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I coniugi Varedo

Chapter 19: XVIII.
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About This Book

The narrative centers on a middle-class household where family members navigate courtship, reputation, and generational disagreements as a young woman becomes the object of a prospective suitor’s attentions. Intimate parlor conversations, visits, and public events such as lectures reveal contrasting attitudes about duty, social display, and female comportment; the mother’s caution, the uncle’s teasing, and the daughter’s pride shape a delicate negotiation of marriage and family expectations. Episodic scenes combine domestic detail with social observation, mapping subtle psychological tensions and polite maneuvering.

—Oh Diana!—egli esclamò.—Non pensarle nemmeno queste cose. Bebè non è in pericolo. Il dottore non lo ha mai detto.

Ella piangeva, piangeva senza rispondere.

Ma in seguito all'insistenza di suo marito, ella accennò negativamente col capo.

—Dunque non l'ha detto? Proprio?

—No, no… I medici pesano le loro parole… sopra tutto con le mamme.

—L'ha detto a qualchedun altro, che tu sappia?… A Bardelli forse?

—No… no… Non credo.

—Ebbene, perchè vuoi essere pessimista?… Su, su, coraggio.

Diana alzò le pupille al cielo con una muta preghiera. Indi guardò Alberto come dubbiosa se dovesse chiedergli scusa pel suo linguaggio intemperante di prima. Egli, magnanimo, le risparmiò l'umiliazione e le tese la mano in atto d'uomo che perdona.

A lei sovvenne ch'egli nulla aveva concesso.—Parti?—gli domandò.

La fisonomia di lui si rifece scura.—Sfido io!

Le loro dita, che s'erano intrecciate, si sciolsero.

Giraldi visitò quella sera stessa la madre e la figliuola. A Bebè non s'era rinnovata la febbre; ella stava come il solito.

Messo alle strette, il dottore dichiarò che nello stato presente della bimba egli non trovava nulla d'allarmante, che spesso le infezioni malariche sono ostinate e occorrono mesi e mesi e estirparle. Confidava, in estate, nella montagna; intanto non sapeva suggerire che una cura igienica non disgiunta da molti riguardi; perchè questo egli non poteva dissimulare, che un organismo indebolito era sempre più esposto alle insidie ed era meno resistente di un organismo robusto… In quanto alla signora Diana, ella non aveva alcuna malattia; aveva solo un'eccitazione nervosa che si sarebbe calmata da sè. Prescriveva intanto piccole dosi di bromuro.

Varedo volle dar un nuovo saggio della sua equanimità.

—Sia giudice lei, Giraldi. Di fronte a ragioni gravi, imperiose che mi chiamano, a Roma, ne vede di più imperiose, di più gravi che mi vietino di partire?

Un sorriso doloroso sfiorò il labbro di Diana.

A un quesito posto così, Giraldi da quella persona accorta ch'egli era, non poteva rispondere che in un modo. Quando, nelle famiglie de' suoi clienti, lo si voleva arbitro in qualche questione, egli, se non gli veniva fatto di cavarsela con una frase ambigua, si metteva dalla parte del più forte, non per viltà, non per secondi fini, ma per amore del quieto vivere, ma per abborrimento dalle discussioni lunghe.

—Ah no, professore—egli disse—non è il caso ch'ell'abbia da trascurare i suoi doveri civici. Salus publica suprema lex. Siamo al gran cimento, e guai se i capi non conducono le loro schiere al fuoco… Perchè lei, onorevole Varedo, è ormai uno dei capi… È inutile schermirsi, quest'è la verità… Una bella soddisfazione, signora Diana, aver un marito a cui tutti tengono gli occhi addosso come a un luminare del Parlamento… Sicuro che c'è il rovescio della medaglia: le frequenti assenze, le molte occupazioni…. Ma come si fa?… Non c'è rosa senza spine.

Di lì a poco Giraldi e Varedo uscirono insieme discorrendo di politica.

A un certo punto, côlto da uno scrupolo, l'onorevole riprese:—Dunque, dottore, per Bebè, mi rassicura?

Quantunque non ci fosse nessuno, Giraldi abbassò la voce.

—Senta, non vorrei esser frainteso… Oggi pericolo non ne vedo… Non vedo niente che mi autorizzi a mettere il veto alla sua partenza per Roma ov'ella non va per un capriccio, ma perchè deve andare… Inoltre, se mettessi il veto oggi, converrebbe che lo mettessi domani, e doman l'altro, e chi sa per quanto ancora… La bambina è gracile, pur troppo, ha avuto una scossa forte, non si può aspettarsi che rifiorisca in pochi giorni…. Siamo, direi così, in un periodo di equilibrio instabile dal quale, spero, usciremo col tempo e con la pazienza.

Varedo tentennò la testa.—Mi dispiace di lasciar Diana sola… nell'agitazione in cui è… Se potesse esser qui mia suocera…

Il dottore esclamò:—Bravo! M'ha levato le parole di bocca. Perchè la signora Inverigo non potrebbe venir a passare un mesetto con la figliuola?

—Gli è che Diana preferirebbe d'aver la compagnia di sua madre in montagna, nel luglio o nell'agosto….

—Per la signora Valeria non si tratterebbe che d'anticipare di qualche settimana.

—Questo è appunto il difficile; ch'ella s'induca a una troppo lunga assenza da casa sua… A ogni modo, ben pensandoci, potrei scriverle io di mia iniziativa.

Confortato dall'approvazione di Giraldi, Alberto Varedo si appigliò a questo partito che conciliava le sue sollecitudini domestiche col suo desiderio di stare a Roma una ventina di giorni senza esser disturbato.

XVIII.

Quando le disgrazie cominciano…!…

—Dio! che ciera da funerale!—disse Diana a Eugenio Bardelli venuto come il solito a sentir se le occorreva qualche cosa e a prender notizie della bimba.

Egli si sforzò di ricomporsi e sviando il discorso chiese:—Bebè?

—Così… Ha dormito discretamente… Ora è di là con l'Irene che la veste per condurla fuori… Io stamattina non posso… La giornata è buona?

—Deliziosa.

—Non c'è vento?

—Punto.

—E il sole non dà disturbo?

—No… È proprio una temperatura giusta.

Diana sospirò:—Purtroppo non ci sono mai tutele che bastino.

Bebè entrò a mano dell'Irene; vide il suo Elli e gli tese le braccia sottili. Egli la tirò a sè, la sollevò, se la pose sulle ginocchia.—Hop, hop, cavallo!

La testolina della bimba dondolò alquanto come frutto maturo sopra un ramo esile; poi, vinta dalla stanchezza, si abbandonò sulle spalle dell'amico.

Diana si torceva le dita.—E non ride, e non si diverte più nemmeno con lei, Bardelli!

Questi riconsegnò la piccina alla bambinaia, dicendo malinconicamente:—Sono io che non so più farla divertire.

Di nuovo la Varedo fu colpita dall'espressione dolorosa della sua fisonomia.

—Ma che cos'ha oggi?… Altri dispiaceri in famiglia?

Egli chinò il capo in silenzio.

Diana, fatta un segno all'Irene, riaccompagnò lei e Bebè fino all'uscio, aggiunse alcune raccomandazioni e tornò con ansiosa sollecitudine presso Bardelli che teneva gli occhi fissi a terra per nasconder le sue lacrime.

—Parli, via—insistè Diana.—Che cos'ha?

Senza mutare atteggiamento, egli borbottò con voce sorda:—Ho torto… Non è permesso portare in giro le proprie miserie… specialmente dove ci sarebbe bisogno d'un po' d'allegria.

—Non dica questo—ribattè la Varedo.—Sa che io… sa che noi le siamo amici, e gli amici si cercano appunto nei giorni tristi… E—soggiunse—sono più atti ad intenderci quando hanno anch'essi le loro afflizioni.

—Ella è buona, signora Diana!—esclamò Bardelli alzando il viso commosso.—È una santa, meglio di quelle che si adorano sugli altari.

—Lasci le iperboli—ella interruppe con un languido sorriso,—e mi racconti… Si tratta sempre di quella disgraziata questione domestica?

Bardelli accennò di sì. E, guardandosi intorno, narrò che in casa sua erano ai ferri corti. Paolo era riuscito a far mettere un sequestro sul calice che suo fratello s'impuntava a regalare al Museo piuttosto di venderlo, e Girolamo dal canto suo protestava che il giorno in cui quell'oggetto di arte gli fosse stato portato via avrebbe appiccato il fuoco al negozio… Non lo si riconosceva, Girolamo… Un uomo così mite, così pacifico, che non aveva in vita sua torto un capello a nessuno, adesso schizzava veleno da tutti i pori, non ascoltava consigli di moderazione, rispondeva seccamente alla madre, rispondeva male a lui verso il quale s'era pur mostrato sempre tanto affettuoso; insomma una trasformazione completa, di quelle che non si credono possibili da chi non ne sia testimonio… E come sarebbe andata a finire?… Come sarebbe andata a finire?

