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I Bianchi e i Neri: Dramma cover

I Bianchi e i Neri: Dramma

Chapter 27: ATTO QUARTO.
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About This Book

The drama reconstructs factional conflict in medieval Pistoia, following how an interpersonal insult escalates into revenge, mutilation, and a cycle of bloodshed between rival noble families and their adherents. Characters include members of leading households, brigands, and clergy, and the action moves from private vendetta to public violence: ambushes, arson, killings, and political alignments that fracture the city. A mix of historical commentary and staged scenes traces causes and consequences, depicting how personal grievances become communal warfare and how honor, cruelty, and vengeance reshape social order.

SCENA I.

Scena come nel secondo Atto. È giorno.

BIANCA.

Triste un silenzio di morte qui regna.
Qual fora mai cominciamento all'odio
Se tal cominci, o amore? — Il padre or come
Trovare io posso? — inoltrarmi non oso.

SCENA II.

Geri, e detta.

Geri
Bianca, che cerchi?
Bianca
Il padre.
Geri
O Dore?
Bianca
Il padre.
Ma fie a me sempre, così piacque al cielo,
Di Dore il volto un gaudio, perchè volto
È d'uom giusto...
Geri
Dal mio diverso tanto?
Bianca
La lode al buono è vitupero al tristo...
Tal ti se' fatto, che ti giunga amara
Del cugin tuo la lode?
Geri
Io! — no... ma il padre,
Dimmi, a che cerchi?
Bianca
Il fratel suo mi manda
A chiedergli se fie sua vita salva
Nella casa paterna...
Geri
Oh! ben ne venga
Lo dolce zio! — Riedi per esso; — digli
Gualfredo testè giunto, alto aver mosso
Lamento, onde nè in casa mai nè in via
Gli occorresse; — ch'ei venga; — nè per ratto
Muoversi farà mai che il gran desire
Ne' suoi consorti di abbracciarlo agguagli.
Bianca
Vado.
Geri
Bianca, — la suora di tua madre,
A Dio sacrata, di ferventi preci
Empie e di pianto la romita cella;
Or dirle cessi il lamentare, e Dio
Avere inteso il suo sospiro; — insomma
La nostra gioia dirle — non saria,
Bianca, pietade?
Bianca
Io ben pensava a questo,
Fratello; — ma deh! pregoti, di pompa
Abbian mie nozze nulla, di terreno
Nulla... tutto di Dio... Dei convitati
Parco il numero; — all'anima che intera
Nell'amor si abbandona ei son di freno
Insoffribile; — caste nell'ornato,
Dovizia abbian di affetti.
Geri
È tuo disire
Legge. — Or va; — ma perchè ristai pensosa?
Bianca
Fratel!...
Geri
Sorella!...
Bianca
Il priego di una afflitta
Puote in te nulla?
Geri
Onde mertar sì fatta
Domanda che fec'io?
Bianca
Parla sincero...
L'anima tua veracemente l'ira
Depose?
Geri
Il lieve dolore del corpo
Rimase spento dal gaudio dell'alma: —
Ella è serena — come ciel d'Italia.
Bianca
I canti delle vergini la lode
Esaltino del pio, dell'uom potente,
Che offeso perdonò; sol questo è calle
Per cui la polve fino a Dio s'innalza.
Il ciel cortese di pietosa donna
Ti sia, e di figli onore ai tuoi verdi anni.
Conforto ai tardi, — a tutti gaudio... Addio.

SCENA III.

GERI.

Dove mai questo cor toccar potesse
Gemito di pietà... tu mi faresti
Piangere...

SCENA IV.

GUALFREDI, e detto.

Gualfredi
Or dove mai Dore si asconde?
Geri
Testè a diporto pel giardino errante
Lo vidi.
Gualfredi
Fate ch'ei qui venga.
Geri
Padre...
Il fratel vostro...
Gualfredi
Lemmo!
Geri
È in queste case. —
Gualfredi
Che fa? perchè non viene? Andate, solo
Convenire amo con esso.

