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I coniugi Varedo

Chapter 24: XXIII.
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About This Book

The narrative centers on a middle-class household where family members navigate courtship, reputation, and generational disagreements as a young woman becomes the object of a prospective suitor’s attentions. Intimate parlor conversations, visits, and public events such as lectures reveal contrasting attitudes about duty, social display, and female comportment; the mother’s caution, the uncle’s teasing, and the daughter’s pride shape a delicate negotiation of marriage and family expectations. Episodic scenes combine domestic detail with social observation, mapping subtle psychological tensions and polite maneuvering.

—Dunque non parti? Dunque hai ricevuto migliori notizie?

Ed egli era costretto a rispondere:—Pur troppo la condizione è sempre gravissima… C'è una sosta, ecco… Partirò stasera a ogni modo…

—Ma lo fai il discorso?

—Sicuro; rimango appunto per questo… Mi pareva d'aver assunto un impegno morale… Ah, beati quelli che stanno fuori della vita pubblica!

Altri insistevano per aver biglietti.

—Onorevole, onorevole, se potesse favorirmi due bigliettini, uno per me e uno per mia moglie?… La mia signora non va mai alla Camera, ma quando ha saputo che deve parlare l'onorevole Varedo ha dichiarato subito che non voleva perder l'occasione di sentir uno dei nostri primi oratori.

—Sarà una grande delusione—notava, modestamente, Varedo.—Io sono sempre un oratore di seconda o di terza categoria. Si figurino oggi! Con questo tarlo che mi rode.

Quanto più presto potè, e dopo aver dato l'ordine che gli portassero a Montecitorio i dispacci che arrivassero per lui, Alberto Varedo si rifugiò nella biblioteca della Camera ad attendervi l'ora della seduta.

XXI.

Un intermezzo glorioso.

Nonostante il caldo, l'aula di Montecitorio presentava quello che i giornalisti dicono un aspetto imponente. C'erano bensì, durante la lettura del processo verbale, parecchi vuoti nei vari settori, ma si sapeva che i deputati erano sparsi nei corridoi, e avrebbero preso il loro posto al momento opportuno. Gremite erano le tribune; così quella della stampa e la diplomatica come quella riservata al pubblico; due dame di Corte erano nella tribuna reale. E le signore, in eleganti toilettes estive, abbondavano. Mogli e figliuole di senatori e di deputati, donne politiche e semplici curiose, forestiere di passaggio per Roma, attratte dal desiderio di veder la Camera italiana e di assistere a quell'interessante spettacolo che si chiama la caduta di un Ministero.

Poichè sulla crisi non c'era dubbio, e il Gabinetto combatteva puramente per l'onor delle armi.

Nei crocchi femminili, dall'alto, si additavano i morituri. Il Presidente del Consiglio vecchio e floscio benchè gli scintillassero ancora sotto le lenti gli occhietti furbi; il Ministro della guerra troppo grasso; il Ministro della marina troppo magro; quello del tesoro troppo mastodontico quasi avesse ingoiato il collega delle finanze che infatti non era presente perchè indisposto; il Guardasigilli troppo negletto nel vestire e come tale poco indicato a regger un dicastero che s'intitola di grazia e giustizia; solo i titolari degli esteri, dei lavori pubblici, dell'agricoltura e commercio, delle poste e telegrafi avevano l'aria comme il faut, e avrebbero meritato di salvarsi dalla catastrofe.

Ma quando il Presidente disse: l'onorevole Varedo ha la parola, il cinguettìo delle tribune cessò: solo si udì quel bisbiglio caratteristico ch'è segno d'intensa aspettazione e precede i grandi raccoglimenti. Nell'aula gli scanni ancor vuoti si empirono quasi tutti, parecchi deputati scesero nell'emiciclo per esser più vicini all'oratore.

Alberto Varedo cominciò con una discreta allusione alle sue angustie domestiche che alla Camera non fece nè caldo nè freddo, ma gli conciliò la simpatia di buona parte del pubblico.

Solo un supremo dovere lo induceva oggi a parlare, solo la convinzione profonda che vi siano momenti nei quali chi ha accettato un ufficio non possa, per sue private ragioni e per quanto il cuore gli sanguini, in alcun modo sottrarvisi. Il più sacro degli affetti umani lo chiamava altrove e certo egli avrebbe risposto all'appello; non prima però d'aver sciolto l'obbligo ch'egli primo firmatario dell'ordine del giorno, aveva assunto verso gli amici, verso il partito, verso sè stesso.

Ed egli proseguì dicendo che quantunque l'ordine del giorno si limitasse a esprimere sfiducia assoluta verso il Gabinetto, egli credeva d'interpretare, oltre al proprio, anche il pensiero degli amici suoi affermando ch'essi miravano a un fine molto più alto che non fosse quello di dar l'ultimo colpo ad uomini personalmente rispettabili ma politicamente già morti. E forse appunto perch'egli li considerava morti consacrò dieci minuti a farne l'autopsia rilevando tutte le malattie mentali da cui erano afflitti e provocando gli applausi e l'ilarità dei vari gruppi dell'opposizione. Ma questi, egli ripetè, non erano che esercizi da sala anatomica, e il paese voleva ben altro che la critica degli errori passati.

Dopodichè, l'oratore si elevò a un esame sereno e obbiettivo della situazione presente, ne additò i pericoli economici, politici, sociali; le istituzioni insidiate, perfino il concetto dell'unità e della libertà della patria affievolito nelle coscienze; ogni disciplina dello spirito scossa; ogni più formidabile problema gettato in pascolo alle moltitudini analfabete; ogni decoro prostituito dinanzi ai due idoli della giornata, il danaro e la folla.

Era un conservatore che parlava, e le sue sferzate contro le aberrazioni demagogiche suscitavano qualche mormorio sui banchi della montagna, ma egli riebbe il favore dell'intera sinistra stigmatizzando le cosidette classi dirigenti che nulla dirigono e di nulla si curano tranne che di accumulare e di goder la ricchezza, e mendicano croci e trafficano titoli nobiliari, e costituiscono a poco a poco una nuova aristocrazia che della vecchia ha i vizi e non le virtù.

Indi Alberto Varedo proclamò la necessità d'una riforma morale che nessun Governo può operare, ma che un buon Governo può agevolare se comincia a dar l'esempio della probità e dell'austerità, se non vizia le elezioni, se non corrompe i suoi funzionari, se non cede ai sollecitatori, se non promette ciò che non può mantenere, se non induce negli animi il sospetto che la giustizia sia un nome vano, se colpisce pronto gli abusi, se onora i degni e prostra gli abbietti, se rinuncia a viver di sotterfugi e d'intrighi.

Uno scroscio d'applausi salutò le generose parole. Non applaudivano solo i puri, i sinceri, gli ingenui: quelli ch'erano stati a vicenda corruttori e corrotti, quelli che avevano sollecitato e ottenuto, quelli che avevano promesso e fallito agl'impegni, quelli che avevano mercanteggiato il voto, quelli che si erano inchinati alla viltà trionfante, quelli che, potendo, avrebbero rinnovato domani gli errori e le colpe di ieri, applaudivano con più calore degli altri.

Al sommo d'una delle scalette che scendono nell'emiciclo comparve un usciere di servizio con un dispaccio in mano. E accennava a dirigersi verso il banco di Alberto Varedo, ma ristette vedendo che il discorso non era ancora finito, e, a un deputato che lo interrogava con lo sguardo, disse a bassa voce:

—C'è un telegramma d'urgenza per l'onorevole Varedo.

—Or ora—rispose piano il deputato. E gli fece segno d'attendere.

Varedo concludeva intanto la sua arringa con una perorazione a cui la brevità non toglieva efficacia.

