V.
Successa la pace nella nobile famiglia Barbarò di Panigale, la Mary e l'Angelica si videro assai meno frequentemente, per quanto il commendatore cercasse tutti i modi di mantenere stretta l'intimità fra le due cugine. La marchesa di Collalto schivava di recarsi in casa Barbarò per non incontrare il signor Pompeo, ma d'altra parte, non volendo che la Mary s'accorgesse della sua freddezza, si recava più di rado a Milano, e ci andava solamente nei giorni di visita al Collegio militare, dove Stefanuccio non si diportava troppo bene, e avea bisogno continuamente di prediche e di esortazioni. Era negligente, svogliato, e nemmeno mostrava molta intelligenza. Pieno del suo nome, dei suoi titoli, ogni anno si trovava al punto di dover ripetere gli esami, e ogni poco lo zio Diego doveva raccomandarsi ai suoi amici del Ministero della Guerra perchè non fosse mandato via dal collegio. Angelica ne soffriva assai, e dopo quelle visite, quando sapeva il Barbarò a Panigale, o a Roma, non poteva resistere, e correva dalla Mary prima di ritornare a Gallarate, per sfogare con lei tutte le sue pene.
Questo stato di cose durò così parecchio tempo, finchè un avvenimento assai importante nella vita di Angelica sopraggiunse a mutare totalmente il suo tenore di vita.
Il marchese Alberto, colpito da un nuovo insulto apopletico, era rimasto per quasi tutto un anno immobile, senza poter muovere un dito, nè profferire una parola. Gli occhi soltanto gli erano rimasti vivi per ammiccare al cibo, e la bocca per inghiottirlo. Poi, una sera, la bocca storcendosi non si era più mossa, gli occhi eran rimasti aperti, ma fissi e vitrei: il marchese Alberto era morto del tutto.
La notizia arrivò subito a Milano, e prima ancora che si facessero i funerali giunse da Milano alla marchesa Angelica una busta suggellata col bollo della Banca degli interessi Lombardi Provinciali. Conteneva una cambiale del marchese Alberto, avallata dalla moglie, e che scadeva quel giorno stesso, accompagnata da un bigliettino rispettosissimo del Barbarò, il quale le diceva che sapendola in quel momento troppo sossopra per la disgrazia di cui era stata colpita, avea ritirato lui la cambiale, assicurandola in pari tempo che la Banca l'avrebbe rinnovata colla sola firma dell'Illustrissima Signora Marchesa.
"Che fare?..."
Angelica in sulle prime si sentì offesa da quell'atto. Ricorse allo zio Diego per aver modo di pagare subito la Banca, ma lo zio le rispose che non ce n'era affatto bisogno, dal momento che la Banca stessa, com'era conveniente e naturale, le offriva il proprio credito.
—Il signor Barabao... Barabò non c'entra; deve essere stata una deliberazione presa dal Consiglio di sconto.—E siccome Angelica insisteva, il marchese con galanteria si dichiarò "desolato di non aver tesori da deporre ai piedini mignons della cara nipote.... ma soltanto i voti del suo cuore, ch'ella manteneva in uno stato di continuo bollore."
"Che fare?..."
Angelica, in quelle strette, in quello sbalordimento, non potè riparare il colpo; dovette vincersi, nascondendo il dispetto in fondo al cuore, e far buon viso alla garbatezza del commendator Pompeo, a cui inviò la nuova cambiale con due parole di ringraziamento. Il primo passo era stato fatto, e in breve, perchè quella cambiale non era la sola, e molti erano gli affari che, per la morte del marito, rimanevano alla marchesa da regolare, il Barbarò, legando destramente una cosa coll'altra, riuscì a circondare Angelica come da una fitta rete di cortesie. Sempre per gli affari, o colla scusa degli affari, trovò modo d'incontrarsi spesso con lei, e tornò finalmente ad andarle per casa. Si faceva in quattro per servirla, e si prosternava dinanzi al marchese Diego il quale lo trattava con alterigia, e consigliava alla nipote di star in guardia, di ricordarsi di Villagardiana.... ma poi non faceva nulla per aiutarla.
Angelica soffriva: soffriva nel suo amor proprio, nel suo cuore, nel suo sentimento di donna. Ogni volta che vedeva avvicinarsi il Barbarò, non poteva vincere un impeto di repulsione, ma era costretta a dominarsi.... era bastato un momento, un momento solo, e ormai era stata presa. Pure, essa affrettava con ansia indicibile il giorno in cui tutti gli affari fossero accomodati, il giorno in cui sarebbe ritornata libera, in cui non avrebbe più dovuto sopportare la presenza e i servigi di quell'uomo.... ma se avea fretta lei, non aveva fretta il Barbarò. Col fascino assorbente del danaro, senza che Angelica se ne fosse accorta, era diventato il padrone di casa sua. Il nobile Barbarò di Panigale, deputato al Parlamento, non era più il signor Pompeo, ed ella pure sentiva, non potendo levarselo di torno, di doverlo trattare assai diversamente. Gli altri, dai creditori alle persone di casa, che andavano in visibilio quando arrivava lui, tutti dichiaravano che era stata una gran fortuna per la marchesa, e più per il marchesino, che Don Pompeo di Panigale avesse voluto occuparsi dei loro affari. Era un suffragio universale al quale, tanto più perchè c'era di mezzo suo figlio, Angelica non poteva, non osava ribellarsi.
E poi i danari, questa forza che il Barbarò sentiva di possedere, pareva avessero affinata anche la sua furberia. Al Villino delle Grazie egli aveva saputo rendersi necessario a tutti. Mance non ne dava, ma poteva rendersi molto utile con raccomandazioni. Un suo biglietto di visita poteva far la fortuna di un uomo, ed essendo prodigo di raccomandazioni e di biglietti di visita, diventava popolare a buon mercato.
Il marchesino Stefano, lo avea fatto suo vezzeggiandolo, adulandolo, facendogli credere che lo zio Diego era un ricco sfondato, e che l'unico erede doveva esser lui.
—Che bell'ufficialetto dovrete diventare!—gli diceva spesso.—E ve ne saranno da spendere, perchè se il babbo ha sciupato, lo zio ha provveduto!
Il giovinetto montava in superbia a quelle parole, e non faceva altro che sognar grandezze. Poi quando, più tardi, superati gli esami, si trovò libero a Torino, alla Scuola d'Applicazione, cominciò a spendere allegramente.... tanto più che gli era facile trovar quattrini, perchè c'era sempre qualche usuraio che gli si metteva alle costole, pronto a servirlo.
