò il danaro alla signora marchesa.
—Bon dì, sor Pompeo!—rispose il Collalto senza nemmeno voltarsi, e continuando col cannocchiale a guardare Garda, Sirmione, Solferino, e a cercare i paeselli della riva veronese.
Pompeo era così confuso che andò via senza pensare di salutar la Mary. Il colloquio, cui era stato volontario spettatore, aveva attizzato d'odio e di gelosia la sua passione brutale; era in trepidazione aspettando il momento di trovarsi con Angelica; le mani gli tremavano, gli ballavano le gambe, aveva le fiamme in viso, non sapea più che cosa si facesse. Ogni poco guardava l'orologio, ma la mezz'ora d'indugio che per convenienza si era assegnata, non passava mai; si spazzolò l'abito, spolverò le scarpe, ravviò i capelli lustrandoli con due colpi del cerone nero e poi guardò di nuovo l'orologio.... La mezz'oretta era trascorsa. Allora, invece di essere contento, sentì crescere l'agitazione.
—Ma se poi la marchesa non avesse voluto accettare le sue proposte? In tal caso.... tanto meglio!... Tutti quattrini risparmiati!—pensò il Barbarò che voleva premunirsi in caso di sconfitta.—Tutti risparmiati; e se la marchesa non vorrà pensare al suo interesse, io farò il mio!... Ma non è possibile; non le resta più, quasi, da vivere e sullo zio Diego non c'è da fare assegnamento. Buone parole e complimenti assai, ma fastidi non se ne piglia per nessuno! Non credo che per un capriccetto sia poi disposta a stentare e a sacrificare suo marito e la sua mummietta....
Quanto a sè, il signor Barbarò aveva la coscienza di non poter essere più generoso. Erano rari i "minchioni" che per i begli occhi di una donnina sarebbero stati disposti a sobbarcarsi a tanti sacrifici. E poi, alla fine, egli giocava a carte scoperte; non faceva il gesuita; non adoperava sotterfugi; e la marchesa doveva riflettere quietamente a ciò che meglio le convenisse di fare.
Guardò un'altra volta l'orologio: poteva aspettare ancora cinque minuti.
"Era proprio vero che l'amore lo rendeva un gran minchione!" E intanto colla cocca del fazzoletto di tela grossa colorata, bagnata di saliva, si lustrava gli anelli delle dita. "Minchione...." ma non al punto, per altro, che una volta accettati i suoi patti la biondina potesse sperare d'ingannarlo. Oh i cancelli di Villagardiana sarebbero stati chiusi per tutti, e avrebbe pensato lui a tenerla d'occhio e a impedire le passeggiate mattutine! Non ci sarebbero state più lettere: col capitano doveva finire ogni corrispondenza. E se al bel damerino spiantato la pillola sembrava amara, li mettesse fuori lui i quattrini. A buon conto, quell'altro non aveva che chiacchiere, mentre lui si faceva avanti coi fatti!... Se la marchesa aveva un po' di testa doveva capire che "quel bonomo del signor Pompeo" era una provvidenza per lei!... A Villagardiana avrebbe sempre figurato di esser lei la padrona!... E mediante la cessione da parte dei Collalto di tutto il loro patrimonio, egli avrebbe fissato al marchese un assegno vitalizio col quale avrebbero potuto vivere comodamente, e con decoro.... Poi, era un galantuomo e, morto il marito, l'avrebbe sposata. Il marchese poteva morire fra qualche mese, gli aveva detto il medico, e poteva campare anche dieci anni.... ma al modo onde intendeva regolar le cose avrebbe potuto aspettare. Intanto non avrebbe perduto tempo e.... avrebbe abituata la marchesa ad essere economa, e a condursi come piaceva a lui....
—Morrei!... morrei!...—ripetè poscia fra sè pensando all'addio che aveva dato Angelica al Martinengo.—Tutte smorfie.... Un po' di lucciconi in sulle prime, e poi colla vita quieta si farà più grassa!...
Ma quando, preceduto dal cameriere che gli aprì l'uscio, e sparve subito, il signor Pompeo entrò nel salottino della marchesa, non era più tanto sicuro.
Colle persiane socchiuse e le tendine calate, il salottino era avvolto in un'oscurità piacevole e tranquilla, e odorava del profumo proprio della marchesa: quel profumo che spirava dalle sue vesti, dalla sua persona, da tutte le cose sue....
E ogni oggetto raccolto nella elegante stanzetta, dai ritratti dei parenti e degli amici; dalle preziose anticaglie, dai gingilli, dalle galanterie che riempivano gli scaffali e i palchettini dorati, fino ai ninnoli, ai fiori, ai libri riccamente rilegati della piccola scrivania, tutto, si capiva subito, era stato scelto e messo a posto dalla marchesa; tutto, là dentro, apparteneva a lei esclusivamente; e pareva proprio che le mani gentili che toccavano sole quegli oggetti e la predilezione un po' gelosa che aveva Angelica per le cose sue, infondessero nell'armonico complesso come una fisonomia particolare.
Il Barbarò, in quella semi-oscurità, distinse solo la marchesa per il suo abito bianco, e si avvicinò alla scrivania dov'era seduta, urtando in una poltroncina.
—Oh, come son balordo!... Perdoni, signora marchesa.
—S'accomodi, signor Pompeo!... È forse troppo buio, non è vero?...
—No, no!... Ci si vede benissimo! Soltanto venendo dalla strada, al primo momento si resta un po' confusi....
—S'accomodi.—E Angelica gl'indicò la poltroncina presso la scrivania; quella che gli era andata fra le gambe.
—Grazie, obbligatissimo!—rispose il Barbarò sedendosi e cercando il posto dove mettere il cappello, che finì poi per tenere sulle ginocchia mentre frugava nella tasca interna dell'abito e tirava fuori il portafoglio grosso di bulgaro. Lo aprì, ci ficcò dentro gli occhietti storti, e con due dita prese una cambiale e due biglietti di banca che pose sulla scrivania, dinanzi alla marchesa.
—Devo ancora firmare?—domandò Angelica, guardando il Barbarò con viva inquietudine.
—Se la bontà sua vuole farmi questa grazia....
—Ma senta, signor Pompeo, ella desiderava spiegarsi con me; poco fa mi ha detto, anzi, che ciò era assolutamente necessario. Parli dunque, la prego; mi dica tutto.
—Ecco.... per.... ecco....—Il Barbarò, impacciato, non sapeva da che parte incominciare.—Il signor marchese non ha mai voluto farmi l'onore di ascoltare i miei consigli e siamo arrivati al punto.... Sicuro, tutte le volte che mi credevo in obbligo di accennare allo stato deplorabile del suo patrimonio....
—Stato deplorabile?—ripetè Angelica sbigottita.
—Deplorabilissimo, signora marchesa!—esclamò il Barbarò traendo un grosso sospirone e alzando gli occhi verso i putti del soffitto.
—Per carità, signor Pompeo, per carità, non mi faccia morire!...
—Diavolo; come la marchesa ha la morte facile!—pensò l'altro fra sè; poi, brevemente, facendo prima notare che i registri erano in pieno ordine e che la signora marchesa avrebbe potuto verificare l'esattezza di quanto le andava esponendo, e avendo cura di ripetere sempre che il signor marchese "quel che voleva, voleva" e non gli avea mai lasciato dire le sue ragioni, concluse colla fredda eloquenza delle cifre che l'ammontare dei debiti che aggravavano Villagardiana superava il valore del possesso, anche stimandolo assai alto.
—Ma, signor Pompeo,—esclamò Angelica colle lacrime agli occhi,—ella diceva sempre che Villagardiana doveva essere la nostra fortuna?!...
—Sicuro; Villagardiana doveva essere la fortuna della nobile casa; ma, ma, ma.... Pur troppo i ma sono parecchi!... Prima di tutto non son profeta, e non potevo certo prevedere che per tre anni consecutivi ci dovesse colpire la grandine!... Non potevo prevedere nemmeno il fallimento della ferriera di Dardanello che ci ha lasciato in asso colla torba e.... E infine, scusi, signora marchesa, non avrei potuto immaginare l'ostinazione del signor marchese nel non voler mai, mai una volta, aprire gli occhi!... Appena mi arrischiavo a toccare il tasto dell'economia, montava subito in furia e, quanto a me, oltre al rispetto e alla soggezione grandissima che ho sempre avuto per il signor marchese, ho una natura, lo confesso, piuttosto timida, e basta una parola per chiudermi la bocca!
Angelica, pallidissima, era atterrita e accasciata.
—Poi—continuò il signor Pompeo dopo un momento di silenzio in cui si era soffiato il naso e asciugato gli occhi—poi il signor marchese, poveretto, si è ammalato e allora lei stessa, marchesa, mi ricordo benissimo, mi ha detto, un giorno, che vagamente ho tentato di condurre il discorso sugli affari, mi ha detto di non infastidire il signor marchese, di non irritarlo a motivo dei suoi nervi....
—Il momento, me ne ricordo, non mi pareva opportuno, e poi anche dal tono del suo discorso, non avrei mai creduto che si potesse arrivare a una simile catastrofe.
—Catastrofe: è proprio la vera parola.
Il signor Pompeo ormai era a cavallo, e trottò via speditamente nella sua esposizione finanziaria, riuscendo nello stesso tempo a convincere Angelica che tutta la colpa di quella gran disgrazia doveva attribuirsi principalmente al signor marchese che non lo avea mai voluto lasciar parlare, e anche un pochino alla signora marchesa che non aveva dato importanza a certe mezze frasi, a certi sospiri pieni di sottintesi del signor Pompeo, che pure avrebbero dovuto essere altrettante rivelazioni. E quando tacque, finalmente, mostrandosi molto commosso e addolorato. Angelica, appoggiata coi gomiti alla scrivania, col capo fra le mani, scoppiò in un pianto dirotto.
