—Che lusso!
—Che profusione di fiori!
—E chi li ha ordinati questi fiori?—domandò la signora Valeria.
L'Adelaide Nocera, ch'era a parte del segreto, sorrise.
Il consigliere marito, da uomo perspicace, indovinò subito.—Quest'è un'improvvisata dell'amico Gustavo.
E, confidenzialmente, battè sulla spalla dell'ingegnere.
—Sempre perfetto cavaliere quell'Aldini—notò la signora Susanna
Duranti.
Ma Gustavo Aldini, schermendosi dai ringraziamenti, si voltò verso il cameriere di quel riparto egli chiese:—Il nostro risotto a che punto è?
—Si può servirlo quando vogliono.
—Benone… Aspettiamo un signore…
Accolto da applausi, giunse Alberto Varedo, vide i Nocera e durò fatica a reprimere un moto di dispetto.
L'Adelaide, che s'era accorta della sorda ostilità del professore ma non disperava di vincerla, gli si fece incontro con le mani tese.—Ci perdona l'invasione? A Venezia, d'estate, se si vuol trovarsi, bisogna venire al Lido… E io desideravo di star un'oretta con Diana… Così ho scritto alla Valeria che, se non aveva nulla in contrario, avremmo preso parte al pranzo anche noi.
—Anzi, è un piacere—disse Varedo. Le parole erano cortesi, ma l'accento era gelido.
—Ecco il risotto!—gridò Gustavo Aldini.
Secondo le sapienti disposizioni dell'ingegnere le sedie erano collocate soltanto a tre lati della tavola lunga e stretta, di modo che nessuno voltasse le spalle al mare. Sul lato più lungo sedeva la signora Valeria tra il cavalier Duranti, che aveva alla sua sinistra Diana, e il cavalier Nocera, che aveva alla destra la signora Susanna Duranti. Gli altri quattro commensali occupavano, fronteggiandosi, i due lati minori; da una parte la signora Adelaide e Gustavo Aldini; dalla parte opposta il professore Varedo e la signorina Duranti.
Questa che, dopo il matrimonio di alcune amiche più giovani di lei, era diventata dura e spinosa come un vecchio carciofo, principiò subito a malignare.
E poichè Varedo osservava che quell'abbondanza di fiori avrebbe fatto credere a un banchetto di sposi—Oh—disse la ragazza—in questo caso gli sposi sarebbero loro due… Ma non s'illudano… Quei fiori non sono nè per Diana, nè per lei; sono per un'unica persona che, proprio, non è una sposina… Ma dopo tutto, beate le civette!… E beati quelli, uomini e donne, che dimenticano la loro età!
Aizzato dalla sua vicina, Alberto Varedo sbirciava di tanto in tanto suo zio e l'Adelaide Nocera che non eran certo i più giovani, ma erano i più giovanilmente allegri e vivaci dei commensali. E la riprovazione ond'egli, puritano, colpiva ogni intrigo galante, si esacerbava per un sentimento di diversa natura. Non era, non voleva essere invidia; era una tacita protesta contro le ingiustizie della fortuna, così liberale verso gli esseri frivoli, così avara verso coloro che hanno un alto, austero concetto della vita.
Qualche cosa di simile passava intanto nell'anima di Diana. Ascoltando distratta il cavaliere Duranti che vantava i servigi da lui resi allo Stato quand'era intendente di finanza, ella guardava gli occhi luminosi e ridenti dell'Adelaide Nocera, la quale doveva essere avvezza a udire ben altri discorsi. E cercava di farsi un'idea dell'esistenza di queste donnine amabili e spensierate che attirano gli uomini come il miele attira le mosche e che volgono le forze del piccolo ingegno a un unico fine, quello di piacere. E come vi riescono! Come riescono a essere tollerate, accettate anche dalla gente rispettabile! Ecco per esempio l'Adelaide Nocera che nessuno credeva un fiore di virtù e che pur tutti andavano a gara per festeggiare. La mamma di lei, di Diana, non la considerava una delle sue migliori amiche? Non aveva pur dianzi preso calorosamente le sue difese? La signora Duranti, così facile a scandalizzarsi, non la trattava con cordialità, non ne frequentava, in compagnia della figliuola, il salotto? È vero che quelle femmine trovan dei mariti stampati a posta per loro, dei mariti i quali han l'aria di dire:—Se siamo contenti noi, o chi ha il diritto di far lo schifiltoso?
Il consigliere Nocera era il tipo di questi cinici ignobili. Era lui, proprio lui che quella sera a pranzo portava in campo certe storielle scabrose d'infedeltà coniugali, e da un capo all'altro della tavola dava nomi e cognomi, e date e luoghi e particolari minuti, e fingeva di non sentire i richiami della sua vicina Duranti, e rideva sguaiatamente delle sue grasse facezie.
—Povera mamma!—sussurrava nell'orecchio al professore Varedo la
Olga, la ragazza emancipata.—È sui carboni ardenti per me.
—Quel Nocera è un uomo molto volgare—notò Varedo.
Olga Duranti fece una spallucciata.—È un filosofo.
—Cara signorina, non calunni i filosofi.
—Voglio dire che subisce con rassegnazione il proprio destino… E poi la sua è un'allegria forzata… Deve ingoiarne tante!
Abbassò ancora la voce, e sfogando il suo mal animo contro l'Adelaide Nocera soggiunse:—Egli ha almeno il merito di mostrarsi quello che è. Lei invece pare una santarellina… Basta, quelle son donne fortunate… Hanno i mariti propri, i mariti delle altre e gli scapoli ch'esse sviano dal matrimonio.
Varedo sorrise; ella si morse il labbro, pentita d'essersi lasciata sfuggire una frase che tradiva il suo risentimento personale. Asserivano infatti che qualche anno addietro, prima del ritorno dei Nocera a Venezia, ella, nonostante la grande differenza d'età, avesse gettato l'occhio sopra l'ingegnere Gustavo Aldini come su uno sposo possibile.
Frattanto, appunto per opera dell'ingegnere che tirò il discorso su alcune ultime pubblicazioni letterarie francesi e italiane, la conversazione mutò indirizzo. Quelle pubblicazioni chi le conosceva chi no, ma dal più al meno si conoscevan gli autori, e ognuno volle dire la sua. Inopinatamente alleati, la pudica signora Susanna Duranti e lo sboccato consigliere Nocera si scagliarono contro Emilio Zola che qualificavano a gara d'immorale e di corruttore. Già per loro fra i romanzieri francesi non c'era che Ohnet. Le maîtres des forges, quello era un libro. Che caratteri! Che situazioni! Che ambiente confortable!
Il cavaliere Duranti non aveva, per Zola, l'antipatia di sua moglie. Aveva letto poco, ma quel poco gli era piaciuto. Era uno scrittore che sapeva sviscerare i suoi argomenti e trovar il dramma in tutto quanto. Oggi la miniera, domani la Borsa, doman l'altro le strade ferrate. Avrebbe potuto, volendo, fare un romanzo sull'amministrazione della finanza, e ce ne sarebbero stati degli aneddoti piccanti e dei tipi gustosi!
—Il romanzo del registro e bollo!—esclamò Nocera in tono canzonatorio.
—Non c'è niente da ridere—rimbeccò, seccato, l'ex intendente.
Allora scese in campo, zoliano convinto, non fanatico, Gustavo Aldini, e pur non negando i difetti dello Zola ne mise in rilievo gli altissimi pregi, specie la virtù evocatrice e l'arte di far mover le masse, onde se molti lo superano nello scrutare i misteri d'una coscienza individuale, nessuno l'uguaglia nel rappresentarci gli stati di una coscienza collettiva.—Certo—concluse l'ingegnere—non è una lettura per tutti; non lo darei nè alle persone frivole che vi cercano solo le indecenze, nè agli adolescenti, maschi o femmine, a cui è inutile anticipar le brutalità della vita.
—Ma che adolescenti?—replicò la signora Susanna Duranti—Io dico che nessuna donna per bene può tener sul suo tavolino quei libri… Io mi vergogno di averne letti due o tre.
