WeRead Powered by ReaderPub
I demagoghi / O, I misteri di Livorno cover

I demagoghi / O, I misteri di Livorno

Chapter 14: CAPITOLO XIV.
Open in WeRead

About This Book

The narrative unfolds in a setting marked by political turmoil and personal tragedy, focusing on the lives of Giovanni and Esmeralda, who face the loss of their parents and the decline of their family's fortunes. As they grapple with their newfound poverty, they reflect on the nature of wealth and freedom, contrasting their situation with those enslaved by material desires. The story explores themes of honor, resilience, and the struggle for identity amidst societal upheaval, culminating in moments of emotional intensity as characters confront their past and aspirations for the future.

—Dove son io? richiese timidamente.

Tanto la vecchia che la giovane, senza replicare parola, diressero gli occhi verso una pia imagine pendente dal muro e quindi al cielo.

—Non m'intendete voi forse, o pie donne? proseguì la fanciulla, a cui il trovarsi fra due persone del suo sesso aveva dato coraggio. Ma le due donne non risposero nè manco a questa domanda.

Rosina incominciava a dubitare della buona maniera delle due ascoltanti; quel silenzio la sconfortava, mentre le loro fisionomie e gli atti di tanta religiosità stavano da un lato a dirle che si trovava fra persone oneste. Essa era per nuovamente volgere l'interrogatorio, quando una porta si aperse e quattro giovanette portando una piccola bara con entro una giovinetta estinta traversarono la sua camera e discesero seguite da un sacerdote e mormorando alcuni salmi. La donna e l'assistente s'inginocchiarono al loro passaggio. Rosina chiuse gli occhi al primo apparire del funebre spettacolo.

CAPITOLO XII.

Sul mare.

Due mesi dopo la perigliosa risoluzione della Rosina, una nave veliera e di bandiera inglese solcava l'oceano. Marinari e soldati l'occupavano; imperocchè fosse armata da guerra ed appartenesse ad una squadra di crociera. La nave per bizzarra combinazione chiamavasi Rosina. Era una fregata che, per la struttura della sua chiglia, la leggerezza delle sue vele, la squisitezza del suo armamento, incantava a vederla. Essa procedeva maestosa sulle onde come un padrone pettoruto sul suo podere. Nessun passeggero si trovava posto in quel legno, imperocchè mercantile non fosse; eppure su quella fregata Rosina si trovava Rosina nostra insieme con colui dal quale ella ormai più esser non poteva disgiunta.

Rosina e Giovanni si erano ritrovati e ritrovati per non più lasciarsi; ritrovati per amarsi, per dirselo, per soccorrersi. Sono eglino sposi? Lo sapremo, ma fino a che venga il tempo di saperlo non giudichiamo male dell'eroina del nostro romanzo; la sua purezza le dee servire di scudo contro qualunque sinistro pensare. Chi può dire a qual punto non possano elleno far giungere impreviste circostanze? D'altronde il mio racconto non è finito, ed io non voglio precipitarlo. Se il modo di narrare così bizzarro, così a salti, che tiene del misterioso, non piace al lettore, chiuda il libro, che è padrone; se poi vuol continuare, noi ne saremo contenti, perchè alla fin fine terminerà, e saremo sodisfatti maggiormente, io d'avere scritto, egli d'aver letto.

La nave solca l'oceano. È una sera dolcissima; un lieve venticello increspa le onde e tiene la fregata come in panna. L'equipaggio (meno coloro che erano di guardia, militari e marinai) è al riposo. Nella camera del capitano si mirava una lampada sospesa al soffitto di legno di abete, ondeggiante in una custodia di cristallo, la quale rischiarava la stanza che eleganti mobili guarnivano. Presso un letto incavato nel vano dell'intavolato delle pareti stava collocato un canapè ricoperto di velluto, sul quale una leggiadra damina vestita di amaranto, i cui piedini parevano appena toccare il tappeto del pavimento, i cui capelli negligentemente annodati cadevanle sulle spalle alabastrine, il cui volto era di una espressione angelica, stavasene assisa mollemente. Sebbene una specie di mestizia si vedesse su quel volto, d'altronde un fino conoscitore del cuore di una donna avrebbe scorto sui tratti di quel bel viso che se esso non era quello di una persona tranquilla, era almeno quello di persona che dopo lungo volger di procellosi affetti aveva ricovrato la calma.

Dirimpetto alla damina, sopra di un carro di cannone, il quale con una parte del fusto di lucido bronzo faceva un bizzarro contrasto coll'assetto gentile di quella stanza, sedeva un giovane la cui faccia esprimeva l'uomo che in mezzo al contento ha un qualche segreto affanno che lo divora. Ben si scorgea sui lineamenti di quel volto caratteristico che un'anima bollente si celava in quel frate. Chi è mai costui che vestito alla marinaresca tiene alla cintura due pistole ed un pugnale? Costui è il capitano della fregata o, se non vi basta, è il già chiamato Caprone, il cospiratore Giovanni.

I lettori crederanno che la donzella testè accennata sia Rosina, ma io debbo trarle d'inganno, rispondendo essere invece Angiolina.

Angiolina! sento dirmi, chi è costei? come entra adesso nel romanzo? costei, replico io, è la figlia del popolo, bella, interessante, sventurata; poteva io negarle il posto in queste pagine? Vi ricorderete che io poco fa vi narrava come Rosina, tratta misteriosamente dall'incognito della carrozza in quella casa anco più misteriosa, aveva veduto una specie di processione passare presso il suo letto, accompagnante una fanciulla estinta in un feretro. Or bene quella fanciulla è precisamente Angiolina, la quale stassi nel salotto del capitano in molta intrinsichezza con lui. Ma guardate di non far giudizi temerari; il cuore di Giovanni appartiene a Rosina, nè fia che il perda. Angiolina è però l'amica di ambedue ed insieme con essi viaggiava verso il nuovo continente. Vi ho detto esser Angiolina la figlia del popolo, esser bella e quasi quasi una morta risuscitata. Tali notizie hanno certo provocato la vostra curiosità, ed io sono a sodisfarla; tanto più che mi occorre svelarvi chi fosse l'incognito della carrozza e qualche altra cosa di più.

Il misterioso incognito della vettura altri non era se non se il buon padre Gonsalvo, il quale, reduce da Pisa, dopo avere, come sappiamo, inviato il negro alle catacombe, aveva divisato passare la notte come in sentinella dirimpetto all'abitazione de' suoi protetti e sorvegliare ai loro andamenti; ma, pensando come il cacciarsi ritto come un palo laggiù avrebbe destato dei sospetti, pensò provvedersi di una vettura, sempre utile in qualsivoglia emergente; ed infatti acconciatosi col vettore Nardellino*, gli aveva ingiunto di piantarsi là nella via grande col suo legno, di non muoversi senza suo cenno, ed egli stesso il buon frate si era appiattato in fondo alla carrozza, ansioso di veder terminare quella notte senza alcuno di quegli avvenimenti sinistri che ahi! pur troppo il cuore predicevagli. Di fondo al mobile suo nascondiglio aveva veduto uscire dalla casa Guglielmi il signor Basilio fino dalle prime ore della sera e di poi ritornarvi, aveva veduto i soldati ed il commissario introdursi in quella casa ed uscirne avanti la mezzanotte recando agli arresti il giovane Alfredo; del che il buon monaco aveva provato indicibile cordoglio, persuadendosi sempre più che quel biasciapaternostri del signor Basilio, Giuda novello, era il tarlo micidiale che rodeva la famiglia Guglielmi. In mezzo al suo dolore peraltro pensò come Alfredo, non anche compromesso, minor danno avria risentito da quell'arresto che dal girne alle catacombe, e si proponeva il dimani di adoprarsi a pro del giovane con ogni mezzo migliore. Tutte le sue premure si volsero allora a Rosina. Il monaco era vecchio e furbo, nè stentò a credere come, rimaste le due donne in casa in balía di quel mostro, certamente avrebbero corso il maggior dei perigli: pensò allora di non frammettere indugio nell'introdursi egli stesso in casa della vedova, starvi ostinatamente fino a che vi avesse dimorato colui, sperando che il dimani gli permettesse far qualche cosa di più. Stava già per eseguire tal divisamento quando, veduta aprire pian piano la finestra del salotto della casa dei suoi protetti, vide qualche cosa di bianco agitarsi per l'aere e cadere al basso. Gli occhi del frate si velarono per il dolore. Temette il suicidio di Rosina, ma scôrto essersi ella prodigiosamente salvata dalla rischiosa caduta, e vedutala fuggire, pensò volesse irne alle catacombe; onde, fatta muovere sulle tracce di lei la vettura, in un attimo raggiuntala, la tolse seco e posesi a far correre la vettura stessa per la città sepolta nelle tenebre, senza decidersi a nulla, purchè potesse evitare le ricerche e per aver modo durante quel tragitto di pensare al luogo ove condur la fanciulla, onde poi rimanere libero di sventare le trame dell'impostore Basilio. Pensò che non senza grave motivo la fanciulla sarebbesi esposta al periglioso passo: e tanto bastò per fargli respingere la prima idea che gli era venuta in mente, quella cioè di ricondurre la Rosina alla casa materna. Mentre mulinava cento pensieri nella sua testa, si ricordò come nella piazza dell'erbe abitasse una donna sua penitente, la quale avrebbe potuto assumere la custodia della giovane senza obbligarlo a palesare il segreto. Certo di riuscire, fece trottare la vettura in quel luogo verso la casipola della donna. Giunto alla porta di quella, fatto bussare, scese infatti una persona che raccolse e seco trasse la giovane. Ciò eseguito, il buon Gonsalvo si sentì come sgravato d'un gran pensiero, applaudendosi d'aver fatto bene; ma sventuratamente questa volta il religioso avea sbagliato. La donna che aveva ricevuto la Rosina non era l'erbaiola, ma tutt'altra. Costei aveva segretamente aperta quella casa ad equivoche conversazioni. L'avvicinarsi di notte di una vettura la quale contenesse una fanciulla, o rapita o consenziente, per riceverla in quelle mura non le era cosa nuova; cosicchè, senza far motto, prese la misera Rosina svenuta, la quale credette ricevere dalle mani di un amante, non avendo nel buio e nella fretta osservato all'abito ed alla fisionomia del frate. Collocata in letto la giovane, le apprestò dei soccorsi, siccome noi vedemmo, onde rinvenisse, attendendo poi che il conduttore di lei tornasse a trovarla dando a lei buona mancia per il favore ricevuto. Nè faccia specie il silenzio di quella megera e della giovane sua compagna se non risposero alle dimande della Rosina; questo era il loro costume colle persone arrivate di fresco, fino a che non sapessero con chi avevano a trattare; non faccia meraviglia se esse stavano in orazione, perchè quelle anime turpi non rispettavano neppur la Divinità e, per avvolgere agli occhi delle infelici che capitavano in quelle nefande mura una benda che celasse la turpitudine della casa, erano solite far pratiche esterne di religione, e così appunto facevano mentre Rosina stavasi languente in quel letto. Povera Rosina! Oh come avrebbe palpitato di orrore se avesse saputo in qual nefando luogo si ritrovava! Nè avrebbe, crediamo, esitato un momento a cacciarsi dal balcone con certezza di perdere la vita, anzichè restare un istante di più in quell'orribile albergo.