SCENA V.

GUALFREDI, LEMMO.

Gualfredi
A che stai?
Fratel, non osi? — temi? — In questa casa
Pensa che visse il padre tuo, — fratello...
Lemmo
Oh nome! — quanto mai fur queste orecchia
A non lo udire; — egli nasconde un suono
Che di amoroso brivido mi scuote. —
Deh! torna a dirmi, o mio fratel... fratello.
Gualfredi
Fratel mio dolce, — fin dagli anni primi,
Più che le dotte carte, a me la spada
Piacque, la scienza a te; pur mai dai nostri
Labbri volò l'oltraggio. — Un mal consiglio
Ci divise, — pur mai nemici fummo.
Indurarci la mente al ciel non piacque:
Ella era amica, ma taceva; — i figli
Non ci videro il cor che in suo secreto
Forte piangeva la perduta pace. —
Ei crebbero nell'ira; — essi son rei
Di nostre colpe; — seminammo l'odio, —
Raccogliamo il misfatto.
Lemmo
Il ver pur troppo
Parli. — Oh! se mai lo malo esempio il padre
Della colpa, che poi rampogna al figlio,
Avesse offerto, di gran pianto franca
Saria la stirpe umana; ma di polve
Figli, — dannati al male, — non ci è dato
Schifar, ma solo riparare al fallo.
Gualfredi
E si ripari. — Il fato che gli eventi
Regge, senza cercarla, offre una via
Soave, un laccio d'oro, onde torniamo
Amici nell'amor dei nostri figli.
Lemmo
Se eterno di quest'anima sospiro
La pace sia, fratel comprendi. Tale
Mi fai proposta, che volendo ancora
Ricusar non potrei. — Anch'io talvolta
Magnanimo mi credo; or veggo a prova
Che tu vinci d'assai. Regale stato
Non ho da offrire, e tu nol speri, a Bianca;
Ma un viver mite, quale ad uom privato
Conviene e a cittadino.
Gualfredi
A me di farle
Stato la cura lascia; — in ciò lo ingegno
Adoprerò e la spada.
Lemmo
Oh! dunque il tempo
A più mite consiglio non ti volse? —
Perchè di Dio la creatura intendi
Contristar nel servaggio? — A che mai questa
Tra le nequizie dell'uomo infinite
Ultima, e la più cruda? — In ben ti torna? —
Sale il tiranno e muore, e le insultanti
Strida, e il riso feroce dell'oppresso
Lo disperano al letto della morte:
Suo scettro è fuoco che la man che il serra
Arde, dannata per giudicio eterno
Alla viltà di non lasciarlo. Il giorno
Temi delle vendette. Iddio soverchia
Chi sta sopra la legge, e la tremenda
Ira di pazienza offesa.
Gualfredi
Onesta
È tua ragione, come di uom che i casi
Della vita, raccolto entro sua cella,
Specola. — Ma cosa è questo vantato
Viver libero che serbar non sanno
Omai, nè ponno? — A chi la coglie è gemma
Per via gittata; ed io che possa assembro,
E senno deggio far che in man non cada
Di chi in mal la converta. Di Dio poi
Nè io, nè tu sappiamo nulla; e speme
Ch'ei non abbia mal grado invece accolgo
Di surrogare un vivere civile
A sanguinente libertà. — La spada.
Io tel ridico, a ogni altro basta.
Lemmo
Sali
Tu dunque; — opprimi, e sali. — Io per me, quando
La fiumana trabocca e mena in volta
Dei tapini la vita, ed a frenarla
Non valgo, sto sopra la riva e piango,
Nè sulla libra dell'ira di Dio
Dei miei delitti pongo il peso. — Oh! pera
Il nome, asconda il corpo e la memoria
La terra del sepolcro, ma non viva
Scritta di sangue per la storia; — il pianto
Non la rammenti: ore alla gloria è chiusa
Lodevol via, basti alla polve umana
Di uno amico la lagrima o di un figlio
Al gran tragitto dal tempo all'eterno...
Gualfredi
Credimi, Lemmo, è tal nostra natura.
Che il ferro stesso che al suo mal la stringe
Vuolsi a condurla al bene.
Lemmo
Ad ogni costo
Salir tu vuoi; — ma pensa ch'uom non sorge
Senza mozzare molti capi in terra
Ov'ei fu cittadino; — e quando al sommo
Verrai, in che fie di un secol pianto un detto
