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I coniugi Varedo

Chapter 2: I.
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About This Book

The narrative centers on a middle-class household where family members navigate courtship, reputation, and generational disagreements as a young woman becomes the object of a prospective suitor’s attentions. Intimate parlor conversations, visits, and public events such as lectures reveal contrasting attitudes about duty, social display, and female comportment; the mother’s caution, the uncle’s teasing, and the daughter’s pride shape a delicate negotiation of marriage and family expectations. Episodic scenes combine domestic detail with social observation, mapping subtle psychological tensions and polite maneuvering.

The Project Gutenberg eBook of I coniugi Varedo

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Title: I coniugi Varedo

Author: Enrico Castelnuovo

Release date: September 19, 2009 [eBook #30030]
Most recently updated: October 24, 2024

Language: Italian

Credits: E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from digital material generously made available by Internet Archive (http://www.archive.org)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK I CONIUGI VAREDO ***

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I Coniugi Varedo

E. CASTELNUOVO

I Coniugi Varedo

ROMANZO

MILANO
Casa Editrice BALDINI & CASTOLDI

Galleria Vittorio Emanuele, 17-80

1913

PROPRIETÀ LETTERARIA

MILANO—TIP. PIROLA & CELLA DI R. CELLA

I.

Una promessa di matrimonio.

—Buona sera, Gustavo—disse la signora Valeria Inverigo, alzando gli occhi dal suo ricamo e tendendo la mano a un uomo di mezza età, di statura giusta, d'aspetto simpatico, ch'era entrato senza farsi annunziare.

—Buona Sera, Valeria. Come va?

Erano fratello e sorella, ella vedova, egli scapolo. Scambiati i saluti, l'ingegnere Gustavo Aldini si avvicinò alla stufa.—Qui si sta bene. Dai Nocera faceva un freddo….

—Vieni di là?

—Sì…. Anzi l'Adelaide m'incarica di dirti che ti rimanderà presto quei giornali.

—Non c'è fretta—replicò la signora Valeria. Stette un momento soprappensiero; poi soggiunse:

—E il consigliere è contento d'essere tornato a Venezia?

—Perchè non dovrebb'essere? Il trasloco a Venezia l'ha chiesto lui.

—Lui o lei?

—Lui, lui. Tutti gl'impiegati chiedono di tornar nel loro paese.

—Sarà… Se però i Nocera restavano ancora qualche anno laggiù era meglio.

—Oh, Valeria…. Un tempo tu volevi molto bene all'Adelaide….

—E gliene voglio sempre…. È come una sorella minore per me…. Ma via, tu capisci….

L'ingegnere si portò un dito alla bocca.—Zitto…. Non esser cattiva.
Parliamo di Diana piuttosto. È al liceo Marcello?

—Sarà qui a momenti…. Il professore Varedo s'è impegnato a non parlare che per cinquanta minuti al più.

—Uhm!

—Già avresti fatto bene ad andarci alla sua conferenza.

—Io? No, no…. Sono refrattario alle conferenze, io…. E perchè non ci sei andata tu?

—Ah, d'inverno la sera io non esco quasi mai. Tu potevi far un'eccezione per una volta.

—Per sentire una predica?… Figurati!… Con quel tema: Il dovere?… Che zuppa!

—Sei ingiusto con Varedo. È un giovine d'ingegno.

—Si può avere ingegno ed esser noiosi.

—Ma lui non è noioso…

—Opinioni. È un punto in cui non sono d'accordo con te e con
Diana…. Con Diana soprattutto.

Dalla fisonomia dolce e placida della signora Valeria trasparì il dispiacere che le recava questo dissidio, ed ella borbottò:—E pure…

—Lo so, lo so—rispose l'ingegnere con una spallucciata—che mi toccherà accettarlo per nipote…. s'egli ti farà l'altissimo onore di domandarti la mano della tua figliuola… Perchè sarebbe tempo che si decidesse, mi pare…. A ogni gita di quel signore a Venezia si crede che la bomba debba scoppiare; poi egli torna tranquillamente alla sua cattedra, e la conclusione è rimandata alle calende greche… Tirare in lungo così non è bello.

—Verissimo…. E son risoluta anch'io a metterlo alle strette… Ma io spero…. Zitto!… Hanno suonato…. Sarà Diana.

—Con chi è andata alla conferenza?

—Con miss Jane e con le Duranti che sono passate a prenderla….
Eccola.

Diana irruppe nel salotto, raggiante.

Portava un tòcco di lontra, una giacchetta color marrone guarnita di lontra anch'essa, un vestito di lana scura, succinto, accollato. Poteva avere ventuno o ventidue anni; aveva occhi bruni, a mandorla, folti e indocili capelli castani che le ombravano la fronte, e si raccoglievano in trecce dietro la nuca; persona svelta e ben proporzionata; grandi, ma non tanto da sconciarle la fisonomia, il naso e la bocca. In complesso piacente, senza essere bella.

—Sola?—chiese la signora Valeria.

—Miss Jane è qui dietro… Ci mette un secolo a far la scala…. Le Duranti verranno domani. Ah, mamma, che peccato che tu non abbia assistito alla conferenza!

—Troppo freddo in istrada, bambina mia, troppo caldo nella sala, troppa folla—rispose la signora Valeria.

—Oh in quanto a questo, sì… La sala era gremita. Fino nel vestibolo, fino sul pianerottolo, fin su nella galleria s'accalcava la gente.

—Vedi dunque….

—Ma tu, zio—ripigliò la ragazza—non hai una scusa al mondo.

—Abbi pazienza; alle conferenze mi addormento, e se mi addormento russo.

—A questa di Varedo non ti saresti addormentato…. Me ne appello a miss Jane.

Miss Jane, ch'entrava in quel momento, rivolse uno sguardo interrogativo alla sua pupilla. Era un'inglese, che aveva piuttosto il tipo d'una tedesca, piccola, rosea, grassottella, flemmatica.

—Dica lei, dica il suo parere sulla conferenza di questa sera.

Miss Jane, che ansava un poco, posò il manicotto sopra una sedia, si sbottonò i guanti, e rispose:—O yes, beautiful indeed… Molto bella.

Pronunciata questa sentenza, la governante si sprofondò in una poltrona in un angolo del salotto.

Per Diana ci voleva ben altro.—Una maraviglia, un incanto… E mai un pentimento, mai un'esitazione… E neanche una nota.

—Che memoria!—esclamò lo zio.

—Nossignore, improvvisava.

—Demostene addirittura.

La signora Valeria slanciò un'occhiata di rimprovero al fratello, mentre Diana, piccata, replicava:

—Oh c'erano tante persone che applaudivano… tanti professori, tante signore.

—Sentiamo, sentiamo di chi era composto questo sinedrio femminino?

—Ho proprio tempo da passarle in rassegna… C'era la Rigaldi con le figliuole.

—Anche con quella di due anni?

—Sei intollerabile.

—So ch'è una famiglia dove si comincia tutto presto… Avanti…

—C'era la contessa Bisenti, la marchesa Terriani con la nuora, la signora Astolfi, la moglie del provveditore agli studi…

—Povera donna!… Condannata a subirsi tutte le conferenze dalla prima all'ultima… Suo marito crede che questo entri nei doveri d'ufficio… Avanti…

—Non dico altro.

—E adesso non c'è più nessuno che non sappia quale sia il suo dovere—ripigliò Gustavo Aldini con aria di mite canzonatura.

—Non la tormentare—interruppe la signora Valeria.—E tu, Diana, levati il tòcco e la giacchetta, chè qui fa caldo e rischi di prenderti un malanno. Dov'è la Giuseppina?

