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I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1 cover

I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1

Chapter 7: V.
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About This Book

La narrazione segue Pompeo Barbetta, giovane mantenuto di umili origini che cresce fra vanità familiari e ozio, e si apre con l'arresto di un orefice che provoca pietà e inquietudine. Attraverso episodi pubblici e domestici il racconto mette a fuoco tensioni sociali: indebitamento, usura e la caduta morale di persone considerate rispettabili, mostrando l'ipocrisia delle classi più agiate. Lo sfondo milanese è descritto con dettagli realistici e la prosa alterna osservazioni sociali a vicende personali, esplorando come denaro, prestigio e relazioni plasmino i destini individuali e il senso di vulnerabilità collettiva.

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IV.

Pompeo credeva di aver concluso un miglior affare. Egli aveva sperato che il gruzzolo della gobbetta fosse più grosso.

Nei primi giorni del suo matrimonio, trovandosi con tutti i comodi e ben pasciuto nelle due stanzucce della porteria, tepide, pulite, e piene zeppe di roba, gli pareva d'essere, addirittura, in paradiso. Poi nella camera degli sposi, proprio di contro al letto ampio e alto, facea bella mostra di sè, l'altare di tutti i voti e di tutte le devozioni di Pompeo: il cassettone dove stava riposto lo scrignetto.

Era un cassettone antico, di noce, e nella sua severità massiccia di un aspetto straordinariamente simpatico agli occhi e assai consolante al cuore di Pompeo.

Durante le lunghe serate in cui, nella qualità di promesso sposo, teneva compagnia alla Betta, per far l'ora di chiudere la porta, Pompeo più che colla fidanzata, faceva all'amore col cassettone. A volte, alla luce fioca di una candela di sego, il cui lucignolo fumoso ardeva crepitando, il vecchio mobile di noce, tirato a lustro, avea certi chiarori, certi riflessi fantastici e pareva ancor più grande per le ombre circostanti. E per tutto il tempo che rimaneva seduto in silenzio accanto alla Betta che cuciva o ricamava, alzando ogni tanto gli occhi dal tombolo per sorridergli, egli faceva e rifaceva il conto di tutti gli anni ch'eran vissuti i vecchi della sua sposa; e di quanto avevan guadagnato e speso, e di quanto, a un dipresso, avevano potuto metter da parte.

La somma totale di questi risparmi, dal più al meno, era sempre considerevole. Però, gli occhietti di Pompeo, guardando verso il cassettone, si facevano luccicanti, e con quella sua testaccia così facile ad esaltarsi, si teneva sicuro d'aver trovato il tesoro e già ci faceva sopra di bei disegni quando, giunto l'istante di por la mano sul sacchetto, s'accorse d'aver sbagliato all'ingrosso. In un attimo il paradiso si tramutò per Pompeo in un inferno; dal dolore e dalla rabbia gli parve di essere stato frodato e canzonato.

—Duemila settecento svanziche?!—mormorava fra sè, strappandosi coi denti i baffettini radi:—Duemila e settecento svanziche?! Possibile che in vent'anni e più di economie quella gente che viveva come le talpe, abbia messo da parte così poco?... Chè! Chè! Non è possibile!... Chi sa quanti ne avrà sprecati dei quattrini quella brutta civetta che può proprio vantarsi d'avermi chiappato alla pania. Costei ha proprio le mani bucate!

Fisso in quest'idea, coll'ostinazione propria dei ragazzacci viziati. Pompeo non dette più pace a sua moglie. Cominciò a sgridarla e a maltrattarla, perchè era una sciupona e perchè non conosceva il valore del danaro e lo buttava via senza pensar all'avvenire. Poi regolò la casa in maniera che la Betta gli doveva render conto di tutto, fino all'ultimo pezzetto di pane.

Pompeo teneva le chiavi e misurava la legna, l'olio per la lucerna, il filo per cucire. Era lui che andava a fare la spesa, ed a riscuotere il salario dal ragioniere. I giorni delle mance non abbandonava mai la porteria, e stava addosso alla moglie, con tanto d'occhi, strappandole subito di mano quanto le veniva regalato; e la sera, quando la poveretta era in letto, frugava dappertutto; e le scoteva la veste, per sentire se aveva nascosto qualche quattrinello; perchè "quella sorniona" diceva lui "era capacissima di levar di bocca il pane a suo marito, per ingrassare gli oziosi e i vagabondi." Poi, a poco a poco, le rifiutò anche il danaro per le medicine, sostenendo che, col suo fisico, non poteva pretendere di star bene.—Quando alla macchina manca una ruota,—le diceva, a mo' di conforto,—si ha un bell'ungerla, non può girare. Stare in dieta, tenersi riparata dall'aria, e accontentarsi di andare innanzi alla meglio, senza intrugliarsi lo stomaco: non c'era da far altro. E un giorno, finalmente, avendo la Betta preteso di fargli qualche osservazione, Pompeo esclamò alzando la voce che, se avesse dato retta a' suoi grilli, alla sua manìa spendereccia, sarebbe andato presto in malora!

—Duemila settecento lire!—ripeteva fra sè.—Proprio una miseria! Fossero state almeno tremila, la cifra tonda! Basta; queste per ora le metteremo a dormire e a mano a mano che ne verranno altre, andranno a tener loro compagnia!—E così, ritornato al possesso di qualche soldo, Pompeo si rifece avaro. Non aveva più le matte illusioni di una volta, ma si godeva il piacere che dà il danaro per sè stesso, e la soddisfazione di vederselo crescere a poco a poco. Per altro non voleva accumulare a proprie spese, assoggettandosi a stenti e a privazioni, no; risparmiava soltanto sui bisogni della Betta. Lui voleva godersi il papato: toccava a sua moglie a servirlo in ogni cosa e a stentare!

In casa Barbetta si desinava con una scodella di minestra e una fettina di carne lessa; ma Pompeo era sempre il primo a servirsi e a mangiare, perchè la moglie doveva cucinare e mettere in tavola; e pensava a saziarsi lui, senza tanti complimenti. Già aveva per massima che la Betta meno mangiava, meglio stava. Poi, ogni tanto, egli si faceva fare, cogli avanzi della cucina dei padroni, qualche manicaretto, che sua moglie preparava, ma che non doveva nemmeno assaggiare, perchè "con quel suo stomacuzzo rovinato" le avrebbe fatto male di sicuro. Vino, nemmeno per idea!, non se ne comprava mai! E le bottiglie, che la signora Lucia mandava di tanto in tanto a regalare alla Betta, Pompeo le metteva subito sotto chiave e poi, a desinare, ne versava un dito alla moglie e ne beveva un buon bicchiere per sè:—A farti bere di più sarebbe la tua morte!

Ma le premure di Pompeo per la salute della moglie finivano tutte lì. Del resto, la povera donna era costretta a sfaccendare giorno e notte. Tutto lei doveva fare, anche la pulizia del loggiato e della corte. Soltanto quando passavano i padroni e il ragioniere di casa, Pompeo veniva fuori e strappando la granata di mano alla moglie, si faceva vedere pieno di zelo per il suo servizio.

E già, in ogni incontro, egli aveva saputo fingere con loro un'aria così umile e da buon ragazzo, e aveva saputo arrossire così bene per la confusione e per il piacere, quando gli domandavano notizie della salute della Betta, e s'era mostrato sempre così attento e sollecito nell'eseguire gli ordini ricevuti che gli Alamanni lo avevano preso a benvolere; tanto più che su questo punto erano ingannati anche dalla Betta, la quale sarebbe morta di fatica piuttosto che fare scomparire il su' omo presso i padroni. Essi perciò lo credevano una perla, e se lo tenevano caro, affidandogli anche incombenze delicate.

Ma nelle stanzette della porteria le cose andavano diversamente, e subito dopo le nozze il marito teneva la Betta in una specie di continuo sbalordimento. E lui si godeva a imporsi, a comandare; faceva ballar la sua donna sur un quattrino, e guai se fiatava!

