III.
Mentre lo Zodenigo sfruttava gli amici del Moderatore, quelli della Colonna di fuoco sfruttavano invece, colla medesima disinvoltura, Salvatore Cammaroto.
La Colonna di fuoco non era sostenuta, com'è di solito, da un manipolo di uomini politici, ma apparteneva a un editore, che ne ricavava un sufficiente utile, e retribuiva con un onorario fisso l'ex frate catanese, al quale lasciava per altro piena ed assoluta indipendenza nella direzione del giornale.
Gli amici dunque della Colonna di fuoco erano amici platonici... ma la grazia di quel platonismo!
Più scaltri e prudenti del Cammaroto, che infervorato della sua vanagloria d'apostolo, in mezzo all'affaccendarsi di un lavoro incessante e turbinoso, e allo scatenarsi violento delle passioni, aveva sempre la testa in gran subbuglio e si lasciava facilmente menar per il naso da chi lo secondava e gli dimostrava ammirazione, essi, col pretesto di illuminarlo sopra uomini e avvenimenti milanesi, che il Cammaroto, forastiero, non poteva conoscere a fondo, gli svisavano quella stessa verità che gli era tanto cara, facendolo molte volte servire ai propri fini, e sfogando, per mezzo suo, odi e rancori di parte, o anche soltanto personali.
Ma il direttore della Colonna di fuoco non sospettava nemmeno di essere vittima di quei raggiri. Si credeva l'uomo più indipendente del mondo, e non voleva ricevere inspirazione e consiglio altro che dalla propria coscienza, e in secondo luogo "dalla sua signora," l'Apollonia Cammaroto.
L'ex frate, dopo la trista solitudine del chiostro, dopo i faticosi sconvolgimenti di una vita avventurosa, dopo tante persecuzioni, si era in singolar modo affezionato a quella sua compagna un po' burbera e rozza, ma bonacciona, che gli recava il nuovo conforto della casa e della famiglia, che viveva della sua vita e delle sue lotte, che gli dava spesso del somarone perchè non sapeva farsi pagare abbastanza dall'editore cane (la signora era pratese e diceva 'ane, aspirando la c), ma che gli dimostrava la fede più cieca, l'ammirazione più calda e costante, mentre sapeva alternare praticamente le alte attribuzioni di Ninfa Egeria alle altre più modeste di cuoca e di fattorino.
Per tutto ciò, naturalmente, anche gli amici della Colonna di fuoco, sebbene non godessero le simpatie della signora Apollonia, le dovevano fare un po' di corte per rispetto al Cammaroto, e sopportarne i musi e gli sgarbi. E non c'era verso di liberarsene!... La signora Apollonia e il direttore (com'essa chiamava il marito) erano sempre insieme in casa, in ufficio e fuori. Peraltro c'era questo di buono, che sebbene la signora fosse poco divertente non era, in compenso, niente affatto da temersi, e con quattro complimenti e un po' di furberia la rimorchiavano anche lei dietro al direttore.
Era verissimo che il Cammaroto non pubblicava due righe nel giornale senza prima leggerle "alla sua signora;" ma le domandava un consiglio perchè era sicuro di ricevere in cambio un applauso; e tutt'al più l'Apollonia inebriata dai periodoni risonanti e dalla potenza degli aggettivi, mentre gli esprimeva col faccione volgare, sempre gonfio per un qualche bitorzolo in suppurazione, l'ammirazione la più entusiastica, lo eccitava a volerci mettere anche una 'annonata contro que' 'ani de' preti e contro le moderne Bersabee... i due odii innocenti della signora Apollonia, e che medesimamente non incutevano alcun timore agli amici del giornale.
Povera donna!... Essa odiava i preti perchè attribuiva alle loro persecuzioni palesi e occulte le varie peripezie del direttore, e odiava quelle schifosacce (l'aggettivo era proprio suo) che tradivano i loro mariti quasi per un sentimento di riconoscenza verso il matrimonio. Dacchè era divenuta moglie legittima adorava con ardore di neofita l'istituzione che l'aveva come rimessa a nuovo, e difendeva le prerogative coniugali con una virtù arcigna e spietata.
Del resto, 'annonate a parte, la Ninfa Egeria della Colonna di fuoco faceva umilmente da serva al suo caro Numa.
Così la mattina dopo ch'era uscito il Moderatore colla candidatura del cavalier Barbarò, mentre il Cammaroto preparava l'originale per la Colonna di fuoco, la sua signora invece di inspirarlo e consigliarlo era, come al solito, tutta affaccendata a mettere in ordine l'ufficio: uno stanzone a terreno, umido e tetro. Col suo cappello di forma straordinaria, e che non si levava mai, forse nemmeno di notte, collo scialle a colori appuntato sul petto da uno spillone col ritratto di Ugo Bassi, essa spazzava lentamente l'ufficio, cercando di fare il meno strepito possibile per non disturbare il direttore, e fermandosi ogni poco per raccattare le penne e i mezzi foglietti che ancora potevano servire.
Ma poi, quando a un tratto udì battere con un fascio di carte alla finestra che dava sulla strada, nascose subito la granata in un angolo, e si mise a sedere maestosamente vicino al direttore.
—L'avvocato Gian Paolo!...—esclamò Peppino Casiraghi, un giovanottino lungo, giallo, senza barba, seduto al tavolino di faccia al Cammaroto, di cui si professava il più caldo ammiratore. Correttore di bozze e cronista dilettante, era appassionato del giornalismo fino al punto di far debiti a babbo morto per imprestar quattrini all'editore della Colonna.—Cominciano presto, stamattina!...
—Scaldapanche maledetti!—borbottò la signora Apollonia chinandosi e spingendosi fin sotto il tavolino per prendere il fazzoletto turchino che il direttore perdeva sempre, o dimenticava in qualche posto.
—Cascassero morti que' chiacchieroni!—continuò poi mettendo il fazzoletto sul tavolino, vicino al bicchier d'acqua.—A sentirli, promettono sempre Roma e toma, e poi non sono stati boni nemmeno a persuadere quel 'ane del sor Urbano (era il nomo dell'editore) di mettere la direzione in un posto più da cristia....
Ma si fermò a mezzo con la parola: in quel punto, sbacchiato l'uscio, con violenza entrava in ufficio precipitosamente l'avvocato Gian Paolo Serbellini, il quale, senza levarsi il cappello, senza salutar nessuno, cogli occhi spiritati si fermò dinanzi al tavolino del Cammaroto esclamando:
—Hai letto il Moderatore?
Ma il Cammaroto continuò a scrivere in fretta, col naso sulle cartelle, senza risponder nulla.
—Ha letto il Moderatore?—chiese allora l'avvocato alla signora Apollonia, che seria, imbronciata, non si voltò nemmeno a guardarlo.
—Avete letto il Moderatore?—domandò in fine per la terza volta il Serbellini, rivolgendosi a Peppino Casiraghi che gli accennò col capo di sì.
L'avvocato Gian Paolo era uno dei frequentatori più assidui della Colonna di fuoco. Da molti anni egli era dominato da un desiderio innocente, e sempre insoddisfatto: voleva entrare nel Consiglio comunale. Ma per essere eletto dimostrava troppa smania, e gli elettori lo mettevano in ridicolo, eleggendo poi sempre qualcun altro in vece sua, e che magari valeva anche meno. Una simile ingiustizia aveva reso l'avvocato Gian Paolo malcontento di tutto e di tutti; astioso, maldicente, pettegolo; avversario sistematico e accanito di ogni candidato amministrativo e politico. Per farsi mettere in lista era passato dalla Destra, che accusava di servilismo, alla Sinistra, che accusò poi di partigianeria, terminando, in seguito a tali voltafaccia, col rovinarsi moralmente perdendo il credito, e finanziariamente, perdendo anche i clienti.