—Ma l'altro—disse Diana—ma Paolo non intende ragione? Non capisce che non gli conviene spinger le cose agli estremi? Perchè Girolamo, l'orefice, ha qui a Torino molte aderenze, è stimato un perfetto galantuomo, un figlio e un fratello esemplare, e sarà difficile persuader la gente ch'egli sia dalla parte del torto.

—Paolo—ripigliò Bardelli—ha un gran cattivo inspiratore, il bisogno… E se non bastasse, è sobillato dalla moglie, dagli amici malfidi, da quel leguleio di pochi scrupoli che ha assunto la sua causa… È un artista, Paolo, è un ragazzo impressionabile, non si può domandargli il sangue freddo… Ah, cara signora Diana, che disgrazia! E pensi, la mia mamma, alla sua età, assistere a questa catastrofe!

Eugenio Bardelli singhiozzava.

La Varedo si provò a rincorarlo.—Andiamo, non si perda d'animo. È il solo che possa interporsi fra i litiganti… Si rimetta all'opera con calore, con perseveranza, con fede in sè stesso…

Egli scrollava la testa.—Non ne ho più della fede in me stesso… Non ho diritto di averne… Non c'è cosa che non mi vada a rovescio… Che autorità ho io sui miei fratelli, io che vivo a carico d'uno di loro, io che dopo tanti anni di studi non mi sono ancora fatto una posizione indipendente?… E non ero mica pessimista per natura… può dirlo lei… anzi m'illudevo troppo, m'illudevo sempre… Adesso basta…

—Perchè si accascia in questo modo?—soggiunse Diana.—Lei ha ingegno, cultura, buon volere… dunque?…

Ma Bardelli seguitava a far segni negativi col capo.

—No, signora Diana… Vedrà che anche a Palermo sarà un fiasco… Tutti ne sono convinti… Tutti, mio fratello Paolo per primo, mi ricantano l'antifona che già io non concluderò mai nulla… Non c'è che lei, signora Diana, che creda nel mio avvenire!… E io non mi sento un po' rinfrancato che vicino a lei… Ma nemmen questo durerà… Non ci verrò più da lei, non mi riceverà più.

Diana lo guardò stupita.—Vuol proprio crearseli i dispiaceri….
Perchè non dovrei riceverlo più?

D'improvviso egli le afferrò la mano, e gliela coperse di baci.

Ella si svincolò dolcemente ritraendosi alquanto, mentre Bardelli, esaltandosi, diceva:—Com'è buona! Com'è misericordiosa!… Come meriterebbe di esser felice!… Invece, per una delle solite ingiustizie della fortuna, è piena di tribolazioni, è trascurata da chi…

Diana, severa, gli troncò le parole in bocca.

—Non si occupi di me, Bardelli, non tenga questo linguaggio… Glielo proibisco.

Mortificato, confuso, il giovine ammutolì per un momento; poi, come se una forza irresistibile lo spingesse, riprese con l'impeto, con la furia disordinata e scomposta di un timido che ha paura della propria resipiscenza:—No, bisogna ch'ella mi lasci terminare… Sarà l'ultima volta… Non ci tornerò più in questa casa… non avrò più neanche questa consolazione… ma non posso tacere…. non posso… Mancherei di sincerità se le tacessi questo sentimento che provo per lei…

Pallidissima, Diana s'era levata in piedi, e con la voce alterata e col gesto intimava a Bardelli di smettere.

—Basta, Bardelli, basta… Non può immaginarsi che dolore mi dà… Se avessi supposto, se avessi avuto il più lontano sospetto…

—Neppur io credevo—balbettò l'antico assistente di Varedo,—neppur io… Avrei voluto esser sempre il suo servo docile, devoto, che non osa alzare il pensiero fino alla sua signora… E a poco a poco, quasi senza ch'io me ne accorgessi vedendola così pietosa con me, così buona e paziente con tutti… vedendola soffrire, piangere in silenzio…. oh la ho sorpresa più d'una volta che piangeva… a poco a poco ho capito che la mia affezione per lei era d'altra natura… ch'ella era per me quell'ideale che ogni uomo ha nel cuore…

—Insomma, Bardelli—ripetè Diana non ancora rimessa dallo stupore dell'inattesa rivelazione,—le ho ordinato di smettere…—E vada via… perchè avrà anche capito che ormai…

Egli le risparmiò l'ufficio penoso di pronunciar la parola di sfratto, e retrocedendo a piccoli passi con l'aria umile del cane percosso che accetta la sua condanna,—Lo so—singhiozzava,—lo dicevo io stesso… È finito… Addio, signora Varedo… E dia per me un bacio a Bebè… E che il cielo faccia risanare, faccia rifiorire quel suo angioletto…

Appena l'uscio si fu richiuso dietro Bardelli, Diana, come esausta di forze, si abbandonò sulla sedia e si coperse il viso colle mani. Le pareva d'uscire da un sogno. Era possibile? Eugenio Bardelli, il giovine goffo, impacciato, dall'aspetto d'adolescente, ch'ella, a Torino, era usa a vedere ogni giorno e a trattare con la dimestichezza d'uno di famiglia, il piccolo Bardelli le aveva fatto una dichiarazione d'amore? A lei che non aveva da rimproverarsi la più innocente civetteria con nessuno, a lei per cui la donna galante era un fenomeno incomprensibile? Ed ecco che ora un'amicizia di oltre tre anni era rotta per sempre e Bardelli non sarebbe entrato più in casa!… Oh, egli aveva ben compreso che non poteva rientrarvi, e Diana gli era riconoscente di essersi licenziato da sè… E pure, a pensare ch'egli non sarebbe venuto nè quella sera, nè il dì appresso, nè mai, ch'egli non avrebbe mai ripreso in collo Bebè a cui voleva tanto bene, ella provava una pena, uno strazio!… E l'assaliva il dubbio d'esser stata troppo rigida, troppo impassibile, e la crucciava il rimorso di non aver saputo fermar sul labbro dell'imprudente ragazzo le frasi irrevocabili… Se subito, assumendo verso di lui non già l'aria d'una regina offesa ma quella d'una sorella maggiore, ella lo avesse richiamato al senso della realtà, forse egli si sarebbe ravveduto in tempo, forse…

Diana scattò dalla seggiola, si mise a passeggiar su e giù per la stanza.

No, a nulla avrebbero approdato le sue ammonizioni; no, quand'anche Bardelli non avesse detto tutto ciò che aveva nell'animo, la condizione delle cose non sarebbe stata diversa, e l'incendio nascosto non sarebbe stato meno pericoloso. La dichiarazione Bardelli gliel'aveva fatta prima ancora di parlare, quand'egli, afferrandole con impeto la mano, l'aveva coperta di baci. Diana li sentiva quei baci, come una bruciatura acuta, sul dorso della sua mano bianca, sentiva in tutta la persona, il calore dell'atmosfera di fuoco che l'aveva investita. Ben è insidioso e maligno l'amore se, pur non diviso, turba così. E in questo turbamento, troppo comprensibile in lei che udiva per la prima volta il linguaggio della passione, Diana trovava una scusa alla propria severità. Oggi, non mai, era il caso d'invocar quel dovere, che, in bocca di suo marito, le suonava da un pezzo come una parola vana, ma ch'ella non aveva cessato un istante di considerar legge suprema della vita. Sì, ella doveva condursi come s'era condotta, doveva stare in guardia contro ogni debolezza improvvida, contro ogni indulgenza funesta.

Mentre per la disposizione, insita in noi, di esagerar l'importanza di ciò che ci accade, Diana ingrandiva la sua facil vittoria, e il povero Eugenio Bardelli prendeva a' suoi occhi le forme d'un seduttore temibile, spuntava nel suo animo e si mesceva alle impressioni dolorose, inavvertito forse, non confessato certo, un sentimento diverso, quasi un risveglio di femminilità, quasi una compiacenza segreta d'aver potuto inspirare un palpito, un desiderio, una simpatia che non avesse i soli caratteri della rispettosa amicizia.