Tuo solo, — pensa, il buon voler non basta;
Erra la mente, e si trascorre al male.
Gualfredi
Ma e ch'egli è mai questo uomo, onde tu tanto
Ti travagli per esso? Ah! mal conosci
Di queste sedi la stirpe esecrata. —
Virtù maligna dalle stelle piove
Che il cuor dell'uomo indura e lo fa tristo. —
Anch'io nei primi giorni della vita,
Quando i sogni son di Angioli, e la mano
L'agnello e il serpe palpa, e il labro ride
Al fior della bellezza, e al fior de' morti,
Alla cicuta e alla rosa, — uno amico
Vagheggiava pur io sopra ogni volto.
Stolto! e credei che l'anima, non altri,
Informasse le voci. — Ahi! che ben presto
Conobbi a dura prova unirci l'odio. —
Fa al figlio il padre scontare il delitto
Di averlo ingenerato; — fa l'amico
Scontare amaro all'amico il delitto
Di aver posto in lui fede; — l'uomo all'uomo
Eterna è guerra; — in chi la scure teme,
O Dio, non è di sangue, ma di frode. —
Guai! se il timor di Dio cessasse; — guai!
Se della scure il timore: — avventarsi
Tu vedresti l'un l'altro, — trucidarsi. —
Ma vivi lascia la strage di tutti
Sol due: — si scorgono, — l'odio rattiene
L'anima che fuggiva, — egri, — carponi
Strascinansi; — son presso, — alzan la mano
Per percuotersi entrambi, — a mezzo l'atto
Tronca la morte, — spirano. La tomba
Gli uomini in pace unisce sola.
Lemmo
E verga
Del Signor fatti: egli è temuto Dio,
Ma è maladetto il fulmine. — Ah! non spenta
È virtù; — vive questa via di stelle;
Questa nei piani di Betuelle apparsa
Mistica scala, che alla terra il cielo
Aggiunge, — vive: — vedi dalle mura
Diroccate, dal suol sparso di sale
Della regia Milano assorge cinto
Di aureola immortal l'Italo genio: —
Vedi fuggire i Federighi, e in altre
Portar terre la rabbia di mal spenta
Fame, e il furore di un orgoglio oppresso. —
Vili fummo divisi, — uniti, invitti.
Natura invan co' monti e con le nevi
Ci difende; non v'è figlio d'Italia
Che accorra all'Alpi. — Lo straniero scende
A suo grand'agio; — averi toglie e vite,
E ci deride. — patria mia, ti strigni
Con Fiorenza, e con lei Milano; — o stati
Di poche spanne, in battagliarvi eterni
Che fate voi? — un regio manto in brani
Siete... V'unite, e surgeran più belle
Le itale glorie che non fur mai morte;
Però che il sole e la virtude spenti
Fieno a un punto in Italia.
Gualfredi
L'amistanza
Che sia del forte non intendi; — meglio
Servaggio intero, — meglio morte. — Il petto
Nostro, se perir dessi, oh!... per altrui
S'apra: per noi non già. Ma se t'è dato,
Con l'ala del pensier sorgi tant'alto
Che al baleno dell'occhio il mondo tutto
Scorga, ed i piani del passato. — Vedi,
Questa è vicenda di bene e di male;
Ma gemesi mille anni nel dolore
Per un lampo di gioia, e per la notte
Vagasi in traccia un secolo di un punto
Luminoso che appresso ha falsa luce. —
Son tenebre per tenebre: — che giova
Travagliarci? soffrire è la condanna
Dell'uomo. Or se fortuna dagli oppressi
Mi scevra, — accetto: — un più vetusto patto
Ho con natura; di fuggire il danno.
Lemmo[18]
Cielo d'Italia, perchè non ti anneri.
Poichè la gente che il tuo azzurro allegra
Tanto è diversa? A che mai sorgi, o Sole?
Qui non contempli più le ardue battaglie
Che illuminavi un dì... qui non le geste.
Qui non tombe di eroi; — ma colpe e sangue.
O campi, o selve d'orror sacro piene,
Copritevi di lutto; — il vostro aspetto
Ridente mi contrista; — echi educati
Agl'inni dell'onore, or vi ammutite.
Qui non suona che gemito; sia nero
Il manto della bara, — oscuro: — insulto
È qui letizia; — è un oltraggio il sorriso.