La signora Susanna ignorava che sua figlia li aveva, di nascosto, letti quasi tutti.
Il consigliere Nocera, che, mentre Aldini parlava, aveva manifestato il suo dissenso con energici cenni del capo, gridò:—Sentiamo l'opinione del professore. Scommetto che il professore è con noi.
—Ma io non mi occupo di letteratura amena—rispose Varedo. Però, poichè gli altri insistevano ed egli non voleva che il suo silenzio fosse interpretato come un'approvazione delle idee esposte da Gustavo Aldini, egli dichiarò che conosceva assai poco dell'opera di Emilio Zola e che si limitava a dire una sua impressione. Ed era questa. Che Zola, mezzo francese e mezzo italiano, era, anche letterariamente, il prodotto di due nazioni e di due civiltà decadute. Aveva, nonostante una speciale tendenza al pessimismo, la visione lucida del mondo esteriore: gli mancava la facoltà di penetrare nel mondo delle anime; dipingeva con efficacia i vizi e le brutture del suo tempo, ma le vere cause gliene sfuggivano, ma non aveva nemmeno la più lontana intuizione dei mezzi acconci a promuovere un rinnovamento morale.
Alberto Varedo svolgeva questi concetti con abbondanza d'argomenti. Aveva principiato semplice e piano; e poi l'abitudine della cattedra gli aveva fatto alzar la voce ed arrotondare le frasi tantochè il suo discorso prendeva via via il carattere d'una lezione o d'una conferenza. Bello o brutto che fosse, in quell'ora, in quel luogo, fra l'acciottolìo dei piatti e il tintinnio dei bicchieri, e il cicaleccio allegro delle tavole vicine, esso aveva il torto d'esser perfettamente stonato.
E appunto dalle tavole vicine si porgeva all'autore un'attenzione canzonatoria.
Diana udì dietro di sè una signora che diceva:—Par d'essere alla predica.
A lei quel pranzo sembrava interminabile. La svogliatezza fisica era il meno; ella soffriva d'una grande depressione morale, provava una irritabilità nervosa contro tutto e tutti, avrebbe dato non so che per esser sola e per lasciar colar le sue lacrime. Perchè non avevano desinato anche oggi in piena libertà, a casa loro? Perchè le toccava subir la compagnia di quei Duranti, di quei Nocera, assistere alle smorfie dello zio Gustavo e dell'Adelaide? Ma s'ella discendeva in sè stessa trovava al suo disgusto, al suo turbamento un'altra causa più intima. La discussione di poco fa l'aveva profondamente umiliata. Se c'era soggetto che dovesse interessarla era quello; s'ella aveva attitudini speciali d'ingegno erano attitudini letterarie. Ebbene, da prima del suo matrimonio, da quando s'era promessa sposa, da un anno e mezzo insomma, ella non aveva aperto un volume di letteratura, non s'era occupata che degli studi di Varedo, non aveva visto che le opere che piacevano, che occorrevano a lui, non aveva sfogliato che i giornali scientifici di cui era piena la casa. Onde oggi s'era accorta d'ignorar perfino il titolo di parecchi fra i libri che i vari commensali, tanto men colti di lei, levavano a cielo o vituperavano. Così ell'aveva accondisceso a sacrificar le sue inclinazioni, a sopprimer la sua personalità? E con qual frutto? Era felice?
Mentr'ella rivolgeva a sè medesima questa grave domanda sentì lo zio Gustavo che diceva a suo marito:—Caro nipote, tu hai sollevato delle questioni che non si risolvono su due piedi e sarebbe già lungo determinare i punti ove andiamo d'accordo e ove no. Propongo il rinvio, tanto più che c'è un magnifico chiaro di luna, e che sarà meglio godercelo in santa pace.
La proposta incontrò l'approvazione generale.—Sì, sì, non guastiamoci la digestione.
Fra le cose che avevano bisogno d'esser digerite c'era anche il discorso, ammiratissimo, di Alberto Varedo.
Di lì a poco tutti s'erano alzati di tavola.
Diana, dopo di aver scambiato qualche parola con sua madre, si affacciò al parapetto della terrazza, sul mare.
—Che notte d'incanto!—esclamò, posandole una mano sulla spalla, l'Adelaide Nocera.
—Discutono ancora?—chiese Diana.
—No. I nostri signori uomini stanno regolando i conti.
—Non c'è aria nemmeno qui—riprese la Varedo.
—Figurati—replicò l'Adelaide—che le Duranti vorrebbero persuadere la tua mamma a chiudersi nella sala per sentir quella parodia di operetta.
—Per amor del cielo! E la mamma consente?
—Non credo. Finiranno con l'andarci loro, le Duranti, insieme con mio marito ch'è appassionato di questi spettacoli. Noi resteremo sulla terrazza o faremo quattro passi sulla spiaggia ove sarà anche più fresco.
—Diana!—chiamò qualcuno.—Diana!
—Scusi—ella disse staccandosi dall'Adelaide. E si avvicinò a suo marito di cui aveva riconosciuto la voce.
Alberto la trasse in disparte e le parlò concitato.—Perchè mi sforzi a ripeterlo?… Non voglio che tu stringa dimestichezza con la Nocera… Tuo zio non ha il diritto d'imporci le sue concubine.
—Bada!—supplicò Diana pallidissima e tutta tremante. Ella s'era accorta che lo zio Gustavo era lì presso e sentiva ogni cosa.
—Ah!—fece Varedo, mutando colore.—Ormai…
I due uomini si trovarono faccia a faccia.
Varedo s'era ricomposto.—Mi duole che tu abbia inteso—egli disse fissando in viso l'ingegnere Aldini—ma non ho nulla da ritirare.
Aldini lo guardò con piglio sarcastico.—Sapevo ch'eri un pedante, vedo che sei anche un villano.
E si tolse di là bruscamente, senza dar tempo al suo avversario nè di reagire, nè di rispondere.
La scena, svoltasi in un lampo, fu avvertita da due sole persone; dalla signora Valeria i cui occhi non lasciavano mai la figliuola e dall'Adelaide Nocera che aveva indovinato esser lei la causa di quella disputa.
Stava ella ritta, immobile, con le mani dietro la schiena, col dorso appoggiato al parapetto della terrazza, la piccola testa ed il busto spiccanti in ombra sul nitido azzurro del cielo ove sorgeva alta la luna. Aldini la raggiunse, e si allontanarono insieme.
Ma la signora Valeria piantò il crocchio degli amici e corse ov'erano sua figlia e suo genero.—Che c'è?… Cos'è successo?
—C'è cara suocera mia—replicò, irritatissimo, Alberto—che suo fratello ha bisogno di una lezione… E se non fossimo in un luogo pubblico…
—No—supplicò Diana—no, Alberto.—E soggiunse lasciandosi cader su una sedia:—Io lo prevedevo che la presenza dei Nocera avrebbe recato dei guai…
—Ma, insomma, spiegatevi…
—Insomma—riprese il professore—io non amo che mia moglie abbia contatti con certa gente… E mi meraviglio che una donna come lei…
Diana si portò il dito alla bocca.—Parlerete a casa… Zitto adesso, ve ne scongiuro… Non siamo soli…
In fatti si avvicinavano la signora Susanna e la Olga, e dietro di loro, fumando, il cavaliere Duranti e il cavalier Nocera.
—Che conciliaboli avete?—dimandò la signora Susanna.
—Nulla, nulla—rispose con fretta affannosa Diana Varedo.—Sono io che non mi sentivo… che non mi sento bene… Anzi, Alberto, te ne prego, fammi avere un bicchier d'acqua.
S'era un pretesto, non poteva esservene alcuno che avesse maggiore apparenza di verità.
Diana aveva arrovesciata la testa sulla spalliera della sedia, era bianca come un cencio lavato, un pallore freddo le imperlava la fronte e le gote.
—Abbiate pazienza, tiratevi un momento indietro—disse la signora
Valeria agli altri.—Le levate l'aria.