Ah, se Alberto sapesse! Ma Alberto non avrebbe saputo. Ella non gli avrebbe dato un comodo pretesto di non occuparsi più affatto di quell'infelice Bardelli, il quale, adesso sopra tutto, aveva la necessità imprescindibile di ottenere un impiego… Senza dubbio, Alberto, tornando a Torino, si sarebbe maravigliato di non aver tra i piedi il suo fido satellite, ma, come sogliono gli uomini pieni d'affari, egli avrebbe accettato per buona moneta qualunque pretesto.

Intanto la posta di quella sera recava a Diana nuove emozioni e nuove sorprese.

«—Mi son decisa a venir a passar teco qualche settimana—le scriveva sua madre da Venezia—e spero che Gustavo mi accompagni. Mi par mill'anni d'abbracciar te e la bambina le cui condizioni non buone di salute mi affliggono».

E subito dopo la signora Valeria soggiungeva:—«Sono tutta sossopra per la morte (dopo due giorni di malattia; una pneumonite acuta) d'una mia carissima amica, l'Adelaide Nocera. Tu le facevi il viso dell'arme, e io non pretendo che fosse una donna perfetta; ma era così buona, così intelligente e vivace! E aveva il segreto della eterna giovinezza. A quarantacinque anni ne mostrava poco più di trenta… Anche adesso, composta nel suo letto, se tu la vedessi!… L'abbiamo assistita, Gustavo ed io… Povero Gustavo che l'amava tanto, da tanto tempo, che affrettava col desiderio il momento di darle il suo nome!… Povero Gustavo!… In che stato è ridotto!… È per questo che lo voglio portar via da Venezia… Andrà a Parigi, andrà a Londra… Domani ci sono i funerali… Partiremo doman l'altro mattina, telegrafandoti…

«Non badare alla sconnessione di questa lettera. Io domando ancora a me stessa: È vero, o non è vero?… L'Adelaide, qualche ora prima di morire, ha nominato anche te.—Credo—ella mi diceva—che Diana avrebbe finito col volermi bene…».

Nelle condizioni d'animo in cui Diana si trovava, l'annunzio datole da sua madre le fece una impressione immensa. Sì certo, ell'aveva sempre resistito al fascino che l'Adelaide Nocera esercitava su quanti l'avvicinavano, ell'aveva sempre giudicata con severità quella donna briosa e leggiadra, che, vivente il marito, aveva una tresca palese e alla quale la voce pubblica attribuiva, almeno in passato, altre galanterie. Ma, tra perchè alcune sue idee andavano a mano a mano modificandosi, tra perchè l'Adelaide, ormai vedova, sarebbe diventata presto sua zia, Diana non aspettava che un'occasione per riannodare i suoi rapporti con lei. Non le aveva parlato più dopo la sera di quella scena breve e violenta, al Lido, tra lo zio Gustavo ed Alberto, (eran quasi tre anni!) e le sembrava ancora vederla ritta, immobile, con le mani dietro la schiena, col dorso appoggiato al parapetto della terrazza, la piccola testa ed il busto spiccanti in ombra sul nitido azzurro del cielo ove sorgeva alta la luna… Ah, nella memoria di Diana riviveva, minuto per minuto, quella sera, in cui, provvida diversione allo scandalo minacciato, il suo repentino malessere aveva attratto la curiosità dei presenti, ed ella, per segni non dubbi, s'accorgeva d'esser madre… Così un intimo, misterioso legame univa il suo ultimo incontro con l'Adelaide alla nascita di Bebè… E oggi l'Adelaide, l'immagine della forza e della salute, era morta, e Bebè era tanto gracile, tanto pallida, tanto debole!

Diana scacciò da sè con un grido le terribili suggestioni di queste coincidenze fortuite, corse dalla bimba, la prese sulle ginocchia, la baciò e ribaciò, le disse che domani sarebbe venuta la nonna… Non se la ricordava la nonna Valeria, che la faceva giocar l'estate scorsa a Belgirate, sul lago… dove c'era il piccolo battello con la banderuola azzurra, e c'era Cinci, il cane dell'ortolano….?

Bau, bau—fece la piccina.

Sicuro, bau, bau… Ma adesso bisognava accoglier bene la nonna che si moveva apposta per abbracciar la sua bimbetta, e chi sa che belle cose le avrebbe portate da Venezia….

—Nonna—ripetè Bebè, senza entusiasmo, e piuttosto perch'era avvezza a sentirla nominare che perchè ne conservasse, dopo un anno, l'immagine chiara e distinta.

Diana invece pensava con infinita tenerezza, con riconoscenza infinita alla sua mamma che cercava un conforto al proprio dolore venendo a star qualche tempo con lei; ne magnificava in cuor suo la bontà operosa, lo spirito equilibrato, il consiglio sicuro… Ah com'era provvidenziale questo arrivo della mamma, in questo momento, come avrebbe potuto giovare anche a Bebè!… E il povero zio Gustavo, chi sa se si sarebbe trattenuto almeno un pajo di giorni a Torino?… A ogni modo, col solo venirci, egli mostrava di volersi riconciliare appieno con lei… Ah sì, sì; troppo era stato penoso, troppo a lungo era durato il dissidio, troppo era triste che occorresse una sventura per porvi termine.

Nella sua impazienza di far giungere a' suoi cari una parola d'affetto, Diana buttò giù due righe di telegramma alla signora Valeria:

Profondamente commossa, vi aspetto a braccia aperte.

E firmava. Ma non le parve d'aver detto a bastanza, ed aggiunse: I vostri lutti sono i miei lutti. Dì allo zio Gustavo che soffro con lui.

—Al telegrafo, subito, con questo dispaccio—ell'ordinò alla Luisa.

—Signora—obbiettò la cameriera che adempiva anche agli uffici di cuoca;—com'è possibile?… Ho l'arrosto… Se andasse l'Irene?

—No, non mi piace che l'Irene esca sola di casa a quest'ora.

—Non è poi una Venere—rispose, alquanto piccata, la cameriera,—e non credo che gli uomini debbano correr dietro più a lei che a un'altra.

—Tss, tss!—fece Diana.—Tornate pure in cucina, e mandate qui l'Irene.

La Luisa rimase un istante perplessa, divisa fra il pensiero dell'arrosto e gli stimoli della nativa petulanza; indi l'arrosto prevalse ed ella si ritirò in dignitoso silenzio.

—Scendi in portineria—disse la Varedo all'Irene—e prega in mio nome il portinaio o sua moglie d'impostare immediatamente questo telegramma.

La bambinaia tentennò la testa.—Ho paura che non ci sia nessuno di disponibile… Gasparo è fuori senza dubbio, e la moglie ha i suoi reumi e non è in grado di muoversi… Se vuole, vado io.

—Quando non ci sia altri, per forza…

—Ha furia?

—Un telegramma, s'intende… Perchè?

—Perchè, se non aveva una gran furia, sarebbe capitato il professor
Bardelli…

—Non viene oggi Bardelli—interruppe precipitosamente Diana, imporporandosi in viso.—Vai tu allora… Va e torna… Ecco il danaro…

—E ce la darà lei la pappa a Bebè?

—Ce la darò io… Va, va.

Seduta sopra un tappeto, con un simulacro di bambola (erano i miseri avanzi della bambola che lo zio Gustavo le aveva spedita a Roma pel suo dì natalizio) Bebè si era mantenuta tranquilla, assorta nella grave occupazione di strappar gli ultimi quattro capelli all'infelice pupattola. Ridotta ch'ebbe costei nello stato di assoluta calvizie, la prese uno de' suoi accessi d'inquietudine accorata, e voleva l'Irene e voleva Bardelli, e piangeva, piangeva di quel pianto irrefrenabile ch'è proprio dei bambini gracili e malaticci.

—Oh, Signore, Signore, non vedrò più la mia Bebè d'una volta?—esclamava Diana dopo aver tentato inutilmente con celie, con fiabe, con baci e sorrisi e carezze di rasserenare quella piccola fronte.

Nella notte insonne che seguì la tempestosa giornata Diana non riuscì a staccar la mente dall'Adelaide Nocera.—«Domani ci sono i funerali»—le aveva scritto sua madre, e Diana evocava con la fantasia la chiesa affollata, le armonie solenni dell'organo, il fumo degli incensi, la luce gialla dei ceri, la bara coperta di fiori… Ma ormai la chiesa era deserta, e muto l'organo, e spenti i ceri, e dissipati gli incensi… Ormai l'Adelaide era sepolta, forse, amara ironia, accanto al marito ch'ella non aveva potuto soffrire, e le ghirlande appassivano sul tumulo recente nella triste isola di San Michele.