* Padrone di vetture a quell'epoca.

Dal dialogo che andiamo a riferire, il quale ebbe luogo in un momento in cui la sventurata Rosina era immersa in profondo letargo, apprenderanno i lettori di che tempra fossero le anime nere delle due donne che circondavano il letto della sventurata. Una di esse, cioè la padrona di casa, che era quella la quale aveva ricevuta nelle braccia Rosina, si dicea per sopranome Vascello; l'altra era una fanciulla bellissima immersa nel vizio, sopranominata Catraia.

Catraia. Mamma Vascello, ecco una buona triglia per la tua rete.

Vascello. Bellina davvero! le metteremo il sopranome di triglia, essendo d'un biondo assai chiaro il colore de' suoi capelli.

Cat. E chi sarà il pesce cane che se la papperà quella creaturina? Ma tu l'hai sborniato il delfino che l'ha portata nella tonnara?

Vas. Non m'è riuscito: peraltro al lume del lampione di pescheria e' mi è parso un bel tôcco di calafato*; tornerà, e lo vedremo meglio.

* Un bell'uomo.

Cat. Lugagni* ne hai avuti?

* Danari.

Vas. Noe, ma questa mercanzia la piglio gratis; e se colui che l'ha condotta non torna, mi venga il canchero, se non mi rifaccio a mio modo. Ma guarda un po' che tôcco d'orecchini si rimpasta alle orecchie; diventi una balena se non valgono cento scudi!

Cat. Mamma Vascello, non sarebbe bene levarle quel peso?

Vas. Dannata di Catraia! sei un gran diavolo; e quando torna il suo ganzo, che gli dirò?

Cat. Corna* allo stoino**. Le ha fatto forse l'inventario? Se brontola, gli metteremo giudizio; e quando avrà visto il salotto da basso, gli passerà la voglia di cantare.

* Espressione ingiuriosa volgarissima. ** Damerino.

Dicendo queste parole la Catraia in punta di piedi si fa presso a Rosina immersa nel sopore e le stacca dall'orecchio sinistro l'orecchino di brillanti; Vascello fa altrettanto dalla parte destra.

Cat. Quanto dev'esser ricca! (si mette l'orecchino in tasca).

Ros. (sempre immersa nel sopore). Giovanni….

Cat. e Vas. Oremus…. (quindi avvedendosi che Rosina dorme).

Vas. (a Catraia). Si chiama Gianni il suo ganzo, è un bel nomino; ma orsù dammi l'orecchino, che lo riponga con quest'altro.

Cat. Che orecchino? Sei briaca? E non l'hai tu tutti e due?

Vas. Animo, qua l'orecchino: non facciamo celie, o ti spacco la testa con questo caldano (in atto di avventarle uno scaldino).

Cat. Zitta, sta buona: se desti la bimba, sarà peggio per te. Se fai chiasso, verranno i birri.

Vas. I birri qua non ci vengono.

Cat. Li chiamerò io: dimani faremo i conti; non ne vo' più. Io lavoro, e tu ti mangi i miei guadagni; io lavoro, e tu t'intaschi i quattrini che ti danno i miei avventori.

Vas. Spilorcia! e hai il coraggio di rinfacciarmi? Chi ti raccolse di sulla paglia? chi ti pulì dal fastidio se non io? Tu fai una vita da signora, io ti do da mangiare, da bere, da fumare, ti pago il mercante, la modista; e tu ti lamenti! qua, meno smorfie, dammi l'orecchino e finiscila.

Cat. Animo via, non vi corrucciate, eccolo qua (leva l'orecchino di tasca e guardandolo esclama). Caspita! non mi par compagno, la piccina gli aveva accompagnati.—

Vascello trasse dalla tasca l'altro orecchino, come per confrontarlo, ma la furba Catraia, dato uno slancio, addentò il braccio di Vascello su cui impresse un terribile morso; il dolore fece sì che le cadesse il gioiello, il quale la donzella destramente raccolse involandosi e, recatasi alla propria camera, li ripose ambedue in un cassetto, che serrò, ponendosi la chiave in tasca.

Vascello era per correrle dietro, ma se ne astenne, pensando che, attesa la sua pinguedine, invano avrebbe potuto raggiungere quella specie di folletto. D'altronde stimò opportuno non lasciare la camera di Rosina e borbottò fra sè: Maledetta Catraia, ti colga il fulmine; ma te la farò scontare: da qui avanti se Bruto o Catone vuol vederla questa briccona, mi rifarò: civetta monella! ti sequestrerò le mance degli ospiti a nolo che ti porta Narciso; è un gran diavolo.

La Catraia ritornata, aveva un riso beffardo da disgradarne Lucifero.

Cat. Orsù non farmi la conia, o Vascello.

Vas. Ti leverò di torno.

Cat. Pagami e poi me ne anderò; o che credi di essere sola al mondo? Pel diavolo! le tue pari non mancano (susurrò un cognome).

Vascello, al sentire nominare la rivale nella trista professione, si morse le labbra e si tacque: il perdere la Catraia sarebbe stato un danno; onde rasserenandosi fintamente,

—Almeno, le disse, fammi bere alla tua salute di quel cognac che ti regalò l'altra sera quel marinaro inghilese.

Cat. Mamma Vascello, quella non è roba per voi; diventereste cionca, siete vecchia.—

Vascello, che aveva già le gote tinte di rosso artificiale, sentì infiammarsele per rabbia.

—E anco mi minchioni? disse.

Cat. No…. vo a prenderlo, non sono avara, (per discendere).

Vas. Ferma, ferma, lo berremo dimani.—

Ma la Catraia fu nell'altra stanza in un salto e tornò con la bottiglia del rhum.

Vascello ne guardò il turacciolo se fosse smosso, e veduto che era intatto e che poteva trincare senza sospetto di veleno o di qualche altro brutto scherzo, si mise a tracannare il liquore come se fosse stato acqua della cisterna: vero è però che chi l'avesse guardata negli occhi avrebbe veduto che eran pregni di lacrime, lacrime peraltro di tutt'altra specie che di pianto; infatti il rhum dell'Inglese era a trentasei gradi.