Per tutto ciò Pompeo di Panigale trionfava allegramente. Alla Banca non lo riconoscevano più: sempre attento agli affari, ma di buon umore. Siccome andava spesso al Villino delle Grazie, aveva mutato il vecchio carrozzone in una victoria elegantissima, e si era fatto canzonare comperando a gran prezzo, e per due puri sangue, una pariglia di poco valore.... Ma a un tratto, quando proprio era al sommo di tutte le speranze, arrivando una sera a Gallarate, vi trovò il maggiore Andrea Martinengo, che gli fu presentato dalla marchesa Angelica, cogli occhi lampeggianti di contentezza.
Il Barbarò fece una smorfia, che dovea essere un sorriso, abbondò di complimenti col maggiore, ma avea la voce grossa, e se ne andò quasi subito.
Non vedeva il momento di trovarsi solo!—Invece quando fu solo si sentì peggio. Era gonfio di gelosia e di odio.
—Quella santocchia mi ha ingannato! Si è servita di me come di un ragioniere! Mi ha tenuto buono, mi ha accarezzato finchè aggiustavo i suoi affari, e adesso che si crede a buon punto fa saltar fuori l'amante e me lo butta in viso!... Svergognata! Sfrontata, peggio di tutte le altre!—Poi, sfogata l'ira, un altro pensiero lo accasciava.—Dunque.... si amano ancora?!... Dunque non è vero che quello spiantato l'abbia abbandonata!... Si amano! Si amano! Potessi farli crepare tutti e due!
Pompeo tornava a infuriarsi, e strapazzava il cocchiere perchè non faceva correre abbastanza i cavalli; ma poi a una voltata si arrabbiò perchè correvan troppo, e lo percosse col bastone sulla schiena.
Non poteva star quieto; e borbottava a mezza voce:
—Le pianterò a mezzo tutti gli affari! Penserà il maggiore a levarla dagli imbrogli. Sì.... Sì.... Domani le scriverò una lettera fulminante. Le voglio dire che non mi garba di portare il moccolo!
I cavalli correvano sempre in mezzo alla notte buia d'estate, senza stelle, senza chiaror di luna, pesa, soffocante. Un odor grasso di campagna faceva presentire la pioggia vicina. Pompeo tacque a un tratto, e si rincantucciò. Stette così lungamente, rimuginando e rodendosi i peli dei baffi.... Pensava.... pensava cogli occhi fissi, spalancati nel buio....
A un tratto si scosse, si rizzò a sedere, come per seguire un'idea che temeva gli sfuggisse.... e in fine, così solo, scoppiò in una sghignazzata.
—Ah! ah! ah!.... Sarà un colpo da disperato, ma non ho da scegliere; e poi, con questo, se non riescirò dove voglio, mi sarò almeno vendicato!
Il giorno dopo egli non scrisse nessuna lettera alla marchesa; invece continuò a prendersi cura de' suoi affari, andando al Villino delle Grazie colla solita frequenza, mostrandosi come prima servizievole e rispettoso, facendo continui complimenti al Martinengo, e esprimendo il desiderio di entrare con lui in buona amicizia.
VI.
Il prossimo matrimonio di Angelica e di Andrea era già l'argomento del giorno nei vari discorsi dei conoscenti; ma ancora nè Angelica nè Andrea volevano accettare le congratulazioni. Per tale riserbatezza c'erano due ragioni del pari importanti: una di convenienza, perchè avevano fissato di aspettare che fosse compiuto l'anno di lutto prima di partecipare il matrimonio; l'altra di opportunità, non potendo ancora sapere quando si sarebbero maritati. Nè la marchesa, la cui piccola dote si poteva toccare, nè il Martinengo, che aveva solo la sua paga di maggiore, si trovavano in istato di poter fornire la cauzione. Per questo Andrea avea combinato, d'accordo colla marchesa, di dare le proprie dimissioni e di ammogliarsi appena avesse ottenuto, mediante il suo titolo d'ingegnere, un buon impiego alle strade ferrate. Intanto aspettavano tutti e due, volendosi ogni giorno più bene. Andrea avea chiesta l'aspettativa per ragioni di famiglia, e si era stabilito anche lui a Nuvolenta, vicino a Gallarate, nella stessa casa abitata per tanto tempo da Giulietto Barbarò. L'impiego alle strade ferrate non gli poteva mancare, nè doveva tardar molto a venire, tenuto conto della capacità di cui aveva dato prova, della grande stima che godeva nell'esercito, e delle sue aderenze personali. La felicità dei due amanti era dunque sicura, e il suo compimento non presentava ostacoli; era appena questione di un po' di tempo. Nessuno poteva impedire il loro matrimonio, proprio nessuno, nemmeno lo zio Diego, che, potendo, lo avrebbe fatto molto volentieri.
—La marchesa di Collalto diventare la moglie di un impiegatuccio alle strade ferrate?!... Diventare la signora Martinengo, tout-court!... Era più che una mésalliance, era una dégringolade!... E non soltanto per il decoro del nome, il marchese Diego era irritatissimo, ma anche perchè temeva che i soldi dell'impiego fossero scarsi, e toccasse a lui, a metter mano alla borsa.
Quel matrimonio lo faceva diventar verde come i suoi capelli, e al club gli amici, quando volevano divertirsi alle sue spalle, glie ne facevano le congratulazioni. Allora il marchese montava in bestia, dava del babbuino al Martinengo, e della romantica sventata alla nipote.
—Che bisogno c'è di maritarsi?... Non era libera?... Non poteva fare tutto quel diavolo che voleva, senza impitoccarsi cogli impieghi?—E a chi, in proposito, gli citava la virtù, riconosciuta da tutti, della marchesa di Collalto, il vecchio filosofo rispondeva con un'alzata di spalle:
—La virtù?... Che virtù!... La virtù che apprezza il mondo è una sola, e consiste per gli uomini nell'aver quattrini, e per le donne nell'aver prudenza.
Ma poi, visto che l'arrabbiarsi e il gran predicare non portava nessun frutto, anche il marchese Diego si stancò, Non voleva perdere l'appetito, tanto più che lo stesso Stefanuccio sembrava contento, e invece di gridare cominciò a sfogarsi burlandosi della nipote, chiamandola la signora Guarda-freno, raccomandandole di non mostrarsi troppo alla stazione, perchè avrebbe fatto perder la testa agli impiegati, e accresciuto il numero degli scontri.
