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I Bianchi e i Neri: Dramma cover

I Bianchi e i Neri: Dramma

Chapter 6: SCENA II.
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About This Book

The drama reconstructs factional conflict in medieval Pistoia, following how an interpersonal insult escalates into revenge, mutilation, and a cycle of bloodshed between rival noble families and their adherents. Characters include members of leading households, brigands, and clergy, and the action moves from private vendetta to public violence: ambushes, arson, killings, and political alignments that fracture the city. A mix of historical commentary and staged scenes traces causes and consequences, depicting how personal grievances become communal warfare and how honor, cruelty, and vengeance reshape social order.

SCENA I.

Luogo remoto dietro Damiata castello dei Cancellieri. È vicina l'Ave Maria del giorno.

GERI, MANENTE.

Geri
Credi che in buio eternamente cupo,
Simile a questo, senza fine il mondo
Sarà sepolto un dì?
Manente
Credo.
Geri
E che un giorno
La condanna tremando intenderai,
Che in guaio interminabile t'inchiodi
Giù nell'Inferno disperato?
Manente
Credo.
Geri
E credi ancora ch'ove il nuovo sole
Diffonda il raggio su la fronte a Dore,
Occhio di Dore non vedrà più sole.
Manente
Geri, — pensate al fine.
Geri
A qual mai fine?
Se di vita, — fors'io temo la morte?
Manente
No, vivadio, siete valente, o Geri,
Come la lama di questo pugnale,
Cui mai fu d'uopo raddoppiare il colpo.
Geri
Che altro terrammi, or via, se non è morte?
Manente
La pena degl'infami...
Geri
O masnadiero,
Poichè pria del capestro la speranza
Scorgi, codardo, tra l'opra e la pena,
Tal tu tremi: — non io: se un ferro stringo,
Ei dee passare certamente un core,
O lo inimico o il mio. — Parato a tutto,
E fermo che ove più cadami in fallo, —
Capo che tal si avvisa, indarno spera
Starsi lunga stagion sul busto all'uomo.
E poi — nullo qui vede, — eternamente
Ei tacerà. — Chi bene ha fesso il core
Lingua non snoda.
Manente
E il sangue?
Geri
Hai tu mai inteso
Gridare il sangue?
Manente
E Dio?
Geri
Dimmi, Manente,
Se' tu di quelli che perduto il cielo
Temono poi l'inferno? A te sta a dire
Di Dio, a te? Conta del ciel le stelle:
Tanti, e più, sono i tuoi misfatti.
Manente
E voi
A vostra posta il ciel guardate: — un occhio
Eterno veglia colassù che scerne
Anco pel buio della notte; — un braccio
Che aggrava il capo dell'iniquo. — Dite,
Sapete voi quanto un delitto pesa?
Vedeste mai quando lo stanco senso
Lascia libera l'alma, appiè del letto
Starsi un demonio che vi guata fiso,
E ride, e aspetta al varco della vita
Il fiato eterno per piombarlo dentro
Allo abisso infinito? E voi pauroso,
Chiamare e Cristo e i Santi; e di repente
Scendere l'Agnol del Signore, e vôlto
A quello delle tenebre: — Vediamo,
Dirgli, a cui spetta; — e qui cavare un scritto
Breve, in che stanno i merti, e l'Infernale
Sporger volume immenso, e pieno tutto
Di colpe, e all'Agnol dire: — Or va beato;
Quando per fuoco sarà fatto puro,
Riedi per esso; — e quei partirsi, e un guardo
Volgerti, — un guardo che disvela tutto
E l'inferno acquistato, e il ciel perduto.
In questa l'Infernal ruinarti addosso,
E stringerti alla strozza, e dalla fronte
Graffiarti il crisma e conficcarvi il segno
Di Caino; — e voi ansoso e a forza desto, —
Esterrefatto trabalzar dal letto.
Come lapide freddo, e andar cercando
Al lume di una lampada conforto...
Geri
Io ti credea senza rimorso: — all'opra
Basto solo...
Manente
Messer, che dite? — male
O voi intendeste, od io parlai. — La porta
Della misericordia è per me chiusa,
Nè questo labbro, via della bestemmia,
Può dir parola che suoni preghiera.
Nè io, nè altri per me prega: — un'opra
Saria perduta. — Guai! se un giorno io cesso
Addensarmi sul capo la vendetta
Dell'Eterno. — Guai! se un punto io poso;
Disperato un pensiero allor m'assale.
Feroce un'ira, — un'agonia di morte.
Vivo di sangue come d'aere; — ond'io
Nè vo' lasciarvi, o posso, chè su quante
Son cose al mondo a me più grata è questa.
Geri
Ben volea dir ch'io m'ingannassi. — Or dove,
Dimmi, accennava il sermonar tuo dianzi?
Manente
Tanto è lo stato mio tremendo, — è tanto
Crudo, che in altri mi farla pietade:
Deh! non saperlo tu. — A me l'incarco
Di spegner Dore lascia, — a me che sono
«Per disperazion fatto securo.»
Il terzo giorno ciberò del pane
Nel vin temprato su l'arca del morto,
Nè i suoi consorti ancideranmi. — Questo
Bastami. — Questo sol dal Cielo io chieggo;
Più che possibil fia tardi — mi piombi
Giù nell'Inferno.
Geri
Oh gran mercè! — Ma quale,
Dimmi; è il sapor della vendetta?
Manente
Frutto
Crear Dio, che il desso non volle.
Geri
E ben volle.
E a tor vendetta che daresti?
Manente
Dove
Per me non fosse chiuso, — il cielo.
Geri
Or sappi,
Questa cacciarmi tra le mani il ferro.
Manente
Che! — V'offendeva Dore?
Geri
Atrocemente,
E sempre; — e l'odio, e lo vo' spento. Intendi?
Alcun qui move, odi un mutar di passi;
Vieni; — t'ascondi...
Manente
Seguovi...
Geri
Rammenta
I dì che furo.
Manente
E voi — quei che verranno.