—Spero bene—ricominciò a gridare voltandosi di nuovo verso il Cammaroto—che gli risponderai per le rime!
L'altro continuava a scrivere, riempiendo le cartelle, come una macchina.
—È una sfacciataggine, un'impudenza inaudita!... Vorrei scriverlo io, un articolo tale, da levar la pelle al Barbarò! E sarei capace di firmarlo col mio nome e cognome!
La signora Apollonia alzò le spalle infastidita da una tale proposta, facendo segno col capo di non disturbare il direttore.
Ma Gian Paolo era troppo fuori di sè per calmarsi, e battendo forte sul tavolino col grosso fascio di carte, che portava sempre in giro per far credere di aver molte cause da trattare, esclamò con voce ancora più concitata:
—Per Dio, bisogna dare una lezione, ma in piena regola!... Devi dire che è l'usura, il furto patentato che invadono il Parlamento!... Scrivi, scrivi, Salvatore, ti detterò io: scrivi che nel corpo elettorale c'è del putrido... più che in Danimarca.
A questo punto il Cammaroto si alzò di scatto; prese in mano i due ultimi foglietti che aveva appena finito di scrivere, e guardando la signora Apollonia dette in una sghignazzata.
Salvatore Cammaroto rideva sempre a quel modo prima di leggere la roba sua; pareva un cavallo che nitrisca mettendosi in ardenza.
La signora Apollonia si rizzò più impettita che mai per ascoltare: Peppino Casiraghi, cacciata la penna dietro l'orecchio, si sdraiò sulla seggiola e alzò, sorridendo, il viso scialbo, pregustando la prosa del direttore.
Era l'articolino che più tardi dovea recare tanto dispetto e tanta paura al Barbarò.
Letto il titolo Amenità elettorali, il Cammaroto fece una prima pausa, guardando la signora Apollonia a traverso gli occhiali per vederne l'effetto. Quindi, soddisfatto, cominciò la lettura, lentamente, colla voce squillante e nasale dei predicatori, spiccando ogni sillaba, sottolineando ogni frase, fermandosi ancora alla stoccata dei gettoni, delle medaglie di presenza, per guardare di nuovo la moglie, poi il Casiraghi, poi l'avvocato Gian Paolo, e ripetendo in fine la risata fatta in principio, ma assai più lunga e più sonora, colla testa alta, cogli occhi scintillanti dietro le lenti, camminando su e giù per lo stanzone, lisciandosi e accarezzandosi l'ispida barbaccia.
Il Casiraghi intanto ballava sulla seggiola fregandosi le mani dalla contentezza, la signora Apollonia offriva l'acqua al direttore, ma l'avvocato non pareva soddisfatto.
—Ci dovevi mettere un'allusione al processo dei fornitori, e dire nel medesimo tempo che a Panigale lo chiamano il Mercante di Pellagra....
—Questo verrà poi; per incominciare la lotta va bene così!
—Una 'annonata alla volta!—brontolò la signora Apollonia.
In quel punto entrò nell'ufficio un altro amico del giornale, poi un terzo, poi un quarto ed altri ancora, finchè lo stanzone fu pieno di gente; e il Cammaroto voleva leggere e leggeva a tutti l'articolo-scaramuccia, riscaldandosi fra gli applausi, mentre si accendeva sempre più e montava in furore per le informazioni intorno al Barbarò, che gli riferivano, a mano a mano, i nuovi venuti.
—Sai, Salvatore, il Barbarò faceva lo strozzino al cento per cento... lo devi mettere sulla Colonna!
—È un villan rifatto della peggiore specie!
—Un ignorantaccio, che non apre bocca senza dire uno strafalcione!
—È un bancarottiere!
—È un ladro!
—Pochi anni fa aveva un'agenzia, in cui faceva commercio... di ragazze!
—Orrore!... Orrore!... Orrore! urlava il Cammaroto gesticolando, pestando i piedi, saltando come uno spiritato, mentre Peppino Casiraghi rideva e piangeva ubriacato dal baccano, e la signora Apollonia tirava il direttore per le falde dell'abito, cercando di calmarlo e di farlo star fermo.
Ma era fatica sprecata: gli amici del giornale, sotto sotto, continuavano ad aizzarlo, come un toro nel circo.
Tutta quella gente gridava e smaniava nel nome della giustizia e della moralità; ma appunto in tutto quel gran rumore, la moralità e la giustizia ci entravano soltanto di nome. Erano i malcontenti, che non facevano guerra al Barbarò perchè lo stimassero disonesto, ma perchè lo invidiavano. Anch'essi avevano tentato di farsi innanzi, di salire, ma non c'erano riusciti, e vedendo montare in alto il Barbarò, lo volevano buttar giù.
C'era di tutto un po' fra gli amici della Colonna di fuoco. Oltre all'avvocato Serbellini, che non aveva mai potuto essere consigliere comunale, c'era il medico, l'ingegnere rimasti a terra in un qualche concorso; l'impiegato che non avea ottenuto il trasloco desiderato, o l'avanzamento; l'artista, lo scrittore, il poeta non apprezzato; l'industriale, il commerciante a cui erano andati male gli affari. C'era il benemerito della patria che non era stato fatto cavaliere: il vigliacco ohe l'aveva a morte coi coraggiosi; l'avaro offeso dal fasto dei prodighi, e così via via, si accumulavano, si univano in lega, tutte le inimicizie, tutti i livori, tutti gli odi più disparati contro il Municipio, contro il Governo, contro il merito, contro la fortuna; contro tutti e contro tutto!... Era l'agitarsi e lo sfogarsi delle piccole ambizioni, più astiose assai delle grandi; il lamentìo petulante dei piccoli bisogni, delle piccole contrarietà, delle piccole disgrazie.... Erano le passioncelle meschine e grette che schizzavano, non già dal cuore, ma dallo stomaco e dal ventre, malamente mascherate sotto la sembianza della giustizia o della moralità... di carta pesta!
Nel frattempo il rumore e la confusione erano arrivati al colmo. Salvatore Cammaroto, per farsi ascoltare, era montato in piedi sopra una seggiola e imponeva il silenzio. La signora Apollonia imbronciata voltava le spalle a tutti, guardando fuori dalla finestra, e brontolando.
—Chi bisogna attaccare e svergognare—gridava l'avvocato Gian Paolo—più ancora del Moderatore, più dello stesso Barbarò, è l'Associazione Costituzionale, che non dà segno di vita, che non si prepara alla lotta!
—Bisogna scrivere contro il governo, che, pur di guadagnare un voto, appoggia i ladri e gli usurai!—esclamava un altro.
—Lasciate fare a me!... Lasciate fare a me!... Sono vecchio del mestiere!... Non ho bisogno di consigli! La tromba d'Israello suonerà un'altra volta, non dubitate, sotto le mura di Gerico; ma se adesso non fate silenzio e continuate a intronarmi la testa, vi faccio saltar dalla finestra, in parola d'onore!
—Sarebbe tempo!—mormorò la signora Apollonia, avvicinandosi di nuovo al direttore e mettendogli il fazzoletto nella tasca di dietro dell'abito.
Era subentrata un poco di calma: Salvatore Cammaroto saltò giù dalla seggiola e spiegò il disegno che aveva in testa alla sua signora.
—Prima di sciogliere le campane, bisogna star a vedere se l'Associazione Costituzionale e il grande partito moderato vorranno poi accettare il verbo dello Zodenigo....
—Il partito moderato?—brontolò l'avvocato Gian Paolo.—Un branco di pecore!... La Costituzionale? Un'accademia!