In quanto a Stefanuccio, per altro, non era vero che fosse contento del matrimonio di sua madre; non gliene importava un fico. Per il Martinengo aveva la considerazione e il rispetto disciplinare che un allievo professa ad un maggiore di artiglieria: null'altro, e nulla più.
Il giovane scapestrato aveva ben altro in mente che il matrimonio di sua madre. Fra i debiti, i cavalli, il giuoco, le ballerine e la Scuola, era affaccendato tutto il giorno e tutta la notte, sempre colla testa sossopra, sempre in moto, sempre in ansia, trascurando la Scuola per rimediare ai debiti, dimenticando i debiti dietro le donne, trascurando le donne per i cavalli.
Ma se i debiti egli li dimenticava, v'era bene chi li ricordava per lui, e fra gli altri un omino piccolo, colle gambette storte ad arco, il viso da vecchietto e gli occhi loschi. Costui, col cilindro lustro e il grosso catenone d'oro dei giorni d'affari, era seduto a un tavolino del caffè Florian, coll'aria di chi vi aspetta qualcheduno. Ma il qualcheduno aspettato tardava a mostrarsi, e l'omino domandò a un cameriere se sapeva dove abitava il marchese Stefano di Collalto.
—Sissignore: abita in Piazza Vittorio Emanuele, numero 36.
—E... sapreste indicarmi a che ora è più facile trovarlo in casa?...
—Di solito non saprei dire, ma in questi giorni lo deve trovar di certo perchè è agli arresti: portava la visiera del berretto troppo piccola, e il generale Casanova lo ha consegnato.
L'omino sorrise, poi si alzò quasi subito, e scese lentamente i Portici di Po, avviandosi verso la Piazza Vittorio Emanuele.
Beppe Micotti, l'omino non era altri che lui, inviato dal Barbarò con un incarico delicatissimo, rimuginava intanto nella sua testa ciò che dovea dire al marchese.
—Lo liscieremo e lo aduleremo...—e subito trovatosi di fronte all'ordinanza, gli domandò se Sua Eccellenza il marchese era in casa, e lo pregò di andargli a domandare se si degnava riceverlo.
—Chi gli devo dire?...
—Serafino Bianchi,—rispose il Micotti che si era preparato lungo la strada anche a quella domanda.
L'ordinanza scomparve per un uscio a cristalli smerigliati e il Micotti rimase in anticamera ad aspettare. Dopo un momento, dietro i cristalli apparve un'ombra, e dalla fessura dell'uscio si mostrò un'occhio nero che spiava, e un pezzetto di testina riccioluta. Poi l'ombra scomparve, e si sentì squillare nell'interno della camera una risata argentina di donna. Intanto si presentò sull'uscio l'ordinanza ritta, impettita, e senza dir motto fe' cenno all'altro di passare, e gli chiuse dietro la porta, lasciandolo solo col marchese.
Stefano di Collalto si voltò per guardare il suo visitatore, e con la faccetta imberbe rideva ancora dietro alla ragazza che avea fatto scappare nel gabinetto di toeletta. Era un cosino lungo lungo, magrissimo, straordinariamente calvo per la sua età, con la carnagione diafana e lentigginosa dei biondi rossicci.
Il signor Bianchi, col cappello in mano, gli fece un inchino umilissimo.
—Il signor marchese... non mi conosce di certo....
—No, non mi pare.
—Oh, io invece ho avuto l'onore di ammirarla spesso al Valentino a cavallo, e poi in Piazza d'Armi....
—Sarà benissimo!—rispose l'altro seccamente, squadrandolo d'alto in basso, e tenendolo in piedi, presso l'uscio. Il marchesino, dal preambolo, dubitò subito di aver a che fare coll'inviato di un suo creditore.
Invece, l'omino, era proprio un creditore in persona. Sempre col cappello in mano e sorridente, il signor Bianchi levò di tasca un grosso portafoglio, e dal portafoglio, con due dita, una cambiale che dopo fatto un altro inchino, presentò al marchese. Questi guardò alla sfuggita verso l'uscio del gabinetto di toeletta, poi invitando il signor Bianchi ad accomodarsi, gli tolse di mano il cappello che posò sopra una seggiola.
—Oh troppa bontà....
—Saperlotte! L'avevo dimenticata!—esclamò il marchesino dando un'occhiata alla cambiale. Poi calando il tono della voce per non farsi sentire nell'altra stanza:—Senta,—continuò,—non si potrebbe rinnovarla, per qualche giorno? Sono agli arresti, capisce, e non mi posso muovere, non posso provvedere.
—Si figuri!... Se dipendesse da me!... ma io, in questo caso, non fo altro che rappresentare il barone Castagneto di Genova; una persona stimabile quasi quanto vostra eccellenza, e che me l'ha girata per l'incasso... solamente per l'incasso.
—E...—l'altro sorrise facendo l'occhietto al signor Serafino, come usava colle donne quando voleva essere irresistibile,—e... non si potrebbe telegrafare a Genova?...
—Conosco il signor barone, e so com'è fatto. Oggi, scaduta la cambiale, vuole che sia pagata, pronto domani a scontarne una nuova, com'è naturale, avendo da trattare con persona che ha un nome illustre, un ricco patrimonio presentemente, e un avvenire (quello che gli prepara l'illustrissimo marchese Diego di Collalto) di milioni parecchi.—E il signor Bianchi spiegò di nuovo la cambiale, mettendola distesa sul tavolino.
—E allora, quando mi conosce, e sa di poter essere sicuro, mi trovi il modo lei, di rinnovare questa cambiale a tre mesi. In fine non si tratta altro che di mille cinquecento lire, e se non fossi agli arresti....
—So benissimo, signor marchese, so benissimo, che in tal caso non avrebbe bisogno di me. Ma... gli è, vede... che io sono sprovvisto: non sono un banchiere, come il signor barone; sono un agente d'affari e nulla più. Tuttavia cercherò di servirla per due o tre giorni... intanto... regolata questa pendenza, potrà rivolgersi ancora al signor barone e, se crede, penserò io a tutto, mediante una provvigione.
—S'intende, s'intende....
—Io non sono un capitalista, ripeto, e vivo sugli affari che fo per gli altri.
Dopo una simile dichiarazione Stefanuccio si sentì più tranquillo. L'amico, pensava, avea subodorato un buon affare, e per questo era venuto da lui con tanta premura.
Infatti il signor Bianchi, sempre più ossequioso, lasciò sul tavolino la cambiale scaduta, e si portò via la firma in bianco, per duemila lire, del marchese Stefano, che a quelle dimostrazioni di grande rispetto rizzava la testa e, gonfiandosi, faceva la ruota come un tacchino.