—Povero figliuolo mio!... Povero il mio figliuolo!
E nella disgrazia che la colpiva proprio in quel giorno, vedeva adesso la collera, la punizione del cielo; e pur non potendo strapparsi dal cuore l'immagine di Andrea, che anzi fra le lacrime pareva farsi ancora più viva e vicina, sentiva diffondersi nel dolore, nella disperazione sua lo sgomento pauroso del rimorso.
Pompeo la guardava, la guardava fisso, e un bruciore gli saliva sulle gote, alle orecchie, a tutta la testa. La voce di Angelica nel piangere, nel lamentarsi, aveva intonazioni incantevoli. Così, com'era chinata, col capo fra le palme della mano, egli le vedeva la nuca bianchissima trasparire fra i capelli biondi e più giù, sotto la cravatta di trine, dentro l'abito un po' sollevato, il collo morbido che fremeva palpitante per l'urto dei singhiozzi.
Allora Pompeo col respiro grosso, affannoso; cogli occhietti accesi, si curvò per farsi più vicino, e colle dita tremanti osò toccarle un braccio.
—Coraggio.... si faccia coraggio.... signora marchesa....—borbottò con voce rauca.
—Oh per me.... lo avrei il coraggio! Fossi sola mi sentirei forte, sopporterei tutto; ma è il pensiero del mio bambino, del povero bambino mio che mi spezza il cuore!...
Pompeo sollevandosi un po' e tirando forte la poltroncina per la frangia, si fece ancora più vicino e con tutta la mano prese il braccio della marchesa che continuava a piangere e a singhiozzare.
—Io.... io ho avuto sempre molta affezione per.... lei....
—Oh so, so ch'ella è buono!... buono assai!
Pompeo alzò la mano, le sfiorò il braccio dove usciva nudo dalla manica corta, e continuò sempre balbettando, e colla voce sempre più strozzata:—Se.... se volesse ascoltarmi si potrebbe.... sarei disposto a tutto per.... per salvarla....
—Oh signor Pompeo, se ancora è possibile ci salvi, non ci abbandoni, e avrà tutta la gratitudine, la riconoscenza di una madre!—Angelica avea presa una mano del Barbarò, e lo guardava supplichevole premendola sul cuore.
Pompeo non intese bene o intese troppo a modo suo quelle parole che l'estremo della disperazione rendeva così espansive. Rosso in viso, inebriato da quella bellezza ancora più attraente nel disordine del dolore, strinse più forte il braccio di lei, poi, all'improvviso, l'attirò contro il suo petto stringendola forte fra le braccia, e la baciò violentemente sui capelli della nuca, sul collo, mormorando:
—La salverò!... Sarà padrona lei di tutto! come prima....
Angelica, sorpresa, sbigottita ed anche impaurita in sul primo momento, diè solo un urlo che le restò strozzato in gola; ma poi subito, colla forza che le dava il ribrezzo, riuscì divincolandosi a liberarsi e a respingere il Barbarò lontano da sè.
—Fuori!... Fuori!...—pallida, fremente, non poteva dir altro indicandogli l'uscio.
Pompeo, sconcertato e confuso, cercava il suo cappello, che era ruzzolato fino ai piedi di Angelica. Curvo, senza più guardarla, si avvicinò per prenderlo mentre la marchesa scostandosi rabbrividita come alla vista di un rettile, ripetè:
—Fuori!...
—Subito.... subito.... cerco.... prendo il mio cappello....
—Fuori!... Fuori!...
Ma nell'avviarsi il timore istintivo di uno scandalo vinse il turbamento di Pompeo e voltatosi mormorò:—Se parla lei, parlerò anch'io!... Stamattina.... l'ho veduta....
Era tanto il turbamento e lo sdegno di Angelica, ch'essa non badò nemmeno a quella minaccia.
—Fuori!... Fuori!...
Invece, in quei pochi istanti, Pompeo era riuscito a rimettersi.
—Diavolo! non doveva aver paura d'una donna, e il marchese non gli poteva correr dietro in carrozzetta per bastonarlo!—Allora vedendo i denari ancora sulla scrivania li prese, e cacciandoli in tasca disse alla marchesa con voce malferma e senza guardarla in viso, ma pure con un sogghignetto che già gli spuntava sulle labbra:
—Penserà lei a scusarsi col signor marchese per non aver voluto firmare.... Badi, per altro, di non tirarmi in ballo.... in tal caso.... parlerò anch'io!
—Fuori!... Fuori!...—ripetè Angelica che non capiva, non sentiva altro che l'orrore che le ispirava quell'uomo. Il Barbarò uscì, chiuse la porta, ma allora, nell'allontanarsi udì uno scoppio di pianto.
In fretta, e internamente un po' vergognoso ad onta di tutta la sua impudenza, egli andò dritto nel suo studio e vi si richiuse. Poi, per un momento, si fermò in mezzo alla stanza muto, immobile, ancora col cappello in testa, a pensare.... Il tentativo gli era andato maluccio; aveva sbagliato i suoi calcoli.... E si sentiva il petto gonfio, oppresso, e dinanzi a' suoi occhi pareva distendersi un gran buio, un grande squallore.... Ma presto riuscì a vincersi, e alzando le spalle e gettando il cappello sul sofà pensò che stava proprio per commettere una grande minchioneria.
"Quella donna infine, avrebbe imbrogliato i suoi affari! Egli, nientemeno, correva il rischio di rimetterci Villagardiana!"
Allora pensò di scrivere subito al suo avvocato e di non aver più altra mira che l'utile proprio.... Ma coll'utile proprio provvedeva anche alla sua vendetta e per ciò, risoluto a pigliar le cose allegramente, si fregò le mani, e cominciò a fischiettare.
Cavò poi di tasca il portafoglio, lo aprì, prese i due biglietti da mille lire, e mormorò sventolandoli:—Tanti risparmiati!... Tanti risparmiati, signora marchesa!... Con questa roba me la rido delle sue smorfie e posso averne delle donne quante ne voglio!... Ah, Ah!... l'aristocratica disprezza il danaro?... Non vuol capire che il danaro è tutto a questo mondo? Preferisce le parolette dolci? Stupida; me lo saprà dire più tardi!...
A questo punto gli balenò un pensiero che lo tenne nuovamente sospeso:—E se una volta che cominciasse a provare lo strettezze e le privazioni, mutasse parere? Ma non volle abbandonarsi troppo alla speranza, e tornò ad alzare le spalle.—Chè! Chè! Anche lui aveva il suo amor proprio, e non ci sarebbe ricaduto in quelle reti! Stava proprio per commettere uno sproposito grosso!
—Tornate a casa, figliuolini miei, e non vi perdete mai più dietro alle donne!—diceva poi ai due biglietti da mille lire, nell'atto di riporli nello scrigno. —È una cattiva speculazione; perchè le donne costano sempre più di quello che valgono!
E chiuso lo scrigno tornò a fischiettare e a cantarellare:—Tanti risparmiati!... Tanti risparmiati!...
Ma non c'era verso; l'allegrezza non gli voleva scendere in fondo al cuore; anche dopo avere scritto all'avvocato non era contento della sua vendetta e pensava al modo di sciogliere "quella tresca" della marchesa con Andrea Martinengo.
XI.
Appena Angelica potè reggersi corse subito presso il marito, e febbrilmente, con parole tronche e concitate, gli raccontò quanto le era accaduto.
—Mascalzone!... Brigante!... Lo caccerò via a calci, come un cane!—esclamò il marchese, dimenticando, nel suo furore, che i piedi e le gambe non gli servivano più nemmeno per camminare.—Quanto a Villagardiana, prima che se ne impadronisca l'avrà da far con me;.... farabutto! Non sono una donna io, e non mi lascio intimorire. Chiamerò il nostro avvocato; e colui gli dovrà mostrare tutti i libri dell'amministrazione; gli farò causa, proverò che è un ladro e lo farò mettere in prigione!
—Ha in mano per più di sessantamila lire di cambiali: non c'è altro da fare che pagarlo!—rispose brevemente la marchesa, la quale vedendo come il marito continuasse nel solito metodo di pascersi d'illusioni per risparmiarsi fastidi, credeva ormai necessario di venire alle strette.—Non c'è altro da fare che pagar tutti i nostri debiti, o non rimanere un minuto di più a Villagardiana....
—Ma prima voglio vedere i conti....
—Villagardiana, se non si paga, è roba sua! Pensa se possiamo rimaner qui un minuto di più!
—Ti ha mancato di rispetto per altro!... Ha tentato di baciarti....
—Sì, ma io l'ho respinto: l'ho scacciato!...—mormorò la marchesa, che dinanzi al pudore non voleva più nemmeno ammettere di essere stata toccata.
—Prima di tutto mi dovrà rendere ragione!
—No; prima di tutto bisogna pagarlo!
—E tu credi a ciò che t'ha detto quel tartufo col proposito di spaventarti?... Non capisci che sperava approfittare della mia infermità, e della tua ignoranza?—E il marchese smaniava gridando che voleva tirare una revolverata al Barbarò. Ma poi, vedendo che non riusciva a commuovere la moglie, la quale rimaneva fredda a quelle smargiassate, cominciò a sgomentarsi anch'esso, e calmandosi a un tratto le domandò con un altro tono di voce:
—Dunque.... dunque non c'è scampo?... Siamo rovinati?
