XI.
Non potè chiuder occhio; ebbe tutta notte la febbre; soltanto si assopì un poco verso l'alba, ma fece sogni orribili; poi sul tardi fu scossa di soprassalto dalla cameriera che batteva all'uscio, ed entrava in camera con una lettera di gran premura.
—Mio Dio, che ci sarà di nuovo?...—sospirò Angelica prendendo la lettera e alzandosi a sedere sul letto, mentre strappava la busta.
La cameriera aprì le imposte della finestra, e uscì subito, silenziosamente.
Chi scriveva era lo zio Diego:
"Nipotina cara, bon dì!—Hai dormito!... as-tu réve? E, sopratutto, hai riflettuto bene a' casi tuoi?—Di queste tre cose io ne ho fatto una sola: j'ai réfléchi, bien réfléchi!... Tu hai veduto che io ero dispostissimo, pur facendo un poco il grognard, com'è costume dei vecchi, a compiere qualunque sacrificio per te, per quel cattivo mobile del tuo generale in erba, e per il nostro nome. Non ho altra famiglia; siete voi due la mia tenerezza. Oggi invece, come si son messe le cose, non devo più prestarmi in nulla... devo battere in ritirata.
"Stefano di Collalto, non si direbbe a vederlo, ma è tuo figlio: una cavalletta sbucata da una rosa. È tuo figlio, e sei tu, tu sola, come madre e come marchesa di Collalto, che hai l'onore e l'obbligo di sacrificarti per lui. Oggi, come si son messe le cose, io non c'entro più. Parlo schietto: non ci devo più entrare. Se il sacrificio è possibile, tanto meglio. Se è superiore alle tue forze, io non avrò il rimorso di aver contribuito alla tua debolezza colla mia.
"Il nostro dovere, oggi, è uno solo, e esplicito.
"Tu devi dire di sì a don Pompeo.
"Io devo dire di no a te, se mi domandi ancora di pagare le cambiali di Stefano.
"Il tuo sì magnanimo, sublime, eroico, può salvare Stefano oggi, domani e sempre, procurandogli uno stato splendidissimo, in cui potrà continuare nella sua prodigalità incorreggibile e ereditaria, e sfuggirà al pericolo di essere, un giorno o l'altro, rinchiuso, come il bel Lauzun, alla Bastiglia... la quale a Milano, si chiama, borghesemente, il Cellulare.
"Brrr!... Ti vengono i brividi? E allora animo: facciamo bonne mine à mauvais jeu... e sposiamo... Panicale!...
"Pensa che dipende da te l'occupare una delle prime posizioni, almeno finanziarie, d'Italia.... Una posizione degna della tua bellezza, dei tuoi talenti, della tua virtù, della tua eleganza... e soprattutto del tuo e nostro nome. A Panicale sarai ancora il mio orgoglio; alla Stazione Centrale, o a quella di Smistamento, saresti il mio crepacuore.
"E pensa, infine, che quella stessa Società, la quale ieri avrebbe gridato plagas contro di me, se io non avessi pagato i debiti di mio nipote, oggi giudicherà te, e se la tua risposta sarà negativa, e tuo figlio disonorato, ti condannerà senza remissione.
"As-tu compris, ma belle?
"Ti bacio le mani affettuosamente.—Hai visite o commissioni da fare?... Vuoi che ti mandi la carrozza? Comanda, mia cara. Quel che tu brami, io bramo. Le cambiali scadono oggi alle due; ma per ora non temer di niente. Il commendatore Barbarò è un perfetto gentiluomo, e le terrà in sospeso, come ti ha promesso, ancora per alcuni giorni. Ciao, bellezza.
"Lo zio Diego."
Angelica divorò la lettera in un attimo; gli occhi che erano asciutti, le divennero aridi, quand'ebbe finito. Si alzò subito, si vestì in fretta, scese, ma si fermò per domandare al portiere se non erano venute altre lettere per lei, e alla risposta negativa, volle sapere l'ora della seconda distribuzione.
—Alle undici ore e metzo,—rispose il portiere con forte accento tedesco.
Angelica pensò allora che la lettera di Andrea l'avrebbe trovata tornando, mandò a prendere un brum, e si fece condurre di corsa dallo zio.
Il marchese Diego, sebbene avesse scritto di essere rimasto sveglio tutta notte per riflettere, invece dormiva sempre, a quell'ora, e dormiva saporitamente. La lettera, senza dubbio, era stata preparata e consegnata la sera al cameriere, perchè fosse mandata la mattina dopo al suo destino.
—Entrate dal marchese, ditegli che gli devo parlar subito.
—Ma...—osservò timidamente il cameriere, rimanendo tuttavia un po' scosso dai modi e dall'aspetto della signora marchesa.
—Ditegli che mi riceva pure in camera, senza alzarsi.
Il cameriere, che avea fatto entrare la marchesa nel salotto, se ne andò per annunciarla al padrone, ma non tornò tanto presto.
—Mi ha detto che resti servita....
Angelica non profferì motto, tenne dietro al servitore, ed entrò dallo zio.
Benchè i vetri fossero stati aperti, c'era nella camera un puzzo di rinchiuso, misto coi profumi delle pomate e delle acque odorose.
—Nipotina mia!... che bella apparizione!—esclamò il marchese Diego, seduto sul letto, coperto con una giacca di lana bianca orlata di seta azzurra, con un gran foulard scarlatto intorno al collo, e un berrettino di maglia nera tirato davanti sugli occhi, e dietro sulla nuca, perchè la testa non era stata ancora preparata.—Che bella apparizione!... Prendi anche tu la cioccolata?...
—No, zio,—rispose Angelica tossendo un poco.
—Allora prepara soltanto la mia,—disse il marchese al servitore, che se ne andava.—La metterai al fuoco quando suono.—Vieni qui!... Vieni qui più vicina, bellezza mia,—disse poi stendendo una mano ad Angelica, e tirandola presso la sponda del letto.—Queste visite delle belle signore sono i vantaggi dell'età!... magri vantaggi!—e il vecchio sospirò ridendo.
Angelica, con uno slancio improvviso, si portò alle labbra la mano dello zio e la baciò ripetutamente, sciogliendosi in lacrime.
—Animo... animo... non facciamo tragedie!—borbottò il Collalto colla voce su quel subito diventata stridula, e strappata la mano dalle strette della nipote, la cacciò infastidito sotto le lenzuola.
Angelica cadde ginocchioni piangendo più forte, e nascondendo la faccia contro il letto.
Il marchese, colle braccia tirate sotto le lenzuola, stecchito e immobile come un idolo indiano, la guardò crollando il capo. Ma nè la vista, nè il profumo dei capelli biondi, nè il candore del collo delicato, nè il bel corpo flessuoso che fremeva per l'urto dei singhiozzi, ottennero un sentimento benevolo di pietà. Dagli occhietti rossi e spelati del vecchio, dalia faccetta viscida e rugosa, che spuntava appena sotto la berrettina e dentro le pieghe del foulard, trasparì soltanto un moto di fastidio, e un'espressione, prima di sarcasmo, poi di collera, e quasi di odio, mentre i peli dei baffi verdi, spioventi perchè non ancora incerati, si agitavano rabbiosamente, mettendo in mostra i bei denti bianchi.
—Alzati!... alzati!... sono pianti inutili!... Io non posso più far niente.
—Ma non capisci, zio,—esclamò Angelica balzando in piedi, e col viso ancor tutto in lacrime, rosse le guance, i capelli arruffati,—non capisci, zio, che è impossibile ciò che si pretende... che ciò che si vuol far di me è infame?...