SCENA II.

DORE, BIANCA.

LI DUE SVENTURATI.
LAMENTO.

Dore
Torna il verno. — Le fronde alla foresta
Svelle e mena feroce in giro il vento;
È triste il colle, la pianura è mesta;[1]
Dell'usignolo il melodiare è spento:
Il veltro per la notte alza la testa
Esterrefatto, e prorompe in lamento;
Orrore spira ogni cosa e paura,
Sembra che gema Dio su la Natura.
Dai campi seminati di umane ossa
Torna la squadra, e il trepido sospiro
Cessa la sposa amata che si è mossa
Al caro amplesso, ed il padre deliro
Di abbracciare il figliuol pria che alla fossa
Lasci la carne e a Dio l'eterno spiro.
Securo che nel dì di morte santo
Ei glieli chiuda, or terge agli occhi il pianto.
Gino non torna a Oretta. Sventurata!
La mano della madre il bianco velo
Avea trapunto, e i fior di fidanzata
Esultante reciso dallo stelo.
Quella mano per morte ora è ghiacciata!
Rigido stringe quei fioretti il gelo!
La squilla i prodi alle difese affretta;
Gino partiva e non tornò più a Oretta.
Ei non reddiva più. La disiosa,
— Come colei che il suo mal teme, e spera, —
Ne fea dimanda: — Il cavalier riposa
Nella morte, risposerle; — sua schiera
Combattendo perì da valorosa, —
Chè co' forti quel giorno Iddio non era. —
Volse al ciel gli occhi Oretta, e dolce in atto
Disse: — Signore, il tuo voler sia fatto.
Buio d'Inferno per lo cielo assembra
Notte, e sul mondo per silenzio tetro
Solennemente spiegalo, e rassembra
Manto di trapassato in sul feretro;
E il cupo mugghio del mare rimembra
Gente che pianga in lamentoso metro,
Nè tutt'uom dentro le paterne porte
Dorme il sonno fratello della morte.
Per questa notte dubitante e lento
Move Gino alla casa del suo amore;
Chè giacque offeso e non rimase spento
Nel giorno maledetto del furore.
La casa è vuota, e sol vi stride il vento;
Ond'egli grida in voce di dolore: —
Oretta, — Oretta, non ti vedrò più!
L'eco dei monti gli risponde — più.
Sorge un dì senza sole. Il cavaliere
Pallido in faccia e con occhi compunti,
Mesto mesto incamminasi al piviere
Co' bracci in croce sul petto congiunti.
Giunge: — e Oretta dov'è? domanda al Sere;
Quei cela il volto, e il campo dei defunti
Gli accenna. Ei corre. — Novamente smossa
Comparisce la terra di una fossa.
È la tomba di Oretta. — Eterno pianto
Con la rugiada spargevi Natura...
Cessa la umana lagrima col canto
Che accompagna gli estinti in sepoltura.
Ahi! l'anima quantunque sotto il manto
Di Dio ripari, e in lui si faccia pura,
Se un pio ricordo l'Angiolo le porta
D'alto gaudio anco in Cielo si conforta.
Fioria modesto su la tomba un giglio
Alla infelice vergine: — lo colse: —
Tal tu passasti un dì; — qual mai consiglio
Riporrà il fiore ove mia man lo tolse?
Chi a rianimare Oretta trarrà il figlio
Del soffio eterno ove disio lo volse?
Qui Gino tacque: ora riposan l'ossa
Di quei due travagliati in una fossa.
Bianca
Mesto è il tuo canto, o Dore; è mesto come
Pianto di madre che il morto sembiante
Del figliuolo involarse per la polve
Vede curva sull'orlo della fossa. —
Donna del Cielo, ella è menzogna in core
