WeRead Powered by ReaderPub
I coniugi Varedo cover

I coniugi Varedo

Chapter 12: XI.
Open in WeRead

About This Book

The narrative centers on a middle-class household where family members navigate courtship, reputation, and generational disagreements as a young woman becomes the object of a prospective suitor’s attentions. Intimate parlor conversations, visits, and public events such as lectures reveal contrasting attitudes about duty, social display, and female comportment; the mother’s caution, the uncle’s teasing, and the daughter’s pride shape a delicate negotiation of marriage and family expectations. Episodic scenes combine domestic detail with social observation, mapping subtle psychological tensions and polite maneuvering.

—Adesso, mamma, vi apro la porticina—ripigliò Girolamo.

—Anche di festa lavori?—sospirò la signora Marianna.

—-È necessario—egli disse. E dandole il braccio l'accompagnò fin sulla soglia.

Quand'ebbe richiusa la porta dietro a sua madre e a suo fratello Eugenio, egli s'avviò pian piano al suo banco, accese una lampada ad alcool, e tirò fuori da un cassetto una catenella d'oro di cui s'accinse a saldare le maglie con la stessa minuziosa sollecitudine con cui avrebbe cesellato una coppa o sfaccettato un diamante.

Nella bottega chiusa giungevano gli echi del giorno festivo, giungevano i canti dell'allegre brigate che andavano a passare il pomeriggio in campagna. Per Girolamo Bardelli non c'era vacanza; a lui non era lecito di bever un mezzo litro con gli amici; non gli era lecito di far la corte alle ragazze e meno che mai di avere una bella moglietta al suo fianco…. No, no, egli non si sarebbe recato quella sera al Valentino in cerca della signora Merlini; che le avrebbe detto? Che il suo dovere era di tirar la carretta per gli altri e di restar scapolo tutta la vita… come forse il dovere di suo fratello Paolo era quello di sposar la modella…?… Sono pur comiche le cose di questo mondo!

XI.

Effusioni epistolari.

I fiocchi bianchi scendevano lenti, assidui, silenziosi. Era come se una trina interminabile si svolgesse dal cielo verso la terra. Regnava intorno la gran quiete dei giorni di neve, in cui ogni tono si smorza, ogni eco si spegne, e perfin la voce umana sembra frenare i suoi scatti.

Nella camera da letto, seduta a un tavolino, Diana scriveva, interrompendosi di quando in quando per dare un'occhiata a Bebè che dormiva tranquilla nella sua cuna, con le manine ingiunte sul petto e i giocattoli sparsi sulle coperte.

Diana scriveva a sua madre.

—Non turbarti, mamma, se la mia lettera è triste. È una giornata fatta apposta per metter uggia addosso. Nevica incessantemente da stamattina, e chi sa per quanto nevicherà ancora… e siamo in principio dell'inverno… Voi altri forse avrete la pioggia, lo scirocco, l'alta marea… forse avrete il sole… Il nostro inverno veneziano è molto più mite e comincia molto più tardi. Ad ogni modo, se fossi accanto a te, nel tuo salottino, povera e cara mamma, come il tempo mi volerebbe! Te ne ricordi, mamma, di quegli anni in cui t'ero sempre attaccata alle gonnelle? Ti ricordi la rabbia di Miss Jeanne perchè volevo star con lei il meno possibile, ti ricordi le tue rampogne amorevoli per indurmi a esser più espansiva con l'istitutrice? Son passati quegli anni… tutto passa…. E anche se fossi rimasta con te sarei ora una vecchia zitella, malcontenta, brontolona, inacidita come la Olga Duranti… Eppure, non so, mi sembra che se fossi rimasta con te sarebbe stato meglio; mi pare che ci si farebbe buona compagnia e ch'io sarei ormai rassegnata a non maritarmi, ad avvizzire tranquillamente sul ramo come un frutto non côlto… Si sta tanto bene sul ramo!… È vero che non avrei Bebè!

«Così, per conciliar tutto, mi basterebbe che fossero ancora i bei giorni di Belgirate quando noi due, quasi sempre sole con Bebè, ci godevamo in pace il magnifico lago… Non son corsi che quattro mesi e mi pare un secolo, un secolo che non ti vedo mamma; come mi pare un'eternità, a pensarci, il tempo che dovrò stare senza vederti.

«Ecco, mamma, lo sento, ti dò un dolore tenendo questo linguaggio. Sei tanto buona che tu preferiresti, non già ch'io ti dimenticassi (son cose da dirsi queste?) ma che ti desiderassi meno, che le mie lettere non fossero che variazioni sopra un identico tema. Sono felice, sono felice!… Io avrei ben l'obbligo di esser tale perchè il mio matrimonio l'ho fatto io con quell'ostinazione ch'è una delle mie prerogative!

«Comunque sia, dinanzi alle disgrazie vere che ci sono nel mondo, ho torto a lagnarmi, e probabilmente lo spleen di oggi deriva dal cielo grigio e dall'indisposizione di Bebè… Non te lo avevo detto ancora che Bebè è indisposta, o, piuttosto, è stata indisposta? Ha avuto due febbricciattole reumatiche di nessuna importanza, ma che mi avevano messo in un orgasmo! Ora è senza febbre, ma la tengo a letto per precauzione. Mentre scrivo, ella dorme tranquilla, e io, alzando gli occhi dalla carta, vedo il suo visino affilato dalla breve malattia, vedo le sue manine rosee che spiccano sulla coperta bianca… Caro, caro angiolo! Se non avessi lei!… Com'è buona, com'è docile e ubbidiente, come ha preso la medicina che le fu ordinata dal dottore, una piccola dose di citrato e magnesia! Hai ragione tu, è una bimba che non somiglia a nessun'altra.

«Alberto, per miracolo, è a Roma, e non sarà qui che verso Natale quando la Camera andrà in vacanza. Ci scriviamo un giorno sì e un giorno no; ma che lettere fredde! Io gli parlo di Bebè, egli appena mi risponde e mi parla invece di politica; mi dà notizie del Ministero, il suo incubo!… Non casca mai questo benedetto Ministero… o non sanno farlo cascare. Due occasioni, secondo Alberto, due occasioni di rovesciarlo si son perdute per irresolutezza, per accidia dei capi dell'opposizione. Così Alberto se la prende anche coi suoi amici che si mostrano impari alle circostanze.

«Io, qualche volta, tanto per farla finita, vorrei che succedesse questa famosissima crisi e che vedessimo i successori alla prova. Per farla finita, proprio per questo soltanto, non per fede ch'io abbia negli uomini nuovi. Non l'ho più la fede. L'aveva nei primi mesi del mio matrimonio, quando credevo che Alberto non vagheggiasse la deputazione che per amore di patria, per sete di giustizia e di verità. Oggi son convinta che quello a cui si mira è di sopraffarsi a vicenda, e che le frasi ridondanti e sonore non servono che a mascherare le ambizioni piccine. E come sono obliosi questi signori! Varedo per esempio non rammenta più che i medesimi individui sono stati a vicenda esaltati e vituperati da lui, a seconda che hanno o lusingata o ferita la sua vanità. Ma guai a rilevare queste perpetue contraddizioni! A provarmici un giorno mi sono attirata addosso una risciacquata di capo! Con l'acredine di chi sa d'aver torto e non vuol riconoscerlo, Alberto mi disse che le donne non capiscono nulla, che, mancando esse di logica, tacciano d'incoerenza le più naturali evoluzioni dello spirito, e, mancando di profondità, non sanno intendere i motivi che possono determinare delle mutazioni di giudizi su persone e su cose… Niente meno!

«Dunque acqua in bocca. Perchè in quanto a far la parte compiacente dell'eco, ah questo no… Saremo creature inferiori, noi povere donne (così affermano i nostri padroni) saremo frivole, leggere; ma la nostra personalità l'abbiamo noi pure, abbiamo un criterio, una coscienza nostra che non possiamo, che non dobbiamo lasciar soffocare. Non ch'io non intenda quello che c'è di alto e fecondo nella fusione di due cuori, di due anime, di due intelligenze… Era questo anzi il mio sogno. Fondersi come si fondono il rame e lo stagno per formare un metallo più nobile e più resistente, il bronzo: ecco l'ideale. Ove si tratti invece di non esser che la lega bassa e spregiata che serve a mantener la coesione delle particelle d'oro e d'argento e si perde in esse, io mi ribello con tutte le mie forze.

«Già, lo riconosco lealmente, una vera e propria comunione spirituale è tanto difficile. Talvolta nelle prime ebbrezze dell'amore noi crediamo che il miracolo si sia operato. Quale ingenuità! Gli è che l'amore agisce sopra di noi come un anestetico; addormenta le nostre suscettività nei nostri rapporti con l'essere amato; quando ci si sveglia, e ci si sveglia di certo, allora si notano i solchi e le lividure che il passaggio d'un estraneo ha lasciato in noi. Per toccare un'anima senza ferirla occorre maggiore abilità che non occorra al chirurgo per penetrare in un corpo col bisturi senza lederne gli organi vitali. Ci riusciranno forse i semplici di cuore; non mai gli uomini illustri, siano uomini di studio o d'azione. Che mai vedono costoro fuori di sè, fuori della meta che si son prefissi?