Si curvò ansiosamente sulla figliuola e le chiese sottovoce:—Ti senti poco bene, proprio?
—Sì… ma passerà…
—Sarà stata quella brutta scena?…
—No, non credo… La scena di poco fa m'ha recato un dolore immenso… Ma ero già mal disposta… Credo invece che tu abbia ragione…
E Diana bisbigliò qualche parola nell'orecchio di sua madre.
—Magari!—esclamò questa battendo palma a palma.—Magari!… Ti ostinavi sempre a negare.
—Impressioni!… Adesso ho un'impressione contraria… Siamo un impasto di contraddizioni… Forse m'inganno adesso…
—Speriamo di no… Ecco tuo marito che torna col bicchier d'acqua…
Diglielo anche a lui…
La signora Valeria si riaccostò agli amici.
—Dunque? Dunque?
—Effetto del caldo, del pranzo… in una donna che potrebb'essere in una condizione anormale.
—Ma senza dubbio—disse con enfasi la signora Duranti.—Io n'ero sicura malgrado le vostre negative.
—E anch'io—soggiunse la Olga.—Appena ho visto Diana, ho pensato subito: quella è una donna incinta.
—Ma Olga…
—O che male c'è a chiamar le cose col loro nome?
Il consigliere Nocera, che non aveva sentito, chiese schiarimenti al cavalier Duranti, e accolse la notizia con segni di approvazione.—Egregiamente… S'era già tardato troppo, e quasi toglievo la mia stima al nostro professore… Gli scienziati qualche volta dimenticano l'essenziale. Così va bene. Crescite et multiplicamini… Si può congratularsi con gli sposi?
—No, consigliere, stia buono—pregò la signora Valeria.—Li lasci in pace gli sposi… Sono ipotesi, semplici ipotesi.
Nocera fece una spallucciata; poi ripigliò guardandosi intorno:—A proposito, dove diamine si sarà cacciata mia moglie?
—Era con l'ingegnere Aldini—rispose pronta l'Olga Duranti.—Mi pare che siano usciti da quella parte…
E accennò con la mano a sinistra.
Se la maliziosa ragazza credeva d'aver svegliato con le sue parole la gelosia del consigliere, ella s'ingannava a partito.
—Ah—disse placidamente Nocera—mi immagino che quelle due creature romantiche saranno andate a passeggiare sulla spiaggia, al chiaro di luna… Buon divertimento!… Hanno fatto il dente del giudizio tutt'e due, e non c'è pericolo che si perdano per la strada.
—Oh, ecco Diana a braccio di Varedo—osservò la signora Duranti.—Va meglio?
Diana si sforzava di sorridere e di stringer le mani che l'erano tese.—Sì, va meglio, molto meglio… A ogni modo, è opportuno ch'io vada a casa subito… Alberto m'accompagna… Tu, mamma, puoi restare…
—No, no, io vengo con voi… Gli amici mi scusano…
—Ma nemmeno noi abbiamo nessuna ragione di rimanere—disse la Susanna
Duranti.
Il cavaliere marito si offerse di perlustrare la spiaggia in cerca della signora Adelaide e dell'ingegnere. Così si sarebbe fatta tutta una carovana.
—Oh—saltò su Nocera—prima che li trovi!… Li aspetterò io, nel salone dei concerti… Di là è probabile che passino.
—Quello che non capisco—notò la Olga Duranti—è come non si siano accorti del malessere di Diana… Erano appunto con lei.
—Che vipera!—pensò la Varedo. E disse forte:—Non se ne potevano accorgere… m'è capitato dopo.
Il professore mostrò a sua moglie l'orologio dello Stabilimento—Se vogliamo prendere il tram e partire col primo vapore abbiamo appena il tempo necessario.
Il cavaliere Duranti interrogò la consorte.—E allora che cosa si decide?
Alberto Varedo ebbe un gesto d'impazienza. La signora Valeria se ne accorse e intervenne a proposito.—Si decide che partiamo noi tre, Diana, Alberto ed io; gli altri non devono sacrificar la serata per colpa nostra.
—Non era un sacrificio—replicò la signora Susanna—ma sarebbe fuor di luogo l'insistere. Buon viaggio e buona notte. Domattina poi soneremo il vostro campanello per aver notizie.
—Grazie… ma è inutile.
—O niente affatto… Una notizia l'avremo… una bella notizia… autenticata nelle debite forme.
—Zitto, zitto…
L'Olga Duranti volle dar un bacio a Diana.—Mi rallegro, sai, mi rallegro sinceramente… Sarà per Febbraio o Marzo?…
—Lascia stare i pronostici… Se fosse una bolla di sapone?… Addio, addio…
—Quanto dispiacerà all'Adelaide di non averle salutate!—gridò Nocera mentre Diana e la signora Valeria s'allontanavano. Indi borbottò:
—Quel professore Varedo ha una prosopopea intollerabile. Fa una grazia a toccarsi il cappello.
—Finalmente vi siete liberati dagl'importuni—disse Alberto a sua moglie e a sua suocera, allorchè furono soli.—Pare impossibile il tempo che le donne impiegano a congedarsi…
Erano sul ponte che dallo Stabilimento mette al piazzale ove si fermano i tram a cavalli. Uno di questi tram arrivava allora.
—Presto, presto!
Salirono trafelati in vettura.
La signora Valeria chinandosi su Diana rinnovò per la centesima volta la solita domanda:—Come ti senti?
—Non c'è male—mormorò Diana. E fece segno che aveva bisogno di riprendere fiato.
La Inverigo si voltò verso suo genero.—E adesso si può sapere che parole son corse tra Gustavo e te?
Ma Diana toccò lievemente il braccio della madre.—Oh mamma, perchè torni su questo argomento? Alberto e lo zio si riconcilieranno… Per amor mio—ella soggiunse, fissando con occhi supplichevoli il marito.
—L'insolente è stato lui—disse Alberto.
—Tu l'avevi provocato…
Varedo troncò il discorso.—Non agitarti ora… Non hai forza per discutere… Auff! Che viaggio interminabile!… A piedi, in carrozza, in vapore… Neanche se si andasse alla Mecca.
Per fortuna il vaporino era pronto, e non c'era molta gente.
—Che delizia! Qui si respira meglio—disse Diana sedendo a prora. Appoggiò il gomito alla sponda del bastimento e d'una mano si fece puntello al capo mentre l'altra cercava, con un rinnovato bisogno di carezze, la mano di Alberto. Il chiarore latteo del cielo, lo scintillìo argenteo dell'acqua su cui batteva la luna, i bruni contorni dell'isolette lontane, e i campanili e le cupole e le piccole, tremule luci della città verso cui filava con moto uniforme il battello silenzioso l'avvolgevano in un'atmosfera di sogni. Ed ella, sforzandosi di dimenticare il penoso incidente di poco fa, sforzandosi di bandir dal suo spirito ogni triste pensiero, si cullava nella dolcezza del sogno. Appunto perchè, nelle ultime ore, ell'aveva cominciato a dubitare della sua felicità coniugale, aveva sentito i primi impeti di rivolta della sua personalità compressa e asservita, appunto per questo ella si aggrappava al suo sogno che, divenendo realtà, la avrebbe salvata da' suoi dubbi, dal suo orgoglio, da tutto.
Intanto la signora Valeria ed Alberto parlavano piano fra loro…
V.
Nel travaglio del parto.
Una lampada a petrolio sul cui globo era accomodata una ventola di cartone proiettava un cerchio luminoso sulla tavola piena di carte e di libri. In quel cerchio spiccava la testa, già accennante a un principio di calvizie, del professore Varedo, e la sua mano si moveva di quà e di là per prendere ora questo volume ora quello. Il rimanente della stanza era nell'ombra. Di tratto in tratto il professore si alzava dalla sedia, si accostava all'uscio, tendeva l'orecchio, poi tornava al suo posto e si rimetteva al lavoro. Si capiva però ch'egli non era tranquillo e non lavorava con la solita lena. Nella camera nuziale, che il salotto da ricevimento e il salottino da pranzo dividevano dallo studio, sua moglie era nel travaglio del parto. Aveva cominciato a sentir le prime doglie alle cinque del pomeriggio, e benchè non vi fosse la minima complicazione le cose procedevano con lentezza.