—Sì, l'Italia domanda un Ministero che abbia un programma di Governo e sappia attuarlo. Ma se questo non fosse consentito dalla malignità dei tempi, sarebbe già un gran passo verso la rinnovazione morale che tutti invochiamo l'aver su quei banchi un gruppo d'uomini irrevocabilmente decisi a cader con la propria bandiera (bravo, benissimo). Voi che delle bandiere ne avete agitato una mezza dozzina (ilarità fragorosa), voi che per prolungare una tisica esistenza avete innumerevoli volte mutato idee, amicizie, indirizzi (bene) voi dovete rassegnarvi ad abbandonare ingloriosamente quel posto che sarebbe stato meglio per la vostra fama e per noi non aveste mai occupato.

Tranne i pochi rimasti fedeli al Ministero, tutti i deputati si levarono ad acclamar l'oratore.

—La seduta è sospesa per dieci minuti—disse il Presidente. E soggiunse per ossequio al regolamento:—Prego le tribune di far silenzio.

Intanto i colleghi si affollavano con braccia aperte o con mani tese intorno a Varedo, prodigando gli epiteti ammirativi.

—Splendido!

—Superbo!

—Stupendo!

—Tanto più terribile quanto più misurato.

—Come li hai bollati!

—Che chiusa!

—Tutto, tutto era bello.

Le congratulazioni di San Giustino e di Zonnini non erano le meno calorose, quantunque il primo trovasse che il suo collaboratore aveva avuto torto a far un discorso da Presidente del consiglio, e il secondo, invidiosetto per sua natura, giudicasse in cuor suo l'eloquenza di Varedo un po' vuota ed enfatica. Magnifiche frasi, chi lo nega? Ma sotto il brillante involucro, che cosa c'è?

Comunque sia, e San Giustino e Zonnini si guardarono bene dal lasciar trasparire i loro intimi sentimenti.

—Bravo!—disse il capo preconizzato del futuro Gabinetto.—Avete avuto una delle vostre migliori giornate.

—Quando si parla così—seguitò Zonnini—non è permesso di cercar sostituti… Sarai contento del tuo trionfo.

—Eh, miei cari—replicò Varedo—io vi ringrazio dal fondo dell'anima, ma non posso pensare a quello che voi chiamate il mio trionfo… Sono sulle spine… Dopo questa mattina non ho ricevuto altre notizie di casa mia…

Di San Giustino principiò:—Nessuna nuova…

Ma dovette interrompersi alla vista dell'usciere che s'era fatto coraggio e s'insinuava tra i deputati biascicando:—Con permesso, con permesso… Un dispaccio per l'onorevole Varedo.

—Ah—disse questi scartando bruscamente i vicini e afferrando il telegramma.

Un gran silenzio successe alle congratulazioni clamorose di prima. Dalle tribune qualche signora sporgendosi con mezza la persona, guardava curiosamente in giù.

Varedo lesse, impallidì, e con faccia stravolta si slanciò fuori dell'aula seguito da San Giustino, da Zonnini e da altri intimi.

—Morta?—si arrischiò a chiedere San Giustino.

—No, ma è lo stesso… E prima di stasera non c'è una corsa… E prima di domani alle 10.25 non posso essere a Torino… Fatemi la grazia, consultate gli orari… Se ci fosse modo di anticipare… per la via di Sarzana e Parma… che so io?… Ah perchè, perchè non mi avete lasciato partire?

Zonnini ebbe un'impercettibile scrollatina di spalle.

Gl'indicatori ufficiali delle ferrovie, sfogliati in ogni senso, non davano un responso favorevole. Ormai non c'era altra corsa da prendere che quella delle 20.50.

I campanelli elettrici tintinnavano in tutte le sale di Montecitorio chiamando a raccolta i deputati.

—Andate, andate—insisteva lo stesso Varedo.—La seduta ricomincia.
La Camera è impaziente, e forse si voterà oggi.

—Se c'è il voto, dobbiamo farti avvertire?

—No, il mio voto non conta… Il Ministro avrà contro di sè una maggioranza enorme… E io passerò all'albergo per gli ulteriori preparativi… Addio, addio… e grazie… Scusate, che ore sono?

—Quasi le cinque.

—È già tardi… Non ho tempo da perdere.

—Ci rivedremo a ogni modo alla stazione… Se si vota oggi ci sarà un assalto ai treni.

—Mi raccomando—ripigliò Varedo.—che la stampa non dia notizie inesatte… Pur troppo non ho illusioni, ma la catastrofe non è ancora successa.

In fatti il telegramma, spiegato sul tavolino, diceva soltanto:

Le cose precipitano. Nessuna speranza. Non tardare di più.

VALERIA.

Continuava il disperato appello dei campanelli elettrici.

—Andate, andate.

Nell'uscir da Montecitorio dopo aver, dall'ufficio stesso del Parlamento, spedito alcuni dispacci, Alberto Varedo non potè evitare lo sciame infesto dei reporters, petulantemente ossequiosi e curiosi.

—Onorevole, che successo!

—Onorevole, ci permetta di stringerle la mano.

—Onorevole, che fortuna sarebbe se alla Camera parlassero solo quelli che parlano come lei!

—Onorevole, ed è vero ch'ella parte subito?

—Per la ragione già accennata dalla Rupe Tarpea?

—Dev'essere molto piccola la sua bimba.

—Ed è un pezzo ch'è ammalata?

—E che male ha?

Ah, dover rispondere a tutti questi indiscreti, dover almeno trovar per tutti una parola garbata, non poter chiuder loro la bocca quand'essi vogliono penetrare nel vostra santuario domestico, scrutare i moti del vostro cuore, che supplizio, che umiliazione! E come sbarazzarsene, Dio buono, se appartengono anch'essi alla razza

degl'imi che comandano ai potenti,

e l'averli ostili significa spesso inimicarsi i giornali ch'essi infiorano della loro prosa di studenti bocciati?

XXII.

Da Roma a Torino.

—La Tribuna con la caduta del Ministero.

Questo grido caro al suo orecchio aveva accolto l'onorevole Varedo nell'atto di montare in fiacre per recarsi alla stazione, e lungo tutta la via, in mezzo al brulichìo della folla, in mezzo al rumore delle vetture e dei tram, da cento voci di ragazzi e d'adulti, egli aveva sentito ripetere:

—La Tribuna con la caduta del Ministero.

Anch'egli aveva comperato un numero del giornale e alla fioca luce del crepuscolo vi aveva letto il resoconto della seduta, scorrendo rapidamente il sunto abbastanza esatto del suo discorso, e soffermandosi in particolar modo sugli incidenti successi poi: l'impazienza febbrile della Camera; le poche, incisive, efficacissime parole di San Giustino: le confuse dichiarazioni balbettate dal Presidente del Consiglio, Crugnoli, le grida di basta, basta, ai voti; la votazione nominale infine, che nonostante una cinquantina di astensioni, aveva dato una maggioranza schiacciante contro il Gabinetto, e l'esito della quale aveva provocato una salva d'applausi, raddoppiati d'intensità quando Crugnoli annunziava ufficialmente la crisi con le frasi di prammatica:—Il Ministero si riserva di prender gli ordini di Sua Maestà.

Sotto la rubrica Ultime notizie, il giornale si scusava di non poter, per l'ora tarda, diffondersi in ampi commenti, e si limitava a constatare il successo trionfale dell'onorevole Varedo, il cui discorso aveva superata l'aspettativa che pur era grandissima.—Le sorti del Gabinetto erano già decise—soggiungeva la Tribuna,—ma è certo che la poderosa requisitoria dell'onorevole deputato di… vinse molte perplessità e rinforzò di parecchi voti l'opposizione.

Alcune righe più basso e proprio in fondo alla terza pagina, si leggeva in caratteri cubitali:

«Secondo le informazioni che ci giungono al momento di andare in macchina, i Ministri appena sciolta la seduta si sono recati al Quirinale per rassegnare le loro dimissioni che non si dubita saranno accettate da Sua Maestà. Tutto fa prevedere che la crisi sarà di breve durata. Qualche amico intimo dell'onorevole Crugnoli afferma ch'egli stesso indicherà al Sovrano l'onorevole di San Giustino come l'uomo voluto dalle circostanze».