«Tu cascherai dalle nuvole! Non riconoscerai più la tua figliuola educata al rispetto, alla disciplina, alla religione del dovere! Eh, mamma, noi siamo un oggetto di costante maraviglia a noi stesse. La vita mi sembra uno di quei calendari ove non si può leggere la pagina di sotto se non si strappa la pagina che sta sopra; con questa gran differenza che nei calendari si sa sempre che giorno succede al giorno in cui siamo; nella vita non si sa mai che cosa ci serba il domani e che cosa noi saremo domani.

«Oimè, una scampanellata!… Chi può essere, con questo tempo?

. . . . . . . . . . . . . . .

«Ho dovuto interrompere la lettera per la visita della signora Marianna Bardelli venuta, povera vecchietta, in mezzo alla neve per sentir notizie di Bebè. Quante me ne ha contate! È piena di fede, di energia, di vivacità, ma ha le sue tribolazioni anche lei. Il suo Eugenio, quello che hai visto a Belgirate, lavora per prepararsi al famoso concorso di Bologna che il Governo si è finalmente deciso a bandire, ma intanto non ha nessuna occupazione retribuita, perchè, come sai, le mie sollecitazioni in favor suo presso Alberto non approdarono a nulla. Il figliuolo scultore accumula nello studio le statue che non vende e s'impunta a voler sposare una modella, nonostante l'opposizione del fratello orefice, il quale, alla sua volta, è aizzato da una vedova inframmettente che cercherebbe di accalappiarlo per sè. E capisco che il possibile matrimonio del suo primogenito con la vedova spaventa la signora Marianna assai più di quello dello scultore con la modella.

Ma sono argomenti che non possono interessarti, perchè, dal mio professorino in fuori, non conosci alcuno della famiglia Bardelli. Il mio professorino buono, ingenuo, entusiasta, quello sì ha conquistato anche te, e son sicura che saresti contenta di saperlo a posto. Io temo invece che, appunto per la sua eccessiva bontà e credulità, egli si vedrà soverchiato da altri che valgono meno di lui. Quando, dopo ciò ch'è successo, lo vedo così fiducioso nell'appoggio di mio marito, rabbrividisco al pensiero dei disinganni che gli si preparano. Peggio poi quando lo sento vantarmi le belle qualità del suo successore Quinzani, una volpe fina che lo sfrutta lisciandolo. In principio, Bardelli guardava con sospetto questo nuovo venuto, non perchè gli serbasse rancore dell'averlo snidato dall'Università, ma perchè temeva, povero grullo, che colui cercasse di soppiantarlo anche presso di me e della bimba. Ci voleva proprio Bardelli per supporre che un giovinotto elegante qual è Quinzani, giunto qui con lettere di raccomandazione per la highlife torinese, perdesse il suo tempo con noi altri due. Quinzani, compitissimo, fa alla moglie del suo professore una visita al mese, manda ogni tanto a Bebè una scatola di dolci di Baratti e Milano, e lascia a Bardelli il gradito ufficio di mettersi a disposizione mia e di giocar con mia figlia. Allorchè Alberto è a Torino, egli viene in casa più spesso, ma io non lo vedo o lo vedo appena, e Bebè nemmeno si accorge della sua presenza. Rassicurato su questo punto, Bardelli gli si è fatto amico, lo scusa, lo giustifica, lo loda perfino. Non è un ingegno originale, questo no, ma è uno che sa il conto suo, ed è un lavoratore indefesso, che ama parlar di studi, provoca le obbiezioni, e, se le trova giuste, le accetta con gratitudine.—Badi a me Bardelli—dico io—badi a me; Quinzani si adornerà delle sue penne e finirà coll'arrivare in porto prima di lei.—Ma quel buon uomo, già te lo immagini, protesta energicamente contro le mie parole e sostiene che gli studiosi devono aiutarsi a vicenda e che quando uno ci espone un dubbio o ci chiede un consiglio non è lecito rispondere con un rifiuto.

«Oh mamma, che lettera ti scrivo! I foglietti si ammucchiano sul tavolino proprio come i fiocchi di neve sul davanzale della mia finestra. E non ho terminato e penso di dedicare a te anche una parte della sera ch'è già cominciata… e non sono ancora le 4!

«La bimba è svegliata e guarda me, e guarda il lume, e mi chiama di tratto in tratto:—Mamma! Mamma!… Non è insistente però, non è noiosa; basta ch'io m'avvicini un momento, che l'accarezzi, ella si cheta subito. E quando le dico:—Scrivo alla nonna. Che cosa mandi alla nonna?—ella che capisce a volo, che capisce tutto, risponde:—Baci.—E con che enfasi pronuncia quella parola baci! Pare che ci metta due ci… Sta benino Bebè e se domani fosse una giornata migliore l'alzerei. Ma c'è poco da sperare. Nevica sempre, nevica più fitto di prima, e non mi stupirei che si dovesse starsene tappate in casa per una settimana. Pazienza! Ce la conteremo con Bebè.

«Io poi mi son rimessa a leggere. E dacchè son discesa di grado e non faccio più la segretaria, nè ho da ingolfarmi nei trattati di sociologia mi sfogo coi libri di letteratura amena. Alberto non ne compra, e mi rimprovera se ne compro io col mio budget particolare, ma io sono abbonata a una biblioteca circolante, e ho inoltre una fornitrice generosissima nella signora Erminia Sali, nata Frigidi, vedova Maranzi, vedova Silveri. Il suo presente marito, professore di filologia comparata, non ha che opere noiose, ma i due mariti precedenti avevano una passione matta per i romanzi, e fra l'uno e l'altro ne raccolsero parecchie centinaia che la moglie ereditò. Io attingo a piene mani in questa grazia di Dio, e così mi metto al corrente e faccio intima conoscenza con quegli autori che le mamme savie non permettono alle loro figliuole. Ho divorato quasi tutto Zola, e Guy de Maupassant, e Bourget… Non aver paura, mamma, che le letture mi corrompano. Credo di non esser nè sentimentale, nè sensuale, e l'adulterio, in qualunque salsa lo condiscano, è una vivanda ripugnante al mio stomaco. Aggiungi che appena alzo il naso dai libri immorali, non vedo che manoscritti e riviste e volumi stillanti austera virtù. Basterebbe il primo tomo, testè uscito, dell'opera di Alberto: Le basi del dovere. Come vuoi che caschi, o scappucci, una donna seduta sulle basi del dovere?

«Sai piuttosto una cosa? Non dirlo a nessuno, ma ho scovato uno de' miei vecchi quaderni, ho scorso un bozzetto di dieci anni fa e, modestia a parte, mi è sembrato che, forse, qualche qualità di scrittrice l'avrei avuta. E oggi, con un po' più d'esperienza del mondo, che gusto sarebbe per me il poter ritrar le macchiette che mi passano innanzi e il dar forma letteraria alle commedie di cui sono spettatrice! Ma ho lasciato irrugginire le mie attitudini artistiche, se pure ne avevo, e temo che, se mi mettessi alla prova, mi preparerei amare delusioni.

«E ora, mamma, imita il mio esempio. Scrivimi a lungo (non come ti ho scritto io, chè sarebbe importi una troppa grave fatica) ma scrivimi meno brevemente delle ultime volte, e narrami delle tue serate e parlami, oltre che di te, di tutti gli amici. Parlami anche di quel cattivo dello zio Gustavo che non mi manda mai una riga, che non vuol vedermi, che ha fatto fare da un altro in vece sua un'ispezione per conto della sua Compagnia d'Assicurazioni all'Agenzia di Torino. L'ho saputo in modo positivo e ne son rimasta così male! Che lo zio non voglia incontrarsi con Alberto, pazienza. Gli sarebbe stato facile scegliere uno dei momenti (son tanti quei momenti!) in cui Alberto era a Roma, e da me poteva ben venire. Così puntiglioso non lo credevo. Ammesso pure che il puritanismo di mio marito sia esagerato, o che lo zio pretende che gli si chieda perdono in ginocchio per non aver approvato la sua tresca con l'Adelaide Nocera? Fin lì non ci arrivo neanch'io, quantunque veda le cose in un modo assai diverso da quello che le vedevo una volta, tutto ciò che posso fare è di conceder le attenuanti all'Adelaide ed a lui. Sento adesso che l'Adelaide è in procinto di rimaner vedova. Che, avverrà dopo? Lo zio la sposerà?

«Diglielo tu intanto allo zio che io gli voglio sempre bene, digli che gli sono riconoscente della compagnia che ti fa. Come vorrei ringraziarli tutti quelli che fanno compagnia alla mia mamma!… Povera mamma! La tua figliuola è così lontana, e in Febbraio sarà più lontana ancora, perchè Alberto sembra ormai deciso di condurci a Roma per un paio di mesi. Questo non sarebbe che un esperimento; in avvenire, s'egli abbrancasse il sottosegretariato o semplicemente ottenesse il trasloco all'Università della capitale, converrebbe addirittura mutar domicilio. È un'idea, te lo confesso, che mi sgomenta. La distanza che ci separa sarebbe accresciuta di duecento chilometri. E, inoltre, chi sa come mi troverei in quella baraonda? Chi sa se il soggiorno sarebbe propizio alla bimba?