Le ordinava tutto a cenni, senza dire una parola, come ad un cane ammaestrato. Betta non doveva mai fermarsi sulla porta, non doveva vedere, non doveva discorrere con nessuna amica. Le aveva proibito anche di andare in chiesa, fuorchè alla festa, perchè non voleva pettegolezzi e confidenze colle tonache. La mattina, d'inverno, essa si levava molto prima di lui, per accendergli il fuoco e scaldargli l'acqua; la sera andava a letto molto più tardi, perchè gli doveva pulire e rassettare i panni, e prima di andarci lui se la faceva inginocchiare davanti e le metteva nelle mani, magre e giallognole, gli stivali pieni di mota, perchè glieli levasse; e a volte, quando erano umidi, le dava tali scossoni da tirarsela dietro. E non le risparmiava nessun servizio, per quanto umile e ributtante.

Nè Pompeo aveva coscienza di tutto il male che andava facendo. Anzi, gli pareva in fondo al cuore di aver fatta una gran buona azione sposando la gobba e di essere meritevole di ammirazione e di compassione insieme, e da ciò traeva una specie di conforto, che bastava a vincere ogni scrupolo, se per caso gli fosse venuto.

Per la gobba non era stata una bella fortuna quella d'aver trovato un marito?... E, per di più, un marito giovane, senza difetti, senza vizi, e di buona famiglia?

E così, secondo la logica di Pompeo, in casa sua tutto era ripartito con giustizia. A lui toccava di vivere con quel canchero accanto: la Betta doveva aver cura della casa e del marito....—Ciò che, alla fin fine, facevano tutte le altre mogli, le quali, poi, anzichè fare schifo come lei, erano belle e sane.

Betta, a cui non venivano mai risparmiati tali confronti, chiudeva tutto in core: lo serviva, l'ubbidiva tremando, impaurita e istupidita sotto la sferza di quel ragazzo villano, che aveva gli istinti del tirannello. La disgraziata osava appena piangere la notte tardi, a letto, quando suo marito russava, e anche allora soffocando i singhiozzi sotto le lenzuola.

Una volta soltanto trovò la forza di ribellarsi. Pompeo voleva, a ogni costo, che la moglie approfittasse per loro uso, dell'olio che i padroni le affidavano, e che doveva servire per i lampioni del loggiato e delle scale.

—Sei pur grulla colle tue fisime!—le diceva colla solita voce arrogante.—Non ci sono portinai, scommetto, in tutta Milano che, come noi, facciano la scioccheria di comperar l'olio a once avendone una damigiana intera a disposizione.

—Fo sempre tutto quello che vuoi, ma ladra... non sarò mai!

—Stupida!... Che voglio forse insegnarti a rubare io?!

La Betta seguitò a scuotere il capo e, quasi parlando a sè stessa, come volesse trovare nelle proprie parole la forza di cui aveva bisogno, tornò a ripetere con orrore:—Ladra, mai!

—E dagliela!... Se tu fossi una ladra, sarei io il primo a mandarti in galera! Quello che ti dico di fare, lo fan tutti: è passato in uso, e anche i padroni lo sanno e chiudono un occhio!... Già... per il bel salario che dànno ai portinai!

La Betta lo lasciava brontolare e, come al solito, stava zitta. Aveva disteso un panno bianco sulla tavola, dalla parte opposta a quella dov'era seduto Pompeo e s'era messa a stirare. Ma si vedeva che quel lavoro la stancava assai e le faceva male, perchè sulle guance scialbe, scarne, le apparivano due macchie di un rosso acceso.

Pompeo, seduto, canterellava dondolandosi sulla seggiola. Era irritato per l'ostinazione e per il silenzio della moglie. Egli voleva trovar la via di leticare per poi farle fare a modo suo, a furia di urlacci.

—Andiamo, rispondi: smetti di far la muta! Per tormentarmi ti fai venire anche gli scrupoli dell'onestà; e poi non badi alle spese di casa!

Betta, senza aprir bocca, tirava via a stirare, tutta piegata colle ossa protuberanti sotto il vestito di rigatino sbiadito. Pompeo si fermò di botto colla seggiola, e dando un gran pugno sul tavolino:—Ohè, dico,—mormorò con voce sorda, strozzata, per non essere udito di fuori, nel cortile,—sciogli lo scilinguagnolo, hai capito? o ti dò un par di ceffoni da farti gonfiare il viso.

Betta, tutta tremante, si scostò dal tavolino alzando gli occhi dolcissimi, pieni di spavento in faccia al marito: non poteva parlare, perchè le lacrime le facevan nodo alla gola.

—Devi tacere sempre,—continuò l'altro che s'era alzato per avvicinarsele:—sì, devi tacere sempre, perchè non voglio essere seccato dai tuoi lagni e dalle tue ciance; ma adesso, invece, ti ordino di parlare; te lo comando!

La povera donna indietreggiava ancora, e tentando di trar fuori la voce, si stringeva la gola colla mano scarna di tisica.

Pompeo le si strinse addosso coi pugni chiusi, cogli occhi torvi che l'ira rendeva anche più loschi, mentre i capelli folti, neri, tagliati ritti a spazzola, gli si movevano sul capo, per una tensione nervosa, come il pelo dei gatti.

—Hai capito, gobba?!

La Betta si sforzò, e mettendo fuori la voce con un singulto, balbettò daccapo le stesse parole con un'espressione piena di terrore e d'angoscia, che pareva insieme un lamento e una preghiera.

—Tutto ciò che vuoi... morir di fame... di fatica... ma rubare... ladra... mai!

—Io sono più onesto di te, birbona!—e Pompeo, sulla cui faccia scura, olivastra era corsa una vampa rossa di bile, afferrato uno zoccolo ch'era stato messo accanto al fuoco, ad asciugare, glielo tirò in viso, e la colpì così forte sull'occhio, che venne fuori il sangue.

Betta non gridò, non proferì una parola, non fece un lamento, smise perfino di piangere. Cercò nelle tasche, dove aveva il fazzoletto, e con quello si coprì la ferita.

Ma Pompeo alla vista del sangue fu tutto sossopra, e le corse subito appresso, accarezzandola, domandandole perdono, giurandole che non aveva mirato a lei, che aveva voluto soltanto farle paura....

—Già egli era fatto così, che a contraddirlo montava in bestia. E poi quel giorno non si sentiva bene, aveva il sangue caldo, non sapeva quel che faceva.

—Non è nulla.... non è nulla,—mormorava intanto la Betta, ripiegando il fazzoletto che da una parte era già tutto rosso.

Pompeo era proprio pentito d'essersi lasciato trasportare a quell'eccesso e poi era molto spaventato dalle conseguenze che ne potevano nascere....—Se arrivava agli orecchi dei padroni ch'egli maltrattava la moglie, e a quel modo, era bell'e fritto!

Volle per forza, che la Betta si bagnasse subito con acqua e aceto e le medicò lui stesso la ferita con ogni cura e colla maggior delicatezza. Ma dopo, quando si persuase che era una cosa da poco, e dopo specialmente che udì la Betta raccontare a tutti ch'era sdrucciolata nel sottoscala, egli tornò daccapo, col solito umore, ed anzi a cena ordinò alla moglie, brontolando, che si coprisse il muso con una benda, perchè "con quella ammaccatura gli faceva anche più schifo di prima."

Ma l'odio più feroce di Pompeo era contro i padroni: un odio che gli si accumulava nell'animo giorno per giorno, sordamente, con nessun altro sfogo tranne quello di dirne plagas colla Betta, che non aveva coraggio di difenderli contro di lui.

Il lusso dei padroni stizziva Pompeo; la loro felicità gli faceva male; l'affezione rispettosa dalla quale li vedeva circondati gli pareva "pecoraggine da plebei". Lui doveva sudare e stentar la vita per mesi e mesi, prima di riuscire a mettere in serbo cento svanziche e quei "cani di signori" che stavano lì tutto il giorno a non fare altro che guardare in aria, avevano un mucchio di fittaioli che venivano al palazzo a portare i marenghi a sacca!

Era forse giustizia, codesta?!

E ogni volta che gli Alamanni uscivano in carrozza e che Pompeo al fischio del cocchiere doveva correre a spalancare il cancello, intanto ch'egli si attaccava rasente alle pareti, inchinandosi, col berretto in mano, faceva il conto che soltanto quell'equipaggio valeva dieci volte più di tutti i suoi averi: e quel confronto lo sgomentava diminuendo grandemente, a' suoi occhi, il valore del tesoretto; sicchè sentiva sfumare, in un attimo, tutte le rosee speranze.