Del resto, non era ella stata felice? Non aveva attraversato la vita come in una striscia di sole, nel calore degli sguardi accesi ed intenti, nella musica delle parole dolci ed appassionate? Non aveva conservato oltre i limiti ordinari del tempo il bene supremo della giovinezza? Non aveva avuto al suo capezzale fino all'ultimo l'uomo nobile, integro che l'aveva tanto amata, che l'amava tanto?… Perchè dunque commiserarla? Che poteva ella sperare di più vivendo altri dieci, altri venti, o trent'anni?… Le gioie d'un esistenza casalinga, d'un tramonto placido e sereno?… Ma s'ella non era nata per gustar quelle gioie, per apprezzar la quiete di quel tramonto? Se avesse ripreso le sue abitudini leggere, se a dispetto dell'età avesse voluto essere ancora una donna galante, se avesse reso ridicola sè stessa, ridicolo il nuovo marito?… Ah in tal caso meglio per lei, meglio per lo zio Gustavo che fosse morta!

Vani discorsi! Intanto lo zio spargeva sulla tomba dell'Adelaide Nocera assai più lacrime di quelle che non avrebbe sparse Alberto sulla moglie e sulla figliuola se le avesse perdute entrambe in un giorno. O che Alberto si curava di loro, laggiù alla capitale, in mezzo agli intrighi parlamentari, in mezzo ai preparativi della grande battaglia per rovesciare il Ministero abborrito?

Ricondotta insensibilmente a meditar sulle proprie miserie, Diana tornava col pensiero alla dichiarazione di Bardelli, allo strappo irreparabile che n'era seguito, al vuoto che la mancanza di quell'amico fedele lasciava nella casa. E le spuntava una strana domanda sul labbro:—Come si sarebbe regolata in una contingenza simile l'Adelaide Nocera?

XIX.

Per un calice.

La mattina dopo, Diana, uscita di casa sola per far qualche spesa, trovò a pochi passi dalla sua porta cinque o sei individui che, fermi sul marciapiede, parevano discutere animatamente. Mentre essi si ristringevano per farle posto ella colse una frase:—Peccato! Era un fior di galantuomo.

Proseguendo nel suo cammino, s'imbattè in due popolane una delle quali diceva all'altra:

—Non c'è più timor di Dio. Ecco perchè succedono ogni momento di queste brutte cose.

In fine, nello sboccare in Piazza Castello, la Varedo udì queste parole che un fiaccheraio, dall'alto del suo cassetto, slanciava a un compagno:—S'è avvelenato col cianuro di potassio.

Dunque si trattava d'un suicidio accaduto da poco, e se tutti quanti ne discorrevano doveva trattarsi del suicidio di persona ben nota. Chi era mai?

In preda a una vaga inquietudine, Diana girò gli occhi intorno in cerca d'un conoscente a cui chieder notizie. Non ne vide alcuno, non osò interrogare gli estranei, e tirò innanzi voltando dalla parte dei portici di Po.

Ma, inconsciamente, ella s'era avvicinata al luogo della catastrofe, e notò subito un fermarsi e sciogliersi di capannelli sotto le arcate, sulla soglia dei negozi, e un affrettarsi di curiosi verso un punto ove molta gente era già agglomerata e ove sulla massa confusa di teste spiccava un pennacchio di carabiniere.

—Povero Bardelli!—esclamò qualcheduno.

Diana credette che le mancasse il terreno sotto i piedi. Bardelli!
Avevano proprio detto Bardelli?

E forse non si sarebbe potuta reggere senza l'aiuto del professore Sali, della facoltà di lettere, che passava in quel momento, avviato all'Università.

—Signora Varedo—egli disse offrendole il braccio,—non stia in questa baraonda….

La tirò fuori della folla e fattala entrare nel Caffè di Parigi ordinò al tavoleggiante di portarle un bicchierino di cognac.

—Certe cose producono una penosa impressione a tutti—egli soggiunse.—Figuriamoci poi a loro signore che sono più delicate.

Finalmente Diana potè articolar la domanda tanto naturale che non le voleva uscir dal labbro.

—Ma scusi, professore… quale dei Bardelli è?

—Come? Non lo sa?—replicò il Sali con accento di meraviglia.—È l'orefice… Il nome non lo ricordo…

—Ah!… È l'orefice?—ripetè Diana. E un po' di sangue tornò sulle sue guance scolorite, e la sua fisonomia contratta andò a grado a grado ricomponendosi.

Così è. Quando a un male temuto se ne sostituisce un altro che sia o ci appaja minore, noi sulle prime non proviamo che un senso di liberazione; lieti che una determinata cosa non sia avvenuta, ci accorgeremo solo più tardi della gravità di quella che avviene in sua vece.

Diana, pur dianzi, a udir pronunciato il nome di Bardelli, era corsa immediatamente col pensiero ad Eugenio, e non dubitando che il suicida fosse lui aveva creduto scoprire un'intima connessione fra questa tragedia e la scena di ieri. Per colpa di lei dunque quell'uomo s'era tolto la vita? Ed ella avrebbe sempre quel rimorso nel cuore, avrebbe sempre quell'immagine negli occhi!

Ora l'incubo tremendo l'era levato di dosso… Non era Eugenio, era
Girolamo…

E il professor Sali riferiva a Diana ciò ch'egli aveva raccolto sul triste avvenimento.

Girolamo Bardelli s'era recato quella mattina per tempissimo nella sua bottega (appunto la bottega sotto i Portici, a guardia della quale stavano adesso i carabinieri) e vi si era chiuso dentro col suo garzone apprendista per finire un'opera di cesello che gli premeva. Arrivati alle sette i lavoranti, egli s'era ritirato nella retrobottega a scrivere una lettera a suo fratello Eugenio che poi aveva consegnata al ragazzo con l'incarico di recapitarla. Verso le otto, uno dei giovani gli aveva chiesto se dovesse aprir la bottega ed egli aveva risposto che aprisse pure. Di lì a qualche minuto s'intese un tonfo ed un rantolo. Gli accorsi al rumore non trovarono che un cadavere. Una boccettina di cianuro di potassio era, vuota, sul tavolino.

Con un gesto di ribrezzo, Diana accennò a volersi alzare.

—Tornerei a casa—ella balbettò.

—L'accompagno io, diamine—disse il professore.—Ma è meglio aspettare ancora… è meglio che si rinfranchi di più… E poi…

Di fuori s'udiva il sordo mormorio ch'è proprio della folla la quale speri d'esser finalmente ricompensata d'una lunga attesa.

—Lo portano via—sussurrò uno dei camerieri.

Lo portavano via in fatti, dopo le constatazioni di legge, sopra una barella dell'ospedale; ma dal caffè non si vedeva nulla, non si vedeva che la schiena dei curiosi assiepati sotto le arcate e guardanti verso la strada.

Passato che fu il triste corteo, la gente si disperse alquanto delusa.

Un signore di complessione apoplettica brontolò, asciugandosi i sudori, e con l'aria d'un cittadino leso ne' suoi diritti:—Non valeva la pena di prendersi il sole in faccia per così poco.

Diana si levò in piedi.—È finito, sembra. Grazie di tutto, professore… Posso benissimo andar sola.

—Nemmeno per sogno—protestò Sali.—Non la lascio che sul pianerottolo del suo appartamento… Desidera che chiami un fiacre?

—No… È qui presso… Preferisco camminare. E poich'ella vuole a ogni costo accompagnarmi….

—Questo s'intende… S'appoggi, s'appoggi.

—Che colpo per la vecchia Bardelli!—sospirò Diana quando fu all'aperto.

—La conosce?

—Sì.

—E il fratello del defunto, quello ch'era assistente di suo marito, viene sempre in casa sua?

Diana fece un segno affermativo col capo. Non poteva, non voleva dire che avrebbe cessato di venirci.

—Ma!—soggiunse il Sali.—Attribuiscono questo suicidio a dispiaceri coi fratelli…

—Non però con Eugenio—interruppe vivamente la Varedo.

—Appunto… Dev'esser con l'altro… lo scultore… un cervello balzano… che ha fatto un certo matrimonio… Ah, le donne!… Che parte hanno nella nostra vita… in bene e in male!… E chi sa che anche nel suicidio di questo disgraziato non c'entri una donna?… Dicono ch'egli avrebbe voluto sposare una vedova, e ch'era stato costretto a rinunziarci in causa delle mignatte che gli succhiavano il sangue… Non ha sentito?

—Sarà… Non ricordo…

Cherchez la femme, cherchez la femme, hanno ben ragione i Francesi.