—Infame?... impossibile? Eh, paroloni, e coi paroloni, bimba mia, non si può ragionare. Credi di esser la prima che faccia un matrimonio di convenienza? Chè!... sono gli altri, anzi, i più rari: i matrimoni d'amore... e sono anche quelli che riescono peggio!... In fine, capirei tutte queste lacrime, tutto questo sgomento in una ragazza che... che non conoscesse il mondo... che fosse ancora alle fanciullaggini degli innamoramenti e delle romanticherie.... Ma tu sei una donna fatta; hai un figlio che, fra poco, avrà vent'anni, e devi lasciare da una parte la poesia.
Il vecchio cercò il fazzoletto sotto il capezzale; si soffiò il naso, poi tornò a rizzarsi e ad accomodarsi nel letto, e cercando di addolcir la voce per rendersi più persuasivo, continuò:
—Guarda, per esempio, la contessa di Nave;—te l'ho fatta vedere ier sera sui Bastioni: quella bellissima donna, ancor giovane, con un cappello magnifico, a grandi piume bianche e nere?—Ebbene, da ragazza le fecero sposare, contro voglia, il conte di Nave che avea trent'anni più di lei.... Durante il matrimonio fece una vita brillantissima, senza mai far parlare di sè; soltanto credevamo tutti che, una volta rimasta vedova, avrebbe sposato suo cugino Vidolenghi... Invece sposa adesso suo cognato, maggiore di suo marito di una decina d'anni, e tutti l'approvano, e il Vidolenghi, che è un uomo di testa, per il primo. Con questo matrimonio la sostanza dei Nave rimane tutta in casa!... Nipotina, nipotina cara, l'amore è un di più; il necessario è l'aritmetica!
Angelica si asciugò gli occhi ed aspettò un momento a rispondere. Vedendo che con tutte le sue lacrime non sarebbe riuscita a commuovere quel fantoccio ridicolo e crudele, vedendo che non era, e che non poteva essere nè capita, nè compianta, soffocò in sè stessa tutto il suo grande amore, tutto il suo grande dolore, e cercò altri argomenti meglio adatti a persuadere lo zio Diego.
—Allora ti dirò che rifiuto assolutamente l'offerta che mi vien fatta per un'altra ragione importantissima.
—Quale?
—Non solo amo... un'altra persona; ma questa persona ha pure la mia promessa più sacra e formale.
—Se non vi sono altri ostacoli, mi prendo l'impegno volentieri di andar io stesso a parlare col maggiore. Lo metterò al corrente del pasticcio delle cambiali, delle firme false, gli dirò tutto ciò a cui andrebbe incontro tuo figlio se tu rifiutassi l'offerta che ti vien fatta, soggiungendo pure che tu sei sempre pronta a mantenere la tua promessa ove lui stesso non te ne sciolga volontariamente. E vedrai, vedrai che se non è un matto, o un birbante, ti renderà la tua parola. Che diamine!... quanti matrimoni non sono andati a monte per molto meno!...
—Ma tu non conosci Andrea!—proruppe Angelica sbigottita e fremente.—Mi renderà la mia parola; sì, mi renderà la mia parola... ma ne morrà... poi è capace di tutto, di disperarsi, di uccidersi!...
—Stupidaggini!—strillò il vecchio sempre più seccato, con un'alzata di spalle,—non ci son più altro che gli studenti e le serve che si uccidono!... Vedrai, che anche il tuo capitano si darà pace....
—Peggio, peggio ancora per conto mio, se si desse pace!...—esclamò Angelica fuori di sè.—Non capisci che sarebbe quello che mi spaventerebbe di più, che mi farebbe diventar matta?...
—Ma allora, si può sapere che cosa vuoi?.,.—domandò il marchese tra l'ironico e lo stupito.
—Non mi capisci... non ci possiamo intendere...—balbettò la poveretta buttandosi affranta sopra una poltroncina ch'era accanto del letto.
Il marchese Diego le prese una mano, la posò sulla coperta bianca, e l'accarezzò dolcemente.
—Capisco che tu vorresti da me ottantamila lire; ma tu invece, non capisci un'altra cosa, che cioè ot-tan-ta-mi-la lire si possono pagare, anche quando non si è obbligati, per salvare l'onore della famiglia, ma non mai per combinare un matrimonio che non accomoda per nessun verso. Anche se non vi fosse di mezzo tuo figlio, le cambiali, le firme false, tutti questi imbrogli che m'indispettiscono e mi nauseano, avrei sempre preferito il commendatore Barbarò, che almeno ha una fortuna colossale, e tiene uno dei primi posti nell'aristocrazia della finanza, al tuo Martinengo, il quale non è altro che uno spiantato.
—Ma se tu stesso mi hai sempre detto che il signor Pompeo è un furfante, uno strozzino, una figura losca e abietta?... Se tu non volevi mai venire a Villagardiana per non incontrarti con lui?...
—Allora non era... quello che è presentemente!
—Se anche poco tempo fa hai rifiutato un mio invito a pranzo al Villino per non doverti sporcare, son tue parole, a dar la mano a quella canaglia?
—Avevo torto. Le antipatie, per lo più, sono ingiuste.
—Ma se anche ieri, l'altro giorno, ne parlavi con disprezzo?...
—Conoscendo a fondo don Pompeo, l'ho trovato un perfettissimo gentiluomo.
—E anche un galantuomo l'hai trovato?—domandò Angelica con un accento d'ironia amarissima, che traspariva pur fra l'angoscia.
—Oh Dio,—rispose il vecchio tirando un po' su i guanciali per star più comodo,—l'essere galantuomo è una cosa affatto personale, e molte volte non è di vantaggio a nessuno!..
—Come parli, Dio mio! non sembri più tu!
—Perchè altro è il discorrere così, per modo di dire, per passare il tempo, altro è il parlare d'affari. Gli affari sono gli affari, e hanno un linguaggio più conciso e positivo.
—Allora ti ricorderò... un passato infame.... Quell'uomo ha fatto la spia!
Angelica pallida, fremente di sdegno, si era avvicinata al marchese fissandolo bene in faccia.
—Storie vecchie,—rispose l'altro mettendosi di nuovo a cercare il fazzoletto per evitare quello sguardo,—quarantottate!... nessuno più ci crede, o ci bada!
—È stato sotto processo.
—Ma... ecco, questo particolare, non risulterebbe vero.
—Ha fatto i danari spogliando la povera gente.
—Ne ha fatti troppi!—esclamò il vecchio ridendo,—e non può aver spogliato altro che i ricchi!
—Per le sue ladrerie, per la sua avidità di guadagno, ha mandato i nostri soldati al macello.
—Non credere, sai, nipotina, non credere.... Questa è rettorica patria!...
—Se lo dicevi anche tu?
—Ebbene... ho fatto male anch'io. Quante fandonie non si ripetono... tanto per parlare?
—Dunque... dunque tu non senti orrore che una tua nipote... una Castelnuovo, una Collalto, diventi... la signora Barbarò?
—Scusa, Donna Angelica Barbarò di... Panicale... la cosa è molto diversa.
—Se tu stesso hai sempre riso, quando non ti ci sei arrabbiato, a proposito della nobiltà del signor Pompeo?