Del giusto un seggio aver la pace; e i deschi
Fuggire, e i letti, ove riso di pianto
Ride, e sonno di spine il fallo dorme?
Dore
O mia diletta, e può turbar fantasma
Di colpa lui che dal tuo sguardo ha vita?
Celeste cosa son l'anima e gli occhi
Tuoi, e allor che pietosi al ciel li movi,
Ogni spirto li segue in paradiso. —
Io son tranquillo, — ma di pace stanca.
Giaccio, — ma non riposo, — e sento tale
Una quiete, che sarà nel giorno
Dell'ira, quando staranno il giudicio
Di Dio tremendo ad aspettar le genti.
Bianca
Dal profondo del cor volgiti a Dio;
Chiama, e risponderà. — Qual madre sorda
Fu al grido dell'infante? A quale afflitto
Non sovvenne invocato il sommo Dio?
Dore
Il libro della vita è scritto: — è fissa
Del dolor la misura, e della gioia
È destinata, o Bianca: — e noi siam fiumi;
Rapidi discorriamo per la china
Entro un letto fatal, finchè ne accolga
Lo abisso della eternità.
Bianca
Ma Dore,
Voi fate ingiuria al vostro Dio. — Qual mai
Fu il fattore che odiasse sua fattura?
L'arbore ei dette della vita, e noi
Cibammo il frutto della morte; — noi
Liberi come il raggio del pianeta. —
Se il sapere di Dio conosce il fine.
Non però il move; qual uom su la riva
Mira la navicella indirizzarse
Secondata dal vento al suo cammino.
Dore
Oh parole celesti! O Bianca, bella
Come il sorriso della prima madre
Quando innocente si specchiava in Dio;
Tu sola degna di parlar dei cieli;
Nè cor più puro, nè più santo labro
Mai innalzò prece: e che mai dirti io posso?
Il mio intelletto vinci, eppur da molti
Anni mi è aperto il mio destino. —
Bianca
Quale
Ruppe il velo del tempo, ed il futuro
Vide presente? — Forse tu, con arte
Che il Cielo aborre?
Dore
Turbare io la polve
Che riposa? — Io turbar l'ossa dei morti
Guardimi Dio! — Rammenta i giorni andati
In che un tetto copriva i nostri padri,
E non violato era l'amplesso, e quella
Speme ei nudrivan ch'or contesa è ai figli...
Bianca
Ahi che rammenti, o Dore!
Dore
E pur rammenta
La notte turbinosa in ch'io, chinato
Il capo sul tuo grembo, ascolto dava
Al novellare dell'antica Lena...
Povera Lena! or non è più: — che Dio
Faccia pace a quell'anima. — Repente
Fu battuto al castello; — era un Palmiero
Che chiedeva per Dio posare il fianco
Sotto il tetto dell'uomo.
Bianca
Oh se il rammento!
Coi labbri che baciaro il gran sepolcro
Ei mi baciava; — questa ch'ei donommi
Portai sempre sul core.[2]
Dore
Egli accostossi
A noi, — la man c'impose: — E voi godete,
Disse, il piacer della innocenza, e l'ora
Della pace; — ch'ella è di vita il lampo,
E le succede tenebra di pianto,
Di misfatto di pena e di rimorso...
Si volse, e lagrimò; — dal ciglio cadde
La lagrima, io l'accolsi, e da quel giorno
In questo cuore è viva.
Bianca
Ei ben si appose:
Non siam noi infortunati?
Dore
Più tremenda
Sventura io temo.
Bianca
Ed è?
Dore
Perderti, o Bianca.
Gran Dio! non sai di quale amore io t'ami,
Perchè non fu, nè sarà mai favella,
Che valga a dire ogni pensier di amore. —
Odi visïon che testè m'apparve. —
