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I demagoghi / O, I misteri di Livorno

Chapter 17: VOL. III.
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About This Book

The narrative unfolds in a setting marked by political turmoil and personal tragedy, focusing on the lives of Giovanni and Esmeralda, who face the loss of their parents and the decline of their family's fortunes. As they grapple with their newfound poverty, they reflect on the nature of wealth and freedom, contrasting their situation with those enslaved by material desires. The story explores themes of honor, resilience, and the struggle for identity amidst societal upheaval, culminating in moments of emotional intensity as characters confront their past and aspirations for the future.

Alla fine del terzo, Rosina incominciò a divenire inquieta, ed approfittandosi del non sentire verun rumore di passi, si mise a guardare minutamente per la camera e, con sua somma sorpresa, vide che dietro ad un gran quadro di tela posto a livello del terreno era praticata un'apertura ad uso di bodola. Questa veduta la fece trasalire di spavento in modo che sulle prime fu quasi per cadere priva di sensi. Fattasi peraltro coraggio, s'inoltrò in essa e, discesi pochi gradini di legno, si trovò in una specie di pianerottolo che metteva nella già da noi accennata sala parata di nero. Angiolina non vi era più; perocchè dopo un giorno la Vascello, fatta una sgridata da maestra alle convittrici, aveva usato alla giovinetta moltissime e straordinarie attenzioni, in specie poi dacchè seppe che il presunto padre di lei era morto in carcere, e fu (cosa strana in una donna) capace di tenere per qualche tempo il segreto. Angiolina era tornata alla cucina ed alle solite basse funzioni di servizio. Ma la faccenda della stanza nera e della comunicazione con quella della sua camera fe' risolver Rosina a volere e pretendere una compagnia; onde, appena veduta la Vascello,

—Sappiate, le disse con tono imperioso, che se io vi palesassi chi sono, voi non sapreste che avvolgervi nella polvere; se taccio, ho le mie gravi ragioni, ed ho le mie ragioni anco per restar qui.

—Signora, comandate, le rispose con ossequio la donna.

—Sappiate, continuò che se colui (e qui diresse lo strale all'azzardo) se colui che qui mi addusse per i suoi fini sapesse che….

—Signora, comandate, ripetè interrompendola la Vascello, io son vostra umilissima serva (la donna si era riservata in petto la riflessione che le persone le quali ruban di notte donzelle di quella specie devono essere ricchissime).

—Ebbene, riprese la Rosina, io voglio una compagna perfino a che mi piacerà restar qui: intendetemi, la voglio buona; potete voi averne?—-E qui guardò maliziosamente Vascello.

—Sì, madamigella, ho una fanciulla affatto degna di farvi la cameriera; ah! sono la gran scapata a non averci pensato prima. Ma tant'è: Vostra Signoria è stata così taciturna; anzi se volesse…., se per distrarsi….—Ma gli occhi nobilmente severi di Rosina le impedirono di continuare.

—Mandatemi questa fanciulla; credo che ne abbiate, almeno mi sembra dal cicaleggio che ho inteso. La giovane sarà da me rimunerata e come merita, poichè dovrà tenermi compagnia di giorno e di notte.

—Come, vi piace, signora.—

Vascello non capiva come altri potesse comandare così imperiosamente in casa sua; ma questo è il privilegio della virtù sul vizio.

In pochi momenti la Vascello tornò con Angiolina, dicendo:

—Ecco, madamigella, la servetta che voi mi avete chiesto; spero che essa incontrerà nel vostro genio.—

Quindi si allontanò, lasciandole sole.

La figlia del popolo e la figlia della nobiltà si videro, si unirono e si amarono. In un sol giorno dal primo vedersi si eran palesate a vicenda le loro pene. Oh santa forza della simpatia in due anime benfatte! Piansero, si consolarono, sperarono insieme. A vicenda si giurarono soccorso, e quel giuro salì al cielo.

Povera creatura! tanto bella! tanto sventurata!

Rosina dovea ancora subire altre prove di crudo fato.

Il signor Basilio aveva avuto più fortuna del frate e di Giovanni, in quantochè giunse con sicurezza a sapere che Rosina era ricovrata presso la Vascello.

E come mai?

I lettori ricorderanno la collana dalla Catraia rubata a Rosina; or bene la Catraia, Volendo farne denaro, l'aveva data a Narciso dicendogli d'averla rubata ad una fanciulla misteriosamente comparsa nella casa della Vascello.

Narciso vendè, al solito, la roba rubata a quel galantuomo del signor
Basilio.

Il signor Basilio non lasciò trapelare la gioia di simile scoperta, pagò la collana della futura sua sposa un prezzo minore della metà del valore. Narciso si contentò, e la Catraia egualmente.

—Ah! ah! sclamò quando fu solo, aprendo uno scrigno, qua le gioie della madre e in questo canto quelle della figlia.—E così dicendo sorrise di un sorriso infernale.—Mia sposa! poi disse, e perchè no? Dovrò io consegnare questo bocconcino di fanciulla alla giustizia? Eh! non son sì gonzo: per essa è fuggita ed ella non l'ha ritrovata; io l'ho trovata ma per me. Ma sposarmi! E il consenso della madre e del fratello? Ah! ah! ne faremo a meno. Nella mia abitazione ho appunto bisogno di una vezzosa angioletta. Poi, proseguì il monologo, sarà mia amica….—

Sei ore dopo questa scena, otto uomini mascherati, furtivamente entrati nella casa della Vascello, rapivano dal letto la sventurata Rosina.

FINE DEL VOLUME SECONDO

INDICE

  CAP. VIII.—Sorpresa Pag. 5
   » IX.—Il nuovo Giuda » 37
   » X.—Otto giorni dopo » 55
   » XI.—Salvezza » 75
   » XII.—Sul mare » 88
   » XIII.—Angiolina » 107
   » XIV.—Il ratto » 128

Gridò la vecchierella, altro che ingombro, è una donna affogata.

Vol. III, pag. 92.

I DEMAGOGHI O I MISTERI DI LIVORNO

Romanzo

DELL'AVVOCATO CESARE MONTEVERDE

   AUTORE DEI ROMANZI
    ASTORRE MANFREDI
           e
    IL DUCA DI ATENE

VOL. III.

        MILANO
  PRESSO LUIGI CIOFFI EDITORE-LIBRAIO
  Via di Chiaravalle, N. 11 rosso.

1862

Proprietà letteraria dell'editore, che intende far valere i propri diritti a norma di legge.

Milano—Ditta Wilmant.

CAPITOLO XV.

La camera del signor Basilio.

Giovanni, staccatosi da Montenero, pensò di visitare le catacombe. Travestito da ortolano del convento e seguito dal negro, che volle accompagnarlo nella pericolosa impresa, si affacciò da prima all'ingresso dalla parte del mare; ma questo, ahimè! era stato ad arte reso inaccessibile all'oggetto di racchiudere colà dentro per sempre i congiurati, ignorandosi dalla giustizia la seconda uscita del sotterraneo. Si era fatto ammassare una grande quantità di rena, di macerie e di calce all'imboccatura che bagnavano i flutti. Giovanni adunque e il negro ritornarono indietro, divisando di penetrare nell'interno dalla parte della campagna. Sebbene, come già vedemmo, quel sentiero fosse malagevole, pure lo seguirono e si trovarono in brev'ora in quella cantina a volta ove erano precipitati la sera del 17 febbraio, al rintocco della mezzanotte: colà giunti, fra le tavole scomposte, fra i rottami e le schegge dell'assito, Giovanni si diè premura di raccogliere le ammassate carte, delle quali gran parte abbruciò al lume della torcia che rischiarava quell'antro. Dipoi, salito arrampicandosi su pel muro superiore, potè col premere altra molla riporre il tavolato al suo posto, e dalla stanza, di cui aveva fatto tornare a sesto il pavimento, passò in quella contigua, nel muro della quale v'era un armario da lui solo conosciuto e che s'internava nella parete senza dare al di fuori idea che vi fosse tale ripostiglio. Aperto l'armario, ne trasse due eccellenti pistole e due passaporti, uno inglese ed uno francese. Nel primo era qualificato come cavaliere Hautbuisson membro della Legion d'Onore e dell'ordine di San Luigi, ed in questo aspetto era stato invitato alla festa di madama Guglielmi, in quel ballo la sera antecedente alla catastrofe; col secondo egli appariva sir Edmond Rokeby capitano in riposo e ricco viaggiatore sul continente. Giovanni divisò di servirsi di questo nome per rientrare in Livorno, ed avendo raso la barba e i mostacci, apparve uno dei più bei giovani d'Inghilterra. Ed infatti la sua bianca e rubiconda carnagione, i suoi capelli biondi, i suoi occhi cerulei molto si confacevano al personaggio ch'ei voleva rappresentare. Nell'armario segreto egli avea molti abiti adatti a vari travestimenti. Abbigliato ch'ei fu nella nuova maniera, si avviò con passo franco verso Livorno come se di poco ne fosse uscito, ed Iago, che lo precedè, s'incaricò del trasporto di un baule di biancheria ad una delle prime locande. Per qualche giorno le più brillanti conversazioni della città si stimarono liete di possedere l'amabile e dotto capitano di marina inglese, ed egli appunto si era dato a frequentare tali società onde meglio nascondere il vero esser suo ed apprendere, nel sentirne parlare, la sorte dell'adorata Rosina.