Per alcuni giorni l'agente d'affari non si fece vivo e Stefanuccio, prosciolto dagli arresti, si era già dimenticato di lui, del barone Castagneto, e della firma in bianco, quando vedendoselo una mattina comparir dinanzi al Caffè di Parigi, si consolò tutto, pensando che il signor Bianchi gli poteva procurare i quattrini che gli occorrevano per la beneficiata di madamigella Nicoly; un fiore esotico, e molto sbocciato, della compagnia equestre Ciniselli.
—Buone nuove?—gli domandò subito il Collalto che si era allontanato dai compagni, coi quali stava facendo colazione.—Buone nuove?
—Sì... e no, signor marchese.
—Fuori il sì!...
—Mi scusi, l'eccellenza sua, ma dovrei cominciare dal no.
Stefanuccio aggrottò gli occhi miopi.
—L'effetto... sa... non l'ho ancora potuto scontare.
—Quale effetto?
—Quello che mi ha lasciato in bianco, per duemila lire.
—Ah, sicuro! rispose Stefanuccio, lustrando l'occhialino colla pezzuola di battista.
L'altro lo guardò, disponendosi ad ascoltarlo colla più premurosa attenzione.
—Per la cambiale delle duemila lire, ci penserà... con comodo. A me occorrerebbe invece di conchiuder presto un altro affare....
La faccia verde del signor Bianchi si colorì a un tratto.
—Ecco... è appunto intorno a ciò che avrei buone notizie. C'è chi sarebbe disposto a trattare con lei.
—Il barone Castagneto?...
—No: qualche cosa di meglio... di molto meglio!
—Saperlotte!...
—Sarebbe un grosso banchiere di Livorno. Un mio corrispondente. Ma non ho voluto sciuparlo per la bagattella di duemila lire.
—Ha fatto benissimo!... Prende un cognac, signor Serafino?—Cameriere!... Cognac!
—Troppa bontà!... Appena ha udito il nome del signor marchese, m'ha detto Bep...—il signor Bianchi si corresse a tempo,—Serafino,—m'ha detto,—ti lascio trattare per sessantamila lire!
L'ufficiale ebbe una scossa che gli fece saltar la lente fuori dell'occhio, ma l'altro tirò dritto, imperturbabile.
—E quali sono le condizioni?—ho soggiunto io, volendo battere il ferro, mentre era caldo.
—Benissimo! Benissimo!
—Le condizioni sono presto dette.—E il signor Bianchi tacque un momento, per dar più importanza alle parole, mentre l'altro aspettava con ansiosa irrequietezza.
Il grosso banchiere di Livorno, per sua propria garanzia, voleva essere il solo creditore del marchese Stefano di Collalto. Però, colle sessantamila lire, il marchese Stefano di Collalto doveva pagare tutti gli altri suoi debiti, e sottoscrivere una dichiarazione in piena regola, colla quale si obbligava a non firmare nessun'altra cambiale, nè come traente, nè come avallante, nè come giratario.
Le tratte, fino alla ricorrenza convenuta, delle sessantamila lire, sarebbero state rinnovate di tre in tre mesi, sempre che il credito del marchesino Stefano si mantenesse tale quale lo godeva presentemente.
Ma queste parole erano chiacchiere inutili. Stefanuccio non ci badava nemmeno. Egli pensava che con quel contratto, pagati tutti i suoi debiti (erano dalle trentacinque alle quarantamila lire) gli rimanevano ancora ventimila lire da spendere, ed era contento. Accettò senz'altro. In quel momento i tre mesi erano per lui un'eternità: avrebbe sottoscritto per qualsiasi somma, per qualsiasi cosa.
Due o tre giorni dopo tutto era stato convenuto e preparato, e verso sera, un poco prima che il marchesino uscisse per andare a pranzo, ci fu la firma delle cambiali. In piedi presso lo scrittoio, colla lente ficcata nell'occhio, colla sigaretta in bocca, col berretto sotto il braccio, e i gomiti appuntati, egli si sbrigò in fretta di quella noia, mentre il signor Bianchi lo guardava di sottecchi, rodendosi le unghie.
Ma anche quelle ventimila lire durarono pochino, pochino assai, nelle mani bucate dello sventatello. Già, bisogna notare, che ventimila proprio non erano mai state, perchè Pompeo Barbarò, che non voleva buttar via quattrini più del necessario, aveva imposto al Micotti di trattenersi il frutto dell'otto per cento, e di più una provvigione di mille lire. Rimaneva sempre un bel gruzzolo, a ogni modo, ma il marchesino non aveva mai avuto tanto danaro fra le mani; e quel danaro non gli era costato nessuna fatica, e lo sciupava malamente, stupidamente, passando da una bottega all'altra colla foga, colla smania di spendere; empiendosi la casa di roba inutile, pagata il doppio del valore; invitando sempre qualche amico a colazione, e a pranzo; coprendo di regali madamigella Nicoly, che fece passare dal quartierino di via Borgo nuovo, al piano nobile dell'Hôtel D'Angleterre; giocando a rotta di collo, comperando un tilbury, poi un cavallo da tiro, poi un altro cavallo da sella.... In capo a un mese la cassa era vuota, e gli rimaneva ancora da pagare il tilbury, mezzo cavallo e il conto dell'Hôtel D'Angleterre. Madamigella Nicoly era partita per la Russia.
La marchesa, informata in parte della vita allegra del figliuolo, gli aveva scritto una lunga lettera per supplicarlo di aver molto giudizio. Gli ricordava che del babbo non c'era più nulla, che la sua dote era ben poca cosa; lo ammoniva di non farsi troppe illusioni sullo zio Diego, e tutto ciò scriveva in un modo che toccava il cuore e strappava le lacrime. E Stefanuccio pianse davvero: ebbe un giorno di luna, un altro di disperazione.... Anche il tempo aveva la sua parte. Pioveva sempre, con un buio, un vento caldo, un'uggia insopportabile.... Poi in fine, un bel mattino, Superga riapparì sulla cima ridente illuminata dal sole, e anche Stefano di Collalto si rasserenò. Scrisse alla "sua buona mammina" che era stata male informata, e che si mettesse il cuore in pace. Mademoiselle Nicoly era partita per Pietroburgo, il tilbury lo aveva a prova da un amico, il cavallo era sempre quello, che serviva da sella e da tiro; il giuoco lo aborriva, i suoi compagni lo chiamavano il certosino, e lui non faceva altro che studiare, studiare, studiare, tanto che certe volte, gli doleva il petto. Finiva poi coll'inviarle "tanti baci" e col pregarla di ricordarlo con simpatia al carissimo Andrea. Scrivendo la lettera buona si sentì rimesso a nuovo, e allora, fischiettando un'arietta della Bell'Heléne, mandò pure un bigliettino al signor Bianchi:
"Carissimo,
La prego di farsi vedere quanto prima. Venga a cercarmi a casa mia; non al Caffè di Parigi, nè alla Scuola, e ciò per evitare pettegolezzi."