—Non ne ho bisogno. Or ora vado in camera per un minuto. Ma mi fa una rabbia quello zio…

—O perchè gli dai retta?

L'ingegnere, che si divertiva un mondo a punzecchiar la nipote, tornò alla carica.—Insomma io vorrei che così in due parole tu mi dicessi il sugo di questa famosa conferenza.

—La finisci, Gustavo?—ammonì la sorella.

—Che male c'è?—replicò Aldini candidamente.—Desidero istruirmi.

—Oh—saltò su la ragazza—se desideravi istruirti sul serio, dovevi venire e avresti imparato anche tu qualche cosa…

—Il mio dovere?

—Per esempio il dovere di non esser seccante.

—Brava! È una risposta che mi piace.

—Le tiri pei capelli le impertinenze—notò la signora Valeria.

—Ma che impertinenze? Non son mica permaloso, io.

—Oh, è buono in fondo—disse, carezzevole, Diana.

Aldini ricominciò:—E se domando il sunto della conferenza…

—Ma basta—supplicò la signora Valeria.

—Il professore Varedo la stamperà… La leggerai—rispose la giovinetta.

—Vedi che non era improvvisata.

—A momenti ti graffio il viso—minacciò Diana mostrando le unghie.

—Fammi la grazia, Diana—disse la madre,—giacchè devi andare nella tua camera, vacci subito.

—Sì… Ma prima una parolina all'orecchio… Non voglio che lo zio senta… È troppo cattivo.

—Mi licenzi?

—No… resta lì accanto alla stufa.

L'ingegnere accese un sigaro, Diana si avvicinò alla signora Valeria e le sussurrò piano, dopo aver guardato l'orologio:—Alberto… il professore Varedo sarà qui verso le undici a prender il the con noi… Lo scuserai se non viene prima, ma deve liberarsi dagli amici che gli si sono attaccati ai panni per festeggiarlo… Se tu avessi visto!… E quante signore se lo disputavano!… Ma egli preferisce la nostra casa.

E gli occhi della giovinetta sfavillavano nella gioia del trionfo.

La madre le diede un buffetto sotto il mento.

—Sta bene. Lo scuseremo… e lo aspetteremo. C'è dell'altro?

Diana abbassò ancora la voce.—Mammina cara, non te ne hai a male se, prima d'interrogarti, ho dato un ordine alla servitù?

—Che ordine?

—Quello di non ricevere stasera nessuno, a eccezione del professore
Varedo.

—Oh Diana, Diana!… E perchè?

—Ho ragione di credere—seguitò la ragazza—ch'egli abbia da parlarti in segreto.

—Davvero?

—Sì.

La signora Valeria tirò a sè la figliuola e la baciò teneramente. Indi Diana, svincolandosi dall'amplesso, si avviò saltellante verso l'uscio. Ma, così di passaggio, fece una breve sosta presso la stufa, appoggiò le due mani sulle spalle dello zio, e con accento risoluto le disse:—Se mi vuoi bene, e son sicura che me ne vuoi molto, non devi fare opposizione. Sai che sono ostinata. O lui o nessuno.

Prima ch'egli avesse tempo di rispondere, ella era già fuori della stanza.

Miss Jane s'era, alzata per uscire anche lei, ma la signora Valeria la trattenne con un gesto. E le chiese:—C'è stato un colloquio stasera fra il professore Varedo e la signorina?

La governante protestò vivamente in un suo italiano particolare che conservava la costruzione inglese.—Colloquio?… Avrei non permesso… Dopo la conferenza, Miss Diana volle complimentare l'oratore come tutti… Io ero con lei. Il professore appena vide noi venne incontro a noi con mani tese… Feci mie congratulazioni… Molte altre signore e gentlemen spingevano da tutte parti… Per mezzo minuto io fui separata da Miss Diana… Forse allora il professore le parlò piano… Io potevo non… non potevo sentire… Signorina raggiunse me subito dopo, incantata, enchanted, delighted, yes.

—E per la strada il professore era con loro?

—Oh no… Avrei non permesso… Eravamo con signora e signorina Duranti… Signorina diede suo braccia a Miss Diana. Io fui con la madre, o yes.

—Basta così. Se vuol ritirarsi, vada pure.

Miss Jane riprese il manicotto e uscì salutando.

Fata trahunt—borbottò Aldini.

—Per carità, non sfoggiare il tuo latino. Ne ho d'avanzo dell'inglese di Miss Jane.

—Dianzi parlava italiano.

—Peggio ancora. Stento quasi altrettanto a capirla. Ma vuol fare esercizio. Ha già dichiarato che quando Diana si sposi ella si ritirerà a Londra per darvi lezioni di lingua italiana.

—Staranno fresche le sue allieve… Ma tornando a noi, ci siamo, pare?

—Pare… E ti confesso che sarò liberata da un gran peso… Lo dicevi tu stesso; così non poteva durare.

—No certo.

—Dunque?

L'ingegnere allargò le braccia con un gesto rassegnato.

—Ma perchè, santo Iddio, devi esser così ostile ad Alberto
Varedo?—proruppe la signora Inverigo.

—Andiamo, Valeria, non ci badare—replicò Gustavo Aldini con dolcezza.—Lo sai ch'io vado soggetto alle antipatie.

—No, tu ti sei fitto in capo che Diana non debba esser felice con quell'uomo… E pure l'hai sentita un momento fa:—O lui, o nessuno.

—Verissimo… Avrò torto io.

—Io vorrei delle ragioni—insisteva la signora Valeria, incapace d'adattarsi a non esser d'accordo con suo fratello in un argomento di tanto rilievo.—Alberto Varedo è un galantuomo, viene da una famiglia di galantuomini… Il suo papà, la sua mamma, morti, poveretti, in età ancor vegeta, erano fior di gente sulla cui memoria non c'è un'ombra.

Gustavo approvò con un cenno del capo.

—Lui, Alberto—proseguì la Inverigo—è un bravo giovine, sfido a negarlo.

—Non lo nego.

—A ventisett'anni ha vinto un concorso alla Università di Torino: È già lì da due anni professore straordinario; ha pubblicato opuscoli, libri, collabora in vari giornali scientifici, è molto stimato, non ha vizi… Ne hai chiesto informazioni anche tu a que' tuoi amici di Torino e mi hai confessato lealmente di averle avute ottime. A meno che tu non mi nasconda qualche cosa…

—Nemmen per sogno.

—Te lo giuro, vi son dei momenti in cui penso che tu sia in possesso di qualche segreto relativo a Varedo…

—Sei pazza?

—Che so io? Di qualche pasticcio galante?… Di qualche catena?

Aldini scoppiò in una risata.—Alberto Varedo?… Che diamine?—Poi soggiunse serio:—E puoi credere che se avessi un indizio, un dubbio su questo proposito non sarei voluto andare a fondo, non mi sarei confidato con te? No, no, Valeria, levati queste ubbie dalla mente e non far d'una mosca un elefante… Io non ho nessun fatto da rimproverare a Varedo, non ho nessuna colpa da addebitargli; mi è poco simpatico, è vero, ma che vuol dir questo? Ho forse da sposarlo io?… E adesso, perchè tu non debba annaspar nebbia, e anche perchè questa è l'ultima volta che si torna sull'argomento, e se di qui a mezz'ora Alberto e Diana sono promessi sposi io non fiaterò più e farò invece ogni sforzo per vincere quella mia antipatia; adesso ti dico in poche parole perchè non mi piace… Intanto non mi piace fisicamente… questo ti fa ridere?… Bello o brutto non vorrebbe dir niente, pur che avesse l'aspetto giovine come si ha l'obbligo di averlo a ventinov'anni. Invece ne mostra quasi quaranta, con quel viso grave, con quel vestito da pastore evangelico, con quell'aria cattedratica di uomo che sia nato professore… Ed ecco il secondo motivo per cui non mi piace… È un pedante… Dà lezioni sempre, forse senza volerlo… In fine è un puritano, si scandalizza di tutto, non ammette scherzi… Anche la conferenza di stasera…

—Se non l'hai sentita!—esclamò la sorella.