«Non crucciamoci prima del tempo. Consoliamoci invece col pensiero che passeremo insieme anche l'estate prossima, o di nuovo sul lago, o a Venezia.

«E qui, proprio, metto il punto fermo. Non è una lettera questa; è un pacco postale, che affiderò di qui a qualche ora all'immancabile Bardelli…. Bebè, Bebè, che cosa devo mandare alla nonna? Baci…. Ecco ha risposto baci e non credo di poter finir meglio che con questa parola. Tanti baci anche da me, mammina, cara.

                                   La tua
                                    DIANA.

XII.

A Roma.

L'onorevole Varedo, lasciata la sua solita camera all'Albergo di Santa Chiara, aveva fissato per un trimestre, per sè e la famiglia, un quartierino ammobigliato in vicinanza di Piazza del Panteon. Ivi Diana era venuta a raggiungerlo verso la metà di febbraio, portando seco Bebè, l'Irene e un'altra donna di servizio, la Lisa, che faceva da cameriera e da cuoca.

Nel piano di sotto abitavano i padroni di casa, certi Feana, oriundi piemontesi, moglie e tre figliuoli, più una vedova sulla quarantina, che il signor Giacinto Feana chiamava sempre la cognata sofferente. Il signor Giacinto era un uomo di svariate attitudini; sonava l'oboe in orchestra, scriveva epigrafi per le tombe e versi giocosi per le scatole di fiammiferi, dava lezioni di francese applicato alla profumeria a due garzoni di parrucchiere, e faceva a ore perse il regio impiegato presso il Ministero d'agricoltura, industria e commercio. Ma tutti i ritagli di tempo che gli restavano liberi egli li consacrava alla cognata sofferente, al cui lutto profondo egli partecipava con discrezione, portando un velo nero intorno al braccio; ciò che gli permetteva di conciliare il dolore e la economia. La sofferente, che dal defunto consorte aveva ereditato un buon gruzzolo di quattrini, era stata una manna del cielo per i Feana i quali, nonostante l'ingegno versatile del signor Giacinto, avevano menato fino allora una vita piena di tribolazioni. Invece, rimasta vedova quella povera signora, i parenti erano riusciti a persuaderla che la solitudine non le conveniva e ch'ella non aveva da far nulla di meglio che riunirsi alla sorella, al cognato e ai nipoti. Presa quindi una casa grande, di cui si subaffittava ammobigliata una parte, si era assegnata alla signora Daria (così si chiamava) la camera migliore coi migliori mobili (è vero che se li era portati con sè) e non le si lasciava mancar nulla di nulla. Buona tavola, buon servizio, passeggiate igieniche a piedi o in carrozza, la sua brava partita la sera, la sua conversazioncella con gente seria, matura, coniugata, senza fisime pel capo. La sofferente doveva essere difesa tanto dalle correnti d'aria quanto dalle correnti matrimoniali.

Desiderosi d'ingraziarsi un uomo autorevole come Varedo, i Feana si misero subito a disposizione di Diana, che per le occupazioni di Alberto restava sola la maggior parte della giornata. Comandasse liberamente, in qualunque cosa potesse occorrerle; scendesse da loro di mattina, di sera, senza cerimonie, ogni volta che desiderava avere qualche notizia o scambiar qualche parola. O se preferiva che salissero essi da lei non aveva che da chiamarli; o l'una o l'altra delle sorelle, o tutt'e due insieme sarebbero venute col loro lavoro. Così, pure approfittando con parsimonia delle larghissime offerte, Diana era entrata presto nelle confidenze de' suoi padroni di casa. L'enciclopedico signor Giacinto le parlava delle sue cure di pater familias, della responsabilità che si era assunta col tener presso di sè la cognata, dei pensieri che gli dava l'educazione dei figliuoli, e veniva pian piano a discorrere degli organici del Ministero ove c'erano favoritismi indegni che l'onorevole conosceva sicuramente ma ch'era vano sperar di togliere fin che non cambiassero gli uomini al Governo. In quanto a lui, non era che un povero travet, e gli conveniva usar prudenza. Non aveva che un unico modo di protestar contro gli abusi; ed era quello di andar all'ufficio meno che fosse possibile.

Anche la signora Amalia Feana s'apriva volentieri con la Varedo circa alle inquietudini da lei provate per la sorella ch'era una testa debole, e se non la guidavano, sarebbe stata capace di qualche corbelleria. E sì che a quarantacinqu'anni (gliene cresceva quattro) e dopo quello che aveva patito avrebbe avuto l'obbligo di ringraziare il Signore che le permetteva di godersi in pace quel po' di ben di Dio che l'era rimasto. Manco male che c'era chi stava in guardia.—E poi—soggiungeva la signora Amalia nei momenti di maggiore espansione—non abbiamo l'obbligo di cercare, mio marito ed io, che i nostri figliuoli i quali son pieni d'attenzione per la zia, non siano defraudati in favore d'un estraneo di ciò che può spettar loro in futuro?

Diana se la cavava con monosillabi, senza scandalizzarsi troppo di questa curiosa interpretazione del dovere… Non si scandalizzava più, ormai.

Con la stessa mite ironia ella stava ad ascoltare gli sfoghi della sofferente, se questa riusciva a coglierla sola. Volevano farla passare per malata (in verità non ne aveva l'aspetto, bianca rosea e grassa com'era) volevano tenerla sotto una campana… tutto per paura ch'ella riprendesse marito. Ella non aveva nessun proposito deliberato di passare a seconde nozze; ma, in fin dei conti, una donna a trentasei anni (se ne calava cinque) non può mica imporre al suo cuore di non batter più… E ad illustrare questa dichiarazione il cuore della sofferente emetteva un sospiro che gonfiandole il seno voluminoso faceva scricchiolar le balene del busto. Un altro sospiro le strappava il ricordo di una sua bambina mortale a trenta giorni e che adesso sarebbe stata quasi una ragazza da marito… Ma! Se quella benedetta fosse vissuta, ella, dopo la sua vedovanza, si sarebbe ben guardata dall'accettare le offerte di suo cognato e di sua sorella.

Così ragionava la signora Daria, quando non c'erano testimonî; ma in presenza dei Feana ella ripigliava la sua maschera d'impassibilità, il suo sorriso languido di donna grassa ed apatica, a cui pesa ogni fatica del corpo e dello spirito. Discorreva poco, stava lunghe ore in ozio, sonnecchiando in una poltrona.

C'era al terzo piano, un'altra inquilina con la quale Diana Varedo non tardò a far conoscenza. Era costei una pittrice inglese, da parecchi anni stabilita in Italia, Miss Olivia Harrison, d'età incerta, intrepidamente brutta come le inglesi sogliono essere quando non sono bellissime, schietta di modi, originale di carattere e d'ingegno. Amava il nostro paese come pochi di noi lo amano; parlava, forse, in virtù del suo lungo soggiorno in Toscana, un italiano, se non fluido, corretto e preciso, cercando talvolta la frase, trovandola sempre.

Miss Olivia concepì una schietta simpatia per la Varedo fin dalla prima volta che la vide. Indovinò in lei una donna non volgare, e, ciò che più la interessava, una personalità non ancora ben sicura di sè, ma vagamente desiderosa di affermarsi e di svolgersi. Ella pure, Miss Olivia, era stata una ribelle; nella sua passione per l'arte, nella sua smania d'indipendenza, aveva abbandonato la famiglia e la patria, e mentre avrebbe potuto goder tutti gli agi nella casa paterna preferiva di viver meschinamente del suo lavoro peregrinando in paesi stranieri. Perchè c'era questo di singolare; che malgrado il suo ingegno, la sua coltura, il suo finissimo senso estetico, ella non era che un'artista mediocre. E sapeva di esser tale, e vi si rassegnava con dignità, e non attribuiva all'ingiustizie del mondo la sua scarsa fortuna. Non però accettava la sentenza che vieta ai mediocri i campi dell'arte.—Sciocchezze!—ella diceva.—Ognuno faccia lealmente ciò a cui le sue inclinazioni lo portano. Se non riesce, non è colpa sua. Riuscirebbe ancora peggio nel resto. Io sono una cattiva pittrice. Pazienza. Sarei stata una pessima maestra di scuola, una pessima sarta, una pessima contabile, una pessima impiegata ai telegrafi. Così almeno respiro l'aria che si confà ai miei polmoni, m'inebrio delle visioni che si confanno ai miei occhi. Se copio male una Madonna di Raffaello o del Perugino, ho almeno il conforto d'aver tentato di penetrare nell'anima di quei due sommi; se non posso rendere ne' miei acquarelli la maestà della campagna romana ho la gioia religiosa e profonda d'interrogare, ammirando, quegli orizzonti e quelle rovine. Vivere con sincerità, ecco l'essenziale. Non lasciarsi traviare dall'ambizione o dal tornaconto, adattarsi a essere oscuri, incompresi, derisi, pur di seguir docilmente gl'impulsi dell'anima, ecco il dovere d'ogni creatura che si rispetta.

