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I coniugi Varedo

Chapter 11: X.
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About This Book

The narrative centers on a middle-class household where family members navigate courtship, reputation, and generational disagreements as a young woman becomes the object of a prospective suitor’s attentions. Intimate parlor conversations, visits, and public events such as lectures reveal contrasting attitudes about duty, social display, and female comportment; the mother’s caution, the uncle’s teasing, and the daughter’s pride shape a delicate negotiation of marriage and family expectations. Episodic scenes combine domestic detail with social observation, mapping subtle psychological tensions and polite maneuvering.

VII.

Due "maiden-speeches".

Un sabato sera (Varedo era già deputato da qualche mese) Diana riceveva da Roma questo telegramma.

Discorso esito trionfale. Congratulazioni deputati ministri.—Dettagli per lettera. Manderò giornali.

ALBERTO.

Era la prima volta che Varedo parlava alla Camera. Da uomo accorto egli non aveva voluto precipitar nulla; sapeva che i deputati non ci guadagnano a mostrar soverchia impazienza; che devono prima farsi conoscere e apprezzar negli uffici, e stringere amicizie personali, e acquistar la certezza che, partecipando a una discussione pubblica, saranno ascoltati. «Dall'esito di quello che gli Inglesi chiamano il maiden speech—egli aveva scritto a sua moglie—«può dipender tutto l'avvenire di un uomo politico».

Ecco dunque che il suo maiden speech egli l'aveva fatto, riportando, a quanto pareva, un vero successo oratorio.

Diana si voltò verso Bebè che, accomodata nella sua seggiolina davanti alla tavola, era occupatissima a sovrappor l'uno all'altro alcuni cubi di legno, e mugolava al suo solito: umm, umm.

—Ha fatto un bel discorso il babbo, e tu non sai dire che umm, umm. Vergogna!

Bebè guardò la sua mamma con occhi incantati, poi fece il bocchino da piangere.

—No, no, non ti sgrido mica—si affrettò a soggiunger la madre quasi scusandosi.—Buona, buona!… Non ne hai colpa tu se non parli.

La bimba aveva più di un anno ed era svezzata da un mese; capiva tutto, conosceva tutti, era, che s'intende, un portento, ma non articolava ancora nessuna parola, e quest'era un gran cruccio per Diana, che sfogava le sue inquietudini col medico di casa, il dottor Giraldi, e di tratto in tratto, sommessamente, arrischiava l'idea di consultare uno specialista.

Il dottor Giraldi rideva.—Consulti chi vuole, ma è un'idea stravagante… Bebè non ha nessun difetto alla lingua; parlerà senza dubbio, un poco dopo di qualche sua coetanea, un po' prima di qualche altra… perchè ci sono bambini che tirano avanti fino a un anno e mezzo e due anni;… ma parlerà, la sbalordirà, ne stia certa.

Le medesime cose, su per giù, le scriveva da Venezia la madre, e la vecchia Bardelli, nelle sue visite settimanali, ripeteva sempre che il suo Paolo (l'artista, quello de' suoi figliuoli ch'ella teneva in maggior conto) era stato muto come un pesce fino a sedici mesi e due giorni.

Così lo specialista era lasciato dormire, tanto più che Diana non osava nemmeno accennarvi nelle sue lettere ad Alberto; ma non per questo ell'era tranquilla, chè anzi la sua inquietudine cresceva d'ora in ora. E quella sera, sotto l'impressione che Bebè fosse rimasta mortificata dal rimprovero, a lei scendeva nell'anima una invincibile tristezza che le inumidiva le ciglia e la rendeva quasi dimentica del trionfo di suo marito.

—Caro, caro tesoro—ella esclamò prendendo in collo la bimba e coprendola di baci—che tu parli o no, la tua mamma t'intenderà sempre.

In quella stretta, Bebè ebbe un postumo desiderio del latte ond'era privata da un mese, e le sue piccole dite scorrevano indiscrete sui bottoni del vestito materno, mentre la bocca rosea mordeva la stoffa e commentava l'atto espressivo col solito suono indistinto: umm, umm.

Diana, severa, ammoniva.—Nossignora, non si può… Non c'è più niente.

Forse Bebè lo sapeva e voleva ridere soltanto. Ora aveva afferrato un bottone e lo tirava con violenza.

—Insomma se sei cattiva, vai di là.

In mezzo a questi contrasti giunse Eugenio Bardelli, l'assistente e il factotum di Varedo che lo seguiva come la sua ombra quand'egli era a Torino, e durante le sue assenze ne riceveva ed eseguiva zelantemente gli ordini, e passava mattina e sera da Diana a offrirle i propri servigi.

—Vengo dalla Redazione della Gazzetta Piemontese—egli disse.—Ho visto un telegramma fresco fresco da Roma… Il professore ha riportato un grande successo.

—Lo so, lo so—rispose Diana sorridendo.

E accennò al dispaccio ch'era aperto sulla tavola; indi soggiunse:—Grazie lo stesso… Sempre gentile, Bardelli.

—O le pare!—ripigliò l'assistente dopo aver dato un'occhiata al telegramma di Varedo.—Sì, dev'esser stato un trionfo… Ma non è da maravigliarsene… Parla così bene il professore… Che dote l'eloquenza!

Diana sospirò al pensiero che la sua figliuola non dava pel momento alcun segno di possedere questa qualità preziosa.

Intanto l'arrivo di Bardelli aveva distratta Bebè da' suoi attacchi insidiosi. Bardelli era un amico che d'ordinario s'occupava molto di lei. O perchè non se ne occupava oggi?

Umm, umm—ella fece per richiamare la sua attenzione.

—Buondì, Bebè—disse il giovine.

Diana tentennò la testa.—Ah, è cattiva… Or ora la consegno all'Irene che la porti a letto.

L'Irene era la bambinaia.

Bebè protestò nel suo linguaggio contro la perversa intenzione.—Umm, umm.—E guardava Bardelli quasi per invocare il suo aiuto.

—Vuoi venire con me?—Chiese l'assistente. E le tese le braccia.

Ella fece altrettanto.

Diana si mise a ridere.—Bardelli, che vuol prendersi lei questo impiccio?

—Sicuro, siamo buoni amici con Bebè… Non è vero, Bebè?

—Ebbene—ripigliò la signora Varedo con una risoluzione improvvisa—gliela dò per un pajo di minuti; fin tanto che scrivo due righe di telegramma per Alberto. Me le imposta lei quando esce, Bardelli?

—Naturalmente.

—Ah, Bardelli, come ci avvezza male!

—Ma, signora Diana…—principiò il professorino. Dovette però interrompere la frase, perchè Bebè gli tirava i capelli.

—No, Bebè, no…

Appena la bimba vide che il suo amico si occupava di lei le sue mani si allentarono spontaneamente, ed ella parve tutta assorbita da un grande sforzo intellettuale.

Bardelli ebbe un'inspirazione luminosa.—Bebè, chi è quella? Dì mamma, mamma

Umm, umm.

Diana, con la penna sospesa tra le dita, guardava ansiosa.

Umm, umm.

—Ecco, non le riesce—piagnucolò la madre.—Nessuno mi leva dalla mente che ha un vizio organico.

—Nemmeno per sogno… Vedrà… Dì mamma, Bebè.

Questa volta il miracolo accadde.—Umm, ummammmammmamma.

Diana balzò dalla seggiola.—L'ha detto?… Ha detto mamma?

—Già, l'ha detto e lo tornerà a dire… Aspetti, non la confonda…
Bebè, chi è quella?

—Mam… mamma—ripetè la piccina.

Adesso poi Diana non seppe più frenare il suo entusiasmo e volle stringersi al petto la figliuola che aveva compito il prodigio.

—Cara, cara, tesoro mio, viscere mie… lo dici ancora… mamma, mamma.

Bebè, disturbata dall'impetuoso amplesso materno, non cedette all'intimazione e tornò al suo solito umm, umm, a cui però ella dava un accento di protesta.

—Cattiva! Con me gioca a dispetti!—esclamò la Varedo guardando
Bardelli con aria mortificata.—Gliela restituisco.

—Brava!… E intanto scriva il suo dispaccio.