—Bisogna mettersi d'accordo con tutte le associazioni liberali e democratiche—continuò il Cammaroto, cercando cogli occhi Peppe Casiraghi, e senza badare affatto al Serbellini;—bisogna guadagnar terreno a Panigale, nel cuore del collegio, nel tabernacolo dei nostri nemici!... bisogna far lega cogli altri giornali del partito, per un'azione comune: bisogna in fine raccogliere tutti i nostri suffragi sopra un candidato di valore... da contrapporre al candidato dei valori....
—Bene!
—Bravo, Salvatore!
—....un uomo—concluse il Cammaroto dopo aver riso del proprio frizzo—un uomo la cui vita sia tutta un esempio e valga un programma; il cui nome rappresenti il labaro trionfante dell'onestà e del patriottismo: in hoc signo vinces!
—Oh finalmente!... Queste sono idee! esclamò la signora Apollonia!
—Queste sono idee, evviva!—ripetè come un'eco il Casiraghi.
Ma gli amici invece stringevano le labbra e scrollavano il capo: l'avvocato Gian Paolo fischiettava, battendo il tempo sul palmo della mano col fascio di carte; poi tutti insieme tornarono daccapo a dar consigli e a spronare il Cammaroto.
"Non c'è tempo da perdere!... La Colonna di fuoco deve mettersi alla testa del movimento; aprire la lotta con un attacco a fondo; abbassare, distruggere il Barbarò; smascherare, sventare le trame... amministrative dello Zodenigo!... Deve sperdere la camorra degli affaristi, dei corrotti e dei corruttori che stende le sue reti da un capo all'altro di Milano; deve mettere a nudo coraggiosamente, audacemente le magagne dei nuovi ricchi arruffoni e...."
A un tratto tutte quelle brave persone si calmarono come per incanto, sentendo bussare all'uscio dell'ufficio.... Ma non era altro che un fattorino dell'Unione Operaia, con una lettera per il Direttore della Colonna di fuoco, in cui veniva invitato particolarmente ad una adunanza indetta per quella sera medesima dalla Presidenza dell'Unione Operaia, insieme col Consiglio Direttivo della Lega Democratica, "allo scopo di prendere gli opportuni concerti e deliberare in proposito alla prossima elezione politica del Collegio di Panigale."
—Alleluja! Alleluja!—esclamò festante il Cammaroto, appena ebbe riletto l'invito ad alta voce.—Così va bene; riunirsi per andare tutti d'accordo...: Virium concordiam sequitur victoria!... Ed ora, amici miei, lasciatemi in pace!
La signora Apollonia a queste parole tirò un sospirone di sollievo.
—Ho da scrivere tre altri articoli per il giornale; una rassegna critica sui Quadri fisiologici del Büchner e, in fine, alla vigilia delle grandi lotte bisogna ritemprare le forze nel riposo della mente, nella tranquillità salutare dello spirito!
Chi, proprio, la tranquillità salutare non poteva più averla, era Pompeo Barbarò. Ogni ora che passava gli portava una nuova inquietudine, un nuovo timore. Pochi si mettevano a discorrere con lui dell'elezione di Panigale; pochissime erano le strette di mano gratulatorie.
Gli altri giornali moderati di Milano, come la Perseveranza, il Corriere, il Pungolo, se non si erano schierati subito contro il suo nome, tuttavia avevano giudicata la candidatura del Moderatore una candidatura-sorpresa, e si tenevano in un gran riserbo. Il Barbarò lo aveva capito, ne era mortificato e montava sulle furie contro lo Zodenigo, che gli aveva promesso a priori "l'appoggio unanime di tutta la stampa libeeale-modeeata!"
—Sto fresco, se aspetto l'appoggio unanime—borbottava il signor Pompeo.—Mi odiano tutti perchè mi invidiano e mi temono!... Com'è basso... com'è cattivo il mondo!... Appena un pover'uomo riesce a forza di lavoro e d'intelligenza ad innalzarsi un poco sugli altri, subito si cerca di tagliargli le gambe!
Ma se il dispetto lo rodeva, l'interna inquietudine lo accasciava.
—È lunga la via di Damasco?—ripeteva poi tra sè, pensando all'articoletto del Cammaroto.—Che cosa avrà voluto dire quel sudicio ricattatore?... Mah!... Non ne capisco un'acca!
Per altro s'egli non capiva l'allusione biblica, l'accenno alla prudenza gli faceva indovinare il succo della minaccia.
—Convertirsi alla prudenza?... Chi sa, chi sa, che cosa andranno a pescare, a rimuginare il padre Salvatore e compagnia!... Maledetto quel poetastro scilinguato!... In che vespaio m'ha messo per la smania di affermare il suo giornale! Ma... e se invece il professore Zodenigo l'avesse fatto apposta?... Se fosse stato comperato dai miei nemici per rovinarmi?
E oltre alla Colonna di fuoco, Pompeo Barbarò aspettava e leggeva con ansia tutti gli altri giornali avversari; ma dopo l'articoletto del Cammaroto, nessuno aveva più parlato della sua candidatura.
Anche quegli altri stentavano a risolversi.... C'era la discordia nel campo d'Agramante: chi voleva addirittura un candidato radicale; chi invece riputava più utile un rappresentante della sinistra monarchica. La Lega Democratica e l'Unione Operaia proponevano un nome, e si ostinavano per farlo accettare: i Reduci e il Fascio ne sostenevano un altro con pari calore. Finalmente, per acquetare gli animi di tutti, si stabilì di non darla vinta a nessuno dei contendenti eleggendo un terzo candidato, che all'ultimo momento fu proposto da Salvatore Cammaroto fra gli applausi di tutta l'assemblea.
Per altro, volendo essere sinceri, bisogna dire che non era stato il Cammaroto che avea pensato per il primo a quel nome così illustre e simpatico, no; ma invece era stato suggerito in un orecchio al direttore della Colonna di fuoco dall'avvocato Gian Paolo Serbellini, il quale a sua volta c'era arrivato solamente dopo un discorso che gli era stato fatto dal nipote di un certo Nicola Mazza, banchiere milanese, che da molti anni, scampato per miracolo dalle segrete austriache, si era rifugiato e continuava a vivere a Londra.
—Se fosse proprio vero!... Se il Barbarò fosse proprio una spia!...—pensava l'avvocato—che figura barbina ci farebbero il Moderatore e la Costituzionale!... E gli avversari che gli contrappongono il fratello di una delle vittime?!... Che fracasso deve succedere!... E che colpo, che vergogna per il partito delle livree!... Non vogliono saperne della gente onesta?... Ebbene si godano le spie per loro candidati!...
In quanto a Salvatore Cammaroto, appena egli ebbe sentito il nome che gli proponeva il Serbellini non pensò più, di primo colpo, nè al Barbarò, nè al Moderatore; abbracciò l'avvocato; poi cominciò a correre come un matto su e giù per lo stanzone saltando e battendosi la fronte, e rimproverandosi perchè quel nome non era venuto in mente prima a lui, a lui solo!... In fine si fermò dinanzi alla signora Apollonia, la fissò un momento negli occhi e scoppiò in lacrime.
"È il mio più diletto amico!... Il mio fratello d'armi e di fede!" continuava a gridare il Cammaroto, mentre la signora Apollonia senza commuoversi, seria, impettita, andava in giro per l'ufficio, in cerca del fazzoletto turchino. "È un apostolo, fra i più illuminati e operosi, del patrio vangelo!... È un'anima serafica nel petto di un Arcangelo; è uno di que' pochissimi, rari nantes nel mare putrido di Sodoma, che attestano alle genti scadute come l'uomo sia stato creato a immagine di Dio!..." Poi si avvicinava a Peppino Casiraghi che lo guardava attonito cominciando pure a intenerersi per ispirito d'imitazione, e stringendogli le mani lo assicurava che quella scelta doveva essere l'Arca dell'Alleanza, il gomor della vittoria, e in fine passando dalle lacrime al riso tornava a correre presso la signora Apollonia promettendole con una risata di compiacenza che gli rischiarava la faccia e gli allargava il petto, che quel nome avrebbe fatto più colpo di dieci, di cento cannonate!