Ed infatti spesso ne udì tener proposito; ma ahimè! le più strane congetture si facevano intorno alla di lei sparizione. Si diceva che ella fosse perita affogata in uno dei canali della città; si diceva fuggita con qualcheduno dei settari; insomma si diceva una quantità di bugie le quali lacerarono il cuore del povero Giovanni, mentre affettava una stoica indifferenza, onde meglio conservare l'impassibile aspetto d'inglese. Facendola da forastiero, volle anche visitar Pisa, come ognun s'imagina, per attinger novelle della infelice Esmeralda, anch'essa misteriosamente sparita.

Tornate invano le sue lunghe indagini su ciò, soprafatto da intenso affanno, alla perfine si era ricondotto a Livorno, ove non si ristette dal tener pratiche con alcuni dei dispersi congiurati; avvedendosi peraltro come lo spirito di quella gioventù si fosse cambiato per l'abbattimento in cui erano caduti alla notizia del come lor cose peggiorassero in tutta la penisola, Giovanni pure decise di attendere tempo ed occasion migliore e, trasandando la pubblica cosa, sue cure tutte volse agli affari privati, riservandosi di ascriversi alla milizia in qualche stato straniero quando che tutte le più minute ricerche intorno alle donne del suo cuore fossero pienamente esaurite. Un altro pensiero stava pur fitto nella mente di Giovanni, ed era quello di nobilmente vendicarsi del satanico Basilio, le cui iniquità erangli state narrate da padre Gonsalvo. E guai all'ipocrita se Giovanni fosse stato uomo di ricorrere a tradimento! per l'ipocrita sarebbe stata finita. Ma no: il nostro eroe, che sappiamo essere un singolare entusiasta, abborriva da ogni opera che agli occhi suoi fosse paruta infame. Desiderava la morte di Basilio, ma avrebbe desiderato dargliela in un duello all'ultimo sangue. Ah povero Giovanni! piuttosto sarebbe possibile all'acqua di un fiume il muoversi verso la sorgente, di quello che il signor Basilio avesse voluto cimentarsi con la spada o colla pistola alla mano; fermo peraltro nel suo pensiero di provocare il codardo impostore, Giovanni, che teneva vita d'uomo dedito al lusso, in uno dei migliori alberghi della città, contornato da amici novelli, fece un giorno dopo lauto pranzo cadere il discorso sulle mode e sopra i migliori mercanti. Non mancò di esser nominato fra questi il signor Basilio, e pregò gli amici di condurlo alla bottega di costui onde provvedere elegante vestiario per una prossima festa da ballo. In breve l'ufficiale e gli amici furono in bottega del mercante, ed il signor Basilio, facendo il collo più torto del solito, non mancò di complimenti e cortesie, mostrò le stoffe da cima a fondo e si augurò gran guadagno. Il sangue bolliva nelle vene a Giovanni, ripensando alle infamie di costui, e fu mille volte tentato di fracassargli il cranio con una pistola. Volendolo peraltro in qualunque modo provocare, domandógli il prezzo d'un abito. Quantunque il bottegaio gli richiedesse il giusto (e qui conviene avvertire che sebbene il signor Basilio comprasse roba rubata a mezzo prezzo, la vendeva a prezzo corrente),

—Voi siete un infame ladro, gli disse Giovanni affettando accento forastiero, un infame ladro, aggiunse guardandolo con occhio di disprezzo.

—Sarà come piace a vostra Eccellenza.—

Ah cane! disse fra sè Giovanni, manco all'ingiurie ti scuoti? or vedremo. E guardandolo con più fiero cipiglio, alzata la mano destra, lanciò sulla guancia del mercante un potentissimo schiaffo.

Il signor Basilio, che sentì crollarsi i denti dalla parte percossa, rispose con un sorriso e con un gentilissimo inchino. E quindi volgendosi agli amici del finto Inglese prese a dire:

—Ah! ah! Milord è in collera: voglio placarlo; il mio facchino porterà al suo albergo le stoffe più belle ed al miglior prezzo.

—Non voglio niente da voi, urlò Giovanni irato per la fallita impresa: mi sono divertito. Tenete per il vostro incomodo, brutto e vile scimmiotto!—

E gli lanciò sul banco un pugno di monete, quindi si allontanò.

Bizzarri questi inglesi! disse fra sè Basilio curvandosi fino a terra per fare un profondissimo inchino; hanno sempre le mani avanti: fortuna che io per sì piccole cose non mi scaldo. E raccogliendo il denaro, se lo pose in tasca.

La sera mentre trovossi nella solita bottega del tabaccaio, gli disse il padrone di quella:

—Di grazia, signor Basilio, ma è vero che V. S. ha quest'oggi buscato il titolo di ladro e più uno schiaffo da un milord inglese?

—Verissimo, Sua Eccellenza si è degnata di applicare una delle sue mani alla mia guancia.

—Delicata quell'applicazione! riprese il tabaccaio, io per me non mi curerei di simili onorificenze.

—E che fareste? sentiamo.

—Ricorrerei.

—Per queste bagattelle uh!

—Eh! chiamate bagattelle il titolo di ladro e uno schiaffo?

—Parlando sul serio, vi dirò che l'uomo deve essere umile; e poi non lo dice la santa Scrittura che se vien dato uno schiaffo, bisogna voltarsi dall'altra parte per averne un secondo? Non lo sapete che gli umili vanno alla celeste beatitudine?

—Buon pro vi faccia, signor Basilio! avete una gran pazienza; vi ammiro, ma non saprei imitarvi.—

Se fossi gonzo, disse fra sè l'ipocrita quando fu per la via, a pigliarla con i milord che nuotano nell'oro. Ricorrere? Ricorrere a chi? alla giustizia? coi pezzi grossi ci si perde sempre, ed io degnissimo signor Basilio me ne tornerei colle trombe nel sacco. Sì, sì!… vorrebbero dar ragione ad un Basilio e torto ad un milord! queste son cose che usavano ai tempi del re Pipino. D'altronde ho mezzi di risarcirmi nel segreto pacifico mio albergo coi più squisiti piaceri di quei pochi disturbi del mondo sociale. L'uomo regna a casa sua. Ed in così dire, guardando l'orologio, fece un moto di sorpresa; eran passati due minuti dopo l'ora del periodico ritiro. E' s'avviò a casa.

—Ah! di quei perni di galantuomo se ne trovan pochi al mondo, aveva esclamato il tabaccaio, quando se ne fu andato; e gli altri della bottega risposero io coro:

—È proprio vero; colui è un Giobbe novello, è un gran santo.—

Nella camera del signor Basilio, che abbiamo saputo esser chiusa a tutti, meno che alla vecchia serva una volta alla settimana, esisteva nel pavimento a fianco del letto una botola, la quale però non era di legno, ma bensì di mattoni, sicchè quando era chiusa non poteva scorgersi, tanto era simile al resto del mattonato, e così pesante che una persona la quale fosse stata sotto di quella invano avrebbe tentato di alzarla. Il signor Basilio peraltro aveva il modo di aprirla colla maggior facilità del mondo, mediante una buona molla che terminava in un bottone di ferro; e siccome questo bottone avrebbe potuto essere scôrto, esso vi teneva sopra una delle gambe del suo letto. Tal botola l'aveva fatta da sè, poichè il signor Basilio era, oltre che ladro, adultero, ecc., ecc., anche fabbricatore di false chiavi, e conosceva così bene la meccanica che ne avrebbe potuto tener scuola. Fino da qualche anno in una circostanza di pessima invernata non uscì mai; e siccome si serrava sempre in camera, ognuno ignorò cosa facesse: quanto ai mattoni ed alla calcina n'erano occorsi ben pochi ed aveva portato colà il tutto, celandolo sotto il pastrano ed involtando il gesso in un fazzoletto da naso. Il signor Basilio aveva scoperto che sotto il pavimento della sua camera era una stanza, forse in antico servita per qualche uso domestico, di cui era stato coll'andar dei secoli turato affatto l'ingresso, forse nel tempo in cui la strada era più bassa, e chi sa quante centinaia d'anni prima? Sceso in questa stanza sotterranea, aveva veduto che essa metteva in un corridoio lungo, umido e stretto, il quale in fondo gradatamente discendeva ed entrava in un canale asciutto, che nei secoli andati probabilmente esser poteva stato uno dei canali di sfogo a qualche fogna. Da questo canale si passava in un recinto affatto scavato nel terreno arenoso, in mezzo a cui stava un pozzo per la vetustà asciutto ed ingombro di materiali.