Angelica rispose appena con un cenno del capo; ma tanto eloquente per il marchese da spingerlo alla disperazione.
—Ah mio Dio! mio Dio!—esclamò gemendo e dimenandosi sulla poltrona dov'era sdraiato.—La rovina; la miseria!—e si rivoltò furioso contro Angelica rimproverandola perchè non sentiva pietà del suo stato. Se avesse avuto solo un po' di cuore, avrebbe cercato ogni via per nascondergli una così terribile disgrazia!... Per lasciarlo morire in pace! Ma poi pensando che non gli rimaneva più altro da sperare che in sua moglie, e nella subitanea esaltazione avendo paura di essere abbandonato, scoppiò in un dirotto pianto e le domandò perdono come un bambino, dicendole che era il male, il gran male che si sentiva addosso, che lo rendeva nervoso e irascibile.
—Dove andremo, mio Dio?... Dove mi condurrai?...—Sbigottito le prese le mani; e ricordando le parole di Angelica, gli parve di trovar ancora un filo di speranza, e le domandò con grande ansietà:
—Hai detto che bisogna pagare tutti i nostri debiti.... Dunque credi che, forse, si potrebbe ancora trovar il modo di.... di.... farlo?
Angelica rimase muta, pensosa.
—Cerchi un qualche ripiego?... Pensaci! Pensaci!... Hai tanto ingegno, tanto criterio!... Anche il signor Bernardi, il nostro ragioniere di una volta (quello sì che era proprio un galantuomo!) anche lui aveva molta stima di te!... Dimmi, ordina che cosa devo fare, e io ti obbedirò ciecamente!
Angelica, dopo alcuni istanti di silenzio, un po' titubante e scotendo il capo come per mostrare che, sebbene tenuissima, quella sua speranza era pur la sola che ancora restasse, disse a mezza voce:
—Non ci sarebbe altri che lo zio Diego.... Se ci volesse aiutare!...
—Oh Dio! Dio mio!—esclamò il marchese Alberto stirandosi dolorosamente.
—Pure.... ci vuole molto bene....
—Lo zio Diego vuol molto bene a tutti, quando non c'è da scomodarsi!
Angelica, quantunque non volesse abbandonarsi a troppe illusioni, tuttavia pensò e fece osservare al marito che alla fin fine non avevano alcun motivo per credere che lo zio fosse proprio senza cuore. Anche nell'occasione di quella malattia d'Alberto, egli aveva scritto per aver notizie. Non tralasciava mai di mandare un bellissimo mazzo di fiori il giorno onomastico di Angelica e un telegramma per la festa di Alberto, e diceva a tutti che Stefanuccio sarebbe stato il suo erede, il successore. Di più, lo zio Diego aveva molto a cuore il lustro della famiglia, ed anche per ciò, forse, si sarebbe lasciato indurre a fare qualche sacrificio.
—E poi—soggiunse Angelica—non avrebbe potuto pagare tutti i debiti che gravavano Villagardiana entrando, senz'altro, in possesso del fondo?... Così forse, almeno, non sarebbe perduto per Stefanuccio!...
—Sicuro; e anch'io, non è vero? ci potrei rimanere questi pochi giorni che mi restano da vivere!...
Il marchese non sperava nulla dallo zio Diego, pure fingeva di lasciarsi persuadere dalle ragioni di Angelica, per guadagnare almeno un po' di tempo.
—Bisognerebbe scrivere allo zio.... che uno di questi giorni, con suo comodo, desidererei vederlo.... a Villagardiana.
—No, no; non c'è tempo da perdere!—rispose Angelica vivamente.—Domattina colla prima corsa andrò io a Milano, e gli parlerò!
Questa proposta e la fretta di Angelica tornò a far andar in bestia il marito.
"Lei già quando si era messa in testa una cosa non c'era più bene; non voleva capire che negli affari bisogna riflettere assai, prima di muovere il primo passo!"
Ma la marchesa questa volta lo lasciò brontolare e gridare a sua posta, senza cedere d'un punto: essa gli dichiarò esplicitamente, che non dovevano aspettare un giorno di più a mettere ben in chiaro il loro stato.
—Se lo zio non ci potrà aiutare—concluse con fermezza—è per altro l'unico nostro parente e siamo in dovere, anche per non pregiudicare l'avvenire di Stefanuccio, di metterlo a parte di questo nostro disastro e domandargli un consiglio....
—Che consiglio ti vuoi aspettare da lui?!... Non è uomo da consigli lo zio Diego! Finchè tu gli parlerai delle nostre disgrazie quel vecchio ganimede non penserà ad altro che a farti la corte!—E vedendo che Angelica rimaneva ferma nel suo proposito e che voleva partire ad ogni costo, tornò da capo colla gelosia. Non voleva che la marchesa andasse a Milano sola; voleva che prendesse con sè Stefanuccio, o che si facesse accompagnare dalla Mary, o da Donna Lucrezia. Ma Angelica continuò a mostrare in questa circostanza un'energia tutta nuova, che fece colpo sul marchese. Essa gli rispose che non voleva prender con sè Stefanuccio perchè sarebbe partita troppo presto;—di mattina, all'alba, per poter essere di ritorno ancora in giornata, colla corsa delle quattro;—e voleva che la Mary rimanesse a Villagardiana per assisterlo durante la sua assenza. Donna Lucrezia era indisposta, poi nel viaggio sarebbe stata un impiccio.
Alberto a quelle risposte così risolute, e con in cuore la paura di essere rovinato, rimase confuso e quasi intimidito. Tornò a rassegnarsi, a soffocare la gelosia, a mostrarsi docile colla moglie, pregandola soltanto di non mancare alle sue promesse e di essere proprio di ritorno subito subito. Egli l'avrebbe aspettata coll'angoscia in cuore; non poteva vedersi solo, così smarrito ed oppresso, sotto l'incubo di quella catastrofe.
Alla fine, pensando come Angelica mostrasse tanta sicurezza per il convincimento di poter ottenere un buon esito dal viaggio, si abbandonò a un tratto alla speranza che prima gli era sembrata assurda, e tutto rabbonito le raccomandò più volte di dire e di ripetere allo zio Diego che "se non faceva in modo che rimanesse a Villagardiana, sarebbe morto subito di nostalgia!..."
Angelica aveva la febbre. A volte le pareva impossibile che lo zio, così orgoglioso del nome comune, non li volesse aiutare. A volte invece perdeva tutta la fede, tutto il coraggio, e vedeva distrutto per sempre l'avvenire del suo figliuolo. Ma pure in mezzo a tanta agitazione c'era un punto fisso attorno al quale correvano tutti i suoi pensieri e tutti i suoi dolori: Andrea!... L'atto villano del Barbarò le rendeva ancora più caro il segreto del suo cuore, e più strettamente la legava ad Andrea. E quando la mattina dopo, sola sola nel suo coupé, passava da Brescia, spinse il capo fuori dal finestrino e guardò con tenerezza tutta quella città addormentata e avvolta dalla luce pallida e vaporosa dell'alba.
"Che cosa faceva Andrea in quel momento? Forse dormiva ancora mentre lei gli passava tanto vicina!... Come avrebbe voluto essere invisibile per un momento.... e poter entrare inosservata nella cameretta di Andrea....—Doveva essere tanto gentile e di buon gusto quella cameretta!... E allora pensò che gli avrebbe scritto pregandolo di dirle un po' com'era messo il suo quartierino.... Voleva sapere almeno il colore delle stoffe e degli addobbi e lo stile dei mobili.... Voleva potersi figurare tutti gli oggetti che lo circondavano e che gli erano cari.... Insomma voleva colla sua mente poterlo vedere dov'era!"
Angelica arrivò a Milano che lo zio Diego era andato a letto appena da poche ore. Il marchese non aveva mai perduto il suo tempo a fare qualche cosa, e pure, alzandosi, come usava, quasi all'ora di pranzo e andando a dormire dopo l'alba, si lamentava con tutti che le giornate erano troppo corte, e al Caffè Cova, e al club, e ad ogni suo ritrovo giungeva sempre affannato e in grande tardanza. Intanto la sua toilette richiedeva molte cure e non si poteva dire fossero spese male, perchè il marchese Diego, alto della persona, magro, pallido, d'un biondo che invece d'incanutire era diventato verdognolo, riusciva ancora, veduto un po' da lontano, o in mezza luce, a sembrare quasi un giovanotto, quantunque si avvicinasse molto alla sessantina.
Angelica, dopo essergli stata annunziata, dovette aspettare assai nel salottino dello zio, prima di potergli parlare; e più volte si era presentato il cameriere per dire alla signora marchesa, con una solennità cerimoniosa, e sempre colle stesse parole e col medesimo inchino, "che il signor marchese si scusava di doverla far aspettare ancora un dieci minuti" e per domandarle se intanto abbisognasse di qualche cosa.
—No, grazie. Dite al signor marchese che faccia pure tutto il suo comodo; che non ho alcuna fretta,—rispondeva Angelica invariabilmente.
Adesso avrebbe quasi desiderato che lo zio non terminasse mai di vestirsi; e quando sentiva camminare nelle camere vicine e poi invece del marchese Diego vedeva comparire il servitore, provava in sull'attimo come un senso di sollievo.