—Oh bon Dieu, non metterti adesso a farmi il processo su tutto ciò che ho detto, su tutto ciò che ho fatto! Avrò riso... in principio; ma la nobiltà è come il vino: invecchiando si fa buona, e ha il gran vantaggio, sul vino, che invecchia più presto. E poi—il marchese mal suo grado tradì, a questo punto, un certo dispetto—i tempi son mutati... Non è più l'età delle Crociate, ma delle Banche, e i costumi son democratici in questo, che tutti i titoli sono uguali: basta averne uno!... Anzi, sono gli stemmi più nuovi, quelli che brillano di più. In fine, parliamoci chiaro, che cosa mi offriresti in cambio delle ottantamila lire che dovrei pagare?... di diventare la signora Martinengo presso la Direzione delle Ferrovie dell'Alta Italia!
—Almeno avrei un nome onesto!—rispose Angelica a cui, in quel febbrile contrasto, più diminuivano le speranze, e più cresceva il coraggio.—E questo è un titolo che il tuo... protetto, non ebbe, non ha, non avrà mai!
Essa era sdegnata; le lacrime che le spuntavano dagli occhi rilucenti, si asciugavano tosto sulle guance infocate.
—Chè, chè, chè, bellezza mia! i fortunati non sono mai disonesti! Tutti lo ammirano il tuo... pretendente; tutti lo stimano, lo cercano, lo accarezzano...: presidente di qua, consigliere di là, assessore, sindaco, commendatore.... Che vuoi di più?... il re lo ha creato nobile, e il suffragio popolare lo ha eletto deputato!
—Ma tu che sei tanto tenero del mio nome, che è il tuo, del mio onore, che è il tuo, non pensi a ciò che il mondo, non il mondo di quella gente, ma il nostro, dirà di me se mi vendo... e di te se mi costringi a vendermi?
—Io non ti costringo, ti consiglio soltanto per il tuo meglio. In quanto al mondo, che deve dire? Il mondo, e a ragione, si meraviglierebbe moltissimo se, anche astrazione fatta da tuo figlio, e dai tuoi doveri di madre, tu fossi così matta da preferire un Martinengo, fosse pur nominato capostazione, a un Barbarò di Panicale!...
—Ebbene,—proruppe Angelica accendendosi nuovamente, e nuovamente lasciandosi sfuggire dall'anima ciò che prima avea cercato di nascondervi,—ebbene, se tutto ciò non ti convince, non ti scuote... pensa che lo amo tanto da morirne!... Sì... sì...—Non vederlo più....—E la sua voce fu coperta dai singhiozzi.
--Sciocchezze!—borbottò il vecchio con un'alzata di spalle.—Sciocchezze!... tutte sciocchezze! Tu corri sempre da un estremo all'altro, mentre al mondo, sapendo fare, si può accomodar tutto benissimo!—Non vederlo più!... Chi ti dice, chi ti impone di non vederlo più?...—E il vecchio sorrise, guardando la marchesa in un certo modo, che poteva esprimere molte cose.—Dammi ascolto, nipotina bella, compi il sacrificio per tuo figlio, cosa che farà molto onore al tuo cuore, e non lasciarti sfuggire Don Pompeo, cosa che farà molto onore alla tua testa. Poi, con quattro moine, farai ciò che vuoi di tuo marito, e con un buon cuoco, avrai il mondo dalla tua. Il mondo vedendoti a Panicale esalterà la tua virtù; sapendoti dipendente dagli uffici dell'Alta Italia, sarebbe inesorabile. Ed è naturale: il mondo è indulgente coi ricchi perchè ne ha bisogno; d'altra parte non pretende virtù... impossibili; gli basta un pochino di prudenza. Se tu saprai menager la posizione... don Pompeo... è invaghito di te, io me ne intendo, s'è presa un'ubriacatura da non vederci più.... Con un po' di, mettiamo pure, di abnegazione da parte tua, farai tutti contenti, e potrai esser contenta anche te. Diamine!... Se il prender le cose come fai te, agli estremi, fosse regola comune, tutto il mondo sarebbe sossopra, invece vedi bene, che ci si vive tranquillamente e in buon accordo. Impara dalla contessa di Nave; quella è davvero una brava donna; tutti l'ammirano, la rispettano e fanno la corte a lei.... e al Vidolengo!
Angelica, durante queste parole, aveva sempre guardato lo zio tra indignata e stupefatta.
—Oh!... Oh!... e sei tu?...—proruppe infine con voce sorda,—e sei tu che mi proponi un mercato così vile?!...
—Io?... quale mercato?... paroloni e sempre paroloni!—Il marchese stizzito, si rizzò sui guanciali.—Se è così che fraintendi le cose, non parlo più! Fa come vuoi; per me, me ne lavo le mani. Pensa per altro che tuo figlio non è sopra un letto di rose. Io, in faccia al mondo e alla mia coscienza, non avevo altro che l'obbligo di consigliarti bene e l'ho fatto; a te tocca di scegliere fra Stefano e il Martinengo; sei donna, sei madre, e non hai più vent'anni, quantunque li dimostri appena. Se vuoi sacrificare Stefano al bel maggiore, padrona mia! io ti dico che hai torto, e che non mostri cuore: il cuore prima di tutto!
Angelica, dopo aver pianto, dopo essersi disperata e sdegnata, ora rimaneva come accasciata sotto il peso di quella gran calma, da cui spesso trapelava l'ironia, ma che si manteneva impassibile. La voce tremola dello zio Diego aveva uno stridore sempre uguale, freddo e acuto; non si scaldava, non vibrava mai. La poveretta finiva collo smarrire la coscienza di sè, ed anche del suo stesso dolore, in un grande abbattimento; non trovava più le parole, e aveva quasi perduta la voce; pure continuava a piangere, e non ristava dal pregare, dal supplicare, ma ormai senza lena, senza speranza, come il naufrago che pur sentendosi l'acqua alla gola, si dibatte istintivamente negli ultimi sforzi.
Da ultimo lo zio Diego la lasciava dire senza neanche risponderle; e la poveretta se ne andò, non com'era venuta, ma a capo chino, colle ginocchia tremanti, balbettando confusa, anche dinanzi agli umili saluti del servitore, che l'aspettava fuori, per aprirle l'uscio dell'anticamera.
Il marchese Diego, appena fu solo, trasse un gran sospiro mormorando:
—Anche questa è passata.
Poi suonò perchè gli portassero la cioccolata, e l'aspettò allungandosi sotto le coperte, e disponendosi a fare un altro pisolino.
XII.
Gli avvenimenti inaspettati e precipitosi si eran seguiti in quei due giorni senza un sol minuto di tregua tanto che Angelica ne era rimasta come intontita. Le pareva di sognare; non aveva nella mente altro che un punto solo fisso e ben chiaro: Andrea: correre da Andrea, dirgli tutto; farsi salvare da lui.
Salvare?... in che modo avrebbe potuto?...
Non sapeva; ma essa lo credeva capace anche di un miracolo, e il suo cuore d'innamorata aspettava appunto un miracolo da lui.
Appena lasciato lo zio Diego, Angelica ritornò subito all'albergo, mandò all'Anonima a ordinare una carrozza, e ancora nel montar le scale cominciò a leggere la lettera da Nuvolenta, che avea trovata dal portiere, in cui Andrea si mostrava inquietissimo per l'agitazione e l'affanno che traspariva dalle parole scrittegli da Angelica, e la supplicava di lasciarlo venir a Milano o di comunicargli subito tutto ciò che era accaduto di nuovo. Angelica, per dargli un po' di pace, almeno fino a tanto che arrivava lei, gli telegrafò che partiva sul momento per il Villino delle Grazie. Ma non aggiunse una parola di più, e Andrea invece di tranquillarsi rimase più inquieto di prima. Tuttavia (ripeteva fra sè) essa sta per arrivare; questo in ogni modo, era per lui il più importante... era una consolazione che a mano a mano si faceva sempre più viva, e dissipava tutte le incertezze, tutti i timori.