Il marchesino aspettò il signor Bianchi il giorno dopo; ma questi, nè il giorno dopo, nè il seguente non si lasciò vedere. Venne invece la sera del terzo, e a Stefanuccio sembrò assai mutato. Era meno espansivo; tutto pieno di dubbi e di reticenze.
Il ragazzo, tanto per incoraggiarlo, gli lesse una lettera molto affettuosa dello zio Diego.
—Scusi, signor marchese.... scusi se le fo una domanda.
—Dica, dica....
—Da quanto tempo ha ricevuta questa lettera?
—Da una quindicina di giorni.
—Gli è, vede,—continuò l'altro con un tono particolare e assai espressivo,—gli è che in questo tempo... il suo signor zio potrebbe essersi mutato.
—Chè! mio zio non si occupa de' fatti miei.
—No, no,—continuò l'altro lentamente, lisciando il cappello col dito.—Non si dubita di lei. Si dubita che il matrimonio della signora marchesa possa spiacere al marchese Diego.
—Nessuno ha diritto di occuparsi e di parlare di un matrimonio che non è stato ancora partecipato,—rispose Stefanuccio seccamente,—e ciò non deve entrare nei nostri affari.
Il signor Bianchi si scusò, mostrandosi mortificato.
—Ora, da lei, non voglio sapere altro che una cosa: potrei avere due o tremila lire, senza firmare nessuna cambiale?
—Non vuol sapere altro che questo?... Ebbene, no, signor marchese.
Stefano si scosse a quella risposta, si turbò, e guardò bene il signor Serafino.
—Nemmeno.... millecinquecento?... mille?...
—Oggi sa, eccellenza, gli ufficiali sono un po' in discredito presso la gente d'affari.
—Ma io.... io non sono il primo venuto.
—Nella società, nell'alta aristocrazia; ma sulla piazza, mi spiace doverlo dire, il suo nome non è più così solido, come due o tre settimane fa.
—Come mai?... Perchè ho perduto al giuoco qualche migliaio di lire?...
—Chi sa?... Forse per questo... forse,—e qui il signor Bianchi marcò le parole e lisciò il cappello ancora più adagio e ancora più forte,—forse.... per qualche altra ragione.... chi sa?...
L'ufficialetto camminò su e giù per la stanza, colla testa bassa e battendo gli sproni, ad ogni passo. Anche il signor Bianchi stava pensieroso, a capo chino. Non si lustrava più il cappello, che avea messo sopra una seggiola accanto, ma gli anelli d'oro delle dita. A un tratto Stefano gli si fermò dinanzi, e gli domandò a mezza voce:
—Se si facesse la proposta a quello di Livorno.... di portare il suo credito a settan.... a settantacinquemila lire?
—Sarebbe uno sproposito. Se perde la fiducia c'è il rischio che alla fine dei tre mesi non voglia più rinnovare le cambiali.
—Questo è impossibile!—esclamò l'altro vivamente.—È obbligato a rinnovarle! Non è vero, signor Serafino che è impossibile? Che non farà questo tiro?
—Eh!—balbettò l'agente d'affari stringendosi nelle spalle, e alzando gli occhi al soffitto,—speriamo che non lo faccia!
La risposta non era troppo rassicurante; ma c'erano ancora due mesi di tempo alla scadenza, e il ragazzo non voleva cominciare a inquietarsi così per tempo. Del resto era convinto che quella titubanza fosse una tattica dell'omino per farsi valere, e guadagnare un'altra provvigione. Fatta una scrollatina, accese una spagnoletta; e persuaso che con quella gente lì non bisognava mai mostrare di averne troppo di bisogno, se ne sbrigò con poche parole:
—Lei ha capito, signor Bianchi. Se mi può trovare qualche migliaio di lire, ci sarà un buon regalo.
Il signor Bianchi se ne andò mogio mogio, senza dire quando sarebbe tornato, ma il marchesino era sicuro di rivederlo presto coi danari in tasca. Invece non si fece più vivo, se non una settimana prima dello spirare dei tre mesi. Nel frattempo Stefano di Collalto avea vissuto di espedienti; aveva venduto il tilbury, i cavalli (anche quello che gli rimaneva da pagare per metà) oltre a due selle inglesi.
—Senta,—furono le prime parole ch'egli rivolse al signor Bianchi appena lo vide entrare, senza osservar subito che era vestito molto dimesso e aveva il viso stravolto.—Senta, ella mi deve trovare la piccola somma occorrente per i frutti del rinnovo delle sessantamila lire, o ottenermi almeno che quello di Livorno, aggiunga i frutti al ca....
Ma l'altro non lo lasciò finire: spalancò le braccia, mormorando con un singulto:—Altro che frutti!... Altro che rinnovo!... Siamo traditi!... Un momento fa ho ricevuto lettera da Livorno. Cose terribili: non rinnovano più niente!
—Cheèh!—rispose il marchesino impallidendo e curvandosi, quant'era lungo, per guardare in viso il signor Serafino.
—Ah, signor marchese, signor marchese!... mi lasci parlare.... non mi chiuda più la bocca come l'altra volta: è il matrimonio della sua signora madre che rovina lei, che rovina ogni cosa! Non se n'abbia a male, eccellenza, perdoni il mio ardimento, ma al punto in cui siamo bisogna dir tutto;—devo dir tutto.
—Si spieghi.
—Ma....
—Avanti!
—La gente d'affari è sospettosa, paurosa....
—Avanti!—ripetè Stefano battendo i piedi.
—E la fiducia... è riposta soltanto nell'eredità dell'illustrissimo signor marchese di Collalto.
—Questo si sapeva! Ebbene?...
—Ma ora che il marchese Diego va dicendo che il matrimonio della sua signora madre è il disonore della famiglia, e che....
—Non sono io che mi sposo!...