Suonata era la squilla degli estinti,
Ch'io fui tratto in misterioso sogno. —
Pareami uniti andassimo l'amore
Nostro a sacrar nel tempio: — il guardo volsi
Su i comitanti, e non conobbi amico,
Ma strani tutti; — aveano intento il ciglio,
La pupilla velata; — al tuo bel volto
Il raddrizzai, — tu non avevi il serto
Di sposa, — eran viole; — e già sospeso
Tenevi il piè per valicar la porta,
Quando dall'alto tal mosse una voce, —
Di tua madre era voce: — Vieni, o amata.
Dalla valle del pianto al sen materno,
Vieni, ripara in Dio. — E tu sorgevi,
Qual portò la colomba olivo al giusto,
Nel gemito dell'anima io ti chiamo,
Ma tu non odi, e su le sante piume
Di un immenso desio librata, voli
Vie, vie più lieve pel sereno azzurro...
L'anima afflitta ama seguirti, — scuote
Di Adamo il carco, ma nol spezza, e tutta
Anelante il dì eterno si dibatte
Pei lacci della vita. — Tal mi sveglio
Freddo, affranto, dolente, e il corpo e l'alma
Sono una piaga.
Bianca
Se nel cielo è fisso
Che sia tale il mio fato, o Dore, vivi,
Vivi alla patria, e ad alle cose intendi...
Pensa alla madre Italia: — ella sospira
Da lungo un figlio di lei degno, — indarno.
Pensa all'Italia:... e... qualche volta ancora
Deh! pensa a Bianca tua;... ma non sia quello
Pensiero di dolor. — Nel ciel beata
Godrò di tua virtude, e se mai avviene
Nel giorno della gloria un'aura senta
Aleggiarti soave intorno al volto.
Di': — Questa è l'alma della mia diletta.
Che fa omaggio di amor, siccome è dato
Ad immortale.
Dore
Oh! vivrà pria il creato
Senza la stella che conduce il giorno.
Eppure qui nell'anima mi suona
Triste una voce che mi dice: Mai
Più con la Bianca parlerai di amore;
Mai più la rivedrai. — Quindi al cospetto
Di Dio e di tua madre or sii mia donna.
Bianca
O Dore!
Dore
Se quest'alma da me fugge,
Forza è che vada a secolo immortale
Con la tua fede.
Bianca
O Dore!
Dore
Ecco l'anello
Che dà una sposa al Cancellieri. — Il padre
Mio alla sua lo concedeva. — A Bianca
Porgelo Dore...
Bianca
E nol ricusa Bianca;
E t'abbi in cambio questo mio. — Dal letto,
Ove giacea la moribonda madre,
Questo raccolsi e un bacio. — Io con te lieta
Il legato divido. — Ecco l'anello;
Lasciami il bacio: — pago sei?
Dore
Son pago.
Bianca
Omai più rade e pallide pel cielo
Fansi le stelle... Intendi?... il sacro bronzo
Suona la prece del mattino;[3] sembra
Che flebile lamenti su la luce
Che sorgerà tra breve a illuminare
Le sventure dell'uomo ed i misfatti.
Donna del Cielo, ah! tu soave inspira
Senso quaggiù; — tu di alcun fiore adorna
Questo calle di spine; — i duri sdegni
Vedi, e la gente che su questa zolla
Si divora incessante. — Alfin la terra
La inghiotte, e invano; — chè la nuova schiatta
Sorge, e su l'ossa dei padri contende!
Donna del Ciel, fa che la via del ferro
Oblii la destra, e sol dell'uom si stenda
A impalmare la destra. — Oh! non consenta
Voce all'ingiuria il varco, e sol le labbia
Suonino il verbo della pace; — salve
Fratello.
Dore
Così sia.
Bianca
Dore, la gioia,
Di Dio sia teco.
Dore
O dolce Bianca, — addio.