—Arrivava lei!... lei!... Angelica!...
Non poteva pensare ad altro, non poteva star fermo.
—Che cosa sarà mai successo?... che lo zio Diego non voglia pagare?... come sarà inquieta, povera Angelica!... Ah se avessi io ottantamila lire!...—Tornò a guardar l'orologio.—Fra un'ora intanto sarà qui, e sentiremo... Sarà qui!...
La vide in quel punto, sorridente, viva; vide i suoi occhi grandi pieni di dolcezza e di amore....—Fra un'ora!—gridò, e in uno slancio di tenerezza beata che gli traboccava dall'anima, promise a sè stesso di confortarla di tutte le sue pene, di amarla anche di più per tutti i suoi dolori.
—Ah, se fossi ricco!... Che cane quello zio Diego!... Come può resistere alle preghiere, alle lacrime di quell'angelo di donnina?... È tal'e quale il conte Prampero: la buccia un po' più levigata, ma sotto lo stesso egoismo, la stessa durezza... che cane!... Povera bimba mia come la tormentano!... Eh, ma a quel ragazzaccio di Stefano, parlerò io!... Se credesse mai di far crepar sua madre sta fresco! adesso non è più come una volta: adesso ci sono io, e posso mostrarmi, e farmi sentire!...
Mentre faceva seco stesso tanti bei proponimenti Andrea era ancora nella sua piccola cameretta. Pensò che ormai la carrozza di Angelica doveva esser poco lontana, e che avrebbe potuto andarle incontro sullo stradale di Gallarate.
—Sì! Sì!... Angelica buona! Angelica bella! Angelica cara!...
Si rivestì con cura; si mise una cravatta che piaceva ad Angelica, con uno spillino che le aveva regalato lei; una perlina rosea, levata apposta dal piccolo filo ch'essa portava sempre al collo dì e notte: erano le sue perle di ragazza.
Quando fu pronto si guardò un momento nello specchio arricciandosi i baffi, e benchè i suoi capelli folti e forti cominciassero a mostrarsi un poco brizzolati, non si dispiacque. Si cacciò in capo il cappello a cencio, con un piglio tra il militare e il conquistatore, prese i guanti, la mazza, e uscì fischiettando a fior di labbra:
Un dì felice, eterea
Mi balenaste innante....
Per evitar la gente, prese per la brughiera che fiancheggiava la via maestra, con un tratto di bosco.
Angelica, sicura di incontrare Andrea lungo la strada, avea più volte messo fuori dello sportello la testina bionda, per vedere se spuntava da lontano.
—Oh Andrea!—mormorò a un tratto arrossendo e impallidendo con un sussulto di tutto il sangue.
Andrea, che le era apparso all'improvviso, sbucando da un folto di pini, saltò sulla strada.
Era gaio, sorridente, col cappello in mano, e un mazzetto di fiori gialli all'occhiello: i fiori che Angelica preferiva.
—Ferma! Ferma!—gridò Angelica al cocchiere, e balzò dalla carrozza appoggiandosi alla mano di Andrea, il quale, appena vedutala, avea subito mutato di colore, e il sorriso gli si era spento sulle labbra.
—Che cos'è successo?
Angelica lo guardò con occhi spaventati.
—Che cos'è successo?—chiese ancora, e il fremito della voce tradiva lo sbigottimento interno.
La marchesa, voltandosi verso il cocchiere, gli ordinò di andare innanzi, di attraversare tutto il paese e di fermarsi poi al primo villino, che avrebbe trovato a dritta; domandasse se aveva paura di sbagliare: tutti gli avrebbero indicato il villino della marchesa di Collalto.
Essa voleva fare la strada a piedi.
La carrozza si mosse lentamente...; Angelica guardò ancora Andrea con un'espressione indicibile di amore, di dolore, di sgomento e poi, passandogli innanzi, prese un sentieruolo che dalla strada s'internava nella brughiera. Andrea le tenne dietro, senza osare d'interrogarla; capiva che Angelica voleva essere sola, sola con lui, prima di cominciare a parlare.
Ma Andrea, durante quei pochi passi fatti in silenzio, avendo visto che la sua presenza non era bastata a consolarla, s'indispettì, e s'imbronciò.
Egli non era dunque tutto per lei!...
Angelica continuava a camminare finchè, passato il piccolo tratto di bosco, si trovò dinanzi la brughiera immensa e arida. Allora si voltò improvvisamente, mormorando:—Oh Andrea! Andrea!—e proruppe in lacrime. Ma erano lacrime ben più amare di prima; cominciava allora a sentire, a capire tutto il suo dolore.
—Oh Andrea! Andrea!...
—In fine si può sapere che cosa c'è di nuovo?—domandò l'altro seccamente, quasi duramente.
Angelica, prendendogli le mani che si strinse sul cuore, lo guardò lungamente, fissamente: era uno sguardo che pareva uno spasimo dell'anima. Andrea ne rimase vinto e sbigottito: sciolse una mano dalle sue e abbracciando e premendosi Angelica sul petto—per Dio, mi dica,—domandò,—che cosa c'è di nuovo?...
—Più, più....—rispose Angelica balbettando.—Non dobbiamo vederci più!...
Andrea si allontanò da lei vivamente e ristette pallido, accigliato.
—Perchè?...
—Ma ne morrò.... le giuro che ne morrò.... È troppo.... oh, è troppo.... Ne morrò.
—Perchè?—replicò l'altro con maggiore asprezza.
Angelica si asciugò le lacrime col fazzoletto chiuso nella manina inguantata, e fra lo strappo dei singhiozzi, cogli occhi esterrefatti dallo spasimo e dal terrore fissi in Andrea, gli raccontò tutto quanto le era successo, quanto le volevano imporre, quanto le si preparava.
L'altro l'ascoltò immobile, senza profferir parola. Solo quando Angelica ebbe detto tutto, egli era bianco, terreo, e trasalì per un brivido, ma rimase ostinatamente muto. Angelica gli si avvicinò; il suo viso era tutto molle di pianto; il seno anelante come se volesse scoppiare, ma non piangeva più. Essa lo guardò ancora, e tutto il suo cuore, tutta la sua disperazione traboccavano dalle pupille fisse, dilatate. Stese le due mani, si attaccò alle spalle di lui, e leggermente alzandosi sulla punta dei piedi per avvicinare la sua faccia a quella immota di Andrea, così da stordirlo col bagliore degli occhi e le vampe calde del suo alito, gli chiese con una risolutezza improvvisa di modi e di parole:
—Dimmi tu che cosa devo fare; che cosa devo rispondere. Farò soltanto quello che vorrai tu; tutto quello che vorrai tu: sono tua. Parla.... di' su... che cosa devo fare?...
Andrea la guardò freddamente. Poi sorrise.... ma fu un sorriso ghiaccio che trapassò il cuore di Angelica.
—Abbi compassione.... abbi pietà, Andrea... Andrea... almeno tu abbi pietà. È troppo... è proprio troppo!
—Ah! Ah!—proruppe l'altro ridendo ancora,—come sono strane le donne!... Lei pretenderebbe anche che io la confortassi, dopo che viene a... a darmi una mazzata sul capo!...