Il signor Basilio aveva scoperto con gioia questo laberinto sotterraneo incognito a tutti fuori che a lui e che si sprofondava moltissime braccia sotterra. Gli venne subito il pensiero di metterlo a profitto per le sue illecite speculazioni: onde, con indefessa fatica sgombrato il pozzo, in cui discendeva con una piccola scala a piuoli, si accinse a render quel recipiente atto a nascondere i suoi tesori, persuaso che in quel luogo non sarebbero stati nè scoperti nè derubati. Lo scaltro briccone dopo lunghissima fatica era giunto a fare dentro il pozzo degli scavi laterali a guisa di armari, entro cui ripose una quantità di oggetti di ogni genere che esso comprava dai ladri e dagli assassini di Livorno; talchè in quegli armari si vedevano vesti, collane, ori, coralli seterie e altre robe preziose, poichè robe di poco valore e di molto ingombro non ne acquistava giammai. In fondo al pozzo aveva lasciato nudo il terreno onde non avere impedimento di sorta nel calarvi la scala a piuoli che teneva celata nel corridoio. Quella cloaca ove regnava una perpetua notte abbondava d'indicibili ricchezze. E qui giova accennare che il signor Basilio nell'acquistare la roba dei ladri si valeva del giorno di sabbato, in cui aveva permesso a tutti i poveri di accedere alla sua abitazione per avere la settimanale limosina; e così agli occhi del mondo la carità era una delle più grandi sue virtù. E sotto la specie di accattoni, ladri di ogni sorta andavano a lui: ed egli ad uno per volta li faceva entrare nella sua camera e comprava gli oggetti, che poi calava nel rammentato pozzo.

All'epoca della schiaffo datogli da Giovanni era qualche giorno che gli armari del pozzo erano chiusi dai loro sportelli, e ciò non senza ragione.

In fondo al pozzo sull'umidissimo terreno giaceva consunta dalla fame e dal freddo su poca paglia una creatura angelica a cui continue tenebre velavano gli occhi. Questa fanciulla era l'infelice Rosina.

Quattro dei più destri ladri usi a frequentare ogni sabbato la casa del signor Basilio vi avevano per larga mancia e nel più fitto di una notte invernale recata la sventurata giovinetta, che avevano rubata alla turpe magione di Vascello.

La fanciulla non aveva potuto gridare, poichè, immersa in un sonno letargico procuratole ad arte, era stata per mezzo dei ladri trasportata infra le tenebre dell'orribile pozzo; ed onde non potesse esser soccorsa dalla tenera Angiolina, la diabolica Catraia aveva anche a questa somministrata l'infernale pozione; talchè quando si destò trovossi priva dell'amabil compagna e padrona. Ma lasciamola nelle smanie per l'infausto avvenimento e passiamo a dare ai nostri lettori un'idea degli orribili tormenti che Rosina provava in fondo al suo carcere e che rileveremo dagli appresso monologhi.

«O madre mia! o mio fratello! voi non mi vedrete mai più; sono sepolta viva.

»Tenebre! eterne tenebre! Un poco di pane, quanto appena può starne in bocca, ogni due dì! acqua impura mi disseta.

»Povera Angiolina! È vero che eri sventurata più di me, si, più di me…. ma ora lo sono più di te. Ah! vacillo, mi sento morire!

»Un animale schifoso mi è passato sul viso; un rettile, un rettile! io sento il puzzo di muschio!… ah! mio Dio, toglimi alla vita, io te lo chiedo per pietà.

»Oh! Dio, eccolo…. eccolo…. veggo il lume: ecco il mio tiranno…. scende le scale, viene a tormentarmi…. Ma vieni, vieni pure…. Prima morta che tua…. sì…. ah! respiro…. non è lui; nessun lume viene a rischiarare questo abisso.

»Dove sono?… quante braccia sotterra?… sepolta viva! uomo empio… e tu ora alla faccia della terra sorriderai, ti beerai del mio martirio!… o illusi, fuggitelo, fuggitelo questo demonio incarnato!»

Con voci interrotte da' singulti la misera sfogava il suo intenso dolore; già da tre dì agonizzava nel fondo dell'orribile pozzo profondo trenta braccia sotterra: il barbaro signor Basilio ogni due giorni le portava due once di pane ed un boccale di acqua putrida.

—Questo è il tuo posto, superba, le aveva detto ogni volta che era sceso a portarle lo scarsissimo alimento. Questo è il tuo posto; tu non morrai, ma nè anco viverai: io mi vendico così; questo è il tuo luogo, il tuo nutrimento, questo il tuo letto nuziale, fino a che tu non ceda alla passione che mi divora per te.—

La misera invano colle più calde preghiere lo supplicava di darle la morte anzichè prolungarle la vita ormai insopportabile.

Quell'empio scherniva la moribonda.

—Fuggi fuggi adesso se ti riuscirà; nessuno, nessuno si curverà su te nell'ultimo tuo momento; i rettili immondi divoreranno il cadavere della superba.

—Demone in forma d'uomo! nel mezzo dei suoi strazi aveva urlato la giovine.

—Demone? aveva risposto con schernevole riso il traditore. Demone sarò qui sotterra, ma alla faccia del sole io sono l'ottimo signor Basilio, il ricco ed il benefico; e tu? sai chi sei tu? la condannata, la fuggitiva, l'amica di un congiurato. A me fama e vita, a te infamia e morte. Ma io voglio salvarti…. di' una parola, e ricchezze ed agi e fortuna ti darà Basilio se sarai la sua consorte.

—Ah giammai!

—Sarai la mia amica.

—No, demone d'inferno.

—Sarai la mia vittima.

—Ah!… il sono.

—Muori adunque!—

E l'orribile coperchio della botola, riserrandosi con fragore, lasciò l'infelice priva della presenza dell'infernale Basilio.

Costui periodicamente scendeva a tormentarla; ed ella ormai sentiva sempre più avvicinarsi l'ora estrema.

Ella morrà, diceva fra sè il signor Basilio udendo i di lei gemiti mentre stava sulla comoda sua poltrona nella camera. Ella morrà, ne sono certo; otto giorni di questa vita bastano ad uccidere un gigante: ella morrà; ebbene che m'importa? muoia pure. E vuotò un colmo bicchiere di vino del Reno che aveva sulla tavola.

Si avvicinava il termine della vita di Rosina; i rettili più schifosi, le tarantole, i sorci le passavano sul volto, sulle braccia, su tutte le membra; l'aria mofetica, pesante e diacciata, il lungo digiuno avevanla estenuata; ella già era fatta scheletro.

Il signor Basilio gioiva della sua preda e della sua vendetta. Il giorno che toccò lo schiaffo da Giovanni, schiaffo che tollerò con tanta rassegnazione, il che gli meritò gli elogi del tabaccaio, decise di tormentare più orribilmente Rosina e di sfogare su quel misero corpo tutta la sua sfrenata passione. Presa una lanterna ed armatosi di un pugnale, discese per la scala di legno a piuoli nel pozzo dopo la mezzanotte: incominciò le solite frasi, ma niuna risposta.

—È morta…. sclamò, è morta.

Ed infatti, toccata la giovinetta nel volto, sentì che era gelida come un cadavere. Curvatosi sulla misera, raccolse che non respirava. È morta, ripetè fra sè allontanando con un piede quel corpo bellissimo. Così muoiano i traditori e le superbe. Miratala poi nuovamente,—Ah! disse con sorriso beffardo, non fa bisogno di sepoltura; ma no… alle volte le combinazioni… Farò io da beccamorti. Non voglio che si scuoprano ossa quaggiù; le combinazioni son tante!—

E con una freddezza abominevole si mise a raccorre con una mano dei pezzi di masso staccati dalle umide pareti del pozzo per gettarli addosso al bel corpo di Rosina e così, diceva fra sè, seppellirla. Aveva in mano la prima pietra, quando una branca della scala si scosse. Il signor Basilio trasalì; che mai poteva averla fatta muovere? Per la prima volta quell'empio rabbrividì per la paura, non osando alzar il capo verso la imboccatura del pozzo che dava nel corridoio sotterraneo.

Il movimento della scala si ripetè.

Al signor Basilio caddero le pietre di mano. Postosi in ascolto, parvegli udire dei passi nel corridoio.

—Chi è là? sclamò, chi è là? Me misero! che mi sieno entrati in camera! eppure la casa è serrata! Ma no…. sarà un'illusione…. sarà il vento: questa è corrente d'aria.—

E così dicendo batteva i denti per il freddo e per la paura. Ma lo spavento di essere derubato la vinse su tutto; in un attimo salì la scala a piuoli e trovossi nel sotterraneo corridoio: ma qual vista!

Due figure venivano verso di lui aventi due fiaccole; una di esse era una donzella vestita di bianco, l'altra un uomo con uniforme da militare inglese.

Il signor Basilio si vide perduto; sentì vacillarsi la terra sotto i piedi.

—Infame! gli gridò la donzella, ricevi il premio delle tue scelleraggini!—E così dicendo gli piantò uno stile nel petto. Il signor Basilio cadde immerso nel suo sangue, ma nel cadere, ravvisata la fanciulla, ebbe forza di esclamare:

—Sciagurata! hai ucciso tuo padre.—

La fanciulla omicida svenne.