—Ha ragione… Il dispaccio… Così annunzio ad Alberto che Bebè comincia a parlare.

—E—soggiunse Bardelli—se non le dispiace, insieme alle sue congratulazioni pel discorso mandi anche le mie.

Il discorso di Alberto! Quasi quasi Diana se n'era dimenticata; certo esso le pareva cosa di ben tenue importanza di fronte all'altro avvenimento che la empiva di giubilo.

Nondimeno si accinse a scrivere, e scrivendo leggeva:—«Deputato Alberto Varedo, Albergo di Santa Chiara. Roma.—Mille felicitazioni pel tuo trionfo, anche da Bardelli qui presente. Sappi che finalmente stasera Bebè ha detto mamma—Diana».

—Va bene?

—Benissimo.

Bardelli si alzò tenendo la bimba in collo, prese il foglio, e lo ripose in tasca.

—Badi—disse Diana,—Bebè le ha slacciato il nodo della cravatta.

—Oh, Bebè è un pessimo soggetto—rispose l'assistente celiando.—Ora gliela riconsegno…. Va dalla mamma, Bebè, va dalla mamma.

E liberatosi dal prezioso fardello, il professorino si accomiatò dalla
Varedo.—Corro subito al telegrafo.

—Grazie Bardelli, grazie…. E scusi di tutto. Spero che Alberto sarà contento della notizia che gli dò… E chi sa che quando riceve il mio dispaccio non me ne mandi uno anche lui.

Ma il dispaccio non capitò. Capitò invece il dì appresso una lettera lunghissima in cui Varedo si diffondeva con infinita compiacenza a descrivere l'effetto prodotto dal suo discorso riportandone alcuni motti arguti, alcune frasi ch'erano state più applaudite, e riferiva i complimenti fattigli dal Presidente della Camera, dai Ministri e da parecchi Deputati autorevoli. Infine egli invitava Diana a leggere i vari giornali ch'egli le spediva sotto fascia, giornali amici e avversari, constanti, gli uni con schietta soddisfazione, gli altri con noia mal dissimulata, il bel successo del nuovo oratore.—«Leggi specialmente la Tribuna—egli le scriveva—ove c'è il miglior sunto del mio discorso.» Varedo finiva coll'annunziare a sua moglie che di lì a due o tre giorni, dopo una votazione a cui egli non poteva mancare, sarebbe tornato per qualche settimana a Torino. A Bebè era appena consacrata una riga a piedi del foglio: Un bacio a Bebè.

—Non aveva ancora ricevuto il telegramma—disse Diana per scusar suo marito.—La lettera di domani sarà ben differente.

E per debito di buona moglie intraprese la lettura dei fogli che Alberto le aveva trasmessi, soffermandosi specialmente sulla Tribuna la quale portava un più ampio resoconto parlamentare. Bello senza dubbio il discorso, interrotto spesso da approvazioni e da applausi segnati fra parentesi in corsivo; bello, ma non tale che riuscisse ad appassionare, ad interessare Diana Varedo.—Sarà l'argomento—ella pensava.—Tuttavia pensava altresì che un tempo, nei primi mesi del loro matrimonio, nessun argomento trattato dal suo sposo le sarebbe parso poco interessante; ch'ella si sforzava, e non senza frutto, di rendersi famigliari gli studi di lui, che andava superba di fargli da segretario. O perchè era mutata adesso? Lo amava meno, o la maternità aveva limitato gli orizzonti del suo spirito, le aveva fatto parer vana ogni curiosità e ogni ricerca intellettuale? Certo si è che quand'ebbe finito di scorrere i giornali e potè tornar ad occuparsi di Bebè, ella ebbe il movimento di gioia dello scolaro al rintocco del campanello che annunzia la ricreazione. Tanto più che Bebè, in dodici ore, aveva fatto progressi maravigliosi. Non solo diceva ormai mamma a tutto pasto, ma mostrava le migliori disposizioni ad arricchire di nuove parole il proprio vocabolario.

Comunque sia, nei pochi giorni che precedettero l'arrivo di Alberto, Diana rifece parecchie volte il suo esame di coscienza, confessandosi in gran parte colpevole dei mutati rapporti fra lei e suo marito. Troppo lo trascurava, troppo lo metteva in seconda linea, dacchè un nuovo sentimento imperioso, dispotico, esclusivo aveva preso possesso del suo cuore. Eppure, se questo sentimento era potuto nascere in lei e recarle tanta dolcezza ella ne andava debitrice al suo sposo, come a lui andava debitrice, se non degli agi della sua vita, della stima, del rispetto ond'era circondata. Non doveva ella dunque mostrargliesene riconoscente? S'egli era assorbito da' suoi studi, dalle sue occupazioni parlamentari, se nelle lotte politiche, insieme a poche compiacenze d'amor proprio, raccoglieva una larga messe di fastidi e di note che di tratto in tratto turbavano l'equanimità del suo carattere, non era tanto più necessario che in casa sua egli trovasse accoglienze festose e amorevoli? Invece, Diana se ne ricordava con sincero rammarico, nelle brevi gite di Alberto a Torino, ella, impermalita forse di non vederlo abbastanza espansivo con lei e con Bebè, finiva col chiudersi in un silenzio dispettoso e con l'evitare a bello studio gli argomenti che soli avrebbero avuto la virtù di alimentare i loro colloqui. Indi era accaduto più volte che, tranne all'arrivo, alla partenza, e all'ora di desinare, si fossero appena visti, che, in tre o quattro giorni, non avessero scambiate che poche parole.

Questa volta non sarebbe stato così. E, in primo luogo, ella non si sarebbe limitata a semplici congratulazioni circa al famoso discorso; ne avrebbe parlato ad Alberto con conoscenza di causa, perchè lo aveva tanto letto e riletto nei sunti ch'egli gliene aveva spediti da poter ripetergliene a memoria l'esordio e la chiusa quali erano riprodotti nella Tribuna. Ma quest'era un'inezia di fronte al programma ambizioso ch'ell'agitava in mente. Non più sfinita dall'allattamento e dalle veglie, Diana voleva riconquistar presso suo marito il posto che s'era lasciata portar via dagli altri, da Bardelli per esempio ch'era divenuto un po' troppo l'uomo indispensabile della casa. Non lo faceva per secondi fini, povero Bardelli, non lo faceva per darsi importanza; era sinceramente affezionato al suo professore, a lei, a Bebè; tuttavia con prudenza, con delicatezza, bisognava moderarne lo zelo…. Ed era così buono, così giudizioso ed equanime da capir subito la ragionevolezza di ciò che gli si domandava.

In fine, nel suo momentaneo ottimismo, Diana si teneva sicura d'aver un'alleata in Bebè. Bebè era per lei la tiranna, era, per Alberto, la rivale, la Bebè aveva, appunto negli ultimi giorni, imparato a dire papà, e questa parolina doveva, come una chiave magica, aprirle il cuore del babbo…. E allora quanti malintesi sarebbero tolti di mezzo!

VIII.

Fiasco.

Con queste dolci speranze, con questi forti propositi, in una bella mattina di maggio, Diana Varedo, insieme alla bambinaia e a Bebè, s'avviava alla stazione centrale incontro al marito. Incipit vita nova—le dicevano il cielo azzurro, l'aria tepida, il sole limpidissimo, l'animazione insolita della gente che pareva bevere a larghi sorsi la primavera. Incipit vita nova—le ripeteva il suo cuore.

Bebè, pavoneggiandosi in un vestito bianco con due fiocchi color di rosa sulle spalle, dava segni manifesti di voler scendere in terra, di voler provare i suoi piccoli passi nelle viottole del giardino di Piazza Carlo Felice ove altri bimbi correvano e saltellavano; ma la madre l'ammoniva a esser buona, e riserbar tutte le sue prodezze a quando avrebbe visto il suo papà.

—Come dirai?

—Pa… pà… Papà.

—Ah che amor di bimba!—esclamò Diana, non potendo trattenersi dal darle un bacio.—E come sarà contento il babbo!