—Basta il titolo: Il dovere… Lasciamolo in pace questo famoso dovere… Ossia ognuno ne faccia quel tanto che può, e discorriamone meno.

—Non hai altro… proprio altro?—domandò la signora Valeria.

—Non ho altro.

—Sia lodato Iddio!… Perchè questo è ben poco… Che Varedo sia brutto o bello, che mostri più meno della sua età, quando Diana n'è contenta!… Ella non si sarebbe adattata a sposare un uomo frivolo. Lo sai, è uno spirito entusiasta.

—Sotto cui si nasconde uno spirito critico.

—Credi?

—Ne son sicuro. Non rammenti quelle novelline, quei bozzetti satirici che si divertiva a scrivere anni fa?

—Bambinate. Ora ha smesso, e mostra un'inclinazione a studi più seri. Aiuterà suo marito, con cui è d'accordo anche nel puritanismo… Un po' puritana è anche lei… Tiene del suo povero babbo.

—Oh per questo non ho paura. Le lezioni della vita le insegneranno a essere indulgente come la sua mamma.

—Non però di manica larga come il suo zio materno—disse ridendo la signora Inverigo.

—Del resto—concluse l'ingegnere—poichè Domeneddio ha disposto nella sua sapienza ch'io diventi zio del professore Alberto Varedo, spero che finiremo coll'essere amici… Io ci metterò tutto il mio buon volere.

La signora Valeria tese al fratello ancora una volta la mano.—Grazie,
Gustavo.

Egli strinse quella bella mano bianca e nello stesso tempo si chinò su
Valeria e la baciò in fronte.

S'erano amati da bambini in su, ed egli era un cuor d'oro sotto il suo scetticismo apparente.

—Sono le dieci e tre quarti—notò la signora guardando l'orologio.—Varedo non può tardare… Non capisco che cosa faccia mia figlia… A meno che non voglia lasciarmi sola col suo aspirante.

—In questo caso batto in ritirata.

—Ma no; tu sei, dopo di me, il più stretto parente che abbia Diana;
Varedo è avvezzo a vederti qui; rimani.

Il colloquio fu troncato dalla comparsa di Diana. Ella s'era mutata da capo a piedi; aveva un elegantissimo vestito chiaro, un po' aperto sul davanti. I suoi occhi ridevano.

La madre e lo zio ebbero un'esclamazione di maraviglia.—Che lusso!

—Se gli abiti belli non si mettono in queste circostanze—ribattè la ragazza—quando si devono mettere?

—Diana, Diana—ripigliò la signora Inverigo, e c'era una nota di sgomento nella sua voce;—sei poi sicura che accadrà stasera quello che tu desideri?

—Sicurissima—replicò con baldanza la figliuola.

—E se qualcheduno desidera parlarmi a tu per tu?

—Quel qualcheduno avrà molto piacere ch'io ci sia.

—E io?—domandò Gustavo Aldini.

—Tu?… Ecco, se tu sei lo zio buono, accondiscendente, gentile ch'io sono avvezza a conoscere e ad amare, la tua presenza sarà per noi una gioia di più… se poi…

Anzichè terminare la frase. Diana tese l'orecchio e con un cenno della mano intimò silenzio.

Com'erano accese le sue guancie! Come batteva il suo cuore!

L'uscio s'aperse; il domestico annunziò:—Il professore Varedo.

Mostrava realmente un po' più de' suoi ventinove anni; non ne mostrava quaranta come aveva detto Gustavo Aldini; era piuttosto brutto che bello; nella gravità, nell'andatura, nel vestito poteva risvegliar l'immagine d'un pastore evangelico; ma in complesso non era nè così brutto, nè così grave, nè così solenne come si sarebbe supposto badando alla descrizione iperbolica dell'ingegnere. O forse l'emozione naturale di quell'ora decisiva dava alla sua fisonomia un'insolita mobilità.

Fatto si è che quella sera stessa Alberto Varedo chiese ed ottenne la mano di Diana Inverigo.

II.

In casa degli sposi.

Poco più d'un anno dopo, in una sera fredda di marzo, l'ingegnere Gustavo Aldini scendeva da una vettura di prima classe alla stazione centrale di Torino.

I Varedo erano sotto la tettoia ad aspettarlo.

—Oh zio—disse Diana buttandogli le braccia al collo mentre il professore lo liberava dalla valigia.—Bene arrivato. Perchè non hai portato con te la mamma?

—Capirai, di questa stagione una donna d'una certa età si sposta mal volentieri.

Diana protestò:—Una certa età?… È giovine ancora la mamma.

—Sicuro che non è vecchia… A ogni modo…

—Ma sta bene, non è vero?

—Sì, grazie al cielo, sì… E puoi immaginarti quante cose m'ha detto per te, per tutti e due… A voi altri non domando come stiate; si vede.

—Ci vedrai meglio a casa.

Aldini, venuto a Torino, oltre che per salutare la nipote, anche per certi affari d'una Compagnia assicuratrice a cui egli apparteneva, avrebbe preferito alloggiare all'albergo, ma i Varedo non glielo permisero.

—Se ci fai un tiro simile—dichiarò Diana—non ti guardo più in viso.

Fuori della stazione, il professore aperse lo sportello di un fiacre e vi fece entrare sua moglie e lo zio.—Io vado a piedi—egli disse.—Passo un momento al Circolo filologico… Di qui a mezz'ora sono a casa… Arrivederci… E bada Diana, se viene Bardelli, che aspetti.

Gustavo Aldini fu riconoscente a Varedo d'averlo lasciato solo con sua nipote, e forse anche Diana aveva piacere di trovarsi a tu per tu con lo zio.

Onde, appena la vettura si fu mossa, vi fu un fuoco incrociato di domande e risposte.

—Raccontami della mamma, della nostra casa, degli amici.

—Tutti benone, tutti ti ricordano. Ma parlami di te…

—Io sono contentissima… Ma ci vai ogni giorno dalla mamma?

—Quando sono a Venezia anche due volte al giorno… Dunque sei contenta?… Proprio?

—Proprio… Se non avessi il cruccio della mamma ch'è così sola.

—Non tanto. Riceve sempre qualcheduno, la sera specialmente: le Duranti, Rinardi, Frandini, il dottore Del Marmo, i Nocera… Ma tu non ci annunzi ancora nessuna novità?

—Che novità?

—Via, non far l'ingenua… Le novità che si possono aspettare dalle spose.

Forse Diana arrossì, ma in carrozza era buio, e lo zio non se ne accorse.

—C'è tempo—ella disse.

—Lo so che c'è tempo… Ma spero bene che non ci farete sospirare troppo.

—Non c'è fretta—ripetè Diana. E tornò sul discorso della mamma.—Poteva venire a passar l'inverno con noi, che se pur qui fa più freddo si è meglio riparati che a Venezia…

—Verrai tu a casa nella stagione dei bagni.

—Sì, ci verrò… Ma se la mamma avesse passato l'inverno a Torino non si sarebbe rimaste divise che per pochi mesi… almeno in questo primo anno.

—In agosto si compirà appunto un anno dal tuo matrimonio.

—Vi ho rifatto una visitina ai primi d'ottobre… dopo il viaggio di nozze.