E in tutto il giorno Salvatore Cammaroto, infervorato, continuò ad agitarsi e a predicare a onore e gloria del suo candidato... poi la sera, appena lo ebbe proposto all'assemblea dei sodalizi democratici, e lo sentì accogliere da una salva d'applausi, tornò a commuoversi, a piangere nel bel mezzo del suo discorso, e in fine, quando sciolta l'adunanza si presentò alla sua signora che in compagnia di Peppino Casiraghi lo aspettava, sonnecchiando, al Caffè delle Tre Rose, di faccia alla casa dove avea avuto luogo la riunione, era pallido, sfatto, col viso ancor molle di sudore e di lacrime.
—Sursum corda!... Sursum corda!...—balbettò abbracciando l'Apollonia....—È stata una serata memorabile! Le Pentecoste del mio sacerdozio politico!
—Dunque—domandò la signora alzandosi e accomodandosi lo scialle per uscire—Il tu' omo è stato accettato?
—Fra l'esultanza, mia cara, fra l'esultanza e gli osanna del popolo eletto!—Così dicendo, e dopo aver fatto una grande scappellata al proprietario del caffeino, offrì il braccio alla moglie e uscirono, passando come al solito per il Corso, prima di ridursi a casa. Salvatore Cammaroto andava sempre col collo torto e col naso in su, tenendo, per abitudine fratesca, le mani contro il petto, nascoste l'una sull'altra dentro le maniche, mentre salutava tutti affabilmente, e parlava ad alta voce col Casiraghi; la signora Apollonia più grande, più grossa, più larga del marito, se lo teneva stretto sotto il braccio all'ombra del cappellone magnifico, e camminava fiera, come se portasse attorno il Direttore per spaventar la gente.
Pompeo Barbarò non seppe il nome del candidato che gli avevano contrapposto altro che alla mattina dopo; ma il colpo fu così forte che traballò, come se avesse ricevuta una mazzata sul capo, e rimase molto tempo oppresso e sbalordito. In fine, quando riuscì un poco ad orientarsi, corse ancora tutto stralunato dallo Zodenigo.
—Sono rovinato... è un tiro assassino che mi vogliono fare!... Professore, professore... trovate modo d'impedire uno scandalo... a qualunque costo... fate che possa ritirare la mia candidatura... non voglio più saperne!
Lo Zodenigo, che per la prima volta non si era alzato dalla sua poltroncina presso lo scrittoio per salutare il Barbarò, rimase freddo, impassibile davanti a tanta agitazione.
—Caro amico,—gli disse poi lentamente, soffiando ancora più del solito,—voi... non mi avevate detto tutto!
—Ma... sono calunnie....
—Allora... se proprio sono calunnie... e potete provarlo, è un altro paio di maniche.
—Ma... provarlo....
—Non potete... provarlo?—e l'occhio nero dello Zodenigo pareva volesse penetrare in fondo all'anima del suo interlocutore.
—Sicuro che... se volessi.... In ogni modo... vi ripeto... desidero ritirare la mia candidatura, per non aver noie!
—Se vi ritirate in questo momento siete peeduto e peer sempre... ricordatelo bene.
Pompeo si sentì tremar le gambe e si appoggiò con una mano allo scrittoio.
—La vostra rinuncia... ora... sarebbe la più esplicita conferma delle voci che corrono.... Certo... se io avessi saputo... se avessi potuto supporre... non vi avrei certo consigliato un passo simile....
A questo punto la freddezza dello Zodenigo che fissava cogli occhi immobili il Barbarò diventava aspra... quasi minacciosa.
—Facciamola finita!—balbettò allora Pompeo con voce soffocata, ma pure con un certo piglio di risolutezza che gli era dato dalla disperazione,—facciamola finita... sono nelle vostre mani... accetterò tutte le vostre condizioni!
Lo Zodenigo tornò a soffiare chiudendo le palpebre e stirandosi sulla poltrona.
—Prendete una seggiola, caao cavaliere.... Prendete una seggiola e accomodatevi.
Pompeo accasciato, avvilito, prese la seggiola che gli era stata indicata e sedendo e guardando a sua volta lo Zodenigo con una espressione supplichevole, balbettò sospirando:
—È un anno terribile, questo, per me.... Mi sono anche rovinato mezzo coi fondi turchi.
L'altro sorrise storcendo le labbra: "Diamine! quel furbacchione del sor Pompeo piangeva miseria per poter lesinare sul prezzo!"
IV.
Salvatore Cammaroto presentò e raccomandò agli elettori la candidatura Alamanni con un inno biblicamente immaginoso di ammirazione e di amore. Prima d'incominciarne la lettura avea detto rivolgendosi alla moglie:—Questa volta, cara Polonnì, abbiamo intinta la penna nel core!—E non rideva di compiacenza, ma dietro gli occhialetti ingrossavano le lacrime; era sudato, ansante, come se l'articolo lo avesse scritto correndo.
E in fatti quella lunga vita intemerata di cospiratore e di soldato era narrata efficacemente coi più smaglianti colori. Il Cammaroto lodava il carattere di Francesco Alamanni, "più limpido e terso della gemma di Sabaoth;" ne levava a cielo "le virtù della mente e del cuore, la illibatezza dei costumi, la salda fierezza dell'animo, e l'eroismo provato in cento battaglie... mentre dal suo occhio ceruleo, che ricordava quello del Messia novissimo dei due mondi, spirava una dolcezza serena, un senso di bontà femminilmente gentile." Insomma, in Francesco Alamanni "c'era il cuore di Leonida nel petto di Arnaldo; la soave amorevolezza di Tobia congiunta alla severa fortezza, allo spirito indomito di Savonarola." E in tutto l'articolo non accennava menomamente nè al Barbarò, nè al Moderatore. Soltanto nella stretta finale ammoniva i "banchettanti della politica, i profanatori e i trafficanti dei sacri ideali della patria, che il nome di Francesco Alamanni doveva risonare terribile come la voce profetica di Daniele; come il Mane-Techel-Phares, precursore miracoloso della vendetta di Jehova."
Ma gli entusiasmi del Cammaroto e i raffronti poetici e le minacce non facevano molta impressione sopra i lettori positivi, cui stava particolarmente a cuore il buon ordinamento della cosa pubblica. Essi, invece, si lasciavano convincere assai più volontieri dalle ragioni pratiche dello Zodenigo, il quale scalzava destramente Francesco Alamanni, pur riconoscendone i meriti patriottici, per non andare contro il sentimento pubblico; e che senza stare a ritessere le lodi già prodigate al Barbarò, si ristringeva a mostrare la convenienza che avevano i moderati di sostenerlo, così per l'utile del collegio come per l'onore del partito.
"Dobbiamo imitare gli Inglesi" diceva il Moderatore, "gli Inglesi il cui esempio ci era spesso additato dal Conte di Cavour. Nel forte congegno del parlamentarismo britannico non solo ogni sentimento di antipatia, oppure di amicizia, ma persino ogni ragione di aspirazioni e di giudizi individuali rimane vinta dalla ferrea disciplina del partito.
"A Panigale il Barbarò ha incontrato subito molto favore.... Arrischiando ora un altro nome alla sorte cieca delle urne, parecchi elettori voterebbero ugualmente per l'egregio e noto gentiluomo che gode le aderenze e presenta i reali vantaggi di un candidato locale.... Quindi lo scandalo di una lotta intestina.... Quindi, e per naturale conseguenza, il trionfo quasi certo del candidato avversario, il quale, mantenendosi i nostri concordi e compatti, non avrebbe alcuna speranza di buon successo.