Ma sotto la tettoia della stazione accadde cosa che scemò alquanto la soddisfazione della signora Varedo. Poichè Bebè, riconoscendo Bardelli in un gruppo di signori che chiaccheravano presso alla porta d'ingresso, si commosse tutta, agitò le braccia, emise alcuni suoni inarticolati che volevano esser espressione di giubilo e finì col pronunziar schietto e tondo:—Papà, papà.

Diana e l'Irene le diedero sulla voce.—Ma no che non è quello il papà… Deve venire il papà.

E Diana rivolgendosi un po' seccata a Bardelli che si avanzava officioso e sorridente e accennava a prender lui in collo la bimba,—no—disse—la lasci stare… Vede, le dà troppa confidenza.

Ordinò all'Irene di metterla giù, di farla camminare sul marciapiede.

Ma Bebè, con l'ostinazione della sua età, seguitava a voler Bardelli e a ripetere il motto incriminato:—Papà, papà.

Oh insomma—disse Diana strappando alla bambinaia la piccola riottosa e redarguendola severamente—insomma, Bebè, se sei cattiva ti mando a casa. Hai capito? E soggiunse:—Mi faccia il piacere, Bardelli, vada da un'altra parte… Finch'è qui lei, Bebè non si cheta… È venuto anche lei per aspettar Alberto naturalmente?

—Già—rispose il giovine senz'avvertire il fondo d'ironia che c'era in quel naturalmente.

—Ebbene, ci ritroveremo più tardi… Vada, adesso vada…

—Vado, vado—disse il docile Bardelli. E si allontanò pensando forse che le donne hanno l'umore molto variabile.

Intanto, toccandosi rispettosamente il berretto, si presentò il cavaliere Luini, capo-stazione, che, come Diana aveva notato, la salutava con tanta maggior deferenza quanto più in credito saliva Varedo alla Camera.

—L'onorevole arriva col direttissimo delle 10.13?—egli disse, guardando l'orologio.

—Appunto. C'è ritardo?

—Nossignora—rispose il cavaliere.—Ma non sono che le 10… Desidera accomodarsi?

E additò lì presso una panca ove ci sarebbe stato posto per lei e per la bambinaia.

—Grazie—replicò Diana.—Sto ritta volentieri.

Il capo stazione indirizzò un complimento a Bebè che s'era pacificata e coi suoi ditini pizzicava le guancie all'Irene.

—Come s'è fatta grande!

—Avrà presto quattordici mesi.

—Credevo molto di più.

La bimba per mostrarsi grata del giudizio favorevole manifestato sul suo conto dall'egregio funzionario, pronunziò la parola ormai imparata anche troppo:—Papà, papà.

—Aspetta il suo papà—spiegò Diana commentando l'uscita improvvisa della figliuola, non senza però trovar strana in cuor suo l'estrema facilità di Bebè a veder padri da per tutto.

Chiamato dai doveri del suo ufficio, il cavalier Luini sorrise e si accomiatò… Alcuni treni arrivavano, altri partivano: ci fu un momento di confusione tra il correre affrettato dei passeggeri che scendevano e salivano sulle vetture, il vocìo dei conduttori e dei facchini, i fischi delle locomotive e gli squilli delle cornette. Poi tornò una quiete relativa. In attesa del direttissimo venivano silenziosamente a schierarsi sul marciapiede le carriuole pel trasporto dei bagagli. Due signore che avevano l'argento vivo addosso scendevano ogni tanto sul binario per guardare dalla parte da cui doveva giungere il treno, un servitore in livrea stava immobile, contegnoso come se fosse nell'anticamera del suo palazzo patrizio; nel crocchio ov'era Bardelli si seguitava a discorrere animatamente.

Reputando ormai finita la sua quarantena, il professorino lasciò gli amici per riaccostarsi a Diana.—È buona adesso?—egli domandò accennando a Bebè.

—Sì, è buona… ma per carità, non la tocchi, non la guardi….

Per fortuna Bebè era assorta nella contemplazione d'un cagnetto pinch che una forastiera teneva sotto il braccio.

—E lei con chi era?—chiese la Varedo a Bardelli.

—Credevo li conoscesse… Quando il professore è a Torino vengon tutti a cercarlo a casa… qual più qual meno…

Diana guardò con l'occhialino.—Aspetti, quello alto di statura mi pare…

—Frascati, il cronista della Piemontese… quello col cappello a cencio è il corrispondente della Tribuna; l'altro che ha gettato via il sigaro…

Incapace di trattenere un moto d'impazienza, Diana interruppe:—Dica la verità, e sono alla stazione per mio marito?

—Eh—notò scherzosamente Bardelli—gli uomini illustri…

Ma Diana scattò.—sa ch'è una bella sconvenienza?… Tanto farebbe vivere in piazza… Mai un momento di pace, d'intimità… Sempre i terzi incomodi…

Ella vide che Bardelli si turbava, arrossiva, e s'affrettò a soggiungere:—Non dico per lei Bardelli; lei è come di famiglia…

Aveva capito ch'era una solenne ingiustizia il metterlo in mazzo con gli altri, e si pentiva di essersi lasciata sfuggire qualche parola che potesse offenderlo; si pentiva anche di quello che non aveva detto, ma che aveva pensato sul conto di lui… No, anzi Bardelli bisognava tenerselo caro e farsene un alleato contro quella massa d'indiscreti, d'importuni…

La campana annunziante l'arrivo del treno tolse la possibilità d'ulteriori spiegazioni.

—Ferma, Irene, ferma!—gridò Diana, richiamando vivamente la bambinaia che s'era mossa come per andare incontro alla locomotiva.—E tirati indietro.

Indi catechizzò un'ultima volta Bebè.—Adesso è qui il papà. A lui devi dire: papà, papà.

Le idee di Bebè non erano chiare e sembrava che ella avesse di nuovo tutta la propensione a dare il sacro nome di padre a Bardelli che le stava vicino.

Sbuffando e romoreggiando, il convoglio, con una celerità appena rallentata, imboccò la tettoia per poi arrestarsi con prestezza mirabile sotto l'azione dei freni automatici. Un lungo gemito roco usciva dalle ruote striscianti sul binario.

—Ecco il professore!—gridò Bardelli correndo ad aprir lo sportello d'una vettura di prima classe. E chiamava:—Signora Diana, signora Diana!

—Addio, Bardelli—disse Varedo consegnandogli una valigia.—Chiami un facchino.

—Se non ha altro bagaglio non val la pena… C'è la signora con la bimba.

—Le ho viste—rispose il deputato mentre accennava con la mano che non si affrettassero.

Disceso che fu, abbracciò la moglie, baciò la figliuola, e—State bene?—chiese a Diana.—Bebè sta bene?

—Non ti par florida?—domandò Diana. E soggiunse:—Che progressi ha fatto!

—Lo so—rispose Varedo sorridendo.—Dice mamma, me lo hai telegrafato.

—Oh dice anche di più—replicò Diana con aria di trionfo. Si rivolse alla bimba con lo sguardo appassionato e supplichevole delle madri che tremano di vedersi smentite dai loro piccoli tiranni.—Chi è questo?… Chi è venuto adesso?

Pareva lo facesse apposta Bebè a far sfigurare la mamma. Aveva rivisto il canino pinch, non aveva occhi che per lui.

—Lasciala in pace—ammonì Varedo.—Ha tempo di dir papà.

In quella egli s'accorse di Frascati e degli altri che gli facevano la ruota attorno, e con un cenno li invitò ad avvicinarsi.

Diana fremeva.—Che seccatori!… Non me li presentare.

—Andate avanti con Bardelli—disse Varedo—e fermate un brougham a quattro posti… Io mi sbrigo subito.

Ma Diana, l'Irene e Bebè erano in carrozza già da un paio di minuti prima che l'onorevole si fosse levato di dosso quelle sanguisughe. Bardelli con un piede sul predellino, ripeteva a Diana per quetarne la crescente impazienza:—Or ora viene.

E venne in fatti, scusandosi.—Cara mia, i giornalisti bisogna tenerseli amici… Salga anche lei, Bardelli, farà colazione con noi.

L'assistente, che aveva tuttora nelle orecchie le sfuriate di Diana contro gl'indiscreti che turbavano l'intimità domestica, accattava pretesti per schermirsi. E che aveva un impegno e che la colazione l'aveva già fatta.