Date queste idee, è facile immaginarsi come Miss Harrison incoraggiasse la Varedo a coltivar le sue attitudini letterarie. Diana gliene aveva parlato per celia, ma ella, l'Inglese, aveva preso subito la cosa con la serietà della sua razza, e non si stancava di eccitarla a tentare la prova, magari coprendo i suoi primi saggi col velo dell'anonimo. Carlo Dickens aveva cominciato così: Maria Evans era rimasta nascosta per un pezzo dietro il nome di battaglia di George Eliot.

—Ha un bel dire, lei—rispondeva Diana ridendo.—Lei non ha marito, non ha figliuoli.

Miss Harrison, alla quale non isfuggiva la gravità dell'obbiezione, tentennava la testa. Era un arduo problema che, per conto suo, ell'aveva risoluto negativamente. La famiglia tende a sminuire l'individuo; ella, nella sua smania sfrenata d'indipendenza, aveva fatto a meno della famiglia. Lo capiva bene che l'esempio non poteva trovare molti imitatori e non disconosceva i pregi d'una istituzione accettata da tutti i popoli civili. Ma per lei non era virtù quella di sacrificare interamente sè stessi all'esigenze tiranniche di un ente collettivo; era una rinunzia pusillanime degna di spiriti piccini.

Le due donne discutevano non intendendosi che a mezzo; tuttavia Diana sentiva che, in fondo, ella era d'accordo con Miss Olivia in molti più punti che non avrebbe voluto. Anche visitando Roma (vista una sola volta nella confusione del viaggio di nozze) sia che Alberto, con uno sforzo meritorio, consentisse ad accompagnarla in rapida corsa, sia che le facesse da guida Miss Harrison o qualche conoscente presentatole da suo marito, sia che fosse sola soletta col suo Baedeker, ella notava una profonda diversità fra le impressioni e l'emozioni provate adesso e quelle di pochi anni addietro. Allora ell'accettava facilmente le opinioni fatte, oggi aveva una ripugnanza invincibile ad accogliere i giudizi che udiva pronunziare intorno a sè o leggeva stampati nei libri. Le accadeva di rimaner fredda dinanzi a vantati capolavori e d'esser colpita invece da ciò che la sua Guida e i suoi ciceroni non degnavano menzionare, e di fantasticarvi su a lungo, indifferente a tutto il resto, e poco curandosi se altri interpretavano a rovescio la sua aria distratta. Una notte non dormì avendo sempre negli occhi un ritratto femminile d'una galleria privata sotto cui era scritto: Ignota d'ignoto. C'era tanta dolcezza nel viso di quella donna sconosciuta, morta da' secoli; c'era tanta passione, tanta pietà, tanto amore nel suo sguardo. Pietà, amore per chi? Forse per l'uomo, sconosciuto anch'egli, che la ritraeva?

Pur le Gallerie ed i Musei non esercitavano la maggiore attrattiva su Diana. Già le pareva una pretensione assurda quella di gustare i grandi maestri fermandosi pochi minuti dinanzi alle loro opere. D'altra parte, se stava troppe ore lontana da Bebè (e naturalmente ai Musei non poteva condurla) le si metteva addosso una tale inquietudine da toglierle la serenità necessaria alla contemplazione artistica. Ciò ch'ella preferiva era di girellare per la città in compagnia dell'Irene che non le dava disturbo e della bimba che pareva divertirsi un mondo in queste gite all'aperto. Di rado prendeva il fiacre; andava spesso a piedi, talora in tram o in omnibus, sostando di preferenza nelle vicinanze del Foro Romano o del Colosseo; o, spingendosi oltre il Tevere, scendeva a San Pietro, saliva al Gianicolo, si fermava a contemplare da San Pietro in Montorio il panorama di Roma. Dinanzi al grande spettacolo il sangue le correva più rapido nelle vene, s'agitavano nella sua mente i forti e virili pensieri, seppellendo in un oblìo momentaneo le sue piccole cure, i suoi piccoli crucci, il piccolo dramma della sua esistenza sciupata.

Quasi tutto il giorno ella viveva nella Roma del passato; gli echi della Roma contemporanea giungevano al suo orecchio la sera. Alberto arrivava a pranzo carico di gazzette, vibrante ancora dei dibattiti appassionati della Camera, degli uffici, dei corridoi, a vicenda sfiduciato e baldanzoso, secondo che le sorti del Ministero abborrito parevano più sicure o più vacillanti. A Torino era taciturno; qui alla capitale la vicinanza del campo di battaglia lo rendeva loquace. Checchè pensasse di Diana, comunque giudicasse lo scarso interesse ch'ella prendeva alle aspirazioni ambiziose di lui, egli, quasi avesse bisogno a ogni costo d'un uditorio, continuava con sua moglie i discorsi interrotti con gli amici e con gli avversari politici, le parlava delle prossime discussioni, dei prossimi voti, trinciava giudizi su uomini e cose. Non erano momenti lieti per l'Italia; il disagio economico si faceva sentire in tutte le classi sociali e in tutte le parti della penisola; la gravezza dei balzelli, la scarsità dei raccolti, la rovina di molte industrie esacerbavano gli animi, alimentavano le inquietudini per l'avvenire. Di là dal mare i nostri possessi d'Affrica apparivano sempre come un formidabile enigma, e benchè non vi fosse guerra aperta inghiottivano vite e danari. Ma peggio della miseria interna, peggio dell'Affrica, era la corruzione che dilagava, era la quotidiana rivelazione d'abusi, di scandali, d'indulgenze colpevoli, onde si proiettava una luce sinistra sui nomi cari alla patria, e nell'animo delle moltitudini periva ogni fede, e la stessa risurrezione politica, già nostro vanto ed orgoglio, pareva macchiarsi d'una postuma infamia. Varedo aveva parole roventi contro i prevaricatori; a loro imputava il decadimento della nazione, a loro l'imbaldanzire dei partiti estremi, che trovavano un aiuto nella coscienza pubblica offesa dai vizi delle classi imperanti. Ah, colpire bisognava, colpire inesorabilmente, mostrar che la giustizia e la legge non erano simboli vani, ristabilire la moralità, risollevar l'ideale… Ma che sperar dalle mummie che s'aggrappavano al potere? Mai essi avrebbero avuto l'energia necessaria. E come averla, se neppure la loro riputazione era illesa? Se d'alcuni si diceva che spendessero oltre alle loro forze, che non si peritassero di ricorrere a quei banchieri e a quegli affaristi ch'essi avrebbero avuto l'obbligo d'invigilare? Gente nuova ci voleva, gente a cui le debolezze proprie non imponessero di chiuder gli occhi alle debolezze altrui…

Di tratto in tratto le filippiche eloquenti di suo marito riuscivano a scuoter lo scetticismo di Diana. Se fosse vero? Se realmente gli ardesse in cuore la sacra fiamma del bene? S'egli fosse realmente destinato a grandi cose? Che scusa avrebbe avuto ella, sua moglie, di condannarlo come ambizioso? Ma l'ambizione che si volge ad alti fini non è vizio, è virtù, e solo gli spiriti gretti possono farla oggetto dei loro sarcasmi. E non era forse anche lei, Diana, inconsapevolmente ambiziosa? Non si lasciava montar la testa da Miss Olivia, non sentiva risorgere i desideri lungamente repressi, non vagheggiava la gloriola di scrittrice e di romanziera?

Questo ella diceva fra sè, e avrebbe voluto pronunciar di nuovo le parole piene di calore e di fede, ond'ella, a Torino, incoraggiava Alberto disputante con gli amici beffardi. Ma non c'era verso. Una forza maggiore di lei le paralizzava la lingua, mozzava sul suo labbro le frasi già incominciate. Troppi rancori personali, troppe bizze, troppi puntigli facevano capolino nei discorsi di Alberto Varedo perchè le disposizioni benevole di sua moglie potessero durare a lungo. Peggio se, come gli accadeva talora, egli portava a pranzo o un collega del Parlamento o un rappresentante del cosidetto quarto potere. Erano, così almeno affermava Varedo, i migliori uomini del partito; non mercanteggiavano il voto, non bazzicavano negl'Istituti di credito, non s'impicciavano in losche speculazioni; eppure, che povertà d'ideali, che intemperanza di linguaggio, che fiacchezza di convincimenti! Quel San Giustino, il preconizzato Ministro, che delusione era stata per Diana! Con che voluttà strana e feroce aveva egli, uomo di governo, narrate dinanzi a lei, che conosceva appena, le cronache del Quirinale, ripetuti i pettegolezzi che correvano sulla vita intima di questo o quello fra i membri del Gabinetto, sollevando tutti i veli, penetrando in tutte le alcove!