—Giù, una ribaltatura da fiaccarvi il collo!—mormorava poi, ghignando, nel richiudere il cancello, mentre i cavalli, facendo la voltata, s'impennavano sull'acciottolato della strada.

E non era questa la sola idea che lo tormentava; ma era tutta l'umile oscurità della sua vita di servo messa a confronto col fasto e coi godimenti dei padroni. E Pompeo sentiva meglio di ogni altro la grande amarezza di così enorme disparità di fortuna, appunto perchè egli, da ragazzo, era stato ammesso a vedere, e a godere anche, in parte, le delizie dei ricchi, le quali gli avevano lasciato nella mente come un raggio d'oro sfolgorante, che serviva a inasprire le sue invidie e le sue afflizioni.

Quante volte mettendosi solo solo a mangiar la broda che gli preparava la Betta sopra un angolo della tavola da stirare, egli pensava ai signori del primo piano, alla loro mensa su cui scintillavano i cristalli e le argenterie, e dove i camerieri e i servitori, seri e composti, servivano da' piatti ricolmi i cibi succolenti e i pasticcini e le leccornie manipolate dal successore di suo padre!... E quante volte di notte, tardi, andando a dormire dopo che i padroni erano ritornati dal teatro o da una festa, trovandosi nella sua cameretta bassa, angusta, piena di robaccia vecchia e grossolana, in quel lettone duro, e così alto, che bisognava prender lo slancio per montarvi su, egli correva coi desideri alla camera "di sopra" grande e chiara, tutta a stucchi, a dorature e a dipinti, dove il letto, coperto da un drappo, spariva con amoroso mistero tra le tende e le trine. E Pompeo pensava alla giovine sposa del suo padrone, che gli era apparsa tanto bella mentre scendeva di carrozza, col piedino chiuso in una scarpina da fata, coi capelli nerissimi, luccicanti di gemme, colle braccia e le spalle nude. La vedeva ancora quando saliva le scale, appoggiata con languida tenerezza al braccio del marito; e la voce di lei, e il riso fresco e squillante, e il profumo di violetta delle sue vesti, pareva diffondersi nella fredda stanzuccia del portinaio, che si sentiva prendere da un impeto di rabbia; e guardando la Betta addormentata gli veniva voglia di strozzarla per la sua bruttezza... come avrebbe voluto strozzare quell'altro "di sopra" per le gioie che godeva!

—Ma dunque, il padrone doveva avere tutti i beni e le delizie della terra, e lui niente?... Con qual diritto?! Tutt'e due non erano uomini fatti allo stesso modo, di carne e di sangue? O perchè, allora, si facevano le rivoluzioni?!...—E intanto bestemmiava senza poter pigliar sonno; si voltava e rivoltava nel letto, mormorando che "ci sarebbe stato bisogno d'un Robespir (lui lo chiamava così) anche a Milano!"

In quel tempo, per altro, meno male!, gli rimaneva ancora qualche conforto. I giorni, si sa, non sono tutti compagni, ed anche per Pompeo ce n'era di quelli, se non affatto sereni, almeno senza burrasca. Aveva ore di quiete in cui il suo spirito pareva disposto a ricevere più miti impressioni, oppure un buon bicchier di vino gli faceva nuovamente frullar pel capo le rosee speranze. Ma, in fondo, era sempre il danaro che, come la lancia della favola, lo feriva, e lo risanava ad un tempo; era sempre l'idea del suo piccolo capitaletto che a volte lo avviliva e lo rendeva disperato, e a volte invece gli procurava il balsamo d'illusioni dolcissime. Il suo avvenire egli lo vedeva prepararsi e distendersi a poco a poco in quella borsaccia di pelle, unta e bisunta, dove, insieme col cuore, aveva chiuso il libretto della Cassa di Risparmio. E già egli aveva avuta la gioia di raggiungere e poi anche di sorpassare la cifra rotonda delle tremila svanziche; già gli pareva che sarebbe arrivato all'apice della felicità il giorno in cui gli fosse dato di poter toccare l'altra cifra, più grossa, delle cinque mila, e risparmiava su tutto, e faceva digiunare sua moglie, e ricominciava lui pure a tenersi a stecchetto, mirando solo a quell'unico fine, quando un avvenimento impreveduto venne a sconvolgere i suoi bei disegni e a minacciare l'esistenza del tesoro.

La Betta era incinta!

In sulle prime, quando essa gli svelò, arrossendo e tremando (tremando di gioia questa volta) il suo caro segreto, Pompeo non lo voleva credere in nessun modo.

—Se non ricordo il tempo che t'ho presa in isbaglio per una donna!—le disse dando in una delle sue sghignazzate.

Poi dichiarò che doveva essersi ingannata, e seguitò così finchè non fu scomparso ogni dubbio sullo stato della Betta. Allora peggio che mai: andò in furia come un matto, ingiuriandola e maltrattandola, quasi che ne avesse colpa lei!

—Bel gusto: mettere al mondo un mostriciattolo, un infermo o un rachitico, perchè già, col suo fisico, non c'era da aspettarsi altro!—E poi dalla stizza passava a una maraviglia piena di desolazione:

—Chi si sarebbe mai immaginato che uno sgorbio, che avea più del ragno che della donna, potesse mettersi a far figliuoli!—

E perciò, appunto, si figurava che la "gobba" dovesse insuperbirsi del fatto; e faceva di tutto per isvergognarla, per avvilirla, dicendole, fra le altre cose, che "avrebbe dovuto contentarsi del baule che portava sulle spalle."

Tutta quell'ira, tutta quella disperazione di Pompeo, provenivano dal suo modo di sentire la paternità. Nel figliuolo che stava per nascergli non scorgeva altro che una bocca di più da mantenere e una rovina pel suo peculio, che vedeva sfumare dietro ai medici, alle medicine, ai sciroppi e alle balie; e più sarebbe cresciuto il bamboccio e più, pensava, sarebbero cresciute le spese...

—Addio bei disegni, addio speranze, addio sogni, addio tutto! Era finita! Questa volta la fortuna gli aveva proprio voltate le spalle!—Allora, prima che i suoi quattrini fossero mangiati "dagli altri" volle mettersi lui a farli girare.

—In fine son danari di una gobba, e chi sa che non abbiano a farmi buon gioco!—E pensò subito al modo d'impiegarli, e quali speculazioni sarebbero state da tentare; e frattanto diventava sempre più cupo ed irascibile.

Ma la Betta, adesso, si affliggeva molto meno per i maltrattamenti del marito. Una gioia nuova e piena, le traboccava dall'anima, e non sentiva più nè le privazioni, nè le angosce. Quella creaturina non ancora perfetta, ma che si moveva e si agitava nel suo seno, era già viva, era già sua, come fosse nata, e già le pareva di stringersela amorosamente fra le braccia! Un'immensa pace spirava da' suoi occhi grandi, d'un grigio chiaro, celeste, così vivo alle volte, e scintillante per la contentezza, che non era più colore, ma pareva luce. Le sue preghiere erano state ascoltate; il buon Dio, la Santa Vergine, le avevano mandato ciò che doveva essere per lei amore e conforto, e di quel bambino che aspettava s'era già formata la sua consolazione e la sua difesa. L'uomo, che prima le incuteva tanta paura, adesso non lo temeva più, e le riusciva indifferente... No... alla sua creaturina nulla le doveva mancare e non le sarebbe mancato nulla. Per essa sentiva dentro di sè, nello spirito e nel sangue, una forza di volontà, un'energia ignota fino allora: era già un'altra donna con nuovi affetti, con nuovi doveri e con un nuovo coraggio... era la madre!

Barbetta aveva notato subito lo strano mutamento di sua moglie. Avvertiva bene che adesso c'era qualche cosa in quell'essere debole e malatticcio; qualche cosa che gli sfuggiva e su cui non poteva dettar legge e far da padrone; ma non arrivava a capirlo e lo spiegava a modo suo: "Per i suoi affari egli non poteva più restar tanto in casa a invigilare la moglie, ed essa cominciava già ad alzare la cresta!"