—Ci vorranno altre quattro o cinqu'ore—aveva detto la levatrice ad Alberto l'ultima volta ch'egli verso le undici, era venuto a veder sua moglie. E, poichè a questa notizia egli s'era lasciato sfuggire un gesto d'impazienza, Diana sforzandosi di sorridere, aveva sussurrato dolcemente:—Se dipendesse da me!
E la signora Valeria, riaccompagnando il genero fino all'uscio dello studio, aveva soggiunto:—È meglio che tu cerchi di dormire…. A suo tempo ti chiameremo.
Il letto era stato improvvisato nella camera da studio, liberando un divano dai libri che l'ingombravano e che adesso erano sparpagliati sulle sedie o ammonticchiati negli angoli.
Ma Alberto Varedo non seguì il consiglio della suocera. Voleva finir l'esame d'un pajo d'opere nuove che s'era fatto mandar dalla biblioteca della Scuola, voleva terminar la correzione di certe stampe speditegli dagli editori due giorni innanzi. Quest'ufficio di corregger le stampe Diana l'aveva conservato anche durante la gravidanza, e le prime cartelle delle bozze che Varedo esaminava erano state riviste da lei la mattina stessa. Ora Alberto pensava che per un bel pezzo neanche questo piccolo aiuto egli avrebbe potuto aver da sua moglie. Meno male che c'era Bardelli.
Ed era appunto di Bardelli, del nostro amico Eugenio Bardelli, la timida voce che, di dietro l'uscio chiuso, domandava:—È permesso?
—Avanti!—gridò il professore.
E soggiunse:—Non l'ho sentito nè sonare il campanello, nè camminare.
È entrato pel buco della serratura?
—Ho sonato adagio e ho camminato in punta di piedi… Passavo di qui e desideravo saper qualche cosa, anche per conto della mamma.
—Grazie, non c'è ancora nulla di nuovo.
—Lo so… Ho parlato con la signora Valeria… La mamma rinnova le sue offerte… Se c'è bisogno di lei, è sempre a disposizione… Ha pratica di parti, la mia mamma.
—Grazie, grazie. Ma vede bene, non può occorrer nulla… C'è la levatrice, c'è mia suocera, c'è la mia cameriera, c'è stato il dottore… Tutto va in regola; non c'è che da lasciar tempo al tempo.
—Eh, capisco—riprese Bardelli girando fra le mani il cappello a cencio.—A ogni modo anch'io se posso…
—Lei, caro Bardelli, può anche meno delle donne… Dica piuttosto, fa freddo fuori?
—A bastanza… Un freddo asciutto però.
—E qui le pare che si stia bene!
—Qui si sta da papi.
—A me pare tutt'altro… I caloriferi sono spenti e ho dovuto chiuderne le bocche… Prima di mattina si gelerà.
—In camera della signora Diana c'è la stufa?
—Sì, ed è accesa… Ma quella non riscalda me.
Eugenio Bardelli atteggiò il viso ad un'espressione di sincero rammarico, come deplorando di non poter mutarsi lui in una stufa o in un braciere per riscaldare il suo amato professore.
Non essendo facile il tradurre in parole un sentimento così generoso, il giovine assistente (perchè fin dall'ottobre Bardelli aveva conseguito il posto onorifico) balbettò:—Per domattina all'Università, vado io…
—Sì, va lei, e fa ripetizione… Ma mi raccomando, Bardelli, non abbia quell'aria d'uomo che domanda perdono di esistere. Il sapere è una bella cosa, ma bisogna anche mostrar di sapere, sopra tutto quando s'ha da fare coi giovani…. Se no, malgrado la sua dottrina finiranno col prenderla di sotto gamba.
Era pur troppo quello che avveniva, ma Bardelli non osava confessarlo.
—L'arte di tener la disciplina, caro amico—continuò Varedo—non c'è maestro che la insegni. Ci sono di quelli che la sanno già il primo giorno che salgono in cattedra; ce ne sono altri che non la imparano mai.
Bardelli chinava il capo in segno d'assenso, sbirciando nello stesso tempo i frontispizi dei libri nuovi sparpagliati sulla tavola.
—Sono gli ultimi acquisti della Biblioteca della Scuola—spiegò il professore.—Ci son anche due volumi di Spencer, ancora intonsi… Vuol portarseli via?
Gli occhi dell'assistente brillarono di compiacenza.
—Così mi risparmia la briga di tagliar le carte. A me basterà riaverli entro domani.
—E delle prove di stampa ce n'ha?—disse Bardelli.
—Queste finisco di correggerle io, tanto fa—disse Alberto.—Da domani in poi, fin che mia moglie è impedita, ricorrerò a lei.
—Si figuri!—esclamò l'altro, contento come una Pasqua.—Sarà un onore per me.—E soggiunse tentennando la testa:—Eh, la signora Diana dovrà stare in riposo per un bel pezzetto.
—Chi sa?… I parti delle donne son faticosi, son dolorosi, non c'è dubbio; però, nella peggiore ipotesi, è una fatica, è un dolore di uno, di due giorni… Noi uomini di studio, siamo nel travaglio del parto tutto l'anno, e le nostre creature fatte, rifatte, distrutte persino con le nostre mani ci costano molti più spasimi di quelle che non abbiamo costato noi alle nostre genitrici.
Il professore Varedo parlava come persona convinta di esser vittima d'un'ingiustizia sociale. O che forse non meritava anch'egli una parte dell'interesse, della sollecitudine ansiosa che in quel momento si consacrava a sua moglie?
Non avvezzo a considerar la questione sotto questo aspetto originale,
Bardelli se la cavò con poche frasi sconnesse.
—Sicuro… Anche gli uomini di studio…. è positivo… sono in gestazione continua.
Varedo lo licenziò.—Buona notte… Vada, vada, lei che può coricarsi tranquillamente…. Prenda i due libri, e arrivederci…
Dopo aver dato un'altra capatina in camera di Diana, Alberto riprese la correzione delle sue stampe. Finita che l'ebbe, principiò a camminar su e giù per la stanza col capo chino, con le mani intrecciate dietro la schiena, sotto la vestaglia. Camminava adagio nel poco spazio lasciato dai libri e dai mobili, camminava riflettendo ai casi propri e commiserandosi. Lo assaliva un amaro rimpianto dei primi mesi del suo matrimonio, allorchè Diana era tutta sua, tenera, espansiva sovente, devota, affezionata sempre, sempre pronta ad accogliere le sue confidenze, ad assisterlo nei suoi studi. Così egli lo comprendeva il matrimonio; quella poteva chiamarsi davvero l'unione di due anime. O perchè non era durato così? Dal giorno che Diana s'era sentita madre, tutto era mutato d'aspetto. Egli le parlava ed ella lo ascoltava distratta, mal dissimulando la propria indifferenza pegli argomenti ch'egli era riuscito a renderle cari e domestici. E cercava sviare il discorso e tirarlo sul grande avvenimento che stava per compiersi e a fronte del quale ogni altro pensiero le pareva vano. Che s'egli, alla sua volta, non rispondeva a tuono alle domande di lei circa alla cuna del bimbo, al corredo, alla diversa disposizione da darsi al loro quartierino durante il periodo dell'allattamento, una nuvola le si stendeva sulla fronte, una lacrimetta le spuntava negli occhi, ed ella biascicava con voce dolente:—Ecco, non gli vuoi bene.—Santo Iddio, che bene doveva volergli se per lui egli non esisteva ancora? Ma guai se Varedo non avesse soffocato questo grido dell'anima! E si difendeva dall'accusa di non volergli bene, quantunque non potesse volergliene come lei che lo portava nel suo grembo e lo nutriva del suo sangue… Erano dispute brevi che si rinnovellavano spesso e turbavano l'antica armonia. Senza dire del dissidio latente che c'era tra Alberto e Diana a proposito dello zio Gustavo. La scenata del Lido non aveva avuto conseguenze; i due uomini s'erano in apparenza riconciliati, ma non vi poteva esser buon sangue fra loro. E Gustavo, che non voleva metter la nipote in una condizione difficile verso il marito, non le scriveva più, ed evitava di venir a Torino ove pure gli affari della sua Compagnia d'Assicurazioni l'avrebbero chiamato di quando in quando. Diana sentiva amaramente la mancanza di questa corrispondenza e di queste visite, e sebbene i suoi principî rigidi le impedissero di giudicar in modo diverso da Alberto le relazioni fra lo zio e Adelaide Nocera, non permetteva alcuna allusione men che rispettosa a un parente che nel cuore di lei aveva tenuto un posto vicinissimo a quello occupato dalla sua mamma.