Ma nulla nauseava Diana quanto certi voltafaccia improvvisi, onde il deputato, il giornalista ieri coperto d'obbrobrio era giudicato oggi con singolare indulgenza, se si poteva sperare di tirarlo a sè, o di strappargli una lode.

—Povero diavolo!—si diceva.—Val meglio della sua fama.

—È guastato dall'ambiente, ma il fondo è buono.

—E non è senza ingegno, nè senza cultura.

Che miserie, santo Dio, che miserie! E come Diana ne arrossiva per suo marito, per gl'interlocutori di suo marito, per l'abbassamento morale di cui questa mobilità d'opinioni era uno dei sintomi più eloquenti!

Comunque sia, ella non sempre si lasciava vincere dallo sconforto; non tutto era a' suoi occhi privo di nobiltà e di grandezza in questa terza Roma precocemente invecchiata. Forse ciò che vi era di nobile e grande mostrava meglio l'intima virtù sua resistendo alla prova dei tempi corrotti. Ben potevano essere impari all'ufficio la Reggia, il Parlamento, la stampa; restava sempre il fatto maraviglioso di questa Italia ridestata dopo un sonno di secoli, affermata nella sua capitale di fronte all'eterno nemico della sua unità e della sua indipendenza. Diana aveva assistito a un paio di sedute della Camera; nè alcuna voce di potente oratore era salita fino a lei, ma ell'aveva visto nella tribuna diplomatica gli ambasciatori stranieri seguire intenti la discussione, e aveva pensato che mezzo secolo addietro l'Italia era chiamata un'espressione geografica; in due occasioni ell'aveva incontrato il Sovrano, ne' dalla persona di lui l'era parso emanasse alcun fascino particolare; ma egli era il Re d'Italia, era il simbolo intorno a cui si raccoglieva le sparse membra della nazione… Ah, questa nazione che vibrava d'un unico palpito dall'Alpi al Mar Jonio, perchè non si sarebbe risollevata, dalle umiliazioni presenti, perchè non avrebbe adempiuto le promesse mirabili del suo riscatto? Intanto qual degno studio per un pensatore, per un filosofo l'investigar le ragioni onde lo sviluppo del risorto organismo s'era arrestato per via, e i caratteri s'erano infiacchiti, e allo spirito di sacrifizio era succeduta la caccia agli onori e alle sinecure, la smania dei godimenti, la febbre dell'oro che non conosce scrupoli e freni? Quanti germi morbosi ereditati dagli avi s'erano desti in noi col nuovo calore di vita che aveva rimesso in movimento il sangue nelle nostre vene? Quanti vizi avevamo acquisiti dagli altri? Quanti ce ne venivano dall'oppressione straniera e domestica a lungo patita? Quanti dalla libertà male usata?

Problemi che non ella, debole donna, avrebbe risolto; che già le pareva prosuntuoso enunciare. Più accessibile alla sua mente, più conforme alle inclinazioni del suo spirito era un altro modo di considerar la questione. Prendere un uomo, un giovinotto di 18 a 19 anni nel 1859, vigoroso, intelligente, entusiasta, appassionato, sensuale; condurlo, spettatore ed attore, attraverso tutte le vicende italiane contemporanee, dalle battaglie dell'indipendenza alle dispute del Parlamento; farlo salire, salire ai gradi supremi, esposto a ogni specie di tentazioni; farci assistere alle sue lotte con gli avversari e con sè stesso, alle sue vittorie e alle sue cadute; mostrarcelo ora levato sugli altari ora travolto nel fango; portarlo sino ai confini del secolo che muore, e dare per sfondo alla sua matura virilità, alla sua imminente vecchiezza questa magnifica Roma, ove dal Campidoglio, dal Vaticano, dal Quirinale parlano tre diverse epoche della storia, s'affacciano tre diversi aspetti dell'umanità; che quadro, che romanzo da invogliare un redivivo Manzoni!

Non nobis—ella doveva soggiungere;—non nobis. Il protagonista del suo romanzo ideale giganteggiava per modo che il suo occhio non riusciva ad afferrarne i contorni; il gran quadro si spezzava in cento quadretti di genere ove si movevano piccole figure subalterne illuminate solo da una luce riflessa. Erano i tipi ch'ell'aveva sottomano; erano i Bardelli, era Quinzani, era lo zio Gustavo, era l'Adelaide Nocera, erano i Feana con la cognata sofferente, era Miss Jane, la sua antica governante, e Miss Olivia, la pittrice inglese, era Varedo, anche lui… e anche lui, oimè, una figura subalterna, nonostante il suo ingegno, la sua dottrina e la sua interminabile opera sul dovere.

Passavano e ripassavano tutte queste figurine sotto gli occhi di Diana, si modificavano, si elaboravano nella sua fantasia, ed ella sorrideva loro con tenerezza materna, e le vedeva col desiderio acquistar forma e rilievo sotto la sua penna, e pregustava l'emozioni d'autrice.

Finora però ella resisteva valorosamente alla tentazione. Anzi negl'istanti in cui la fregola letteraria le si faceva sentir più forte, ella come per antidoto, prendeva in collo Bebè ed esclamava:—Io sono una sciocca. Devi esser tu, tu sola, il mio romanzo, la mia letteratura, la mia gloria.

XIII.

Una festa che principia male….

Alberto Varedo, seduto al tavolino fra due riviste aperte, finiva di scrivere una lettera:

«… e vi sarò grato se in forma puramente obbiettiva vorrete rilevare la vacuità e superficialità di quella critica della Revue des sciences sociales, raffrontandola, se così vi pare, all'articolo alto e sereno comparso intorno al primo volume della mia opera nell'ultimo numero della Deutsche Rundschau. Da un lato tutta la leggerezza e presunzione francese; dall'altro la coscienziosità e la dottrina tedesca. Bisogna pur convenire che oggi Germania docet.

«Del resto, la mia povera persona è il meno, e voi sapete ch'io non vado in cerca di panegirici. M'irrita solo il veder disconosciuto dai nostri vicini d'oltralpe il risveglio scientifico del nostro paese.

«Fraternamente, come sempre,

                                       Vostro
                                   ALBERTO VAREDO».

Il professore piegò il foglio e lo ripose in una busta già pronta, indirizzata

      All'illustre signor cav. Ugo Soardi-Morini
    Direttore della Rassegna giuridico-economica
                                      MILANO

Indi chiuse con dispetto la Revue che lo tartassava, chiuse con amore la Rundschau che lo portava alle stelle e si accostò alla finestra.

Ma un suono di passi lo fece voltare.

Era Diana che teneva per mano la bimba.

—Ecco Bebè che viene a darti il buon giorno—disse Diana.

Varedo si chinò sulla piccina, e le stampò un bacio sulla guancia morbida.—Buondì, Bebè.

Un'occhiata di sua moglie lo avverti ch'egli dimenticava qualcosa ed egli soggiunse:—A proposito, mille auguri.

—Su, Bebè, non rispondi?—sollecitò Diana che s'era spolmonata fino allora a insegnar la lezione alla sua figliuola.

Azie, papà.

—Mostragli—continuò la madre—mostragli che cos'hai di bello.

Bebè, alzando le sue manine, additò le buccole che le pendevano dagli orecchi e ch'erano appunto un regalo del babbo pel suo secondo anniversario, ricorrente oggi 27 Marzo.

—E chi te le ha date quelle buccole?

—Papà.

—Dunque?

Azie, papà.

Azie, azie; non dirà mai grazie questa bricconcella?… E… senti, Bebè, quanti anni compi oggi?

Bebè aggrottò le ciglia, cercò la risposta negli occhi materni e finalmente pronunziò schietto:—Due.

—Brava la mia piccina!—esclamò Diana palpeggiando Bebè in uno slancio d'entusiasmo.—Chi sa che bravure faremo l'anno venturo!… Oggi intanto la giornata è in onore di Bebè… Andremo stamattina a spasso a piedi… Andremo più tardi in carrozza… col vestito nuovo che ha mandato la nonna… E noi che cosa abbiamo mandato alla nonna?

—Baci.

—Non era troppo grande quel vestito?—chiese Varedo.

—Era un po' grande… L'ho fatto ridurre… Ora sta a pennello… Tu non verrai fuori con noi?

—Io, cara mia—disse Alberto,—uscirò subito dopo la posta e non tornerò che per pranzo… Ho seduta agli uffici, seduta alla Camera e si finirà tardi perchè i deputati vorrebbero cominciar le vacanze sabato sera… Anche il Ministero ha fretta di congedarci, tanto per guadagnar qualche giorno… Ma ormai è bell'e liquidato, e al riaprirsi della sessione gli daremo il benservito.

—È più d'un anno che gli cantate il de profundis—osservò Diana.

—Sì, ma questa volta son pronto a scommettere che non campa tre mesi—ribattè Varedo fregandosi le mani con l'aria soddisfatta d'un deputato italiano che fiuta una crisi.

—Vedremo—disse Diana.—A ogni modo, ti raccomando d'essere a casa per le sette e mezzo.

—Procurerò… Se no, mettetevi a tavola senza di me.

—Non far questo torto alla regina della festa.