Pompeo aveva aperta una latteria, affidandone la direzione a un antico sguattero ch'era stato a servizio sotto suo padre, ma che non era andato molto innanzi nell'arte culinaria, perchè aveva troppo il vizio d'ubriacarsi.

—Finchè beve vino, non berrà latte,—pensava Barbetta fra sè.

Quello sguattero smesso, gli andava a genio; lo aveva adoperato in varie occorrenze anche quando era vivo e celebre suo padre. Uomo da fatica, forte, tarchiato, era avvezzo ad ubbidire senza rifiatare. Lo chiamavano Sbornia, e non se ne aveva a male.

Del resto Pompeo non avea fatto lussi nelle spese d'impianto: aveva preso a pigione una botteguccia, in via Santa Radegonda, e l'aveva fornita coi mobili della Betta. Non voleva fare il passo più lungo della gamba lui; non voleva aver bisogno di ricorrere a prestiti; non voleva finire come l'orefice del Coperto dei Figini.

Erano già scorsi due o tre anni da quel tempo, ma aveva sempre viva dinanzi agli occhi la brutta scena, e gli veniva freddo al solo pensarci!...

Tuttavia quel suo stambugio con un catino giallo ricolmo di panna montata, dipinto sull'uscio a vetri, gli riempiva l'anima di soddisfazione. Era roba sua; ideata e messa su da lui solo; e perciò sentiva per la botteguccia un po' di quella compiacenza amorosa che provava la Betta per il figliuolo che aveva da nascere.

—Ah!—pensava fra sè, abbandonandosi all'esaltazione solita in chi, da giovane, si mette in una prima impresa—ah se questa volta avessi trovata davvero la via di far quattrini!

Diamine; era tanto facile allungar il latte coll'acqua fresca e montar la panna colla chiara d'ovo!

E allora, in grazia del buon avviamento del suo commercio, si astenne per qualche tempo anche dal maltrattare la moglie.

La Betta, a mano a mano che s'inoltrava nella gravidanza, peggiorava in modo da incutere le più serie apprensioni, e una disgrazia che fosse successa in quei primi giorni ch'era stata aperta la latteria avrebbe sconvolto i disegni di Pompeo. I suoi capitali, ormai, egli li aveva tutti impiegati, e faceva assegnamento, per le spese di famiglia, sulla pensioncella che gli Alamanni largivano alla moglie, e sui regali che aspettava in occasione del parto della signora Lucia.

Ma la Betta, appunto per la pace lasciatale dal marito e per la gioia e la felicità che si sentiva in cuore, sbugiardò completamente i cattivi pronostici, e non solo superò la crisi dando alla luce un maschiettino, al quale fa messo nome Giulio, in onor del padrone; ma presto si rimise in forze stando quasi meglio di prima.

A cose finite, Pompeo, senza punto impazzire per la gioia d'essere padre, intascò tutti i regali ch'erano stati fatti alla moglie; trincò due bottiglie di barbèra e fece bravamente la sua zuppa nelle scodelle di brodo sostanzioso che i padroni avevano dato ordine fossero inviate alla puerpera, e poi, appena questa fu in piedi, le spiattellò tondo tondo che, "siccome gli affari non andavano troppo bene, non poteva spendere nemmeno un soldo per la balia di Giulietto. D'altra parte era affar suo, codesto.—Chi deve allattare non è mica il marito!... Se lei non poteva fare il proprio dovere, s'ingegnasse." E giacchè ora Pompeo vedeva di potere ricavar profitto dalla salute della moglie sosteneva, al contrario di prima, che la Betta era di ferro, e finiva anche col persuadersene.

—S'è visto alla prova—diceva alla moglie—che tutti i tuoi malucci d'una volta non erano altro che pretesti e smorfie da scansafatiche. Quando una donna mette al mondo i figliuoli come niente fosse, vuol dire che la macchina è in ottimo stato. Dunque ungi la gobba con un po' di buona volontà e tira via! Sudo anch'io, come un cane, per far buona figura e per mandare avanti la baracca!

E la Betta, dopo aver servito Pompeo, fatte tutte le faccende di casa, spazzato le scale, l'atrio e il loggiato, doveva anche rovinarsi gli occhi a cucire e ricamare di bianco la sera e buona parte della notte, per mantenere a balia la sua creaturina.

Ma ora che cosa importavano a lei le fatiche e le privazioni?... Viveva tutta col pensiero in una casuccia vicino a Sesto, dov'era il neonato. E tutte le feste andava là a piedi, e godeva gioie che non aveva mai provato nè immaginato.

Appena arrivata prendeva subito in collo il suo bambinello e se lo portava via e correva a sedersi sola sola con lui, dietro la casa, sul margine di un vasto campo di trifoglio, contenta, giuliva, che il piccino non si fosse messo a piangere vedendosi levare a un tratto dalle braccia della balia. Allora lo spogliava tutto e lo copriva tutto di baci, diventando rossa, cogli occhi luccicanti dal piacere. Non aveva più freno in quelle sue smanie di carezze; e baciandolo e stringendolo e ribaciandolo non gli sapeva dir altro che mio, mio, mio! e tutto il suo cuore traboccava in quella sola parola. Il bimbo, co' primi moti istintivi delle manine grassocce le stringeva e le graffiava le guance, il naso, le orecchie; le strappava i capelli, e lei lo lasciava fare, beata che avesse dimenticata la balia, beata che se la godesse a star solo con lei, beata di quelle piccole strida di allegrezza, colle quali il piccino, quand'ella se lo teneva in piedi sulle ginocchia, accompagnava le mosse e gli sforzi che faceva colle gambucce e coi braccini per arrivare ad afferrarle la faccia. E la Betta colle sue illusioni di mamma era convinta che il bambino la conoscesse e che le volesse già bene; le pareva che guardasse lei diversamente dalla balia, e per ciò tornava a baciarlo sulle manine e sui piedini con passione, con adorazione, con gratitudine infinita.

Erano quelle le ore che la risanavano; che davano al suo corpo debole e malato la forza di lavorare e di sfacchinare da mattina a sera; era una provvista di felicità per tutto il resto della settimana.

Pompeo non accompagnava mai la moglie in quelle gite:—aveva da badare alla bottega lui; altro che andare in campagna a divertirsi!—E difatti, se prima aveva finto colla Betta che i suoi affari gli andassero poco bene, per risparmiare i quattrini del baliatico, adesso la latteria si metteva maluccio, proprio per davvero. Egli aveva abusato un po' troppo del latte artificiale, e gli avventori, giorno per giorno, avevano finito col disgustarsi, e coll'abbandonare la botteguccia di Santa Radegonda. Pompeo dava colpa di quello sviamento allo Sbornia, che non aveva maniera colla gente, e che era sempre briaco fradicio. L'altro lo lasciava dire, e a volte, nei momenti di malumore, si buscava anche qualche pedata senza rispondere nè rifiatare. Sgobbava come un negro, sempre in ciabatte, col grembiule sudicio, col faccione dimesso, umile e devoto al padrone, non per tornaconto nè per altra ragione particolare, ma solo per istinto, come una bestia.

—Non c'è Cristo che tenga!... Tutto mi va alla maledetta,—brontolava Pompeo, rodendosi le unghie fino alla carne.—E ho sulle spalle anche due scimmiotti da mantenere!

Il bambino, sopraggiunto l'inverno, era stato divezzato e lo avevano ripreso in casa.

Pompeo, chiusa la bottega, tornò dunque a stare giorno e notte ozioso e col muso lungo, sempre alle costole della moglie. E quando non la poteva torturare in altro modo, la metteva in croce per il piccolo Giulio, borbottando ch'era un bimbo rachitico, che non poteva campare; ostinandosi a strapparglielo dalle braccia, per farlo camminare prima del tempo, e poi mettendosi a gridare che era uno zuccone, perchè nascondeva il visino e si stringeva colle braccine al collo della mamma, e cominciava a strillare appena lui gli s'accostava, senza aver ancora capito ch'egli era suo padre!

Ah se non avesse avuto l'impiccio della famiglia! Allora sì; o di riffe o di raffe l'avrebbe spuntata!... Sarebbe andato in Dalmazia, o in Ungheria, a coltivare il seme da bachi, oppure in Sardegna, nelle miniere; o, meglio di tutto, in America! I quattrini di certo, non eran mai piovuti in tasca alla gente; bisognava mettersi a girare il mondo: chi viveva in un guscio di noce non poteva far altro che morir d'inedia!