"Infatti i sinistri, i rossi di tutte le gradazioni, dal rancio tenue al sangue di drago, su chi mai hanno rivolto i loro suffragi?... Quale il nome che gli avversari nostri, i più accaniti, e perciò i meno prudenti, portano già sugli scudi, framezzo al baccano del loro entusiasmo strampalato e assordante come il zun-zun che precede le processioni dei preti... e dei frati?
"È un nome certamente illustre. Un nome caro a tutti gli Italiani e che noi appunto per un sentimento di rispetto e d'amore non vogliamo ancora compromettere.... fino a che la candidatura offerta non venga formalmente accettata.
"....Sinceramente devoti verso le più simpatiche figure del nostro risorgimento, sarà sempre a malincuore che scenderemo in campo per combatterle; e se mai ci fosse concesso di rompere le barriere e di avvicinare questi bei legionari delle nostre aquile vittoriose, vorremmo dir loro, coll'effusione più sincera dell'animo: 'Ascoltate la voce del popolo che s'innalza fino a voi nell'umiltà sapiente del proverbio e ripetete... ripetete colla mente, ripetete col cuore: Dagli amici mi guardi Iddio!...'"
In que' giorni l'ufficio della Colonna di fuoco restava aperto fino alla sera tardi; perciò, dopo uscito l'articolo dello Zodenigo, capitarono in direzione i soliti amici, condotti dall'avvocato Gian Paolo, gridando accalorati e con in tasca una copia, ciascuno, del Moderatore.
—Hai letto, Salvatore!
—Hai letto?... Un capolavoro di perfidia!
—C'è dentro tutta la tristizia e la furberia dello Zodenigo!
—Che Zodenigo!... Che Zodenigo!... Non è capace lo Zodenigo di scrivere in quel modo!
—È farina del Carpani!
—Lo Zodenigo ci avrà messo le virgole.
—E qualche punta avvelenata!
—Sia di chi si sia, è certamente un articolo molto destro.
—Bisogna rispondere subito, Salvatore?
—E senza pietà, senza misericordia!
—Bisogna dar fuoco alla miccia, e tirare le prime cannonate,—esclamò, alla sua volta, Peppino Casiraghi avvicinandosi alla signora Apollonia la quale, più che mai imbronciata, aveva un bel brontolare che il direttore non aveva bisogno di consigli e che bisognava lasciarlo in pace: nessuno più l'ascoltava. Volevano che Salvatore si mettesse subito a scrivere la risposta.
Il Cammaroto, in tutto quel tempo, avea seguitato a camminare su e giù per lo stanzone, meditabondo, con la testa bassa, senza mai dire una parola.... A un tratto si avvicina allo scrittoio... prende un telegramma da un mucchio di lettere e di giornali, lo incolla sopra un foglietto di carta e vi aggiunge in fretta, e restando sempre in piedi, alcune righe.
—Leggi questo, Polonnì!—disse poi quando ebbe finito di scrivere, rivolgendosi alla moglie. E mentre tutti gli altri circondavano curiosi la signora Apollonia, egli tornò a passeggiare su e giù come prima, fregandosi forte le mani, per calmare i nervi.
Il telegramma era di Francesco Alamanni che dichiarava di accettare l'offertagli candidatura, "pronto sempre a sacrificare i propri ideali sull'altare della Patria, finchè rimarranno incompiute la sua indipendenza e unità."
"A tali nobilissime parole, che valgono assai più di qualunque programma," aveva scritto sotto il Cammaroto, "noi non ci sentiamo core, per oggi, di aggiungere nulla di nostro. Sarebbe un scemarne l'impressione forte e serena.... Ci sembrerebbe di commettere un sacrilegio.
"Solamente a quel furbo pazzerellone del Moderatore, che alternando i bons-mots colla perfidia, accusa noi di fare della rettorica per aver campo di sparare i suoi razzi da fiera.... e da mercato, rispondiamo, nella prosa più modesta, che gli scudi sui quali porteremo e coi quali difenderemo il nostro candidato, il candidato dei liberali onesti (diremo così per segnare nettamente le due linee di battaglia) non saranno mai gli scudi... da cinque lire!..."
Da questo momento, come si vede, la lotta che si era accesa a Milano per la conquista di Panigale si faceva più viva fra due soli combattenti: la Colonna di fuoco e il Moderatore. Gli altri campioni pareva che stessero a vedere.
I giornali e le associazioni moderate avevano risolto dopo la proclamazione della candidatura formidabile dell'Alamanni, fatta dagli avversari, a non mettere ostacolo ed anzi a facilitare la riuscita del Barbarò, perchè questi era, se non altro, un uomo d'ordine, un voto sicuro per il Ministero. Ma se lo subivano come una necessità del momento, non ne erano fanatici, e a difenderlo, ad esaltarlo, lasciavano volentieri che si mettesse in prima linea il giornale dello Zodenigo. Dall'altra parte, invece, i giornali democratici amici dell'Alamanni, si erano messi di malavoglia, fiaccamente a sostenere la lotta perchè "la candidatura Alamanni, scelta bene, era stata posta male." Essi erano un poco piccati perchè Francesco Alamanni, essendo stato compagno d'armi del padre Salvatore, aveva mandato il suo telegramma di accettazione, proprio alla Colonna di fuoco. Nè valse a rabbonirli del tutto, nè a far loro perdonare quell'infrazione alle regole gerarchiche la lettera che l'Alamanni stesso avea scritta insieme col telegramma, mandandola direttamente al Comitato elettorale democratico; nella qual lettera poi, più assai diffusamente che non avesse potuto fare in un dispaccio, spiegava il concetto della propria accettazione e i propri intendimenti politici.
Per Francesco Alamanni, tuttavia, c'era questo svantaggio di fronte al Barbarò, che l'azione del Cammaroto rimaneva circoscritta alla Colonna di fuoco. Fuori del giornale, e dove il giornale non era diffuso (come appunto a Panigale), la sua influenza era nulla o presso che nulla. Nè il Cammaroto aveva l'arte, e nè manco le furberie più elementari dei bravi agenti elettorali; ma, quasi quasi, faceva più danno che altro al proprio candidato quando predicava, infuriandosi contro "la fiaccona generale;" anzi, una sera, ebbe la poca accortezza di dichiarare, in piena assemblea, "che se i giovani crociati non si mettevano con più ardore nella guerra santa," Francesco Alamanni avrebbe corso pericolo di rimanere soccombente. Invece il professore Eugenio Zodenigo, sempre serio, sempre composto, dimostrando sempre una sicurezza olimpica, mentre sorrideva di compatimento "per quel povero Alamanni, esposto dai troppo caldi ammiratori ad un fiasco inevitabile," arrivava da per tutto colle sue cento braccia, da Milano a Panigale. Il Carpani, che aveva paura dei radicali, come il diavolo dell'acqua santa, lo coadiuvava nella polemica col fervore dei forti convincimenti; e a Panigale lavorava a fil doppio Beppe Micotti il quale, subito scontata la pena, vi era stato mandato dal padrino. Colà aveva pure un aiutante validissimo in Don Rosario, che in quei giorni sgambettava di continuo per la cura, promettendo un buon raccolto di qua e il paradiso di là agli elettori del signor Cavaliere, e minacciando la grandine e l'inferno a chi avesse dato il voto per quello scomunicato framassone dell'Alamanni.
E Beppe Micotti e Don Rosario scrivevano e conferivano di continuo collo Zodenigo, il quale pure si recava spesse volte a visitare il collegio, intrattenendosi coi pezzi grossi d'ogni Comune, promettendo mari e monti a nome del Barbarò, e spaventando tutti colla "questione grave del proletariato." Prediceva colla faccia scura, che una volta la Sinistra al potere, lo sciopero, l'agitazione dei contadini si sarebbe fatta generale, e la campagna si sarebbe sollevata "armata mano" contro la possidenza.