—Ma l'illustrissimo signor marchese dice di averla anche con lei, perchè non si è mosso, perchè non ha impedita la cosa, perchè invece se ne mostra contento, e dichiara a tutti, e grida forte, che nemmeno a lei non lascierà più un soldo!... Tanto forte grida che l'han sentito fino a Livorno, e le cambiali non le vogliono rinnovare!
—Questa, per altro, è un'azionaccia! Avevo la parola per il rinnovo, e ci contavo!
—Oh Dio, si sa bene, la parola.... È al danaro che tengono. D'altra parte... anche in quanto alla parola... loro si vantano di essere in regola.
—Canaglia!...
—Non ricorda la clausola?
—Quale clausola?!... Mi faccia il piacere, anche lei, di non inventarmi storie!—strillò il marchesino sempre più infuriato.
—Scusi, ma....—Non si riscaldi per amor del cielo!... Dopo si sentirà male!...
—Non ci dovrà pensar lei, se mi sentirò male!... Un tiro simile... a bruciapelo.... Mi avesse almeno avvertito in tempo!...
—Ho ricevuto la lettera in questo punto....
—E mi parla di clausole!—continuava a gridare il povero ragazzo, pestando i piedi, camminando rabbiosamente in su e in giù per la stanza.
Il signor Serafino, a buon conto, stava sempre vicino all'uscio: non si sentiva troppo sicuro.
—Legga... legga, signor marchese, la lettera di convenzione. Dice espressamente: "le cambiali saranno rinnovate di tre in tre mesi sempre che il credito del marchese Stefano di Collalto si mantenga quale lo gode presentemente...." E a Livorno invece si crede che, dopo le chiacchiere, le lagnanze e le dichiarazioni del marchese Diego, anche il credito ne abbia molto scapitato.
Stefanuccio, a tali parole, passò dalla collera all'abbattimento il più profondo.
—Mi salvi, signor Bianchi, mi salvi o... succederà una catastrofe!
Il signor Bianchi, inorridito, gli fe' cenno di non dire di quegli spropositi.
—Se fossi in lei, cercherei piuttosto di indurre la marchesa a... a piegarsi al desiderio dello zio. Lo zio è vecchio, la sua signora madre è giovane ancora e... potrebbe aspettare.
—No, mai. Non domanderò mai a mia madre di sacrificarsi per me.
—Che bel cuore!—esclamò il signor Serafino guardando Stefanuccio con ammirazione.—Ma il bel cuore guasta sempre gli affari buoni!
—Mia madre... è sempre stata una....
—Gran dama!
—Una martire....
—Vero, vero!
—.... E io non voglio attraversare la sua felicità. No, no!... Piuttosto, le ripeto, succederà una catastrofe, e il rimorso lo dovrà sentir tutto lei!...
—Per amor del cielo,—io?...
—Sì: è stato lei che m'ha messo in un simile impiccio. Non sapevo io che fossero al mondo nè lei, nè il suo strozzino di Livorno!...
L'ufficiale tornava ad accendersi. Il signor Bianchi si strinse la fronte e gli occhi colla mano come per concentrare i pensieri, poi, dopo un momento di silenzio, "Finiremo" disse "donde avrei dovuto cominciare. Stasera stessa col diretto delle sette vado a Genova, propongo l'affare al barone Castagneto, e domani son di ritorno colla risposta."
—Bravo!... Avevamo dimenticato il barone Castagneto!—esclamò Stefano consolandosi subito.—Egli non era fatto per soffrire. Pensò invece di ingrazionirsi il signor Bianchi e, per renderlo più caldo nel servirlo, uscì con lui, facendo i portici insieme, a braccetto (a quell'ora i suoi conoscenti erano a pranzo, e sperava di non esser visto); gli offrì un rhum al caffè di Roma, e in fine gli strinse forte la mano nell'accomiatarsi, non senza raccomandargli di ritornare subito, con buone notizie. Raccomandazione che, invero, dopo il grande onore che gli aveva fatto, stimava un di più. Era sicuro che l'omino si sarebbe fatto in quattro per corrispondere alla sua benevolenza, come era sicuro di aver proprio sbandito ogni pericolo. Anzi, dopo pranzo, quando venne l'ordinanza al Caffè di Parigi a portargli lo spençer, gli passò fra le mani, senza farsi scorgere dai compagni, un biglietto da portar subito alla Stazione Centrale, al signor Serafino Bianchi. In quel biglietto gl'ingiungeva di trovar modo, nel trattar l'affare, di combinarlo addirittura per settantamila lire.
—Sta a vedere,—pensò poi il marchesino quando l'ordinanza se ne fu andata.—Sta a vedere che, dopo tanto chiasso, finirò col guadagnare diecimila lire!—e allegro e contento fece portare una bottiglia di Sciampagna da bersi cogli amici.
VII.
L'ordinanza ebbe un bel cercare alla Stazione Centrale il signor Serafino Bianchi. Invece di partire col diretto delle sette, egli era partito col direttissimo delle otto e un quarto... almeno così disse la sera dopo, al marchese Stefano, che lo interrogava in proposito. Quanto poi al combinar l'affare per settantamila lire, invece di sessanta, erano ancora in tempo perchè anche il barone Castagneto aveva risposto picche. Ma pure il diavolo non era tanto nero come il dì prima; anzi il signor Serafino aveva trovato a Genova la persona che prestava i danari, ma bisognava aspettare un quindici giorni, perchè la somma era impiegata a mutuo, e il mutuo non spirava altro che fra un paio di settimane.
—Allora è come non averli,—rispose l'officialino impensierito.—A me occorrono subito.
—Si può offrire un regalo al mutuante e ottenere che paghi la somma prima della scadenza.
—Sicuro!... Bravo!... Così si deve fare!...
Il signor Bianchi fece un sorrisetto di compiacimento.
—E mi assicura che si potrebbe combinare per settantamila?
—Anche per settantacinque.
—Faccia, faccia tatto lei, come le pare, scriva subito, per il regalo, per i frutti. Mi dirà poi anche la provvigione che le devo. Mi metto nelle sue mani!...
—Ci sei da un pezzo, carognetta,—pensò il signor Bianchi, mentre s'inchinava profondamente.
Stefanuccio era soddisfatto, e anche il giorno dopo si sentiva allegro e leggero, senza quell'uggia addosso, che par foriera di cattive nuove. Eppure il signor Bianchi non ne aveva di buone da dargli. Il mutuante non poteva pagare altro che al giorno preciso della scadenza.
—Saperlotte!... come si fa?