—Oh, la regina della festa, quando ha un pezzo di dolce, è arcicontenta.

—Abbiamo altri commensali; i Feana e Miss Olivia.

—Dio, quei Feana, che noia!

—Son pieni di premure che bisogna ricambiare.

—Non avrai mica invitato i figliuoli, spero?

—Non ci sarebbe stato nemmen posto a tavola. Pranzano da una zia…
Quieta, Bebè, cosa fai?

Bebè, ch'era seduta sopra alcuni vecchi giornali sparsi sul pavimento, s'era levata una scarpina e una calza e guardava con grande ammirazione uno de' suoi piedini nudi. Anzi lo spettacolo pareva aver per lei una tale attrattiva che quando sua madre volle calzarla di nuovo ella protestò con tutte le sue forze.

—Per amor del cielo, mandala di là—disse Varedo che non aveva pazienza pei capricci infantili.

—Ora la porto io… Saluta il papà, Bebè… Buondì, papà, buondì…
Via, Bebè, non esser cattiva il giorno della tua festa.

Ma Bebè non era punto compresa dalla solennità della giornata, e anzichè salutare il suo babbo strillava disperatamente, agitando le braccia e le gambe.

Entrò in buon punto la Lisa, la cameriera, con la posta della mattina; un fascio di lettere e di giornali. Dietro di lei un fattorino con due pacchi.

—Son per la signora—avvertì la Lisa.—E c'è anche qualche lettera per lei… Oh, Bebè…

—È pessima—dovette confessar Diana, mortificatissima. E la consegnò alla cameriera perchè la desse all'Irene.

—Via, via, presto—seguitava a dire il professore, mentre firmava la ricevuta dei pacchi sul libro del postino.

La bimba ricalcitrante e divincolantesi slanciò dalla soglia lo strale del Parto.—Papà citto.

Da qualche tempo s'era detto a Bebè ch'era ora di finirla con quest'antifona del papà citto, ma ella con la precoce malizia infantile infrangeva spesso il divieto, e a costo di provocar la collera della mamma, pronunciava con più gusto la frase incriminata.

—Bebè!—intimò Diana in tono di rimprovero.

Ma la Lisa, da donna prudente, aveva già chiuso l'uscio dietro di sè e allontanata la piccola ribelle.

Senza mostrar di curarsi delle bizze della figliuola, Varedo diede a sua moglie un giornale e un paio di lettere, di cui sbirciò la soprascritta.—Una è della tua mamma—egli disse.—E una di Bardelli.

—Saranno auguri per Bebè.

—Ed è certo di Bardelli anche questo scatolone di dolci che vien da
Torino.

—È di lui sicuramente… Mi pareva impossibile ch'egli dimenticasse l'anniversario della bimba.

—L'altro pacco poi—riprese il professore,—arriva da Venezia.—Di chi sarà mai?… Forse te lo spiegherà la tua mamma.

—No—rispose Diana che aveva già scorso rapidamente l'epistola della signora Valeria e si accingeva a legger quella di Bardelli.—No, la mamma non accenna all'invio di nessun pacco.

—Pazienza allora… Scioglieremo l'enigma più tardi—soggiunse Varedo. E cominciò ad aprire la sua corrispondenza. La quale pare non fosse quel giorno di grande importanza perch'egli aveva già rimesso nella busta le sei o sette lettere ricevute prima che Diana avesse finita quella dell'antico assistente di suo marito.

—Per bacco!—esclamò il professore.—Bardelli ti scrive un volume?

—Non un volume, ma quattro pagine fitte.

—Per far gli auguri a Bebè e annunziare l'invio d'una scatola di dolci?

—L'annunzio dei dolci e gli auguri non occupano che una mezza facciata. Il resto è per te.

—Per me?… che novità ci sono? È un gran buon diavolo quel Bardelli, ma è anche un gran seccatore.

Diana passò il foglio a suo marito, e ripigliò:—Sembra che il concorso di Bologna gli prepari una nuova delusione. Povero Bardelli! Ha la fortuna contraria, ed è sempre vittima di qualche intrigante, senza che i suoi amici si affannino troppo ad aiutarlo.—

Varedo fece una spallucciata.—O che pretende?

E di mano in mano che andava innanzi nella lettura, la sua impazienza cresceva, e i suoi commenti diventavano più acri.—Bardelli è un imbecille. Si lagna perch'io non son voluto entrare nella Commissione di concorso, come se entrandoci avessi il mandato imperativo di votare in suo favore.

—Non questo—interpose Diana.—Conoscendolo a fondo, avresti potuto illuminare i tuoi colleghi.

—In qual modo?… Ma che idee vi fate di una Commissione di concorso alle cattedre universitarie? Si giudica sui titoli che sono presentati; chi ha titoli maggiori riesce.

—E se uno s'è procurato i titoli con un atto di malafede come il tuo
Quinzani?

—Che mio?—protestò Varedo.—Io non ho predilezioni nè pel mio
Quinzani, nè pel tuo Bardelli, e se non volli entrare nella
Commissione si è appunto perchè vi son fra i candidati il mio antico e
il mio nuovo assistente.

—E dunque Quinzani rischia di trionfare per merito di una gherminella indegna,—ribattè Diana.—Perchè hai visto come stanno le cose? Hai visto che il titolo principale di quel caro signore è un lavoro di cui Bardelli gli fornì in massima parte i dati e le idee? E ciò dopo aver promesso che il lavoro sarebbe stato condotto a termine solo nell'anno venturo, e non avrebbe servito pel concorso di Bologna.

—Ho visto tutto—rispose il professore,—ho visto anche che Bardelli vorrebbe ch'io mettessi sull'avviso la Commissione. Ma non capisce la sconvenienza della sua domanda?… Appena uno scolaretto di ginnasio commetterebbe una goffaggine simile.

—Bardelli sarà goffo—obbiettò Diana—ma è senza dubbio leale e sincero. E si può giurare che quello ch'egli dice è la verità.

—Tanto peggio per lui. S'è stato un minchione, se invece di lavorare per sè ha lavorato pel suo competitore, impari ad esser più accorto per l'avvenire, nè aggiunga allo scorno del probabile fiasco il ridicolo di questi pettegolezzi e la confessione della sua dabbenaggine.

—Sicchè—riprese Diana il cui senso della giustizia si ribellava alle teorie di suo marito,—sicchè i giudici del concorso dovranno ignorare il plagio inverecondo commesso da Quinzani?

—In primo luogo—disse il professore—non è il caso di plagio. Può darsi che il Quinzani si sia valso d'idee suggeritegli e di notizie raccolte da Bardelli, o che per questo? Se di quelle idee, di quelle notizie Quinzani è riuscito a far un tutto organico, il merito è suo, e l'accusa non regge. La paternità d'un'idea? Ma un'idea è di tutti e di nessuno; un'idea è nell'aria; cento uomini possono coglierla a volo; essa appartiene soltanto a quello fra i cento che sa fecondarla. E poi Bardelli è padronissimo di rivolgersi alla Commissione; basta che non si sogni nemmeno ch'io mi ingerisca in questa faccenda.

—Te ne lavi le mani?

—Sfido io. Non entro mai in ciò che non mi tocca.

—I fautori di Quinzani non avranno di questi scrupoli.

—Avrebbero torto a non averne. Ma Quinzani ha più tatto; non sarà indiscreto co' suoi amici.

—È vero—notò Diana con amarezza.—Egli usa d'altre armi per vincere.

—Oh!—replicò, infastidito, Varedo.—Voi donne parlate per simpatie e antipatie. Bardelli t'è simpatico, e ha sempre ragione. Quinzani t'è antipatico, e ha sempre torto. Io sono più equanime. Vedo che hanno entrambi i loro pregi e i loro difetti, e son ben contento di non aver da pronunciarmi fra i due.

—Sì, sì,—soggiunse Diana—ma è triste assai che i furbi abbiano costantemente il sopravvento sui galantuomini, e non è men triste che non si possa mai far nulla per un uomo il quale si getterebbe nel fuoco per noi.

Alberto Varedo allargò le braccia.—Bardelli è l'artefice delle sue disgrazie. Gli manca il senso pratico della vita, e io non sono in grado di darglielo… Ma con queste chiacchiere il tempo passa, e io per le dieci sono aspettato.

Diana capì ch'era inutile trattenerlo, ch'era inutile prolungare il colloquio. Ell'era forzata a riconoscere che in molte cose Alberto aveva ragione, che Bardelli si rovinava da sè e che gli uffici ch'egli sollecitava in suo favore non erano facili a compiersi; tuttavia ella sentiva come la vantata equanimità di suo marito non fosse che una maschera accomodata sul proprio egoismo. Egli sapeva ben transigere con la sua rigidezza quando si trattava degli affari suoi, sapeva ben trovar gli argomenti che servono ad allargar le maglie elastiche del dovere. Quelli ch'egli ignorava, quelli che avrebbe sempre ignorati erano gli slanci generosi che ci fanno intuire anche nei nostri rapporti coi terzi una giustizia superiore alla giustizia convenzionale del mondo, e c'inspirano i sacrifici, e c'incoraggiano a sfidare, in nome d'un nobile scopo, le censure dei formalisti.