Il professore Sali, da quel dotto uomo ch'egli era, s'avventurò in una disgressione sull'influenza della donna attraverso i tempi. Diana lo ascoltava appena, di null'altro desiderosa che di arrivare a casa, e, poichè la strada era breve, ci arrivò prima che il suo interlocutore avesse oltrepassato la guerra di Troia.

Ma nemmeno a casa ebbe pace. Quanto più ci pensava tanto più le pareva grave, irreparabile la sventura che aveva colpito i Bardelli. Il momentaneo sollievo da lei provato apprendendo che il suicida era Girolamo e non Eugenio ora quasi svaniva dinanzi alla considerazione che la morte del primo aveva, per la madre, conseguenze infinitamente maggiori. E forse per lo stesso Eugenio, il cui destino era d'esser soverchiato dai violenti e dai furbi, per lo stesso Eugenio sarebbe stato meglio il morire che l'assistere allo sfacelo della famiglia… Che se poi gli veniva lo scrupolo di non aver saputo con un po' d'energia impedir la catastrofe, quale strazio doveva essere il suo!… E a quelle anime buone, a quella madre, a quel figliuolo che si sarebbero fatti a pezzi per lei, ella, Diana, in un'occasione simile, non avrebbe mandato, non avrebbe portato una parola di conforto? Portarla? Andar dunque dai Bardelli, incontrarsi con Eugenio, dopo la scena di ieri? scrivere invece?… Scrivere una delle solite lettere di condoglianza, accozzar le solite frasi contorte che non dicono nulla, mentre si può dir tanto con una stretta di mano, con una lacrima? E scrivere a chi? Alla signora Marianna? O che quei poveri occhi logorati dal piangere sarebbero stati in grado di decifrare una sillaba?… E se scriveva ad Eugenio come avrebb'ella potuto fingere che niente fosse accaduto fra loro? O come avrebbe potuto alludervi in una lettera non certo destinata a rimanere segreta?

Nella dirittura della sua mente, Diana prese il partito migliore, e nel pomeriggio, coricata Bebè che ogni giorno era messa a dormire un paio di orette, si recò in persona dai Bardelli.

Una vicina che la riconobbe in portineria la precedette per le scale, annunziò il suo arrivo, gettò lo scompiglio nelle donnicciuole che attorniavano la signora Marianna, pose in fuga Eugenio ch'era anch'egli presso la madre.

Questa volle alzarsi in piedi a ogni costo, raggiustò con un movimento istintivo la cuffia che ricadeva per indietro lasciando a nudo il suo cranio pelato, e sorretta da un'amica fece due passi verso la visitatrice e le si abbandonò fra le braccia singhiozzando.

Era un'ombra, una larva; così bianca come se le sue vene avessero dato tutto il loro sangue.

—Oh signora Varedo—ella gemeva,—che disgrazia, che disgrazia!… Ma dov'è Eugenio?… Era qui or ora. Credevo che le fosse venuto incontro…

E interrogava con gli occhi le femminette che s'eran tirate in disparte.

Una di esse mostrò l'uscio a sinistra.—È andato di là.

—Ma che venga dunque—ripigliò la Bardelli con la sua voce fioca.—Deve aver capito male… Quando saprà chi è… Chiamatelo, chiamatelo.

—Forse avrà da fare—disse Diana Varedo.—Non lo disturbino.

La signora Marianna s'ostinava.—No, no, lui stesso non mi perdonerebbe se non lo chiamassi… E poi è lui che ha la lettera… la lettera terribile… Vedrà, signora Diana, vedrà…

S'era rimessa a sedere, teneva, parlando, nelle sue mani la mano della
Varedo, di tratto in tratto un tic nervoso le scomponeva la faccia…

—È stato per quel calice… Oh, se il mio povero marito avesse potuto immaginare?… Ma Eugenio le dirà meglio… Ah, eccolo che viene…

Eugenio Bardelli apparve sulla soglia. C'era tanto dolore nel suo volto, c'era tanta trepidazione e tanto sgomento che Diana cedette senz'altro all'impulso del suo animo buono, e svincolatasi con dolcezza dalla madre si avvicinò con la destra tesa al figliuolo.

—Coraggio, Bardelli!

Egli quasi non credeva a se stesso. Gli perdonava ella dunque? Era disposta a dimenticare?

Egli rimase perplesso un istante; quindi prese la mano pietosa che gli si offriva e la portò alle labbra. La mano baciata era quella di ieri; era quella di ieri la bocca baciante; ma come diverso era il bacio! Non più caldo e fremente di passione repressa, ma discreto, ma rispettoso, ma timido… Diana sentì che tutto era finito.

—Coraggio!—ella ripetè.—Pensi alla sua mamma.

La vecchia Bardelli si voltò verso il figlio.—Dalle la lettera.

Eugenio esitava.—Perchè funestarla?

Ma l'altra insistette.—Oh la signora Diana è come una di famiglia… La signora Diana ci perdona… Lo sa che veniva in mezzo alle tristezze… Voglio che la veda quella lettera… lei che conosceva il mio Girolamo, che lo apprezzava… non è vero?

—Molto, molto—assentì Diana.

—Era più giusta di noi con quella santa creatura… che non ha fatto che del bene nella sua vita… e che anche morendo non ha una parola d'astio per nessuno—seguitava la signora Marianna logorata dall'ahi tardo rimorso di aver disconosciuto quel modello di figlio, di fratello, di artista.

Appoggiata ai bracciuoli della sedia, ella si chinava verso Diana che stava scorrendo la lettera consegnatale da Eugenio.

—Legga ad alta voce, signora Diana… se non le dispiace—supplicò la
Bardelli.—Io non posso… non posso vederci…

Bella invero e toccante, nella sua semplicità, era la lettera di Girolamo.—«Fin che ho creduto d'esser utile—egli scriveva—ho lavorato serenamente, ho serenamente vissuto con voi e per voi. Ora la mia testa è confusa, ora dubito, vivendo, di far più male che bene. Forse Paolo ha ragione, forse io ho usurpato diritti che non avevo, e sarebbe stato meglio per tutti di far delle divisioni nette sin dal principio. A ogni modo vi giuro, e tu, Eugenio, puoi assicurarne la mamma e il fratello, che alla resa dei conti e alle divisioni mi sarei prestato anche adesso se non ci fosse stato di mezzo quel calice che per sè solo rappresenta due terzi del nostro piccolo patrimonio e di cui per conseguenza bisognava privarsi. Non sapevo adattarmi all'idea che quel prezioso oggetto d'arte, quel gioiello del nostro Rinascimento, andasse in mano d'estranei, fuori d'Italia ove vanno tante cose nostre… Regalarlo al Museo era una pazzia, lo capisco… oltre che io non potevo regalare ciò che non apparteneva a me solo… e non dò colpa a Paolo s'è ricorso alle vie legali per impedirmelo… Ma a Paolo e a te, Eugenio mio, raccomando di tentare almeno che il compratore, se pur non vuol essere il Governo o uno dei nostri Musei, sia un Italiano. Ce ne sono ancora dei ricchi in Italia, i quali non dovrebbero permettere questa continua spogliazione del loro paese.

«Non lascio un centesimo di debiti. Nella cassaforte troverete 450 lire in biglietti di banca, un libretto della Cassa di risparmio con 1148 lire, e una cartella di duecento lire di Rendita. I pochi crediti sono registrati in un quaderno che c'è nella scrivania. Un altro libro, chiuso nella scrivania anch'esso, contiene l'inventario fatto in Gennaio. Le variazioni avvenute poi le desumerete dallo sfogliazzo che vi mostrerà Giovanni, il mio lavorante anziano.

«Di lui potete fidarvi come di me stesso. E con lui non vi sarà difficile intendervi per l'andamento della bottega. È buono, bravo, onesto allo scrupolo, vi farà patti convenienti.

«E ora un abbraccio a tutti. A te cara mamma, che mi perdonerai d'abbandonarti nella tua vecchiaia, a te, Eugenio mio, che diventi il capo della casa e che spero avrai presto la cattedra di Università che ti meriti; e anche a te, Paolo, a cui non serbo rancore, a cui auguro gloria e fortuna.

«Addio, addio, e rammentate con affetto e con indulgenza,

                                Il vostro
                                 GIROLAMO».

Due volte Diana, profondamente commossa, aveva dovuto interrompere la lettura di questa lettera; due volte le preghiere insistenti della Bardelli l'avevano costretta a riprenderla.