In Piazza di Termini l'onorevole Varedo ripiegò il foglio e lo ripose in tasca. Omnibus d'albergo, tram, vetture di piazza e vetture private convergevano da ogni parte verso la stazione che, ormai illuminata, spiccava bianca sul fondo grigio del cielo crepuscolare. Nel Piazzale dei Cinquecento numerosi capannelli discutevano intorno alla crisi; qualche cittadino, che aveva comperato il giornale della sera ne perlustrava le fitte colonne al chiarore d'una lampada elettrica; i rivenditori seguitavano a urlare:—La Tribuna con la caduta del Ministero.

Quando Varedo scese di carrozza, più d'uno lo riconobbe e lo salutò. Egli ricambiava macchinalmente i saluti, toccandosi la tesa del cappello, ma non si fermò con nessuno ed entrò difilato in stazione.

Qui non potè sfuggire a una dozzina di colleghi che prendevano anch'essi il suo treno, e gli toccò subire congratulazioni, condoglianze, auguri, e rinunziare alla speranza di viaggiar solo. Ma forse era meglio così. Meglio aver il capo intronato dalla politica che fermarsi su quell'altro, orribile pensiero.

Sotto la tettoia lo raggiunse di San Giustino, e lo tirò in disparte. Parlava piano, breve, concitato, nella sorda irritazione prodottagli dai cent'occhi che gli erano piantati addosso.

—La crisi si risolverà presto. Anche il Presidente del Senato oltre a quello della Camera suggerisce il mio nome. Credo che domani sarò chiamato al Quirinale. In quarantott'ore presenterò la mia lista. Terrò per me la Presidenza e gl'interni, e voi sarete il mio sottosegretario di Stato…. Meritereste di più, meritereste un portafoglio…

Questo, Varedo lo sapeva benissimo. Pure la coscienza della propria forza gli permetteva d'attendere ed egli non aveva mai profferito una parola che tradisse il suo intimo pensiero.

—Grazie—egli disse, interrompendo San Giustino;—ma in Italia si diffida dei giovani e la mia età potrebb'essere una debolezza pel Gabinetto.

San Giustino fece una spallucciata.

—Ciò importerebbe poco… Vi vedrebbero alla prova… Gli è piuttosto che si son presi tanti impegni….

—Non vi confondete, caro amico. Il sottosegretariato agl'interni è già un bellissimo posto.

—E contate d'esser presto di ritorno?—chiese San Giustino.

—Che impegni posso prendere con questa spada di Damocle che mi pende sul capo? Vi telegraferò.

—Signori, in vettura.

Varedo salì in uno scompartimento ove c'erano già tre colleghi.

Gli sportelli si chiusero, ma prima del fischio della partenza arrivò trafelato Zonnini il quale veniva a stringer la mano all'amico.

—Meno male che arrivo in tempo… Con quei benedetti tram non c'è regola… E hai avuto altre notizie?

—Nessuna… Ne troverò a Pisa o alla Spezia…

—Speriamo bene.

Varedo tentennò la testa sfiduciato.

Dalla macchina all'ultimo vagone corse il grido: Pronti! Pronti!

Il treno si mosse.

—Ricordati di farmi spedir le bozze del discorso—gridò Varedo a Zonnini cacciando il capo fuori del finestrino e salutando a destra e a sinistra.

Nell'interno della vettura i tre colleghi almanaccavano sulla crisi e sulla sua probabile soluzione.

—Ecco chi la sa lunga—disse uno di loro accennando a
Varedo.—Specialmente dopo la conferenza avuta or ora col divo.

—Io ne so quanto voi—rispose Alberto.

—Già, già, non vogliamo essere indiscreti.

L'onorevole Cataldo, ch'era il più anziano dei tre e aveva cinque medaglie, cominciò a spifferar la sua lista. San Giustino, Presidenza e interni, Rutigliano, esteri, Lentini, guerra, Bavardi, marina, Pietrasanta, tesoro…

—Neanche per idea—interruppero gli altri. Erano d'accordo nel tener per fermo che l'incarico sarebbe dato a San Giustino, ma circa alla formazione del Ministero ognuno aveva la sua opinione.

—Se non fate parlare Varedo, è inutile—disse con la sua vocina di musco l'onorevole Orsara ch'era seduto a uno degli angoli e succhiava un pezzetto di cioccolata.

—Quando vi ripeto che non so niente…

Senza curarsi delle proteste, Cataldo seguitava la sua enumerazione.

Modica, finanze, Brusasco, grazia e giustizia, Sardi Gallese, istruzione pubblica…

—Ma che? Non è adatto…

—Importa molto!—replicava Cataldo.—Un Ministero si fa come si può, e nemmeno San Giustino farà miracoli. Del resto, caro Varedo, oggi noi vi abbiamo aiutato a rovesciar Crugnoli che era ormai un Presidente del Consiglio impossibile. Ma non ostante il vostro magnifico discorso, non siamo così ingenui da credere che sorgerà un'era nuova. Ne ho acquistata dell'esperienza in cinque legislature, e vi assicuro io che plus ça change plus c'est la même chose. La Camera è quella che è.

—La Camera si cambia—notò Varedo.

—La scioglierete, non c'è dubbio, e probabilmente di San Giustino salendo al potere, avrà il suo bravo decreto in tasca…. Ma il paese vi rimanderà su per giù gli stessi uomini…

Continuarono a discutere per un poco; poi l'onorevole Orsara fece una proposta.

—Se cercassimo di dormire per qualche ora?

E si levò in piedi per abbassar la fiamma del gaz, ma, breve di statura com'era, non ci arrivava.

—Son qua io—disse il suo vicino, l'onorevole Francioni, ch'era una pertica.—Ma io mi guarderò bene dall'addormentami. Scendo a Grosseto.

—E noi scendiamo a Pisa—soggiunsero i due compagni.—Non c'è che
Varedo il quale faccia un viaggio lungo.

—Pur troppo. E che viaggio!

—Ma!—sospirarono i colleghi con quell'accento di simpatia discreta che le persone educate hanno sempre a loro disposizione come la moneta spicciola che si tiene nel taschino della sottoveste.

Il treno divorava lo spazio. Col berretto calato sulla fronte, l'onorevole Orsara russava, Cataldo e Francioni sonnecchiavano a occhi aperti.

Alberto Varedo era ben desto, e il suo sguardo fisso esprimeva l'angoscia di chi non sa scacciare da sè una visione dolorosa. Quanto più egli s'allontanava da Roma, e gli cresceva la solitudine intorno, e si smorzava l'eco degli applausi che gli avevano, poche ore addietro, dolcemente accarezzato l'orecchio, tanto più egli sentiva la terribilità della tragedia domestica che lo aspettava. No, egli non l'avrebbe trovata viva, la piccola Bebè, egli non avrebbe udito la sua vocina esile, non avrebbe visto le sue manine bianche, sottili, quasi trasparenti, scorrer volubili sui balocchi sparsi ai suoi piedi…

E anche un altro pensiero lo crucciava, lo sgomentava. In qual modo lo avrebbe accolto sua moglie? Gli avrebbe perdonato il suo ritardo? Avrebbe ascoltato pazientemente le sue ragioni? Perchè nessuno degli ultimi dispacci era firmato da lei? Perchè non aveva ella almeno fatto rispondere alle parole di conforto, d'affetto che egli le aveva mandate sulle ali del telegrafo?

Dio, Dio, com'ella s'era, a grado a grado, appartata da lui! E pure ella lo aveva sposato per amore, e pure c'era stato in principio un pieno consenso delle loro anime, ed ella pareva appassionarsi pe' suoi studi, per la sua gloria, pel suo avvenire! Che barriera s'era levata fra loro.

E Varedo ricordava che la freddezza di Diana aveva cominciato sin da quando ell'era rimasta incinta di Bebè. La maternità che suole ravvicinar le donne al marito aveva prodotto su lei un effetto contrario. Certo ella lo accusava di non aver prodigato sufficienti tesori di tenerezza alla bimba, di non averle dedicato una parte maggiore del suo tempo e delle sue cure. Ma non era un'accusa ingiusta? Possono gli uomini dimenticar ciò che devono alla scienza, alla patria, alla società? E Diana pretendeva questo, ella che era intelligente e colta, ella che nel primo anno di matrimonio lo stimolava alle grandi cose?