—Meno d'una settimana.

—Non si poteva di più. Alberto doveva esser qui per gli esami.

La vettura si fermò, qualcheduno uscì dalla portineria ad aprir lo sportello e a prender la roba.

Era un quartierino modesto e tranquillo, in Via della Zecca, ceduto a Varedo insieme a gran parte della mobilia da un collega dell'Università che per ragioni domestiche aveva abbandonato l'insegnamento e s'era ritirato in campagna. Solo una camera Diana aveva voluto arredar tutta di nuovo secondo il gusto suo, ed era la camera destinata ai forestieri, i quali però, nel pensiero di lei, non dovevano esser che la sua mamma e lo zio Gustavo.

—Per mia sorella va egregiamente—disse l'ingegnere quando la nipote ve lo accompagnò,—per, me è troppo; Non avevi un bugigattolo dove mettermi? Sai ch'io ho abitudini quasi spartane.

—Se tu fossi venuto con la mamma—rispose Diana—certo che non mi sarebbe stato possibile d'accomodarti bene, e forse avrei dovuto lasciarti andare all'albergo… Ma poichè sei qui solo e sei il primo che venga a farmi una visita (ella sottolineò la parola primo) voglio offrirti il meglio che ho.

Ella accennò ad andarsene.—T'aspetto nella stanza vicina, ch'è il nostro salotto da pranzo.

—Vengo con te. Mi fai vedere tutto l'appartamento.

Diana si mise a ridere.—È presto fatto. Ma non prendi prima qualche cosa?

—Senti, ho pranzato benissimo alla stazione di Milano, e non ho bisogno di nulla.

—Una tazza di brodo?

—No, grazie… Prendete il the voi altri la sera?

—Sì.

—Ebbene, lo prenderò con voi quando sarà tornato a casa tuo marito.

—Come credi.

Diana condusse lo zio nella camera nuziale, nello studio di Varedo, e in quello che doveva essere il salotto da ricevere, ma che in realtà non era che un'appendice dello studio, ingombro di libri e di carte. E dei libri ce n'erano da per tutto, perfino nel gabinetto da toilette degli sposi. Fu anzi lì, presso lo specchio davanti al quale Diana si pettinava, che l'ingegnere gettò l'occhio sopra un opuscolo legato in pergamena con fregi d'oro.

—Che roba è questa?—egli chiese.

—Tò, non lo conosci?—esclamò ella alquanto maravigliata.—Ce n'è una copia anche dalla mamma… senza la dedica però, che fu fatta stampare apposta per me.

Ed ella porse allo zio il libricciuolo.

—Adesso vedo—disse l'ingegnere Aldini.—È la conferenza di Varedo sul dovere.

—Sì… Guarda alla prima pagina.

Alla mia Diana il giorno delle nostre nozze—lesse lo zio Gustavo.

Diana spiegò:—È stata una sorpresa. Ho trovato il libro nella mia borsa da viaggio… Non ne sapevi nulla?

—No davvero.

—Fu un pensiero gentile.

All'ingegnere pareva invece una pedanteria insigne, ma non volle mortificar la nipote, e si contentò di domandar sorridendo:—E rileggi la conferenza anche quando ti pettini?

—Cattivo zio!… Sempre un po' canzonatore.

—Via, via—replicò Aldini in tono scherzevole—chiamatemi presto a far da padrino a un bel maschiotto… Anche quella è una parte del vostro dovere.

Poi, nel salotto da pranzo, mentre Diana rifondeva lo spirito di vino sotto la teiera, lo zio ripigliò le sue interrogazioni.—E come passi le tue giornate? Come passi le sere? Hai molte conoscenze?

—No, non molte… Ma non m'annoio. Son sempre occupata.

—Ti alzi presto?

—Alle otto, otto e mezzo… Attendo alla casa; do gli ordini per le spese… Sono diventata una buona massaja… non lo credi?

—Anzi me ne rallegro.

—Così arrivan le undici ch'è l'ora in cui Alberto torna dall'Università… Prima di mezzogiorno si va a colazione… Dopo si lavora insieme…

—Come sarebbe a dire?

—Alberto studia; io ricopio i suoi manoscritti, gli correggo le bozze di stampa, faccio dei sunti per lui…

—Sunti di libri scientifici?

—Già. Non capisco mica tutto, ma a forza di volontà riesco a raccapezzarmi.

—Dunque, copiando manoscritti, correggendo stampe, facendo sunti, tu fai venir l'ora di pranzo?

—No, verso le sei usciamo spesso con Alberto per una passeggiata sotto i Portici o al Valentino, secondo il tempo… Alle otto si pranza.

—E dopo?

—Dopo si esce di nuovo per un'oretta… Qualche volta si fa una tappa al Caffè Romano.

—Non andate mai a teatro?

—Ci si va, ma di rado, perchè Alberto non ama perder tutta la sera.

—Anche la sera lavora… o piuttosto lavorate insieme?

—Si lavora, si chiacchiera, si prende il the.

—Sempre soli?

—Di tratto in tratto capita questo o quel collega di mio marito… o una vicina… E poi, c'è Bardelli… Quello non manca.

—Chi è Bardelli?

—È il braccio destro di Alberto. È uno studente laureato da poco in giurisprudenza e che aspira a entrare nell'insegnamento…. Bravo e buono… Si getterebbe nel fuoco per mio marito… Lo vedrai… un tipo unico… Pare un bimbo.

—E—seguitò lo zio—il pianoforte non lo apri mai? Dov'è?

—È di là, nel salotto da ricevere, seppellito sotto i libri… Lo apro solo a lunghi intervalli… Alberto non è appassionato per la musica.

—Così m'immagino che non si parlerà neanche più di quelle tue esercitazioni letterarie, di quelle novelline, di quei bozzetti…

—Figurati!—interruppe Diana—Non oso rilegger neppur io i vecchi manoscritti.

—Li hai portati con te?

—Mi son trovato un quaderno in fondo alla valigia. Ma Alberto non ne sa nulla… Egli odia la cosidetta letteratura amena.

—E tu?

—Io faccio il mio dovere di moglie savia cercando d'uniformarmi ai gusti di mio marito.

Ella si chinò sulla teiera; Aldini non insistette. S'era contenta lei, o che gli era lecito di tormentarla con osservazioni inopportune? Certo che molte cose gli parevano strane: e ch'ella si acconciasse con animo sereno alla soppressione della propria personalità, e che la vita impostale da Varedo potesse appagarla, e che questo freddo pedante ne avesse veramente conquistato il cuore, ma, in fine, s'era contenta, s'era felice?

Con gli occhi intenti nella sua teiera, Diana sussurrò:—L'acqua bolle.

E diede un'occhiata all'orologio.—Alberto dovrebb'esser qui.

—Ha l'abitudine di farsi attendere?

—No, è puntualissimo… Tanto puntuale che verso il the anche per lui.

In fatti Varedo entrava di lì a un minuto, tirandosi dietro un giovinetto piccolo di statura, senza un pelo di barba, dai movimenti impacciati, dal vestire dimesso.

—Avanti, Bardelli, avanti—disse Diana tendendo cordialmente la mano al factotum di suo marito. E si affrettò a presentarlo allo zio.—Il dottor Eugenio Bardelli, un professore in erba.

—Oh—fece il presentato divenendo rosso come un papavero.

Il professore mostrò a Bardelli una sedia.—Si accomodi… Le dò queste bozze corrette… Scusate, veh… Ma si tratta d'un articolo che deve comparir domani nella Rassegna giuridica.

—Ah, quello sul Diritto ateniese?—osservò Diana.

Gustavo Aldini guardò sua nipote con uno stupore doloroso. Come gliela riducevano, quella figliuola!