Quando la sua voce malferma si fu spenta sulle ultime righe, la signora Marianna ebbe un nuovo accesso di disperazione. E fra pianti e singhiozzi incolpava sè del suicidio del figliuolo… Lei, lei era stata la vera causa, non Paolo che aveva ceduto ai cattivi consigli, ch'era esacerbato dalle ingiustizie del mondo e aveva la grande scusa del bisogno… Lei, lei che era la madre, che avrebbe avuto l'obbligo di ricordare i sacrifizi fatti da Girolamo per la famiglia, la sua bontà da bambino in su, la sua delicatezza, la sua pazienza infinita… Non una parola acerba mai, nemmeno se lo si rimproverava a torto; non un'osservazione amara, neppure durante la dolorosa questione nella quale ella gli si era messa risolutamente contro… Solo ieri, dopo una breve disputa in cui ella non aveva saputo tenere in freno quella sua maledetta lingua, egli, carezzandola, le aveva detto con dolcezza:—No, mamma, tu non dovresti parlarmi in questo modo.—Così si erano separati. Ella non lo aveva più visto… ella non lo rivedrebbe più… neanche morto… perchè lo avevano trasportato all'Ospedale e a lei non permettevano di andarci… C'era Paolo a levar la maschera… per scolpir poi il busto… Ecco quello che le sarebbe rimasto del suo Girolamo!…

Diana si strappò a fatica a quella scena straziante promettendo di tornar presto.

Timido, peritoso, Eugenio Bardelli la seguì sul pianerottolo. Non osava alzar gli occhi verso di lei, non osava formular la domanda che meglio avrebbe espresso il suo pensiero:—Mi ha perdonato?

Chiese invece, e gli parve una grande audacia:—Come sta Bebè?

—Così… Non come vorrei—sospirò Diana. E soggiunse:—Quando sarà più tranquillo, venga a vederla.

La fisonomia contraffatta del giovine professore si trasfigurò per un istante; per un istante egli scordò le sue pene, la tragedia domestica, le angustie dell'avvenire… Ella gli riapriva la sua porta, ella consentiva a gettare un velo d'oblìo sul passato…

—Grazie, grazie…

E Bardelli avrebbe voluto accompagnar Diana almeno fin giù delle scale, manifestarle la sua immensa gratitudine.

Ella lo fermò con un gesto.—No… La sua mamma l'aspetta.

Non gli lasciò tempo di replicare e si dileguò, rapidissima.

Ma, nel frastuono della strada, il vigore fittizio che l'aveva sostenuta fino allora l'abbandonò ad un tratto per dar luogo ad un senso di smarrimento e di prostrazione, ed ella si affrettò ad accettare l'offerta d'un fiaccheraio che, agitando la frusta e rallentando la corsa, le passò vicino con la sua vettura.

A casa, a casa! Già troppe ore n'era stata lontana in quel giorno, troppe ore era stata lontana dalla sua bambina… E quante emozioni da ieri in poi! E che soffio di tempesta aveva traversato la sua vita uguale, opaca, monotona!

Era la Provvidenza che aveva inspirato alla sua mamma di accorrer da lei in questo momento! Cara mamma! Care braccia amorose sempre pronte ad aprirsi! Caro porto sicuro ove le procelle si quietano!

Diana guardò l'orologio. Erano quasi le 4, e la corsa sarebbe arrivata poco dopo le 7.

XX.

Fra due doveri.

—Non è solo?—chiese Alberto Varedo al servo dell'onorevole San
Giustino che lo precedeva per annunziarlo.

Il San Giustino abitava in un piccolo quartiere al secondo piano in corso Vittorio Emanuele.

—Nossignore—rispose il domestico.—C'è con lui l'onorevole Zonnini con quel giornalista… Fraschetti, credo sia il direttore della Rupe Tarpea.

—Ah, Fraschelli?

—Appunto.

—Che seccatura!—pensò Varedo che avrebbe preferito discorrere a tu per tu col futuro ministro. Pur dissimulò la sua noia ed entrò nel salotto ov'erano riuniti i tre amici politici. Il direttore della Rupe Tarpea era sempre l'amico politico degli uomini in auge.

—Che buon vento?—disse San Giustino.

S'erano lasciati da due sole ore, dopo un lungo colloquio in una delle sale di Montecitorio.

—Non è un buon vento, pur troppo—replicò Varedo.

—Oh, oh!… Qualche cattiva notizia di casa vostra?… La bambina s'è aggravata?

I conoscenti di Alberto sapevano che la sua figliuola era inferma.

—Mi arriva questo telegramma. Leggete.

E il professore consegnò a San Giustino un dispaccio di poche parole:—Condizioni peggiorate. Giraldi inquieto. Parti subito. Diana.

—Però la vostra signora è apprensiva?—soggiunse San Giustino, restituendo il foglio.

—In quanto a questo sì… Non per sè, ma per la bimba… Apprensiva al massimo grado.

—E allora è probabile che esageri—osservò Zonnini.

E Fraschelli, tanto per dir qualche cosa, spifferò questa sentenza peregrina:—Quando si tratta dei loro figliuoli le mamme esagerano sempre.

Alberto Varedo tentennò il capo.

—Vorrei che fosse così anche questa volta… ma perchè mia moglie mi avrebbe telegrafato proprio stasera sapendo che avrei da parlare domani alla Camera?… Perchè, se non ci fosse un'urgenza?

—Le donne, caro amico—ripigliò San Giustino,—certi riguardi non li capiscono… Io ho avuto la disgrazia di perder la mia ancora giovane e la ricordo e la rimpiango… Credo tuttavia che con lei la mia carriera politica sarebbe stata troncata a mezzo… Quello che mi ha tempestato di lettere e di dispacci una volta che la nostra primogenita ammalò di morbillo! Pareva che una catastrofe fosse imminente… Io ebbi la debolezza di darle retta; abbandonai la capitale, piantai in asso il Parlamento, gli uffici, due commissioni che dovevo presiedere, corsi in Toscana nella nostra villa e trovai la mia figliuola già in piedi… ciò che non toglie che la mia signora consorte mi strapazzasse come un cane perchè non ero arrivato prima… Ell'aveva una scusa, ell'era sola, in una campagna fuori di mano… Vostra moglie invece è in una grande città, ha compagnia…

—Ha sua madre e suo zio… Ho pregato apposta mia suocera di andar a
Torino.

—Vedete bene!—soggiunse il vedovo rassegnato con un accento che suonava amaro rimprovero all'egoismo di Diana Varedo.—Vedete bene!… A ogni modo, non è possibile che partiate subito.

—Veramente quest'era la mia intenzione…

—Di partir subito? Stasera?… Se non c'è una corsa?

—Per la Maremmana è tardi, lo so… Quando è capitato il telegramma… forse, con un buon cavallo, volando, sarei potuto giungere in tempo alla stazione… Forse… non ne son neanche sicuro… E poi come partirei senza che ci fossimo scambiati due parole?… Adesso potrei prendere la via di Bologna.

—Parte alle 23,10—notò Zonnini.

—Siete matto?—esclamò San Giustino.—Una corsa eterna che sarebbe a Torino domani alle sette pomeridiane… Via, non ci pensate nemmeno… meno… Partirete domani sera… Anche se non ci sarà stato il voto… pazienza… Avrete fatto il vostro discorso, svolto il vostro ordine del giorno… Se no, chi lo svolge?… Voi, Zonnini, siete il secondo firmato… Toccherebbe a voi…

L'idea di dare il gambetto al suo carissimo amico non era lungi dal sorridere al buon Zonnini; però egli fece il modesto e il ritroso.

—Per carità, allontanate da me questo calice… Non si renderebbe un servizio al partito… Io non ho l'eloquenza di Varedo… Certo che se fosse assolutamente necessario, mi sacrificherei… Ma sarebbe una tegola che mi casca sul capo.

Quanto più Varedo s'accorgeva che Zonnini sarebbe stato disposto a sacrificarsi, tanto maggior riluttanza egli provava a spianargli il cammino.

—Vedremo—egli sospirò.—Capisco che prima di domattina non mi converrebbe di partire… Intanto spedirò un telegramma.

—Naturale… Usciremo insieme, se non vi dispiace—propose San
Giustino.

—Ma scusa—disse Zonnini a Varedo,—che tu parta stasera o domattina, se non vieni domani alla Camera per me è lo stesso. Bisogna ch'io lo sappia.

—Te lo farò sapere, diamine.

—Presto.

—Prestissimo. Magari con un telegramma.

—Me ne incaricherò io—dichiarò San Giustino.—Ma non partirà, non partirà.

Ormai erano discesi tutti e quattro in istrada.

—Io volterei verso Ponte Sant'Angelo—disse Varedo.—Imposterò il mio dispaccio alla succursale di Borgo Nuovo.

—Vengo anch'io volentieri da quella parte—soggiunse San
Giustino.—S'incontra meno gente.