Di lì a pochi momenti l'ufficiale inglese entrò nella camera del signor Basilio, seco portando con immensa fatica, quasi corpi esanimi, Rosina e Angiolina.

CAPITOLO XVI.

Per viaggio.

Due mesi erano trascorsi dagli accennati avvenimenti, e sul naviglio da guerra, siccome dicemmo, veleggiavano verso l'ospitale America Giovanni, Rosina e Angiolina ancora. Sì, dopo che l'amica avevala salvata dal disonore, dalla morte, esse erano divenute ognor più inseparabili.

Secondo quanto accennammo sul principio del capitolo duodecimo, nella sala del naviglio s'intratteneva la vezzosa Angiolina, la cui mestizia si appalesava sempre più viva dal principio del viaggio. Troppe erano le dolorose sue reminiscenze; e sebbene purificata dopo i suoi involontari trascorsi, da cui se il suo bel corpo fu macchiato, ne rimase l'anima intatta, pure ella non si persuadeva, a malgrado delle tante assicurazioni degli amici suoi, di esser degna di entrare nel consorzio delle persone dabbene.

—Ah! Invano tentate di consolarmi su tal proposito, prendeva a dire appunto, seduta sul canapè di rimpetto a Giovanni assiso sul cannone. Invano credete, signore, che abbia a cancellarsi la macchia che mi rese immonda; sia pure che la vita di aberrazione e di licenza da me passata fosse l'effetto di forza superiore, ch'io calcassi nel colmo della più buia ignoranza del bene e del male le empie vie della turpitudine; ditemi, non è forse più turpe il nascer mio? Pur troppo io passo per figlia legittima di un uomo infame per delitti di furto e di sangue, morto avvelenato in una prigione; e sono figlia adulterina d'un uomo forse anco più infame, del signor Basilio.

—Zitta là, aveva ripreso Rosina, che da una delle contigue stanze era passata in quella ove stava Giovanni e l'amica, zitta un po': chi mai è responsabile della nascita? siam forse arbitri di scegliere pria di venire al mondo? Se così fosse, tutti vorrebbero esser figli di persone elevate, ricche e felici. Tali idee, non cesserò mai dal ripeterlo, ti fanno torto; tu devi considerarti come l'oro, che nasce ingombro di terra e di altri metalli impuri, ma che si purifica al fuoco; tu sei purificata nel crogiuolo della sventura. Il tuo spontaneo fuggire l'abisso in cui ti avvolse dal nascere il più tristo dei destini, e il sortirne senza aiuto, colle forze tue proprie, forze di misera ed abbandonata fanciulla, bastano a renderti grande, magnanima, degna d'invidia.—

Giovanni assentì col capo, e le due amiche si dettero un lungo abbraccio e molti baci.

—Ma orsù, per distrarsi prese a dimandare Rosina, dimmi un po', come facesti a scoprire il mio nascondiglio?

—Oh! s'altro non vuoi, tel dico subito. La mattina nella quale mi avvidi della tua sparizione, io mi feci a sospettare qualche tradimento, e la confusione in cui era la Vascello mi confermò nell'idea. Tutto quel giorno peraltro stetti cheta, poichè il mistero per il quale tu eri entrata colà mi era ignoto. Fortunatamente giunse in quei dì il buon padre Gonsalvo, e non cadde dubbio in me dolente delle tue sventure che questa fosse opera di colui…. (e qui si terse una lacrima) di colui che attese che la figlia gli vibrasse un pugnale nel petto per chiamarsi padre adultero, di colui che godo sia sfuggito alla morte, che gli avrebbe cacciata l'anima all'inferno e che mai non riconoscerò per padre (pregando peraltro ogni giorno per lui). Chi altri mai poteva aver comandato quel ratto? tu vedi che non ci voleva molta scaltrezza dopo l'orribile scena che ebbi a patire per causa di esso. Secondo che ti narrai quando eravamo dalla Vascello, io non ignorava come il signor Basilio avesse aderenti nei frequentatori di quel luogo. Tacqui covando il pensiero di salvarti dall'uomo terribile, e poco stante, fuggita dall'abitazione infame, mi ricovrai dalla donna dell'osteria dei Tre Mori. Voi sapete come Concetta fu mia compagna d'infanzia. Perciò colà venni in chiaro di tutto; il ganzo di Concetta fu uno dei rapitori, il quale non resse alle dimande della bella, che poi ne fece a me il racconto.

—Povera Angiolina! quante premure! Iddio te ne rimeriterà. Ti farà felice,

—Ah!… esclamò con un sospiro la fanciulla. Dunque, tornando al nostro discorso, io conosceva il luogo del tuo supplizio; ma come liberarti? io, inerme, povera, fuggiasca, che altro asilo non aveva per me che una misera osteria di cattiva fama, altro sostentamento che quello della carità dei padroni dell'osteria stessa? senza amici a cui fidarmi, io quasi disperava, e calcolava che ogni istante nelle mani di quell'uomo essere doveva insoffribile per te. Stolta! e non sapeva che alle buone azioni ci aiuta sempre un Dio? sì, venne il soccorso. Una sera capitò nell'osteria il tuo Giovanni; la sua figura vantaggiosa, il suo bell'aspetto mi fece subito tale impressione che non me ne scorderò mai.—

E qui bisogna pur dirlo, vi era nell'espressione della voce dell'Angiolina tale una dolcezza inesprimibile, tal mestizia nei suoi sguardi che le davano un celeste incanto.

—Veduto il tuo Giovanni e saputo dalla Concetta esser egli appunto quell'amante di cui mi avevi favellato. Ah! dissi, ecco il soccorso di Dio! e colle mani giunte, col cuore immerso nel giubilo ringraziai il Dator d'ogni bene. A Giovanni io spiegai il tutto. Lui solo può dirlo di qual gioia si sentisse compreso nel saperti ritrovata, ma ahimè! nelle mani però dell'empio tuo persecutore. Poche ore bastarono per porre in pronto il mezzo di salvarti, se pure ne fossimo stati in tempo. Il cielo secondò le nostre brame, una scala di corda e due rampini servirono per far giungere alla finestra l'Arciero, uno dei più famosi ladri della città. Ah! non ti stupire dei mezzi che adoprammo per salvarti. Costui, giunto alla finestra, reciso il cristallo con un brillante che aveva in dito, aperse la finestra della camera, disceso, spalancò l'uscio di strada, e noi ci introducemmo nell'abitazione seguendo l'amante di Concetta, fummo nel sotterraneo del pozzo. Il tuo Giovanni aveva vestito l'uniforme per maggior sicurezza nel caso che fossero accorsi dei curiosi; ei sapeva qual divisa rispettata vestisse, divisa che allora portava indebitamente, ma che adesso veste in ragione del suo ufficio. Il di più dell'avventura notturna non posso dirtelo; tu sai ch'io colpissi, che versai il sangue d'un uomo infame, ma che, ahimè! si vanta mio genitore.—

Il racconto terminò con lacrime di tenerezza. Le due amiche salirono sul ponte a passeggiare per respirare le placidissime aure marine. Il nostro Giovanni si rimase nella camera solo. Colla donna del cuor suo era egli felice? ah! pur troppo due cose lo tormentavano nell'anima: l'amore fervente di patria e le nessune nuove della sventurata sorella. Rosina peraltro, tutta in preda alla gioia di esser per sempre sfuggita all'empio signor Basilio, sapeva salvi la madre ed il fratello, e sperava di veder ricomposti gli sbilanciati interessi della madre stessa, mercè le assidue cure del padre Gonsalvo. E nei primi momenti di un appagato amore ella non aveva altre afflizioni che l'afflizione dell'uomo adorato. Ma egli era allora suo sposo? quali erano state le vicende sue nei due mesi dell'avvenuto ratto e liberazione? Noi potremo saperlo leggendo le seguenti lettere dirette alla madre ed al fratello.

LETTERA I.

Mia cara madre, Malta, li 27 marzo 1821.

Non prima d'ora ho potuto scrivervi, durante il mio viaggio; il medico mi aveva proibito d'occuparmi. Sì, madre mia, io sono stata sull'orlo del sepolcro: un Dio mi ha conservata all'affetto vostro e di colui che mi ha salvata ed al quale col più sacro titolo appartengo. Il venerando padre Gonsalvo, il mio tenero Giovanni so avervi scritto la istoria delle mie sventure fino alla notte in cui venni esanime e puro scheletro involata a morte certa, poichè il barbaro mio rapitore era già sul procinto di seppellirmi: inorridisco al solo pensarvi. Iddio mi usò misericordia di avermi tolti i sensi in quell'estremo momento: almeno io non vidi l'ultima volta colui che ha rovinata e dispersa completamente la nostra famiglia, ne ha involate le sostanze, disonorato il nome. Ma il tempo della giustizia divina verrà e verrà tremenda: colui non è morto, Iddio non senza ragione serba quella vita abominevole; chi sa qual morte gli prepara la vendetta dell'Onnipossente? Nel momento della mia liberazione io nol vidi, come anche non vidi le creature che mi liberarono, cioè Giovanni ed Angiolina. (Di costei, mia tenera amica, so avervi scritto a lungo il buon padre Gonsalvo.) Quando ripresi i sensi mi avvidi di essere in una stanza mobile; infatti io mi trovava in un naviglio: come mi vi conducessero, eccovelo.