Ella intanto chiedeva a Bardelli:—Vuole una tazza di the?

—No, grazie… Non dormirei più.

—Un bicchierino di Marsala?

—Se mi dispensa mi fa un piacere.

—Un biscottino?

—Nemmeno… Ho pranzato tardi.

—Dio, che uomo incorruttibile sarà!

—Scusate—ripetè Alberto, mentre, sorseggiando il the, correggeva le stampe con la matita.

Terminata la revisione, passò ogni cosa a Bardelli.

—Mi fido di lei. Le porta in tipografia subito.

—Immediatamente—rispose il giovine alzandosi dalla sedia. Chiese a
Diana se aveva comandi, e con molti inchini si accomiatò.

—Povero Bardelli!—disse la signora.—Si abusa di lui.

—No, no. È contentissimo di servirci…. E se l'anno venturo, come spero, lo nominerò mio assistente, non potrà lagnarsi d'aver perduto il suo tempo.

—Quanti anni ha?—domandò l'ingegnere.—Ne mostra meno di venti.

—Ne avrà ventitre sonati—rispose Varedo.

—Ed è già un'arca di scienza—affermò Diana.

Il professore sorrise.—Un'arca di scienza è troppo…. Ma è studiosissimo.

Diana si rivolse allo zio.—Ti farò conoscere anche i fratelli, anche la madre… È una famiglia esemplare.

—Nei pochi giorni che son qui me la lascerai per qualche ora tua moglie?—disse l'ingegnere ad Alberto.

Questi assentì con bastante disinvoltura.

—Quando crede.

Rimasero intesi che Aldini sarebbe venuto a prendere la nipote ogni giorno dopo colazione (perchè la colazione egli non s'impegnava a farla con loro) e che più tardi, fra le cinque e le sei, si sarebbero incontrati con Alberto o sotto i portici o altrove.

III.

La famiglia Bardelli.

L'ingegnere Aldini si divertiva un mondo a percorrere le vie di Torino a braccetto di questa nipote ch'egli teneva in conto di figlia e verso la quale, nonostante le molte dissomiglianze, lo attirava una simpatia ricambiata. Certo che s'erano bisticciati sovente; egli, scettico amabile, l'avrebbe voluta più duttile, più indulgente, meno recisa ne' suoi giudizi; egli, uomo d'ingegno, ma nemico d'ogni pedanteria, l'avrebbe voluta più chiassosa, più spensierata, più giovine insomma. Adesso il gran timore di lui era che il matrimonio con un uomo come Varedo avesse accresciuto i difetti di Diana. E in fatti egli la trovava, più ancora che a Venezia, noncurante del vestito e della persona, inesorabile nel condannare quello ch'ella chiamava il vizio elegante, pronta a correre agli estremi in tutto per amore di logica, onde il rompersi il capo sui volumi di giurisprudenza e di sociologia le appariva una conseguenza naturale dell'aver sposato un giureconsulto e un sociologo. Ma ella conservava intatte, e quest'era un conforto per lo zio, la sua bontà, la sua rettitudine, la semplicità de' suoi modi schietti e affettuosi. Quand'ella gli camminava a fianco, a passo rapido, in quelle giornate fredde, limpide, asciutte, e le guancie le si coloravano d'un vivo incarnato, e gli occhi le splendevano giovanilmente, egli s'illudeva che fossero tornati i bei tempi in cui strappando la fanciulla ai suoi maestri, al suo pianoforte, a' suoi libri, l'accompagnava al Lido a coglier fiori e a raccattare conchiglie… Anche ora egli la strappava alla stanza chiusa, alle carte polverose, alle occupazioni indigeste… perchè doveva egli ripartir così presto?… Ma forse era meglio. Egli non avrebbe potuto risparmiare a lei le sue osservazioni, a Varedo i suoi frizzi, e avrebbero finito con guastarsi…. E poi era evidente;… Varedo consentiva a lasciargliela perchè si trattava di pochi giorni; in caso diverso nè egli avrebbe rinunziato alla sua preziosa collaboratrice, nè ella avrebbe voluto disertare il suo posto. Già di tratto in tratto le venivano degli scrupoli.—Mi dispiace di non aver corrette io quelle bozze.—Oppure:—Povero Alberto! Ha da faticar per due oggi.

Lo zio Gustavo perdeva la pazienza.—O che razza di gente siete?… È come se aveste una dozzina di figliuoli e vi mancasse il pane da mettervi alla bocca… Non ho rimorsi, ho lavorato anch'io tutta la vita, e non per questo mi son voluto privar dell'aria, del sole, della compagnia de' miei simili.

—Belle parole!—ribatteva Diana.—Ma se tu avessi assunti degl'impegni!… Se tu avessi un programma scientifico da svolgere, un apostolato da esercitare!

—Questi sì che son paroloni—pensava Aldini. Ma si contentava di tentennare il capo in silenzio.

Ella enumerava con mal celata compiacenza le occupazioni molteplici di suo marito. In primis, la cattedra; poi la direzione di fatto (chè il direttore di nome era vecchio e malaticcio) della Rassegna giuridica; poi gli articoli per altre Riviste italiane e straniere; poi le lettere da scrivere (almeno una mezza dozzina al giorno); e in fine la grande opera sul Dovere, di cui la conferenza di Venezia aveva tracciato le linee generali e che Varedo si proponeva di dar compiuta agli editori entro un paio d'anni… insomma un cumulo di roba da spaventare chi non avesse avuto la fibra, l'energia, la potenza di applicazione d'Alberto.

—Ah—conchiudeva Diana—quando penso ai bei damerini che perdono il loro tempo a correr dietro alle signore, a organizzar gite di piacere, a diriger quadriglie e cotillons!… Che concetto hanno costoro della vita?

Aldini sorrideva maliziosamente.—Non ne hanno. Vivono alla meno peggio. E forse i savi son loro.

—No—protestava la nipote scandalizzata.—Lo dici per farmi arrabbiare.

—Parlo sul serio… È tanto difficile averlo giusto questo concetto della vita che può esser sapienza il non averne nessuno. «Salvate, oimè, le membra—Dal tarlo del pensiero.»—Ricordi questi versi?

—Oh, dei versi e delle sentenze ce ne son per tutti.

Tornavano a bisticciarsi così, come una volta, pur provando un gusto immenso ad essere insieme.

Un giorno, in Via di Po, furono fermati da una vecchietta piccolina, svelta, asciutta, vestita di scuro, con un cappellino di forma vetusta, sormontato da un pennacchio nero.

Diana fece la presentazione. E spiegò allo zio.—La signora Marianna Bardelli è madre di quel dottore Eugenio Bardelli che hai conosciuto da noi.

Il pennacchio nero si agitò ripetutamente in segno di simpatia.—Lo sapeva da Eugenio che era qui lo zio della madama… Eugenio mi discorre sempre di loro… Lo colmano di gentilezze il mio figliuolo.

—Dica piuttosto ch'egli è troppo buono con noi e che noi siamo troppo indiscreti.

A sentir questa enormità il pennacchio nero parve assalito dalle convulsioni.—Signora Diana, signora Diana, per amor del cielo! Il mio Eugenio non si sdebiterà mai col signor professore che lo ha incoraggiato ne' suoi studi e che continuerà ad aiutarlo…. Perchè è pieno d'intelligenza, ma è timido, Eugenio, non sa farsi valere, e se non c'è chi gli dia la spinta…

—Eh non si lagni—interruppe Diana.—Lei è stata fortunata co' suoi figliuoli…

—Questo sì, questo sì…. Anche Paolo…. Andavo appunto da lui, nel suo studio…. a un passo di qui, alla svolta di Via Montebello…. Paolo aspetta sempre una visita della signora Diana.