Ma Zonnini e Fraschelli erano dispiacenti di dover prendere la direzione opposta.

—C'è questo demone tentatore—spiegò Zonnini accennando al giornalista—che vuol condurmi all'Alhambra, a veder la rivale di Venere.

Fraschelli protestò.—Non gli date retta. Ne ha più voglia lui di me… Ci va tutte le sere.

—Che esagerazioni! Ci fui due volte… Ma vi assicuro io ch'è un bocconcino…

A commento delle sue parole, l'onorevole Zonnini portò la mano alla bocca e si baciò le punte delle dita.

—Basta; tu Varedo, hai ben altro pel capo, e poi, si sa, sei un puritano. Di San Giustino è in un momento in cui tutti gli occhi son fissi sopra di lui e non deve prestar il fianco alle malignità… Se no, insisterei perchè ci faceste compagnia… È un vero godimento estetico…

—Addio, addio, capiscarichi.

—Buona sera, Varedo—gridò Zonnini, e Fraschelli gli fece eco,—ti auguro di ricevere migliori notizie da Torino.

—Grazie, buona sera.

—Ecco il ristoratore del sentimento religioso—disse Varedo a San
Giustino appena furono soli.

—Bah, Zonnini è un furbo che sente di dove il vento spira.

—Se partissi domattina alle 8—ripigliò Alberto—sarei a casa prima di mezzanotte.

—Ma no, ma no—insisteva San Giustino—non potete partire che domani sera.

Era una bella notte estiva, un po' fresca come sogliono esser le notti di Roma. I due camminavano frettolosi; solo quando furono sul Ponte Sant'Angelo rallentarono alquanto il passo.

Gonfio per le pioggie recenti, il Tevere s'ingolfava con un rumore cupo sotto le arcate; torreggiava di fronte, quasi in atto di minaccia, la mole Adriana; a sinistra, slanciandosi altera fuor del viluppo degli edifizi minori, s'ergeva la cupola di San Pietro; la curva del Gianicolo si protendeva con netti contorni sul cielo limpido, senza luna; qua e là, mobili o fissi, brillavano piccoli punti luminosi.

—È pur suggestiva questa Roma—notò San Giustino.

Varedo fece un segno d'adesione, ma il suo pensiero era altrove.

—E dire che tutta quanta la colpa è di questo sciagurato Ministero il quale non ha mai avuto un lampo d'ingegno, non ha avuto altro che una qualità (se si può chiamarla tale), quella di saper menare il can per l'aia.

—È vero—rispose San Giustino che non intendeva bene.—Ma, scusate, la colpa di che?

—La colpa del bivio terribile in cui mi trovo—ripigliò Alberto con impeto.—Non siamo qui da più di due settimane? Non si doveva spicciarci subito?… Oh sì, il Ministero è riuscito a guadagnare ancora otto o dieci giorni… Con che frutto poi? che la caduta è forse meno sicura? Solo che invece d'esserne fuori, si è proprio oggi al momento critico, e io sono in questa bella situazione: che, se resto, manco ai miei obblighi verso la famiglia, se parto, manco a quello verso me stesso, verso i principî, verso le idee che sostengo, che desidero di far trionfare.

Era buio, e San Giustino, scettico amabile, poteva liberamente sorridere. Più che della ingenua sfuriata contro il Ministero temporeggiatore egli sorrideva di quell'allusione superba di Varedo alle idee da far trionfare. O che si va al potere per questo?

—Partendo domani sera voi concilierete ogni cosa—egli disse.—Del rimanente, a dispetto del Ministero, voi avreste fatto il vostro discorso e la Camera avrebbe già dato il suo voto, se, al solito, non si fossero avuti troppi oratori… Anche dalla nostra parte, Dio buono, quanta eloquenza!… Quanti aspiranti a un portafoglio o a un sottosegretariato!… Come contentarli tutti?… E gli scontenti non tarderanno a diventare avversari.

—È ignobile.

—Non lo nego… E non nego che vi saranno eccezioni… Voi, per esempio, non ne dubito… Però, siate sincero, o che non mi serbereste rancore se dessi a Zonnini o a un altro il posto che ho promesso a voi?…

Varedo si voltò bruscamente.—Scusate… Questo non c'entra… Qui c'è una promessa.

—Lo so, e volevo scherzare.

San Giustino non aveva parlato a caso. Il miglior modo di trattenere Varedo era quello di ricordargli che fra i suoi cari amici ce n'era più d'uno pronto a levargli la polpetta di bocca.

All'Ufficio di Borgo Nuovo, Alberto Varedo spedì un lungo telegramma a sua moglie. Diceva che il dispaccio di lei non gli era giunto in tempo da permettergli di prender il diretto di quella sera, che i colleghi lo scongiuravano di assistere alla importantissima seduta di domani alla Camera e di svolgervi il suo ordine del giorno, che sarebbe partito domani sera al più tardi. In ogni modo si sarebbe regolato sulle ulteriori notizie che pregava di fargli aver subito e che sperava migliori.

—Va bene così?—egli chiese a San Giustino mostrandogli la minuta.

—Benissimo. E fatevi animo. Il diavolo non sarà tanto brutto come pare.

Poich'erano in via e non avevano voglia nè l'uno nè l'altro di rincasare, si spinsero fino a San Pietro, discorrendo animatamente di politica, facendo il computo dei voti pei quali il Ministero sarebbe stato battuto, almanaccando sulla maggiore o minor probabilità di risolver presto la crisi. Sicuro di ricever l'incarico dal Sovrano, San Giustino aveva già il suo bravo Gabinetto in pectore, ma egli era troppo pratico dell'ambiente parlamentare da non temer gli ostacoli, le sorprese, le insidie dell'ultima ora.

La vasta piazza era quasi deserta; pochi fiacres immobili erano allineati a destra e a sinistra lungo il colonnato del Bernini; nel gran silenzio s'udiva solo la voce liquida, monotona, delle due fontane i cui zampilli ricadendo a terra spargevano intorno come un pulviscolo acqueo.

—Si sta più freschi qui—disse San Giustino fermandosi tra l'obelisco e una delle fontane.

Alberto Varedo levò gli occhi verso il Vaticano.

—Ecco la forza.

Di San Giustino lo guardò.—Siete un convertito?

—Non mi fraintendete… La forza d'inerzia, una delle più formidabili che ci siano. Aver dietro di sè una tradizione di diciotto secoli; per diciotto secoli aver bandito gli stessi dogmi, aver ripetuto, con poche varianti, le stesse parole, aver detto audacemente alle generazioni che si succedono:—Noi siamo la salute, noi siamo la luce, ecco la potenza vittoriosa, inespugnabile della Chiesa…. Anche una menzogna ribadita per diciotto secoli diventa, agli occhi di molti, una verità… Noi, che militiamo nell'altro campo, siamo più leali e sinceri negando l'esistenza d'una verità assoluta, immutabile, sostenendo il principio dell'evoluzione; ma le nostre schiere si sgretolano, ma non avremo mai intorno a noi un esercito compatto, disciplinato come quello che ci sta di fronte.

—Credete dunque che la Chiesa finirà col vincere?

—Ah no. Non vincerà nessuno… Noi non costruiremo nulla di solido, di durevole, ma non saremo vinti per questo. Nè noi, nè loro. Nessuna tendenza dello spirito umano può esser vinta. Non quella che porta verso la fede e s'appaga d'una certezza comunque ottenuta, non quella che ricerca e che dubita e si gloria delle sue affannose inquietudini. Sarà una lotta lunga quanto il mondo.

—Caro Varedo—interruppe San Giustino tra serio e scherzoso,—voi parlate d'oro ma vi raccomando di non dir queste cose domani alla Camera. Fareste arricciare il naso a più di qualcheduno… in tutti e due i campi. E non dimenticate che il nostro dovrebb'essere un Ministero conciliativo.

—La politica a base di puntigli e dispetti, le guerricciuole meschine non piacciono neppure a me—replicò Alberto Varedo.—E poi non giova esasperare i nemici che non si possono spegnere.

Chiacchierando così, ritornarono sui loro passi. Di San Giustino accompagnò Varedo fino all'albergo di Santa Chiara.

—Procurate di riposar qualche ora—gli disse nel prender commiato—e ricordatevi che per domani facciamo assegnamento sopra di voi… No, non voglio fermarmi sull'ipotesi che siate costretto a partir domattina… E, in qualunque caso, badate di non partire senza che ci siamo rivisti… Non abbiate riguardi, potete passar da me alle sei, alle cinque, quando vi piace… Se non vi vedo prima delle sette e mezzo è buon segno, e ci troveremo più tardi a Montecitorio.