Sola e raccolta nel cantuccio del canapè, non alzava mai gli occhi dal suo ventaglio, che continuava ad aprire e a chiudere con le dita convulse tenendovi gli occhi fissi senza guardare; e in quel punto si sentiva tanto agitata che non poteva più nemmeno pensare a ciò che avrebbe dovuto dire per commuovere lo zio.
Il salottino, che sembrava quello di una signora, o meglio di una cocotte, tanto era frivolo e mondano, tutto pieno di ninnoletti eleganti e inconcludenti, di nudità non sempre artistiche e di ritratti e di ricordi femminili messi in mostra con ridicola ostentazione, come avrebbe fatto un fantino coi premi delle corse, non aveva mai attirata la curiosità di Angelica in tutto quel tempo ch'era rimasta sola ad aspettare.
Essa non osservava, non vedeva nulla, e il cuore le batteva sempre con maggior violenza; e quando dallo scricchiolare delle scarpe indovinò che quella volta non era il cameriere, ma proprio il marchese Diego che stava per venire, fu presa da un subitaneo sconforto, da un avvilimento strano.
L'accoglienza dello zio Diego fu affettuosissima. Egli non finiva mai di scusarsi per averla fatta aspettare e mentre "valendosi dei suoi diritti" le baciava galantemente la mano, metteva immediatamente a disposizione dell'adorabile nipotina la propria casa, la propria persona ed anche il proprio cuore, "pur troppo sempre giovane, anche fra le brine e fra le nevi della cadente età!"
Ma nemmeno le cerimonie nè la parlantina espansiva del marchese ebbero virtù di rinfrancarla; e quando, in fine, dovette palesare il motivo di quel suo viaggio. Angelica si sentiva debole, confusa e non sapeva più trovare nè l'energia che fino allora l'aveva sorretta, nè gli argomenti che prima le sembravano i più efficaci. Tuttavia, un po' balbettando, un po' singhiozzando, riuscì a mettere a parte lo zio della trista condizione in cui si trovavano; e gli riferì sinceramente il colloquio avuto col Barbarò, tacendo solo dell'offesa che avea patita e che non si sarebbe degnata di ripetere.
Il marchese intanto continuava a sorridere mostrando i bei denti finti e guardando Angelica cogli occhi languidi, mentre le accarezzava una mano affettuosamente; poi,—cara mia,—le rispose, sempre colla più squisita affabilità,—tu sai bene che io non sono molto ricco; ho appena lo stretto necessario per i bisogni miei, e se dovessi pagare i debiti di tuo marito, allora capirai, bella nipotina, invece di uno, si sarebbe in due a non averne più abbastanza!
Che cosa si poteva rispondere ad una logica tanto stringente nella sua forma più amabile? Nulla; e così fece la povera Angelica. Essa chinò il capo e nascose la faccia contro il cuscino del canapè balbettando, fra i singhiozzi:—povero figliuolo mio!... povero il mio figliuolo!
Il marchese Diego la rimproverò allora dolcemente perchè si crucciava in quel modo, a rischio d'ammalarsi, e la fece star ritta col capo, perchè non le venisse l'emicrania.
—Coraggio, nipotina mia! non piangere così! Non voglio vederli colle lacrime que' tuoi occhioni belli! Pensa, cara, pensa che tutte le disgrazie di questo mondo (pur troppo parlo per esperienza) ho veduto che hanno sempre due facce come il Giano Bifronte. Bisogna dunque, se ce ne capita una, guardarla subito dalla parte buona.... e se ciò non è possibile, aspettare che si volti! Intanto ecco, per esempio, un primo conforto: il nostro nome, che giustamente ti sta molto a cuore, come a me del resto, perchè se fosse in ballo l'onore del nome ti prego credere che, occorrendo, venderei anche i cavalli, il nome dunque rimane puro da ogni macchia. Non avete da pagarlo fino all'ultimo soldo quel.... quel Barbò.... quel Barabò.... insomma quel vostro imbroglione?
—Sì.... ma.... il decoro....
—Il decoro, sta bene, ma per mantenersi con decoro non è necessario rimanere a Villagardiana, come vorrebbe farti credere tuo marito. In quanto poi all'avvenire di Stefanuccio.... Ma non ti ho domandato ancora se preferisci far colazione subito, o aspettare sino alle dodici, che dev'essere, mi pare, la tua ora solita?
Angelica rispose ch'era indifferente, che non aveva proprio bisogno di nulla, e allora il marchese suonò e ordinò al cameriere che la colazione fosse pronta per il mezzogiorno. Poi continuò a parlare girando per il salottino e prendendo qua e là dai vari vasetti alcuni fiori coi quali cominciò a fare un mazzolino per l'Angelica.
—Dicevo dunque che all'avvenire di Stefanuccio ci penserò io. Stefanuccio sarà.... il più tardi possibile, speriamo, sarà il mio erede e.... Sicuro, nipotina mia, tu che hai tanto criterio, troverai prudente che anche per questo riflesso io non debba intaccare il mio patrimonio.—Così dicendo lo zio Diego aveva unita una rosa con un ramettino di vaniglia e la mostrava all'Angelica.
—Guarda che bella rosa!
—Bellissima!—rispose la marchesa col viso ancora stravolto e pensando a tutt'altro.
—È del giardino della Ninì Airaldi. Sai, la Ninì non è più bruna; è ritornata da Parigi coi capelli chiari, quasi biondi, e ha finito tutto col Manolo Visconti. Adesso, chi le fa la corte è il Gigino d'Atri, e siccome tutti e due sono ufficiali di cavalleria, così a Milano la chiamano la bella saura!
Angelica sorrise perchè lo zio rideva, ma senza badare a ciò che aveva detto.
—Dimmi un po',—ripigliò il marchese dopo un momento, staccando alcune foglioline da un ramoscello di giranio,—e la tua dote?... la dote è inalienabile.
—Il babbo mi ha assegnato poco di dote: avrò tre.... quattromila lire all'anno.
—Male, malissimo.... Mah!—e lo zio Diego sospirò, tagliando con una piccola forbice i gambi del mazzolino—quel tuo genitore è sempre stato un famoso egoista!... Per altro di tutta la sostanza Castelnuovo dovrà rimanerti ancora qualche cosa?
—Sì.... quaranta.... cinquantamila lire....
—Ahi! Ahi!... Poco più di quanto spendevate in un anno?
—Sicuro....
Il marchese tornò a sospirare e offrì il mazzolino alla nipote che lo infilò nell'abito, mormorando a capo chino e con la voce spezzata di chi non spera più nulla:—Dunque.... devo proprio ritornare a Villagardiana senza.... senza nemmeno una parola per.... per confortare Alberto?...
—La parola, bella nipotina, che devi dire da parte mia a quel tirannello balordo di tuo marito è una sola: Asino!... e ti prego di non dimenticarla: Asino, Asino e caparbio!—soggiunse il marchese, senza riscaldarsi, colla solita flemma, sorridendo sempre, mentre tornava a sedere sul canapè, vicino all'Angelica.
Ci fu un momento di silenzio: lo zio Diego prese ancora una mano alla marchesa, l'accarezzò ninnolandosi co' suoi ditini affusolati, e la baciò.
—Allora senti, figliuola mia, che cosa si potrebbe combinare: io sarei disposto ad assumere.... l'educazione di Stefanuccio.... Quanti anni ha il nostro caro bambino?
—Sette anni.... a momenti....
—Sette anni?!—esclamò il marchese maravigliato....—Come vola il tempo, Dio buono!... Sette anni!... Hai già un figlio di sette anni?... A vederti, nessuno lo direbbe. Sembri ancora una ragazza; uno splendore di ragazza!... Dunque.... sicuro; dicevamo che fra un anno o due, si potrebbe mettere Stefanuccio in un collegio... Nel collegio militare, per esempio. La carriera militare è ancora la più conveniente al suo nome e al suo stato; ed io m'incaricherò di tutto.
—E.... adesso?—balbettò Angelica guardando ansiosamente lo zio.
—Adesso potreste andar al mare tutti insieme, per un po' di tempo. L'aria marina, chi sa, farebbe bene anche a tuo marito....
—E.... e poi?
—E poi, dopo, se ti piace, potrei mettere a vostra disposizione la mia villetta di Gallarate. Intanto cercate di andare avanti col piccolo capitale che vi rimane, facendo, s'intende, le maggiori economie.... quando poi non ce ne sarà più.... ne riparleremo.... Ma bada, figliuola mia, che, assolutamente, devi prender tu le redini della casa. Tuo marito non ha testa: hai veduto; s'è messo nelle mani d'un usuraio, d'un birbaccione che lo ha rovinato. Sai, sul conto di quel vostro Barbò.... Barabò.... Barabao.... non ricordo mai come si chiama, se ne dicono di tutti i colori. Alcuni pretendono, figurati, che abbia fatto anche la spia: queste, magari, saranno esagerazioni; ma è certo uno strozzino di prima forza; e se devo parlarti proprio chiaramente, io non venivo nemmeno più a Villagardiana per non trovarmi con.... con una canaglia come quella.
Poco dopo l'orologio del salottino suonò le dodici e comparve sull'uscio il cameriere, che dopo fatto il solito inchino, sollevò la portiera:
—Oh, senti?...—esclamò allegramente il marchese.—Suona mezzogiorno! Andiamo dunque a far colazione e bando alle malinconie!
Così dicendo offrì il braccio colla solita galanteria all'Angelica, e passarono insieme nella sala da pranzo: di affari non se ne parlò più.