Andrea sotto quella gran calma forzata nascondeva un'atrocissima battaglia: l'amore in quel punto rimaneva soffocato dal dolore e dalla gelosia. Ciò che c'era in lui di cattivo o di men buono, e che l'amore soave e alto di Angelica era riuscito a vincere e a seppellire nel più profondo della sua anima, risorgeva a un tratto oscurando la nobiltà de' suoi sentimenti, il foco generoso della sua passione. Angelica non lo aveva mai abbracciato in quel modo... ma anche ciò lo irritava, e lo rendeva ingiusto. Pensava che la poveretta, lo facesse per intenerirlo, per renderlo incapace a resisterle, per farlo consentire a quel partito mostruoso. Pensava che, ad onta di tante proteste, essa allora non lo amava, o lo amava molto poco. Il primo suo affetto non era lui, ma suo figlio; il figlio di lei e di Alberto di Collalto: essa non aveva che suo figlio in mente, in cuore; non vedeva se non suo figlio, non tremava se non per suo figlio. Ma invece a lui, proprio a lui, che cosa doveva importarne del marchesino Stefano?... nulla!...—E dietro a quel ragazzaccio cincischiato e stupido, e senza cuore, tutto il ritratto del marito di Angelica, gli appariva la figura esosa del Barbarò, dell'onnipotente Barbarò, che con una manciata d'oro gli portava via la sua donna, la sua amante... come quell'altro, tanti anni prima, gli aveva portato via la sua fanciulla, la sua sposa... sempre debole, sempre incapace di resistere, sempre pronta a sacrificarlo, prima a suo padre, ora a suo figlio. E in quel subbuglio di memorie e di passioni la bellezza di Angelica, fremente e anelante di dolore, anzichè commuoverlo e intenerirlo, trasformava in un impeto improvviso e cieco di odio tutto il suo grande amore.
Angelica aveva mentito; non era vero che fosse tutta sua come essa gli aveva giurato, come egli voleva sempre che gli giurasse! E nel suo cuore le faceva una colpa della sua debolezza, una colpa del suo amore di madre, quasi una colpa anche di ciò che accadeva.
Perchè gli avea voluto raccontar tutto?... perchè gli domandava consigli?... oh, se avesse trovato quella proposta così assurda, impossibile, infame, come infame, impossibile, assurda era veramente, doveva respingerla subito, indignata; essa doveva imporre allo zio Diego di tacere, doveva scacciarlo... ma non doveva tornare al villino per farsi veder piangere, e per chiedergli consiglio!... Se lo domandava era perchè aveva già risolto in cuor suo di... di sacrificarsi. Ma perchè voleva sacrificarsi lei, aveva diritto di sacrificarlo lui, mancando a tutte le sue promesse?... Essa non ragionava più quando si trattava di suo figlio!... suo figlio era stato sempre tutto per il suo cuore!... lui... Andrea, lui era stato per lei l'ideale!... sì... l'ideale... ossia quasi niente!
—Rispondi!... hai capito?... rispondi!...—soggiungeva intanto Angelica stringendogli forte le braccia colle mani nervose, e scuotendolo.
—Dal momento che lei mi domanda un consiglio non posso darle altro che quello buono... accettare!—esclamò Andrea sorridendo di nuovo colle labbra pallide, e sciogliendosi da Angelica con una garbatezza un po' ruvida e ostinata.
—Accettare?... lo dici così?... così... tranquillamente?... Ridendo?...—e Angelica colle piccole mani, che parevan diventate di ferro, gli strinse le braccia e lo scosse ancora più forte.
—Come dovrei dirlo?—Andrea cominciava a non potersi più frenare: le sue labbra tremavano, i suoi sguardi diventavano biechi, la sua ironia si faceva terribile.
—Come lo dovrei dire?... io non posso piangere come lei; io non ho il benefico sfogo delle lacrime!... io sono un uomo e rido, rido sempre, rido di tutti, e rido di me; ma il mio riso avvelena, brucia, ammazza più di tutti i suoi singhiozzi e le sue convulsioni, il mio riso, per Dio, non ha nè tregua, nè sollievo, nè pace!...
—Oh ammazza anche me il tuo riso,—e davvero, sai,—ammazza anche me, ed è cattivo ed è ingiusto. Ti pentirai, oh ti pentirai di essere stato senza pietà. Ma che cosa volevi tu che facessi? che cosa vuoi che io faccia?... abbandonare mio figlio al punto in cui si trova?... ti par possibile?... si tratta di processo, di prigione. Rispondi, Andrea, potevo farlo? posso farlo?
—Queste cose non si chiedono; dal momento che si chiedono si deve rispondere: no.
—Non farmi diventar matta!... Io era corsa da te attaccandomi all'ultimo filo di speranza, e tu questo filo l'hai spezzato brutalmente, aggiungendo le tue offese, i tuoi insulti, al mio dolore. Speravo... no speravo, volevo illudermi che la cosa fosse per sè stessa tanto orribile, che tu mi potessi convincere di rifiutare. Invece tu mi hai dato l'ultimo colpo. Se rifiutassi, tu che non hai il coraggio di consigliarmi a resistere, mi condanneresti nel tuo cuore, come mi condannerebbe il mondo, mio figlio, tutti!...
—Ah non è dunque il tuo sentimento di madre che impone questo sacrificio?... È la paura dei giudizi del mondo... di quello che direbbe la gente?... Non è mai il tuo cuore che ti guida, è sempre la tua testa!
—Non parlarmi di cuore e di testa, tu che la testa me la fai perdere, e che finisci di spezzarmi il cuore... tu che sei ingiusto... e vile.
—Angelica!—proruppe Andrea con impeto.
—Sì, vile, vile, vile!—replicò la poveretta pallida, tremante, senza più una lacrima, con tutta la sua dignità di donna, con tutto il suo cuore di amante, che si dibattevano in lei nell'urto supremo della disperazione.—Vile, perchè tu pure, non sapendo trovare una via di scampo, ti rivolti contro di me. Rispondi, in fine, perchè lo voglio, perchè ho diritto di volerlo. Non frasi, sai; voglio la verità.—Che cosa devo dire a mio zio? che cosa devo fare?...—Non sono consigli che si chiedono, tu mi dici?... Ma lo dici non perchè sia una prova di poco amore il chiederli, sì bene perchè non te ne vuoi assumere la responsabilità. Sì, il tuo cuore vorrebbe,—lo vorrebbe anche il mio, ardentemente, a costo della vita lo vorrebbe,—che io rispondessi un no, e abbandonassi Stefano al suo destino; ma la tua coscienza non vuol parteciparne la colpa e il rimorso con me.
—Guardami, Andrea, guardami in faccia e rispondi: chi è più sincero di noi due?
—Non avresti dovuto permettere al marchese Diego di parlare... di farti una simile proposta!—rispose Andrea, un po' scosso suo malgrado.
—Ah tu... tu non sei madre, tu!... tu non hai un figliuolo.
—No,—replicò Andrea tornando a riscaldarsi,—e per questo ho un solo amore, una passione sola nell'anima. Ho una creatura sola al mondo, nel cuore: tutti gli altri mi han sempre fatto del male, o han goduto del mio male: sono cuori perversi, ed anime ignobili, ed io li sfuggo, e li disprezzo. Ma non dovevo amare nemmeno te....
—No, Andrea....
—Non si può amare veramente quando si ha il cuore diviso, ed io ho sempre fatto male a volerti bene!... ho fatto male prima; ho fatto male dopo!
—No! No! No!—gridò Angelica fuori di sè.