—Non vuoi vedere che cosa ci sia nel pacco misterioso?—ella chiese ad Alberto, riprendendo dalle mani di lui la lettera di Bardelli.

—Vediamo pure, ma subito—diss'egli. E franse i suggelli e tagliò col temperino i lacci che chiudevano il pacco.

Indi apparve, in mezzo al cotone, una bambola coi capelli biondi, col viso bianco e roseo, con gli occhi ceruli moventisi in atto sentimentale.

—E ha un meccanismo nella pancia—notò Varedo.—Aspetta.

Premette una molla, e la bambola rispose:—Mamma! Papà!

—Oh, come sarà contenta la bimba!—esclamò Diana. E cercava sempre un indizio del donatore, quando, sotto il nastro di seta rosa che cingeva la vita della pupattola, scoprì un cartoncino su cui era scritto in una calligrafia a lei notissima: Auguri a Bebè dallo zio Gustavo.

Le pupille di Diana si velarono di lacrime.—Povero zio!—ella sospirò.—Si ricorda della sua nipotina.

Il professore senza far motto riadagiò la bambola sul suo letto di cotone. Poi domandò ironicamente:—La sposa non la sposa la sua vedova?

Egli alludeva all'Adelaide Nocera il cui marito era morto da un mese.

Diana si oscurò in viso.—Credo che la sposerà dopo passato l'anno di lutto. E sposandola farà il suo dovere, come dite voi altri.

—O piuttosto espierà i suoi peccati—borbottò Alberto Varedo.—Addio, addio. Arrivederci.

—Per le sett'e mezzo, mi raccomando.

—A meno di casi imprevisti ci sarò… E, a proposito, credo che porterò anch'io un commensale.

—Chi?

—Il collega Zonnini…. che conosci.

—Ci starà a fatica, e s'annoierà coi Feana.

—Oh in quanto a starci, magro com'è, occupa poco posto; e pel rimanente non ti confondere. I Feana, per una volta tanto, possono esser tipi divertenti.

Appena sola, Diana riprese in mano la bambola dello zio Gustavo e stette in forse se tenerla in serbo per un altr'anno. Era ancora così piccina, Bebè.

Ma no, no; ella non aveva il diritto di far questo. Sarebbe stata usare uno sgarbo allo zio.

Di nuovo i suoi occhi s'inumidirono. Ella provava una tenerezza grande per quello zio, che senza sua colpa, s'era alienato da lei, provava un desiderio acuto di riveder il suo viso aperto e gioviale, di sentir la sua voce, di sedergli sulle ginocchia come quand'era fanciulla… Sicuro che i suoi difetti egli li aveva, sicuro che non era da lodarsi quella sua relazione con una donna maritata… Ma era buono e leale…. così premuroso verso la sorella, così tenace ne' suoi affetti… Ecco, adesso che l'Adelaide era rimasta vedova egli la sposava. Fortunata Adelaide!… Anche oggi, come circa tre anni addietro sulla terrazza del Lido, ma con assai minore acrimonia, Diana pensava a queste donne che traversano la vita col sorriso sul labbro, infedeli spesso agli amanti, fedeli sempre all'amore, a queste donne che la morale austera condanna e che pure hanno in sè qualche cosa che le fa compatire ed assolvere. E la vinceva una curiosità femminile d'imparare, non certo per usarne, il loro segreto, di penetrare nelle loro anime, di farsi un'idea esatta dei loro sentimenti, delle loro gioie, dei loro dolori. Chi sa, un giorno, quando l'Adelaide fosse diventata la signora Aldini e lo zio Gustavo si fosse riconciliato con Varedo e con lei, chi sa? Fors'ella avrebbe potuto, a momento opportuno, tirare in disparte la sua novella zia e dirle:—Spiegami un po'….

Diana si strinse nelle spalle. Che idee bislacche le frullavano in capo? E che stava ella ad annaspar nebbia nello studio di suo marito, mentre all'altro angolo dell'appartamento Bebè (se ne udiva benissimo la voce) si sgolava a chiamar mamma, mamma, e faceva disperare l'Irene?

In fondo, Bebè non aveva torto. Perchè sua mamma la trascurava nel giorno della sua festa?

Per calmarla, Diana andò da lei coi dolci e la bambola e parve un momento che gli umori della bisbetica fanciulla si rasserenassero. Ma fu un breve intervallo fra due tempeste. Nella persuasione fallace che la puppattola dovesse amare le chicche, Bebè le fregò sul viso uno dei cioccolattini che si trovavano nella scatola di Bardelli, e quando la madre saggia, per evitare maggiori disgrazie, portò via scatola e bambola, Bebè, offesa nei suoi diritti di proprietaria, si rotolò rabbiosamente per terra. In seguito di che, la regina della festa fu messa in castigo fin dopo colazione.

XIV.

…. e finisce peggio.

Nel pomeriggio, la bimba si mansuefece alquanto, e potè figurare con onore davanti ai Feana, venuti a portare i loro auguri e a ringraziar Diana dell'invito a pranzo. Venivano in pompa magna, marito, moglie e cognata sofferente, e oltre agli auguri, portavano fiori in quantità acquistati dallo stesso signor Giacinto in Piazza di Spagna. Ma la dimostrazione più lusinghiera era quella di aver uniformato il vestito all'esigenze della lieta solennità. Non solo il Feana aveva levato dal soprabito il velo ch'era documento del suo mite cordoglio; non solo la signora Amalia indossava un vestito con sbuffi rossi alle maniche e tre falde di gale; ma persino la sofferente rompeva il rigore delle sue gramaglie vedovili con una blouse di color cenere chiaro che la faceva parere ancor più grassa del solito e dava maggior risalto alle sue mobili rotondità.

La sorella e il cognato, vedendola ansare, manifestavano ciascuno a modo suo, la loro amorosa sollecitudine.

—Ecco,—diceva, con un po' di rabbietta repressa, la signora Amalia,—ecco, non mi hai voluto ascoltare. Ti predicavo d'andare adagio per le scale.

Ma il signor Giacinto, tutto latte e miele, posava una mano sulla spalla della diletta congiunta.—Sta tranquilla, cara, non parlare.

—Desidera un bicchier d'acqua?—offerse Diana.

La signora Daria protestò, prima con la mano, poi con la voce.—No, grazie, signora Varedo, non ho bisogno di nulla.

E rivolgendosi ai Feana soggiunse:—Dio, che casi fate!

Accennò a Bebè di avvicinarsi, l'aiutò ad arrampicarsele sulle ginocchia, la coperse di baci.

Bebè, cullata in quel mare di gelatina, provava una sensazione gradevole, ricambiava le carezze, rideva, sprofondava le dita sottili nelle guance piene, nel collo carnoso della sofferente.

Siamo amiche noi, siamo vecchie amiche, non è vero, Bebè?—diceva la signora.—Come mi chiamo?

Signoa Aia—rispose l'interrogata.

—Cara, cara, cara!

Il signor Giacinto e la signora Amalia discorrevano con Diana del più e del meno; lui di politica, della Camera, del Ministero, dell'impiego, del bisogno che il paese aveva d'uomini nuovi, come sarebbe stato per esempio l'onorevole Varedo; lei della casa, dei figliuoli, del movimento che c'era a Roma all'avvicinarsi della Pasqua, della difficoltà di trovar buone persone di servizio, eccetera, eccetera.

Diana fece girar lo scatolone dei dolci di Torino, e invitò la signora
Amalia a prenderne senza cerimonie per sè e pei figliuoli.

Di lì a un quarto d'ora il signor Giacinto si alzò. Non poteva trattenersi, pur troppo, in causa della pedanteria dei superiori che l'avevano già messo in mala vista di Sua Eccellenza, perchè qualche giorno marinava l'ufficio… Grazie a Dio che Sua Eccellenza aveva i minuti contati.

Intanto la signora Amalia s'era alzata in piedi pur essa, e la signora Daria aveva deposto Bebè per terra e pareva accingersi a seguir l'esempio de' suoi tutori.

—Loro poi non devono aver questa fretta—disse Diana alle due sorelle.—Non vanno mica all'ufficio, loro…

—Eh, cara signora—replicò la Feana—tre figliuoli maschi son peggio dell'ufficio.

E soggiunse che aveva il bucato da rattoppare.—Quei ragazzi sciupano tutto. Proprio mi dispiace, ma devo scendere…

—Resti lei almeno, lei che non ha figliuoli,—insistè Diana verso la signora Daria, i cui movimenti erano ancora nella fase preparatoria, come di nave che sta per levar l'áncora…. Passi la giornata qui… Usciremo più tardi in carrozza con Bebè.

Così fu deciso, dopo una serie di negoziazioni coi coniugi Feana…
Pur che la Daria si coprisse bene. Aveva tanta facilità d'infreddarsi.

—Ma non è vero…. Non mi raffreddo niente più degli altri….

—Se non avessimo giudizio noi!—interpose la signora Amalia in tuono di protezione.—Basta, ti manderemo uno scialle.