Fatto che ebbe una buona trincata, porse la boccia alla Catraia, la quale a sua posta, accostatasela alla bocca, ne tirò giù di un fiato il rimanente, ed esclamò:

—Viva l'Inghilterra! E con pazza gioia scagliata la boccia nel muro, la fece in tritoli; poi guardando Rosina che non dava segni di vita:

Ma che sia morta? (ed accostatasi al letto dell'inferma, sollevò le coltri). Ci è anche il vezzo, esclamò; e scioltolo dal collo dell'infelice, se lo pose in tasca colla velocità propria di un gatto nell'afferrare un salsicciuolo. Avrà anche la borsa dei quattrini, disse poi; una volta che si tocca questo luogo, bisogna abbandonare ogni cosa che venga di fuori.—

Ciò dicendo si accostò a una sedia ove stavano le vesti della Rosina.

—Oh! questa volta puoi stringere il vento, esclamò Vascello ridendo.

—Brava mamma, soggiunse Catraia, me l'hai fatta, non sono più a tempo: ma pazienza! si ha da campar tutti.—

Rosina, scossasi dal suo letargo, pronunziò quelle parole: Ove son'io? da noi riferite nel precedente capitolo, a cui poco dopo le donne che or conosciamo risposero salmeggiando il latino che non intendevano, e non andò guari che entrò nella stanza il funebre corteggio da noi accennato e di cui tanto si spaventò la misera fanciulla. Ma come mai, mi direte, un sacerdote cogli abiti di funzione a quell'ora, in quel luogo infame?

Eh! miei cari, sappiate che quell'uomo, sotto le vesti più venerande, altro non era che quel Catone, giovane scapigliato, che voi vedeste nel primo capitolo di quest'istoria nell'osteria dei Tre Mori.

Costui era un ateo, uno di quei giovani sconsigliati che, per aver letto nei frontespizi di molti libri, credono di saper tutto, di poter censurar tutto; ed era ateo perchè l'ateismo era di moda e si faceva consistere la sapienza nell'incredulità, mentre che l'incredulità è anzi indizio d'ignoranza. Egli si piccava di essere incredulo, irreligioso, gozzovigliatore, libertino, appunto perchè volea passare per elegante; ed appunto onde dar pascolo alle sue frenetiche tendenze, si era associato ai cospiratori nella speranza che un rovescio di ordine sociale potesse affrancarlo dai ceppi da cui gli parea d'essere stretto in forza delle leggi religiose e civili. Figlio di un onesto negoziante, disertava il banco per frequentare i bagordi, amava le sgualdrine più che le merci, il danaro dei settari anzichè il peculio paterno; e la vita di ozio che teneva si persuadeva esser quella degna del suo grado, credendo coprire le proprie nefandità colla divisa dell'amor patrio. Così pur troppo hanno sempre pensato i facinorosi sovvertitori dell'ordine pubblico da Catilina fino ai moderni Bruti e Catoni. Intanto il nostro personaggio non era andato alle catacombe, sebbene vi fosse, come sappiamo, invitato; il perchè è facile imaginarlo. Egli era un di coloro che ostentano gran coraggio ed hanno in cuore una gran paura. All'avvicinarsi dell'ora fatale, Catone, seguendo l'antico dettato «rumores fuge», se l'era battuta, sperando di trovare una scusa ai compagni di congiura, e per tempo introdottosi nella casa di Vascello, aveva incominciato a bere ed era già ubriaco in una delle stanze recondite di quella casa infame. Sedutosi a tavola insieme con altri degni di tal compagnia, con la Catraia, la Cleofe, la Pisellina ed alcune altre di quel convitto, era giunto a quello stato di ebrietà che, lungi dall'indebolire, rende diabolicamente energici e pronti al mal fare. Il perverso giovane, sul finire del pasto, aveva scommesso di levare la ganza ad un garzone di caffettiere per nome Roberto, e questi dal canto suo giurando rifarsi a spese di Catone, erano venuti alle mani, e già da qualche tempo aspramente percuotevansi fra le risate e lo schiamazzio di quelle perdute creature, le quali gl'incitavano a proseguire ed a tirarsi bicchieri, bottiglie ed altri utensili. Sporchi di vino e sangue, alla fine si erano alzati per invocare l'aiuto delle amanti e dei commensali; cosicchè era per divenir generale la pugna. Invano mamma Vascello era accorsa a sedare la lite, chè aveva dovuto ritirarsi al primo urlaccio e alla minaccia di romperle il capo a furia di bicchieri.

La scena avea luogo in una stanza a vôlta ad uso di cantina e profondissima, per modo che al di fuori appena poteva sentirsi quello strepito, e se pure intronava qualche orecchia, non era nuovo che simil frastuono si partisse da quel lupanare.

Siccome io vi diceva, la rissa di Roberto e di Catone incominciava a farsi seria quando questa cessò a causa dell'arrivo di un nostro personaggio. Entrò Narciso tutto attillato, profumato e lindo, sebbene il suo abito ed il suo cappello avessero per il lungo esercizio della spazzola perduta ogni ombra di pelo; costui aveva al solito le mani piene di anelli, un gran spillo falso appuntato al cravattone di raso, con una gran catena d'oro falso al collo ed orologio dell'istesso metallo, con guanti di pelle gialla alle mani; ei s'era fatto in mezzo ai combattenti cavallerescamente esclamando:

—Alto là, camerata, che diavol fate? qua, qua a sedere qua, presto bottiglie, sigari; abbasso le mani.—

E tutte le convittrici ad una voce:—Viva il damerino, viva il piacere! a tavola, a tavola!—

L'invito della donna era stato secondato dalle mani di Narciso, il quale, afferrato colla destra per il corpetto Catone, lo forzò a sedere alla tavola, facendo altrettanto di Roberto. Costoro non fecero resistenza, ma misersi a ridere di quel riso scipito che è proprio degli ubriachi. Composta la lite, Narciso esclamò:

—Ma diavolo! Volevate far come Topo, il quale ha ammazzato Cacanastri e andrà in galera?—

A tale notizia una delle giovani che sedevano a quella esecrabil mensa, ma che non aveva ganzo ed era stata sempre malinconica, gridò:

—Mio padre in galera? Gran Dio!—E cadde.

Le compagne la presero e la portarono sul letto della sua camera; arrivata che fu la sera, quei malandrini, volendo sollazzarsi con una sacrilega mascherata, col mezzo di alcuni abiti sacri derubati e colà in serbo idearono una funebre processione; e passando per la camera occupata da Rosina trasportarono entro un feretro in una stanza remota la sventurata Angiolina.

CAPITOLO XIII.

Angiolina.

Angiolina è la figlia del popolo, Rosina quella della nobiltà. Ambedue belle, ambedue sensibili, ma quale immensa differenza fra loro! eppure dovevano trovarsi, unirsi ed amarsi. Vedi bizzarria del destino!

Alla età di sette anni, Angiolina coi piè nudi, colle vesti lacere, coperta di luridume, coi capelli sparsi sugli omeri, senza asilo, senza pane, appena sapendo comprendere che fosse sua vita, era stata cacciata sulla pubblica via, abbandonata a sè stessa, una fanciulla a quell'età! Sì: e questo barbaro padre era quel medesimo brigante sopranomato Topo, di cui sentimmo la misera fine in uno de' precedenti capitoli. Parrà impossibile che, se i leoni, le tigri amano i figli sino al punto di non sembrar più feroci, quando vanno lambendoli dolcemente, quando per difenderli non curano le mortali ferite del cacciatore, l'uomo, dotato di tanta intelligenza, possa aver cuore di lasciare una figlia di sette anni seminuda, senza pane sulla pubblica via. Ahimè! è così, e le grandi città dal lezzo del delitto vedono uscire simili mostri. Topo peraltro, cui gli stessi compagni di ladroneccio avevano fatto un rimprovero per tanta barbarie, si era loro spiegato e scusato dicendo:—Non la riconosco per figlia.

—Ma dunque? avevano risposto gli amici.

—Eh! cari miei, vi basti che non vo' riconoscerla; la buon'anima di mia moglie ve lo potrebbe dir lei il perchè. Era sì buona donna la mia beona che de' ganzi se ne ricordava a punti di luna, ne aveva tanti! va compatita, non sapea l'aritmetica.

—E tu tolleravi?…

—Ah ah! ridendo aveva risposto Topo con un poetico frizzo «quando il conto torna»…. il resto della rima voi lo sapete; io ho avuto sempre gusto a lavorar poco, mangiar bene e ber meglio; e siccome non si trovan sempre oriuoli e pezzuole da rubare, baccalari e aringhe da buscare, così una bella e buona moglie è ottima bottega.

—Come? è così?

—È così sicuro, camberati, ma veh! dicevo alla buon'anima, non mi far figliuoli, che se no, te gli affogo come i gattini della vecchia micia; non vo' sgnauli per casa. E la buona donna la intese, cioè per un pezzo; quando un bel giorno torno a casa, che c'è, che non c'è, mi aveva figliato.