Ragionando in questo modo, senza ricordarsi punto che prima di sposar la Betta pativa la fame, e che da solo non era stato buono di guadagnarsi un soldo, gli pareva che la famiglia fosse d'inciampo al suo genio industriale. E nelle notti insonni (dormiva poco perchè restava ozioso, in casa, tutto il giorno) smaniava rivoltandosi nel letto, e correndo dietro col cervello a speculazioni fantastiche. E il respiro grosso della moglie e quello più lieve del bimbo lo infastidivano, e se Giulio, che dormiva in una culla vicino al letto dei genitori, si moveva appena, Pompeo cominciava subito a sbuffare, brontolando che non lo lasciavano nemmeno riposare in pace. Al rumore la Betta si destava di soprassalto; il piccino, spaventato, si metteva a strillare, e Pompeo, sempre più stizzito da quella "maledetta sinfonia," tirava calci come un mulo.

La Betta, allora, aspettava che si calmassero le furie del marito; poi scivolava giù adagio adagio dal letto, correva dal suo bimbo, gli ravviava le coperte nella culla, e lo riaddormentava premendo la faccia sul suo visino e riscaldandolo co' suoi baci e col suo fiato caldo di lacrime.

Intanto una nuova e grande sventura si preparava a questa poveretta: la padrona, la signora Lucia, così buona con lei, essa in cui aveva riposte tante speranze per l'avvenire del piccolo Giulio, le veniva a mancare improvvisamente. La giovane signora moriva presso all'apice della felicità, proprio nel punto di diventar madre.

La Alamanni, per altro, pareva avesse preveduta la sua misera fine. Era stata molto malinconica e abbattuta negli ultimi mesi, e aveva preparato una lettera al marito in cui, colle supreme tenerezze dell'amore, gli faceva palesi alcuni suoi desideri pel caso che venisse a morire. Erano ricordi alle amiche, erano soccorsi, elemosine, opere di carità; insomma era tutto il suo cuore che voleva espandersi ancora dopo la morte, come alcuni fiori delicati continuano a diffondere intorno, anche inariditi, la loro soave fragranza.

La Betta pure era stata ricordata in quella lettera, e la signora Lucia, volendo riparare in parte alle perdite sofferte dalla famigliuola colla botteguccia di Santa Radegonda, le aveva fatto un lascito d'un migliaio di svanziche.

Quando la portinaia venne a sapere di questa nuova munificenza che la concerneva, era ancora in lacrime per la padrona, nè quella notizia valse a consolarla, anzi l'addolorò maggiormente.

—Si è ricordata anche di me! Si è ricordata anche di me, la mia buona signora!—E la poverina proruppe in un altro scroscio di pianto.

—Chètati, grulla!—le sussurrò allora Pompeo infastidito.—Se tutte ci avessero a lasciar mille lire, bisognerebbe che ne crepasse una al giorno delle padrone!

La Betta, dopo tante amarezze, al nuovo insulto di quel tristo che la colpiva nel vivo de' suoi affetti e della sua gratitudine, si riscosse a un tratto, indignata; e rimangiandosi le lacrime, fattasi rossa, di fuoco, gli gridò contro con voce sorda, ma con impeto, e fissandolo bene in faccia:

—Mostro!

Pompeo stupì a tanta audacia, poi si avvicinò d'un passo alla moglie, levando la mano in atto di misurarle un ceffone:

—Ripeti un po', gobba, quello che hai detto?!

La Betta afferrò Giulio, che avea lì vicino, per un braccio; lo nascose in un attimo, dietro di sè, per ripararlo dall'ira del marito, e poi con tutto un sussulto dell'esile corpicciuolo e sfidandolo cogli occhi, solitamente così dolci, ma in quel punto pieni di sdegno, tornò a ripetere, mezzo soffocata da un urto di tosse:

—Mostro!... Mostro!

Pompeo le si avvicinò ancora un altro passo; sempre con la mano alzata: la guardò, fece una mossa di scherno colle labbra; ma, sorpreso e impacciato, non osò toccarla.

—Se la tua padrona ti voleva far del bene,—soggiunse infine, alzando le spalle,—poteva lasciarti molto più, senza scomodarsi. Già, i suoi quattrini non poteva portarseli dietro... in viaggio!

Ciò detto, Pompeo uscì nel cortile e terminò il discorso con una risataccia che la povera donna sentì ripercuotersi in viso, come se in quel punto la colpisse lo schiaffo che l'avea prima minacciata.


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V.

Giulio Alamanni, quando gli morì la moglie, n'era sempre innamorato. Lucia in fatti possedeva per maravigliosa intuizione l'arte tanto difficile di saper voler bene. Essa amava col cuore e coll'intelligenza e però conservava sempre desta, anche in mezzo ai trasporti più appassionati, la felice vivacità del suo spirito, e riusciva sempre a trasformarsi, con un senso squisito di opportunità, a seconda delle varie disposizioni d'animo o d'umore del marito. Così che l'Alamanni a volte trovava in lei un'amante appassionata, a volte una piacevole compagna dalle arguzie eleganti, e a volte invece, quando sentiva il bisogno di comunicare i più arditi concetti della propria intelligenza, o di espandere le più intime aspirazioni del cuore, era essa l'amica fidata, che meglio di tutti lo sapeva intendere ed apprezzare, e in due pupille nere, lucenti, che lo guardavano con amorosa attenzione, egli vedeva sempre riflessi i suoi affetti e i suoi entusiasmi.

Colla fortuna di una tal compagna nella vita all'Alamanni poco o nulla restava da desiderare. Viveva contento, felice, tutto chiuso nella sua casa, e però, di primo acchito, sentì di non poter amare, d'odiar quasi quella creaturina che veniva al mondo per distruggergli a un tratto ogni felicità, per strapparlo brutalmente dalle braccia della sposa, dell'amante, dell'amica diletta, per lasciarlo solo e misero a sopravvivere ai propri affetti, privo di ogni speranza.

Chiamò allora presso di sè una sua parente vedova e non ricca; le affidò la neonata, volle che la portasse via subito, che pensasse lei ad allevarla; insomma che le facesse da madre. Gliel'avrebbe ricondotta più tardi, quando il tempo, che non doveva certo mitigare l'acerbità della sua sventura, gli avesse almeno data la forza di soffrire con più coraggio.

Ma la tempra di Giulio Alamanni era vigorosa, e il dolore, per quanto forte, non poteva abbatterla. Egli aveva troppe e troppo care memorie, aveva troppo alta poesia nell'animo per abbandonarsi ad un'inerzia vergognosa; e però dopo quell'urto che lo avea violentemente scosso si riebbe col cuore sanguinante, ma con una energica risoluzione, e dedicò la vita e l'ingegno al trionfo di un ideale che ricominciava allora a infiammare potentemente gli animi: la libertà della patria.

Già un suo fratello, di poco più giovane, Francesco Alamanni, discepolo e strumento segreto e validissimo di Giuseppe Mazzini, caduto in gravi sospetti della polizia, avea dovuto esulare sotto altro nome in Piemonte. Giulio Alamanni, inscrittosi pure nella Giovane Italia, continuò allora a Milano, con pari animo e gagliardia, l'opera del fratello, finchè non si ritrovarono uniti, prima per combattere insieme durante le Cinque Giornate, e poi per arruolarsi nei Bersaglieri Lombardi e accorrere alla difesa di Roma.

Perciò quando pochi mesi dopo i Tedeschi tornati a Milano incrudelirono nelle rappresaglie, il palazzo degli Alamanni fu subito preso di mira e sorvegliato e perquisito, mentre la polizia si adoperava a tutta possa per aver nelle mani i due fratelli.

I pochi servitori ch'erano rimasti in casa venivano chiamati un giorno sì un giorno no, dal Commissario per essere sottoposti a lunghi interrogatori sul conto dei padroni. Si voleva sapere se mai ne avessero sentito a parlare, se ne erano giunte notizie a qualche parente, a qualche amico; e secondo l'umor della bestia, a volte erano minacciati di fieri gastighi, a volte blanditi e lusingati da seducenti promesse. Ma tuttavia, anche volendolo, essi non avrebbero potuto riferir nulla di rilevante: i padroni non si facevano vivi con alcuno.