Giovanni aveva condotti nella camera del signor Basilio uomini arrischiati e pronti ad ogni suo cenno: a costoro affidò l'Angiolina svenuta, e quanto a me volle egli stesso darsi cura di questo, com'egli lo chiamò, carissimo peso. Ei temea sempre di perdermi nuovamente. In breve fummo condotte in una barchetta che ci attendeva nel fosso vicino e di là fummo trasportati da quell'agile schifo oltre il Calambrone. Come ei facesse ad oltrepassare la dogana senza che fosse veduto quel che stava in fondo al battello, nol so; ma mi do a credere che quei remiganti, espertissimi contrabbandieri, non nuovi a passare alla insaputa delle guardie doganali, manco pensassero a quella difficoltà; forse le guardie furono innocenti, forse comprate, ma ciò non interessa al mio racconto. Quando mi destai dal mio lungo sopore, io, come vi diceva, era in una comodissima camera di un naviglio, la bandiera del quale così è temuta che, sebbene a poche miglia di distanza dal signor Basilio, non sarebbero bastati cento suoi pari a levarmi di colà. E poi il degno signor galantuomo aveva altro da pensare in quel momento. Noi anzi per molti giorni il tenemmo siccome morto; e se nol fu, convien dire che il demonio avesse prodigiosamente salvato quel suo favorito. Al primo ritornare in vita io non riconobbi nè Giovanni nè Angiolina, che continuamente al mio fianco stettero ad assistermi, nè da me furono riconosciuti se non dopo qualche giorno e quando mille cure vi vollero per farmi riprendere le forze smarrite a causa degli orribili patimenti da me sofferti in quel pozzo del signor Basilio. Come fui in grado di poter resistere alla consolazione, Giovanni mi si palesò qual era: ciò basta; di più non posso dirvi, sebbene siate mia madre; è un segreto che egli confidò a me sola e che niuno oltre di me può conoscere. Vi basti che esso è degno di me, di voi, di Alfredo, di tutta la famiglia. Io credo che il mio Giovanni sia uno di quegli esseri straordinari che appariscono a quando a quando nel mondo per far prendere al secolo in cui nacquero tutta l'impronta delle loro passioni: giovane ancora, egli non è conosciuto, ma tempo verrà che si farà conoscere ed il mondo lungamente parlerà di lui, quando solo uno di quegli alti meriti che lo adornano egli si avesse. Io gli debbo l'onore e la vita, che senza di lui avrei perduta nelle mani del signor Basilio. Datosi egli a conoscere, senza quel misterioso linguaggio che è solito usare quando in specie lavora ad un gran piano che va maturando, egli mi si appalesò, ed io non resistetti ai di lui desiderii di farmi sua sposa; quando pur l'amore non mi avesse consigliato di fare tal passo, mi vi spingevano la mia ragione, la mia critica situazione. Che aveva a fare io isolata al mondo? Che avrebbe detto il mondo se avessi dimorato sciolta dai vincoli del sacro legame coll'uomo cui sono debitrice della vita? Sì, mia cara madre, padre Gonsalvo ci dette la benedizione nuziale poco prima che il naviglio mettesse alla vela. Il giorno di tale avvenimento fu giorno festivo per tutto l'equipaggio; il legno fu tutto bandiere, ed in mezzo agli evviva di quella buona gente fui salutata sposa, La mia debolezza era estrema; appena potei uscire dal letto della mia lunga infermità per trasportarmi all'altare, ma di più non poteva indugiarsi. Ah! madre mia, io fui felice, felice però quanto poteva esserlo una figlia che non vide la madre assistere ai suoi sponsali, che vede l'uomo che ama non lieto ma cogitabondo. Ahimè! sempre più mi persuado non esservi in terra completa felicità.

Noi siamo a Malta; il mio avventuriero (che così soglio per vezzo chiamare il mio sposo) trova oro ed amici in tutte le parti del mondo. Al vedere come è ossequiato, come è compiaciuto, come ricercato da tutte le persone, voi lo credereste un gran principe: io però non me ne meraviglio; le più scelte dame di qui si compiacciono chiamarmi sorella, mi scelgono per compagna e per intima amica. Ah! son pur lieta in questa isola amena, e spero farvi un progetto al quale m'auguro vedervi sorridere. Ma…. qui chiudo la lettera: pochissimo vi ho scritto come figlia, troppo come convalescente; se lo sapesse il medico! mi sgriderebbe, ma gli farò il piccolo torto di non dirgli nulla.

Vi bacio la mano.

La vostra obbed. ed amorosa

ROSINA

LETTERA II.

Cara mamma, Malta, li 30 marzo 1821.

Attendeva vostre lettere per continuare la mia corrispondenza.

Sono lietissima di sentire che voi avete approvato il mio matrimonio e che le speranze di riacquistare le facoltà vostre a Livorno sono vive mercè le premure dell'ottimo padre Gonsalvo. Ma di più avrei goduto se avessi saputo che la nostra buona fama fosse ristabilita. Quanto a voi è sperabile, ma quanto a me ho il dolore di essere sempre calunniata senza poter giustificarmi nella mia buona patria. Ciò lo apprendo da un articolo della gazzetta in data di Livorno; quella lettura mi fece molto piangere e mi fruttò una lunga sgridata per parte di Giovanni, il quale con serietà mi disse:

—Non sono i giornali che coi loro comprati articoli danno o tolgono la fama agli uomini; sono le loro azioni, è il mondo che ne giudica, gli eventi che li coronano di alloro.—E qui prese un'espressione di profeta. Pure voglio trascrivervi l'articolo tal quale, nel dubbio che voi non lo abbiate letto.

«Nello scorso mese la nostra città di Livorno fu teatro di un avvenimento che farebbe anco più orrore, se non si sapesse essere opera di gente perduta e dedita a trame contro i buoni per sovvertimento della macchina sociale. Questo avvenimento è un assassinio commesso sopra uno dei più onesti mercanti di questa città, il signor Basilio Semplici. Costui, che, come ognun sa, vive ritiratissimo, dedito ai suoi affari e all'opere di vera e rara pietà religiosa, ha un quartiere situato in via del teatro degli Avvalorati. In questo quartiere è posta una stanza nella quale l'insigne capitalista ha con molta prudenza celati quei tesori, frutto dei suoi risparmi e lucri commerciali che, proprio convien dire, benedetti dal cielo, cotanto si sono prodigiosamente aumentati, poichè, a quanto dicesi pubblicamente, non vi ha uomo più denaroso di lui nella nostra città. L'avvenimento dell'assassinio non sarebbe tanto straordinario, se non vi fossero pur troppo dei particolari che meritano di esser pubblicati nel nostro giornale. Convien sapere che sino dalla sera del 17 febbraio decorso era misteriosamente scomparsa la fanciulla Rosina figlia di quella vedova Guglielmi adesso sfrattata dalla città per non pochi sospetti di liberalismo. La figlia di lei, la quale era fuggita per darsi impunemente in preda ad una tresca scandalosa con uno dei capi di quei settari dai quali è avvelenata la città nostra, stata era dal medesimo abbandonata in una casa di empietà, in quella cioè della famigerata Vascello (ecco cosa guadagnano le imprudenti giovani a calcare le vie del vizio). Di colà, priva di mezzi e nella vergogna, la giovane non aveva osato di ritornare nella famiglia materna, tanto più sapendo esistere contro di lei un ordine di cattura. Nel colmo della miseria pensò ricorrere al degno signor Basilio, il quale per carità aveva prestato delle rilevanti somme alla madre di lei (truffategli di poi). Il buon uomo, veduto il pericolo della fanciulla e la di lei perdizione, sperando ricondurla al buon sentiero ed al pentimento con farla rinchiudere in appresso in una pia casa di penitenza, si degnò di accordare alla sconsigliata giovane la sua protezione, e di notte tempo le permise di nascondersi nella sua abitazione, ove per alquanti giorni la tenne celata, colmandola di mille attenzioni e facendola servire da una cameriera per nome Angiolina, che ei credeva dabbene. Questo tempo fu impiegato dal caritatevole signor Basilio nel curare alla traviata fanciulla un collocamento in un reclusorio di monache che va fondandosi; nella qual cosa ebbe molto a penare, stante la pessima fama che già correva di quella giovane: pure, a forza di amicizie e di danaro, era quasi riuscito nel benevolo intento e ne rendeva grazie al cielo, quando quelle donne infernali tramarono a lui la ruina e la morte. Scoperto ai loro drudi il tesoro del negoziante, in una notte, mentre costui riposava lieto di esser al punto di compire l'incominciata opera di misericordia di cui non aveva ad alcuno svelato il segreto, le due donne apersero l'uscio ai ladri, i quali pugnalarono il signor Basilio, che per un vero miracolo scampò la vita. Pare che la paura atterrisse i masnadieri, i quali s'involarono senza commettere il furto. La mattina di quella notte terribile, la donna di servizio e la padrona del quartiere, meravigliate in vedere la porta della camera del signor Basilio aperta, il che non era mai accaduto, temerono di qualche sventura e s'innoltrarono in quella, che trovarono vuota. Penetrarono allora nell'andito sotterraneo, da esse veduto per la prima volta, e trovarono nel fondo quel galantuomo immerso nel suo sangue con uno stile nel petto e quasi privo di vita. E qui giova avvertire che il degno uomo, per meglio prodigare attenzioni alle ospiti traditrici nel tempo di loro dimora con lui, aveva loro ceduto la sua camera ed il suo letto, e si era ritirato in fondo ad un pozzo situato all'estremità di quel corridoio su poca ed umida paglia, passando la notte in continue preghiere e digiuni onde implorare che il cielo perdonasse alla sconsigliata giovane, che egli amava qual figlia, i suoi lunghi trascorsi. Siamo lieti di tessere nel nostro giornale i meritati elogi di questo moderno eroe della carità, che senza questo avvenimento avrebbe nella tenebre della modestia sepolto questo nuovo tratto di esemplare virtù. Gli assassini sono scomparsi o forse si nascondono ancora nella tenebrosità di cui non è scevra questa città nostra. Quanto alle due fanciulle, si sa essersi vendute ad un signore forestiere, ufficiale di marina, il quale è scomparso nella mattina susseguente al tragico avvenimento e partito per le Indie orientali. Quelle due sciagurate espieranno probabilmente colà il fio delle loro colpe, passando al servizio di qualche capo d'Indiani, che, come ognun sa, tengono le donne in concetto poco men che di bestie.