—È vero.

Diana interrogò con lo sguardo lo zio, e a un cenno affermativo di lui disse alla signora Bardelli:—Se la facessimo adesso la visita?

La vecchietta si profuse in ringraziamenti. Forse era il momento buono, perchè Paolo aveva terminato il bozzetto per un monumento a Garibaldi da presentare a Mondovì, a un concorso…. Non aveva mica grandi speranze di vincere, con tanti altri artisti provetti che concorrevano… Ma guai a non tentare!…

Al giungere dei visitatori, Paolo Bardelli gettò lungi da sè il berretto di carta che gli copriva il capo e scese frettoloso da un'impalcatura ove stava dando i primi colpi di stecca a una massa di creta tuttora informe. Poteva avere due o tre anni più del fratello Eugenio a cui somigliava nella statura e nella completa assenza di barba; nella nervosità dei movimenti e nella loquacità un po' disordinata ricordava la madre.

—Ah, il bozzetto!—egli disse scoprendo il modello del suo Garibaldi, un Garibaldi ritto sopra la roccia, appoggiato all'elsa della spada nuda, non senza una certa espressione di fierezza nel viso.—Una cosa dozzinale…. Sonetti a rime obbligate… Arte subalterna… Si fa anche quella per necessità… per cedere alle istanze della famiglia… ma non ci si mette dentro tutta la propria anima… Garibaldi!… Sicuro, un eroe… Ma tra in marmo, in bronzo, a piedi e a cavallo ce ne sarà un centinaio di Garibaldi in Italia… Come non ripetersi?… E con lo sforzo dell'originalità si cade nel grottesco… No, non me lo lodino il mio bozzetto… non ne vale la pena…

Il giovine scultore alzò gli occhi verso il masso di creta tuttora informe, e borbottò:—Quello… chi sa?

—E che cosa dovrà rappresentare?—chiese l'ingegnere Aldini.

Paolo Bardelli abbozzò due grandi gesti con le piccole braccia, tentò due volte una frase; poi la sua fisonomia si contrasse dolorosamente, ed egli balbettò:—È impossibile… impossibile… L'idea è nel cervello dell'artista, c'è tutta… come fin dal primo giorno c'è tutto il bambino nel ventre materno; ma a volerla tirar fuori innanzi tempo… è impossibile… è impossibile.

—Non ti domandavano mica di scendere a particolari—disse la madre, alquanto mortificata.

Ma Diana s'interpose.—No, suo figlio ha ragione… Lo capisco perfettamente… Credo che nel suo caso farei lo stesso.

Lo scultore la ringraziò con un'occhiata.

Dopo aver esaminato altre tre o quattro cosuccie incompiute, zio e nipote presero congedo.

La signora Marianna uscì con loro; doveva passare dal suo terzo figliuolo, che, viceversa, era il primogenito, Girolamo, quello che teneva bottega d'orefice sotto i portici di Po. Non aveva l'ingegno de' suoi fratelli, Girolamo, ma era maestro nella sua arte, e alla morte del padre aveva assunto la direzione del negozio che, grazie a Dio, continuava a prosperare abbastanza… Ed era buono, laborioso, onesto, economo… Amministrava lui il modesto patrimonio, e per sè non consumava nulla…. dava tutto in casa, per la madre, per i fratelli.

Diana Varedo conosceva già questo Girolamo Bardelli ch'era nel suo genere un finissimo artista; ora volle farlo conoscere allo zio. Così ella manteneva la sua promessa di presentargli l'intera famiglia.

—Che onore, che onore!—andava esclamando lungo la strada la vecchia Bardelli. E agitava le braccia e scoteva la testa, tantochè il pennacchio nero del suo cappellino tremolava come la cima d'un pioppo in un giorno ventoso.

Nella bottega modesta d'aspetto, benchè le vetrine e le scansie e la cassaforte accogliessero oggetti di raro pregio, Girolamo Bardelli, curvo sul suo banco, attendeva a uno di quei sottili lavori d'oreficeria che i grandi artisti del Rinascimento non reputavano indegno di loro. Una lampada ad alcool che gli ardeva vicino mandava una luce azzurrognola sulla sua faccia pallida e sulle sue dita scarne, annerite all'estremità; a portata della mano stavano lime e ceselli di varia forma e misura ch'egli prendeva alternativamente al tasto, senza levar gli occhi dall'opera sua.

—Girolamo, guarda chi c'è—gridò la madre, entrando con la solita vivacità.

—Piano, mamma, piano!—diss'egli. E alzò adagio la testa, dissimulando sotto un languido sorriso la noia che gli recava l'esser disturbato in quel momento.

La signora Bardelli tornò a discorrere dell'onore che la madama e suo zio avevano fatto a Paolo visitandone lo studio, dell'onore che facevano a lui, Girolamo, venendo adesso nella sua bottega, delle grandi benemerenze che il professore Varedo aveva acquistate verso il loro Eugenio fornendolo di libri e di consigli e interessandosi pel suo avvenire. Bisognava che anch'egli, Girolamo, ch'era il capo della casa, ringraziasse la signora.

—Sicuro—balbettava l'orefice.—Anzi….

S'era ritto in piedi, rosso, confuso, con un'aria di gatto spaurito che cerca il modo di sguisciar via.

Poi le maniere affabili di Diana e dell'ingegnere lo rinfrancarono, ed egli parlò semplice e modesto di sè e dell'arte sua mostrando alcuni de' suoi ultimi lavori condotti con isquisita finitezza, e schermendosi dagli elogi col dire ch'erano imitazioni dall'antico.

—Imitazioni che possono stare a petto degli originali—notò Gustavo
Aldini.

Girolamo Bardelli negò risolutamente.—No, signor ingegnere, scusi….
Agli antichi non s'arriva.

Tirò fuori dalla cassaforte un calice d'argento dorato del cinquecento la cui sottocoppa era formata da sei busti d'angeli ad ali aperte sostenenti tralci e grappoli di vite, e si fermò con infinita compiacenza, quasi con tenerezza, a rilevarne i pregi a uno a uno.—Certo quegli uomini del cinquecento—egli diceva—avevano l'occhio più acuto, la mano più sicura di noi… E che fioritura inesauribile di fantasia! Guardi, signora, quegli archetti ogivali che formano le nicchie del nodo. E, nelle nicchie, quegli altri sei angioli con gli strumenti della Passione!

—Questo calice—raccontò la signora Marianna—mio marito buon'anima l'ebbe per poco a un incanto… Poteva rivenderlo per una somma venti volte maggiore, e non volle… Anche Girolamo avrebbe avuto più d'una occasione…

—Non lo si vende—dichiarò in tono reciso l'orefice. Indi soggiunse:—Perchè lo si venderebbe? La bottega è bene avviata e ci basta… Col tempo i fratelli guadagneranno anche loro…

A questo proposito la vecchia Bardelli ricordò il figliuolo che urgeva rimettere un'imposta nello studio di Paolo.

—Ho già dato l'ordine—rispose pronto Girolamo.

L'uscio della bottega s'aperse a mezzo, e una signora elegante insinuò la testa fra i due battenti.—Il mio fermaglio è pronto?

—Sissignora… Fin da questa mattina.

—Quel Bardelli è d'una puntualità!—ripigliò la signora avanzandosi verso il banco.

Diana e lo zio Gustavo, scambiatisi un'occhiata d'intelligenza e rinnovati i complimenti e i saluti, s'accommiatarono.

—È ancora presto per incontrarci con Alberto—osservò
Diana.—Facciamo un giro per Dora Grossa.