Comunque sia, nelle meditazioni peripatetiche di quella notte, Alberto Varedo dedicava appena un pensiero fuggitivo al mondano ingegnere. Non era lui il nemico del suo benessere coniugale; il nemico vero (la dichiarazione aveva almeno il merito della franchezza) era il nascituro. Era inutile; questo marmocchio che gli avrebbero presentato forse di lì a pochi istanti dicendogli:—È il tuo figliuolo—non destava nell'animo del professore il minimo senso di tenerezza. Avrebbe fatto, si intende il suo dovere verso di lui (quando non lo faceva, egli, il proprio dovere?) avrebbe lavorato per non lasciargli mancar nulla; l'avrebbe protetto, consigliato, difeso; ma come gli sarebbe stato riconoscente se fosse rimasto in mente Dei!… E pure non gli accadeva nulla che non fosse nell'ordine naturale delle cose, e il suo collega professor Feroni, grande odiatore del bel sesso, a cui egli non aveva saputo dissimulare la sua noia per la gravidanza della moglie, aveva esclamato per spaventarlo:—Eh caro mio, le donne son capaci di tutto, anche di darvi due gemelli… Chi non vuol disgrazie segua il mio esempio e ne stia lontano.
Certo il dubbio che in fondo a questa mala soddisfazione per l'imminente paternità ci fosse una buona dose d'egoismo veniva ogni tanto a molestare il professore Alberto Varedo, a turbar l'alto concetto ch'egli aveva della sua perfezione morale. Anche adesso una voce importuna gli ripeteva di quando in quando:—tu che non soffri, tu che puoi, se ti piace, stenderti sul tuo letto e dormire, tu ti lagni e ti crucci, e tua moglie che patisce da nove mesi, tua moglie che ora si dibatte negli spasimi, che potrebbe soccombere alla prova, è raggiante di gioia nell'aspettativa della gracile creatura che uscirà palpitante dalle sue viscere. E questa creatura ella per un anno la nutrirà del suo latte, consacrerà ad essa i suoi giorni e le sue notti, le insegnerà a balbettare le prime parole, a provare i primi passi, ne scruterà ogni moto, ogni gesto, sentirà ripercotersi in cuore l'eco d'ogni suo lamento, tremerà d'ogni ombra che ne offuschi le pupille, che ne veli le gote;… tu frattanto accudirai alle tue occupazioni ordinarie, correrai dietro come prima a' tuoi sogni ambiziosi; non avrai del bambino che le carezze e i sorrisi… E osi lagnarti?
Ma Varedo non durava fatica a soffocar queste timide rampogne della sua coscienza. Chi discute con sè medesimo finisce sempre col trovar gli argomenti che gli danno ragione. Egli non negava nè le sofferenze presenti nè le passate di Diana; non negava il coraggio con cui ella dissimulava i suoi dolori; nè l'abnegazione piena d'entusiasmo con cui si disponeva ad adempire ai suoi uffici. Ma che per ciò? Se l'ideale della donna è quello d'esser madre, se nel conseguimento di questo ideale è la sua maggior voluttà, si capisce bene che per raggiungerlo ella affronti risoluta e serena qualunque pericolo e si sobbarchi a qualunque sacrifizio. Il dolore, il pericolo sono condizioni indispensabili della sua gioia; il sacrifizio, o quello che ci par tale, è anch'esso una gioia per lei. Non convien quindi magnificare oltre misura i suoi meriti.
Alberto Varedo era arrivato a questo punto della sua ingegnosa dissertazione quando lo ferì un grido acuto, straziante, come d'un animale colpito a morte. E a quel grido ne succedette un secondo, ed un terzo più straziante, più acuto… indi un gran silenzio… Il professore sentì un brivido corrergli dalla punta dei piedi alla radice dei capelli, sentì bagnarsi d'un sudor freddo le tempie e le mani, guardò istintivamente l'orologio che segnava le tre del mattino, e barcollando sulle gambe uscì dalla stanza.
Era entrato appena nel salotto attiguo che si incontrò con la suocera la quale, a vederlo così pallido, diede un passo indietro. Ma ricompostasi subito—Sei tu?—disse.—Venivo ad annunziarti che tutto è finito.
—Finito?—balbettò Alberto.
—Già… finito in bene… e prima di quello che non si credesse… Ma per questa volta bisogna aver pazienza. È una femmina…
Che fosse una femmina o un maschio non era cosa che importasse molto a Varedo; ond'egli non fece un grande sforzo di magnanimità a dichiarare che gli bastava di saper Diana fuori di pena.
—Vieni a darle un bacio—proseguì la signora Valeria. E lo precedette dalla figliuola.
Nella camera nuziale una matrona baffuta, con un neo sul mento che sembrava un cespuglio, immergeva in una vasca d'acqua tepida un mostriciattolo paonazzo e strillante; la donna di servizio cacciava in un angolo un mucchio di panni sanguinolenti. Bianca come il guanciale su cui posava la testa, la puerpera si voltò languidamente verso il marito, e gli sussurrò in un soffio:—Sto bene adesso… L'hai vista?
—Or ora gliela porto—disse la matrona baffuta, mentre Alberto, docile agli eccitamenti della suocera, si chinava su Diana e accostava la bocca alla bocca scolorita di lei.
La matrona, conosciuta in arte sotto il nome di Carlotta Rossetti, levatrice approvata, infarinò rapidamente con la cipria il corpicciuolo umido e viscoso della bambina, e la presentò in tutta la sua seducente nudità al felice genitore.
—Baciala—suggerì la signora Valeria.—È una bellezza.
Reprimendo un gesto di maraviglia all'audace affermazione, Varedo sfiorò con le labbra la guancia della sua primogenita.
—Una bellezza—sentenziò la levatrice approvando le parole della signora Valeria. Ma soggiunse con arguzia:—La prossima volta faremo un maschio.
Diana tirò fuori faticosamente una mano dalla coperta e accennò ad
Alberto d'avvicinarsi.
—Non sei andato a letto?—gli chiese.
—No…
—Povero Alberto!… Vacci ora… Tra poco spero anch'io di dormire.
—Sarai stanca.
—Tanto stanca.
—Hai sofferto molto?
—Molto… Ma è passato… E dopo si prova una gran pace.
—Tss, tss!—fece la signora Valeria, appressandosi alla figliuola.—Non affaticarti a discorrere… E tu, Alberto, procura di riposare il resto della notte.
—È quello che gli dicevo—bisbigliò Diana.
—Tutti, tutti dobbiamo pigliarci qualche ora di riposo… Anch'io guardo con desiderio a quel letto lì…
E la signora Valeria accennò al letto di suo genero ch'ell'avrebbe occupato per quella notte e per le seguenti.
Indi rispose:—Appena la signora Carlotta avrà finito i suoi affari con la principessina…
—Ho finito, io… Ecco Madamigella
E prima di collocarla nella cuna tepida e civettuola che l'aspettava la riofferse, avvolta in pannolini caldi, al bacio della nonna e dei genitori.
—O perchè non posso tenerla qui accanto?—chiese Diana.
Sua madre si oppose.—No, assolutamente no.