SCENA III.

DORE.

Travagliata nell'anima si parte
Senza conforto. — Oh pace almeno al giusto!
Sul letto della vergine dall'ale
Scuota l'Agnol di Dio i sogni vaghi
Dei colori dell'iride. — Signore,
Se la misura del tuo sdegno è colma.
S'è ver che i figli den portare il peso
Dei paterni misfatti, — ecco io mi t'offro
Vittima espiatoria, — alma per alma, —
Sangue per sangue; — fulmina, ma cessa
Dalle vendette... e perdona. — Son tristi
I figli tuoi... son crudi... ma infelici;
E tu sei padre alfine... Dio, perdona!

SCENA IV.

GERI, MANENTE, e detto.

Geri
Senti amasio quadrel di amore è questo?[4]
Dore
Ahi traditore![5] E tu se questa è pena
A tradimento.
Geri
Son morto!...
Manente
Non senza
Vendetta...
Dore
Oh quanti siete! Iddio m'aiti.
Manente
E me l'inferno.[6] — Cavalier, mercede
Per Cristo!
Dore
Tolga il ciel, che in te si brutti
Ferro onorato: — ti aspetta la scure. —
Vivi, e se puoi, ti penti.

SCENA V.

GERI, MANENTE.

Manente
Niun qui geme. —
È trapassato...
Geri
Manente!
Manente
Vivete?
Io vi facea tra i morti.
Geri
Ah! dammi aita,
Ferma il sangue che spiccia... Ahi questa è piaga,
Che se altra è più mortal, nulla è più acerba.
Manente
Gagliardo egli è quest'uomo Vostro![7]
Geri
Quindi
Più mi grava di spegnerlo.
Manente
A quest'ora
Poco spazio di terra avria sepolto
Il trafitto, il misfatto e la memoria; —
Ma io vel dico, voi — mai sarete un uomo.
La buona spada innanzi al sol combatte,
E dà in petto al nemico; — ma il pugnale
Le tenebre ama e il dosso: — più veloce
Quindi è la via che mena dritto al core.
Geri
Vivo; — la sconterà.
Manente
Ma intanto il vostro
Sangue per lui tigne la terra...
Geri
Vivo.
Breve di pochi dì tremenda vita
Io gli apparecchio, e morte disperata.