Durante la colazione lo zio Diego, mentre mangiava con buonissimo appetito, riferì alla nipote che, pallida, cogli occhi rossi e col petto gonfio pur qualche volta si sforzava di sorridere, tutti i pettegolezzi del bel mondo milanese; discorrendo di mode, di cavalli, di spettacoli, proprio come se Angelica avesse fatto quel viaggio per suo divertimento. Poi fece attaccare il landò scoperto per accompagnarla in pompa magna alla stazione e volle fermarsi a tutti i costi dal Cova, col rischio di farle perdere la corsa, dove prese una bellissima scatola di dolci da "portare a Stefanuccio con tanti bacini dello zio di Milano."
XII.
Quando Angelica ritornò a Villagardiana colla scatola di dolci e la risposta dello zio, Alberto, come al solito, si sfogò prendendosela con lei. "Era stata sempre una visionaria.... Non sapeva far altro che sciocchezze!... Non glielo aveva cantato cento volte che a voler sperare nello zio Diego era tempo perso? Ma lei no; era dura di bocca, non si poteva domare, e mentre la casa era sossopra lei pigliava una scusa qualunque per andar a viaggiare e a divertirsi!..." E vedendo che Angelica, senza rispondergli, cominciava a ordinare e a disporre i preparativi per la partenza di tutta la famiglia da Villagardiana, egli strillò ancora più forte e infuriato le tirò contro i cuscini della carrozzetta, il tappeto del tavolo, tutto quanto aveva sotto mano. "Era lui solo, che aveva il diritto di comandare! Non era in quel modo che si dovevano trattar gli affari! Voleva vedere i conti! Voleva parlare coll'avvocato!... Voleva restare a casa sua!"
La marchesa lo lasciò dire e fare, ma si mantenne inflessibile. Essa aveva già telegrafato a Brescia al loro avvocato perchè venisse subito a Villagardiana e avrebbero avuto tutto un giorno, e anche due, e anche tre, occorrendo, per potersi intender bene con lui. L'avvocato, ch'era pure un vecchio amico della famiglia, doveva poi sovvenire una piccola somma in acconto dell'attivo che sarebbe loro rimasto, per far fronte alle prime spese dello sgombero e del viaggio.... Ma si doveva partire assolutamente. "Per quanto il.... quell'uomo avesse esagerato, era certo, tuttavia, che Villagardiana non la potevano più tenere; dunque.... si doveva partire al più presto possibile!..."
Questa fermezza che al marchese Alberto pareva irragionevole e crudele, quanto costava al povero cuore di Angelica! Il dover abbandonare—e abbandonare per sempre—Villagardiana, la sua casa, dove aveva tutte le memorie soavi e dolorose della vita; dove era morta la sua mamma, dove era nato il suo bambino, dove incominciavano i primi ricordi dell'infanzia e dove.... dove c'era anche l'ultimo ricordo, quello che allontanandosi a mano a mano nel tempo, invece di dileguarsi si faceva più vivo.... dove c'era la loro stradetta tutta verde e fiorita dinanzi al bel lago azzurro.... Oh! il dover abbandonare Villagardiana era per il povero cuore di Angelica uno strazio senza nome!
Essa aveva molto sofferto, aveva molto pianto in quella casa; e il luogo che ha veduto le nostre lacrime, che ha udito i nostri singhiozzi, ci è caro come una parte di noi, ci è sacro come il santuario dell'anima nostra! E Angelica doveva abbandonarlo nelle mani del Barbarò il santuario dell'anima sua!... A questo pensiero la poveretta sentiva ancora il bruciore dei baci che la facevano rabbrividire. Essa, così gelosa, per un intimo senso di verecondia e di dignità, di tutto ciò che la circondava e che le apparteneva strettamente, vedeva il signor Pompeo passeggiare da padrone fin nella camera sua! Lo vedeva frugare con una curiosità villana in quel piccolo mondo così pieno della sua vita e della sua tenerezza; lo vedeva mutare, buttar tutto sossopra, e le pareva che le cose più care dovessero essere sensibili a quella profanazione e le guardava lungamente, intenerita e addolorata. Certo, avrebbe raccolto e portato via tutto ciò che la toccava più da vicino.... ma pure, quanta parte di sè sarebbe rimasta in quelle mani. "E il Barbarò" pensava "l'uomo abietto e maligno, l'aveva veduta con Andrea; possedeva il suo segreto!... E se per vendicarsi lo svelasse a.... a qualcuno?... Facesse pure; le azioni di quel malvagio non la toccavano."
Angelica non lo temeva; fra tanti dolori, fra tante angosce ci pensava soltanto adesso, per la prima volta, alle minacce di quell'uomo; ma non voleva curarsi di lui anche sapendo che le poteva far molto male. Non era un uomo; era un rettile schifoso. Poteva morderla perchè essa non era forte abbastanza per ischiacciarlo; ma pure non ci voleva pensare; non voleva nemmeno pregar Dio che la salvasse da lui; aborriva persino di mescolare l'immagine di quell'essere odioso alle sue orazioni.
E più della paura di Pompeo la tormentava il dubbio, che di tanto in tanto le si affacciava alla mente, di poter essere stata tradita da Donna Lucrezia. Ma era un dubbio tanto orribile e le faceva apparire il mondo tutto così tristo che lo ricacciava subito spaventata. No, no; essa voleva conservare la sua fede, le sue illusioni a costo anche di essere ancora tradita!... Fra tutti coloro che la circondavano non ci doveva essere stato altri di tristo che il Barbarò. Pure, da quel giorno funesto, non avea più riveduta Donna Lucrezia, che era stata prima a letto col dolor di denti poi, mentre Angelica aveva fatto la sua corsa a Milano per parlare collo zio Diego, in fretta e in furia era partita anch'essa con un'altra corsa, dicendo a tutti che avea ricevuta una lettera in cui l'avvertivano che la Filomena era ammalata. "Figurarsi! L'appartamento era tutto aperto; le chiavi del guardaroba e dell'argenteria erano in mano della portinaia; una pettegola smorfiosa che avrebbe approfittato dell'occasione per ficcare il naso da per tutto!" Era partita sola, affannata, senza la Mary e promettendo al marchese che sarebbe ritornata "quanto prima."
—Ebbene—pensò Angelica fra sè, per un momento, dopo che Alberto le ebbe riferito ciò che la Balladoro gli aveva detto nel salutarlo—ebbene, passando da Milano condurrò io in persona la Mary da Donna Lucrezia, e vedrò dal suo viso se proprio è stata lei che m'ha tradita!
Ma in breve tornò a pentirsi e a provare rimorso de' suoi sospetti. "Non doveva supporre la Balladoro così abietta; non ne aveva diritto!... E poi, se proprio avesse pensato di tradirla, non poteva approfittare della lettera, fingendo che l'una o l'altra si fosse smarrita?... Invece gliele aveva consegnate tutte puntualmente! E, in fine, a che pro doveva tradirla? Perchè?... Essa non aveva fatto altro che del bene a Donna Lucrezia.... No, no! Era ingiusta coi suoi sospetti! E questa persuasione alleggeriva di un gran peso l'animo fiducioso di Angelica, e subito pensava che cosa avrebbe potuto fare per Donna Lucrezia, volendo quasi compensarla dell'ingiusto suo dubbio."
—Intanto, per altro, e senza perder tempo—continuava a riflettere Angelica—avrebbe dovuto avvertire Andrea che non le mandasse più le lettere a Padenghe, e che prima di scriverle ancora, aspettasse le notizie e le istruzioni ch'essa avrebbe trovata la via di fargli giungere appena potesse.... Dio, Dio! quanti avvenimenti, quante disgrazie erano accadute proprio in quel giorno.... il primo, il solo in cui si erano riveduti!... Come già aveva dovuto scontarlo quel barlume di felicità.... E se tutto ciò non fosse altro che un avvertimento divino?... Se fosse la punizione della sua colpa?
Angelica, a tale idea, rimase un po' scossa e impaurita, ma poi stringendosi nelle spalle, alzò rassegnata al cielo i suoi occhioni dolcissimi, in cui fra la mestizia scintillava un raggio d'amore.
"Ormai aveva promesso: sempre.... sempre, a qualunque costo!"
E così, ripensando ai giuramenti fatti e ricevuti, e alle appassionate parole di Andrea, Angelica, dimentica d'ogni altra cosa, cedette all'imagine che l'attraeva e alla seduzione che le penetrava nello spirito e nel sangue con un languore invincibile. Vedeva ancora gli occhi innamorati che la fissavano sfavillanti di tenerezza, e le pareva di essere avvolta dalla loro luce, di essere riscaldata dal loro calore, mentre la cara voce, morbida e insinuante, rendeva più forte quel fascino, rendeva più soave quell'estasi. Allora, per un momento, sentì come diffondersi intorno l'infinita serenità di quella tepida mattina così piena di sole e d'amore; sentì inondarsi l'anima della grande felicità che le era apparsa in un sogno incantevole; e come i neri fantasmi della notte si dileguano al sorgere lieto dell'aurora, così tutti i suoi dolori, tutti i suoi timori si acquetavano, si allontanavano e svanivano a poco a poco....
Ma il mondo, che Angelica voleva dimenticare, si ricordava invece sempre di lei; e il giorno stesso in cui i Collalto dovevano partire da Villagardiana capitò una lettera anonima al marchese Alberto, colla quale si avvertiva che sua moglie "aveva una tresca con un capitano d'artiglieria, che veniva apposta da Brescia per trovarsi con lei nei boschetti solitari o nei casolari abbandonati."
—Buffone!—mormorò il marchese che indovinò subito da chi gli doveva arrivare quella lettera.—Buffone!... non le sa nemmen fare le bricconate!