—Degli scialli ne ho io in abbondanza—assicurò Diana.—Non abbia paura, signora Amalia, usciremo coperte in modo da poter andare in Siberia.

—E adesso fa un caldo da aprile avanzato—disse la vedova.

—Non è da fidarsene. Ci son tanti sbalzi di temperatura in questa Roma—notò gravemente il signor Giacinto. Sbirciò l'orologio e soggiunse con galanteria:—Diamine, diamine…. Da lei signora Varedo, il tempo vola… Bisogna proprio ch'io dia una capatina in ufficio… Vieni, Amalia?

—Arrivederci a ora di pranzo.

Libera dall'incubo dei parenti, la signora Daria s'abbandonò a uno dei suoi soliti sfoghi. Non ne poteva più. Assolutamente non ne poteva più… Quel voler farla passar per malata era una cosa che le urtava i nervi fuor di misura.

E per mostrar ch'era sana, e che la sua corpulenza non le inceppava troppo i movimenti, si mise a giuocar con Bebè. Se la palleggiava sulle ginocchia, la prendeva sulle spalle, la rincorreva, si accovacciava per terra con lei. E in verità, benchè soffiasse come un mantice, e le balene del busto le facessero crac, crac e un rossore intenso le salisse alla faccia, ell'era assai più agile e svelta che non si sarebbe creduto.

Bebè andava in estasi.—Signoa Aia, signoa Aia!

—Badi—ammoniva Diana ridendo.—Non dia troppo libertà a madamigella, che se sapesse quanti capricci ha fatto questa mattina.

—Oh, lasci fare. In quell'età lì anche i capricci sono graziosi… Io, io ho tre nipoti grandi e grossi che sono tre furie scatenate… C'è il maggiore specialmente, tra i quattordici e i quindici anni, che non so che cosa gli frulli… mi mette sempre le mani addosso…. da per tutto…. e fossero di queste manine morbide e delicate!

Bebè si divertiva tanto che ci volle del bello e del buono a persuaderla che si lasciasse portar in camera dall'Irene per farvi la sua toilette da passeggio. Non si chetò che quando le dissero che s'era docile, ragionevole, la signora Daria sarebbe venuta anche lei in carrozza; se no tornava a casa subito.

D'ordinario, Diana si serviva modestamente del primo fiacre capitato; oggi ell'aveva preso un landau di rimessa.

La carrozza fece un lungo giro. Traversò la Piazza del Panteon, la Piazza della Minerva, tagliò il Corso Vittorio Emanuele, salì al Campidoglio, scese al Foro romano, costeggiò il Colosseo. Un bel sole primaverile splendeva sulle rovine, rievocava la vita in quel mondo defunto. Fra le colonne infrante, sotto gli archi vetusti passavano i grandi fantasimi; scintillavano le corazze, gli elmi, l'aste, gli scudi; si agitavano i brandelli dei vessilli gloriosi provati dall'ingiurie di tutti i climi; uomini, donne, fanciulli, patrizi e plebei, fremendo nell'ansie dell'attesa, irrompevano nel Circo; i campioni della prossima lotta esercitavano in giochi atletici le membra poderose, mentre forse li assaliva un ricordo delle native selve germaniche, e la pupilla si velava al pensiero dell'infanzia lontana, della morte imminente.

Ahi, ma ben presto Diana s'accorse che per lei sola si movevano questi fantasmi, che a lei sola parlavano queste voci. Bebè aveva posato la sua testina sulla spalla dell'Irene e dormiva; e la signora Daria guardava distratta di qua e di là, dondolando il capo sonnolento, e scuotendosi solo quando si incontrava per la via qualche carrozza di forestieri. Allora quelle foggie strane, quei tipi esotici, quelle pronuncie gutturali, sibilanti le suggerivano sempre la stessa osservazione profonda:—C'è di tutto in questa Roma. Una vera Babele.—Ella poi confessava candidamente che sebbene ci vivesse da oltre un anno non ci si era ancora potuta assuefare, e sospirava Torino dov'era nata o Milano dov'era andata a stabilirsi con suo marito. Una gran città Milano; molto meno cara di Roma, anche pel prezzo dei viveri e degli alloggi… Non conosceva Venezia… assai bella la dicevano…. ma una città in cui non c'eran carrozze e cavalli non faceva per lei.

La Varedo diede un ordine al cocchiere che rimontò per San Pietro in Vincoli, traversò Via Cavour e per Via dei Serpenti e Via della Consulta si diresse alla Piazza del Quirinale ove un gruppo di curiosi oziava dinanzi alla reggia. La fisonomia smorta della signora Daria si animò tutta.

—Oh, se vedessimo i Sovrani!

—Niente di più probabile—disse il cocchiere voltandosi da cassetto.—Spesso la Regina va a passeggio in quest'ora.

L'Irene sgranò gli occhi, e Bebè che s'era svegliata volle seder tra la signora Daria e la mamma.

—Fermiamoci un minuto lì—disse Diana additando la balaustrata di marmo di dove si vede così bene San Pietro.

Ma non occorse fermarsi troppo; chè proprio in quel punto si notò un certo movimento nel vestibolo del Palazzo, una vittoria con le livree rosse sboccò dal portone, la sentinella presentò l'arma, i cappelli si agitarono, la bionda regina chinò, risalutando, il capo gentile, slanciò uno sguardo fuggitivo alla cupola della basilica vaticana e scambiò una parola con l'unica dama che l'accompagnava. La carrozza infilò la Via del Quirinale e disparve; solo per qualche secondo si intese ancora lo scalpitìo dei cavalli rattenuti nella ripida discesa.

Bebè, ritta sul sedile, gridò:—La egina!

—O che la conosce?—esclamò, maravigliata, la signora Daria.

—Conosce le livree rosse. Ogni volta che le vede dice:—La regina.

—Che bella combinazione è stata!—soggiunse la sofferente.—Peccato che non fosse che un lampo.

—Già sarebbe stata sempre la medesima cosa—rispose Diana, sorridendo. E ordinò al cocchiere:—Andiamo al Pincio adesso.

—Per il Corso?

—No, è meglio andarci per Via Sistina. Si fa più presto.

—Lei è pratica delle strade di Roma assai più di me—osservò la signora Daria.

La bella giornata primaverile aveva attirato al Pincio sull'ora del tramonto una quantità di pedoni e d'equipaggi signorili e di vetture da nolo; era un brusìo allegro di voci, era una festa di luce, una fantasmagoria di colori, in quello sfoggio di vesti chiare, in quel chiudersi e aprirsi degli ombrellini di seta spiccanti sul doppio fondo del cielo azzurro e della verde spalliera degli aloe e dei cactus; era un fremito di vita nel ronzìo degli insetti e nelle fragranze dell'aria.

La egina!—gridò nuovamente Bebè, battendo palma a palma.

—Dove? Dove?—E la signora Daria tese il collo come fanno i colombi quando vanno in cerca d'esca.

Ma non era la regina. Era, a cassetto d'uno stage a quattro cavalli, una giovinetta bellissima, avvolta in un gran mantello scarlatto, una forestiera, forse un inglese.

—Oh scioccherella!—disse Diana.—Ti basta veder del rosso per credere che sia la regina.

Bebè però ripeteva ostinatamente:—La egina! La egina!

Diana la prese sulle ginocchia e le disse:—Guarda laggiù com'è bello!

Dal Piazzale del Pincio si dominava la città nuotante in un mare di luce; la cupola di San Pietro spiccava grigia tra i vapori del tramonto; il sole cinto da nuvole d'oro calava lento su Monte Mario. Di nuovo Diana fece fermar la carrozza, di nuovo le grandi visioni e i grandi pensieri si affollarono dinanzi ai suoi occhi e nella sua mente. Nel suo entusiasmo comunicativo, ella insisteva perchè gli altri ammirassero almeno la splendida veduta.

—Ma guarda. Bebè… Ma guardi, signora Daria… Anche tu, Irene…
Guarda com'è bello!

La signora Daria assentiva per deferenza, l'Irene per soggezione; ma per loro era spettacolo assai più piacevole quello delle carrozze che di corsa lasciavano il Pincio, quali scendendo verso Piazza del Popolo, quali avviandosi per la Trinità dei Monti.

Bebè seguitava a cercar la regina e ogni momento, o sul serio, o per celia, credeva d'averla trovata.—La egina!

Il sole disparve; le rosee nuvolette si scolorarono come bragie spente, un brivido passò per l'aria, un tenue sussurro si levò dagli alberi tentennanti il capo in cenno di saluto, quasi dicessero addio al giorno che moriva.

—La mantellina di Bebè—gridò Diana scotendosi di soprassalto.—Anche lei, signora Daria, si copra bene.

—Eh, son già avviluppata nello scialle come una mummia d'Egitto—replicò la sofferente.

—Sono responsabile verso sua sorella e suo cognato—soggiunse Diana.

La signora Daria ebbe un sorriso enigmatico, a significare che non eran quelli i maggiori pericoli che i suoi cari congiunti volevano stornare da lei.