In vero una fatalità pesava sulla loro unione, un complesso di circostanze cospirava a dividerli, a renderli pressocchè estranei l'uno all'altra. Ma non mai come ora questa fatalità li aveva perseguitati. L'aggravarsi repentino di Bebè proprio nei giorni in cui motivi imperiosi lo tenevano assente sembrava l'opera d'un cattivo genio che provasse la voluttà crudele di nuocere.

Il treno correva, correva nella notte profonda; tutta la vettura oscillava, scricchiolava, tremava. Alla fioca luce che pioveva dall'alto, Varedo vedeva i suoi compagni dormire, diversamente atteggiati: Orsara, rannicchiato in un angolo, coi pugni serrati sotto il mento; Cataldo con la cravatta sciolta, le braccia ciondoloni, la testa dondolante, la bocca aperta; Francioni rigido come una sbarra, con le lunghe gambe distese fin sotto il sedile dirimpetto. Nei cristalli dei finestrini, chiusi, nonostante il caldo, per paura della malaria, si riflettevano con linee indecise le immagini del di dentro: la lampada, le pareti, i divani, le valigie nella reticella, le persone dormienti… e, insieme col resto, una faccia pallida, ansiosa…. Di tratto in tratto, con la rapidità di uno strale, fischiando e rumoreggiando, guizzava, diretto in senso opposto, un altro convoglio; di tratto in tratto, nel passare senz'arrestarsi davanti a una stazione secondaria, veniva dall'esterno un chiarore improvviso, sorgeva, spariva un fabbricato, una tettoia, una pompa, una grù, una fila di vagoni immobili; poi le tenebre si addensavano più fitte e più nere.

—Oh… oh… oh…—fece a un certo momento Francioni, agitando le lunghe braccia a guisa di due assi di un telegrafo ottico.—Ho dormito?… Ove saremo?… Che ore sono?

Si alzò che, quasi toccava con la testa il cielo della carrozza, e guardò l'orologio.

—Per bacco! Siamo proprio vicini a Grosseto… Se non mi svegliavo da me…

—Vi avrei svegliato io; non dubitate—disse Varedo.

—Oh grazie, Varedo… Credevo che dormiste anche voi… Questi qui sono due ghiri.

In fatti Orsara e Cataldo non si mossero nemmeno quando a Grosseto
Francioni fece aprir lo sportello e discese salutando Alberto Varedo.

—Coraggio… Chi sa ancora… Suppongo che ci rivedremo presto a Roma, perchè il nuovo Ministero… il vostro Ministero… dovrà presentarsi alla Camera a far votare l'esercizio provvisorio… Addio, addio…

E la magra figura donchisciottesca scomparve nell'ombra.

Il convoglio ripigliò la sua corsa sfrenata. Ormai esso non si sarebbe fermato che a Pisa, e a Pisa Varedo avrebbe trovato indubbiamente un telegramma da Torino. Oimè, che altro poteva dirgli quel telegramma se non ch'egli sarebbe giunto troppo tardi per veder viva Bebè?

L'atmosfera era soffocante. Benchè si fosse ancora in piena Maremma, l'onorevole abbassò i vetri del suo finestrino, mise fuori la testa, guardò il cielo stellato, sentì, o credette sentire, la voce del mare, sentì il mormorio dei cipressi carezzati dal vento; indi richiuse di nuovo la finestra, e stette raccolto nel suo cantuccio cercando di rievocare il suo trionfo di ieri, le congratulazioni, gli applausi, rimuginando le parole dettegli quella sera stessa da San Giustino: Meritereste un portafoglio.—Sì certo, presto egli se lo sarebbe conquistato un portafoglio, e allora sarebbe divenuto arbitro del Parlamento, iniziatore felice di radicali riforme che avrebbero mutato faccia all'Italia!… Ah come impallidivano al paragone le gioie, i dolori privati, com'erano vani i giudizi che poteva pronunziare sul conto suo una donnicciuola inetta ormai ad abbracciare un orizzonte più largo di quello delle pareti domestiche!

Ma ai voli superbi della fantasia succedevano le precipitose cadute. Sarebb'egli stato pari alle circostanze ed alla fortuna? Possedeva egli veramente le grandi qualità che le magnanime imprese richiedono: il colpo d'occhio sicuro, il volere tenace, il dominio assoluto di sè, la prontezza nel decidere e nell'eseguire, il coraggio di affrontare le responsabilità ed i pericoli, lo sdegno della facile popolarità? E se falliva alla prova? Se incappava nei lacci che gli avrebbero teso gli avversari e gli amici malfidi, invidiosi della sua troppo rapida esaltazione? Se di lì a qualche mese si fosse parlato di lui come d'una delle tante meteore apparse sul nostro firmamento politico e dileguate senza lasciar traccia? Vinto sui campi dell'azione, avrebbe egli potuto trovar la calma, la serenità necessarie a chi coltiva gli studi? Avrebbe potuto riprendere con buon successo la sua opera interrotta? O le antipatie accumulate sul suo capo mentr'egli era al Governo non avrebbero continuato a sfogarsi contro l'uomo di scienza?

Così, in quella insolita depressione di spirito, tutto il suo bel sogno di gloria si scioglieva in fumo, e nella sua visione interiore si riaffacciava la scena funebre: una bambina moribonda o morta, una madre disperata. E quella bambina era Bebè, e quella madre era Diana!

Uno dopo l'altro, automaticamente, mentre il treno s'avvicinava a
Pisa, si svegliarono Orsara e Cataldo.

—Oh bella!—disse Orsara spalancando la bocca a un enorme sbadiglio.—Siamo in tre soli?

—Naturale—soggiunse Cataldo….—Francioni è disceso a Grosseto.

—E non ce ne siamo accorti?

—Sfido io… Quando si dorme… Voi, Varedo, non dormite in ferrovia?

—Questa notte non dormirei in nessun posto…

—Ah, è vero…. Scusate…

Cataldo tirò giù dalla reticella le valigie sue e quelle del compagno, infilò un leggero soprabito e aperse i finestrini.

—Auff, si respira…

Un lungo fischio echeggiò nell'aria.

Orsara, ancora sonnolento, si scosse tutto come un cane bagnato.—Ci siamo.

Varedo scattò in piedi.

—Aspettate qualcheduno qui?—domandò Cataldo.

—Un dispaccio aspetto, o qui, o alla Spezia.

Ma a Pisa non c'era niente, e Alberto, ormai solo in vettura, dovette rassegnarsi a un'altra ora e mezza d'attesa. Dalla stazione aveva telegrafato egli stesso a Torino, lagnandosi delle ritardate notizie, confermando il suo prossimo arrivo.

Spuntava l'alba; la tinta grigia della campagna si staccava dalla tinta grigia del cielo; indi le cose andavano via via prendendo forma e colore; un colore prima scialbo, poi più chiaro e più vivo. Tenui vapori lambivano la superficie del mare che, or sì or no, appariva all'occhio tra le piante e i caseggiati della costa tirrena.

Ed ecco Viareggio la cui spiaggia salubre avrebbe fra qualche ora brulicato di vita, e Pietrasanta, e Serravezza, e Massa, e Sarzana, biancheggianti di marmi che nel silenzio dei crepuscoli mattutini davano ai luoghi l'aspetto di cimiteri.

E a guardia del suo golfo ecco Spezia, bella e gagliarda, che sorride dalle sue verdi colline e minaccia dai suoi arsenali e dalle sue rocche munite.

Prima che il treno si fermasse, Alberto Varedo, sporgendosi fuori con mezza la persona, cercava di girar la maniglia dello sportello.

Un signore che già da un pezzo passeggiava sotto la tettoia si precipitò verso di lui.