Era pronta a dare la vita, e più assai della vita per suo figlio, ma il suo cuore, il suo amore era tutto di Andrea, e Andrea disprezzava il suo cuore, malediva l'amor suo!... Essa non ragionava più, non pensava più a niente, era come matta. Gli si attaccò al collo, lo strinse, fece ogni sforzo per attirarlo a sè. L'altro, imperterrito, allontanò la faccia, e Angelica gli cadde esausta colla testa sul petto.
Andrea la guardò... ne sentì compassione... e a poco a poco gli ritornò tutto l'amore di prima.
—Mi ama,—pensava,—non ama altri che me; e non avrà il coraggio di cedere.
Sul loro capo i pini odorosi fremevano ai soffi caldi del pomeriggio. Il sole declinava lento dal cielo puro, chiarissimo, dietro le cime nere dei monti lontani, e il verde scialbo della brughiera scoloriva tristamente in quell'ultima ora del tramonto: la campagna si distendeva muta, deserta, infocata. Solo le rondini a stormi passavano e ripassavano come frecce nell'aria ardentissima, e stridevano.
Andrea sentiva sul proprio petto il petto palpitante di Angelica: ne sentiva l'urto dei singulti e il fiato caldo, odoroso.
—No,—continuava a pensare,—mi vuol troppo bene! non mi potrà lasciare!—e la baciò con tenerezza, commosso, la baciò fra i riccioli biondi, e le rose del cappellino.
—Lasciami morire... qui...—balbettò appena la poveretta.
Morire?... Desiderare di morire?... Dunque anche fra le sue braccia, e mentre lui la baciava, pensava sempre a suo figlio e aveva in animo di cedere?... Andrea, di subito, ritornò freddo, tornò spietato, e allontanò Angelica da sè. Essa lo guardò cogli occhi ora fatti mestissimi, chinò il capo, sospirò un'altra volta, ma non disse più nulla.
—Muoviamoci, signora Marchesa, e andiamo verso casa. Chi sa che cosa dirà la sua gente, se non la vede tornare.
—Andiamo.
Angelica, sempre a capo chino, prese il sentiero che metteva al paese. I suoi piedini battevano risonanti sull'erba arsiccia del terreno secco.
Andrea le tenne dietro torvo in viso, spezzando col bastone i ramicelli dei pini e i fiorellini gialli dei campi.
Soltanto quando furono presso al villino Angelica domandò con voce bassa, senza voltarsi:
—Viene stasera?
—È inutile,—rispose l'altro.
Angelica entrò nel cancello. Andrea, senza stringerle la mano, la salutò con una grande scappellata per via del fattore e del giardiniere, ch'erano nel cortile. Poi tirò dritto, e a due passi dal villino, visto il cappellano col quale era solito scherzare, si fermò anche allora, a fare il chiasso con lui.
Ma più tardi, quando capitò a Nuvolenta, cominciò a strapazzar tutti, e buttò all'aria piatti e bicchieri perchè la zuppa era salata, il vino inacetito e il pane duro.
XIII.
Andrea era rimasto tanto sbalordito dal colpo ricevuto che, come Angelica a Milano, non aveva avuto tempo di sentire l'acutezza del dolore.
Capiva che cosa stava per perdere? Capiva che cosa sarebbe stata la sua vita senza Angelica?... E capiva che la perdeva interamente e per sempre?
Poteva soltanto immaginare che cosa voleva dire il non vederla più, il non averla più, allora che egli era ancor pieno di lei, e di lei era tutto pieno quanto lo circondava, quanto lo avvicinava? No: e per ciò solo poteva pensare al domani, guardare al di là, con una relativa tranquillità di spirito. In quel momento era così fuori di sè, era così lontano dal vero, che di quella terribile scossa non risentiva altro che un gran dispetto contro Angelica, troppo debole, e un odio acuto contro lo zio Diego, e quel cretino di Stefano.
Al Barbarò non pensava più che tanto. L'usuraio arricchito voleva sposare Angelica perchè era la marchesa di Collalto; per riabilitare la casa!... Una ricca non gliel'avrebbero data; prendeva quella, la prima che il caso avea fatto cadere sotto i suoi artigli. E invero il Martinengo non poteva sospettare, come forse Angelica presentiva, che non il solo caso avesse preparato quegli avvenimenti!... Ma lo zio Diego?... Era un egoista, un avaraccio tirchio e schifoso. Stefano?... una canaglietta!...—maledetti i parenti!... Maledetta la famiglia!... Dove c'è una bella donna e una famiglia in malora, è sempre la bella donna che deve aggiustar i conti!...
—Oh si sfoggia tanta rettorica contro i Turchi perchè vendono le donne,—continuava a borbottare,—e gli Europei, non fanno lo stesso, e peggio?... vendono le loro donne con più ipocrisia e a più caro prezzo.
Ma la massima colpa era di Angelica: era sempre stata debole, era sempre stata una stupida! non avea saputo difendersi contro suo padre, e non sapeva difendersi contro suo zio!... Poi aveva sciupato Stefano, mentre avrebbe dovuto correggerlo con buone staffilate!
Dopo pranzo, un pranzo in cui non aveva mangiato altro che rabbia, andò com'era solito, a fumare la sigaretta e a bere il cognac sotto il portico del cortile. Il luogo non era ameno: pochi metri di terra, in cui languivano alcuni fiori e sempreverdi ingialliti, chiusi da pareti alte di muro vecchio, coperto di edera; ma almeno c'era un po' di fresco. Andrea ingollò un paio di bicchierini dondolandosi sulla poltrona di vimini, poi tutto ad un tratto chiamò il servitore, arrabbiandosi perchè non era lì pronto.
—Giuseppe!... dove ti sei ficcato, all'inferno?!... Giuseppe!
—Pronto!—rispose Giuseppe accorrendo, mettendosi in posizione e facendo la faccia da ridere.
Era un'antica ordinanza di Andrea, rimasto con lui anche finito il servizio; un buon giovane, in cui la soggezione produceva l'effetto bizzarro di farlo ridere e di farlo balbettare con moto convulso.
—I miei fucili?...
—Siss... si-signor!...
—Sono pronti?
—Siss... si-signor.
—Domattina, me li porterai in camera.
—Siss... si-signor...—e Giuseppe fece una gran faccia da ridere, perchè voleva domandare qualche cosa al padrone, ma non osava.
—Non mi occorre altro!... Va via!...
—Siss... si-signor!...—e Giuseppe sparì come un lampo.
Andrea, visto che la mattina dopo era libero, voleva finalmente cavarsi il gusto di andare a caccia alle quaglie. Il cane glielo avrebbe prestato il cappellano.—Voleva cacciare tutto il giorno!... Poi, quando sarebbe ritornato a casa, voleva scrivere anche alla contessa Florio, una sua buona, buonissima e carissima amica, piena di spirito, che aveva una splendida villa, al fresco, sul Varesotto; sarebbe andato là, a passare il resto dell'estate; Angelica ne avrebbe sofferto... ma già lui non ne aveva colpa. Rimanere a Nuvolenta senza uno scopo, ci sarebbe stato da crepar dalla noia! voleva scrivere anche al colonnello Doncieu ch'era a Roma, al Ministero della Guerra; se davvero ci fosse stato da far qualche cosa in Egitto o a Tunisi avrebbe ripreso il servizio; aveva fatto una minchioneria a troncare la carriera a un tratto.
E così dondolandosi e sorseggiando il cognac fu preso come da un senso vago di sollievo per la sua piena libertà riacquistata; soltanto la sigaretta era umida, e si spegneva sempre, onde gli entrava il tabacco in gola.