E il brutto tiro del signor Pompeo, perchè era proprio stato lui a fare scrivere l'anonima da uno scritturale dell'Agenzia Micotti, ottenne tutt'altro effetto da quello sperato.
La gelosia del marchese, sempre pronta ai sospetti più strani e assurdi, rimase invece indifferente, per una contradizione naturale al suo spirito debole e sconvolto, di fronte a quell'accusa troppo specificata, e il suo cuore, come se si destasse allora dopo un lungo sopore, provò, insieme a un impeto d'ira contro la calunnia ignominiosa, anche un senso di compassione per la sua povera moglie, tanto buona e tanto infelice.
—Povera donna!—e per un attimo gli si affacciò alla mente, come rischiarata, la figura di Angelica, bella e soave nella sua compostezza tranquilla; sempre così sicura di sè, così infaticabile e paziente e sempre piena di cure amorose.—Povera donna!... E mentre, sdegnato, s'infuriava contro la delazione falsa e iniqua, e contro l'enorme ingiustizia, sentiva pure, per naturale conseguenza, quanto lui stesso, e ben sovente, fosse stato ingiusto e inumano con lei, e se ne pentiva. Quelle parole "aveva una tresca" erano poi tanto volgari nella loro perfidia, che non avrebbero potuto mai, in nessun modo, suscitare la sua gelosia per quanto credula; ma soltanto offenderlo gravemente, per la grave offesa fatta a sua moglie.
—Anche questa lettera anonima è da mettere in conto per quando avrò le gambe buone!—mormorò cercando di calmarsi e immaginò che "quel turpe uomo del sor Pompeo" avendolo sentito spesso fare sfuriate di gelosia contro Angelica, e non accorgendosi che erano soltanto i nervi che lo facevano strillare, aveva pensato quel tiro vigliacco e birbone per vendicarsi di lei e della buona lezione che gli aveva data.
—E mi crede poi tanto cretino da lasciarmi infinocchiare così goffamente!—E il marchese si adirava contro "il sor Pompeo" anche perchè questi pareva lo stimasse un gonzo, un balordo; e così un senso d'amor proprio lo spingeva vie più ad essere e a mostrarsi indifferente per quella letteraccia.
—Un capitano d'artiglieria!—borbottava mettendosi quasi di buon umore.—Come mai quel villan rifatto è andato a pescare un capitano d'artiglieria? Mia moglie non ne conosce neppur uno!... E poi, essa non vede mai anima viva; e poi sono proprio io quel certo tomo che le lascia il tempo di smarrirsi nei boschetti solitari, o nei casolari disabitati!... Un capitano d'artiglieria che viene apposta da Brescia!... E non sa, il gaglioffo, che Angelica ha fatto foco e fiamme per partir subito da Villagardiana, e andare il più lontano possibile!... Povera Angelica.... È proprio disgraziata!... Ma non deve saper nulla di questa lettera.... le farebbe troppo male. In questo momento poi, ha già tanti dolori, tante amarezze.... Povera Angelica!—e il marchese Alberto abbruciò la lettera senza parlarne mai con nessuno, e quando la moglie entrò in camera le disse, per la prima volta, alcune parole buone di conforto, stringendole la mano con gentile premura.
Quanto poi al viaggio che dovevano fare, il marchese Alberto aveva finito coll'esserne contentissimo. Il medico, per compiacere alla marchesa, gli aveva assicurato che l'aria marina lo avrebbe rimesso in salute e perciò, dopo aver tanto gridato e smaniato, adesso che tutti erano in lacrime per il dolore di quella partenza (compreso Stefanuccio stizzito contro la mamma, che non voleva prendere col bagaglio anche la mucca bianca del fattore) egli solo rideva e scherzava nella sua carrozzetta; e se qualche volta brontolava, era per dire che appena avesse riacquistato le gambe, sarebbe ritornato sul lago per aggiustare certi conti nei quali l'avvocato non ci aveva da entrare.
Il signor Pompeo, frattanto, nascosto dietro le persiane socchiuse di una stanza del suo quartierino, stava quasi tutto il giorno attento e ansioso a spiare i preparativi di quella partenza, e pensava all'effetto che avrebbe dovuto produrre la lettera anonima. Si rodeva di non poterne saper nulla di preciso; ma la Balladoro, "maledetta lei!" era proprio partita in que' giorni. Se fosse stata ancora a Villagardiana egli l'avrebbe istruita opportunamente, sicchè gli avrebbe potuto riferire tutte le scene che immaginava dovessero accadere fra marito e moglie. Tuttavia era sicuro di essersi vendicato bene.—Il Collalto—pensava—è geloso come una bestia, e se anche colle smorfie e i piagnistei quella fintaccia riuscirà per il momento a dargliela a bere, egli d'ora in poi starà in guardia, e madama farà presto la frittata!
—Ah, ah!... e non è tutto, cara!—borbottava fra sè, arrabbiandosi sempre più, ogni volta che vedeva Angelica uscir nel cortile per dare qualche ordine alla gente che caricava la roba.—Tu speri di sfuggirmi di mano?... T'inganni, bella mia; le mani del signor Pompeo hanno le unghie lunghe, e ti acchiapperò sempre anche se scappi in capo al mondo. Non sono contento finchè non avrò mortificata la tua superbia; finchè non ti vedrò lì, prostrata a' miei piedi, a gemere e a raccomandarti!... Buon viaggio; buon viaggio, madama!... Ma ci rivedremo ancora, sai?!... Oh, se ci rivedremo!
Tuttavia, quantunque il signor Barbarò cercasse di sfogarsi col pensiero della vendetta, que' bauli, quelle casse che vedeva ammontare sopra il carro gli mettevano addosso, in mezzo a tutto il suo gran furore, anche un senso di pena.
"Partiva.... non voleva proprio saperne di lui!... Lo aveva respinto, scacciato!... Partiva fiera, sicura, inflessibile; senza esitare, senza dire una parola, senza umiliarsi.... Anzi, pareva più superba!... Come doveva amarlo quello spiantato per sacrificargli tutta la sua vita! E come l'amore in quella donna, sotto quella corteccia fredda, impassibile, doveva essere strano, appassionato, ardente!..." e il Barbarò ricordava e ripeteva fra sè le parole dette dalla marchesa al Martinengo: Morirei!... Morirei!... "Chi sa? La matta, sarebbe forse capace di morir per davvero!... E Villagardiana?..." Figurandosela vuota come doveva restare dopo la partenza della marchesa, Villagardiana gli sembrava meno bella e meno ridente. Ma lui, non avendo più impicci, avrebbe disfatto mezzo il giardino per coltivarlo a viti, chè voleva gli fruttasse anche quello. E intanto si era fermato sopra pensiero a rodersi le unghie, quando fu scosso da un rumore di passi e dalla voce di Giulio che entrava nella stanza.
—Che vuoi?—domandò Pompeo al figliuolo, con un fare molto seccato, e senza muoversi dalla finestra.
—Volevo.... volevo parlarti....
—Chè! Adesso non è il momento; non ne ho voglia. Parlerai stasera, a tavola!
—Scusa, babbo, ma.... occorrerebbe proprio che ti parlassi ora, subito....
Sebbene la risposta fosse data colla solita timidezza rispettosa e quasi paurosa, l'ardire stesso di quell'insistenza fece colpo sul Barbarò che scostandosi dalla finestra e fissando Giulio maravigliato, gli si avvicinò domandandogli piano:
—Che c'è?
Giulio, cogli occhi bassi, un po' tremante e tossendo prima per schiarirsi la voce che non gli voleva uscire dalla strozza, balbettò in fretta, quasi col timore che l'altro lo fermasse a mezzo:
—Volevo dirti se non sarebbe il caso, visto che i Collalto sono anche parenti della signorina Mary, di cercare di.... di aiutarli.
—Aiutarli?—domandò il signor Pompeo sgranando gli occhietti.—Aiutarli?... In che modo?
—Io e la signorina Mary,—rispose Giulio parlando ancora più in fretta e colla voce sempre più soffocata,—siamo disposti a tutti i sacrifici possibili per aiutare la marchesa Angelica, e occorrendo, pur di raggiungere questo fine, ti abiliterei anche a... a impiegare la mia parte del.... la mia parte di....
—La tua parte?—interruppe ancora il Barbarò che non capiva, o voleva fingere di non capire.
—La mia parte di.... del patrimonio che mi hai fissa.... che vorrai assegnarmi.—Il povero ragazzo non aveva più fiato.
—Benissimo!... Si comincia a fare i conti a babbo morto?...
—No, no; non volevo dir questo!—esclamò Giulio vivamente.
—Allora t'insegnerò, cara la mia marmotta—seguitò Pompeo riscaldandosi e senza dargli retta—t'insegnerò a non dir quattro finchè non è nel sacco; cioè ad aspettare alquanto prima d'allungar le mani sulla roba di tuo padre, perchè potresti correre il rischio di rimanere con un palmo di naso!... Non devi dimenticare che alla tua età io mi guadagnavo il pane, e che tu invece trovi sempre la minestra scodellata. Non devi dimenticare che ti ho data un'educazione che mi costa un occhio; che ti mantengo come un milordino; e che sono tanto babbeo, da chiuder un occhio sui tuoi capriccetti, benchè mirino a tirare in casa una gonnella senza un soldo di dote.... Ma, ohi, adagio, compare!... Non bisogna approfittarsene troppo della mia bontà! Aspetta, aspetta prima di reclamare la tua fetta di torta, per il gusto sciocco di cavar la fame ai disperati! Non so ancora, alla mia morte, se e quanta ce ne sarà; ma per altro quel poco che ci sarà (se ci sarà) è sangue mio; è frutto dei sudore della mia fronte; e siccome con te ho già fatto più del dovere, così sta sicuro che se continuerai in questo bel modo a darmi prova del tuo amore al risparmio, avrò premura, prima di crepare, di non lasciarti neppur il becco d'un quattrino!