—E tu? avevan detto i beoni scherzando durante quel dialogo bizzarro e turpe qual si addiceva al vergognoso personaggio.

—Ed io (aveva risposto) voleva buttar giù nel fosso la mamma e la figliuola; ma per fortuna, siccome ero un po' briaco, presi la bimba e mi affacciai alla finestra, e già le faceva fare il volo fra i navicelli, quando la mamma, levatasi da letto e venutami dietro, m'infilzò un coltello nel lombo; io cascai, essa riprese la bimba.

—Fortuna che non moristi!

—Ci mancò poco; quella buon'anima sapeva tirar di coltello più che d'ago: e mi trovai l'arme fissa nelle lonze, quando mi destai, perchè, a dirla, nel momento in cui caddi, mi parve d'avere un sonno, oh che sonno! bisognò chiuder gli occhi: quando mi alzai mi trassi il coltello dalle costole; ero tutto sangue, nei calzoni, nella camicia, nelle scarpe; parevo un migliaccio.

—Dovevi esser bello, Topo!

—Son cose strane, o camberati; ma già toccò a me: dunque mi rizzai e, siccome era di notte, mi gettai dalla finestra nel fosso per lavarmi tutto per bene; e siccome nel navicello di Cacco vi era un bel paio di pantaloni di pilord, una giacchetta di satiné e una camicia colla trina, insomma vi era a poppa tutto il bisogno per rivestirsi da festa, mi messi i panni del camberata e me ne andai dal cerusico a farmi medicare: lo cognoscete il signor cerusico dello spedale?

—Sì che lo cognosciamo.

—Quando mi visitò, «Oh che hai fatto, Topo? mi disse, è un affaraccio.» È una graffiatura, gli risposi, son cascato sopra l'uncino della stanga (capite, i fatti miei non li volli dire a quel cerusico). E dopo che m'ebbe medicato, «Bada di non ber vino, mi disse.» Diavolo! risposi, poco no certo, e me ne andai all'osteria dei Tre Mori a bere un par di fiaschi di verdèa, che è vino da donne. Grazie a Dio, la mattina non mi ricordavo più di niente e andai a portare le balle di baccalà a Ilsmit.

—E la moglie?

—La furia m'era passata, ma alla bimba ci pensava sempre; tant'è, le voleva far fare il tuffo.

—E poi?

—E poi tornai a casa: avevo dell'ideacce; sgnauli non ne volevo; ma lì nella mia camera c'era un signorone col soprabito nero, con una bella catena da oriuolo al collo, che solamente a veder quella grazia di Dio mi venne l'acquolina in bocca; e lo sapete chi era quel signore?

—Chi era?

—Il signor Basilio, quello che sta in via del Teatro vecchio da' Lavatoi; quello che ci aiuta nelle nostre speculazioni mercantili e compra la roba buscata.

—Bau!

—Sentite, costui mi fece mille smorfie. «Topo, Topino, mi diceva, hai a voler bene a questa creatura; vi somigliate come due gocciole d'acqua.» E non minchiono, gli risposi, e' mi pare che assomigli a V.S. «Sarà, disse il signor Basilio, ma la bimba l'hai a tener per te.»

—Per mene? Che mi caschi la testa! e dove l'ho i quaini? «A questo ci penso io»; e senza far altri discorsi, mi pianta lì sul tavolino la borsa zeppa di francesconi. Maramau! dissi allora fra me, ho capito, ho inteso; e presi la bimba fra le braccia. Oh che bella creatura! mi messi a di'; è proprio un gioiello; tienne di conto, moglie mia, sarà la nostra fortuna. Quel signore se ne andò, e ogni mese mi portava la solita borsa di francesconi. Ma una cosa mi scordava di dirvi, cari amici; quel signore prima di levarsi di torno mi fece un par d'occhiacci e mi disse: «Senti, Topo, con me guadagnerai dimolto, ma bada, potresti perder tutto.» In che maniera? ripresi io meravigliato. «Se mai t'azzardassi di parlare o riconoscermi in pubblico, bada bene; non ci siamo visti.» Ho capito, gli risposi, basta che vengano i quaini, quando vi vedo, farò conto di vedè Pitena*. «Benissimo: così mi piace, non voglio ringraziamenti del bene che faccio, non deve saperlo nessuno.» Che birbone! esclamai quando se ne fu ito, e pare un Agnus Dei. E allora aveva venti anni, figuratevi quando sarà vecchio; da quel giorno in poi siamo sempre stati amici.

* Frase sconcia per denotare persona di nessun conto.

—Ma, dissero i camerati, e perchè mettesti poi fuori la bambina?

—Gua', dopochè morì la moglie, lui non volle pensare a niente, anzi era un anno che la mi' donna campava la bimba del suo, e sapete? colle limosine.

—Colle limosine?

—Sì: era diventata vecchia, vecchia in gioventù, e non aveva più di ventisette anni. Gran brutta cosa che sono i peccati!

—Ma il signor Basilio?…

—Quel furbone, l'ultima volta che lo vidi, mi dette una doppia di Spagna e mi disse: «Topo, questa faccenda non la vo' più; questa carità la tua moglie non se la merita, è troppo peccatrice.» Come? dissi io ridendo, e ve ne avvedete ora? Ma lui mi fece zittare, non voleva repliche; solamente gli dissi: E la bimba? «Della bimba fanne ciò che vuoi.» Io allora andai a casa e bastonai la moglie e la bimba: e sapete, la mi' moglie in pochi mesi andò al campetto*; e così mi vendicai della coltellata che m'avea data sette anni prima. La bimba con una pedata la messi fuor dell'uscio; in sostanza son ritornato giovinotto, e non mi par vero.—

* Morì.

Dal riferito dialogo giudicherassi il perfido carattere di Topo. Pur troppo questo carattere non è una romanzesca finzione; la povera Angiolina in quella sera stessa sarebbe morta di freddo o di fame, e meglio per lei se la sua disgrazia non avesse fatto passare Vascello di là dallo scalo di Porta Trinità, ove a poca distanza dal fosso giaceva quasi esanime la infelice creatura. Nessuno l'aveva assistita durante la giornata, perchè, conoscendola i vicini appartenere a Topo, credevano fosse laggiù per trastullarsi fanciullescamente fino a che la venisse a prendere il padre. Ahimè! la misera era stata cacciata fuor di casa a pugni e a calci, dopo che il cadavere della madre era stato trasportato al camposanto. Vascello passò vicino a lei. Vascello allora viveva facendo da serva ambulante; e siccome nella stanzuccia ove abitava aveva paura nella notte, era molto tempo che cercava una bambinella che le tenesse compagnia. Ma nessun padre nè madre, benchè poveri, aveva acconsentito a dare a donna di tal mestiere tenera prole. Vascello, veduta la fanciullina, che giudicò abbandonata, contò di poterla far sua, e perciò:

—Chi sei? le disse.

—Non ho babbo nè mamma, rispose singhiozzando Angiolina; mamma è morta, e babbo mi ha mandato via.

—E chi è il tuo babbo?

—Si chiama Topo.

Vascello sorrise; conosceva per fama costui e si persuase di aver fatta omai sua la fanciullina.

—Vuoi venire con me? le disse.

—Magari! replicò la piccina alzandosi a stento, ho tanta fame e tanto freddo!

—Vieni con me, poverina, soggiunse Vascello; ti rivestirò, ti darò da mangiare e dei bocconi buoni, sai? E così dicendo le faceva delle carezze.

La bambina teneva le mani giunte per ringraziarla. Oh infelice! ella sorrideva al futuro suo danno. Sventuratamente la fame e il freddo la consigliarono ad accettare; la infantile di lei innocenza non le permetteva scorgere il periglio tremendo. Vascello, presa la bambina, la trasse nella sua spelonca.

Noi tireremo un velo sugli avvenimenti che toccarono ad Angiolina da quel fatale momento. Il nostro cuore si strazierebbe se non fosse concesso alla penna di fermarsi.

Durante il periodo di dieci anni ella aveva veduto due o tre volte Topo, al quale credeva dover la vita. Ma ahimè! in quali circostanze! Una volta, quando, dopo di aver ferito un suo compagno, si era per più giorni trattenuto nel segreto delle stanze della turpe donna. Altra volta quando vi era venuto di notte a recar degli oggetti furtivi o di contrabbando. Topo fin dal primo giorno in cui Vascello si era presa la bambina per farsene una servetta lo aveva saputo; il suo perfido cuore aveva gioito per doppia ragione: l'una, perchè, una volta che la fanciulletta era stata raccolta, cessava in lui il pericolo che la autorità, sapendolo padre, almeno putativo, l'obbligassero a riprenderla o a passarle gli alimenti, e l'altra (e ci convien dirlo con orrore) perchè, vedendo come dalla tenera età si sviluppassero in Angiolina forme leggiadrissime, sperava di trarne partito. Ah! ah! diceva fra sè, tal madre, tal figlia; avrò un nuovo podere per la mia tasca. E proprio in lui l'infamia era il teatro della sua vita. Allorchè seppe come l'Angiolina era giunta all'età di piacere altrui, non esitò l'infame ad affacciare le pretensioni di paternità su colei che aveva respinto di casa bambina, all'oggetto che la Vascello gli sborsasse una somma per la cessione di quella misera creatura.