—Non ci son scuse—ribattè Varedo.—Se non ha fame, non mangerà, ma in quanto agli impegni, abbia pazienza, non doveva prenderne. Doveva immaginarsi che avrei avuto cento commissioni da darle.

—Salga, via—soggiunse Diana.—Se no, restiamo qui fino alla consumazione dei secoli.

Bardelli ubbidì. Durante il tragitto, Bebè, seccata forse da tanti ritardi, fu d'una perversità eccezionale. Non solo si rifiutò di dir mamma e papà, ma pianse e strillò disperatamente senza lasciarsi nè intimorire nè commuovere dalle esortazioni materne.—La bell'accoglienza che fai al tuo babbo!… Cattiva!… Non ti vergogni?… Non hai un bricciolo di amor proprio?

Alberto si burlava di sua moglie.—Oh l'amor proprio a quell'età!…
Basterebbe che non rompesse i timpani.

—È sempre un angelo—diceva Diana mortificatissima.—Ha il giudizio d'una bambina grande… E oggi dev'esser così… Ho proprio paura che non stia bene.

Varedo si stringeva nelle spalle, e sforzando la voce per soverchiar gli urli della figliuola chiedeva conto d'un'infinità di cose a Bardelli. Quante lezioni aveva fatte per lui all'Università? A che punto del corso era arrivato? Era stato in tipografia a sollecitar quelle bozze? Aveva letto il suo ultimo articolo comparso nella Rivista giuridica? E quella memoria inserita nell'Archivio storico?…

Ah, non poteva rimproverarsi d'esser stato in ozio a Roma, nonostante la politica… Intanto il primo volume dell'opera sul Dovere l'aveva finito lì, tra una seduta della Camera e l'altra, e adesso sperava di dar mano al secondo…

Diana divorava le lacrime. Si sentiva messa in disparte, lei e la bimba; l'impresa di riconquistar suo marito, di ricuperare il posto ch'ell'aveva una volta presso di lui, quell'impresa che pur dianzi l'era parsa di così agevol riuscita la sgomentava ad un tratto come cosa irta di difficoltà insuperabili. Sempre più, sempre più le loro vie divergevano e ogni tentativo di ravvicinarle era vano. Ecco, egli nemmeno s'occupava di Bebè; un bacio, una carezza tanto per iscarico di coscienza, e poi tutto era finito. È vero che oggi Bebè era pestifera, ma egli doveva occuparsene per sgridarla, non far finta ch'ella non ci fosse e parlar con Bardelli della sua Università e delle sue Riviste. Ebbene; s'egli non si curava di Bebè, se non domandava a lei, alla madre, i particolari delle sue prodezze, o perchè doveva ella sdilinquirsi pel discorso ch'egli aveva tenuto alla Camera? Glielo nominò, glielo lodò il suo discorso, gli fece le sue congratulazioni (come avrebbe potuto esimersene?) ma quand'egli, preso l'abbrivo, si diffuse con singolar compiacenza a descrivere il proprio trionfo ella s'avvide che quel trionfo non destava che un'eco debolissima nel suo cuore. E quanto più egli s'accalorava tanto più ella si restringeva in sè stessa e diventava, suo malgrado, fredda, pessimista ne' suoi giudizi. Certo egli era un uomo d'ingegno, ma era anche un uomo di cuore? E quel dovere che gli tornava spesso sulle labbra non era forse una lustra per mascherare le sue ambizioni?

Così Diana rientrò sconfidata nella casa che aveva lasciata un pajo d'ore addietro piena di liete speranze, sedette senz'appetito alla tavola che aveva voluto apparecchiar con le sue mani prima d'uscire e ove aveva preparato un posticino per Bebè fra lei ed Alberto. Ma il posticino rimase vuoto, perchè Bebè, lungi dal mostrarsi degna dell'altissimo onore, seguitò a far capricci, e fu forza consegnarla all'Irene che se la portasse via.

In luogo di Bebè c'era Bardelli a cui Alberto tra un boccone e l'altro e sfogliando lettere e giornali seguitava a chieder notizie e a dar commissioni.

L'assistente prendeva ogni tanto una nota sul taccuino.

—Povero Bardelli!—pensava Diana.—È una vittima.

E le venne un'idea, l'idea più luminosa che le fosse venuta in quella giornata in cui tutto le andava a rovescio.

—Bardelli, che s'è sognato di dire che ha fatto colazione?… Non può esser vero. Lei non fa mai colazione così presto.

E ordinò che aggiungessero una posata.

—Diamine!—esclamò il professore.—O chi poteva immaginarsi che
Bardelli fosse diventato un uomo così cerimonioso?… Mangi, mangi.

Allora Varedo si accorse che sua moglie toccava appena le vivande, e le chiese:—Tu cos'hai?

—Niente, non ho fame.

IX.

Eugenio Bardelli si sente una pulce nell'orecchio.

Nelle brevi gite ch'egli faceva a Torino quando il Parlamento era aperto, Varedo era sempre occupatissimo. Moltiplicava le sue lezioni all'Università per riguadagnar l'ore perdute, spingeva innanzi con alacrità i suoi lavori scientifici, dava una capatina nel suo collegio, riceveva gli elettori che venivano in deputazione a parlargli delle loro questioni locali, aveva continui abboccamenti col Prefetto, col Sindaco e con altri pezzi grossi della politica e dell'amministrazione. Per la famiglia non gli restavano che pochi ritagli di tempo. Questa volta fu peggio del solito, e la vivacità di Bebè contribuiva a far sì che l'onorevole, quando pur era in casa, si chiudesse ermeticamente nel suo studio. Egli se ne scusava con Diana—Cara mia, tu lo sai, senza la mia quiete io non posso nè scrivere, nè leggere, nè pensare. Se vieni tu a tenermi compagnia mi fai un piacere come me lo facevi in passato; ma lascia Bebè all'Irene o mettila a dormire.

Per tentar di rivivere nel passato Diana si provava talora a venir sola nello studio di suo marito. Sedeva in silenzio in un angolo lavorando, o, a richiesta di lui, correggeva delle stampe, traduceva qualche passo di libri inglesi e tedeschi. Ma era distratta. La sua mente era altrove; ella trasaliva a ogni rumore del di fuori; e di quando in quando si alzava e andava a dar un'occhiata a Bebè.

—Che cosa vuoi?—ella diceva ad Alberto.—Non mi fido dell'Irene.

—E se non te ne fidi, cambia bambinaia.

—Gli è che non mi fiderei di nessuna.

—Allora poi…

C'erano momenti in cui la bimba strillava per voler la sua mamma.

—Dio, come urla!—esclamava Varedo.

—Se vado io, tace subito.

—Va, va… già sei sulle spine.

No, non era assolutamente possibile di far rivivere il passato. Adesso, nell'uscir dallo studio di Alberto per correre dalla sua figliuola, Diana aveva l'ali ai piedi.

A Bebè il babbo dava una gran soggezione. Troppo spesso le dicevano:—Zitto, il papà sta scrivendo—zitto, il papà ha gente,—perchè, al cospetto di lui, ella non si ammutolisse. In vero, nei pochi momenti ch'egli poteva dedicarle, ell'accettava rassegnata le sue carezze, si lasciava portar sulle spalle e cullare sulle ginocchia; ma di che gioia i suoi occhietti s'illuminavano quando egli la deponeva per terra o la riconsegnava alla madre o alla bambinaia!

Varedo s'era proposto di rimanere a Torino tre settimane. Senonchè, alla fine della seconda, gli capitarono da Roma delle lettere che lo sollecitavano ad affrettare il suo ritorno. Il ministero era vacillante, l'opposizione a cui Alberto apparteneva non disperava di assestargli un colpo mortale anche prima delle vacanze, o almeno d'indebolirlo in modo da rendergli difficile la vita a novembre. E, nell'ipotesi d'una crisi, si faceva balenare agli occhi di Varedo, ch'era tra i giovani più promettenti del Parlamento, la prospettiva d'un posto di sotto-segretario di Stato. Ma, appunto per ciò, conveniva ch'egli fosse sulla breccia.