—Alberto! Alberto!

Più che la fisonomia, Varedo riconobbe la voce. Era l'ingegnere
Gustavo Aldini.

Non si vedevano da tre anni, e non s'erano lasciati amici. Ma le nuove sventure scancellavano gli antichi rancori.

—Morta?—disse Alberto indovinando il significato di quell'incontro.

L'ingegnere l'abbracciò, salì con lui nello scompartimento.—Coraggio!

E facendo scivolare un biglietto da dieci lire nella mano del conduttore che rinchiudeva lo sportello, accompagnò l'atto eloquente con una raccomandazione sussurrata a bassa voce:—Procurate di lasciarci soli.

—Morta?—ripetè Varedo.—Quando?

—Iersera… Dopo le sette e mezzo… Era tardi per telegrafarti a Roma… Si poteva, lo so, telegrafar lungo la via… Ma per dar questa notizia era meglio che venisse qualcheduno… E son corso alla stazione appena in tempo di prendere il diretto delle 8.15… A Pisa non era possibile d'arrivare…. A Spezia ero già da due ore…

Alberto chinò la fronte.

—Dev'esser stato un peggioramento improvviso—egli disse dopo una breve pausa.—Quando son partito io da Torino, il medico mi aveva assicurato che non c'erano pericoli…. Pregai la mamma d'affrettarsi, unicamente perchè tenesse compagnia a Diana.

—A noi—soggiunse lo zio Gustavo—fece subito un'impressione penosissima. Io non l'avevo vista, fuori che in fotografia, ma mia sorella se la ricordava florida, vispa, sana, l'anno scorso a Belgirate.

—Era un bocciolo di rosa—gemette Varedo.—Sino a pochi mesi fa… sino al momento in cui s'ammalò a Roma. E pure io speravo sempre… A quell'età… E nemmeno le ultime lettere di Diana, nemmeno le lettere della mamma lasciavan preveder quel ch'è successo.

—Le donne s'illudevano… E poi le cose potevano tirare in lungo… Per me la bimba era condannata, ma io non mi sarei certo maravigliato se fosse vissuta ancora alcuni mesi.

—E Giraldi—seguitò il professore—come mai Giraldi non s'accorgeva della crisi imminente?

—Ah, se i medici fossero onniscienti!… Del resto, se n'è accorto l'altro giorno… E fu per suo consiglio che Diana ti mandò quel dispaccio….

—Ero legato—esclamò Alberto Varedo volendo scusarsi.—Legato con le mani e coi piedi… Non potevo partire.

—È stata una fatalità!—disse l'ingegnere Aldini con un'intonazione che cresceva gravità alle parole.

—Chi lo nega?—replicò il deputato con veemenza.—Ma non potevo… Si trattava della mia riputazione, del mio avvenire…

—Ieri ci fu un consulto con Mazzioli—riprese lo zio per evitare una discussione intempestiva.

—Tardi, tardi…

—In qualunque momento sarebbe stato lo stesso… Mazzioli approvò interamente la cura seguita dal collega.

Varedo si strinse nelle spalle.—È sempre così.

Poi chiese, esitante:—Soffriva molto?

—No—rispose l'ingegnere.—S'è spenta.

—Non conosceva più nessuno?

—Fino a iermattina la sua mamma… Più tardi nemmeno quella.

Alberto si passò il fazzoletto sugli occhi.

—E Diana—egli replicò.—in che stato è?

—Puoi figurarti.

E adesso quelle due donne son sole in casa… sole con la cameriera e con l'Irene?

—No… C'è il portinaio, e c'è Eugenio Bardelli che ha voluto restare a ogni costo!

Varedo tentennò il capo.—Povero Bardelli!… Anche lui ha avuto una gran disgrazia in famiglia…

—Tutti ne hanno delle disgrazie—mormorò Aldini con voce sorda.

L'altro si risovvenne.—Tu pure. È vero.

Tacquero per qualche minuto. Un'ombra s'era levata fra loro; l'ombra della donna leggiadra che Varedo aveva insultata e di cui Aldini portava il lutto sul volto e nel cuore.

E poco più si dissero fino a Genova, mentre, ansando e sbuffando, il convoglio passava di tunnel in tunnel. Seduti dirimpetto, immersi nei loro pensieri, i due viaggiatori appena alzavano la testa quando nell'intervallo di due gallerie il sole irrompeva nella vettura e si svolgeva dinanzi a loro il panorama incantevole della riviera ligure: il mare azzurro, scintillante; gli scogli neri, dalle forme fantastiche, investiti, schiaffeggiati dall'onda; i borghi industri, popolosi schierati lungo la spiaggia o inerpicati sui monti; le ville, i giardini ove difese dai venti crescevano le palme e fiorivano i cedri.

Entrando nella stazione di Porta Principe, Varedo tirò bruscamente le tendine.

—Se si potesse non esser disturbati…

—Mi sono raccomandato al conduttore… Speriamo…

Non partiva molta gente e non occorse disturbarli. Passando davanti al compartimento chiuso, qualcuno sussurrò:—Ci dev'essere un malato.

I rivenditori di giornali correvano lungo il treno offrendo i fogli del mattino con la caduta del Ministero. Un ragazzo più loquace degli altri gridava tutta una filastrocca:—La Gazzetta del Popolo appena arrivata con gli ultimi telegrammi da Roma. La seduta di ieri. Il gran discorso dell'onorevole Varedo. Centoquindici voti di maggioranza contro il Gabinetto. Notizie recentissime della crisi.

—Dunque—disse Aldini,—hai fatto un gran discorso ieri?

—Ho parlato, sì… Dovevo parlare.

—E abbiamo la crisi?

—Quella ci sarebbe stata in ogni caso.

—Il Re chiamerà San Giustino?

—Non c'è dubbio… È l'uomo della situazione.

—Tu avrai un sottosegretariato?

—Certo che se San Giustino è ministro, io avrò un ufficio nel
Governo—rispose Varedo.

—Dovrai stabilirti a Roma.

—Appunto… Sarà meglio anche per Diana… Tanto meglio quanto più presto.

L'ingegnere non rispose.

Successe un lungo, lungo silenzio. Tutti e due, di mano in mano che si appressavano alla meta, si sentivano invasi da una tristezza più cupa e profonda.

Alla stazione d'Asti un giornalaio dalla voce stridula e fosca ricantava l'antifona:—La Gazzetta del Popolo con la caduta del Ministero. Il discorso dell'onorevole Varedo.

—Dio, che noia!—borbottò Alberto.

Aldini si sforzò di sorridere.—Sono gl'inconvenienti della gloria.

In quell'ultima ora di viaggio, Varedo fu singolarmente nervoso. Ogni momento si alzava in piedi, mutava posto. A un tratto, si piantò davanti allo zio Gustavo e lo interrogò a bruciapelo.

—Credi che Diana avrà difficoltà a venir subito a Roma?

—Senti—disse lo zio uscendo dal suo riserbo,—s'io avessi a darti un consiglio, ti suggerirei di non prender Diana di fronte, di non opporti oggi a ciò ch'ella desidera.

—E che cosa desidera?—chiese il professore turbandosi in volto.

—Vuol andare a Venezia con la sua mamma.

—Vuol fuggire da me… Le sono diventato odioso… È inutile che tu cerchi d'indorar la pillola… Odioso, è la parola… E quanto tempo vuol rimanere a Venezia?… Un mese?… Due mesi?

—Fidati di noi, Alberto; noi eserciteremo tutta la nostra influenza perchè vi resti il meno possibile… Ora è meglio non toccar questo tasto.

—Ah, capisco—proruppe Varedo.—Diana vorrebbe una divisione amichevole… Ma se presume di avere il mio assenso, s'inganna… Io le proibirò di partire… Io le imporrò di seguirmi…

Aldini non ismarrì la sua calma.—Tu hai la legge per te… hai la forza… Considera se ti giova d'usarne.

—Diana affronterebbe uno scandalo?