»Il signor Basilio, maravigliosamente restituito alla vita, agli amici, ai poveri, agli orfani, corre voce che voglia consacrare il resto dei suoi giorni alla quiete del chiostro, lasciando gli immensi suoi averi ai miserabili.»

Il bugiardo articolo, cara mamma, contiene altre frasi intorno alla mia persona, che io amo di non trascrivere; oggi mi sento le vampe al viso, sebbene innocente. Sapeva già che nulla vi è di più menzognero di certi giornali che passano per le mani di tutti, ma non credeva possibile tanta sfrontatezza nella stampa. Quantunque io pensi che nessuna sensata persona, se si eccettuano i partigiani della ipocrisia, potrà credere a simili menzogne, pure mi angustia il dubbio che un tale articolo possa nuocere agli interessi vostri e di mio fratello Alfredo, il quale occupa un grado rispettabile nell'armata. Non vorrei che aprisse una strada ai nemici suoi onde togliergli un meritato avanzamento; vero è che si può ribattere l'empio articolo con una minuta descrizione dei casi i quali percossero me, grazie al cielo, innocente, sebbene infelice. Voleva insistere presso il mio sposo affinchè, nel Malta-Mail, reputato giornale che qui si pubblica, si rispondesse alle sfrontate menzogne della Gazzetta Livornese, ma egli mi ha replicato con aria di nobile sicurezza:—Mia cara Rosina, tempo verrà che io darò replica alle parole coi fatti e non colle ciarle.—Non oso inquietare su tal proposito ulteriormente lo sposo mio. Intanto la provvidenza si è compiaciuta di temperare con un favore insperato il dolore prodottomi dalla iniqua e falsa narrazione del citato articolo, pubblicato certamente sotto l'influenza e coi denari del signor Basilio. Mio marito, il quale nel tempo passato prestò dei servigi alla Gran Bretagna, è stato ricevuto al soldo di quella formidabile potenza. Nel momento in cui vi scrivo gli viene consegnato il brevetto di luogotenente di fregata. E per quanto ci assicura il lord governatore di Malta, egli prenderà il comando di una corvetta chiamata per bizzarra combinazione The Rosina, la quale giunger dee da Alessandria in questo porto. Se potrà ottener quel comando, lo scriverò con altra mia diretta a voi o a mio fratello, a cui voglio far giungere i miei caratteri per avere il piacere di ricevere i suoi.

Di cuore mi dico

Vostra affez. figlia

ROSINA.

LETTERA III.

Al sig. comandante dei bersaglieri di Genova.

Caro Alfredo, fratello diletto,

A bordo della corvetta Rosina, il 28 aprile 1821.

Comincio la mia lettera con dirti prima di tutto avere in questa notte avuto un sogno molto lieto. Non increspare le ciglia sentendo come io mi rallegri di un sogno, caro fratello: spesse volte le notturne visioni sono state annunzio di future disgrazie; or perchè mai ci sarà vietato credere che alcune possano presagirci felicità avvenire? Mi sono sognata di essere in un bosco ove alcuni amici avevano a noi apprestata una lauta refezione; e, nota bene, era un bosco di palmizi della specie di quelli che insieme cogli arboscelli di aranci e di limoni danno un fresco refrigerante ed imbalsamano l'aria di soavi profumi nei climi meridionali. Già la mensa frugale, cui avevamo preso parte seduti sull'erba fiorita vicini ad una fontana di acqua zampillante e limpidissima, era al suo termine; quando sentimmo da vicino il preludio di un'arpa e quindi una dolce canzone patetica che ci ha scosso le fibre. Fra non molto vedemmo avanzarsi verso di noi una donna assai bella seco traentesi un grazioso fanciullino di sette in otto anni il quale aveva una piccola arpa al collo; e tosto abbiamo indovinato esser ella la cantatrice, ed il fanciullino l'amabile suonatore. La dolce fisionomia della donna e del fanciullo ed il loro meschino abbigliamento ci hanno commosso: e subito abbiamo pensato di far ristorare e la cantante ed il suonatore col resto del nostro pasto campereccio, mettendo inoltre mano alla borsa per trarne qualche moneta d'oro da darsi ai virtuosi di musica, il cui aspetto ci diceva chiaramente essere acceduti fino a noi coll'animo di ricreare la brigata e di ottenere dalla nostra liberalità alcun che onde andare avanti nella misera vita. Ci proponevamo di domandare alla signora (poichè, malgrado il di lei abito e lo squallor del suo volto, appariva essa fornita di modi eleganti e civili) la di lei istoria, che ci auguravamo interessante, quando tu, che eri alla refezione, ma ti trovavi distante per esplodere il tuo archibuso contro di una quaglia, ritornato in quel momento, hai gettato un grido e, abbandonato il fucile, ti sei precipitato al collo della signora gridando: Esmeralda! e dopo molte carezze ella ti disse con tenera voce: Alfredo, benedici tuo figlio.

In mezzo all'effusione dei trasporti della tua amante e del tenerello suonatore di arpa, mi sono svegliata. Ti confesso che mi è dispiaciuto di destarmi così presto. Ebbene, mi dirai tu, amata sorella, a che riaprire le più funeste piaghe del mio cuore? Pur troppo ho perduto il mio idolo, pur troppo a quest'ora Esmeralda non respira più le aure vitali! No, mio caro fratello, il mio sogno non dee dolerti; esso è un avviso del cielo. La misera tua amica, in preda all'aberrazione sua mentale, scomparsa dal convento di Santa Chiara, quando pur fosse caduta vittima della sua frenesia, non si riunirà ella forse con noi dopo questa misera vita nel prato delle celesti beatitudini? Sì, mio Alfredo: il mio sogno è lieto, possa stillare nel tuo cuore quella dolcezza che stillò nel mio e renderti paziente nelle avversità, più gagliardo nel nobil mestiere delle armi.

Passando dalla visione alla realtà, pregoti dire, alla nostra tenera madre che la corvetta La Rosina è giunta di Alessandria, ed è di su questa che io ti scrivo, mentre spieghiamo le vele per la Barbada, una delle Antille inglesi, vicina alla seconda patria del mio Giovanni. Esso è il comandante in capo del naviglio, ed anzi, giunti che saremo colà, egli, come praticissimo di quei luoghi, viene interinalmente nominato governatore dell'isola. Noi crediamo che, vicini alla Guadaluppa, ci sarà facile ricuperare i beni di Giovanni, tanto più ora che l'Inghilterra, di cui egli è milite, è in buona armonia colla Francia. Se però tal cosa non mi riesce, noi abbiamo tanto da star bene, anzi benissimo. Già so aver egli scritto a nostra madre che, appena stabilito alla Barbada, vuole ch'ella si riunisca a noi e desidera che tu pure, ottenuto il congedo, venga nel nuovo mondo, il quale è, come dice Giovanni, tanto meglio del vecchio. Vorrei per altro che il nuovo mondo gli facesse uscir di mente certe idee che vi ha impietrite, ma come sposa non me ne ristarò.