—Sapristi!... Già... a pensarci con calma, sarebbe stato un gran legame. Una moglie?... una famiglia?...—e continuava a dondolarsi su e giù.—Senza quattrini io... senza quattrini lei!...—Forse forse quella soluzione, in ultima analisi, era il meno male per tutti!... Ma un tiro al marchese Diego glielo voleva fare. La prima volta che lo avrebbe incontrato gli voleva dare una spinta da mandarlo in pezzi, così incollato com'era!... Anche quel cane del Barbarò, badasse bene di non darsi l'aria di avergliela fatta!...
Un nuovo pensiero, un lampo sinistro gli attraversò la mente. Si fermò di botto sulla seggiola, e ingollò, d'un fiato, un altro bicchierino di cognac. Poi diè un'alzata di spalle e tornò a far l'altalena.... "Non beveva per stordirsi" pensava tra sè mentre non si sentiva già più tanto forte. "Non aveva bisogno di stordirsi. Soltanto voleva star allegro!... Era così buffa la vita!..."
Avrebbe fatto male, malissimo, a non darsi pace. Quella donna non gli aveva mai voluto bene, come voglion bene le donne quando amano veramente. Anche la prima volta un mare di lacrime, e poi subito la rassegnazione!... In seguito scrupoli, delicatezze, rimorsi senza costrutto.... Mai vedersi, scriversi solamente e, in fine, dopo tanto soffrire, dopo tanto aspettare, dopo tanto sperare, di nuovo un mare di lacrime, e un altro abbandono per salvare suo figlio!... A pensarci c'era da diventar matto... ma non voleva pensarci! non ne metteva conto: essa gli aveva volato bene soltanto colla testa. Le piaceva di sfoggiare sentimento, poesia, ecco tutto. Figurarsi!... in tanti anni, un bacio, proprio un vero bacio, glielo aveva dato quel giorno per la prima volta. Anche lui, del resto, era stato stupido la sua parte. Le donne sono... come si prendono!... forse, se l'avesse presa diversamente, adesso non sarebbe stato più al caso di sposarne un altro. Tant'è, quel signor Barbarò gliela doveva pagar cara.
—Oh, voglio incontrarlo... e solo che abbia il coraggio di guardarmi in faccia, gli rompo il grugno!...
In quel punto venne innanzi Giuseppe sotto il portico e si fermò a due passi dal padrone con una gran paura addosso e la bocca che non gli voleva star chiusa: era agitato da un fiero dubbio; doveva attaccare anche quella sera per condurre il padrone al villino, o non doveva attaccare?
Gli altri giorni il signor maggiore gli diceva subito dopo pranzo: "Attacca, Giuseppe!... attacca! svelto!" Ma quella sera niente!... Non andava proprio al villino, o non avea dato l'ordine credendo che non ce ne fosse bisogno?—Attaccare?... e se faceva male? non attaccare?... e se faceva peggio?...
—Che c'è?—gli chiese Andrea seccato di vederlo lì fermo impalato.
Giuseppe col viso spaurito e ridente balbettò in fretta:
—De-de-devo attattatatac...
Ma il padrone non lo lasciò finire.
—No! Va via!—e Giuseppe sparì come un lampo.
Andrea tornò a dimenarsi sulla poltrona borbottando. Nell'atto innocente del buon Giuseppe, egli ci vedeva sotto un monte di secondi fini: la smania di curiosare, di pettegolare, di voler sapere se lui andava o non andava al villino, di scoprir terreno.
—Chi sa che cosa penserà quell'animale quando saprà che la marchesa sposa il Barbarò!... chi sa quante chiacchiere se ne faranno in paese!... si dirà che il Barbarò me l'ha portata via per i milioni!... eh per dir la verità, una gran bella figura non la faccio!
Qui si alzò di scatto lasciando dondolar vuota la poltrona, buttò via la sigaretta, e la schiacciò col piede.
—Ma il ridicolo,—esclamò fra i denti,—si può vincere col terribile. Se lo infilzassi quell'usuraio ladro?
Continuò un pezzo a passeggiare e a sbuffare su e giù sotto il portico. Era una sera afosa, pesante, non faceva fresco nemmeno lì fuori; doveva esserci un gran temporale in viaggio.
—.... Angelica, per altro, mi avrebbe ben potuto scrivere di andar da lei, a salutarla ancora... un'ultima volta!... Ah! non mi ha mai amato proprio sul serio!...
La domanda inopportuna di Giuseppe gli aveva messo in corpo una stizza che non potea vincere.
—No, non voglio pensarci!... non voglio diventar matto!... voglio stordirmi!...
Ma non c'era verso: giù giù, in fondo all'anima, in un cantuccio che si manteneva ben chiaro per quanto Andrea si sforzasse a far buio anche là dentro, vedeva, sentiva, piangeva amaramente la sua gioia di tutte le sere passate, quando saltava allegramente in carrozza, e andava di trotto al Villino delle Grazie, e Angelica gli veniva incontro rimproverandolo sempre che era tardi... ma ravvolgendolo tutto nella carezza dolce degli occhi innamorati.
....Più!... più!... mai più!...
Se proprio gli avesse voluto il gran bene che diceva... gli avrebbe almeno scritto di andarla a salutare... per l'ultima volta!
Intanto, che cosa farebbe quella sera? era prestissimo ancora! Bisognava farla passare!...
—E domani sera?... E dopo?...
Giuseppe aveva riso nel domandargli se dovea attaccare... cretino!... Auf! che vitaccia!... doveva ammazzarsi?... finirla?! no; avrebbe fatto troppo comodo a quel gran cane del Barbarò!... Il giorno dopo sarebbe partito e allora, lontano da quei luoghi, avrebbe sofferto meno, non avrebbe sofferto più.
—Il rompere le proprie abitudini è sempre una cosa seccante... ma quando ne avrò contratte di nuove... mi troverò benissimo. Cara quella contessa Florio!... se non altro da lei ci sarà più fresco!... ma che dirà a vedermi capitare?...—Allora pensò che gli avrebbe subito domandato di Angelica e ch'egli avrebbe dovuto raccontarle tutto ciò che era successo, e cambiò disegno e preferì di andare in Isvizzera, in un posto fuori di mano, dove non ci sarebbero stati altro che inglesi e tedeschi, dove nessuno conosceva lui, conosceva Angelica... dove non si sapeva niente di niente!
Guardò l'orologio. Il tempo non passava mai: se fosse, andato a letto a quell'ora era sicuro di non dormire.
E se Angelica gli avesse scritto, e quell'imbecille di Giuseppe non gli portasse la lettera?
—Giuseppe! Giuseppe!
—Co... co-comandi!—rispose l'ordinanza presentandosi e mettendosi in posizione.
—È arrivata la posta?
—Siss.... si-signore!
Andrea canterellò, per non far capire a Giuseppe di essere infelice.
Morir sì bella e pura....
—Lettere.... niente?
—Noss.... signore. Sososolo il giornale!
—Che c'è da ridere, imbecille?! va via!—e Andrea, mentre Giuseppe se ne andava in fretta, continuò a cantare:
Morir per me d'amore....
Ma cantava a denti stretti.
Finalmente gli venne un'idea; sarebbe andato a vedere com'era questa famosa Ninetta del Caffè d'Italia. Tutti a Nuvolenta, compreso il cappellano, ne andavano matti!... se proprio non fosse stata il diavolo... perchè no?