Di questa possibilità d'un ufficio politico che l'obbligasse a una dimora permanente alla capitale, il professore parlò a sua moglie, come di cosa vaga e remota, soltanto il giorno prima di ripartire per Roma, a tavola, in presenza di Bardelli, ch'era stato invitato a desinare.

Dopo aver accennato alle condizioni precarie del Gabinetto e passato in rivista quelli che, secondo lui, avevano maggior probabilità di raccoglierne la successione, egli soggiunse:—L'uomo indicato per la Presidenza del Consiglio, quello a cui credo del resto che si rivolgerebbe subito la Corona, è San Giustino. Me ne appello a Bardelli che ha letto il suo ultimo discorso…

—Eh sicuro—confermò l'assistente;—un discorso magistrale.

—Il suo e il mio—ripigliò Varedo—serbate sempre le debite proporzioni, furono i due maggiori successi di questo scorcio di sessione… Ah, era un pezzo che non si sentiva alla Camera un discorso come quello di San Giustino, così organico, così ricco d'idee e di soda eloquenza.

—Di dov'è San Giustino?—domandò Diana.

—È toscano… Ha la lingua, ha l'accento, beato lui!

—È giovine?

—Avrà quarantadue o quarantatre anni. E non è di quelli che abbiano fretta. È dei pochi che non parlano quando non abbiano qualcosa da dire.

—Ha famiglia?

—È vedovo… ha due figliuole in collegio… e un nipote, certo Quinzani, figlio d'una sorella, un bravo giovine, dottore in legge, che vuol percorrere la carriera dell'insegnamento. Ha già qualche pubblicazione pregevole… Anzi, Bardelli, appena sarò a Roma farò ch'egli le spedisca una copia di una sua memoria di diritto internazionale… È molto ben fatta…

—Grazie.

—Con San Giustino—seguitò Varedo ch'era in vena di confidenze—ci siamo legati d'amicizia in questi ultimi mesi… Egli dice sempre che se andasse al potere si affretterebbe a offrirmi un segretariato.

—Capo di gabinetto forse?—chiese Bardelli.

—No, no, che diamine?… Sottosegretario di stato… ch'è il modo di mettersi in vista per esser ministro a una prossima occasione… Te ne stai lì incantata, Diana? Non ti sorride l'idea di esser sottosegretaria di Stato fra un anno, e ministressa forse tra due? Dov'è il bel fervore d'un tempo?… Ti ricordi delle serate al Caffè Roma, di quando mi sostenevi valorosamente nella lotta contro i colleghi arrabbiati i quali non ammettevano che un galantuomo, che uno scienziato potesse aspirare alla vita politica?… Hai mutato parere?

Prima che sua moglie rispondesse, Alberto soggiunse celiando:—Sarebbe un chassez-croisez, perchè han mutato parere anche loro, i colleghi arrabbiati. Di due, Blevio e Sarioli, si sa benissimo che cercano un collegio per mare e per terra e che non è colpa loro se non l'hanno trovato, e gli altri non devono poi averla a morte con quei poveri uomini parlamentari, se mi tempestano di lettere (Bardelli n'è buon testimonio) per ottener favori e decorazioni.

—Ebbene—disse Diana,—ho paura proprio che tu abbia ragione, che sia un chassez-croisez.

—Davvero?—fece Varedo con una risatina forzata.—Dunque ti dispiace ch'io abbia in così poco tempo conquistato un posto onorevole alla Camera?

—Oh—ella interruppe protestando,—non dare questo significato alle mie parole… Come può dispiacermi?… Ma io penso che anche fuori della Camera la tua riputazione non poteva che crescere… Meno assorbito dalla politica, ti saresti consacrato con tanto più fervore alla scienza…

—E ti pare ch'io l'abbia abbandonata la scienza?

—Neanche per sogno; ma il tempo che si dà ad una cosa non si può dar all'altra.

—Eh, del tempo ce n'è d'avanzo… Basta volere. In quanto alla scienza, io le faccio tanto di cappello, e la coltivo secondo le mie forze… Ma la scienza deve esplicarsi nell'azione, e non è coi bei libri che si manda avanti l'umanità.

Diana tentennò la testa.—Va poi avanti?

—Vede, Bardelli, quel che sono le donne—ribattè Alberto Varedo rivolgendosi al suo assistente.—Scettiche e superstiziose… Credono, se occorre, ai miracoli della Madonna di Lourdes, e diffidano del progresso, diffidano dell'influenza che gli uomini d'ingegno e d'energia esercitano sui propri simili.

—Avrò torto—disse Diana facendosi umile.—Forse in fondo alle mie querimonie non c'è che il rammarico di veder quasi sciolta la nostra famiglia.

—Quasi sciolta?—esclamò Varedo.—Che esagerazioni! Come se anche lontano io non fossi con voi? Come se le mie assenze si prolunghino mai oltre un certo limite?… Naturalmente, se un dì o l'altro appartenessi al Governo, queste mie gite a Torino sarebbero molto difficili; ma allora ci sarebbe un rimedio, verresti tu pure a Roma con Bebè.

—Tu lasceresti l'insegnamento?

—In via provvisoria… come si fa sempre, il giorno in cui si abbandona il potere si riprende la cattedra.

—Vedi se val la pena di spiantar casa!… Per quello che durano i Ministeri in Italia!… Questo qui ha poco più di due anni e trovate che ha già vissuto troppo.

—Sfido io… Quel povero Crugnoli ha perso la bussola… E ha certi collaboratori… Oh, Bebè!

Bebè, la cui comparsa arrestava sulle labbra paterne il panegirico dei collaboratori di Crugnoli, veniva in tavola, come d'ordinario, alle frutta e l'Irene, dopo averla portata in giro acciocchè tutti la baciassero, l'accomodò nel seggiolino accanto alla mamma.

Le manine della bimba si protesero subito con energia verso la fruttiera.

—Or ora, or ora—disse Diana prendendo alcune ciliege e levandone il nocciolo… Ecco… Apri la bocca, Bebè.

Ma Bebè non voleva essere imboccata, voleva mangiar da sè; ciò che diede luogo a una breve contestazione tra madre e figliuola.

E poichè Bebè principiava a strillare, Varedo si turò gli orecchi con le dita.

—Zitto, Bebè!—disse Diana.—Il papà non vuol sentir piangere le bambine.

L'ammonizione ebbe un effetto salutare; Bebè trattenne le lacrime e borbottò:—Papà citto.

A forza di sentirsi ordinare di star zitta in presenza del suo babbo ell'aveva finito con l'affibbiare questa specie di nomignolo all'autore de' suoi giorni.

Senza più curarsi di lei, il professore si voltò verso Bardelli per domandargli se avesse finito la traduzione di certi passi d'una recente opera tedesca.

—Fra tre o quattro giorni—rispose l'assistente—le spedisco ogni cosa.

Varedo parve sconcertato dall'annunzio.

—Ah, Bardelli mio, questa volta ha dormito.

—È una cinquantina di pagine fitte, sa, professore—osservò l'altro, scusandosi.—E io non supponevo che lei partisse così presto…

—Appunto, non lo supponevo neanch'io… È una disdetta, perchè io speravo di legger quella traduzione in strada ferrata.

—Domani?… Com'è possibile?

—Eh, pazienza….

Desolato, Bardelli ripigliò:—Se fosse per domani sera potrei forse….

—No, è inutile… Quando non l'ho per domattina…

Bardelli si grattava la nuca.—Per domattina?… A che ora parte la corsa?

—Alle 8.55. Ma le ripeto che non importa…. Invece mi porti il libro alla stazione…. Ci darò un'occhiata durante il viaggio… Non ho col tedesco la famigliarità che ha lei, ma lo intendo benissimo…. E a Roma, in caso di bisogno, incaricherò della versione Quinzani che ha studiato a Lipsia.

Questo nome di Quinzani, ripetuto dopo un così breve intervallo, destò nell'animo di Bardelli un sentimento istintivo di gelosia.

—Aspetti, aspetti, professore… Ancora non è detta l'ultima parola.

—Cioè?

—Non so, non m'impegno, ma, ripensandoci su, trovo che le 8,55 di domattina sono lontane.

Diana, che stava facendo il caffè con la macchina, alzò gli occhi verso Bardelli.