—Scriverò a Livorno: cercherò, pagando, di far pazientare altri quindici giorni.
—E crede, signor Serafino, che riusciremo?
—Perchè no?... in fine, non si domanda altro che quindici giorni.
—E c'è da guadagnare. Faccia lei, combini lei. Posso star tranquillo?... mi assicura che posso star tranquillo?
—Direi di sì.—E per non perder tempo il signor Bianchi scrisse la lettera lì su' due piedi, la fece leggere al marchesino, e la portò subito alla posta.
Intanto passavano i giorni, quello della scadenza era imminente, e non si era a capo di nulla. Anche da Livorno era venuta una risposta tale da mandare il signor Serafino su tutte le furie.
"Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto. In questo caso siamo disposti a portare la somma fino alle ottantamila lire."
Il buonumore di Stefanuccio si era dileguato il signor Bianchi passeggiava sbuffando.
—Non è più possibile avere un soldo!... Bisogna lasciar protestare!
—Protestare?...—ripeteva Stefanuccio, sbigottito.
—Protestare!... È la rovina!... È il disonore!... Che colpo dovrà essere per la illustrissima signora marchesa!... Un colpo mortale!—E il marchese Diego?... Nelle disposizioni d'animo in cui si trova?!...—Così, invece di medicar la ferita al povero ragazzo, il signor Serafino l'inaspriva sempre più; e ogni poco barbottava fra i denti le parole del telegramma spietato:
"Non si rinnova senza la firma del marchese Diego di Collalto!..."
—Canaglia!... Canaglia!... Cana....—A un tratto il signor Serafino si fermò, colla bocca aperta, come sopraffatto da un'idea nuova, e fissando gli occhi in viso al marchesino gli si avvicinò lentamente.
—Ha trovato qualche cosa di buono, signor Bianchi?
—Scusi... come si chiama lei?...
Stefanuccio lo guardò senza rispondere, maravigliato da quella domanda.
—Mi dica il suo vero nome di battesimo.
—Stefano!—rispose il marchese, con un'alzata di spalle.
—Stefano? soltanto Stefano?...
—Stefano, Diego, Maria....
—Diego!—esclamò il signor Serafino giubilante.—Siamo salvi!
—In che modo?
—In un modo semplicissimo, e che a suo tempo sveleremo a quella canaglia di Livorno, che dovrà rimanere con un palmo di naso. Ha mancato di parola con noi?... Ci vuol strozzare per un capriccio, perchè infine non si tratta altro che di un capriccio?... Ebbene, noi alla nostra volta lo pigliamo in trappola!
Il marchesino, senza capir nulla ancora, seguiva coll'occhio, e colle labbra atteggiate a un sorriso ebete, le parole del signor Bianchi.
—Lei lascia il suo primo nome di Stefano nella penna, e firma le cambiali Diego di Collalto....
—Chè?... È matto!...
—Senza falsificare il carattere, ben inteso: fa soltanto la firma un po' più grossa....
—È matto.
—Io stesso mando le cambiali a Livorno—continuò il signor Serafino senza lasciarsi scuotere da quelle interruzioni—con una mia accompagnatoria. lo non nomino alcuno; non dico se le ho avute dall'eccellenza vostra, o dal marchese Diego. A Livorno, appena le ricevono, le chiudono in portafoglio, e fra un paio di settimane vado io stesso a riprenderle. Allora mi deve permettere, signor marchese,—aggiunse riscaldandosi,—mi deve permettere di dare una buona lezione a tutta quella gentaglia, Voglio insegnare laggiù come devono trattare colle persone di alto bordo. Credono forse d'aver per le mani un mercantuccio, un plebeo, uno spiantato qualunque?... Non le pare?
—Non mi pare niente affatto. Lei mi propone una firma falsa!
—Firma falsa?... Mi offenderebbe, signor marchese, se invece non dovessi ammirarla, anche per questi scrupoli, ohe svelano il gentiluomo compito. Firma falsa?...—in che modo? O che non sono nomi suoi Stefano, Diego e Maria?...—Firma falsa?... Non Le dico già d'imitare un'altra scrittura e nemmeno di alterare la sua. Scrivere il nome un po' più grande o un po' più piccolo, è poi la stessa cosa!
—No, non mi pare.
L'ira del marchesino si era un po' calmata. Non era convinto, ma sentendone parlare a lungo tranquillamente, la proposta non gli faceva più tanto orrore. Stava a sentire quell'altro lisciandosi colla mano tesa il cranio pelato, e raccogliendo in una ciocca sull'orecchio, i lunghi capelli della nuca.
—Del resto, caro signore marchese, lei è molto giovane... mi perdoni... è quasi un ragazzo ancora! in certi pasticci, per fortuna sua, non c'è mai stato, e non conosce ancora tutte le arti, tutti i ripieghi degli strozzini. Firma falsa!... Bisogna distinguere. Lei non sa, per esempio, che io conosco capitalisti i quali, adesso che han tolto l'arresto personale, obbligano il debitore, per essere più sicuri di averlo nelle mani e di essere pagati alla scadenza, a mettere un'altra firma, oltre la propria, sulla cambiale? Questa è una firma falsa, ma non è una frode: l'hanno messa d'accordo!
—Nel caso mio non c'è questo accordo.
—Nel caso suo, signor marchese, non c'è nemmeno la firma falsa!
—Lei stesso, poco fa, mi diceva: noi alla nostra volta lo si piglia in trappola!
—È vero, ma che cosa arrischia quel cane?... Siamo sicuri di aver la somma del mutuo fra una quindicina di giorni. Il Genovese non ci ha lasciato una promessa scritta?... Ci pensi un poco, signor marchese, perchè anch'io sono una persona onorata, e ne' miei affari non c'è mai stato niente di men che onesto!... Ci pensi, e mi dica se io le ho mai fatto una proposta simile, quando non eravamo ben sicuri di avere i danari?... Oh, se i danari ci sono, se son nostri (carta canta!) dobbiamo far morire di crepacuore una buona signora... e perdere un'eredità di parecchi milioni, perchè siamo caduti fra le mani di una canaglia di livornese?... Ci pensi, marchesino.... Io sono un minchione e posso sbagliare, ma sono un uomo di cuore.... Ci pensi bene. Al punto in cui siamo non c'è altro scampo: o firmare o lasciar protestare.
Stefanuccio ebbe un fremito, ma si vinse subito, e continuò a lisciarsi la testa e ad accomodarsi i capelli colla mano.
—Dica tutto quello che vuole, signor Bianchi, non riuscirà mai a persuadermi.