Fra Topo e la Vascello aveva avuto luogo una di quelle scene esecrande degna di loro. Si separarono peraltro buoni amici: all'uno rendevasi necessaria l'altra per ricettare i suoi ladroneggi; all'altra era necessario l'uno per non perdere sul più bello il frutto che sperava ritrarre dall'Angiolina.

Questa misera creatura, perduta senza pur saper di esserlo, ignara delle cose tutte di religione, ignorava (fa ribrezzo a dirlo) non solo i più conosciuti santi dogmi di essa, ma ignorava l'esistenza stessa di un Dio! All'età di quindici anni credeva che al piacere fossero consacrate tutte le azioni dei viventi, e fosse l'unico bene, e non esservi delitto nel cercare, nel volere per forza questo piacere. I sensi essere tutto, tutto doversi alle passioni, colla morte cessare ogni bene; e della vita futura e dell'anima non ne aveva giammai sentito parlare. Venutale la malizia, l'esecranda sua maestra avevale date il mi-rallegro, dicendole essere giunto il tempo della felicità per lei; che dunque ne profittasse e senza indugio e senza riguardo e senza tema, perchè il tempo passa e presto, e questo essere il nemico dell'uman genere. Angiolina, nel vigor della sua gioventù, con questa educazione, come ognun pensa, si slanciò nella carriera voluttuosa, di cui tanti esempi aveva avuto sotto gli occhi. Assuefatta dirò dall'infanzia (perchè la condotta della moglie di Topo non poteva gran che differire da quella della Vascello) a stare con turpi persone, ella non conosceva altro frasario che quello del libertinaggio; e non avendo giammai praticato altro che rei, credeva tutte le persone dovessero esser simili alle sue conoscenze. Priva d'ogni idea di rispetto alle proprietà, ella aveva (così consigliandola la sua institutrice) posto le mani sulla roba altrui quando la maestra glielo aveva comandato; e così, sua mercè, le cassette della Vascello erano ripieni di orologi, di fazzoletti, di tabacchiere, di gioielli degli avventori della medesima. Una volta, e fu quella la prima luce per lei, una volta, côlta in fallo dagli agenti della polizia per un fazzoletto rubato, fu condotta in prigione; ella aveva undici anni! Colà trovò gente non dissimile da quella con cui era solita conversare; ma quando poi (dopo un esame del giudice, nel quale non capì nulla) venne tradotta nel cortile del tribunale e ivi frustata, sentì il pudore, o almeno l'ombra del pudore, e da quel dì in poi, per le minacce o le lusinghe della Vascello, non volle più rubare, dicendo che non voleva essere esposta a mostrare le nude sue membra al boia.

In mezzo alle orgie nefande, Angiolina peraltro sentiva un interno senso di ribrezzo che non capiva ed a cui non dava retta, e continuava quella vita, soffocando negl'incessanti piaceri la smania che le dava il rimorso senza che ella sapesse che cosa fosse il rimorso.

Ma si avvicinava il giorno di sua redenzione. Ella da un anno stava nella casa di Vascello più come serva che come convittrice, e ciò perchè da un anno, schivando qualunque contatto di persone di sesso diverso, schivando le stesse sue amiche di pensione, sentiva un improvviso odio per quei piaceri che poc'anzi le eran sembrati tanto lusinghieri. Ah! sì, infelice! era Iddio che volea toglierla all'ulteriore sua perdizione. Nel convitto essa divenne odiosa alla Vascello, odiosa perchè il suo improvviso ritegno le aveva tolto il lucro; ma per altro, siccome costei di una serva aveva duopo,—Ebbene, le aveva detto, fino a che non cangerai costume farai la guattera.—E la povera fanciulla si era adattata ai bassi e dolorosi servigi. Le compagne di una volta l'odiavano perchè ricusava di stare con loro in quelle orribili confabulazioni e preferiva la cucina presso il fuoco ai salotti coi canapè e coi sofà a molla coperti di moire o raso amaranto e celeste. La chiamavano la pinzochera e la sbeffavano di giorno in giorno. E per ultimo abbiamo veduto qual sacrilega burla si permettessero sulla di lei persona i frequentatori del luogo nefando.

Angiolina da un anno vestiva modestamente; stava ritirata perchè pativa, e solo si assideva a mensa con le compagne quando non poteva schivarne l'impuro contatto. Per lei non più grazie, non più bellezza, non più piaceri; spesso lacrime e lacrime cocenti le cadevano sul volto; ella sentiva un'afflizione invincibile e non sapeva il perchè; quell'aura stessa della casa di Vascello erale divenuta a un tratto irrespirabile, sentiva il bisogno di uscirne e di uscirne per sempre. Ma dove andare? Una volta che capitato era colà Topo, si azzardò a parlargliene, ma egli bruscamente, dandole una ceffata, le aveva detto:—Non ho casa…. sto all'osteria,—e se n'era andato. Ma qual causa aveva operato un tanto cangiamento nella fanciulla?

Ve lo dirò.

Una sera (era il carnevale precedente a quello in cui ha principio la nostra storia) una sera pioveva orribilmente ed era la mezzanotte; il Narciso bussò alla porta e gli fu aperto.

—L'Angiolina dov'è? disse colui

—Nella sua camera, rispose la Vascello.

—Che salga subito; voglio vederla.—E continuando (mentre questo discorso lo aveva fatto sul pianerottolo della porta d'ingresso), Venga, venga, mascherina, aveva detto ad alcuno che stava per le scale; salga, salga.—

Dopo tali parole una persona mascherata si era introdotta in casa della Vascello.

Completa visiera coprivale il viso, l'abbigliamento era un bornous stretto al collo con vasto cappuccio che l'immascherato teneva in capo; discoperti vedevansi l'estremità dei pantaloni di finissimo panno ed un paio di attillati stivali. Esso doveva essere un personaggio di qualità. Fu fatto passare e sedere in un salotto elegantissimo, ove appesi al muro stavano quadri rappresentanti imagini che solo si confacevano a quel luogo di lascivia.

—È un buon merlo, disse Narciso all'orecchio di Vascello.

—Hai avuta mancia?

—Tre zecchini.

—Capperi!

—L'ho adocchiato nel sortire del veglione e mi preme, m'intendete…

—Ho capito.

La persona immascherata pareva ossessa; non aveva membro che le stesse fermo, dalla visiera le partivano lampi dagli occhi, un'impazienza diabolica lo agitava.

La povera Angiolina, sentendosi destare a quell'ora dopo i proponimenti fatti, si mise a piangere; eppure, e pur troppo per sua disgrazia, doveva obbedire.

—Angiolina, Angiolina! urlò con voce diabolica Vascello; Angiolina, perd…. sali su; vi è un signore che vuol parlarti.—

La fanciulla, assuefatta a tremare alla voce della padrona, cintasi alla meglio una gonnella e gettatasi sulle spalle una sciarpa che le lasciava seminude, entrò nella stanza. Nella negligenza dell'abbigliamento spiccavano più perfette quelle angeliche forme. L'uomo immascherato la fissò con visibil piacere.

Angiolina mirò, con ribrezzo impossibile a descriversi, colui che sapeva averla ricercata; ad un cenno della padrona, essa fu accanto all'uomo immascherato, che pose una mano ardente come fuoco in una delle sue come gelo.

—Signore, non volete levarvi la visiera? dissegli Vascello.

—È certo un Inglese, riprese Narciso, non lo interrogate; è avaro della parola, o forse non intende la lingua nostra, ma noi intendiamo i suoi zecchini, due per voi e uno per me.

Will you drink? disse la Vascello in cattivo inglese.

La maschera non rispose, ma rizzatisi si accostò ad un caminetto, ove ardevano buone legna e seco trasse la infelice Angiolina.

Beautifiul girl, Milord, sexteen years old, she is a country lass.

La maschera non rispose, però strinse la mano violentemente ad
Angiolina, che mostrò visibil pena.

—Sarà un Francese, disse a Vascello Narciso.

Eh bien, Monsieur, cette fille là est tout à fait angelique, par ma foi, elle est proprement un enfant.

La maschera serbò il silenzio e volse bruscamente le spalle alla molesta interrogatrice, fissando in Angiolina quelle pupille infernali che brillavano di sotto la visiera come due carbonchi.

Vo' provare se è Spagnuolo questo diavolo, disse fra sè la Vascello, o se è sordo: parliamogli spagnuolo.