Pompeo, nei primi momenti, ebbe pur egli una chiamata dal Commissario, e sebbene si affrettasse a rispondere all'invito, vi andò tutto tremante dalla paura.

Non già che si fosse compromesso durante la rivoluzione. Egli non era corso alle barricate; non aveva gridato per le strade: "Viva l'Italia e Viva Pio Nono!" non avea mai cantato l'inno fatidico di Mameli, nè, in ultimo, applaudito alle satire contro il papa spergiuro ed il re bigotto. Per tutte le cinque giornate era rimasto chiuso nel suo bugigattolo, pauroso, tremante, bestemmiando contro quei fanatici senza cervello, che avrebbero finito col far saccheggiare e incendiar Milano. E dopo fuggiti i Tedeschi, continuò a ringhiare contro ogni novità; e appena ritornarono, si affrettò a chiamarli per soprannome i gastigamatti, dichiarando che avrebbe dato chi sa cosa pur di non trovarsi in que' frangenti al servizio di due persone, come gli Alamanni, tanto pregiudicate col governo legittimo.

"In che modo avrebbe potuto levarsi d'impaccio?... Certo, anche lui sarebbe caduto in sospetto; e in quei giorni bastava un sospetto per far impiccare un galantuomo!... Dio, Dio, Dio! perchè era entrato in quella casa maledetta? perchè s'era messo in quelle peste?" E un giorno che sua moglie osò domandare, se si avevano notizie del signor Giulio, Pompeo montò su tutte le furie, rispondendole che era una imprudente, una matta, una fanatica; ch'era sempre stata la sua disgrazia, e che avrebbe finito col farlo mandare sulla forca.

Ma poi, subito dopo la visita fatta al Commissario, sembrò che un poco si tranquillasse. Appariva più sereno, non avea più tanta paura nel discorrere di tirar in ballo la politica, e sovente lui stesso, per il primo, intratteneva la Betta sul conto dei padroni, dimostrando per essi una devozione insolita. Figurarsi! arrivò al punto, colle sue premure, di mandar la Betta ogni due giorni da Donna Lucrezia, la parente cui era stata affidata la bimba Alamanni, per scovare notizie del signor Giulio e del signor Francesco. E quando la Betta tornava a casa dopo essere stata dalla vedova, Pompeo non la finiva più colle interrogazioni, e si mostrava persino amabile colla moglie; si prendeva il piccino sulle ginocchia e lo faceva trottare per un pezzo, a cavalcioni.

La Betta era tutta consolata e diceva ch'era stata la Madonna che aveva toccato il cuore del su'omo!

Questi, intanto, avea preso l'abitudine di andare a spasso quasi tutte le sere. Girava qua e là, a caso. per vie diverse; ma poi, capitava sempre nelle vicinanze di Piazza dei Mercanti o di Santa Margherita, imboccava il volto dell'Arco Vecchio, e sgattaiolando dalla porta attraversava lesto lesto la corte della sua antica abitazione; infilava di corsa una delle tante scalucce, a quell'ora buie e deserte, e si fermava ansante al terzo piano, dinanzi all'uscio su cui era scritto Mediatore.

—In fin dei conti—pensava Pompeo fra sè ogni volta che ritornava da quelle visite notturne—in fin dei conti io salvo la pelle, e non fo male ad alcuno. Già, i padroni non vorranno essere tanto grulli da tornare a Milano per cader in trappola! D'altronde io non ho mai fatto il rivoluzionario; non ho mai portato coccarde; non sono corso dietro a Garibaldi come quel bestione dello Sbornia!... Se gli altri vogliono tener mano agl'Italiani io credo d'essere libero di parteggiare per i Tedeschi. In fin dei conti è chiaro che le rivoluzioni non si fanno altro che per i signori. Sotto i Tedeschi o sotto gl'Italiani la povera gente farà quaresima allo stesso modo, e in quanto a me dovrò sempre servire, sgobbare e spazzar le scale anche in onore del Popolo Sovrano!... Chè!... chè!... per mio conto, viva l'Austria e il quieto vivere! E poi io non posso scherzare, non posso fare il matto come gli altri. Io ho i miei doveri: sono padre di famiglia!

Con tali ragionamenti Pompeo si metteva in pace la coscienza; ma non potè durarla a lungo.

Un giorno, nel tempo appunto che succedevano que' suoi colloqui segreti con Don Miao, egli se ne stava solo solo in porteria, seduto vicino al fuoco mezzo spento, quando a un tratto si sentì chiamar piano dietro le spalle da una voce che lo fe' trasalire. Si voltò, balzando in piedi, e rimase maravigliato trovandosi dinanzi un contadino lacero, smunto, che lo fissava senza dir motto, come aspettando che lo riconoscesse; ma poi, a poco a poco, alla sua maraviglia si aggiunse un'inquietudine strana, vivissima. Guardando la faccia tutta rasa dello sconosciuto, sentiva come una vaga reminiscenza, poi a poco a poco riconobbe i tratti di persona a lui ben nota. Allora, per un intimo turbamento, non potè più sostenere lo sguardo che lo fissava; abbassò gli occhi e mormorò:

—Mio Dio, il padrone!

Giulio Alamanni (era proprio lui, travestito in quel modo) si pose l'indice della mano sulla bocca, accennando a Pompeo di tacere; poi, guardando in giro con diffidenza:—La Betta—domandò, parlando sempre a bassa voce—è uscita?

—Sì... signor padrone....

—E... starà molto fuori?

—Non so... non credo.

—Allora aprimi subito la porta della scala e fammi passare: che nessuno mi veda!

—Sì... si...gnore....

—E gli altri della casa?

—Le donne sono in chiesa... il cocchiere dev'essere in scuderia.... in corte non c'è anima viva.

—Andiamo... sbrighiamoci!

—Sissignore....

Pompeo, tutto sconvolto, si avviò verso la tavoletta delle chiavi, staccò le due prime che vi erano appese, poi in fretta, seguìto dal padrone, attraversò l'atrio, aprì le imposte a vetri che davano adito alla scala, e quando furon essi dentro tutti e due, tornò a richiuderle con un doppio giro di chiave.

—Ora ci siamo!—esclamò l'Alamanni con un sospirone di sollievo.—È andata meglio che non sperassi. Ma e poi?—soggiunse rivolgendosi a Pompeo.—Se torna tua moglie e non ti trova in porteria?

—Figurerò d'essere salito su per aprir le finestre e dar aria alle sale,—rispose Barbetta sforzando la voce, che non gli voleva uscir chiara dalla gola.

—Hai presa la chiave del quartiere?

—Sì, signor padrone: ho presa la chiave dell'anticamera; tutte le altre son dentro.

Allora Pompeo e l'Alamanni cominciarono a salire le scale.

—C'è stata la polizia a farmi visita, non è vero?

—Una volta, signor padrone,—rispose il portinaio, che si sentì gelare il sangue e salì più in fretta gli scalini, come per sfuggire a quell'interrogazione.

—Avrà messo tutto sossopra?...

—Sissignore; ma non ha trovato nulla.... Almeno così ho sentito dire.

—Lo so, lo so. E la Betta?—continuò l'Alamanni colla sua solita affabilità.

—Benino al solito; grazie, signor padrone.

—Povera figliuola!—e Giulio Alamanni, pensando in quel punto quanto la Betta fosse stata affezionata alla sua Lucia, sospirò profondamente. Frattanto erano giunti nell'anticamera.

—Da che parte, signor padrone?—domandò Pompeo fermandosi nel mezzo, perchè sull'anticamera davano due appartamenti.

—Per di qua:—e l'Alamanni accennò a sinistra.—Aprimi la camera da letto... Di' la verità,—soggiunse poi, notando la confusione e la faccia stralunata del portinaio,—questa mia apparizione ti ha messo in corpo una gran paura?

—No... cioè... temo per lei, signor padrone!... Se mai la polizia venisse a sapere....

—Chi mai potrebbe riconoscermi così trasfigurato? E poi non uscirò certo di casa in tutto il giorno, e stanotte lascierò Milano per sempre.