—La marea monta: le maaea monta! Bisogna riunire tutte le forze; vincere, occorrendo, le proprie ripugnanze, le poopie antipatie e mandare alla Camera degli uomini d'ordine per consolidare la Destra.... Ecco l'unica via se non per scongiurare, almeno per allontanare il peiicolo!
Lo Zodenigo, sempre con l'aiuto di Beppe Micotti e di Don Rosario, si era pure messo con grande impegno per costituire un comitato che proclamasse e sostenesse la candidatura Barbarò, e ci era riuscito pienamente. Il comitato fu detto Degli agricoltori liberali moderati; pubblicò un manifesto agli elettori del collegio di Panigale, sottoscritto da una ventina di nomi abbastanza rispettabili, che raccomandavano l'elezione del cavaliere Barbarò, "uomo d'ordine, devoto alla patria, alle istituzioni, e il cui ricco patrimonio era una garanzia d'indipendenza,—esperto amministratore,—lavoratore indefesso,—filantropo illuminato,—conoscitore dei reali bisogni del collegio,—amantissimo del pubblico bene e del progresso cauto e ragionevole."
Da tutto ciò, com'era facile capire, la cosa si metteva abbastanza bene per il Barbarò.... Ma questi, invece di rallegrarsene, o almeno di mettersi un po' l'animo in pace, diventava ogni giorno più nero, e ogni giorno, come assicurava l'avvocato Gian Paolo, gli cresceva la tremarella. Non mangiava più, non dormiva più, non si lasciava più vedere. Rimaneva chiuso in casa, dalla mattina alla sera, imbronciato, rabbioso, borbottando improperi e maledizioni contro lo Zodenigo, "quell'assassino da strada, che lo aveva uccellato per derubarlo." Ma poi, ad ogni articolo che gli scriveva contro il Cammaroto, si mostrava col professore quasi ossequioso, e sempre tutto sorrisi, premure e complimenti.
—Cooaggio!... Cooaggio!...—gli diceva più volte lo Zodenigo, battendogli sopra una spalla, con un sorriso tra il benevolo e il canzonatorio, ma in cui spirava un'aria di superiorità protettrice.—Cooaggio!... Saete onooevole... Ve lo poometto!—e abbassava le palpebre tornando a sorridere, in quel suo modo particolare.
—Ah!... caro professore.... in quanto a me... lo sapete pure,—balbettava il Barbarò, interrogandolo cogli occhiettini spaventati,—in quanto a me... non desidero altro che... che la burrasca sia passata!... E vi domando soltanto di non irritarlo troppo, di non scatenarmelo contro, quel mattoide fegatoso... Lasciatelo dire... lasciate che si sfoghi... Così la finirà più presto!
—Non dubitate.... sono un gentiluomo e farò sempre una polemica da gentiluomo... coi guanti.
Infatti al telegramma di Francesco Alamanni, accettante la candidatura, egli rispose, come si vantava, conservando la forma e la misura.
"Facciamo il saluto delle armi al nostro illustre avversario, dolenti che l'accanimento di un partito affatto sprovvisto di idee pratiche di governo e in cui certo non vi ha grande abbondanza di statisti, non abbia esitato a trascinare in una lotta ingloriosa un bravo soldato, un carattere indubbiamente integerrimo."
E così, cominciato l'attacco, il Moderatore proseguiva più spedito all'assalto.
"Alea jacta est.... (scriveremo latino anche noi, visto che il latino minaccia di diventare la lingua ufficiale dei nostri avversari) Alea jacta est... e discutiamolo subito, come uomo politico, come legislatore, il signor Francesco Alamanni. Discutiamolo educatamente, ma per lungo e per largo, quantunque i democratici abbiano questo di comune coi clericali... la proclamazione dell'infallibile, anzi degli infallibili, perchè non si accontentano di un papa solo, ma fanno papa 'Ogni villan (pardon!) che parteggiando viene!'
"Discutiamolo dunque, come uomo politico, questo candidato, scelto e proclamato proprio all'ultimo momento, e che per ciò, volendo rispondere a chi ci accusava di aver presentata una candidatura-sorpresa, potremo chiamare, alla nostra volta, il candidato della disperazione!.... Discutiamolo e cominciamo dal chiedere, a chi ce lo sapesse dire: Chi è?... Che cosa vuole?... Che cosa farà?...
"Chi è?... Un onorevole superstite della gloriosa rettorica del quarant'otto... che contribuì a fare l'Italia, ma che adesso basterebbe da sola a disfarla.
"Un vecchio mazziniano, onestamente convinto, un ingegno superiore... ma sempre nelle nuvole, a cui, per ciò, è sfuggita affatto l'evoluzione moderna.
"È anche un bravo soldato...—e chi lo vuol negare? Ma dall'essere un bravo soldato all'avere la stoffa di un buon legislatore (e sopratutto di un prudente legislatore) ci corre.... Oh se ci corre!
"Che cosa vuole?... L'impossibile.—Che cosa farà?... La confusione, il disordine, preludiando, a forza d'ideali, e sempre in buona fede, magari anche alla guerra civile.
"E oltre a tutto questo, un baco perfido e insidioso rode fino alle ossa Francesco Alamanni: il baco della poesia. Cospiratore, rivoluzionario, soldato, uomo privato e uomo pubblico, Francesco Alamanni è stato e sarà sempre, e sopra tutto poeta; e questa è la ragione precipua della nostra piena... sfiducia.
"....Anche noi, da giovani, siamo stati poeti, e... (perchè non confessarlo?) abbiamo avuto la debolezza di scrivere versi!... Erano quelli i giorni amari dell'esilio.... I giorni in cui, perseguitati dalla bieca signorìa che imperava colle verghe e coi patiboli, miseri, sfiniti, andavamo a chiedere, peregrinando, fra i nostri fratelli della riva gioconda:
La carità d'un obolo di rame!
"Sì, allora noi pure eravamo poeti, e dalla cetra ribelle usciva l'inno audace che non vagiva querulo... saettava!... Ma adesso, dopo la esposizione finanziaria di Quintino Sella, cessaro i canti! L'Italia ha bisogno ormai d'impratichirsi nell'aritmetrica e non nella metrica.... Alla Camera non si deve fare poesia e tanto meno tirare schioppettate o preparare barricate.... Oh, se così fosse, noi pure voteremmo unanimi per il valoroso candidato dei nostri avversari! Ma invece, vi saranno, fra molte altre, anche le leggi agrarie da discutere, e vi sono i bilanci da votare... ed è per ciò che, onestamente, raccomanderemo agli elettori di Panigale di eleggere Pompeo Barbarò; l'uomo sorto dal popolo, e che conosce il popolo nelle sue virtù, nei suoi difetti, ne' suoi bisogni; l'uomo che si è creato, col lavoro assiduo e intelligente, un ricchissimo patrimonio, mentre invece il signor Alamanni (sia detto col maggior rispetto) ha finito, o quasi, tutto il suo.
"Elettori di Panigale, ricordate bene: l'Europa non è che un gran vulcano: in questo momento una politica di avventure sarebbe fatale per la patria.
"Votate, dunque, per Pompeo Barbarò.... Mandate alla Camera gente che sa fare i conti; buoni amministratori amanti dell'ordine e devoti sinceramente alle istituzioni.... senza l'equivoco degli ideali!"
L'avvocato Gian Paolo Serbellini e gli amici della Colonna di fuoco tornarono da capo, dopo quest'altro articolo del Moderatore, per cercar di scuotere maggiormente il Cammaroto. "Che cosa mai gli era successo?" pensavano tra loro. "Pareva un altro; non aveva più la foga d'un tempo... si mostrava tentennante... Non sapeva risolversi a risponder chiaro, a smascherare il Barbarò e quel gesuita in guanti gialli dello Zodenigo!.. Che il frate... si fosse lasciato conquidere?..."