—Come vuoi.

E s'avviarono chiacchierando.

Argomento della conversazione era la famiglia Bardelli. Per l'ingegnere Aldini, Girolamo valeva incomparabilmente meglio degli altri; Diana ne riconosceva i meriti, ma non trovava giusto di deprezzar i fratelli più giovani. E si accalorava a difenderli contro lo zio il quale pronosticava che non avrebbero cavato un ragno dal buco. A un tratto ella s'interruppe e domandò:—Perchè sorridi?

—Nulla. È una sciocchezza.

—Sentiamo.

—Effetti dell'ambiente. Senz'accorgermene, almanaccavo anch'io intorno al dovere.

—Cioè?

—Pensavo che il dovere somiglia un poco ai còmpiti di scuola. Questi còmpiti c'è chi non li fa, chi li fa soltanto per sè, e chi li fa per sè e pei compagni. Così il dovere. Io per esempio sono convinto che quel Girolamo Bardelli lo faccia per sè e per tutti della famiglia. Ed è uomo capace di non parlarne mai.

IV.

Al Lido.

Lungo quel tratto del Lido ove sorgono, allineate sull'arena, le capanne dello Stabilimento dei bagni, dando a chi le vede dall'alto l'idea d'un villaggio abissino, era, nel caldo pomeriggio di luglio, come un brulichìo d'alveare. Donne e fanciulli in succinto vestito da nuoto si rincorrevano per la spiaggia, si ravvoltolavano nella sabbia, diguazzavano nell'acqua che toccava loro appena l'anca o il ginocchio, si spruzzavano a vicenda fra gridi allegri e risate sonore. I bagnanti più tranquilli, che avevano fatto la loro immersione al mattino, o che non la facevano mai, paghi d'una cura d'aria e di sole, stavano intanto dinanzi alle loro capanne a godersi la brezza del mare, gli uni sonnecchiando e dondolandosi sui lunghi seggioloni di vimini, gli altri stringendosi in crocchio a mormorare del prossimo. Ma alla vivacità della scena contribuiva sopratutto la folla variopinta e sempre rinnovellantesi dei visitatori che passavano, con volubilità di farfalle, da questo a quel crocchio; signore eleganti e giovinotti cincischiati, profumati, azzimati all'ultima moda, come si conviene a degni campioni della cretineria cosmopolita. Portavano essi in giro le cronache galanti, scandalose, ridicole dello Stabilimento e della città, e la pianta del pettegolezzo fioriva dietro di loro come, dopo la rugiada, fioriscono sui campi le margherite.

Sulla soglia d'una delle ultime capanne, ove il chiasso giungeva molto attenuato, sedevano due signore di nostra conoscenza, la Valeria Inverigo e la Diana Varedo.

—C'è un gran movimento quest'anno al Lido—disse la madre.

—Troppo—rispose la figliuola.—Ci si starebbe così bene se non ci fosse gente.

La signora Valeria sorrise.—Cara mia, non possono mica tener aperto lo stabilimento apposta per noi.

—Lo so, ma penso che sarà difficile persuadere Alberto a venir qui un'altra estate.

—O che vorrebbe restar nelle vacanze a Torino?

—No; credo ch'egli preferirebbe d'andar in montagna, in un posto quieto.

La signora Valeria, ordinariamente così calma, scattò infastidita.—Per lavorare e farti lavorare come un cane?… Ci vada lui nel posto quieto, e ti lasci per un mese qui a riprender lena…. Perchè, già non te lo nascondo, hai l'aria stanca, affaticata.

—Se dacchè sono a Venezia non faccio nulla!

—Sei da una settimana, e ci vuol altro!… No, abbi pazienza… È un sistema sbagliato. Le donne non son nate per logorarsi sui libri… E quando avrai figliuoli….

—Se ne avrò….

—Spero bene che ne avrai… E allora…

—Allora—disse pronta Diana—i figliuoli andranno in prima linea… Ma—ella soggiunse per mutar discorso—a che ora si dev'esser sulla terrazza?

—Basta alle sette, mi pare. A meno che tuo marito non anticipi e non venga a prenderci.

—No, egli sa che il pranzo è ordinato per le sette e mezzo. Non si farà aspettare ma non anticiperà.

—Il resto della comitiva—ripigliò la signora Valeria—si disponeva a partire da Venezia col vaporino delle 6.40.

—Mi dispiace—notò Diana—che la presenza dei Nocera sarà una sorpresa per Alberto.

La signora Valeria si annuvolò in viso.

—Non capisco l'antipatia di Alberto per i Nocera. A ogni modo, io non li avevo invitati; non avevo invitate nemmeno le Duranti; volevo che si desinasse qui in famiglia, tu e tuo marito, mio fratello ed io. Invece jeri le Duranti, oggi sul tardi i Nocera mi hanno avvertita che sarebbero dei nostri. Non potevo usar loro uno sgarbo. Del resto, l'Adelaide Nocera, perch'è con lei che l'avete, avrà i suoi difetti, ma è tanto simpatica, tanto buona…

—Troppo buona—replicò Diana con un filo d'ironia.

—A badare alle ciarle del mondo….

—Via mamma, non puoi negare ch'ella porti in trionfo la sua intimità con lo zio Gustavo.

—Si conoscono da bambini… sono cresciuti insieme.

—Eppure assai pochi credono che si tratti di un'intimità fraterna—replicò la Varedo.

—Sembra che il consiglier Nocera sia uno di quei pochi—disse la madre.—Ne soyons pas plus royalistes que le roi.

Diana si strinse nelle spalle.

—Per me—seguitò la signora Inverigo,—ho la massima, in mancanza di prove, di accettar sempre l'interpretazione più benevola.

—Tu sei un angelo, mamma, ma qualche volta anche la soverchia indulgenza ha i suoi inconvenienti.

—Tutti gli eccessi ne hanno; ciò nondimeno io preferisco l'eccessiva indulgenza all'eccessiva severità.

Tacquero entrambe, nel timore di lasciarsi sfuggire una frase pungente, di guastar bisticciandosi la dolcezza ineffabile di quei giorni che stavano insieme. E, in fondo, ognuna delle due sentiva che l'altra aveva una parte di ragione. La signora Valeria non aveva visto con piacere il ritorno della Adelaide Nocera a Venezia, nè approvava ora nell'Adelaide e in Gustavo, già maturi d'anni, il riaccendersi di una passione colpevole che pareva sopita dal tempo e dalla lontananza; ma il suo affetto per l'amica, la sua tenerezza pel fratello la facevano pronta ad accorrere alla difesa de' due traviati. La Varedo, dal canto suo, trovava che suo marito era talora troppo ispido ed intollerante ma non voleva riconoscerlo, non voleva tradire nemmeno coi prudenti silenzi, quei rigidi principî che, nel suo pensiero, erano il fondamento della famiglia e della società. Perciò, nel caso presente, ella stava in guardia contro sè stessa, contro la simpatia che le inspirava lo zio Gustavo, sopra tutto contro il fascino che quella sirena della Nocera esercitava intorno a sè.

Mancavano dieci minuti alle sette e la folla dei bagnanti, incalzata dall'ora, risaliva frettolosa, simile a fiume che risale il suo corso, verso il piazzale dello Stabilimento o verso lo stradone di Santa Elisabetta, chi per prender il tram a cavalli, chi per fare una breve passeggiata fino al vaporino. Sul suono smorzato dei passi affondantisi nella sabbia, sul fruscìo leggiero delle vesti, sul confuso borbottìo delle voci si levava qualche nota squillante: appelli e risposte, richiami e saluti:—Presto, presto!—Buon divertimento!—Buon viaggio!—arrivederci stasera in piazza!