Una notizia ho saputa la quale in parte mi affligge, in parte mi consola. Si dice che il venerabile padre Gonsalvo abbia abbandonata l'abbazia di Montenero a malgrado della sua avanzata età, per entrare nella carriera dei missionari. Caro Alfredo, sarebbe mai questo un effetto delle opere del signor Basilio, cui certamente non poteva garbare la vicinanza di padre Gonsalvo? Io molto ne dubito; vero è che il venerando; abbate non ci ha scritto nulla. Ah! se la notizia fosse vera, addio interessi nostri a Livorno. Ebbene, se Iddio ci provvede da altra parte, non possiamo lamentarci: anzi se padre Gonsalvo è divenuto un missionario, potrò vederlo in America, mentre se ei restasse a Montenero, nol vedrei mai più. A Livorno ho detto addio per sempre. Ama la tua sorella.

ROSINA.

CAPITOLO XVII.

Alla Barbada.

Il tempo, che passa velocemente più che non può fare un racconto, era trascorso colle immense sue ali attraverso alcuni anni dall'epoca in cui ebbero luogo i passati avvenimenti. Già da tre lustri la gentile, appassionata ed avventurata Rosina trovavasi alla Barbada, ove il suo Giovanni dopo non molto era stato nominato governatore effettivo. Fin dal primo anno un vezzoso bambinello aveva rallegrato le speranze dei teneri sposi, bambino che dal grembo della madre era stato accolto in quello della nonna, poichè la signora Guglielmi aveva raggiunto la figlia alle Antille.

Alfredo era in un decennio per ben due volte stato ospite del governatore e dal servizio del Piemonte era entrato in quello d'una repubblica dell'America meridionale, nella quale era tenuto in tal conto che ben presto come generale segnò luminose tracce nella guerresca sua via. Terrore dei despoti, sostegno delle nazioni oppresse, Alfredo era un uomo il cui nome si estendeva ai più remoti luoghi della vecchia Europa. Bandita ogni speranza di felicità personale, egli godeva di quella di Rosina e della quiete della madre e del prosperare del nipote Antonio, il quale nel suo anno quartodecimo di età già addimostrava ciò che sarebbe stato più in là e come il sangue dell'entusiasta genitore ribollisse in quello del figlio.

Angiolina, come un fiore appassito da un colpo terribile sul suo nascere, dirò non viveva, ma stava così come quell'essere che una lunga valetudine abbatte e percuote. Il verme delle dolorose rimembranze era quello che la rodeva tuttora. Ma che? Il tempo non cancella esso o almeno indebolisce le più vive reminiscenze? noi crediamo che sì. Ma e non potrebbe esservi nel cuore d'Angiolina qualche altro germe di affanno, qualche piaga insanabile e che il tempo non potesse mai rimarginare? ahimè! come penetrare potremmo nel segreto del cuore di quella fanciulla, che appena sul fiore dell'età matura, non oltrepassando che i trentadue anni, parea ne avesse cinquanta al volto pallido, alla mestizia degli sguardi e del sorriso, al tardo muovere delle membra, al quasi disprezzo di ogni esteriore eleganza, alle devotissime pratiche a cui intendeva? Forse il dolore per lei era divenuto un'abitudine; così almeno la pensava Rosina. Tutte le cure di Angiolina, oltre la preghiera, eran volte al giovane Carlo, terzo figlio degli Artini. Tenutolo lattante sulle ginocchia e su su vedutolo crescere, era per lei qual proprio figlio; essa ne temprava gli ardenti desiderii e lo educava alla calma, onde non imitasse il focoso genitore.

Nel periodo di questi quindici anni, due volte i coniugi Giovanni e Rosina erano stati alla Guadalupa, ma delle sostanze paterne Giovanni aveva potuto riavere ben poco, e minor frutto aveva conseguito la Guglielmi, ormai vecchia, dal suo stabile di Livorno; poichè venuto, come sentimmo accennare, a partire da quella città per le missioni delle Indie orientali il buon padre Gonsalvo, mancò il solo antagonista del signor Basilio, di cui era maneggio la improvvisa risoluzione del padre. Ed ecco come a quell'epoca andò la cosa.

L'accorto Basilio ben si era addato nello scuoprire in gran parte che la salvezza di Rosina quasi interamente potevasi attribuire al religioso; d'altronde con cotesta persona come battagliare? Hanno tutto in mano, esso aveva detto fra sè passeggiando per la sua camera in un dì della convalescenza dalla pericolosa ferita cagionatale da Angiolina; con cotesta gente c'è da rompersi il collo, romperselo davvero. Perdinci! un padre abbate, un mitrato!!—Eppure, mormorava (con libertà bestemmiando, giacchè sapea di esser solo), eppure colui è il mio più terribile nemico! Sì, non m'inganno; è lui che ha protetto Rosina: mi fanno più paura le sue orazioni dei colpi di cannone.—Pensa e ripensa, venne in mente a Basilio di far gettare così alla lontana del sospetto sui sentimenti politici del monaco; e un buon sacco di zecchini fatto tenere non so a chi, poichè gli scartafacci da cui pesco questa notizia si guardarono di registrarla,… ma d'altronde li fece tenere ad una persona, e basta. Da lì a poco il monaco venne consigliato di non fraudare le speranze di quanti il conoscevano, che in lui ravvisavano uno di quei caldi apostoli che ponno a migliaia convertire gl'infedeli. Padre Gonsalvo capì da dove tirava il vento, e stette forte: ma l'oro del signor Basilio produceva effetti terribili, pronti e maravigliosi; tali che dopo la partenza di Rosina per la Barbada i fogli pubblici annunziarono come monsignor Gonsalvo Rodey, già abbate, incaricato di mantenere l'ordine vallombrosano, era stato eletto vescovo in partibus infidelium e della chiesa di Goa nell'Indostan, con la facoltà di esercitarvi come vicario apostolico le immense fatiche delle missioni. Il mondo cattolico applaudì l'elevazione del frate, il quale, come sappiamo, aggiungeva la dottrina alla carità, e questo era un bell'acquisto per la fede; ma il povero vecchio avrebbe forse preferito la quiete del chiostro ad un viaggio di ottomila miglia. Il fatto è che partì e colla sua partenza lasciò in mano del signor Basilio tutti gli stabili della Guglielmi; il che, unito al furto delle gioie di cui questo iniquo era stato l'istigatore ed il primo artefice, poteva ben compensarlo delle spese secrete fatte per l'allontanamento di quel terribile monaco, mercè la cui sapienza e scaltrezza egli temeva di essere smascherato.

Il padre Gonsalvo partì e di lui appena qualche volta giunser lettere dall'Indostan alla Rosina ed a Giovanni. Il caldo clima, l'abbandono delle antiche abitudini avevano così affievolito quel grand'uomo che i suoi amici avrebbero penato a riconoscerlo.

Il signor Basilio non erasi altrimenti dato al chiostro; ei si era fatto pregare, scongiurare di restare al secolo, ed acconsentì alle generali preghiere. Eh! un tant'uomo non poteva lasciarsi nel segreto della cella; di lui aveva bisogno il mondo, ed al mondo resti.

All'epoca in cui trovasi il nostro racconto, cioè nel 1836, in Livorno più non parlavasi della signora Guglielmi e dei già narrati avvenimenti. Nuovi fatti tocca la nostra istoria, nuovi fatti i quali non vanno disgiunti dai narrati; e di vero, se non fosse ciò, il libro sarebbe terminato, ed altro nuovo ne comincerebbe.

Prima peraltro di trasportare il nostro lettore sopra scena europea, non posso del tutto staccarlo dall'America, ed è qui che con esso mi soffermo nel palazzo del nostro governatore.

Era un bel giorno di state nel 1836. Sul declinare quel dì era stato limpidissimo oltre l'usato, ed il clima tutto fuoco veniva rattemprato da fresco venticello marino; una festicciuola domestica aveva avuto luogo in quel giorno, ed in essa si erano moltissimo rallegrati danzando coi negri Antonio, il giovinetto Carlo e la vaghissima Ofelia, tutti e tre figli di Giovanni e di Rosina. Sotto le benefiche ombre dei banani e dei cocchi, nel parco del palazzo, aveva avuto luogo la danza. Quando il sole si avvicinò all'occaso una frugale refezione era stata imbandita ai danzatori sull'erba fiorita. Mille augelli di variopinte piume facevano risuonare l'aura di melodiosi concenti. Sotto un padiglione di verzura stavano assisi il governatore e Rosina col ciglio umido per pianto di tenerezza nel mirare tanto allegri i teneri figliuoletti; e la stessa eternamente malinconica Angiolina si era quasi lasciata abbandonare dalle tetraggini, a quelle amabili scene. Dalle vicine boscaglie ad un tratto si era udito il suono flebilissimo di un liuto ed una voce di donna soavissima aveva intonato la seguente patetica canzone:

    Per il mondo vanno errando
      Madre e figlio abbandonati,
      Nulla, ahi! nulla omai sperando
      Fuorchè sterile pietà.

Nelle membra di Rosina corse un brivido di tenerezza: essa ricordava il sogno fatto a Malta tanti anni addietro; la canzone era italiana, italiana la musica. Giovanni pure sembrò altamente commosso. Il canto proseguiva:

    Madre sono e son fanciulla,
      Ed il figlio, ahimè! non ha
      Genitore: ah! dalla culla
      Chi sia il padre, ah! no non sa.