Tuttavia, come le altre volte, capitarono ancora in ufficio col Moderatore in tasca; ma le loro facce parevano più lunghe, e se le parole eran quasi le medesime, il tono era più fiacco, e avevano il sorriso amaro, come di gente sfiduciata.
—Hai letto, Salvatore?
—Bada, Salvatore, ti lasci scappare le più belle occasioni.
—Salvatore, accetta il nostro consiglio: spara tutte le artiglierie!
—Tu non conosci Milano.... Tu non conosci Panigale....
—Guai se il Barbarò prende piede!
—Perchè non hai detto francamente che è un usuraio?
—Un ladro?!
—Devi illustrare il famoso processo dei fornitori.
—Insomma, è ora di dir tutto....
—Senza reticenze, senza ambagi, senza paura!
Il Cammaroto, come faceva sempre, camminava su e giù per lo stanzone, senza rispondere, senza guardare in faccia nessuno; colla testa bassa.
—Potresti cominciare a buttar là, con garbo, che il Barbarò ha fatto anche la spia,—soggiunse l'avvocato Gian Paolo, con voce melliflua.
Salvatore Cammaroto si fermò su due piedi, si aggiustò gli occhiali sul naso, e guardò fisso l'avvocato.
—Nicola Mazza non ha ancora risposto...—mormorò dopo un momento.
—Che importa? Se il fatto non è vero, avrai sempre tempo di rettificarlo lealmente, e se è proprio vero, come sembra, allora non bisogna aspettare a spifferarlo che l'Alamanni sia rimasto soccombente!
—E poi,—osservò un altro della comitiva, certo Nannarelli, ragioniere, che aveva concorso in quei giorni al posto di vice-direttore della Banca degli Interessi Lombardi Provinciali, e che non era stato nominato:—e poi, per mostrare quali sono i sostenitori del Barbarò, e con quali mire lo servono, dovresti pubblicare anche la biografia dell'onesto Zodenigo!
—Buono, quello, Salvatore!
—Scrivi, scrivi, che ebbe i giorni amari dell'esilio raddolciti cogli zuccherini delle vecchie.
—Mentre non isdegnava nemmeno di intingere nel guadagno delle giovani!
—Questa è troppo forte! Non bisogna esagerare!—esclamò il Cammaroto rivolgendosi come scandalizzato alla signora Apollonia, che sempre seduta immobile al solito posto, con un cappellone giallo colle gale rosse, storceva la, bocca e sputava in terra per la nausea, mentre Peppino Casiraghi si fregava le mani saltando sulla seggiola, e ridendo come un matto.—Non bisogna esagerare! Io intendo di dire la verità a tutti quanti, ma non voglio calunniare nessuno; nemmeno gli avversari miei!
—Nannarelli non calunnia; Nannarelli dice la verità!—rispose l'avvocato Gian Paolo mettendosi a gridare e a battere col suo fascio di carte sul tavolino.—Ho conosciuto anch'io, due o tre anni fa, una delle tante vittime del professore. Era una certa Rosetta, che faceva la portinaia in Via della Spiga.... Il professore le fece fare un....—ma a questo punto si fermò. La signora Apollonia, pestando i piedi e dimenandosi dispettosamente sulla seggiola, tutta stizzita per quella mancanza di rispetto al suo pudore, gli aveva tolta la parola.
—Un... mi avete capito!—continuò poi l'avvocato.—E subito dopo la povera ragazza fu abbandonata.... Ma quando in appresso la Rosetta diventò madamigella Flora, il professore tornò a frequentarla... nelle ore ch'essa aveva libere!... Ecco, Salvatore mio: questa è la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità!
—Bravo Gian Paolo!
—Hai detto benissimo!—esclamarono tutti gli altri, in coro.
Il Cammaroto fremeva di sdegno.... Tuttavia era ancora perplesso; avrebbe voluto aspettare di aver le prove in mano che il Barbarò era proprio stato una spia, denunciando Giulio Alamanni e Nicola Mazza, per schiacciare, con un colpo solo, lui e lo Zodenigo.... Ma d'altra parte l'articolo del Moderatore, e tutto il gridare degli amici, gli mettevano il fuoco addosso. Guardò la moglie, che rossa, scarlatta, barbottava imbizzita per quel baccano irriverente che si faceva attorno al direttore. Guardò Peppino Casiraghi, e vide bene dal modo come scrollava il capo, che il cronista teneva dalla parte dell'avvocato Serbellini.
—Che ne dici, Polonnì?
—Una 'annonata e non ti 'onfondere!—esclamò la signora con un'alzata di spalle molto significativa all'indirizzo del sullodato Gian Paolo e compagnia.
—Mi pare che da un poco in qua le riceviamo noi le cannonate... nella schiena!—brontolò Peppino, mettendosi di malumore a correggere le bozze.
—In fatti dicono che il fuoco della colonna comincia un poco a raffreddarsi,—soggiunse ghignando il Nannarelli.
—Davvero?—esclamò il Cammaroto prorompendo in una risataccia di sfida.—Dicono così?... davvero davvero? E scotendo la zazzera si sedette di colpo al tavolino, afferrò la penna, tirò su la manica dell'abito fin quasi al gomito, e cominciò a scrivere in mezzo alla prima cartella, mentre la signora Apollonia gli metteva dinanzi il bicchier d'acqua e il fazzoletto turchino:
"Il Candidato della Disperazione."
—Ah! Ah! Ah!... Ti garba, Polonnì? Il candidato della disperazione!... Peppino!... Senti, Peppino?!... Il candidato della disperazione! Ah! Ah! Ah!—Ma poi, finito di ridere, curvandosi sulle cartelle, colle gote accese, colla cravattina bianca disciolta, cogli occhi scintillanti, vuotò tutta l'anima sua, la sua collera, la sua passione, su que' foglietti di carta, che riempiva febbrilmente, colla velocità di uno stenografo, e che la signora, Apollonia, muta, attenta, disponeva in ordine, uno sull'altro.
"E il Barbarò, Pompeo Barbarò, il cavalier Barbarò, il Barbarò lattivendolo, banchiere, portinaio, appaltatore, il Barbarò pignoratario; è lui, lui solo, tutto lui il candidato della disperazione" scriveva il Cammaroto: "e noi dobbiamo innalzare le nostre laudi e render grazie alla sapienza infinita e sicumerica del mirabolano Moderatore, per averci suggerito un titolo così bello, così vero, così parlante, calzante, edificante!
"Il candidato della disperazione!... Oh lettori miei dilettissimi, rivolgete le pupille degli occhi vostri sulle facce sparute dei membri epatici dell'epatica Costituzionale, e vi ravviserete la mestizia dei rassegnati, lo sgomento dei paurosi, l'ira dei traditi, l'abbattimento dei vinti!... Rivolgete, rivolgete gli sguardi vostri sui volti contriti dei moderati liberali e illiberali, e ditelo voi se quelli e questi non sono i disperati dell'ultimo momento, che impauriti dalla minaccia della divisione dei voti, spaventati dal sorgere della formidabile candidatura Alamanni, soffocano la voce della coscienza per l'interesse del partito, ne offendono le oneste tradizioni, ingrossando le squadre della milizia scelta coi Turcos dalla faccia di bronzo, coi Lanzichenecchi dalle granfie rapaci, e infine avendo l'acqua alla gola, si attaccano persino al Barbarò... a questa oscena vescica gonfiata dal Moderatore per il salvataggio dei barcamenanti fra la patria e la bottega!