—Vuoi che ci moviamo?—chiese la signora Valeria alla figliuola.

Diana assentì.—Moviamoci pure.

Si alzò per la prima, si avvicinò alla madre e le diede un bacio in fronte, quasi a scancellare l'impressione delle parole di poco fa.

S'avviarono lentamente, a braccetto.

La signora Valeria guardava con ansiosa sollecitudine il volto pallido e l'andatura stanca di Diana. No, una settimana di riposo non l'aveva rimessa in forze e anzi ell'era piuttosto peggiorata che migliorata d'aspetto dopo il suo arrivo a Venezia. Tutto si sarebbe spiegato con una certa ipotesi molto ragionevole e naturale, ma Diana seguitava ad affermare che quell'ipotesi non aveva fondamento, e il medico di casa, fin che non si presentano nuovi sintomi, stava anch'egli tentennante fra il sì e il no.

La fiumana della gente s'ingrossava lungo il cammino; la ritirata aveva apparenza di fuga.

—Non avete furia voi altre?—dissero alla signora Inverigo e alla
Varedo alcune persone di conoscenza.

—No, restiamo qui a pranzo.

—Buon appetito, allora.

—Grazie.

Protetta dalle dune la spiaggia era avvolta nell'ombra, ma chi toccava il sommo dell'erta sabbiosa doveva ripararsi dai raggi quasi orizzontali del sole, ed era bello, levando gli occhi in su, veder quella folla gioconda emerger nella luce, e sfavillar le tinte chiare degli abiti estivi, e aprirsi gli ombrellini delle signore come fiori che sbocciano d'improvviso. Più bello però, dalla parte del mare, era lo spettacolo delle barche peschereccie che sfilavano lontano ricevendo anch'esse, sulle vele bianche, rosse, gialle, turchine, l'ultimo saluto del sole, mentre la liquida superficie, increspata da una brezza leggera, prendeva, nel roseo tramonto, tutti i colori dell'iride.

—Oh brave!—esclamò Gustavo Aldini quando sua sorella e sua nipote comparvero sulla terrazza.—Ero lì lì per venire a sollecitarvi. Tranne Alberto, che non può tardare, siamo au grand complet.

Le due Duranti col rispettivo consorte e padre, l'Adelaide Nocera col consigliere marito mossero festosamente incontro alle nuove arrivate.

—Si voleva venire in massa a farvi visita—dichiarò l'Adelaide—ma l'ingegnere disse ch'era meglio attendervi qui.

—La nostra capanna è così piccola—spiegò la signora Valeria—che ci si sta appena in due.

—Sono troppo piccole e troppo affastellate quelle capanne. Non c'è libertà—soggiunse la Nocera.

Il consigliere ch'era un po' sordo si fece ripetere la frase.

Era un uomo corto, grosso, di tipo volgare.

—A proposito—egli chiese ridendo sguaiatamente—è vero che signori e signore passeggiano sulla spiaggia in semplice accappatoio?

—Ma no, che idee!

—A ogni modo—disse la Duranti madre, che era una signora pudibonda—è una promiscuità scandalosa. C'è tanto rigore, ed è giusto che ci sia, nell'interno dello Stabilimento per conservare la divisione de' due riparti, e poi nelle capanne si lasciano stare insieme i maschi e le femmine.

—Ma le capanne son fatte per le famiglie—notò il marito, intendente di finanza a riposo.

—Già—riprese il consigliere Nocera con la solita arguzia sopraffina.—E se vogliamo la famiglia dobbiamo voler l'unione dei sessi. Ih, ih!

—Son tutte caricature, tutte ipocrisie—sentenziò la ragazza Duranti.—E pensare che si pigliano questi fastidi per noi, per tutelare la nostra innocenza!… Bella innocenza! Con quello che si vede, che si sente e che si legge!

Il consigliere le slanciò uno sguardo d'incoraggiamento.

Invece la signora Susanna, la madre—Olga—ammonì, sgomentata—Olga!

Quella figliuola da qualche tempo aveva una libertà di linguaggio!

—Ebbene—domandò l'Adelaide Nocera a Diana, tirandola alquanto in disparte e cingendole amorevolmente con un braccio la vita;—come va? Ti giovano i bagni?

Non aspettava più i quarant'anni, l'Adelaide, ma era sempre una bella brunetta dai grandi occhi vivaci, dalla folta capigliatura nera, dalla persona svelta, piena di grazia e d'armonia. E aveva, nel vestire, un istintivo buon gusto che i lunghi soggiorni in piccole città di provincia non avevano potuto alterare e che destava l'invidia, l'emulazione, la rabbia delle mogli dei colleghi.—La più elegante magistrata del Regno d'Italia—la aveva proclamata Sua Eccellenza il commendator Farioli, Primo Presidente d'una delle nostre Corti d'Appello. E nessuna Cassazione aveva osato annullar la sentenza.

—Se mi giovano?—disse Diana rispondendo alla interrogazione della Nocera.—Uhm! Io li faccio per compiacere alla mamma, ma credo che lascino il tempo che trovano. Ha una gran fede nei bagni di mare, lei?

—Secondo i casi.

—Lei non li fa?

—Io preferisco la doccia… Ma non ti vuoi proprio decidere a darmi del tu?

Diana arrossì. Non solo non si voleva decidere; ma era anzi ferma nel proposito di attenersi al lei che, seppure usato da una sola delle due parti, bastava a impedir la troppa dimestichezza. Ella balbettò qualche scusa. Non riusciva ad avvezzarsi… L'era stato sempre difficile, in tutte le occasioni, perfino con le sue coetanee…

—Non crederai mica che voglia atteggiarmi a tua coetanea—replicò, ridendo, l'Adelaide Nocera.—Lo so che posso esser tua madre; ci corron pochi anni tra la Valeria e me… Ma hai principiato a vedermi ch'eri una bambina. Ti rammenti quando ti portavo in collo?

—Dopo è partita.

—Partita, tornata, ripartita. Solo l'ultima volta sono rimasta assente per un gran pezzo senza interruzione. T'avevo lasciata in sottane corte, e t'ho trovata quasi alla vigilia delle nozze. E con lo sposalizio per la testa non avevi agio da badare a quella che un tempo chiamavi la zia Adelaide. Ero diventata per te la signora Nocera; t'incutevo, sembra, una gran soggezione, io che non ho mai dato soggezione a nessuno!… E il bel tu confidenziale s'era perso per via… Ma t'eri quasi impegnata a ripigliarlo dopo il matrimonio, te ne rammenti?… Se no, bisognerà che mi metta in sussiego anch'io e che ti faccia tanto d'inchini, e che dica:—Signora Varedo, come sta?

—Oh, questo poi, ci mancherebbe altro!

Diana era sulle spine. Cedere non voleva a nessun costo, ma non voleva nemmeno manifestar le vere ragioni del suo rifiuto. O come mai la Nocera, con la sua fama di donna intelligente, certe cose non le capiva da sè? E se le capiva, perchè insisteva?

Per fortuna anche in quel momento capitò una provvida diversione.

—Diana! Signora Adelaide! Valeria! Signora e signorina Duranti!

Era la voce dell'ingegnere Aldini che desiderava l'approvazione dei commensali circa al posto ov'egli aveva fatto apparecchiare la tavola.

—Qui si vede benissimo il mare e si è nello stesso tempo più riparati dall'aria—egli spiegò.—Se però preferite avvicinarvi alla ringhiera…

—No, così va perfettamente—risposero, a una voce, le signore interrogate.

Indi seguì una serie di esclamazioni ammirative.

—Che eleganza!