—Scusami, babbo,—rispose Giulio mortificato,—sono un po' confuso, te lo confesso e non mi sarò spiegato bene!
—Ti ho fatto insegnare il greco, il latino, un monte di storie, e non sei buono a farti capire?... Per Dio, gli ho spesi bene i miei danari!
—Scusami, babbo,—ripetè Giulio facendosi coraggio,—tu un giorno hai dichiarato alla signora Balladoro che se si poteva combinare il matrimonio fra me e la signorina Mary, saresti stato disposto a fissarmi un buon assegno....
—Ho detto "un assegno conveniente"—interruppe il Barbarò di malumore—cioè proporzionato non ai fumi degli Alamanni, ma alla nostra condizione.
—Ebbene—concluse il buon ragazzo risolutamente—la signorina Mary mi ha promesso di.... di corrispondere alla mia affezione e di rinunciare a qualunque assegno, purchè si possa aiutare i Collalto.
—E tu le hai risposto?
—Che ti avrei pregato e supplicato per ottenere il tuo assenso.
—Bravo merlo!...—E con queste idee hai in animo di prender moglie, e vorresti mettere su casa e piantar famiglia? No, caro; non sarò io tanto matto da permetterlo! Va', va' a cantar poesie al sole e alla luna! Va', va' a fare lo stragavante!... Del resto—continuò sogghignando—non capisco perchè la signorina Mary, tanto prodiga coi danari miei, non pensa invece colle proprie economie a soccorrere i nobili parenti!
—Piange sempre, e si dispera, appunto per non poterlo fare.
—Oh poverina!—esclamò il Barbarò con finta compassione.
—Ma—continuò l'altro—tutta la rendita della signorina Mary è appena sufficiente, avendo essa da mantenere anche la zia Balladoro.
—Ah, ah!—soggiunse il signor Pompeo sempre con tono ironico—è dunque colle sue rendite, che la signorina Alamanni mantiene sè e la vecchia?
—Sì; e lo può fare soltanto perchè il signor Francesco Alamanni le ha ceduta anche tutta la sua parte.
—Ebbene, allora ti dirò che la tua contessina delle smorfie è in grande errore; e ne sono dispiacentissimo perchè ciò mi prova una volta di più che ha il cervello sopra la berretta; che non si cura mai della casa, e che non sa fare i conti!... Se leggesse un po' meno romanzi e badasse un po' più alla cucina e al guardaroba, capirebbe subito che i pranzetti e i cappellini suoi e della vecchia importano una spesa molto superiore alle sue rendite. E sai chi ha la dabbenaggine di buttar più di seimila lire all'anno per mantenere in lusso l'illustrissima signorina? È questo vecchio avaro che non vuol pagare col sudore della sua fronte i debiti fatti nelle bische, o colle sgualdrine dal nome in offe o in iffe....—Sì, sono io; io che lavoro giorno e notte; io, l'uomo senza cuore: ma che sacrifico seimila lire, e più, all'anno per una promessa fatta alla tua povera e santa madre,—il Barbarò alzò gli occhi al cielo,—a lei che in vita aveva adorata la signora Lucia, e che al letto di morte volle raccomandarmi di assistere la figliuola!—E siccome Giulio, a questo punto, rimaneva col capo chino, il signor Barbarò glielo fe' rialzare dandogli una manatina sotto il mento e dicendogli con enfasi:
—Guardami in faccia, e impara come son fatti i galantuomini!
—Oh babbo mio,—rispose l'altro commosso—non ho mai dubitato del tuo cuore!
—Lo credo bene, quantunque—e il signor Pompeo fece un altro sospiro—sia sempre stato il mio destino di seminare benefizi e raccogliere ingratitudine!... Ma tuttavia senti un po',—continuò facendosi più insinuante,—se credi proprio che la Mary voglia metter muso perchè non siamo disposti ad andare in malora noi, per impedire che ci vadano i suoi nobilissimi cugini, allora spiegale un po' questo imbroglio delle seimila lire e vedrai, minchioncino, vedrai che tornerà subito subito a farti il bocchin di zucchero!...
—Oh no, no!—esclamò Giulio spaventato.—Darei troppo dolore, troppa mortificazione alla signorina Mary, così fiera e disinteressata. No, no; ti prego, babbo, promettimi, giura, che non saprà mai ciò che ti deve!
—Giurare? un corno! Io non giuro quando non sono obbligato. Farò, secondo i casi, ciò che mi parrà più conveniente. E in quanto a te, invece di lasciarti pigliar per il naso da quella vanesia, tutto fumo e niente arrosto, dovresti cominciare a farti valere e a governarla a bacchetta, perchè, ricordati, guai se le donne alzano la cresta! Dovresti inspirarle un po' di amore all'economia e anche, a dirla schietta, un po' di rispetto e di gratitudine per il suo benefattore. E adesso.... non ho altro da dirti. Siamo dunque intesi, e puoi andartene pe' fatti tuoi. Ti aggiungerò, per un di più, che se anche volessi aiutare il Collalto non potrei. Siamo in rotta perchè la marchesa è una matta (e sarà bene, anche pei cattivi esempi che le potrebbe dare, che la Mary se la tenga alle larghe) e perchè il marchese Alberto è un burattino. Ormai gli affari nostri sono in mano degli avvocati, e non sono stato io il primo, lo dico a scarico di coscienza, a voler venire a questi estremi. Vattene dunque: non posso perdere dell'altro tempo perchè ho molto da fare!
—Scusa, babbo, ancora due parole sole—insistè Giulio ormai risoluto a combattere fino all'ultimo.—Tu forse non hai pensato a una cosa?
—Ahuf!... A che cosa?—domandò Pompeo sbuffando.
—La gente, che non guarda tanto pel sottile, potrebbe forse mormorare che anche tu... con una cattiva amministrazione... hai finito per mandare in rovina il Collalto.
—Non dire stupidaggini, sciocco! Sta' a vedere adesso che, per le chiacchiere della gente, dovrò buttare i danari dalla finestra, dovrò pagare i debiti degli altri!—e il signor Pompeo ricominciò a riscaldarsi.—A me, sai, i debiti, non me li ha mai pagati nessuno! E quando, ancora ragazzo quasi, fui tradito dai miei parenti, che senza curare la mia educazione, come ho fatto io per te spendendo un patrimonio, non pensavano ad altro che a mangiare e bere, e poi mi lasciarono nudo al mondo, come mi avevano fatto, credi tu che mi sia riescito d'inspirare pietà ad un cane? No, mai! Sono stato messo anch'io fuori di casa, perchè non avevo da pagare la pigione!... E il mio creditore, un giorno che non dimenticherò campassi mill'anni, mi ha insultato in mezzo di strada, mi ha preso per il collo, voleva mandarmi in galera! Capisci, poeta? Capisci, marmotta, che cosa vuol dire il non aver quattrini?!...—E il Barbarò cogli occhi torvi camminava su e giù per la camera, smaniando affannato.
Giulio, vedendolo col viso stravolto, e ingannandosi sulla causa di quella commozione, gli corse vicino come per abbracciarlo; e prendendogli una mano e stringendola con effusione:—Ebbene—gli disse, quasi piangendo—se gli altri furono malvagi, noi mostriamoci umani, e così sarà più contento il nostro cuore, e sarà più benedetto e onorato il nostro nome!
—C'è una sola contentezza a questo mondo: dominare e schiacciar gli altri sotto i piedi. C'è un solo modo per essere onorati: avere il borsellino pieno!—rispose il Barbarò sciogliendosi con uno spintone dalla stretta del figliuolo.
—La gente—soggiunse poi più calmo—troverà sempre da mormorare sul conto di chi ha fatto fortuna, perchè la gente è invidiosa; ma è molto meglio essere invidiati che compatiti, e mentre mormorano ti fanno di cappello!
—No, babbo. L'opinione pubblica sa distinguere i galantuomini.
—Finiscila, via; non sai dire altro che bestialità!—Ma passato il primo impeto d'ira, il signor Pompeo volle provarsi a convincere il figliuolo, e crollando il capo e guardandolo con aria di compassione ricominciò:—Sì, l'opinione pubblica sa distinguere i galantuomini, ma non già come credi tu, povero orbo!... Avevo la tua età, press'a poco, quando mi sono trovato testimonio a un certo fatto, che mi fece aprire gli occhi sui giudizi dell'opinione pubblica intorno ai galantuomini. Ero a Milano, e attraversavo una mattina presto la piazza del Duomo, quando a un tratto vedo venire avanti una frotta di gente e in mezzo un signore, una persona civile, fra due gendarmi (allora invece dei carabinieri c'erano i gendarmi) e seguìto da una bella giovane, ch'era poi sua moglie, e da un bambino, il suo, che strillavano con quanto fiato avevano in corpo. Era un orefice che aveva il suo negozio sotto il Coperto dei Figini... che adesso hanno demolito, colla scusa di allargare la piazza, per buttare al diavolo il pubblico danaro! "Che cosa ha fatto?" chiesi ad uno dei tanti che stavano colla bocca aperta a guardare; "ha rubato?"—"Chè," mi fu risposto, "è un fior di galantuomo!"—"E allora perchè lo mettono dentro?" esclamai maravigliato.—"Perchè? perchè i galantuomini sono coloro che sanno rubar be...." Ma il Barbarò a questo punto, sebbene trascinato dall'onda dei ricordi, si fermò, e fu in tempo a correggersi. "Perchè è un minchione" riprese; "e in galera ci sono più minchioni che ladri." Io, che non ero uno scemo come te, ho capito l'antifona e ho approfittato della lezione; e tu dovresti imitarmi; cioè, guardarti bene nello stesso tempo dall'essere un ladro, e dall'essere un balordo. Vedi, io non commetto e non commetterò mai la minchioneria di sacrificare il mio interesse per aiutare chi non lo merita; ma mi vanto per altro di essere un galantuomo, perchè i registri dell'amministrazione sono in perfetta regola, e stanno a far testimonianza del mio operato....