—O che vorrebbe patir la notte?

—Forse non sarà neanche necessario; basterà andar a letto un'ora più tardi e alzarsi un'ora prima…

—Ma Alberto, tu non devi permettere—insistè Diana; e intanto con uno spillone stuzzicava il lucignolo sotto la macchina. Bebè stendeva i suoi cubi sulla tavola, meditando qualche grande opera architettonica.

Varedo si mise a ridere.—Non si tratta di permettere o non permettere. Bardelli è fuori di minorità… Io non esigo nulla… S'egli non può portarmi la traduzione, mi riporti il volume…. senza cerimonie.

—Avrà la traduzione, professore—dichiarò Bardelli.—Ormai mi pare di poter dargliene l'affidamento.

—Oh—disse Varedo accendendo un sigaro per sè e offrendone uno al suo interlocutore,—quel libro io l'ho sfogliato e son persuaso che non abbia nulla di nuovo. Ma quei tedeschi son così pedanti che un autore il quale non tenesse conto delle loro ultime pubblicazioni avrebbe per questo solo avversa tutta la critica. E in ogni modo io desidero che la mia opera, almeno nell'esposizione delle varie dottrine, sia completa ed esauriente.

L'onorevole si stropicciò le mani in aria d'uomo contento di sè.—Ella lo sa benissimo, Bardelli, nel primo volume di cui ho consegnato giorni fa l'ultime pagine all'editore, io prendo in esame coscienzioso e sereno lo stato presente della questione. Ipotesi ottimista, ipotesi pessimista, imperativo categorico di Kant, spiritualismo, naturalismo, positivismo, evoluzionismo, tutti insomma i sistemi principali della morale contemporanea sono riassunti e discussi. Il secondo volume sarà consacrato interamente allo svolgimento della teorica del dovere che io faccio derivare dalla trasformazione dell'egoismo gretto primitivo in egoismo illuminato e dell'egoismo illuminato in altruismo. Così…

—No, non si regge—interruppe Bardelli facendo per alzarsi dalla sedia.

Ma il professore, un po' piccato, lo trattenne pel braccio.

—Come non si regge?… E che cosa guarda?

È forza riconoscere che Bardelli, perduto assolutamente di vista l'imperativo categorico, fermava la sua attenzione sopra una minuscola torre di Babele che Bebè andava via via erigendo co' suoi cubi e che minacciava rovina.

In fatti, patatrac, l'edifizio precipitò con fracasso sulla tavola e Bebè, rossa in viso ed irritatissima, se la prese coi cubi e cominciò a scagliarli di qua e di là per la stanza.

—O Diana—gridò Varedo—a che cosa badavi?

E con le palme aperte si riparava dai poco pericolosi proiettili.

—Badavo al caffè—rispose tranquillamente la signora, mentre, senza scomporsi, imprigionava nelle sue le manine della bimba.

—Il caffè ce lo manderai nel mio studio—disse l'onorevole levandosi da tavola.—Venga di là, Bardelli. Ripiglieremo in pace il nostro discorso… Non sente che strilli?

Bebè che non s'era potuta sfogare col bombardamento si sfogava urlando come un'ossessa. E nella sua disperazione invocava il soccorso del suo amico Bardelli.—Elli, Elli!

—Se provassi io a quietarla,—insinuò questi, timidamente.

—È matto?—saltò su Varedo.—O che fa la bambinaia, lei?… Venga, venga con me.

I due uomini si mossero, ma Diana li arrestò con un gesto.

—È inutile, Bebè cede il campo. La porto io dall'Irene e torno subito a versare il caffè ch'è bell'e pronto.

Così dicendo, ella uscì con la piccola ribelle che si divincolava invano e che tra minacciosa e implorante esauriva tutto il suo vocabolario.—No… Mamma… Elli… Più… Papà citto.

Alberto Varedo si rimise a sedere, accavalciò le gambe e con l'impassibilità olimpica di Farinata degli Uberti, non turbato dall'interruzione di Guido Cavalcanti, riappiccò la conversazione filosofica al punto in cui l'aveva lasciata.

—Io parto da questo concetto. La tendenza intima dell'essere si manifesta sotto due aspetti apparentemente contrari, l'egoismo e la simpatia. L'istinto personale della conservazione, estendendosi da un individuo agli altri individui con cui egli è in rapporti, basta a…

—Se prima beveste il caffè?—propose Diana ch'era rientrata tacitamente nel salotto da pranzo e aveva ripreso il suo posto.

Il professore fece un gesto d'impazienza.—Beviamo pure questo caffè, ma dopo passeremo nella mia camera da studio.

—Ecco—balbettò Bardelli posando sulla tavola la chicchera offertagli dalla padrona di casa—ecco…. se mi permettesse….

—Che cosa?

—Dovendo finire quella traduzione…

—Ah, quella del libro tedesco?… Ci tiene proprio a finirla lei?

—Sì, professore, le confesso che sarebbe per me un gran dispiacere che altri vi mettesse le mani….

—Se le sta a cuore davvero, faccia come crede…

Bardelli vuotò in fretta la chicchera e si alzò.

—Grazie… Allora vado… La signora Diana mi scusa…

—Io?… S'immagini… Piuttosto non s'ammazzi per lavorare….
Alberto, hai un assoluto bisogno di quella traduzione per domattina?

—Ma no… Quello di cui ho bisogno è il libro… Ho già detto a
Bardelli che la traduzione posso farla fare a Roma da Quinzani.

Ancora Quinzani! Tre volte Alberto Varedo lo aveva nominato nel corso di quella sera, e ogni volta Bardelli ne aveva risentito una impressione oscuramente penosa.

—Alle 8.55 sarò alla stazione col manoscritto—egli disse prendendo commiato.

Dopo ch'egli ebbe rinchiuso l'uscio dietro di sè, Diana si rivolse a suo marito.

—Povero Bardelli! Lo appoggerai al primo concorso.

Varedo sorrise.—Oh i ragionamenti delle donne! Perchè ci è devoto, perchè ci è affezionato…. del resto anche noi gli usiamo molte attenzioni… deve aver i titoli per vincere un concorso universitario…

—Ma li ha, i titoli.

—Può darsi…. Bada però che non è mica un'aquila.

Diana sbarrò tanto d'occhi.

—Se lo lodavi sempre?

—È un bravo giovine, è un giovine colto, studioso, ma non è un'aquila… E poi prometteva di più di quello che non ha mantenuto.

Diana non soggiunse verbo:—Bardelli è un debole e un sentimentale—ella pensava.—Sarà schiacciato dai forti.

X.

Nella bottega dell'orefice.

Era una domenica di luglio e stava per sonare il mezzogiorno. Uno dei garzoni si avvicinò al padrone e chiese:—Si deve chiudere?

—Chiudete pure—rispose Girolamo Bardelli.

Una signora vestita a bruno, ch'era in compagnia d'un fanciullo fra i sei e sett'anni e ritta dinanzi al banco chiacchierava confidenzialmente con l'orefice, esclamò:—Diamine! È così tardi?… Vado, vado… Su, Pinotto…

—Eh, non c'è fretta, signora Merlini—disse Bardelli.—Prima di tutto a chiudere ci vogliono dieci minuti… Poi si può uscire per la porticina di dietro: e in fine si può anche restare, perchè io resto.

Pronunziate queste parole, Girolamo Bardelli diventò rosso come un papavero, perch'egli era timidissimo col bel sesso, e una proposizione siffatta gli pareva il colmo dell'audacia, quantunque dovesse capire che la presenza di Pinotto era una salvaguardia contro tutti i pericoli.

La signora Merlini sorrise maliziosamente.—Eh, signor Bardelli, che direbbe il mondo?… No, no, me ne vado… E siamo intesi… Occorrendo, posso fare assegnamento su lei per la stima di quei pochi oggetti…

—Ma per qualunque cosa, si figuri…

—Già se non potessi proprio fare a meno di venderli, verrei qui…
Lei non è uno speculatore, è un amico….