Par nuestra Señora de la ciudad, esta muchacha es toda corazon.

La maschera, infastidita, senza fiatare, prese di tasca la borsa zeppa d'oro, la gettò sul pavimento a Vascello, che l'afferrò colla lestezza del folgore, e, facendo cenno di volere andare coll'Angiolina in luogo ove non fosser testimoni, si mosse.

Vascello, lasciato Narciso, si fece ad accompagnare la coppia e prestamente ritornò nella sala.

—Ah! ah! o Inglese, o Spagnolo, o Turco, o il diavolo in persona, è una buona bestia. In questa borsa vi sono altri zecchini.

—Zitta un po': il diavolo non convien nominarlo, proruppe Narciso scherzando, è dopo mezzanotte, e più che si nomina e più s'avvicina.

—Ah! ah, prese a dire Vascello, tirando giù un'orribile bestemmia: esso sta qui dalla mattina alla sera, e non l'ho visto mai.

—Avrà paura delle vostre bellezze.

—Vezzoso mercante, replicò la donna facendo risuonare gli zecchini della borsa, quanto sei amabile con le tue lepidezze! ma orsù dammi da bere.—

Narciso andò all'armario vicino, ne tolse un grosso fiasco di acquavite, che i due personaggi quasi vuotarono, ora ridendo, ora dicendo cose che la penna non può riferire.

—Eppure, saltò su la Vascello, l'uomo che è di là con l'Angiolina mi sorprende; a che tenersi fitta al viso la maschera? qui se la leva ognuno.

—Cara Vascello, a volte vi son certi personaggi che, avvezzi a mostrar la faccia in luoghi ben diversi da questo vostro grazioso albergo, qui non osano scoprirla.

—Sciocchi! o che? forse è vergogna passar due ore in buona compagnia?

—Oh! che volete? saranno pregiudizi del mondo. Ci ha chi vuole apparire una cosa mentre in cuore sarà un'altra, ed ecco la ragione per cui nel tempo del carnevale il vostro albergo dolcissimo è frequentato da maggior numero di avventori. Il bello sarebbe che costui non si fosse levata la visiera nemmeno a quattrocchi con l'Angiolina. La ragazza è tanto stupida da non averci pensato; ed io muoio dalla curiosità di sapere chi sia questo notturno galante. Tornando all'Angiolina, non so comprendere come da qualche tempo sia immersa nella più cupa malinconia.

—Sarà innamorata.

—Eh! non ci vorrebb'altro; non vo' amori. Ma sono stanca, vo' irmene a letto; buona notte, Narciso.

—Un altro bicchier d'acquavite, alla tua salute, amabile fregata; ma no, ho sbagliato, vi rendo il vostro titolo, Vascello a tre ponti.

—Sguaiato! sempre colle giullerie. Orsù bevi e vattene.—

Narciso si fece a bere un altro bicchiere d'acquavite e poi, prendendo pel mento la donna:

—Mamma Vascello, non senti tu che scroscio? uh!…—

In questo tempo si udì il cupo rimbombo di un folgore, che fece tremar l'invetriata e col lampo ceruleo abbarbagliò la vista.

—Misericordia! urlò Vascello. È inverno, pare impossibile: quale oragano!

—Non mi muovo di qui, disse Narciso: dormirò su questo sofà; a quest'ora affogherei per la via.—

Ed in fatti la piccola pioggia si era convertita in un gran temporale: tremavano il pavimento e le finestre, il vento mugghiava, l'acqua cadeva a torrenti, e la gragnuola parea volesse spezzare i tetti.

—Perd…!—

Un altro scoppio di folgore coprì la parola a Vascello, che mitigò lo spavento con una tirata d'acquavite.

—Penso alla piccina, disse Narciso.

—Mi fai paura, riprese Vascello; dal momento in cui è venuta quella maschera, il temporale è rinforzato: sarà il diavolo, continuò.

Un urlo prolungato cupo e straziante mugolò per tutte le stanze. I due intrepidi schernitori della Divinità e della tempesta si guardarono muti, sentendo irti i capelli per lo spavento.

Fu un silenzio per qualche momento.

Una voce infantile si sentì esclamare «Ahimè, ahimè! muoio!».

—Ammazzano Angiolina, replicò Narciso; quella maschera….—E si precipitò verso la stanza da cui partivano i singulti, impugnando una pistola.

—Qui non si distrugge la nostra mercanzia, gridò Vascello, e brandito uno stiletto, mosse ella pure verso la stanza di Angiolina.

Non affezione, ma interesse muoveva quei due a soccorrere la infelice.

Appena ebbero fatti due passi, l'uomo immascherato, sempre coperto nel volto, col cappuccio del bornous sulle spalle, lasciava vedere sul capo irti i capelli, bagnati di sudore. Nel bornous erano due grossi strappi. Sempre colla visiera calata, esso lanciava dagli occhi lampi più terribili di quelli della tempesta. Dalla bocca di lui usciva la più nera spuma, ed egli, fattosi largo spingendo quei due che erano accorsi come se fosse inseguito da una potenza terribile, aperto l'uscio, si precipitò per le scale.

Vascello e Narciso erano muti per lo stupore. Giunsero anelanti alla camera di Angiolina, che credevano ferita od estinta; ma invece la trovarono tranquillamente genuflessa innanzi ad una sacra imagine. Cosa le era successo? Chi mai era quella maschera?

CAPITOLO XIV.

Il ratto.

L'uomo mascherato si era ritirato, come vedemmo, nelle stanze di Angiolina. Nessuna parola avea proferito la sua bocca; i suoi occhi scintillavano sempre più infernalmente.

Angiolina aveva paura e tremava. La maschera intanto aveva cessato da quello stato di fremito convulso da cui la vedemmo assalita. Costante nel tenersi celata nel volto e nello stare avviluppata nel suo bornous, si era dato a far mute carezze verso la giovane; la giovane lo respinse con dignità fino a che potè, ma accintasi la maschera a pretendere reciprocità di carezze,

—Signore, le disse decisa, la mia triste, la mia tristissima posizione non mi consente di rifiutare visite di persone incognite; ma non ho mai conversato con persone il cui volto sia pertinacemente coperto da quella eterna visiera che cuopre il vostro. Orsù levatevela e ch'io vegga i vostri lineamenti.

—Giammai, urlò l'immascherato, giammai il mio volto si scoprirà nel luogo ove noi siamo; ne avvamperei di vergogna.

—Signore, non è il luogo che fa vergogna, sono le azioni che si commettono, sono le azioni, sì; e se voi non vi vergognate di commettere queste azioni, io ritengo superfluo che vi nascondiate.

—L'uomo sconosciuto può tutto fare, perchè come uomo ha passioni e dee e può soddisfarle, ma l'uomo qui dee essere puramente uomo; il suo nome e la sua reputazione debbon premergli quanto i piaceri.

—Scusa inutile allorchè questi piaceri sono illeciti: voi vorreste commettere un'azione colpevole, poichè ve ne vergognate, e al di fuori serbare quel pudore di che non vi sentite capace al di dentro.

—Meno ciarle, gridò l'immascherato, qui non venni, ragazza, nè a discutere di morale nè a contendere; voi dovete tacere.

—Giammai, giammai! se qui mi ha gettato la barbarie di un padre, io non ho perduto…. tutto.

—Tutto, sì, tutto…. anche la volontà; essa non è più vostra, essa….

—Scostatavi, gli gridò la fanciulla, scostatevi, non vi appressate a me con quella visiera.

—Capricci da bambina, riprese l'incognito, da bambina! me l'hanno detto che voi eravate bambina; non hanno avuto torto. Ma…. la mia pazienza si stanca.

—E la mia è stancata; fuori la maschera, o che io mi ritiro e vi lascio qui solo.

—Insolente! mi burleresti tu? ma io ho mezzo di farmi obbedire.—

E frugossi nelle tasche dell'abito, come per trarne un'arme.

—Alle minacce rispondo con le minacce: non sono nuova nel tristo cammino come voi pensate; guardate.—

E in così dire si trasse dal seno un lucidissimo stile brunito.
L'incognito a tal vista indietreggiò.

—Ah! bella bambina, siete anco armata? soggiunse, quindi, come deridendola: e credete voi ch'io abbia paura di quel ferro nelle vostre piccole mani? riponetelo, imparate ad esser più gentile; questo è un tratto da novizia.

—Novizia? ah lo fossi! lo volesse il mio destino! Ma no, sappiatelo, uomo ostinato, sappiatelo, io non son novizia; ho passato la lunga trafila de' guai e dell'abiezione, tardi ho conosciuto l'abisso in cui son precipitata, tardi l'onor mio…. Ma, nello stato passivo in cui sono piombata, posso anche volere e voglio; questa volta me ne dà la spinta la vostra maschera.