SCENA VI.

GERI, MANENTE, GUIDO, NELLO, e detti.

Geri
Pace, — una volta — pace; — è breve il varco
Dall'ira all'odio, e or qui spirar dee amore.
Lemmo
Falli, Geri; non è suon d'ira il mio,
Ma di pietà...
Gualfredi
Per altri serba, Lemmo,
Codesta tua pietà; per me saria
Non sopportabil peso. — Esser temuto
Io voglio, — non compianto.
Lemmo
Odi, Gualfredo,
Cosa che in mente riporrai. — Son pochi
In questa terra i buoni, — i tristi molti; —
Agevol quindi è assuggettarla. — Capo
Di parte avversa a te mi dice il grido,
Ma nè anco potendo io ti sarei
Nemico, chè uomo esser di sangue aborro,
E tu mi se' fratello. — Uccidi e vinci. —
Forse tepido il sole al fiore stretto
Per gelo tornerà; — forse la scarsa
Scintilla fie che un dì riviva in fiamma. —
Quel che per colpa dei padri perdemmo
Racquisteranno con virtude i figli;
Così giova sperare. — Ai miei castelli
Mi ritrarrò.
Gualfredi
Dove il piacer ti mena
Ti scorti il cielo; e quando mai consiglio
Mutassi, — come il cor, teco diviso
Sarà l'imperio mio.
Lemmo
No, — abbilo tutto,
E l'abbominio....
Geri
Ora a men triste cose
S'intenda. — Volga fortuna la ruota,
E il villano sua marra. — Or dite, Lemmo,
Berrete voi per la salvezza nostra
Una coppa? Fia dessa in che bevea
Lo padre vostro.
Lemmo
E perchè di sua casa
Non berrà Lemmo alla salvezza? — Oh! viva
Mille anni, — viva e gloriosa sempre...
Ma e il mio figlio vi sia...
Geri[19]
Porgi la coppa.
Prendi...[20]
Lemmo
Ma... e Dore?
Geri
Or vi sarà...
Lemmo
Gualfredo!
Sovvienti come il padre nostro — (il cielo
Faccia pace a quell'anima) i bei fregi
Di questa coppa scorrere godeva
A parte a parte, e mostrarne il fin niello:
Quindi additava l'arme: — ecco il lione,
Dicea, rampante, ecco la immagin nostra,
Sdegnosi e grandi. — O figli miei, lioni
Siatevi sempre, — e non mai volpi.
Geri
Bevi.
Lemmo
Bevo. — Cortese il ciel vi sia... Ma questo
È sangue!
Geri
E t'abbi entro quel sangue il figlio...
Lemmo
Tu... Dore hai morto?... Dio eterno!
Gualfredi
Oh misfatto![21]
Lemmo
Dov'è il mio figlio, scellerato? il figlio
Rendimi... Ah! tu non lo uccidesti? — Cessa
Dal triste giuoco; — egli feroce è troppo: — Le
mie paterne viscere dirompe; —
Io sopportar noi posso. — O Geri, in nome
Di Dio chiamami il figlio...
Geri
Il suono indarno
Le sue orecchie percuote... ei non lo intende; —
Perocchè dorme...
Lemmo
Oh! — s'ei riposa... statti.
Forte lo udii nelle trascorse notti
Travagliarsi nei sonni... A lui mi guida
Tacitamente; — ch'io lo vegga, lascia: —
Vedere un figlio al genitor chi nega?
Geri
Vieni, — lo vedi, — e mori.
Gualfredi[22]
Scellerato!
Se il giudicio di Dio non mi tenesse...
Io parricida... — A te che dir mai posso,
Caro infelice?... maladetto l'uomo
Che confida nell'uomo... entrambi fummo
Traditi. — Oh! non confondermi nell'ira
Co' rei: — deh! nel pregar da Dio vendetta,
Non maledirmi; — del misfatto questa
Ben è la casa, — ma innocente io sono.
Lemmo
Sii benedetto... ma mi rendi il figlio...
Le mie castella vuoi? — l'abbi. — Di patria
Fuori desii che ramingando io vada? —
Andrò. — Ma deh! fratel mio dolce, — Dore
Rendimi, — Dore... solo...
Gualfredi
Ah! s'io potessi
Renderti il figlio, — sallo il ciel se a prezzo
Del sangue mio lo ti rendessi. — O servi,
Da questo infame luogo il rimovete...
Infortunato! — in te l'angoscia ha spento
La luce della mente...
Lemmo
Chi mi strappa
A forza? — o Dore, il padre aita. — Fuggi,
O ch'ei ti ucciderà... possente ha braccio
Siccome bello ha il core: — eccolo! — Vieni;
Beami nel tuo amplesso. — Ahimè! disparve;
Ei sotterra disparve. — Occhi miei tristi,[23]
Spegnetevi, dacchè veder v'è tolto
Il figliuolo nostro.
Gualfredi
O deh! non farlo, misero![24]
Solo, — come da fulmine percosso
Di Dio merti le lagrime; — da questo
Terreno affanno una pietà profonda
Ben tosto ai gaudi dell'eterna vita
Ti avvierà: — piagni, ma spera; — il cielo
Me poi condanna al pianto, e alla paura.
Vedi, uom di sangue, la bell'opra? —[25]Godi.
Lemmo
Io ebbi amici, e non son più! — consorte
Io m'ebbi, e non è più! — aveva un figlio,
E non è più! — Ramingo... disperato
Come Caino, e non ho colpa. — Dio,
Perchè col peso del tuo sdegno aggravi
Uno innocente?