Il Caffè d'Italia, come lo chiamavano pomposamente a Nuvolenta, non era altro che uno spaccio di liquori, messo in voga dalla Ninetta, la ragazza che stava al banco, belloccia per una certa freschezza vispa e atticciata. Attorno a lei, in fatti, facevano la ruota tutti i tacchini, e ronzavano tutti i mosconi di Nuvolenta. Andrea non c'era mai stato, e non le aveva mai parlato: ci andò quella sera, e tracannò un paio di bicchierini di zozza; ma si comportò con un'impertinenza così sprezzante, e fu libero di modi e sboccato a segno, da far impermalire la ragazza e arricciar il naso agli avventori.
—El diventa matt, el diventa?
—Maledette le villane!—pensò tra se il Martinengo uscendo uggito dal Caffè d'Italia,—puzzano d'aglio!...
Si avviò a caso per lo stradone dritto e lunghissimo che metteva a Gallarate... ma voltò subito, come se lo avesse preso il capogiro. Quella vista, la vista delle prime casette di Gallarate, che si indovinavano da qualche lumicino sparso nell'oscurità, in fondo allo stradone, era stata per lui come un lampo interno nell'anima; un lampo vivo, di tempesta.
—Auf!... Andiamo a dormire!...
—....E quell'altra che mi sta qui a due passi, può tener duro senza scrivermi!... è proprio risoluta come l'altra volta!... ci sono delle donne che provano voluttà a sacrificarsi, che provano gusto a piangere... quella lì è del numero!
Entrò in casa, soffocava; salì per le scale, senza lume, a tastoni: soffocava. In camera sua (quell'animale di Giuseppe si era dimenticato di aprir le finestre) soffocava ancora di più!... Trovò sul tavolino i fiammiferi, e accese il lume. Il letto, la camera, non erano preparati per la notte; non era mai andato a dormire tanto presto.
—Giuseppe!... Giuseppe!...—Giuseppe era fuori.
—Quando torna,—borbottò Andrea arrabbiatissimo,—gli voglio dare una strapazzata da levargli la pelle!—Aprì la finestra, levò la coperta di colore dal letto, poi cominciò a spogliarsi. Il letto gli pareva un rifugio: aveva fretta di addormentarsi; tutto in quella camera, gli parlava di Angelica! Essa non c'era mai stata, ma tutto gli parlava di lei: i ritratti, i fiori, la copertina per i piedi, il guancialino colle cifre A. M.; e un ombrellino della marchesa, ch'essa aveva rotto nel fare una passeggiata insieme con lui.
—.... Bisogna mettere tutta questa roba in una cassetta, e rimandargliela domattina colle sue lettere. E pensò di scrivere l'indirizzo: Alla marchesa di Collalto, senza mettere il nome Angelica. Essa avrebbe capito perchè non lo voleva più scrivere quel nome: Angelica non c'era più!
Si cacciò nel letto... ma sul comodino c'era un altro ritratto; una fotografia colorata: aveva l'abito bianco, la giacchettina azzurra, il cappello, la cravatta dal fiocco grandissimo; come quella mattina che l'aveva incontrata presso il Casino delle Romilie.
Quel ritratto glielo aveva mandato da Santa Margherita Ligure.... Ne aveva fatto fare uno solo, per lui, ed era il primo che gli aveva dato. Spense il lume, si voltò, chiuse gli occhi per dormire; ma non poteva: faceva troppo caldo!
—Pure,—pensava,—a modo suo... colla testa, soltanto colla testa... ma mi ha voluto bene. Scommetto che non capisce ancora tutta l'importanza di ciò che sta per fare: è ancora sconvolta, sbalordita, spaventata... e suo zio, quell'egoista avaro, approfitta del momento per raggiungere i suoi fini.
—Se così fosse, bisognerebbe salvarla!...—Andrea si rizzò sul letto a pensare, spalancando gli occhi nell'oscurità.
—Il Barbarò, in fondo, è un poco di buono, ma non vuol dire; perchè vorrebbe sposare Angelica, quando sapesse che è innamorata di un altro?
Andrea non sapeva quello che sapeva la marchesa, e non le lasciava alcun dubbio circa la sua sorte. Essa non gliene aveva mai detto nulla, per un sentimento di pudore, e insieme di alterezza.
—Forse... invece di irritarmi subito, e di non risponderle, avrei dovuto cercare di calmarla e di aprirle gli occhi....
—Aprirle gli occhi?... sì, sì, sì, e devo farlo ancora, subito, finchè sono in tempo!... devo farle capire che è caduta in un tranello teso da suo zio... da quel vecchio ripicchiato, e che lei ci casca da buona donna!... Sarebbe stato meglio che stasera ci fossi andato... ma non è colpa mia se non ci sono andato; è colpa sua!...
In fatti egli aveva sempre aspettato e sperato, senza volerlo confessare a sè stesso, che Angelica lo mandasse a chiamare, che gli scrivesse un bigliettino....
—Non è tanto tardi, del resto... potrei andarci ancora... potrei andarci a piedi per non dar nell'occhio....
Un'altra volta, che veniva da Milano, era andato tardissimo al Villino, e anche allora a piedi....
—Sì, sì, sì!... rivederla! rivederla!—Andrea si era buttato giù dal letto, cercando la scatola dei fiammiferi.
Nessuno ormai avrebbe più potuto trattenerlo: si vestì in fretta, in grande orgasmo per paura di non arrivare a tempo, e con una gran contentezza per la risoluzione presa.
In un lampo fu vestito e si trovò in istrada: ah, respirava meglio che in camera sua!
Prese una stradetta pei campi; la più corta, la solita che faceva quando andava a piedi al Villino. Quante volte aveva passeggiato con Angelica in quei luoghi!... Cominciava allora a levarsi la luna, e la notte si faceva chiarissima, bianca: la luce quieta rendeva tutte le cose più vicine, in una tinta più morbida e più intima. Rivide la viottolina dove era solito incontrare Angelica col suo grande ombrellino rosso; lo amava quel colore; gli ricordava l'ombrellino di Villagardiana: e quella viottolina chiara chiara gli fece battere il cuore.—Com'era bella Angelica!...—Più oltre, passò dinanzi a una casuccia adagiata nei verde di un collicello.... Angelica vi si era fermata spesso con lui a bere dell'acqua, un'acqua freschissima che cadeva da una cascatella. Nel silenzio della notte serena, ne udiva più risonante il gorgoglìo....—Com'era buona Angelica!...
—Angelica! Angelica! Angelica!...—E anche il gorgoglìo limpido dell'acqua pareva ripetere il nome di Angelica in mezzo alla luce bianca e quieta.—Com'era cara, Angelica!...
—No, no, non è possibile! non è possibile!... mi ammazzo senza di lei!
Si sarebbe buttato alle sue ginocchia; l'avrebbe pregata, supplicata!... Per salvar suo figlio non aveva diritto di far morir lui disperato! ci doveva essere un altro scampo; l'avrebbero pensato e trovato insieme! Il gorgoglìo dell'acqua si sentiva ancora lontano... lontano... pareva il canto di un usignuolo.
—Angelica!... Oh Angelica!...—C'era una piccola salita da fare, poi il Villino apparve tutto chiuso e muto fra le ombre.
....Fossero a dormire? come avrebbe fatto a chiamarla?...
Affrettò il passo, ma a un tratto, quando fu giunto dinanzi al cancello scorse un'ombra bianca: era Angelica.
Allora, vedendola appena, la sua febbre, la sua smania, la sua contentezza, i battiti stessi del suo cuore si arrestarono di colpo, e gli ritornò tutta l'amarezza di prima e la gelosia fredda e sdegnosa.