—Oh lo credo, lo credo, babbo mio!—esclamò Giulio vivamente.
—E allora abbi fede in tuo padre, e lascia gridare la gente. Scendi un po' dalle nuvole, e impara a conoscere il mondo nel quale devi vivere! Abbi fede in tuo padre, e cerca di aumentare sempre la roba tua; abbi fede in tuo padre, e pensa che il danaro se non è tutto al mondo, è per lo meno la base, il fondamento di tutto: della famiglia, della felicità, dell'onore, dell'amore.... Sì, anche dell'amore! E invece di fare quella faccia stranita, dovresti riflettere bene che anche la signorina Mary, con tutta la sua aristocrazia, non sposerebbe mai il figlio di un...—Pompeo s'interruppe subito prima di dire portinaio—di uno che si è fatto da sè, se non avesse forse la speranza, un giorno o l'altro, di poter marciare in carrozza!
—Oh no, babbo! Non dire così!—proruppe Giulio arrossendo, e con un lampo di collera negli occhi solitamente tanto miti e riguardosi.—Lasciami le mie illusioni, se sono tali! Le preferisco, le preferirò sempre a tutte le tue ricchezze!
—Bravo, marmotta! Così finirai all'ospedale!
—E non potrebbe illudersi invece chi crede che l'anima di tutto al mondo, della famiglia, dell'onore, dell'amore, della felicità non sia proprio altro che il danaro? In tal caso, illusioni per illusioni, preferisco le mie. Almeno, anche nel giorno del disinganno mi sentirò superiore a coloro che mi avranno tradito, e avrò il diritto di compiangerli!
—Bravo! E questa bella consolazione ti darà da sfamarti! Ma dove, e da chi hai imparate tante minchionerie? Da tuo padre no di certo; dal maestro che t'ho dato nemmeno, perchè lo Zodenigo se fa dei sonetti quando è invitato a pranzo da Donna Lucrezia, nella vita pratica sa essere un uomo di proposito. Dunque?...—E il Barbarò lo guardava fisso col desiderio di pigliarlo a scappellotti; ma poi, vedendo che il figliuolo, toccato sul vivo nel suo affetto per la Mary, si mostrava disposto a sfidare la sua collera, si contenne, non senza fatica, e mormorò col risolino beffardo:
—Ah, ah, non vuoi credere alla mia esperienza?... Non vuoi credere che il danaro sia tutto a questo mondo? L'onore, l'amore, la felicità, la famiglia?
—No, no, no!—ripetè Giulio con una violenza che lo fece diventar pallido.
—Ma apri gli occhi, stupido! Guardati attorno, e vedrai se quanto ti dice tuo padre non è verità sacrosanta!... L'onore? Ma chi ha perduto l'onore, uomo o donna, col danaro lo ritroverà sempre; o per lo meno ritroverà gli onori... che in fin de' conti sono la stessa cosa. Uno, per esempio, che abbia ru....—Pompeo, si arrestò a mezzo, fe' sonare i ciondoli colle dita, e poi scelse un altro esempio.—Mettiamo una ragazza: non ha un soldo di dote e per eccesso di buon cuore, o d'inesperienza, mette al mondo un figliuolo: se dopo trova un uomo che la sposa proprio per amore, costui è dichiarato un imbecille. Se la ragazza invece porta solo cinquantamila lire di dote, l'uomo che la sposa è un uomo che si vende, ma scapita nella buona opinione assai meno dell'altro, e al suo paese lo faranno ancora consigliere comunale. Se la damigella, poniamo, avesse trecentomila lire: il marito sarà giudicato un uomo serio, che sa combinare insieme una buona azione e il proprio interesse e, se vuole, lo faranno deputato.... Ma se poi la ragazza avesse mezzo milione, un milione!... allora, caro mio, la sposa subito e volentieri anche il cavalier Boiardo (il Barbarò non era mai esatto nei nomi storici) e l'aneddoto del cocchiere, del cavallerizzo, o del maestro di pianoforte, insomma del padre del marmocchio, diventa un si dice qualunque, a cui nessuno ha mai dato importanza, e che andrà presto nel dimenticatoio!
—Sarà come tu dici: per altro non si devono confondere gli onori col vero onore.
—Il vero onore? Benissimo... ma è necessario aver quattrini per poterlo conservare. Certe case sono piene di donne alle quali è mancato appena, in un dato momento, uno scudo o un fiorino, per poter vivere onorate. Le prigioni sono piene di ladri a cui forse in un giorno d'appetito, non mancarono altro che venti soldi o quaranta per restare galantuomini. Il mondo è popolato di debitori ai quali non è la buona volontà che difetta, ma soltanto i bezzetti (come direbbe Donna Lucrezia) per soddisfare onoratamente ai propri impegni! Questo per l'onore; in quanto poi alla famiglia, senza la cassa dei quattrini che la tiene raccolta, la vedrai subito dividersi, squagliarsi, e uno di qua, l'altro di là, andare in cerca di un altro focolare... perchè il focolare domestico è lo scrignetto, bambino mio! E poi, sta' attento, e vedrai: è il babbo che ne tien la chiave? E i figliuoli sono amorosi anche se è burbero e tiranno; rispettosi anche se è un poco di buono. È la moglie? Sta' sicuro che il marito... chiuderà gli occhi! È il marito? Avrà ragione anche quando avrà torto, e la moglie troverà sempre la forza per sopportarlo!... In fine, a voler tacere il molto che ci sarebbe ancora da dire per provarti che io ragiono praticamente e che tu sei nel mondo della luna, ti mostrerò, coi fatti alla mano, che il danaro, oltre a tutto il resto, oltre a essere la fonte d'ogni bene e d'ogni benefizio, d'ogni virtù privata e pubblica, fa pure acquistare, di punto in bianco, anche i meriti patriottici. Ridi?—Guarda, tra gli altri, il conte Lanfranchi, che è qui un nostro confinante. Nel quarantotto, ai primi segni della rivoluzione, è scappato in Isvizzera; nel cinquantasette ha dato alloggio all'imperatore e all'imperatrice d'Austria, quando son venuti in Lombardia; nel cinquantanove e nel sessanta è stato a vedere, e quando finalmente fu costituito e riconosciuto il regno d'Italia, ha speso quarantamila lire per regalare al suo comune un bel monumentino che ricordasse i "martiri di Belfiore" e... e in seguito a ciò è stato inscritto fra i benemeriti della patria, e giustissimamente—concluse Pompeo con una sghignazzata—perchè ne troverai molti che alla patria offrano il loro sangue, ma pochissimi che le regalino quarantamila lire!...
—È un paradosso, babbo!—esclamò Giulio che non poteva a meno di sorridere.
—Che hai detto? Un para...? Che cosa? Non capisco!—rispose Pompeo; e sempre più infervorato, sembrandogli di avere un po' scosso il figliuolo, e prendendolo per un braccio e trascinandolo verso la finestra, continuò,—e a te che hai sempre in bocca Garibaldi e la Democrazia, ti aggiungerò che il danaro è la vera forza democratica dei tempi moderni. Vedi quel carro? vedi quelle casse?—e indicò nel cortile la roba dei Collalto.—Ebbene, io un... uno che si è fatto da sè, mando i feudatari fuori del castello!... I tuoi socialisti non arriveranno mai a tanto!...
—Allora ti risponderò una cosa sola—balbettò Giulio confuso, oppresso e spaventato da tutti quei discorsi—il danaro non sarà mai per me la felicità.... No, mai! Vorrei essere povero per provarti che la signorina Mary mi ama per me... soltanto per me... e te lo giuro... sarei molto più contento, più felice....—Il povero ragazzo non potè più reggere, e dette in un pianto dirotto.
Il Barbarò lo guardò a lungo, crollando il capo, e mormorò a mezza voce:—E io chi sa invece... che non riesca a far mutar l'odio in amore.—Poi aggiunse forte:—Del resto, se non sono un minchione, non sono nemmeno uno spietato. Potrai assicurare la Mary che il precipizio di questa partenza non sono stato io a volerlo. Anzi, ti dirò di più che non avrei mai avuto cuore di spingere i Collalto a un tale estremo. Sono loro che vogliono andarsene: è la marchesa per la sua superbia, i suoi capricci... o per qualche altro fine occulto e non buono. Io non li mando via, ma non li posso nemmeno trattenere a forza. In ogni modo, vedi se non ho proprio il cuore di pasta frolla: quantunque insultato da quella gente, ho detto al mio avvocato di ricordarsi bene che voglio operar sempre da perfetto gentiluomo, come sono!...
E il Barbarò fe' nuovamente sonare i ciondoli, gonfiandosi tutto a questa parola: gentiluomo.