—Perchè?… Dovrò alzarmi per vederla.
—Abbi pazienza… Per questa volta fa conto d'aver dieci anni di meno e ubbidisci alla tua mamma… La cuna è attaccata al tuo letto… Non hai che da voltare un momento la testa… Tutti questi lumi li porteremo via… Non resterà che il lume da notte là sul cassettone… proprio in fianco alla cuna… Guarda, la piccola s'è chetata subito… O dov'è la signora Carlotta? Se ne sarebbe andata alla romana?
La donna di servizio rispose:—No, si mette il cappello e torna.
In fatti, la signora Rossetti riapparve col cappello in testa e imbacuccata nella pelliccia.
—Son qui a dar la buona notte a tutti… principiando dalla nostra sposa…
S'accostò alla puerpera, la palpeggiò in tutto il corpo con la mano esperta, e diede segni di viva soddisfazione.—Bene, benissimo… Sarò qui domattina alle dieci.
—Domattina verrà anche il dottore.
—È naturale—osservò la levatrice.—Ma non avrà da ordinar nulla.
—E—domandò ansiosa Diana—la piccola non avrà bisogno di niente…
Non avrà fame?… Non avrà sete?
—Che fame?—protestò la signora Carlotta.—Che sete?… Fin dopo la mia visita di domani non le diano neppur un gocciolo d'acqua.
—E per domani mi verrà il latte?
—Sì, non dubiti… E stia di buon animo… Se si agita, guai… Buona notte…
—Buona notte.
La signora Valeria accompagnò la levatrice fino nell'anticamera.—Tutto in regola, non è vero?
—Perfettamente.
—Sia ringraziato Iddio… E se ne va così sola?… … Oh, lei qui di nuovo?
Queste ultime parole erano indirizzate a Bardelli apparso come per incanto.
—Sì… Passavo… Sento che la signora Diana s'è liberata… Mi rallegro, anche in nome della mamma.
—Grazie, signor Bardelli… ci vedremo domattina… Adesso si va tutti a letto…
—E il professore?
—È di là… Ma è meglio lasciarlo stare…
—Diamine! Se posso servire in qualche cosa?
—Niente, signor Bardelli, niente… O piuttosto, sì… forse potrebbe far un tratto di strada insieme con la signora Rossetti.
—Ben volentieri…
Ma la levatrice, che aspettava il momento buono per congedarsi definitivamente, dall'alto della sua statura di un metro e 82 centimetri squadrò il piccolo e sbarbato professorino e disse non senza malizia:—Chè? Chè? Ho l'abitudine di andar sola a qualunque ora… Con un giovinotto poi, comprometterei la mia riputazione…
—A ogni modo—ripigliò sorridendo la signora Valeria—il professor
Bardelli potrebbe chiamarle un fiacre.
—Immediatamente. Ce ne dev'essere in Piazza Vittorio Emanuele.
E Bardelli si precipitava; ma la signora Rossetti lo trattenne.—Non si disturbi… fin che posso, preferisco trottar con le mie gambe che, grazie a Dio, sono ancora buone.
Battè due colpi con la palma sulla rotella del ginocchio e soggiunse:—A me nessuno osa dar molestia… E poi, creda a me, madama Inverigo, quando una donna ha un certo contegno…
Terminò d'infilarsi un paio di grossi guanti di lana, alzò il bavero della pelliccia, e uscì con passo marziale.
Eugenio Bardelli, sgattaiolò per proprio conto.
. . . . . . . . . . . . . . .
Rientrando nella sua camera da studio, Alberto ebbe l'ingrata sorpresa di trovarsi in un'atmosfera densa ed irrespirabile. La lampada a petrolio s'era spenta; il fungo formatosi in cima allo stoppino mandava un chiarore rossastro. Il professore dovette spalancare la finestra, posar il lume sul davanzale, e lasciar aperto per qualche minuto. Era una notte di marzo limpida e fredda; il termometro all'esterno segnava otto gradi sotto zero; i tetti, bianchi di neve, scintillavano ai raggi della luna. Non saliva dalla strada suono di passi o di voci. Allorchè Varedo si decise a rinchiudere i vetri, anche la stanza era una Siberia, ed egli, messosi a letto, non potè dormire nè riscaldarsi per quanto si coprisse. Prima dell'otto era in piedi, starnutando e tossendo. E queste furono per lui le prime dolcezze della paternità.
VI.
Nuovi orizzonti.
L'avevano battezzata per Valeria, ma, poichè il nome pareva troppo solenne, preferivano, fin che era piccola, di chiamarla Bebè. A sei mesi ell'era piuttosto brutta che bella, piuttosto cattiva che buona, e spiegava istinti voraci ch'esaurivano il petto materno e costringevano a ricorrere all'aiuto del latte di capra, delle pappe e degli zuccherini, di cui la bimba era ghiotta fuor di misura, tanto da strillar di gioia quando glieli davano e da strillar di rabbia quando non volevano ripeterglieli. Del resto, indipendentemente dagli zuccherini, quegli strilli da pavone empivano spesso la casa, e il professore, turandosi gli orecchi, urlava da una camera all'altra alla moglie:—Per carità, falla tacere.—Ma Diana si maravigliava della estrema suscettibilità del marito, e domandava ingenuamente:—O che disturbo ti dà?… A ogni modo, chiuderò anche quest'uscio.
E, pif paf, si sentiva il rumor d'un'usciata, che aveva il significato dispettoso d'una protesta. Tuttavia i due coniugi vivevano in passabile accordo. Ella si sforzava di consacrare ad Alberto le ore che l'eran lasciate libere dalla figliuola e gli ricopiava qualche pagina di manoscritto, gli correggeva qualche bozza di stampa; egli dal canto suo cercava coscienziosamente di far vibrar dentro di sè le corde ribelli della paternità, e di tratto in tratto consentiva a prender Bebè sulle ginocchia, e ad ammirarne le riposte bellezze. Ma era una disdetta. La piccola non poteva star due minuti col suo babbo senza rendersi colpevole di infrazioni più o meno gravi alle regole della creanza; allora il professore, inorridito, restituiva il dolce pondo a Diana che si metteva a ridere, e, ridendo, lo faceva arrabbiare.—O, vorresti pigliar queste cose in tragico?—diceva lei. E Varedo, di rimando:—Sarebbe ben meglio che tu la lasciassi con la bambinaia.—Meno che posso gliela lascio—ribatteva Diana.—Le madri devono badar esse ai loro figliuoli.
Quel famoso dovere ch'era stato per tanto tempo ed era ancora, come direbbero i vagneriani, il leit-motiv dei discorsi di Varedo, aveva trovato in Diana un terreno propizio per fruttificare. E innestandosi adesso sull'amore vivissimo ch'ella portava a Bebè dava a quell'amore quasi la rigidezza d'una disciplina militare. Alla massima generica e indiscutibile che le mamme devono occuparsi personalmente della loro prole si aggiungevano altri precetti particolari che la giovine sposa non avrebbe trasgrediti per tutto l'oro del mondo. Così per esempio ell'aveva voluto continuar ad allattare benchè l'allattare la estenuasse; così ella non cedeva a nessuno l'ufficio di fare ogni mattina il bagno alla bimba; così ella s'imponeva la regola di uscir pochissimo di giorno se non poteva portar seco Bebè, e di non uscir mai la sera nemmeno se Bebè dormiva tranquillamente. Non doveva ella invigilarla sempre? Non doveva esserle accanto se si svegliava?
Che se Alberto la rimproverava di esagerare, ell'aveva la risposta pronta:—In fatto di dovere, melius abundare quam deficere; l'hai detto tu, in un latino che capisco anch'io. Tu fai il tuo dover di professore, di scienziato, io faccio quello di buona mamma.