—Chi lo sa?… Tu la conosci… Quando ha preso un dirizzone…

—Ma insomma—ripigliò Alberto mettendo nel suo discorso quanto più calore persuasivo poteva,—di che colpe m'accusa?… Come giustificherebbe dinanzi all'opinione pubblica la sua rivolta?… Sono un marito che la maltratta, che la tradisce, che la disonora?… Via, modestia a parte, novantanove donne su cento invidierebbero la sua sorte, sarebbero orgogliose di portare il mio nome… Se, tre settimane or sono, non potei, cedendo alle sue preghiere, restare a Torino, se non potei ieri esserle accanto in un momento supremo della sua vita, o che le paion queste ragioni bastevoli per distruggere una famiglia?… Avrebb'ella il coraggio di sostenere ch'io fossi assente per motivi frivoli?… E la sventura che la colpì non colpisce me pure?… Come mai?… Il dolore che ravvicina sovente due coniugi fra cui le reciproche offese avevano scavato un abisso sarà causa di separazione per noi che non abbiamo nulla di grave a rimproverarci?

Nella naturale rettitudine del suo spirito, Gustavo Aldini era costretto a riconoscere che c'era molto di vero nelle argomentazioni di Varedo. Ma, data l'indole di sua nipote, egli si spiegava altresì la risoluzione manifestata da Diana al letto della bimba agonizzante:—Mi porterete subito a Venezia con voi… L'uomo che per non rinunziare a un trionfo oratorio dimentica i suoi doveri di marito e di padre ha spezzato ogni legame domestico.

Comunque sia, non erano propizi a una discussione nè il luogo, nè il tempo, e l'ingegnere si limitò a dire:—Diana oggi non può essere equanime… Bisogna compatirla.

XXIII.

Dinanzi alla piccola morta.

Alla stazione (perchè si sapeva che Varedo sarebbe giunto con quella corsa) c'erano due o tre colleghi d'Università, un assessore del Municipio un segretario di Prefettura, incaricato di porger le condoglianze e di offrire i servigi del signor commendatore Prefetto, il quale, poveruomo, nell'interregno di due Ministeri, voleva accattivarsi l'animo dei nuovi padroni senza provocar troppo apertamente la collera dei vecchi, capacissimi di colpire, in articulo mortis, un onesto funzionario, e ricorreva perciò al peregrino espediente di essere indisposto.

È inutile avvertire che c'erano pure alcuni reporters di giornali cittadini, occupati a notar nel loro taccuino i nomi dei presenti e i gesti e l'attitudine dell'onorevole.

I personaggi ufficiali e gli amici, con l'aria contrita voluta dalle circostanze, accompagnarono Alberto Varedo fino alla carrozza, non senza mescere all'espressioni del proprio cordoglio qualche discreta allusione alla memorabile giornata di ieri.

—Il suo nome è su tutte le bocche—disse l'assessore municipale.

E il segretario di prefettura, che non era ancora cavaliere, arrischiò una frase più elaborata:—Ella ha dato ieri un grande esempio di virtù civica.

Distribuite le necessarie strette di mano, Varedo salì in fiacre con lo zio Gustavo e fino a casa non aprì bocca.

Nell'andito gli venne incontro singhiozzante, la suocera.

—Oh Alberto, Alberto, che disgrazia!

E soggiunse, accompagnandolo attraverso le stanze impregnate d'un acuto profumo di ginepro:—Se tu fossi arrivato almeno iersera!

—Era impossibile—egli balbettò.—E poi sarebbe stato lo stesso…
Nemmeno iersera sarei arrivato in tempo…

—Per la bimba no… Ma per Diana…

—Diana?… Che cosa l'è successo?… dov'è?—chiese Varedo, turbato da questa frase sibillina.

—Sempre di là… Sempre… Son tre giorni che non si spoglia…

La signora Valeria s'interruppe per voltarsi verso un ometto tutto vestito di nero che s'era levato in sussulto da un divano ove sedeva mezzo assopito.

—Vada, Bardelli, vada a riposarsi per qualche ora… Oh Alberto, che Provvidenza è stato Bardelli per noi! Come ha dimenticato le sue pene per venire a divider le nostre!

Varedo, che sulle prime non aveva riconosciuto il suo antico assistente, gli tese la mano:—Grazie, Bardelli… E perdoni se non le ho mandato una riga di condoglianza quando mi è giunta la notizia…

—Oh professore—biascicò Bardelli. Ma le lacrime gli fecero un nodo alla gola e non potè dir altro.

La signora Valeria precedette suo genero nella camera mortuaria.

Curva sul letticciuolo della piccola estinta che ell'aveva, insieme all'Irene, finito appena di lavare e di pettinare, Diana trasalì leggermente e senza moversi di dov'era alzò lenta lenta il pallido viso.

Non però fece un gesto, non disse una parola per respingere il marito che le si avvicinava. Si sentì egli, prima di toccarla, respinto da una forza misteriosa; sentì egli al cuore e ai polmoni la stretta violenta di chi entra improvviso in una atmosfera di gelo. Le sue braccia che stavano per aprirsi ricaddero inerti, le sue labbra s'ammutolirono. E fermandosi alla sponda opposta del letto, egli si chinò a deporre un bacio sulla fronte di Bebè.

Allora, dalla bocca di Diana, uscì un'esclamazione crudele:—Tardi!

—Oh Diana—egli disse, guardandola con aria di rimprovero.—Non esser spietata.

Ella non rispose, ma sostenne lo sguardo che fra dolente e imperioso si fissava su lei. Nell'atteggiamento del suo volto non era nè sfida nè collera; era una tristezza accasciata che pareva significare: A che prò tormentarci? Quello che si è spezzato fra noi non si accomoda più.

—Diana—egli replicò.—È vero che vuoi andar via con tua madre?

—È vero.

—E se invece io volessi… se ti pregassi di seguirmi a Roma?

—No, no.

—E perchè?… Ho il diritto di chiederlo… e di saperlo.

A questa specie d'intimazione un fuggitivo rossore accese le guance sparute di Diana, un lampo passò ne' suoi occhi.

Pur si contenne, e additò in silenzio il corpicino di Bebè steso fra loro.

—È giusto—assentì Varedo.—Non ora, non qui… Più tardi.

Stettero ancora qualche minuto uno di fronte all'altro, divisi dal letticciuolo ove giaceva la creaturina innocente che, viva, li aveva disgiunti, che, morta non valeva a riunirli.

La signora Valeria passò il braccio sotto quello di suo genero, e lo ricondusse fuori dalla camera.

—Avrai bisogno di un caffè, di una tazza di brodo… Ho fatto preparare nel tuo studio… C'è anche il letto pronto…

E continuò supplichevole:—Permettile di venire a Venezia… Oggi non potrebbe nè restar qui sola, nè andare a Roma che risveglia in lei così tristi memorie… Te la riporteremo noi… spero te la riporteremo guarita.

—Ma io non intendo ch'ella disponga di sè come se io non ci fossi—ribattè Varedo.—Non intendo che mi tratti come un malfattore.

—Devi perdonare all'eccitazione de' suoi nervi—disse la signora Valeria.—Ah se aveste ieri sera confuse le vostre lacrime!… Non ne avrai colpa… non ti giudico… Ma il Signore ha voluto aggravar doppiamente la mano sopra di noi… Mi concedesse egli almeno di riuscire a far sì che vi lasciaste in buona armonia!

Sulla scrivania dello studio Alberto trovò un mucchio di biglietti da visita, di lettere, di fogli, di telegrammi arrivati per lui quella mattina. E mentr'egli prendeva in fretta una cucchiaiata di brodo e beveva un sorso di vino, altri biglietti, altre lettere, altri fogli, altri telegrammi arrivavano via via senza posa. E capitavano pure ambasciate e richieste di colloqui.—A che ora potrebbe l'onorevole ricevere?

—Non rispettano neanche questo giorno!—esclamò, scandalizzata, la signora Valeria.

—Lo vede, mamma, se noi uomini pubblici siamo padroni del nostro tempo.