—Questo sì, ma speriamo che non abbia bisogno…

—Eh, una povera vedova con un figliuolo da educare, non si sa mai… Una gran brutta condizione, caro signor Bardelli, quella d'una vedova che sia ancora abbastanza giovine e che voglia restar ligia al proprio dovere… Se non è un mostro—e la signora Merlini ebbe un gesto che significava: «Io non sono tale;»—se non è un mostro, degli appoggi ne trova in quantità; ma a qual prezzo?

Questa volta l'orefice arrossì per conto della signora Merlini e balbettò:—Pur troppo gli uomini sono raramente disinteressati.

Ella lo interruppe.—Ce ne sono però; siamo giusti. Ce ne sono e ne conosco anch'io… molto da vicino….

Così dicendo, la vedova porse al signor Girolamo una mano bianca e grassottella ch'egli prese con delicatezza in una delle sue, mentre con l'altra accarezzava i capelli di Pinotto.

La signora Merlini puntò sul banco tutti e due i gomiti e chinandosi verso Bardelli sussurrò a bassa voce:—C'è una cosa ch'io non riuscirò mai ad intendere.

—Ed è?

—Perchè gli uomini migliori non si facciano una famiglia.

La onesta curiosità della signora Merlini rimase inappagata, perchè giusto in quel momento due persone irruppero nella bottega che i garzoni non avevano ancora finito di chiudere. Era la signora Marianna Bardelli in compagnia del figliuolo Eugenio.

—Scappo—disse la vedova ripigliando la posizione verticale. E soggiunse in un soffio:—Stasera alle nove conduco Pinotto a prendere una boccata d'aria al Valentino.

Indi, voltandosi verso i nuovi arrivati.—Buon giorno, signora Bardelli, come sta? Buon giorno professore… Pinotto, da bravo, levati il berretto. Questi ragazzi non imparano mai la creanza.

Scambiati i saluti, la signora Merlini uscì rapidamente, tenendo a mano il figliuolo.

La signora Bardelli la seguì con uno sguardo sospettoso e malevole.—Che civetta!

—Oh Dio—obbiettò l'orefice.—Non vedo…

—Civetta sopraffina—ribadì la madre.—E come si dipinge gli occhi!

—Non mi pare…

—Tu non te ne intendi, caro mio… E bazzica molto in questa bottega, la signora…. Grandi affari, ha…

—Desidera ch'io le stimi degli oggetti d'oro…

—Uhm!… Son donne da starne lontani le mille miglia…. Basta, spero bene che non cascherai nella rete…

—Oh mamma, che idee!—E mutando discorso, domandò:—Hai da parlarmi?… Anche tu, Eugenio?

A un cenno affermativo degli interrogati, egli si rivolse ai garzoni:—Andatevene pure e date i catenacci anche per di fuori… Io uscirò dalla porticina di dietro, e chiuderò a chiave da tutte e due le parti.

Quando non ci fu più nessun estraneo, Girolamo Bardelli precedette sua madre e suo fratello nella retrobottega ove spirava un po' d'aria, li fece sedere e disse:—Che cera scura avete! Ci son dei guai?

—Pur troppo—sospirò Eugenio.

La signora Marianna gli diede sulla voce—Oh, lui esagera sempre.
Certo ch'è una cosa sgradevole.

—Ma spiegatevi, in nome del cielo—insistè Girolamo.

Eugenio tirò fuori una lettera dalla tasca del soprabito, e la consegnò a suo fratello.—Leggi: è del professore Varedo.

Con molte circonlocuzioni, Alberto Varedo scriveva da Roma a Bardelli ch'era dispiacentissimo di non poter conservargli il posto di assistente che egli occupava già da due anni. Questi posti destinati a essere un utile tirocinio pei giovani aspiranti all'insegnamento non erano mai dati a perpetuità allo stesso individuo; anzi molti professori ad ogni nuovo anno scolastico prendevano un assistente nuovo. Egli, Varedo, aveva resistito fino allora alle molte sollecitazioni che gli venivano fatte, e se adesso aveva ceduto non era certo per mancanza di stima e d'affezione verso Bardelli alla cui opera efficace si onorava di render giustizia; era soltanto per non incorrer nell'accusa di favoritismo. Sperava che questa deliberazione non sarebbe stata presa in mala parte dal suo valido collaboratore col quale egli si riprometteva di mantenere intatti i rapporti di amicizia personale e di fratellanza scientifica.

—È una bella lettera, non si può negarlo, una lettera che si potrebbe metter in cornice come qualunque diploma—osservò la signora Bardelli facendosi fresco col ventaglio.

L'orefice ripiegò il foglio, lo rimise nella busta e lo restituì a
Eugenio, dicendo:—Sì, la lettera è gentile, ma…

—Ma la conclusione si è che ho perduto il posto—continuò l'assistente.—Lo so benissimo che non son posti conferiti a perpetuità, e nemmeno io potevo pretendere di esercitar questo ufficio fino alla consumazione dei secoli. Aspettavo sempre che s'aprisse un concorso a qualche cattedra della mia materia o di materia affine… Quello che mi pesa di più è il modo…. Perchè il professore non m'ha detto niente l'ultima volta che ci siam visti? Perchè, volendo mutare, non ha scelto uno dei giovani usciti dalla nostra Università? Perchè mi dà per successore un certo Quinzani che ha fatto i suoi studi parte a Pisa, parte a Lipsia, e che qui non si conosce punto?…

—Nella lettera non c'è nessun nome—interruppe Girolamo.

—Quest'è il peggio… Il nome l'ho saputo all'Università a cui il professore Varedo l'ha comunicato per le formalità d'uso…. Quinzani! Una assoluta mediocrità che ha pubblicato una memoria insignificante di diritto internazionale… Ma è nipote d'un uomo politico…

La signora Bardelli che aveva la pretesa di esser una donna pratica e positiva rimise in carreggiata la discussione.

—Son chiacchiere vane… Sia uno o l'altro il successore, è lo stesso. L'essenziale è d'intendersi sul quid faciendum. Eugenio crede che ormai sia inutile qualunque passo per far recedere il professore Varedo dalla deliberazione presa.

—Inutilissimo.

—Sarà. A ogni modo è necessario rispondere. E poichè il professore mostra tanta amicizia, tanta deferenza, bisogna coglier la palla al balzo e sollecitare il suo appoggio in un prossimo concorso… Non ho ragione, Girolamo?

—Sì…. veramente—rispose il figliuolo maggiore….—Ma c'è questo concorso?

—Pare che il Ministero si deciderà ad aprirne uno a Bologna—disse
Eugenio Bardelli.

—Non c'è dubbio—ripigliò la signora Marianna con l'usato ottimismo—non c'è dubbio che il professore favorirà la tua nomina… È una specie d'obbligo morale per lui… Io però farei qualche cosa di più… Io senza perder tempo andrei a visitare la signora Diana, ch'è in villeggiatura sul Lago Maggiore fra Stresa e Belgirate, e la pregherei di patrocinar la mia causa… Quella è un angelo…

—Oh sì, sì—esclamò Eugenio con enfasi.—E m'ha anche invitato ad andarla a trovare… Gli è che non vorrei cascare in un giorno che ci fosse il professore.

—Perchè? Se ci fosse, meglio. Vi spieghereste a voce. Ma già ora è a
Roma… E poi ci s'informa.

Non ci volle molto a persuadere Eugenio Bardelli dell'opportunità di questa visita. Più ancora che del posto perduto egli si crucciava all'idea di non poter frequentare la casa Varedo con la solita intimità, e gli pareva mill'anni di assicurare la signora Diana che i suoi sentimenti per la famiglia erano inalterati, e che, assistente o no, egli era sempre al servizio di lei, del professore e di Bebè.

Adesso la loquace signora Bardelli venne al nocciolo della questione. Se Eugenio non aveva il posto, naturalmente egli non riscuoteva neanche lo stipendio.

L'orefice capì a volo.—Quant'era?

—Una miseria. Cento lire al mese—replicò la madre.—Ma gli bastano pel suo vestito, per i suoi libri, pe' suoi minuti piaceri… Un giovinotto non può star senza un centesimo in tasca… Se davo retta a lui, non te ne parlavo…

—No, proprio—disse Eugenio mortificato. Tu hai tutto il carico della casa sulle spalle.