SCENA VII.

GUALFREDI, GERI, MANENTE.

Gualfredi
Il giorno in che la donna
Dal materno alvo accolseti, e a me volta
Disse: — Gualfredo, avete un figlio, — giorno
Fu di dolore a Dio, e di tremenda
Gioia a Satano.
Geri
E porpora più vaga
Al mondo fu di quella tinta in sangue
Di un odiato? — E quale ebbe Fiorenza
Vivo colore che al paraggio valga
Di quel che scorre per entro le vene
Di un nemico?...

SCENA IX.

GUIDO, e detti.

Guido
Damiata è cinta: — ognun di voi domanda,
Messere, e traditor vi appella.
Gualfredi
Il tristo.
Buon tempo egli è che pei sembianti appresi
Starsi, — non per le cose. — Il nome è nulla, — E
E poichè infame io non la temo... guardo
Fiso la morte, e alla morte sorrido.

SCENA X.

Altro Servo, e detti.

Servo
Messer... la porta scassinata... a terra
Cadde. — Lazzarri, il fier nemico vostro.
Porta un capestro, e di appiccarvi grida
Al balcon del castello.
Gualfredi
Oh! nequitosa
Plebe! — me appeso! — me d'infame morte
Ucciso! — Ov'è una spada? — Or proverai
Che sia destar lion quando si posa. —
Io niuno stringo; — seguami chi vuole...
Qualche bel colpo or la mia morte onori.

SCENA XI.

GERI, MANENTE.

Geri
Inferocisti alfine! — Or corri ratto
Manente a Uberto: — per la minor porta
Esca, — furtivo i Neri a tergo assalga. —
Io finch'ei giunga terrò fermo: — vola, —
Pensa qui andarne di morte o di vita.