—Dà la consegna di non lasciar passare nessuno—insistè la suocera.

—Nessuno, è difficile… A ogni modo, non riceverò anima viva prima delle tre… a eccezione di Bardelli… che mi aiuterà a sbrigar tante cose… Non c'è di là, Bardelli?

—Non c'è, ma tornerà prestissimo, non dubitarne.

—Perchè pur troppo ci sono tristi necessità che non patiscono indugio.

—Di quelle si occuperà Gustavo… Ha detto che può servirsi d'un paio d'impiegati della sua Compagnia di Sicurtà.

—Grazie… In questo caso…

Varedo prese un foglietto di carta e tracciò in fretta due righe di partecipazione.

—Basterà inserirle in tutti i giornali cittadini… le partecipazioni private sono inutili… Ce vorrebbero troppe e si commetterebbero infinite dimenticanze… Aggiungerete l'ora… È fissata?

—Le nove di domattina—rispose la signora Valeria. E non potè frenare uno scoppio di pianto.

—Coraggio!—sospirò Alberto.

E nel riaccompagnarla fino alla soglia disse:—Fate tutto voi…
Disponete voi… decorosamente… Circa a Bardelli, siamo intesi…
Appena viene, mandatemelo.

—E non vuoi riposare?

—Mi butterò vestito sul letto per una mezz'ora.

Di lì a mezz'ora, l'onorevole era in piedi.

Camminando su e giù per la stanza, apriva i giornali, le lettere, i dispacci, gettava nel cestino, o sulle sedie, o per terra le carte inconcludenti; poi, seguitando a camminare, dettava un telegramma, un biglietto a Eugenio Bardelli, che, seduto al tavolino con la penna in mano, aspettava gli ordini. La vita lo aveva ripreso ne' suoi ingranaggi, le superbe promesse dell'avvenire lo distraevano dalle tristezze presenti. Era lui che, di tratto in tratto, diceva una parola di conforto all'altro.

—Si faccia animo… Sia un uomo… Scriva, scriva. Non c'è quanto il lavoro per stordirsi.

Docilmente, Bardelli s'asciugava le lacrime con la manica del vestito e si rimetteva all'opera.

E Varedo pensava che mai avrebbe trovato un segretario così fedele, così devoto, d'una devozione e d'una fedeltà che resistevano a tutte le prove e a tutti i disinganni. Anche lo pungeva il rimorso di non aver fatto per Eugenio Bardelli quello che avrebbe dovuto fare. Non gli aveva conservato il posto d'assistente, non lo aveva appoggiato nei suoi concorsi universitari, non aveva seguito con l'interesse che tanti professori mostrano verso i loro antichi studenti lo svolgersi della sua attività scientifica.

Fu dunque, almeno in parte, l'onesto desiderio di riparare ai propri torti che gli suggerì la domanda:—Bardelli, accetterebbe ella un impiego a Roma?

Colto di sorpresa, il giovine alzò gli occhi mezzo trasognato.

Varedo proseguì, a modo di spiegazione:—Andando al Governo… parlo nell'ipotesi che la crisi si risolva secondo le previsioni generali… andando al Governo, avrei la facoltà di chiamar presso di me qualche persona di mia fiducia… Lei potrebbe essere, che so io, il mio segretario particolare… Ciò non pregiudicherebbe le sue aspirazioni all'insegnamento superiore… Ma quei benedetti concorsi son così rari e ci son sempre tanti aspiranti… Neppur la cattedra di Palermo sarà facile averla…

Bardelli lo sapeva già che a Palermo gli si preparava un nuovo fiasco e che probabilmente quel fiasco non sarebbe stato l'ultimo; lo sapeva che le sue condizioni economiche non eran tali da permettergli di restar lungo tempo disoccupato; e nondimeno sentiva che l'offerta del professore non era oggi accettabile… Ah, con che cuore l'avrebbe accettata quattro o cinque mesi addietro! Seguitar a vivere nell'intimità della famiglia Varedo, veder ogni giorno Diana, veder ogni giorno Bebè, non era stato questo il suo sogno?… Ora la famiglia era disciolta; Bebè era morta, Diana non avrebbe accompagnato il marito a Roma… E se pur si fosse indotta più tardi a raggiungerlo, avrebbe ella gradito la presenza assidua di un uomo che aveva osato farle una dichiarazione d'amore? Ed egli stesso, Bardelli, era sicuro appieno di sè, sicuro di non esser ripreso dalla sua follia?

Mentr'egli studiava una risposta, Alberto lo levò momentaneamente d'impaccio dicendogli:—Non importa che si decida subito… Rifletta fino a domani… Già, per oggi, non c'è nulla di positivo.

E in fatti non c'era ancora la notizia che San Giustino fosse stato invitato al Quirinale.

Alle tre cominciarono le visite. Venne il Rettore dell'Università, vennero alcuni professori, e il Sindaco che non s'era potuto recare la mattina alla stazione, e il Presidente del Consiglio provinciale, e i direttori di due fogli cittadini, e altri ch'erano o desideravano di esser creduti in dimestichezza con un uomo vicino ad afferrar il potere.

Parlavano poco della disgrazia, e molto della crisi, molto del discorso di Varedo che faceva le spese di tutti quanti i giornali. E giù elogi, auguri, pronostici di grandezza e di gloria.

Ma Varedo rifiutava gli elogi, gli auguri, i pronostici. Il ricordo di quel discorso sarebbe stato per lui un cruccio eterno. Già egli nemmeno si rendeva conto del come gli fosse riuscito trovar frasi appropriate, aggruppar gli argomenti in ordine logico avendo sempre il pensiero rivolto a casa sua… Certo era che per cagione di quel discorso egli aveva ritardato la sua partenza da Roma e giunto a Torino non aveva abbracciato che un cadavere… Ah, se i successi oratorî si pagano a sì caro prezzo!

Gli amici lo commiseravano, lo confortavano, e il collega Sali, della facoltà di lettere, citava vari esempi di personaggi storici trovatisi come Varedo nella necessità di sacrificare i loro interessi particolari e le loro affezioni più sacre a qualche supremo dovere pubblico.

Alberto tentennava la testa.—È la scusa di noi altri uomini… Non c'è dubbio poi che in parecchi casi le esigenze della vita esteriore ci distolgono dal ruminar troppo i nostri dolori privati. Le povere donne non hanno questa valvola di sicurezza.

Indi tutti gareggiavano in sollecitudine nell'informarsi di Diana. Il Sindaco, il Rettore, il professore Sali dissero che le loro consorti sarebbero venute volentieri a visitarla, ma avevano inteso ch'ella non riceveva.

L'onorevole la scusò.—Non è in grado di veder nessuno… È affranta…

E soggiunse:—La mando per alcune settimane a Venezia con la sua mamma… Qui rischierebbe di rimaner sola, perchè io non sono sicuro di non esser chiamato a Roma…

Qualcheduno interruppe:—O piuttosto siete sicuro che vi chiameranno.

—L'avvenire è sulle ginocchia degli Dei—replicò Varedo con circospezione.—Ma non importa. Io volevo dire che se mi trasferissi a Roma non mi fiderei di condurvi tosto mia moglie, indebolita com'è, fissa nell'idea che a Roma appunto la nostra figliuola abbia preso il germe della malattia che l'uccise. Ci verrà più tardi, quando si sarà ritemprata e rinfrancata.

Da savio politico che fa apparir quali concessioni spontanee le necessità a cui gli tocca piegarsi, Alberto Varedo si premuniva così contro le interpretazioni sfavorevoli che altri avrebbe potuto dare al viaggio di Diana. Egli aveva meditato sulle parole dettegli dallo zio Gustavo in strada ferrata. «Tu hai la legge per te. Hai la forza. Vedi se ti conviene d'usarne».

Come esitar nella risposta? Come non capire che uno scandalo famigliare, in quei giorni, con le ire e le invidie destate dalla subitanea fortuna avrebbe avuto conseguenze incalcolabili? Una cosa ormai sarebbe bastata a Varedo: che Diana smettesse verso di lui quella sua aria di giustiziera, che riconoscendone l'autorità spogliasse i suoi atti d'ogni carattere di ribellione.