"Pompeo Barbarò?... Barbarò Pompeo!... Che, prima, il Dio dei galantuomini si copra la faccia, e poi, alla nostra volta, domandiamoci noi pure: 'Chi è?... Che cosa vuole?... Che cosa farà?'... questo generoso filantropo... dei limoni marci?... Questo gnomo strozzatore? Questo truf... faldino lombardo-veneto, sovra il cui capo, dove anche la canizie inonoratamente celandosi, colla frode d'un Figaro, pesa un'accusa terribile, che ci fa fremere di sdegno e di terrore?...
"Chi è costui?... Troni e Dominazioni!... È l'uomo nefasto delle forniture militari; è l'omicciattolo nefando dell'Agenzia di prestiti sopra pegni in via del Pesce!... Ma, come si chiama?... Qui sta il busillis!... Chi lo chiama Barbetta, chi lo chiama Barbarò; non si sa bene dei due nomi quale era quello del portinaio infedele, quale era quello del lattivendolo fallito.... Ognuno si ricorda, per altro, che all'epoca del processo dei fornitori invece del suo, o dei suoi, adoperava il nome di un certo Micotti, detto Sbornia.... A Panigale lo chiamano anche mercante di pellagra... e fra tanti, è questo il solo nome che non gli è contrastato!
"Che cosa vuole?... È presto detto: quattrini vuole!
"Che cosa farà?... Ciò che ha sempre fatto: quattrini! quattrini! quattrini! a qualunque prezzo, per qualunque vergogna; vendendo Cristo come Giuda, ma poi, invece di appiccarsi, impiccando il prossimo coi trenta danari guadagnati!
"Il Moderatore...—A proposito: il Moderatore continua a non nominarci, certamente per rispetto; ma noi lascieremo correre liberamente il suo nome dalla penna perchè in un articolo dove c'entra spesso il Barbarò è inutile lo studio d'evitare i vocaboli poco puliti.... Il Moderatore dunque, ebbe tra le altre anche la portentosa idea di consigliare agli elettori di Panigale di mandare alla Camera il Barbarò perchè.... Indovinate perchè, figliuoli miei?... perchè alla Camera vi sono i bilanci da discutere!
"Quali bilanci, di grazia?... I bilanci, forse, di una latteria fallita o di una qualche... suburra in liquidazione?... Oh, in tal caso, noi pure voteremmo unanimi per il competentissimo candidato... della disperazione!... Ma dove si fanno le leggi dello Stato, dove dovrebbe essere raccolto il cuore e la mente della Patria, credete pure, elettori di Panigale, che sarete assai meglio rappresentati dalla specchiata onestà di Francesco Alamanni, che non dall'abilità amministrativa del Barbarò... o Barbetta, se preferite.
"E sopratutto non bestemmiate, o professore... dei Barbarò! Non bestemmiate, per Dio, confondendo la broda dei vostri versacci da colascione colla più alta, colla più sublime poesia che tempera il cuore degli eroi, che forma la grandezza della Patria! No, no, illustre professore... di prosa fatta colla forma e colla misura, come gli stivali; no, no, non bestemmiate la poesia per mostrare ai popoli che quel vostro parvenu spropositante non è un poeta (canchero!) ma un finanziere! Esponete il fatto colla maggiore semplicità, e sarà eloquentissimo in ogni modo. Dite che mentre Francesco Alamanni spendeva il proprio patrimonio per il bene della Patria, il cavalier Pompeo rubava alla Patria per arricchirsi.... Dite tutto ciò, e una volta almeno, avrete detto anche la verità!
"....Ma, al postutto, non te ne ingaricà, professorello dell'anima mia. Gli elettori di Panigale non si lascieranno commuovere certamente dalla pomata (olio e sego) della tua prosa. Gli elettori di Panigale non vorranno certo preferire la bancarotta all'onestà, l'astuzia all'intelligenza, la frode al carattere, la vigliaccheria all'eroismo, le casse di limoni marci alle stimmate sante del soldato italico, il candidato della disperazione al candidato degli uomini liberi, il Barbetta (o Barbarò che sia) a Francesco Alamanni!
"Simili speranze possono appena concepire, nell'epa turgida, certi affaristi della penna; certi esuli-dilettanti che quando noi cantavamo messa (oh che bel latino, figliuoli miei!) fra lo scrosciare della mitraglia, non abbiamo mai avuto l'onore d'incontrarli!... Certa gente che mentre tuonava il cannone di San Martino e fischiavano le fucilate di Milazzo, inteneriva le vecchie sentimentali cantando i lai di Venezia sul mandolino.... Oppure strisciava, invasata di concupiscenza, strisciava nel bugigattolo di una qualche portinaia che aveva la figliuola credula e bella come il fiore di cui le avevano imposto il nome!... E in quel bugigattolo povero e indifeso, il lupo perverso, spendendo un pocolino di cielo azzurro e di casta luna confettato d'idealismo romantico, ingannava la semplice pecorella e.... E per uscir di metafora, diremo che il professore... della moralità, che ci butta in faccia come una vergogna l'aver dato col cuore anche il nome onorato alla diletta compagna della nostra vita; il professore della forma e della misura, la testa quadra, il fabbricatore di legislatori... a 49 al pezzo, soddisfatto all'ombra, come le bisce, il proprio capriccio, manda i figliuoli all'ospizio e le madri al bordello!
"Ebbene, un essere così fatto, che si sforza per scimiottare i gentiluomini, ma che non ha mai imitato i galantuomini, può credere ancora nel trionfo del cavalier Pompeo Barbarò, alias Barbetta (o viceversa), ma noi, no! E se il professore... dei brogli elettorali, può far l'ingiuria delle proprie speranze agli elettori di Panigale, noi, non faremo loro certamente quella dei nostri timori.
"E poichè ci troviamo... a Panigale, un'ultima parola, prima di finire. Ci vien riferito che laggiù un certo figuro, avanzo delle patrie galere, assolda elettori pel candidato della disperazione, al prezzo di cinque lire... e la minestra.... Ci vien riferito che un certo pretonzolo (che non butterà mai la tonaca perchè ci vive dentro e sopra) minaccia la grandine e l'inferno per gli elettori di Francesco Alamanni.... Ebbene, noi diffidiamo gli elettori di Panigale perchè si guardino bene da simili insidie e deferiremo i due allievi... del professore, al procuratore del Re.
"L'ora dei brogli, delle frodi è passata; e sta invece per suonare quella della giustizia.
"Non le pare, cavalier Pompeo, d'essersi messo a un brutto gioco?... Chi troppo in alto sal, cade sovente... con quel che segue.
"La giustizia arriva tardi, ma arriva sempre, e per non disimparare il latino, che dà tanto ai nervi al Moderatore, finiremo con Orazio:
"Numquam antecedentem scelestum
Deseruit pede poena dando."
Quando ebbe terminato di scrivere l'articolo, il direttore rizzò il capo, squassò di nuovo la zazzera, tuffò le labbra nel bicchiere d'acqua e cercò il fazzoletto guardando la moglie, Peppino e tutti gli amici con un'occhiata scintillante che si sciolse, come un lampo, nel fragore di una risata.... Ma poi, appena ebbe finito di leggere, si trovò stretto fra le braccia dell'avvocato Gian Paolo che lo baciava commosso, mentre tutti gli altri della comitiva applaudivano freneticamente.
Il numero della Colonna col "candidato della disperazione" ebbe un successo di vendita strepitoso. In due ore era stata esaurita tutta l'edizione, e si dovette farne tirare una seconda. L'effetto ottenuto poi fu il solito di tutti gli articoli elettorali pubblicati durante il calore delle elezioni. I moderati gridavano che era un'indecenza, un libello: i sinistri, che era il marchio rovente per il Barbarò. Gli uni sostenevano che tutto era falso quanto scriveva il Cammaroto: gli altri, che era verità sacrosanta. E destri e sinistri, erano ugualmente in buona fede.