—E allora... lasciamo protestare!...
Ma invece il protesto non ci fu. Il giorno dopo il signor Bianchi si trovò due volte col marchesino, e tante gliene disse che lo persuase. "Non c'era tempo da pensarci... L'ora della scadenza era sonata...." Il signor Bianchi gli mostrò ancora la dichiarazione del capitalista di Genova; gli evocò dinanzi lo spettacolo terribile della rovina; la collera dello zio, la disperazione della mamma, tutti i bei sogni di avvenire svaniti... e il ragazzo firmò.
—Un altro favore mi deve fare, caro marchese,—gli disse il signor Bianchi mentre ripiegava le cartoline.
Stefanuccio lo guardò smarrito....
—Mi deve permettere di regalare cinquecento lire a quella canaglia di Livorno, quando andrò a riprendere le cambiali.
—Oh sì, sì! questo sì! anche mille!—esclamò Stefanuccio con enfasi.—E mi assicura proprio... che non corro nessun rischio per quanto abbiamo fatto?...
—Si figuri!—esclamò il signor Serafino, e scappò via. Aveva fretta di mandare le cambiali a Livorno, perchè non c'era tempo da perdere.
Il ragazzo rimase un paio di giorni sopra pensiero. E se il tiro fosse stato scoperto?... E se a Livorno si vendicassero denunciandolo?... Se scrivessero al colonnello?... Ma poi, gli giunse il vaglia bancario colle migliaia di lire della differenza, e tornò a non pensar più ad altro che a spendere. Non c'era nulla da temere.
Le cambiali, e ne aveva una prova nei danari ricevuti, ormai dovevano essere state accettate senza sospetti, e se poi fosse anche successo un qualche ritardo per l'altro affare di Genova, il signor Serafino, che s'era portato via al solito le firme in bianco, aveva detto che, per ogni buon conto, voleva che la rinnovazione fosse per un mese.
Per un mese dunque poteva darsi pace. Ma invece, in capo a una settimana, egli ricevette un telegramma da sua madre che lo chiamava sul momento a Milano. Lì per lì ne rimase atterrito e subito pensò al signor Bianchi, ma dopo un poco, riflettendo che alla scadenza c'erano ancora più di venti giorni tornò a farsi cuore; domandò una breve licenza per esser più sicuro di ottenerla, e partì per Milano quanto più presto gli fu possibile.
Ma durante il lunghissimo tragitto, la campagna deserta e bigia sotto il cielo annuvolato, cogli alberi scoloriti, senza fremiti di vento nell'afa accidiosa, lo riempiva di tedio, e tentava invano di vincere la tristezza invadente con qualche allegro pensiero. Voleva persuadersi che il telegramma non annunziava nulla di grave, e lo leggeva ogni tratto attentamente, ansiosamente, studiando le parole a una a una. Il tono era laconico e imperativo... ma era lo stile dei dispacci....—Contò le parole: erano dodici soltanto....—Ci potevano stare anche i saluti!—E poi, perchè aveva firmato tua madre?—Di solito firmava sempre la mamma!...
Si provò a dormire, ma non poteva. Non poteva nemmeno fumare. Il sigaro gli si spegneva ogni poco fra le labbra. Era solo nel carrozzone vuoto e ciò gli cresceva la malinconia. Il treno faceva fermate lunghissime; il cielo diventava sempre più scuro, e finalmente cominciò a piovere: una pioggerella fitta che crepitava sui vetri e penetrava nelle ossa. Stefano, rannicchiato in un cantuccio del cupé, cogli occhi fissi ai cristalli appannati dalle spesse gocciole stillanti, aveva sbadigli di noia e tremiti di freddo. Il fischio lungo della locomotiva gli irritava i nervi, e in mezzo a quella tristezza plumbea senza confini la cornetta del cantoniere risonava lugubremente come voce di sotterra. Le piccole stazioni cogli smorti fanali rilucenti sulle pozze fangose, erano spopolate. Soltanto i conduttori, come ombre nere incappucciate, correvano sbattendo gli sportelli, gridando, leticando, diguazzando sotto la pioggia. Nessuno scendeva, nessuno montava: la vaporiera soffiava immobile.—Pronti!—gridava il conduttore.—Pronti!—rispondeva da lontano un'altra voce più fioca. Sibilava il fischio acutissimo: sonava rauca la cornetta: ma la vaporiera soffiava immobile.
—Auf!... Che treno infame!...—Stefano borbottava, batteva i piedi.... finalmente le ruote stridevano, le catene cigolavano, si urtavano i carrozzoni con fracasso, il treno si moveva, e il marchesino tornava a rannicchiarsi con un sospiro di sollievo. Una volta gli cadde lo sguardo sul numero del cupé; era il 113, e quel tredici gli fe' provare un senso di cattivo augurio,—ma che!... era proprio inutile inquietarsi per le cambiali!—Certo, lo chiamavano a Milano per qualche novità circa al matrimonio. Forse quell'egoista dello zio Diego, tormentava la mamma....—Povera mamma, tanto buona!
Il ragazzo avrebbe voluto che si trattasse proprio della mamma, e sentiva che l'avrebbe difesa con tutto il cuore.—Povera mamma!... Tanto buona!
La notte calava oscurissima; alla noia gli si aggiungeva la molestia dello stomaco vuoto, e le inquietudini, allontanate ad una ad una, ritornarono a un tratto tutte insieme.
—Se quel cane del Bianchi mi ha tradito, lo strozzo con queste mani!...
In fine, l'affanno, la smania era tanta, ch'egli avrebbe preferito di saper subito la verità, qualunque fosse, piuttosto di soffrir ancora per due ore quell'agonia.... Ma invece quando il treno rallentò il moto sotto la gran tettoia innondata di luce della stazione di Milano, e cacciato il capo fuori del finestrino vide sua madre che lo aspettava, egli avrebbe voluto essere ancora lontano. Dal pallore, dall'espressione del suo viso, dal modo stesso con cui essa gli veniva incontro, capì subito, con una stretta al cuore, che non si era ingannato ne' suoi timori e che quel furfante lo aveva rovinato.
—Mamma! Mammetta cara!—esclamò correndole incontro ed abbracciandola, con straordinaria effusione.—Che cosa è successo per spaventarmi così?... Temevo tu fossi ammalata!...
Angelica si lasciò baciare, ma non abbracciò suo figlio, e con voce rotta, mormorò:
—Lo zio sa tutto! È in una collera terribile!... Non vuol far nulla per salvarti!