Alberto Varedo andò a letto ma non dormì. Per quanti sofismi egli accumulasse, la sua coscienza non era tranquilla. Il suo posto non era a Roma, non era in Parlamento, era a Torino presso sua moglie, presso la sua piccola Bebè. Da oltre a due settimane egli l'aveva lasciata pallida, malaticcia, simile a una pianta che intristisce miseramente, e dopo d'allora non era stata mai bene, nè mai egli aveva ricevuto da Diana o dalla signora Valeria una lettera che gli concedesse d'aprir l'animo a liete speranze. E più d'una volta l'intonazione di quelle lettere gli era parsa amara, più d'una volta egli vi aveva trovato un'allusione alla sciagurata politica che lo teneva lontano; non lo si richiamava però, si era rassegnati a vederlo rimanere a Roma sino al termine della battaglia parlamentare… Che cosa era accaduto nella giornata di ieri, da un momento all'altro? Che cosa aveva indotto Diana a telegrafargli? Era stata un'ispirazione sua? O un suggerimento del medico? Se Giraldo aveva consigliato il dispaccio, le condizioni della bimba dovevano esser ben gravi!… E allora perchè non usare un linguaggio più esplicito? Perchè non dire:—C'è pericolo imminente. La tua presenza è indispensabile?

Ma, in fin dei conti (e di nuovo Varedo s'arrampicava sugli specchi per giustificare la propria condotta) aveva egli forse risposto con un rifiuto? No, aveva chiesto una breve proroga di ventiquattr'ore per compiere il suo ufficio di cittadino, di deputato, di uomo al quale il vigor dell'ingegno, la tenacità dei propositi, la serietà degli studi assegnavano una parte cospicua nella vita del suo paese. Questo a casa sua non volevano intenderlo; non volevano intendere che vi sono obblighi pubblici sacri quanto i privati e che il venirvi meno è colpa e viltà.

Nella notte insonne tornavano in mente a Varedo i passi principali del suo discorso, frutto di lunghe meditazioni, destinato, se non lo illudeva l'orgoglio, ad allargar gli angusti orizzonti della politica italiana, a sollevarla dalle miserie parlamentari, ad additar forse lui, Alberto Varedo, come un possibile rinnovatore della coscienza nazionale. A nessuno, neanche a San Giustino, egli aveva comunicato tutti i punti salienti di quella arringa; egli ne serbava le primizie alla Camera di dove la sua voce, udita dai colleghi, raccolta dagli stenografi, sarebbe volata lontano… E ora, alla vigilia del suo trionfo, egli avrebbe disertato il campo? Avrebbe lasciato che Zonnini parlasse in vece sua? Che impicciolisse le questioni con quel suo spirito di stenterello?… Varedo si rifiutava a fregiar del nome di emulo questo Zonnini leggero, superficiale, che aveva inforcato per snobismo il cavallo delle idealità religiose, e mentre pretendeva ristorar la fede in Italia frequentava assiduo i cafés chantants e correva dietro a tutte le cocottes di Roma… In verità, se non sorgevano rivali più formidabili!… Però qualche volta anche i mediocri, se le occasioni li favoriscono, fanno un buon tratto di via e sarebbe stata per Zonnini una gran bella occasione quella di potere, in una giornata memorabile, prendere alla Camera il posto di Alberto Varedo…

Prima delle cinque Alberto era in piedi, meravigliato di non veder giungere altre notizie da Torino, incerto sul significato da darsi a questo silenzio. Aveva aperto la finestra, e ogni tanto si affacciava al davanzale, guardando nella via di Santa Chiara ancora buia e deserta.

E pensava: Veglieranno essi pure laggiù…. Veglieranno accanto a una culla…. Diana, mia suocera, forse lo zio Gustavo che deve voler molto bene a sua nipote, se, nonostante la sventura che l'ha colpito, ha rinunziato al suo viaggio in Francia e in Inghilterra per restare in mezzo alle malinconie della mia casa… Veglieranno tutti… chi sa che non ci sia Giraldi con loro… mandato a chiamare in fretta…

L'aria frizzante della mattina gli metteva dei brividi addosso: l'ora grigia lo disponeva ai tristi presentimenti. Varedo si ricordava d'aver letto che sul far dell'alba è maggiore la depressione nervosa degli organismi, maggiore quindi il numero delle morti… Se adesso, appunto adesso, la sua Bebè?… Ma no, ma no, perchè accoglier queste lugubri idee, perchè disperare?… Ecco il sole rischiarava già i comignoli delle case, rigava di una striscia luminosa le cornici e gli sporti; in alto il cielo si tingeva d'azzurro; il giorno s'annunziava pieno di liete promesse agli uomini; perchè sarebbe stato apportatore di sventura a lui solo?

Da Piazza della Minerva, da Piazza del Panteon veniva il rumore di qualche carrozza; qualche pedone attraversava la via solitaria di Santa Chiara. A ogni passo che Varedo sentiva avvicinarsi, il sangue gli dava un tuffo.—Sarà il fattorino del telegrafo.

Le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo… Nessuno…. Ormai la città era svegliata; come acqua che uscendo da' suoi serbatoi si riversa per mille rigagnoli, da per tutto si spargeva la vita.

L'onorevole finì di vestirsi.—Che faccio?—egli chiedeva a sè stesso.—Se per le sette e mezzo non mi capita nessun telegramma parto o rimango?…

E non sapeva decidersi, e si crucciava con quelli di Torino che lo lasciavano in queste ambasce. Egoisti! Egoisti!

Zitto! Qualcheduno sale le scale, qualcheduno s'inoltra nel corridoio, s'arresta all'uscio, picchia.

—Avanti!

Varedo, pallidissimo, strappò dalle mani del telegrafista il dispaccio e lo aperse con dita tremanti. Quando alzò gli occhi dal foglio, vide che il fattorino era immobile in mezzo alla stanza, aspettando.

—Ah,—disse il deputato.—Scusate.

Firmò rapidamente la ricevuta, la consegnò con pochi soldi di mancia, e rilesse:

Condizione stazionaria, sempre grave. Parti appena puoi.

VALERIA.

Ahimè, il dispaccio non recava nessuna parola confortatrice. E tuttavia in quella frase appena puoi, Varedo credette scorgere un tacito assenso alla sua dichiarazione che sarebbe partito la sera, perchè prima non poteva. Se una vera urgenza ci fosse stata, sua suocera (perch'era lei e non Diana che gli telegrafava) avrebbe usato un diverso linguaggio. Inoltre la condizione, benchè sempre grave, si dipingeva come stazionaria; dunque ci era una tregua, un respiro; c'era ancora tempo da lottare, da resistere…

Dopo qualche altra piccola esitazione, il nostro onorevole decise di rimaner tutta la giornata a Roma e di fare il suo discorso alla Camera; poi senza indugi ulteriori, e quand'anche avesse avuto migliori notizie, si sarebbe messo in viaggio per Torino col direttissimo delle 20,50.

Formati ch'ebbe questi propositi nella mente, egli corse all'ufficio centrale, telegrafò a San Giustino per dirgli che restava, telegrafò a casa sua annunziando il suo arrivo per le 10,25 dell'indomani, e pregando di fargli avere ancora un dispaccio a Roma prima di sera.

Così gli parve d'esser in pace con la sua coscienza, gli parve d'aver acquistato il diritto d'astrarre per poche ore dalle sue angustie domestiche e di consacrar tutte le forze dell'ingegno e dell'animo a ciò che in quel dì memorabile si attendeva da lui.

Strada facendo, egli comperò i giornali del mattino. Tutti quanti, favorevoli e avversi, accennavano all'aspettazione vivissima che c'era nei circoli parlamentari pel suo discorso; solo la Rupe Tarpea conteneva questa noticina:

«Abbiamo visto iersera il nostro amico, onorevole Varedo, molto inquieto circa alla salute di una sua bimba, ammalata a Torino. Egli ci diceva che, ove non avesse avuto nella notte notizie migliori, sarebbe partito questa mattina rinunziando a parlare oggi alla Camera. In questo caso, che vivissimamente auguriamo non abbia ad avverarsi, il noto ordine del giorno sarà svolto dall'altro egregio amico nostro, onorevole Zonnini».

—Ah—esclamò Alberto Varedo—è lui, non c'è dubbio, è Zonnini che ha inspirato questo entrefilet. È lui che si prepara garbatamente il terreno… Ma l'uva non è matura, carino.

I conoscenti che lo incontravano per via lo fermavano.