—Quali parole! senti tu, mio Giovanni?

—Il mondo è pieno di sfortunati, rispose questi, ed alzatosi accennò verso donde veniva la patetica voce dal bosco.

Non molto lunge dai nostri personaggi discendevano per una china una donna ed un fanciullo ch'ella tenea per mano; essi avanzavano verso il padiglione.

—Ah! continuò Giovanni vedendo quella coppia, sì, il mondo è pieno di sventurati: saranno forse di elevata condizione, costretti a mendicare per opera degl'iniqui. Anch'io nell'età di quel fanciullino fui un dì immerso nel pianto e mia madre derelitta: mentre mio padre era imprigionato, ella affaticavasi in portare alla capanna un pesante fardello di legna; ma almeno quello fu l'ultimo istante di mia miseria. Da quel dì rividi il padre e mi lanciai nella turbolenta carriera dell'avventuriero; oggi son dovizioso e governo.—

Così dicendo fe' cenno a quei due titubanti di avvicinarsi che lo facessero liberamente. I due stranieri parvero molto confortati da quel cenno ed affrettarono il passo. La distanza non permetteva ancora di scorgere perfettamente i loro lineamenti.

—Accoglili tu, disse Giovanni a Rosina, accoglili tu; io verrò in seguito: probabilmente avranno una lunga storia di dolore a narrare, ed io, come tu sai, dopo la perdita della mia infelice Esmeralda non posso più, senza provare un terribile strazio, mirare in volto donne infelici senza figurarmi che la sorte della mia povera sorella non sia d'ogn'altra peggiore. Accoglila tu quella coppia di sventurati; chi sa di dove vengono e qual causa li ha trasportati in quest'isola? falli ristorare, regalali come conviene; io pavento gli effetti di una scossa di sensibilità nervosa.—

Rosina, la quale conosceva come pur troppo il passionato e bollente suo sposo non avesse bisogno di scene sensibili onde non cadere in una delle sue solite cupe malinconie, fu sollecita a promettergli che avrebbe sollevato quei miseri: ond'egli, lasciandole la sua borsa, accesa la pipa, mosse verso il palazzo.

Lo stretto colloquio dei due sposi aveva posto in una certa soggezione i due poveri virtuosi di canto, i quali si erano arrestati nel loro cammino ad una conveniente distanza e fino a che Giovanni parlò all'orecchio della sposa. Tal precauzione di rispetto non passò inosservata presso Rosina, la quale, dopo che il marito si fu allontanato, fe' nuovo cenno affinchè i due timidi viandanti si approssimassero. Essi mostrarono aver inteso, dando evidenti segni di gioia, ma prima che giungessero al padiglione erano stati raggiunti dai figli di Rosina, i quali con una tenera pietà si erano dati a festeggiare il fanciullo di circa quattordici anni che accompagnava la cantante. Anch'ella, fu costretta a fermarsi; e mentre quei giovanetti formavano un gruppo pittoresco, e il suonatorello era impedito di preludiare sull'istrumento, la donna continuò con queste strofe:

    Ah! se un dì sull'ali ai venti
      Fia che giunga il mio martir
      All'autor de' miei tormenti,
      Sarò lieta di morir.

    Il suo pargolo innocente
      Egli al seno stringerà:
      Sulla tomba alla gemente
      Nuzial serto poserà.

—Ahimè! qual malinconica canzone! esclamò la Rosina penetrata fino nell'interno dell'anima dalla tremula voce e dal patetico suono della musica di quella straniera. Cara Angiolina, disse quindi rivolgendosi all'amica, vola tu presso costei; dille che cessi dal canto lugubre, che troppo mi scuote le fibre, perocchè mi figuro che ella abbia ad un tempo ad essere e il soggetto del canto e l'autrice della canzone.—

Angiolina, non meno dell'amica penetrata dalla tenerezza, in poco tempo raggiunse la forestiera, la quale, vedendosela così presso, cessò dal cantare e si avviò verso il padiglione, mentre il giovanetto suonatore di liuto e gli altri ragazzi la seguivano. Giunta che fu presso Rosina, fece atto di piegare un ginocchio a terra in segno di quel rispetto che gli Indiani sogliono usare verso le persone di alto affare, ma Rosina, con la inesauribile sua cortesia, le stese una mano, su cui la donna impresse un rispettoso bacio.

—Mia signora, le disse, vi prego perdonarmi, se io povera straniera vengo ad importunarvi, ma sappiate che io e mio figlio (che è quel fanciulletto che voi vedete colà coi vostri, m'imagino, coi vostri figli, poichè tanto a voi somigliano) non abbiamo alcun mezzo di sostentarci nella nostra estrema miseria tranne che col canto delle nostre terribili sventure.

—Gran Dio! che dite mai, amabil donna? riprese la Rosina. E che? quella lugubre canzone alluderebbe forse ai casi vostri?

—Sì, madama: ma se mi è lecito toccarne di volo poetando e cantando, non mi permetterei al certo di tediare col racconto di essi una persona distinta.

—Ah! mal mi conoscete, signora, e voi non partirete di qui se non dopo aver versato nel mio seno tutte le vostre amarezze. Intanto è necessario che vi refocilliate voi ed il vostro figlio.—

Angiolina, a questo discorso, aveva presentato alla straniera delle frutte e degli scelti vini. Ella si assise e ne gustò volentieri. I suoi modi franchi, malgrado il rispetto e l'estrema miseria, additavano nella cantante una persona di elevati natali; la sua fisionomia, delicata nei tratti ma virile nell'espressione energica, non faceva punto contrasto colla sua naturale dignità. Ella indossava un abito di seta color turchino piuttosto logoro; anche le scarpe non erano in molto florido stato, ed uno scialletto che le copriva le spalle, anch'esso molto usato, terminava la sua toeletta; alle orecchie aveva due boccole di granato ed al collo un vezzo simile: ciò che peraltro faceva singolar contrasto era un anello che tenea nel dito, di oro purissimo con ricco lavoro cesellato in foggia di piastra, della quale la metà stava nascosta fra l'indice ed il medio della mano sinistra. In capo ella aveva un largo cappello di paglia, molto adatto a riparare quel bel volto dai caldi raggi del sole dei tropici. Il fanciullo era amabilissimo e gaio: suonava a meraviglia il liuto; era anch'esso miseramente vestito, ma con molta decenza, a malgrado delle toppe che aveva nella blusa di panno blù e nei calzoni che indossava. Anche i di lui calceamenti erano logori, il che dimostrava che era uso a viaggiare a piedi. Il fanciullo, di assai maggiore statura che nol fossero i figli del governatore, aveva sulle spalle una piccola valigia di pelle attaccata con cigne che gli passavano sul petto e sotto le ascelle; e tutto quello, pur troppo, era il misero bagaglio della madre e del figlio.

La forestiera, dopo aver bevuto un poco e gustato di qualche frutta, si alzò per ringraziare la governatrice.

—Ah signora! non vi celo che aveva fame; è da questa mane che siamo sbarcati ed abbiamo fatto a piedi questo tragitto per l'isola sull'indicazione di un buon negro vecchissimo che è rimasto al porto sulla nave, il quale ha molta cognizione di questi luoghi.

—Voi non avete fatto questo viaggio invano, le disse Rosina, nè partirete così presto da noi. Che mai sarebbero le ricchezze, se non un peso, quando non si spendessero per rendere meno misero il nostro simile?

—Madama, i vostri sensi mi sono carissimi ed armonizzano colla buona fama che corre di voi anche nelle altre Antille.

—Troppo lusinghiere espressioni! comunque sia, vi son grata e farò di tutto per non smentire coi fatti la buona fama che corre di me. Intanto favorite appagare la mia curiosità; ditemi un poco: perchè mai voi, che tanto bene mi favellaste in inglese fin dal primo avvicinarvi, cantate strofe italiane allorchè volete dipingere la storia di vostre sventure? La ricerca non è senza un'arcana ragione, che spiegherovvi di poi. Oh se voi sapeste quanto mi avete commossa!

—Signora, fino dal mio giungere in quest'isola conosceva esser voi italiana, ed ho scelta la lingua vostra nel porre in versi le mie sventure, mentrechè, sapendo esser voi la moglie del governatore d'un'isola inglese, ho creduto bene favellarvi in quell'idioma.

—E come, sì istruita, sì amabile, non avete alcuno che….

—Comprendo, signora, ciò che volete dirmi; vorreste esprimermi il desiderio che io mi valessi di qualche mia cognizione onde lucrarmi il pane più convenientemente e con maggior decoro.

—Non dico ciò….

—Sì, o signora: se la vostra bontà non vi permette di formarvi un sinistro concetto di me, non è perciò che tale non debbano formarlo quasi tutte le persone alle quali debbo avvicinarmi nella mia vita errante, vita che menerò fino a che….

—Fino a che?… domandò Rosina con molta premura.

—Fino a che, o madama (Dio mel conceda), io non ritrovi il padre di quella creatura.—

A Rosina scorse un brivido tale per le ossa che le si scolorarono le labbra.