—E... e il signor Francesco?

—Egli è già in sicuro.

Il portinaio non rispose verbo, ma alzò gli occhi al cielo quasi volesse ringraziare la divina Provvidenza.

Dopo aver attraversata adagio adagio, al buio, una lunga fila di sale grandi e fredde, dove i tappeti ammorzavano anche il rumore dei passi, i due erano entrati in una stanza più rischiarata in cui distinsero subito, come nuvola bianca, l'alcova e i cortinaggi di un letto matrimoniale.

Giulio Alamanni, che si era fatto pallidissimo, ordinò allora a Pompeo di aprire gli scuri delle finestre.

Il portinaio si affrettò a ubbidire. Le finestre prendevano luce dal piccolo giardino della casa e non c'era pericolo che alcuno, di là, potesse spiare nella stanza; ma tuttavia Giulio Alamanni non pensava certo in quel momento alla propria sicurezza; ben altri sentimenti gli agitavano l'animo.

Erano i ricordi più dolci e più dolorosi della sua vita; erano le gioie dell'amore ed era insieme l'ultimo grido di Lucia agonizzante, che si ripercuoteva ancora fra quelle pareti.

Egli era ritornato là dove avea tanto amato e tanto sofferto!... dove la sua Lucia gli aveva dato tutto il suo amore, e dove nell'ultima ora avea risposto con un rantolo ai suoi baci e alle sue carezze.

Ma la morte, col lugubre accompagnamento di lacrime e di disperazione, era passata per quella camera, senza lasciarvi alcuna traccia.... I rosei putti del soffitto danzavano sempre giocondi attorno ad un'Aurora tutta candida e soave nella sua nudità immacolata; e gli stucchi nitidi, e i fregi dorati, e i larghi fiori degli arazzi splendevano al sole, come il primo giorno in cui egli vi era entrato stretto al fianco della sua sposa, che gli sorrideva tremando.

Subito era corso collo sguardo al capezzale dove, sui guanciali affondati, avea veduto per tante ore, quasi immobile, il viso scarno, pallido pallido, di Lucia... ma adesso una ricca coltre di damasco antico dai vivi colori copriva tutto il letto morbido, ravviato che non faceva una grinza.

Sul tavolino accanto, in luogo delle boccette e dei medicamenti, ch'egli guardava in que' giorni con un senso supremo di speranza, si vedeano, disposti in bell'ordine, i gingilli eleganti e le figurine graziose di porcellana.... Tutto, insomma, era stato ripulito, mutato, rimesso a nuovo: e l'Alamanni cercandovi invano una traccia del suo gran dolore, a poco a poco si sentì come un estraneo in casa, in camera sua, quasi al pari che nel suo luogo di esilio.

—No, le cose non hanno lacrime,—mormorò fra sè con profonda angoscia. Ma poi, veduto Pompeo che gli si teneva vicino, umile, col berretto in mano, volle vincere per un nobile sentimento di fierezza la propria commozione; e usò di tutto il suo coraggio per mostrarsi forte, e ricordarsi di ciò per cui era venuto.

Con la voce spezzata dall'affanno ordinò subito al portinaio che accendesse il fuoco nel piccolo caminetto della stanza.

Pompeo era già troppo sbalordito perchè un ordine così inaspettato e, in quel momento, così strano, lo potesse maravigliare. Invece, tutto premuroso, levò il paravento, cercò la legna che trovò subito in un mobiletto di mogano accanto al caminetto, e l'accomodò sugli alari. L'Alamanni, intanto, lo seguiva cogli occhi aspettando impassibile che il fuoco fosse acceso; e poi, quando vide levarsi la fiamma dinanzi a Pompeo che inginocchiato soffiava sotto ai fastelli:—Ora—gli disse—bisogna vedere se ci riesce di staccare un po' quell'armadio dalla parete.

Questa volta Pompeo guardò fisso il padrone: non aveva capito bene che cosa dovesse fare.

L'armadio indicato, grande, pesante, a fregi e intarsiature, sullo stile degli altri mobili della camera, pareva infisso nella parete di faccia al letto e tutto chiuso fra la cornice dell'arazzo.

—Sì, lo potremo smuovere facilmente,—soggiunse l'Alamanni rispondendo alla muta interrogazione di Pompeo; e allora servendosi di una mano sola, che l'altra, la destra, la teneva sempre nascosta sotto la giacca di frustagno, riuscì a staccare dal muro una parte dell'arazzo, mostrando in tal modo che l'armadio vi era appena accostato.

—È forse ferito?—domandò Pompeo al padrone, avendo notato come non si fosse servito altro che della mano sinistra.

—Sì; ma è cosa da nulla.

Pompeo da solo giunse appena con molta fatica a scostare di tanto l'armadio che tra la parte di dietro e il muro potesse penetrare una persona.

—Mi ci vorrebbe un arnese di ferro; un martello, una spranga,—disse l'Alamanni guardando in giro per la stanza. Ma non trovò altro che le molle del caminetto: avevano un manico d'ottone fuso; grosso, massiccio. Le additò a Pompeo e gli diè ordine di battere con quelle, e con tutta forza, sopra un punto dove la parete si vedeva murata di fresco. Il tramezzo cedette subito ai primi colpi, per un largo tratto rettangolare, e dietro apparve agli occhi maravigliati del portinaio una grande cassa di ferro.

—Il pover'uomo che mi aveva murata questa buca, è stato ucciso dai Tedeschi alla barricata di San Celso!—mormorò il proscritto con un sospiro. Poi fatto ritornare il servo ad attizzare il fuoco aprì lo scrigno, mediante una chiave che portava con sè, e ne tolse alcuni fasci di carte che buttò sulla fiamma rimanendo muto, accigliato a vederli bruciare.

—Sai,—disse poi rivolgendosi a Pompeo quando di tutti quei fogli non rimase più altro che un mucchio di cenere nera, a falde, alcune delle quali svolazzavano qua e là su pel camino,—se i Tedeschi fossero riusciti a metter le mani su quelle lettere, c'era tanto da porre in pericolo mezza Milano.

—Ma per fortuna, signor padrone, i poliziotti non sarebbero mai venuti a capo di scoprirle, tanto bene erano nascoste.

—Eh, non si sa mai!... Alle volte si trova la spia dove meno si crederebbe....

Pompeo impallidì, e non potè rispondere altro che qualche parola inintelligibile.

—Ma ad ogni modo,—continuò l'Alamanni,—adesso sono più tranquillo. Anche se fossi preso, avrebbero me solo nelle granfie!

E così dicendo il proscritto si guardava attorno nella camera con un senso profondo di mestizia: pareva chiamasse tutte le memorie di Lucia a testimonio del disgusto e dell'amarezza che sentiva della vita. Però tacque lungamente, ritornato in preda alla più viva commozione. Poi di nuovo, sebben cogli occhi pieni di lacrime, riuscì a vincersi, e rivoltosi daccapo a Pompeo:

—Ora,—gli disse,—scenderai subito in porteria.

—Sì, signor padrone.

—Se la Betta fosse tornata, trova modo di rimandarla via. Non ti mancherà certo qualche scusa, qualche pretesto. Occorre che stia fuori di casa almeno due o tre ore.

—S'ella crede, potrei mandare mia moglie da donna Lucrezia. Così, prima di partire, ella avrebbe anche le notizie della padroncina.

—Oh, l'ho già veduta la mia bimba... povera bimba!

Il Barbetta non fu punto commosso da queste parole, nè dal sospiro con cui furono accompagnate. Invece provò dentro di sè una gran contentezza, accorgendosi di non esser solo a conoscere quel viaggio misterioso del padrone.

—So che ci vai spesso a salutare mia figlia; so che ci va pure anche la Betta, e ve ne ringrazio. Fra qualche giorno, quando mi troverò al sicuro, ho già disposto perchè la bimba venga a raggiungermi con Donna Lucrezia.... Ma, per oggi, è meglio che tua moglie non si faccia vedere da quelle parti. Non mi parrebbe prudente. Si fa presto a ciarlare!

—Come vuole, signor padrone. Allora manderò la Betta dalla lavandaia. Oh, non dubiti! è una buona passeggiata! Sta laggiù, alla Barona, fuori di porta Ticinese.