—Io perdo la pazienza; ripetè l'immascherato fremendo.

—Ed io l'ho perduta.—E così dicendo, avventatasi all'uomo, gli strappò la maschera dal volto e la gettò sul pavimento.

—Sciagurata!—urlò l'incognito.

—Che vedo mai! gridò Angiolina, signor Basilio!

—Mi conoscete voi? Oh rabbia! a bassa voce mormorò l'incognito scoperto: che dirà il mondo?

—Dirà che siete quell'ipocrita che in realtà voi siete, quell'ipocrita che….

—M'insulti?…

—Sì, v'insulto e lo deggio; voi siete la causa delle mie sciagure.

—Io?… proruppe turbato il signor Basilio, fole, baie….

—No: verità, verità, verità. Voi appariste al mio nascere come infausto pianeta; mio padre mi odiò per voi e, morta la madre, mi respinse per voi. Il mistero non lo so; ma legami passano fra voi e lui, di qual tempra voi lo sapete.—

Il signor Basilio pareva colpito da fulmine, e la sua mente riandava cose orribili.

—Ah! voi siete…

—La figlia di Marianna dello scalo di porta Trinità, la figlia di Topo.—

Il signor Basilio di rosso acceso nel volto diventò pallido come un lenzuolo funebre, il cuore gli dava pulsazioni febrili.

Riflettè un momento: ei ben sapeva chi gli stava davanti, qual creatura aveva per sempre lanciata in un abisso di miseria, e quella creatura era di aspetto angelico! Involontariamente si ritrasse. Desisteva adunque dall'ulteriore conversazione con lei, con lei che…. ma no: il demonio, più furente assalse quell'anima nera; nessuna idea lo trattenne; veramente ossesso, spumante di rabbia, si fe' d'un lancio a raccorre la visiera, se la ripose con mani convulse al viso, aveva pur troppo bisogno di tornare a nascondere quell'empia sua faccia; e ciò fatto, decise di usare violenza verso l'infelice Angiolina, su cui slanciatosi come una tigre sulla preda, dappoi che le tolse lo stile, l'empio si apprestava…., ma non fu a tempo.

Dalle cortine del letto parato di damasco celeste uscì improvvisa la figura di una donna velata di bianco; il volto di lei era quello di un cadavere, le mani scarne, levatesi al cielo, parea supplicassero; una voce sepolcrale le uscì dal labbro.

—Empio che fai?… ed osi sfidare quel Dio che punisce?—

Il signor Basilio ed Angiolina videro l'apparizione.

—Sciagurato! proseguì lo spettro gettandosi su di quel mostro, verso cui lanciò più crude parole, le quali rimasero soffocate da un orribile scoppio di folgore.

La fanciulla cadde in ginocchio, e l'empio coi capelli irti sulla fronte, inseguito dalla celeste maledizione, precipitoso fuggì dalla camera e dall'abitazione infame.

Una sacra imagine che pendeva dappresso il letto della giovane apparve così raggiante che l'Angiolina ne stupì; un interno sentimento di riconoscenza, un amore fin a quell'ora non provato per la Divinità, toccò il cuore della fanciulla e la costrinse ad inginocchiarsi verso l'imagine della sua divina benefattrice. Ma la misteriosa apparizione fu ella realtà?

Chi può dirlo? Nessuno fuorchè i due che la videro; arcane sono le vie della provvidenza.

Da quella sera in poi Angiolina non fu più quella di prima; noi già lo abbiamo avvertito. E il mutamento della sua vita e dei suoi sentimenti cominciò da quella sera tremenda.

L'anniversario dell'apparizione del signor Basilio e dello spettro in casa di Vascello cadeva appunto in quella sera nella quale ella era stata scherno delle convittrici di quell'albergo e dei loro amanti. Costoro, invece di soccorrerla, avevanla gettata in una bara coperta di fiori e fatta soggetto della sacrilega mascherata che noi descrivemmo.

Quei figli di Satanno, non rispettando nè religione nè pietà, avevano, onde spingere più a lungo la burla, parata di nero la stanza, ove deposero priva di sensi l'infelice fanciulla, la quale al destarsi dopo qualche ora di deliquio credè di esser vittima di un orribile sogno; ma poi, non comprendendo peraltro in qual maniera trovavasi colaggiù, suo primo pensiero era stato quello di raccomandarsi alla provvidenza per un qualche aiuto, inquantochè nell'anno del suo pentimento, di quando in quando furtivamente uscendo, era stata alla chiesa, aveva appreso le sante verità della religione ed ansiosamente bramava la favorevole circostanza di fuggir per sempre da quella abominevole abitazione.

Un benefico nume accoglieva tanti sinceri desiderii, ed appressavasi il momento di vederli sodisfatti.

Rosina ed Angiolina dovevano vicendevolmente salvarsi.

Rosina, nella mattina dopo la trista notte in cui venne per fatale errore trasportata nell'empia casa di Vascello, aveva ripreso l'uso dei sensi e completamente schiarita la ragione. Con decise parole impose alla donna che l'assisteva di aiutarla a vestirsi: s'accorse della mancanza degli orecchini, del vezzo e della borsa dei denari, sicchè comprese pur troppo con quale specie di persone avesse a farla, ma usò tutta la simulazione di cui è capace il sesso feminile. Stimando inutile di domandare schiarimenti a persone di quella sorta, lasciò che Iddio le facesse conoscere per qual causa era stata da un incognito trasferita in vettura, dopo lo slanciarsi dal verone e per qual trista fatalità fosse stata rinchiusa in quella casa di pessimo aspetto.

Instruita dai libri, dotata di energica tempra, ella non si sgomentò, fidando in un avvenire più lieto, e risolse di profittare di qualsivoglia piccola circostanza per fuggire di là e direttamente muovere verso Montenero a gettarsi nelle braccia del buon Gonsalvo e chiedere a lui assistenza. La sua prudenza, calmata alquanto l'agitazione dei sensi, la consigliò a non dare ombra di sospetto intorno la casa e non lasciar trapelare la più piccola idea delle sue determinazioni. Era giovane, ma era dotta, avea letto nei romanzi bizzarre avventure di eroine e non le aveva credute; allora però ci credeva.

Il suo stato tosto la persuase darsi nella vita tali e tante
circostanze che lette in un libro crederebbersi invenzioni poetiche.
Avvezza a comandare, seppe imporre alla Vascello ed all'assistente
Catraia, che fra loro più volte si eran detto:

—È una principessa.

—Vedremo l'esito; verrà l'incognito che la condusse.

Ahimè! l'incognito pur troppo non ci pensava; il buon padre Gonsalvo, credendo di aver messa in luogo sicuro la giovane, giunto al convento e ritrovati colà Iago e Giovanni, aveva avuto da pensare ad essi e per maggior sventura era stato colpito per cagion dei disagi di quel tristo giorno del 27 febbraio da repentina febbre che, cagionandogli spossatezza e delirio, lo aveva inchiodato per alquanti giorni nel letto. Non sì tosto potè far uso della ragione e delle forze, volò a Livorno per riprendere la Rosina, cui già preparava un asilo nel convento ove aveva condotto Esmeralda. Ma ahimè! due dolori doveva provare in un tempo quel venerabile ecclesiastico, cioè apprendere la improvvisa sparizione di Esmeralda dal convento e, giunto a Livorno, conoscere che la Rosina era stata da lui sventuratamente addotta in luogo infame e, quel che è peggio, non più trovarsi in quel luogo.

Ma non era il solo che muovesse sulle tracce della fanciulla, che bramasse averla a qualunque costo nelle mani: vi era un altro personaggio che la voleva e che la voleva con fini ben diversi; e questi, non v'ha dubbio, era il signor Basilio. Costui, dopo la fuga della giovane dal balcone, vantandosi compromesso nella custodia affidatale, aveva, come vedemmo, messa sottosopra tutta la città. Del mistero della sua sparizione era al buio, come sentimmo in addietro, e molto più del luogo ove l'aveva tradotta lo sbaglio del padre Gonsalvo. Oh! se il signor Basilio l'avesse solamente imaginato! Noi conosciamo che la Vascello non gli era ignota; e, come ognun pensa, sarebbe volato colà, ma, come dico, non ne sapeva nulla. Ciò peraltro nei primi otto giorni della sparizione, ma dopo…. non affrettiamo lo svolgimento.

Padre Gonsalvo, appena riposto piede in Livorno, accostatosi con orrore alla dimora di Vascello, salite le orribili scale, si appalesò qual conduttore della fanciulla, e ne fece reclamo non simulando lo sbaglio; ma Vascello, sebbene empia e dissoluta, non aveva mentito nel dirgli che non vi era più, assicurandolo che durante il di lei soggiorno era stata trattata come si conveniva ad educata e ricca giovane e col più gran rispetto. A quel breve racconto le gote del frate erano infiammate dal dolore, dalla collera, e bagnate di mal rattenuto pianto.