Ma mentr'egli col suo linguaggio calmo e misurato lasciava nell'animo degli ascoltatori l'impressione di un marito pieno di mansuetudine e di riguardi verso la moglie, e con tutto il suo contegno infondeva nei presenti il mite benessere ch'è proprio di chi, recatosi a fare una visita di condoglianza, si trova al cospetto di persone bell'e rassegnate, Diana implorava da sua madre e da suo zio la grazia di risparmiarle un colloquio con Alberto.

—Date retta a me—ella diceva—consigliatelo di non insistere. Correrebbero tra noi le parole irreparabili che tolgono perfino la remota possibilità d'un ravvicinamento… E credete pure ch'io non m'illudo… Anche nell'infinita miseria di questi momenti ho la mia testa lucida… Non mi illudo… Il mondo mi chiamerà un'esaltata, una visionaria, una pazza… Io dovrei gloriarmi d'esser la signora Varedo… Che mi manca? Di che mi lagno?… O, piuttosto, quante ragioni non ho di essere invidiata?… L'uomo di cui porto il nome non è già illustre nella scienza e nella politica? Non passa di trionfo in trionfo? Non sarà domani sottosegretario di Stato e forse tra qualche mese Ministro?… E, ciò che più vale, non è onesto in mezzo a tanti corrotti, semplice nella vita, austero nei costumi, alieno da quelle galanterie che pur si considerano peccatucci veniali?… Sì tutto questo è vero; ma il mondo non sa che mio marito mi ha a poco a poco disseccato il cuore… Ero timida, schiva, ritrosa, ma ero anche assetata di affetto… Egli non ha inteso il grido che dal fondo della mia anima si levava verso di lui… Finchè ha potuto avermi docile strumento nelle sue mani, pronta a sopprimer me stessa per compiacerlo, gli fui, o gli parvi, cara… senza entusiasmo però, senza espansione, senza tenerezza… Non ubbidivo io, servendolo, a quella legge del dovere ch'egli predicava con fervore d'apostolo?… Ma quando un nuovo dovere è sorto per me e per lui, un dovere che poteva sprigionar la scintilla onde le nostre intime fibre avrebbero finalmente vibrato all'unisono, allora egli mi ha gettato in un canto come un abito frusto… Ha gettato in un canto me, e la mia, la sua, bambina… Mai non le ha voluto bene, mai non s'è occupato di lei… Sana, ella lo infastidiva con la sua vivacità; malata, coi suoi lamenti… Non le ha sacrificato un giorno, un'ora, un minuto… Poche settimane fa, io che prevedevo, l'ho scongiurato di non partire, di non lasciarci sole.

—Appunto perchè non restaste sole ha scritto a me di anticipare la mia venuta—notò, indulgente, la signora Valeria.

Diana ebbe un gesto d'impazienza.

—Oh la bella cosa di scaricarsi dei propri pesi sulle spalle degli altri… specialmente per chi si atteggia a moralista!… E che conto ha fatto delle mie lettere… delle notizie sempre più sconfortanti che gli mandavamo da qui?… Già. il dovere lo tratteneva a Roma… quello de' suoi doveri che si conciliava con la sua ambizione… Te ne ricordi, mamma? Te ne ricordi, zio Gustavo? Voi mi dicevate «Vedrai, almeno una corsa a Torino la farà». Io che lo conosco, io vi rispondevo: «No…» Neanche il mio telegramma è valso a scuoterlo… E sì che quella era la tavola di salvezza che si getta al naufrago… Perchè non l'ha afferrata? Perchè non ha udito il mio appello, il mio ultimo appello?… Perchè ha lasciato morire la sua figliuola?… Ebbene, è morto anch'egli… come lei.

Diana si pentì dell'eresia che l'era scappata di bocca, e voltandosi verso l'uscio della camera dove la bambina giaceva, tra i fiori, sul suo letticciuolo:—Che dico mai?—esclamò.—Tu non sei morta, il mio caro tesoro… Tu vivi qui dentro…

Si portò la mano al cuore che si spezzava, e balbettò:—Egli, egli è morto.

La signora Valeria le sussurrò piano, baciandola in viso:—Perdona… Ah tu non sai quante cose le donne perdonino! Perdonano il tradimento, perdonano l'infedeltà…

Ma Diana l'interruppe con un'energia ch'era veramente meravigliosa in quel corpo sfatto dalle veglie, distrutto dall'angoscia:—Oh, il perdono è facile alle donne che sono state amate, alle donne che amano… Dove c'è l'amore, c'è posto per tutto… Io non l'ho trovato mai nel mio matrimonio, l'amore… per quanto l'abbia cercato… Io non ho sentito parlare che di dovere… E ho creduto che potesse bastare!… Tu taci, zio Gustavo…. Ma allora tu leggevi nel futuro… Tu sorridevi tristemente di quella nostra pretesa d'edificar una famiglia sul solo dovere…

—Non curarti di quello che ho potuto pensare—rispose lo zio.—Io penso adesso che convien sempre fare quanto dipende da noi perchè la vita non sia peggiore di quella che è… La via che hai scelta non conduce a nulla di buono…

—Sicchè tu pure, come la mamma, sei per il perdono, per la riconciliazione?

L'ingegnere accennò affermativamente col capo.

—E io—replicò Diana—sono costretta a ripetere a te e alla mamma: No… Una riconciliazione oggi sarebbe un'ipocrisia, e io ho mille difetti, ma non sono ipocrita… Del resto che bisogno ha egli di me? Egli ha raggiunto la sua mèta; passata che sia (e passerà presto per lui) l'emozione di questa sventura domestica, egli sarà un uomo felice… Non ha bisogno del mio perdono, nè della mia compagnia… Che ne farebb'egli a Roma d'una donna sempre in lacrime, sempre fissa in un'idea dolorosa? Via, mamma, tu gli rendi un servizio portandomi teco… Solo un puntiglio feroce potrebbe indurlo ad opporsi….

—Non si opporrà, ne sono convinta—disse la signora Valeria.—Ma non ha tutti i torti se desidera che tu gli chieda licenza.

—Chiedetegliela voi in mio nome—rispose Diana.—Ancora una volta, ve ne supplico a mani giunte, risparmiatemi la prova terribile di un colloquio con mio marito… Ve ne supplico in nome stesso di quelle speranze che voi coltivate nel segreto dell'anima vostra…. Ditegli che non lo odio, che riconosco i suoi meriti, che gli auguro gloria e fortuna… ma che oggi non posso… non posso…

I singhiozzi le impedirono di continuare; le forze le vennero meno; levatasi in piedi, si sentì vacillar sulle gambe, ma prima che sua madre o suo zio accorresse a sostenerla, ella ebbe il tempo di precipitarsi nella camera vicina e di cadere ginocchioni presso il letto di Bebè.

La signora Valeria la seguì e si chinò amorevolmente a lisciarle i capelli.

—Calmati, Diana…. Non ci ostiniamo più… Faremo a modo tuo… Ma tu pure sarai compiacente, non è vero?

Diana alzò, interrogando, il viso bianco come quello della piccola morta che le aveva strappato il cuore.

—Ti coricherai per qualche ora.

—Oh…. perchè?… È inutile.

—Per essere in grado di partire domani—ripigliò la madre.—Tu non vuoi restar qui dopo che…

—No, no—disse Diana con terrore.—Non un minuto…

—Vedi dunque…

La signora Valeria passò il braccio sotto l'ascella della figliuola e l'aiutò a rimettersi in piedi.

Diana ribaciò sulla fronte e sugli occhi il cadaverino che già si dissolveva e svaniva, e mormorò con un filo di voce:—Torno, sai, Bebè.

Indi, con la testa appoggiata alle spalle materne, col fazzoletto alla bocca per soffocare i suoi gemiti si lasciò condur via docilmente.