—Va bene. Appena resti solo, torna su da me. Ti darò una somma di danaro e una mia lettera: porterai l'una e l'altra dal banchiere Nicola Mazza. Sai dove abita, non è vero?

—È quello che ha bottega di cambia-valute sull'angolo di via Orefici?

—Quello, per l'appunto. Egli, poi, ti consegnerà una tratta a mio favore su Londra.

—Sì, signore.

—Intanto io ti preparerò tutta la somma in rotoli di napoleoni d'oro, così ti sarà più agevole il trasportarla. Ma prima è necessario che tu vada dal Mazza per metterti d'accordo con lui circa all'ora e al modo di fargli avere il danaro. Bada che non lo potrai portare tutto in una volta; perciò sarà bene prepararlo, e nasconderlo giù in camera tua finchè sei solo in casa, così la Betta e gli altri non ti vedranno salire e poi riscendere colle tasche gonfie.

—Sì, signore.

—Ci avrai pure qualche ripostiglio sicuro?

—Ho... ho un cassettone che ha una serratura forte,—rispose Pompeo con un tremito strano nella voce e senza guardare in faccia l'Alamanni.

Nicola Mazza, il banchiere sull'angolo di via Orefici, appena sentita l'imbasciata, rispose subito che i danari, per maggior prudenza, bisognava aspettare a trasportarli di notte e... e perciò in tutto quel lunghissimo giorno la grossa somma (cinquanta mila svanziche in tanti rotoli di napoleoni d'oro) rimase nascosta nel cassettone del portinaio.

—Questa volta, se la polizia agguanta il padrone, impiccano anche me!—pensava Pompeo, rannicchiato accanto al fuoco spento col capo fra le mani.

A momenti era assalito da brividi; lo prendeva una smania nervosa, e allora inveiva senza ragione contro la Betta e scapaccionava il povero bambino, che correva a rifugiarsi dietro le sottane della mamma.

—Cinquanta mila lire?!...

Ma non ci voleva pensare a quella somma, e sebbene attratto da una specie di fascino a guardare verso il cassettone, pure rimaneva duro e non si voltava mai da quella parte.

Voleva persuadersi che delle cinquanta mila lire non gliene importava nulla e che le sue inquietudini, le sue incertezze provenivano soltanto dal grave pericolo al quale andava esponendo sè e tutti i suoi. Fosse stato solo, allora avrebbe anche potuto darsi l'aria di un eroe; ma invece, era padre di famiglia, e dovea pensarci due volte prima di fare uno sproposito!... E i danari? E le cinquanta mila lire ch'erano lì nel cassettone?... Chè! Non se ne curava punto! Non erano i danari certamente che avvrebbero potuto indurlo... che avrebbero potuto trascinarlo... Oibò!... Non era sempre stato galantuomo? Anche quando avea dovuto chiuder bottega non avrebbe potuto dichiarare il fallimento e tenersi i quattrini se fosse stato disonesto? Invece avea pagato i suoi creditori fino all'ultimo soldo!... Dunque? Dunque anche adesso non era certo per un po' di danaro che si sentiva turbato. Non ci pensava nemmeno!... Voleva anzi dimenticare che fosse nascosto in camera sua... Aveva ben altro pel capo... Non se ne ricordava già più!... Era la famiglia quella che gli premeva!...—E Pompeo arrivato a questo punto co' suoi pensieri, per convincersi meglio che in ogni caso avrebbe avuto solo di mira il benessere della moglie e del figliuolo suo, fece uno sforzo per rivolgere qualche buona parola alla Betta, e prendendosi il bimbo sulle ginocchia cominciò a farlo trottare:

Op, là là! op, op, là là!

Ma poi, a poco a poco, tornava cupo e pensieroso: e allora, senza accorgersene, affrettava il su e giù nervoso delle gambe, dimenticando il figliuolo che gli ballonzolava davanti col visino smorto, pieno di lacrime. Ma la Betta, che conosceva l'umore bizzarro del marito, non perdeva di vista il bambino, e appena poteva, fattosi animo, glielo toglieva di mano.

—E se in casa ci fosse nascosto un qualche arnese di polizia?... Allora agguantano il padrone ugualmente, e per giunta mandano anche me sulla forca. Quel balordo non si era fatto vedere da Donna Lucrezia?!... Una fanatica senza giudizio, che non sarebbe stata zitta nemmeno a tagliarle la lingua!

Ma, subito, questo dubbio ch'egli era andato a cercare soltanto per mettersi in pace colla coscienza, lo atterrì.

—Non poteva, proprio per davvero, esserci qualcuno che avesse avuto l'ingiunzione di sorvegliar lui, come lui avea avuto l'ordine di sorvegliare gli altri?

Pompeo fu preso da un brivido, mentre un sudore freddo gli stillava dalla fronte. Si alzò in piedi a un tratto, e si guardò attorno per la camera, come smarrito, respirando con fatica.

—... Sicuro; se in casa ci fosse la spia e avesse già riferito al commissario l'arrivo del padrone?... Sarei bello e spacciato!

Don Miao glielo avea detto chiaro fino dal principio: Badate che se vi si trova in fallo, non vi sarà usata misericordia!

Per Dio! Si trattava di salvar la pelle, altro che la tentazione di una manciata di marenghi!

Ma alla paura di Pompeo, sebben grande e sincera, si mescolava in fondo al cuore, per una contradizione strana, un senso indefinibile di contentezza, una speranza che gli sorrideva nell'avvenire lontano; invano cercava di seppellirla sotto una fitta di pensieri svariati e tormentosi; a ogni poco ritornava a galla riapparendogli più bella e più lusinghiera.

L'immagine terribile del capestro, che lo faceva fremere e tremare, non era forse una valida giustificazione per la sua coscienza?... E parimente, anche dopo, davanti al giudizio, così fallace, della pubblica opinione?... Dopo molti anni, scomparso ogni pericolo, egli avrebbe ritrovato nel cassettone, e con sua grande maraviglia, le cinquanta mila lire, che sotto la minaccia continua della prigione e della forca era naturale, naturalissimo, avesse del tutto dimenticate!...

Ma intanto bisognava risolversi. Allora tornò a sedersi e rimase lungamente colla testa bassa, voltando le spalle al cassettone.

—Povero figliuolo mio, povera moglie mia, se m'impiccassero! Non resterebbe loro altro che morir di fame.... Il signor Giulio in galera; il signor Francesco in esilio; e Donna Lucrezia che si trova al verde.... È un bel matto, del resto, anche il mio padrone!... Dopo rimasto vedovo la vita gli viene a noia, vuol crepare ad ogni costo, si ficca nelle congiure, corre alla guerra e ne fa di tutti i colori senza badare, intanto, a quali pericoli espone un povero cristiano, che è l'unico sostegno della famiglia, e che non ha punta voglia di sentirsi la corda al collo!... Certo il signor Giulio non aveva usata alcuna prudenza. Ci voleva ben altro che i travestimenti per sfuggire alla polizia! Doveva tenersi al largo e non tornare a Milano col rischio di cadere in trappola.... Se i quattrini erano finiti, ebbene, poteva far debiti!... Era vero, per altro, che il signor Giulio correva meno pericoli di suo fratello, il signor Francesco.... Quello sì, se fosse caduto in mano ai Tedeschi, era sicuro di morire sulla forca.... Ma il signor Giulio?... Oibò! Gli avrebbero fatta una paternale e, tutt'al più, lo avrebbero tenuto dentro fin che non gli fosse passato il grillo dell'Italia libera!... Si sapeva bene, che era un poeta, un matto....

—Ed io—continuava a dire Pompeo fra sè—dovrei sfidare la pelle, quando il padrone, a buon conto, non arrischia altro che di metter giudizio?....

—In tal caso,—concluse poi, dopo qualche tempo di profonda meditazione, e senza nemmeno accorgersi che i suoi pensieri ormai gli avevano tolta la mano e correvano tutti là dove lo portava il cuore,—in tal caso, mi terrei io i danari, perchè non venissero confiscati, e li renderei al padrone appena fosse rimesso in libertà.... Certo... certo.... Glieli renderei fino all'ultima svanzica. Sono sempre stato un galantuomo, io!