—Guai a voi se mentite! aveva detto a Vascello. I fulmini di un Dio vendicatore e che il suo ministro invoca su voi vi giungeranno, e quelli dell'umana giustizia non mancheranno, vel giuro, per il carattere di sacerdote.—

Il buon padre nel parlare dell'umana giustizia aveva fatto per ispaurire la donna; egli ormai non confidava che in quella del cielo, poichè aveva veduto affisso un bando in cui la povera Rosina era stata messa a taglia, cioè premiato sarebbe colui che rimettessela come contumace nelle mani del tribunal criminale.

Umana giustizia! aveva esclamato fra sè il buon frate, umana giustizia! fallace come tutto ciò ch'è terreno.

Nel dolore della perdita di Esmeralda e di Rosina, il buon padre appena potea sentir la gioia di veder in salvo Alfredo. Quel degno uomo si rimproverava di esser causa della sventura delle due giovani che col miglior animo del mondo aveva creduto porre in salvo.

La Vascello, perchè il frate prestasse maggior fede alla sua asserzione, aveva voluto che da capo a fondo girasse la casa.

—Sì, molto reverendo Bonsignore: sono un'indegna peccatrice e, quel che è peggio, non sono per convertirmi.

—Dio ne faccia arrivare il momento! disse il padre con apostolica gravità.

—Sia pure, diceva come compunta la Vascello. Ma comunque la cosa sia di me, fra tutti i miei peccati non vi è quello di burlare un padre santo di Montenero.—

Noi sappiamo fin dal principio di questo racconto, ed è istorica verità, come il volgo livornese veneri i monaci di quell'abbazia. Il frate, veduta la casa, si rassegnò, pur non mancando di prendere qualche lume sulla sparizione della fanciulla; ma la Vascello protestava continuamente non avere la più piccola idea del come fosse avvenuto quel caso. Padre Gonsalvo si ritirò coll'amarezza nel cuore, recossi alla casa Guglielmi, sperando che la fanciulla si fosse colà diretta e dicendo fra sè:

Rosina avrà preferito tornare nelle perigliose mura della casa materna, anzichè trattenersi nell'orribile dimora della Vascello. Commosso e dolente accedeva alla casa della vedova, ed ahimè! scena terribile gli si appresentava agli occhi. I ministri del tribunale eseguivano un sequestro sui mobili e su tutti gli oggetti di valore che potessero esser soggetto di oppignoramento. Il satanico signor Basilio era l'autore segreto di cotesta esecuzione, avendo ceduto fittiziamente il suo credito verso la signora; nè contento di ciò, avendo insinuato il sospetto che quella donna potesse favorire persone nemiche al governo, avea fatto sì che le fosse lanciato contro un ordine di tornare in Francia dentro tre giorni. L'infame collotorto aveva però avuto il coraggio di scrivere un biglietto a madama, nel quale ipocritamente dolendosi delle disgrazie a cui la detta signora era soggetta, le faceva una lunga predica sul modo di educare i figli e terminava con offrirle la sua debole servitù.

—Empio fariseo! aveva esclamato il padre Gonsalvo, nel leggere quel biglietto aperto su d'un tavolino, e sentendo dalla signora il racconto di tutte le sventure dalla sera del 17 febbraio in poi. Empio fariseo! e la misera Rosina doveva esser tua sposa? Ah! meglio mille volte che ella vada raminga pel mondo. Iddio l'assisterà; la mia benedizione e le mie preghiere l'accompagneranno ovunque.—

Quel buon religioso vedendo per il momento non poter far nulla in vantaggio della figlia assente, pensò giovare alla madre presente, ed avvegnachè copiose somme esistessero nella cassa del cenobio per erogarsi in pie azioni, pensò che certamente fosse opera meritoria far parte di alcune di esse a quella signora, la quale per la nequizia umana trovavasi allora in estrema penuria e nella più critica situazione. La difficoltà era di trovare il modo onde madama le accettasse senza offendersene. Gonsalvo riuscì con tale ammirabile delicatezza che la signora non potè ricusare.

—Madama, conviene rassegnarsi ai voleri di Dio ed obbedire alle leggi; partite adunque al più presto: intanto vado a porre a vostra disposizione un 3000 franchi, che non saprei come meglio impiegare; questa non è una limosina, non è un dono, è un puro imprestito fiduciario, che voi salderete a tutto vostro comodo.

—E non vedete l'abisso in cui mi ha piombato la fortuna da otto giorni a questa parte? Come sperare di rimettervi….

—Non è tempo adesso di occuparsi di restituzione, gli eventi stanno in mano di Dio: non disperiamo, ma adoriamo. Esso è il padre delle misericordie: partite; qui resterò io e mi occuperò nelle indagini intorno all'autore del furto che soffriste non ha molto e dell'indole di questa esecuzione: spero rinvenir qualche cosa e che possiate essere reintegrata nei vostri beni. Quel fariseo….

—E che sospettereste?

—I sospetti non sono peccaminosi allorquando si aggirano su un briccone d'ipocrita; questi non sono cattivi giudizi del prossimo; di tutto sospetto, e, se non altro, lo credo conscio o forse complice del furto.

—Che dite mai? allora, se fosse vero, qual mondo sarebbe mai questo?

—Valle di lagrime, madama, e basta; luogo di calamità e di miseria: noi siamo qua per patire, e appunto per il soffrire dei buoni Dio permette la esistenza ed il trionfo dei malvagi.

—E della mia povera figlia?

—Calmatevi, si troverà; io non me ne stancherò: meglio profuga che in prigione.

—Questo è vero, disse madama con mesta consolazione. Ahimè! saperla imputata sotto la censura di un grave delitto!

—Eh! madama, non è la incolpazione, è il delitto che aggrava la fama dell'uomo; l'innocenza non si macchia, e viene il dì in cui si scopre e brilla di eterna luce.—

Consolata dal buon padre e sovvenuta dalla cassa del convento, la Guglielmi partì in breve per raggiungere il figlio a Genova. Il frate era divenuto proprio il padre di quella scomposta famiglia, ma la sua forza morale non poteva soccombere a verun peso. La sera stessa, riconducendosi mesto e solo al convento, aveva salmeggiato per tutta la via e svelato il tutto a Giovanni; permise quindi a questi che con uno di quei tanti travestimenti di cui quell'ardente giovane era capace osasse tornare in città per vedere se più felici potessero essere le sue ricerche. Giovanni con immensa gioia accettò il consiglio; in ogni modo ei sarebbe andato anco senza di quello. Vide un lampo di speranza per rannodare i suoi aderenti, e gli parve di sentirsi certo di trovare la misera Rosina. Sarà egli felice nei suoi desiderii? Ne dubito, ma torniamo a Rosina.

Rosina si era tenuta nella sua camera, erasi fatta dare del lavoro e stava intenta ad occupazioni donnesche; ed a tutt'altro pensando che il buon frate potesse averla condotta in quella casa o tratta in vettura, opinò di essere stata presa per altra persona e che un equivoco terribile la facesse dimorare in quelle sospette mura suo malgrado. Il vedersi così miracolosamente salvata, dopo essersi in un momento terribile precipitata dal balcone, attribuiva giustamente alla bontà della provvidenza, e da questa sperava il termine di sue angosce rassegnata e fidente. D'altronde, ci è permesso il dirlo, ella non aveva quell'idea che altre ne avrebbero avuta della casa di Vascello. Chi poteva aver dato ad una fanciulla sua pari la più piccola idea di tanta turpitudine? Nessuno. Era dunque come una bambina di due anni su di un precipizio nel quale volge gli occhi indifferente e sorride, ma da cui per istinto si allontana. Il ceffo peraltro di Vascello, il contegno di costei, quello di Catraia qualche cosa le dicevano ch'ella appieno non comprendeva, ma che tuttavia le facea desiderar di fuggire, siccome dicemmo. In ogni modo colui che in quel luogo avevala condotta doveva naturalmente venire a prenderla, ed ella sperava che colui (chiunque fosse), conosciuto l'inganno, avrebbe ceduto alle sue preghiere per esserle d'aiuto e di direzione. Questi presso a poco erano i pensieri, le congetture, i proponimenti di Rosina, che in fondo del cuore sentiva come il suo stato non era mai tanto terribile quanto se fosse stata nelle braccia del signor Basilio.

Vascello, nella speranza di lucro vistoso, teneva un contegno rispettoso ed obbediente verso la persona a lei incognita, ma che argomentava ricca. Non si presentava nella sua camera che quando era chiamata, e le aveva lasciata libera altra stanza ad uso di salotto. In quegli appartamenti non si offendeva la decenza.

Nessuna ricerca di mera curiosità per parte di Rosina, e veruna per parte della Vascello. Così passarono qualche giorni.