Sarebbe stato facile di replicare che nella vita i doveri son molti e che l'essenziale è di saperli conciliare, mentre a prenderne troppo in epico uno solo si rischia di mancare agli altri; ma Alberto Varedo non aveva neppur lui un concetto abbastanza limpido del rapporto esistente fra i vari doveri per dare una risposta così semplice e naturale; anch'egli era propenso a considerar come tali soltanto quelli che convenivano a' suoi gusti e a' suoi fini, e la distinzione fatta da Diana implicava in favor suo un certo grado di libertà che non gli tornava sgradito.
Ond'egli si limitava a borbottar qualche parola e lasciava cadere il discorso.
Fu appunto in quel tempo, fra il sesto e il settimo mese di Bebè, quando l'apparizione del primo dente in bocca alla figliuola era salutata da Diana come il primo apparir della terra dai compagni di Cristoforo Colombo, fu appunto allora che il professore Alberto Varedo veniva sollecitato all'adempimento d'un nuovo dovere, quello di servir la patria nella politica.
Rimasto vacante per la morte d'un deputato un collegio della provincia di Cuneo, gli elettori pensaron a lui e delegarono una Commissione di notabili a offrirgli la candidatura nei termini più lusinghieri. Sarebbe stato singolarissimo onore pel collegio l'essere rappresentato da un uomo di tanto merito, un uomo che, così giovine, era già una gloria dell'Università, uno spirito liberale, un parlatore facondo, un luminare degli studi giuridici, ecc., ecc. La verità si era che il collegio constava di tre frazioni in lotta fra loro, nessuna delle quali era capace di far riuscire il candidato del suo cuore, nè rassegnata a lasciar trionfare il candidato d'una delle frazioni rivali. Bisognava quindi cercar uno che non fosse della provincia, meglio ancora che non fosse della regione, e Alberto Varedo possedeva questo prezioso requisito.
Già più d'una volta era balenata alla mente di Varedo la possibilità di entrare presto o tardi nella vita pubblica. Più d'una volta, al Caffè Romano, in quei crocchi di neo-professori ove si parlava d'arte, di letteratura, di filosofia, di matematica et de omnibus rebus, egli aveva difeso la politica contro gli attacchi furibondi di alcuni colleghi.
—La politica guasta tutto ciò che tocca—urlavano quelli.—Sciupa gl'ingegni e annebbia le coscienze.
—Il nostro Senato è un ospizio d'invalidi, la nostra Camera è un immondezzaio—soggiungevano i più arrabbiati.
Ma egli, senza scomporsi, sosteneva che quanto più basso era caduto il Parlamento italiano tanto più era necessario di rinnovarlo, di purificarlo con elementi incontaminati.
—O che poni la tua candidatura?
—Che c'entro io?—replicava Varedo.—Si discorre in tesi generale.
E, tra serio e scherzoso, egli citava una sentenza di Cicerone da lui già tradotta per uso di Diana:—Neque enim est ulla res in qua propius ad deorum numen virtus accedit quam civitates aut condere novas, aut conservare jam conditas.
Ella, Diana, dubitosa sulle prime, trepidante al pensiero che se Alberto fosse deputato sarebbe troncata la tranquilla intimità della loro vita domestica, ella a poco a poco era andata mutando opinione. Se la gioventù avesse effettivamente una missione da compiere? Se portando alla Camera dei criteri rigidi, austeri, ella potesse arrestare la corruttela che dilagava, cooperare alla rigenerazione morale di quella terza Italia riuscita così inferiore all'aspettativa, o ch'era lecito alle donne d'intralciare il cammino ai figliuoli, ai mariti, ai fratelli? Non era anzi obbligo loro di aiutarli a svolgere tutte le proprie attitudini?
Ma già da un bel pezzo nè Diana pensava a ciò, nè Alberto tirava in campo l'argomento. Ella era così assorbita dalla sua maternità che Varedo, uso a non ammettere che si potesse distrarsi mentre egli parlava, aveva finito coll'intrattenerla molto più raramente de' suoi disegni, delle sue aspirazioni.
Adesso però il silenzio era impossibile, e Varedo informò sua moglie della proposta che gli era fatta. Non disse ch'era deciso in cuor suo d'accettarla; finse per cortesia di attendere il parere di lei, le rammentò le dispute romorose con gli amici al Caffè Romano, e la parte ch'ella pure vi aveva preso, e l'ardore con cui ella lo aveva appoggiato nella sua lotta contro l'egoismo scientifico.
A Diana quei giorni sembravano tanto remoti. La piccola cuna ove, placida e rosea, Bebè dormiva i suoi sonni innocenti aveva scavato un abisso fra il passato e il presente. Le dispute del caffè l'erano quasi sfuggite dalla memoria; non capiva com'ella vi si fosse immischiata, come avesse mostrato uno spirito così battagliero, come avesse potuto prender sul serio cose e questioni che oggi le parevano di piccolissimo conto.
Benchè nella sua perspicacia ell'avesse subito capito che Alberto era ormai legato da una promessa e non la consultava che per salvar le apparenze, ella non mostrò d'aversene a male, nè volle mettersi in contraddizione con le sue opinioni d'un tempo. Ma i suoi motivi erano affatto diversi. La missione della gioventù, la fede negli alti e severi propositi con cui Alberto sarebbe entrato alla Camera, l'orgoglio di essergli consigliera ed ispiratrice, tutto ciò insomma che le aveva brillato dinanzi agli occhi come un sogno di gloria e di poesia oggi la faceva sorridere come un'illusione infantile. Sentiva la vanità della gloria, e, in quanto alla poesia, sentiva che per la donna non ce n'è nessuna che valga il bacio e la carezza d'un suo bambino….
Ell'accolse quindi le comunicazioni di Varedo senza entusiasmo e senza ostilità, con una calma benevola in cui c'era un fondo d'indifferenza.
—E sei poi sicuro d'essere eletto?
—Spero… Non ci sono competitori seri… Dovrò andare nel collegio a tenere un discorso.
—Quando?
—Mi avviseranno. Forse domenica prossima… Oh, un viaggio breve….
Sarò di ritorno la sera….
Ella sorrise.—Quando sarai deputato le tue assenze saranno più lunghe.
—Sfido io… Ma ormai non ci sono distanze, e anche da Torino a Roma si va così presto…. E poi, di tratto in tratto, verrai anche tu a passar qualche settimana alla capitale.
—Io?… Ora Bebè è troppo piccola.
—Quando sarà svezzata.
—E l'Università?—chiese Diana.
—Ci sono tanti professori nel mio caso.
—Professori che non fanno lezione—soggiunse ella con una punta d'ironia.
Ella rammentava le sfuriate di Alberto contro i colleghi negligenti.
—Chi dice questo?—egli replicò infastidito.—Intendo professori che sono deputati.
—E fin che sono a Roma non possono essere a Torino.
—Con un po' di attività si concilia ogni cosa—ribattè Varedo.—La Camera non è sempre aperta, non tutte le discussioni sono interessanti… All'Università c'è l'assistente; io ho Bardelli ch'è pieno di zelo;… a ogni modo, quando urge essere da una parte o dall'altra, un dispaccio è presto spedito e ricevuto.
—Che gusti!—pensava Diana.—Esser metà dell'anno in ferrovia, non aver un'ora di pace, aspettar sempre un telegramma che vi chiami di qua e di là…
E involontariamente ella confrontava quell'agitazione perpetua e febbrile con l'esistenza placida ch'era serbata a lei, sempre fra le pareti domestiche, sempre accanto a Bebè, sempre intenta a scoprire il miracolo di quella vita che sbocciava sotto i suoi occhi. Le future assenze di Alberto non la turbavano; nel suo inconscio, tranquillo egoismo ella considerava che, col marito lontano, non avrebbe avuto rivali presso la figliuola, che sarebbe stato suo, non d'altri che suo, quell'affetto onde, sin dai primi mesi, ell'era gelosa.
Quante volte, dopo la comunicazione di Varedo, mentre ferveva la lotta elettorale ed egli era in giro pel suo collegio ad accaparrarsi i voti, Diana, sola con Bebè e palleggiandola fra le braccia, le parlava come s'ella potesse intenderla.