Girolamo sorrise con bontà.—Non pensare a questo, oggi…. Tu avrai col tempo la tua brava cattedra e sarai indipendente. Frattanto per quel che occorre, son qua io.

Mentre Eugenio, commosso, si profondeva in ringraziamenti e la madre tributava i dovuti elogi alla bontà del suo primogenito sempre disposto ad aiutare i fratelli, Girolamo faceva tra sè e sè alcune giudiziose considerazioni.—Già io non ho inclinazione pel matrimonio, ma se pur ne avessi, sfido io a prender moglie fin che questi benedetti ragazzi non siano sistemati…. E la signora Merlini non capisce la ragione per cui certi uomini vivono scapoli…. Gliela spiegherò io la ragione, stasera, al Valentino.

—Girolamo!—riprese con qualche esitanza la signora Marianna.

Egli si scosse e credendo ch'ella volesse andarsene disse pronto:—Eccomi qua. Vi faccio uscire per la porticina…. Io rimango un paio d'orette sinchè ho finito un lavoro.

La signora Bardelli, impacciata contro il suo solito, accennò negativamente col capo.

—No…. Abbi pazienza… Dovrei dirti ancora qualche cosa….

—Oh Dio!… Altre disgrazie?

E l'orefice interrogò con lo sguardo Eugenio che teneva gli occhi fissi al suolo.

La madre intervenne pronta.—No, no, lui non c'entra.

—Paolo allora!… Ha da gettare dei nuovi quattrini nei suoi progetti colossali?

—Oh Girolamo—saltò su la vecchia signora in tuon di rimprovero.—Tu pure diffidi del genio di Paolo?… E sì che presto o tardi quello farà strabiliare il mondo.

Girolamo mise un sospirone.—Aspetta cavallo che l'erba cresca.

—Oh—ella seguitò con amarezza,—lo sa il povero Paolo, lo sa, che i primi a dubitare di lui sono i suoi fratelli… Meno male Eugenio che non ha l'obbligo d'intendersene d'arte. Ma tu…

—Io, mamma—rispose Girolamo—non son che un povero manuale innamorato degli antichi… L'arte moderna non la comprendo, ciò che non vuol dire ch'io non apprezzi l'ingegno di Paolo e che non gli auguri i maggiori trionfi…. Sentiamo, via, mamma, che cos'ha Paolo? Non hanno accettato il suo bozzetto a Monaco?

—Oh sì—ribattè la signora Marianna agitando furiosamente il ventaglio—vorrei vedere che non glielo avessero accettato… Il bozzetto non lo ha spedito lui all'ultimo momento perchè non finiva di piacergli… È coscienzioso, Paolo… Ma non si tratta di questo.

—Di che si tratta dunque?

—Ecco—principiò la vecchietta, e non c'era verso che trovasse la sua parlantina—ecco…. tu conosci la Gegia, quella che ha servito di modella a tuo fratello per la sua magnifica baccante?….

—Sì, la conosco di vista… Gira sempre sotto i portici.

—Girava…. Ora non più.

—Insomma—chiese Girolamo inquietissimo—che significa questo preambolo?

—Se ti riscaldi… disse la madre.

—No, sono calmo… Ma vorrei sapere…

—Or ora… Ecco… da circa un mese la Gegia vive con Paolo…

—È per questo ch'egli dorme nello studio, con la scusa d'esser pronto la mattina a lavorare?… E tu, mamma, eri a parte del segreto?

La signora Marianna si mise una mano al cuore.—Giuro che fino a oggi ero all'oscuro di tutto.

—Tu almeno Eugenio, sarai stato nelle confidenze…

—Io?… Neanche per sogno…

—Ma, in conclusione, se ha taciuto prima perchè parla adesso? Che c'entriamo noi con le sue sudicerie?… Gli artisti, pur troppo, in tutti i tempi hanno avuto di queste debolezze, ma è inutile che vengano a raccontarle in famiglia…. Pensi piuttosto a sbarazzarsene della sua Gegia, che già non avrà mica lo scrupolo di averla compromessa… O che si compromettono quelle donne?… Ah, spero di aver indovinato… Paolo ha bisogno di qualche centinaio di lire per liberarsi… Quanto, via…?… Glieli presterò io i denari… Me li restituirà con comodo… e se potrà… dopo la prima commissione…

Sempre più confusa, la signora Bardelli si guardava attentamente le unghie, tentennando la testa.

Girolamo perdette la pazienza.—Non è questo?… In nome di Dio, che cosa è?

La signora Marianna si decise a spifferar la verità intera.—È… è… che sembra vi siano delle conseguenze.

Vedendo che il figliuolo sgranava gli occhi, ella soggiunse timidamente:—Sembra… non si è ancora sicuri… magari non fosse!…

—E se fosse?—gridò l'orefice.

—Se fosse—rispose la madre—pensa quel che faresti tu.

—Ha intenzione di sposarla? Di sposar la Gegia?

—Mettiti nei suoi panni…

—Ah no, mamma—proruppe Girolamo, e la sua faccia ingiallita fuori dell'aria e del sole si colorava rapidamente e i suoi occhi smorti mandavano lampi—no ch'io non posso mettermi nei panni di mio fratello, perchè io non sarei stato tanto minchione da convivere con una baldracca a rischio ch'ella mi affibbiasse un figliuolo non mio…

—Oh Girolamo! Ma se tu avessi invece l'intima persuasione d'esser il padre?…

—Con la Gegia?… Figurati se l'avrei!… Se l'avessi?… Non so… forse riconoscerei la creatura, povero innocente, ma non farei certo la pazzia di sposare la madre… E in ogni caso, qualunque sproposito io commettessi, vorrei subirne io tutta la responsabilità e tutta la vergogna… Non proporrei alla mia mamma di accettar per nuora una Gegia; non domanderei a un fratello che lavora e suda da mattina a sera di far nuovi sacrifici per mantenere oltre a me anche la mia rispettabile consorte e il bimbo di cui mi fosse piaciuto assumere la paternità… Perchè—continuò Girolamo Bardelli animandosi sempre più—tutti i salmi finiscono in gloria, e se si ricorre a me non è per domandar consigli (o che sono in grado di darne io dei consigli alla gente ch'empirà l'Italia di capolavori?); è per aver quattrini.

—Ma Girolamo!—esclamò la signora Marianna congiungendo le palme. Non aveva mai visto il suo primogenito così acceso in volto, non aveva mai inteso da lui una simile sfuriata.

Egli s'accorse di aver passato il segno, si pentì d'aver tradito il malanimo dell'artista coscienzioso, disinteressato, modesto verso il sognatore spavaldo che vuol conquistare d'un sol colpo la gloria, e chinandosi sulla madre ne' cui occhi luccicavano due lacrimette, la baciò in fronte e le disse:—Perdona, mamma, qualche volta si perde la testa.

—Oh, sei stato ingiusto, molto ingiusto con Paolo—ella replicò poco opportunamente.

Ma l'orefice aveva ormai ricuperato il dominio di sè.—Paolo—egli soggiunse con calma—io l'ho aiutato, io seguiterò ad aiutarlo in tutto quanto si riferisce alla sua arte. Se non ha ancora avuto fortuna, pazienza. La fortuna e il merito non sono l'identica cosa… E se il suo ideale è diverso dal mio, non gliene faccio mica una colpa… Questo diglielo pure; glielo avrei detto io s'egli non avesse preferito d'incaricar te delle sue ambasciate… Ma circa al resto, circa ai suoi progetti di matrimonio… di quel matrimonio… non parlatemene più, chè tornerei ad andare in escandescenze.

Insistente per sua natura, e mortificata di non poter recare una migliore risposta al suo figliuolo prediletto, la signora Marianna era lì lì per replicare; ma Eugenio s'interpose.

—Basta per oggi, mamma… Ormai Girolamo sa quello che doveva sapere… Egli è così buono che possiamo fidarci interamente di lui… Non c'è pericolo ch'egli abbandoni nessuno della sua famiglia…

Girolamo protestò contro questo certificato di bontà che pareva un certificato di debolezza.

—Buono, buono… Non tre volte però…

E avrebbe forse ribadito le sue prime dichiarazioni se gli sguardi supplichevoli del fratello non lo avessero indotto a smettere.