—Il babbo chiacchiera co' suoi bifolchi, bel matto! Ci trovo ben più sugo io a chiacchierare con te!… Andrà a Roma il babbo… Ma noi che siamo qui, ci faremo compagnia… non avremo bisogno di nessuno, non è vero, caro tesoro?
Venne finalmente il giorno dell'elezione. Il professore assicurava che, in fondo, non ci teneva affatto, che aveva accettata la candidatura perchè gli sembrava doveroso accettarla, ma che, se non lo nominavano, se ne sarebbe dato subito pace. Poteva dir senza presunzione:—Tanto peggio per gli elettori;—perchè il nome su cui gli avversari suoi s'erano concertati era un nome insignificante, ridicolo e peggio. Anche prima d'esser uomo politico Alberto Varedo aveva degli uomini politici l'equanimità e la temperanza… Dunque, a sentir lui, non gl'importava riuscire, ciò che non toglie che la notte precedente al gran giorno egli non chiudesse mai occhio, e che la mattina fosse in piedi all'alba e spedisse Bardelli al telegrafo con un fascio di dispacci intesi a smentire due o tre notizie inesatte sparse sul conto suo da un foglio della provincia. Bardelli, figuriamoci, era venuto a mettersi a disposizione del professore prima che si spegnessero i lumi per le strade.
—Io me ne infischio, ma vedrà, caro Bardelli, vedrà che faccio fiasco.
Quest'era il ritornello di Varedo, a cui l'assistente contrapponeva una serie di affermazioni documentate che davano la sicurezza della vittoria. Egli aveva fatto il computo dei voti; garantiva una maggioranza schiacciante.
Il profeta di buon augurio fu trattenuto a colazione, poi mandato qua e là nelle redazioni dei giornali amici per aver notizie. In vero delle notizie dei giornali non c'era bisogno, perchè presto cominciarono ad arrivare telegrammi diretti dalle varie parti del collegio, prima sulla formazione dei seggi, più tardi sul concorso degli elettori, finalmente sui risultati, sezione per sezione. Alle cinque l'esito non era più dubbio, e Diana desiderò avvisarne sua madre con un dispaccio che l'officioso Bardelli s'incaricò di portar egli stesso al telegrafo.
—Dopo torni qui e resti a desinare con noi—dissero, all'unisono, i
Varedo.
La sera vi fu una processione di gente che veniva a congratularsi. Erano in maggioranza giornalisti, studenti, professori. Uno di questi, il dottor Sali della facoltà di lettere, portò anche la moglie, la signora Erminia, ex bella donna, di cui si diceva all'Università ch'era alla sua terza maniera perchè prima di sposarsi con Sali era rimasta vedova due volte, di due professori, l'uno della facoltà di scienze, l'altro della facoltà giuridica. Non le restava ormai da assaggiare che la Scuola d'applicazione.
Ma la visita che fece più colpo fu quella del Rettore professor Andriani, che aveva appartenuto alla Camera subalpina e che adesso apparteneva al Senato, brav'uomo, eloquente ai suoi tempi, facondo sempre; solo che, per una disgraziata conformazione dei denti, veri o posticci, non poteva da alcuni anni dir quattro parole senza mettere un fischio.
Sebbene côlta alla sprovvista, Diana non tardò a ricomporsi e ad adempiere convenientemente ai suoi uffici di padrona di casa. Fece accendere il gaz in tutte le stanze a eccezione della camera da letto ove dormiva Bebè (figuriamoci! quella doveva esser chiusa ai profani) accettò con garbo i rallegramenti, distribuì rinfreschi a' suoi ospiti. Certe bottiglie di vecchio Barolo che dormivano polverose in cantina furono stappate per l'occasione, e contribuirono a crescere il buon umore. Si propinò alla salute del neo eletto, gli si augurò un sottosegretariato fra sei mesi, un portafoglio fra un paio d'anni.
Egli, modesto, si schermiva.—Adulatori!… Ho proprio la stoffa del Ministro, io! E se credete ch'io sia uomo da ambire il titolo d'Eccellenza!… Lo dico a cuore aperto, non so nemmeno quanto tempo resterò deputato…
—Eh via…
—Ma sì… Quando vedessi chiaro che non si cava un ragno dal buco, darei le mie dimissioni.
Frattanto il Rettore Andriani, slanciando a destra e a sinistra i soliti fischi come di locomotiva in partenza, s'era impegnato in un discorso lungo sul periodo classico delle nostre lotte parlamentari, e citava alcune sedute memorabili del 1860 e 61, e raccontava una serie d'aneddoti del Conte di Cavour e di Urbano Rattazzi.
Ma Diana sgattaiolava di tratto in tratto in silenzio, andava in camera da letto a dar un'occhiata alla bimba, si fermava in estasi a contemplarla.
—Cara, cara… Questo è il mio Parlamento… Questo è il mio Ministero… Oggi ti ho dovuta trascurare… Ma non sarà più così, sai…
Una volta la bimba si svegliò, si mise a piangere, e Diana se la prese sulle ginocchia e si slacciò il busto per offrirle il seno, orgogliosa di quel suo ufficio di madre, ascoltando come una musica nuova e soavissima il tenue rumore del latte che, succhiato con labbra avide, scendeva a goccia a goccia nelle fauci della bambina. Anche era per lei una voluttà dolorosa il sentir sulle carni delicate la punta dei primi dentini nascenti, e le pareva che ogni sofferenza creasse fra lei e quel suo angioletto un legame di più. Ella diceva fra sè:—Di là i sogni dell'ambizione, della potenza, della gloria; di qua una povera diavola che dà il latte alla sua creatura… Sono una povera diavola, io, nonostante i grandi pronostici che si facevano sul mio conto… Non sono che la moglie di un uomo illustre… e piuttosto che brillar soltanto di luce riflessa è meglio rimanere all'oscuro.
A poco a poco il sonno dolce e benefico allargò e distese le sue ali sull'esile corpicino di Bebè; gli occhi si chiusero, le labbra si staccarono dal capezzolo, la testa ricadde alquanto all'indietro, abbandonandosi sul braccio materno. Diana, asciugata con un bacio lieve la bocca umida della bimba, la posò sulla cuna, le ravviò sul petto le coperte e tornò in salotto ove i visitatori non attendevano che lei per partire.
—Domando mille scuse, ma sono una balia, e le balie non possono far complimenti.
—Ma s'intende, ma ci mancherebbe altro!
—Beata lei che ha già una bambina!—esclamò la signora Sali.—Io, con tre mariti, non sono mai riuscita ad aver figliuoli… Che uomini mi son toccati!
Varedo, al quale sembrava che quella sera, Diana non avrebbe dovuto occuparsi che di lui e del suo trionfo, ebbe un moto d'impazienza.—Quella piccina è viziata… Si avrebbe potuto svezzarla da un pezzo.
Indi rivoltosi a Bardelli, soggiunse:—Non vada mica via, lei.
Usciremo insieme.
—Esci?—chiese Diana.
—Sì; devo andare al telegrafo e alla Gazzetta Piemontese.
In quella giunse un dispaccio. Era della signora Valeria e portava le felicitazioni di lei e degli amici che raccolti in casa Inverigo bevevano lo sciampagna alla salute del nuovo onorevole e della sua compagna.
—Povera mamma!—sospirò Diana.—Il suo cuore è sempre con noi.
Rilesse il dispaccio in silenzio. Nessuna menzione dello zio Gustavo.
Egli non era fra quelli che si rallegravano della vittoria di Alberto.
Com'era tenace nei suoi rancori!
—Piovono le congratulazioni—notò Alberto a sua moglie (erano rimasti loro due soli e Bardelli).—Non ci sei che tu che non m'hai ancora detto nulla.
Già disposta alla commozione dal telegramma della madre, Diana, a questo mite rimprovero in cui c'era un'intonazione affettuosa, sentì salirsi le lacrime agli occhi, e tendendo tutt'e due le mani a suo marito,—Io…—balbettò—io… ma io sono una parte di te.
I due sposi si scambiarono un bacio.